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23 dicembre 2024

RACCONTI DI NATALE







Il Natale è giorno veramente unico,particolare e incomparabile non solo per la religione e per la Cristianità in particolare,ma un pò per tutto il mondo e per tutte le genti.Sarà forse per quella singolare atmosfera,per quel particolare stato dell'animo e per quel tempo di attesa e di vaga speranza che quei piccoli,grandi momenti che il Natale sa dare.Ed il Natale è la festa dei bambini,forse perché intorno a loro almeno in quel giorno possono vedere gioia e sorrisi.

Eppure anche se unico e singolare,tanti e tanto diversi sono i modi nei quali scrittori e poeti hanno raccontato questo giorno.Così c'è il modo più classico e fiabesco come quella dei fratelli Grimm(bella la loro favola "Gli Elfi e il Calzolaio")e come i Grimm anche Hans Christian Andersen nel suo racconto:"L’abete", dove si narra la storia di un piccolo abete ansioso di crescere.Una volta cresciuto,viene tagliato e portato in una casa per essere abbellito;l' abete si sente inorgoglito per aver raggiunto una casa degli uomini.Tuttavia, al termine dei festeggiamenti viene riposto in soffitta senza troppa cura.E l'insegnamento allora è questo:bisogna sapersi rallegrare e meravigliare anche dell'esistente e del presente, del dove si vive,della bellezza del bosco,di una giornata di sole o degli uccellini che cantano, senza pensare soltanto a un futuro che forse non sarà come viene immaginato.

Forse però la più celebre tra le favole natalizie è senz’altro "Canto di Natale" di Charles Dickens,notissima in tutto il mondo.La storia racconta di Ebenezer Scrooge, un ricco e anziano commerciante molto tirchio che non crede all’amore,alla generosità e alla carità. Ma in una notte magica,Scrooge riceve la visita di tre spiriti, il Passato, il Presente e il Futuro.Grazie a loro, Scrooge comprende che il Natale è un momento di riflessione e di amore per il prossimo e decide di cambiare la sua vita, diventando un uomo migliore e più generoso.


E tantissimi ancora e tutti grandissimi sono gli autori di ogni tempo che hanno scritto sul Natale:da Collodi a Tolstoj,da Lope de Vega a Stevenson,da Twain a Rimbaud,e ancora D'Annunzio,Pascoli, Deledda,Trilussa, Brecht e Moravia.Per non dire,poi,del teatro,per il quale basterebbe ricordare "Natale in casa Cupiello" del grandissimo Eduardo De Filippo.Ognuno di questi autori ha raccontato il proprio modo di "sentire" il Natale;ognuno,con le loro parole e i propri racconti hanno saputo sorprendere,commuovere,rallegrare,emozionare.

Ma ci sono anche modi più originali e diversi di raccontare il Natale.Come,ad esempio,"Miniature di Natale" della scrittrice americana Pearl Buck,premio Nobel per la letteratura nel 1938.In esso l'autrice parla del significato misterioso e unico del Natale e dei vari modi in cui i protagonisti dei suoi racconti giungono a scoprirlo.I racconti si basano sui ricordi dei molti Natali trascorsi dall’Autrice sia in Cina sia in America. Non importa che l’albero sia il bell’abete della tradizione americana o un esile bambù cinese o anche che non vi sia niente di tutto questo.Ciò che conta è lo spirito del Natale, il momento magico in cui ogni essere umano, solo con se stesso e con i suoi ricordi, sente il bisogno di dare e ricevere amore, solidarietà, comprensione.Come pure quegli altri fondamentali sentimenti:la fratellanza fra gli uomini, quale che sia il colore della loro pelle; l’imperativo di proteggere i bambini innocenti dalle ingiustizie e dai pregiudizi del mondo; la necessità che i popoli della terra non siano travagliati dalle guerre.Un’esortazione all’amore e alla fede rivolta per tutti.


Un altro modo originale di raccontare il Natale è quello di un altro Premio Nobel della Letteratura,Luigi Pirandello.Nella novella "La Messa di quest'anno", la riflessione sul Natale l'Autore rimpiange la perduta innocenza della fanciullezza e avverte la delusione del presente per la mancanza del vero spirito natalizio di amore, carità e umana solidarietà. Anche in una festa così diffusa, il suo intervento non manca di sottolineare i difetti tipici della modernità con il culto d’una realtà che inneggia al laicismo,al positivismo e alla tecnica.L’autentica verità del Natale è in quelli che soffrono, ma questi purtroppo,a causa delle loro sofferenze,non riescono più a sollevare lo sguardo al cielo.


Davvero tanti sono i modi con i quali si può raccontare questo giorno particolarissimo dello Spirito e della Mente.Ma forse per chi già da tempo bambino non lo è più,quelli di Buck e di Pirandello sono i modi più veri e autentici di "sentire" il Natale. 

18 luglio 2024

LA VITA DOPO IL COVID





La pandemia ha avuto effetti devastanti sulla salute e sulla psiche della gente:da un giorno all'altro ci siamo visti strappati di mano vite,affetti e sentimenti,anche se forse solo così abbiamo capito il senso delle parole Umanità e comunità.Ma il Covid19 non è stato solo questo.Esso ha stravolto anche altri aspetti del nostro vivere quotidiano e,tra questi,l’identità delle metropoli,di quei posti,cioè,dove le nostre vite si ritrovano e si organizzano e dove si svolge il nostro relazionamento con gli altri.

Il distanziamento sociale e le chiusure forzate di quelle attività che danno vita ai luoghi che frequentavamo "prima",ci ha impoverito culturalmente ed umanamente:locali,ristoranti, teatri,cinema,gallerie d’arte,fiere,stazioni e aeroporti, e tutto quello che determina la capacità di una città di attrarre investimenti,viaggiatori e nuovi abitanti ma anche interscambi sociali e culturali. Primo approdo per immigrati, polo d’attrazione per portatori di idee e stili di vita, le grandi città sono i luoghi dove si concentra la produttività e si produce la maggior parte del reddito della nazioni ma,proprio per questo,la pandemia è esplosa a Milano e in Lombardia,centri motore dell'economia italiana.

La storia e le statistiche elaborate in Italia periodicamente dal "Sole24ore" ci dicono che il successo di una città è correlato ad una risorsa:lo spazio pubblico,la sua gestione e quindi la sua vivibilità.Nello spazio pubblico milioni di  sconosciuti imparano a tollerarsi,a fidarsi,a mescolarsi.Tra piazze e marciapiedi affollati,bar e caffè,vagoni della metro,manifestazioni culturali,congressi,luoghi di lavoro,si affolla tanta umanità.

La storia e la medicina insegnano che la vicinanza fisica di persone che arrivano da luoghi lontani fa sì che le città diventino habitat ideale per batteri,nuovi virus, roditori, insetti,parassiti.Tante,nel corso della storia,sono state le epidemie,gli incendi,le sommosse,raccontate nei loro romanzi da molti scrittori:da Boccaccio("Il Decamerone")a Defoe("Diario dell’anno della peste"),da Manzoni("I Promessi Sposi" ) ad Egdar Allan Poe("La maschera della Morte Rossa"),da Camus("La peste")a Saramago("Cecità"),ma anche nella pittura con Bruguel il Vecchio("Trionfo della Morte")e nel cinema con Bergman("Il Settimo Sigillo").Ed è stato quindi conseguenziale che nelle città ci sia stato un elevato tasso di mortalità rispetto agli altri centri abitati.Eppure,ogni volta le città hanno saputo risolvere questi problemi,in modo da riformarsi e rigenerarsi. 

A metà dell’Ottocento,ad esempio,Londra era arrivata sull’orlo del collasso sanitario ed ambientale.I distretti operai della capitale britannica erano i più inquinati e maleodoranti al mondo,con fogne a cielo aperto, strade fangose,funestate da colera, tubercolosi, tifo e vaiolo,come ci raccontano i romanzi di Dickens.Ma proprio dall'esperienza di questi disastri si sono poi aperti nuovi scenari e visioni nuove.Così si svilupparono strategie di riqualificazione dei centri urbani e in particolare delle periferie,con la separazione delle zone industriali dai centri abitati,per dividere le funzioni residenziali, commerciali e industriali.Venne sviluppato il trasporto pubblico su carrozze collettive(gli omnibus),ferrovie metropolitane, nuovi sistemi fognari e di nettezza urbana.

Tra i casi esemplari di grandi e micidali pandemie ci fu,tra il 1346 e il 1350,la Peste Nera che uccise un terzo della popolazione europea:un profondo shock culturale che produsse la necessità,soprattutto nelle città medievali italiane,una stagione di riforme. Strade polverose e case di legno,fango e fieno,infestate da topi e pulci, lasciarono il posto a costruzioni in muratura,strade pavimentate,con portici e marciapiedi:fu quello il periodo del Rinascimento.E ci fu così la soluzione urbanistica della piazza rinascimentale,che serviva da spartifuoco e da rifugio anti-incendio ma offriva anche spazi per botteghe,mercati, fiere, celebrazioni, feste.

E adesso che succederà alle nostre città e perciò a noi stessi dopo il Covid?Se la politica,italiana e internazionale,di qualunque colore essa sia,abbandonasse egoismi,nazionalismi ed interessi economici,si potrebbe aprire una fase di rigenerazione urbana e quindi anche umana.Dipende anche da noi. Individualmente,come cittadini,lavoratori,consumatori e collettivamente,come imprese,associazioni e istituzioni.

Ci sono i soldi del Recovery Fund(e poi qualcuno dice che l'Europa è malvagia)dai quali potrebbero nascere nuove opportunità per città più vivibili e sane,ripensando il nostro essere ed esistere.E' stato quasi incredibile che 4 miliardi di persone riconvertissero il proprio modo di usare lo spazio pubblico,tempi e modi di lavoro.

Durante il lockdown ci siamo accorti che tanti comportamenti di "prima" non hanno più così tanto senso.Così,ad esempio,i grandi complessi di uffici,con il loro indotto di milioni di pendolari,hanno riconvertito tempi e forme di lavoro in modalità da remoto.

Certo,questi cambiamenti non saranno semplici,perchè nella parola stessa "cambiamento" sono intrinsechi rischi,incertezza, dubbi,errori, conflitti,in situazioni non facili da gestire, soprattutto per i soggetti più deboli economicamente e culturalmente.E così,come già successo durante la pandemia,la paura psiclogica per i cambiamenti potrebbe far ripetere il fenomeno hikikomori(termine giapponese che significa "stare in disparte",per indicare coloro che decidono di ritirarsi dalla vita sociale).Milioni di persone disabituate alle relazioni umane, prigioniere di un lockdown mentale depressivo.

Ma non si può perdere l'occasione.C'è la possibilità di avere città meno frenetiche, più salutari,verdi e meno inquinate.Città più vivibili che non assomiglino più a "centri commerciali".

La necessità di un cambiamento è imposta anche dal fatto che,come la pandemia,c'è un'altro problema globale e cioè l'emergenza climatica,che richiede soluzioni globali.L’Italia del Trecento, tra i Paesi più colpiti dalla peste, fu tra le regioni del mondo più reattive nel trovare le soluzioni per uscirne,grazie a personalità e professionalità illuminate.Sarebbe necessario che questo accadesse anche adesso,ma guardando in giro,al nostro squallido e desolante proscenio politico,non si può essere certo ottimisti.Purtroppo.

19 dicembre 2023

QUESTO NOSTRO NATALE






180 anni fa,il 19 dicembre del 1843, pochi giorni prima del Natale,veniva pubblicato il romanzo "Canto di Natale" del grande scrittore inglese Charles Dickens.Come gli altri capolavori di Dickens(Il Circolo Pickwick, Le avventure di Oliver Twist,Dombey e Figlio,David Copperfield,Casa Desolata,Tempi difficili,Grandi speranze,Il nostro comune amico per citarne solo alcuni)"Canto di Natale" è capace di suscitare sentimenti dal profondo,tanto che lo scrittore Robert Louis Stevenson ebbe a dire ad un amico:"mi sento bene dopo averlo letto".

"Canto di Natale" è una dura critica al capitalismo,un’esortazione a cambiare modello di vita,profondamente pervaso di senso morale ed esaltazione dei veri valori della vita.Oggi,purtroppo,c'è da temere che quel romanzo sia ridotto a una fiaba,che nemmeno interessa più ai nostri bambini ipertecnologici e perennemente connessi,distratti nei loro mondi virtuali.Il nostro,al contrario, è il tempo del trionfo di Scrooge,l’avaro affarista del racconto,così preso nel mondo del denaro,degli indici di borsa,tra algoritmi e sfruttamento.

Eppure, in questi giorni convulsi in cui le strade piene di luci sono percorse dall’ansia degli acquisti è bello tornare a quel Canto di Natale.

Il protagonista è Ebenezer Scrooge,un vecchio affarista taccagno,avido di denaro e arido di cuore,una maschera universale che però,in questo nostro tempo,non ha una connotazione negativa,ma è quasi un riferimento,un modello di successo.In lui l’uomo d'oggi può identificarsi,in una idolatrazione di danaro e potere.

Come per altri personaggi letterari del genere,Shylock(l'ebreo protagonista del "Mercante di Venezia" di Shakespeare), Arpagone("L'Avaro" dell'omonima opera teatrale di Moliere)o "Mastro don Gesualdo"(ne "La roba" di Verga),il tempo di Scrooge è denaro.In questa logica Scrooge vede il Natale come un fastidioso intervallo nel quale non si lavora e non si può guadagnare,e per giunta ai dipendenti spetta pure la giornata libera.Feste,regali e auguri non sono che sciocchezze,mentre il suo scrivano,il povero Bob Cratchit,lavora al freddo per una paga miserrima.Ma la vigilia di Natale accade qualcosa: Scrooge riceve la visita dello spirito del suo vecchio socio, Jacob Marley, morto sette anni prima. Un altro avaraccio solitario, che gli si presenta trascinando,in una specie di legge del contrappasso,una catena fatta di salvadanai, chiavi,lucchetti,libri mastri,atti notarili e pesanti portafogli d’acciaio,tutti simboli di quelli che sono stati gli unici interessi della sua vita.Prima di andarsene lo spirito ammonisce Scrooge a ravvedersi prima che sia troppo tardi.

Scrooge,dopo quell'apparizione,comincia a capire la necessità dell’amore,di cui è privo,la nostalgia per l’infanzia e i piccoli episodi di luce smarriti lungo il cammino.Si rivede come un bimbo solitario estraneo alla vita familiare,ricorda l’abbandono della fidanzata lasciata per dedicarsi esclusivamente agli affari e a fare soldi,si pente dello sfruttamento del disgraziato dipendente.

E' una tortura del rimorso quella che comincia in Scrooge.In inglese, la parola rimorso significa anche compassione, la capacità di condividere e capire la sofferenza altrui.Scrooge comprende i propri errori,pensa alle occasioni di felicità perdute,comprende la sterilità di una vita senza conforto,guarda al futuro che gli si prospetta con una morte solitaria e la dannazione.Così Scrooge attraverso la semplice gioia del Natale,compresa osservando di nascosto le gioie familiari del suo povero scrivano Bob Cratchit,avverte la solitudine,il rimpianto,riconosce le offese arrecate all’umanità.

Ed é in questo  forse la lontananza del lettore moderno dal racconto di Dickens.L’uomo di oggi è talmente chiuso in se stesso,così preso dal conseguimento di obiettivi materiali e dal desiderio di appagamento immediato che non riesce a vedere le cose essenziale, tanto meno si protende al soccorso dell’Altro.

Lo Scrooge dei nostri giorni potrebbe essere rappresentato da Lehman Brothers,carnefici e successivamente vittime dell’economia finanziaria fatta di impulsi e algoritmi,indifferenza per chi vive e arranca ogni giorno.Le sofferenze sono uguali,Scrooge non è un’astrazione,i suoi spettri sono gli stessi delle nostre solitudini in mezzo alla moltitudine indistinta e sconosciuta nella quale ci muoviamo.

Rispetto al finale di "Canto di Natale",oggi l’esito sarebbe certamente diverso.La redenzione di Scrooge oggi appare una vaga illusione,perchè ad essere scomparsa è la nostra tensione morale e ideale.Oggi guardiamo solo lo spirito edonistico e consumistico del Natale ma non abbiamo la capacità di commuoverci dinanzi al vero valore del Natale.

Per questo c'è da temere che il "Canto" di Dickens non sia più in grado di scuotere gli animi,emozionare e cambiare la vita,al tempo dei nuovi Scrooge,della finanza globale e del potere straripante delle banche.Soldi e potere imprigionano milioni di uomini e donne.Nemmeno si avverte più la valenza negativa del Male ed Ebenezer Scrooge è un eroe del nostro tempo,mentre la catena dell’avidità è la corona più ambita.

27 novembre 2023

LA "CULTURA" DI GIORGIA




In questo suo primo anno di governo la destra italiana sembra assillata dalla preoccupazione di accreditarsi con una propria dignità culturale per sostituire l’egemonia culturale della sinistra”(parole del Ministro della Cultura Sangiuliano).Quest'ansia culturale si svolge sul solito discorso identitario del "patriottismo",e in questo contesto il   riferimento culturale della destra é stato individuato nello scrittore britannico J.R.R. Tolkien,autore de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit.

Perché questa specie di "appropriazione" di Tolkien da parte della destra?Le ragioni sono da ricercare nel fatto che "gli abitanti della "Terra di Mezzo" di Tolkien(detti anche Hobbit)sono quei piccoli uomini in continua lotta  contro creature leggendarie,proprio per la difesa di quella Terra e nella difesa di valori antichi e tradizioni millenarie.Il mito del patriottismo,dunque,così tanto caro alla destra.Ed infatti Giorgia Meloni,quand'era all'opposizione incitava la sua forza politica a combattere quel “nemico scaltro che Tolkien chiamerebbe gli anelli del potere”,riferendosi alle elite globalizzate della finanza,dell'industria e delle istituzioni internazionali .

Da questi riferimenti culturali nasce la mostra alla Galleria Nazionale di Roma dedicata proprio a Tolkien,a 50 anni dalla scomparsa dello scrittore inglese.

Il fascino della destra per il mondo immaginario di Tolkien cominciò per i giovani missini(tra i quali militava la giovane Meloni)negli anni '70,quando essi intendevano liberarsi dallo stereotipo del neofascista picchiatore e violento.Questo mondo fu portato anche nelle esperienze dei cosiddetti "Campi Hobbit",che erano raduni della destra giovanile missina.Il primo Campo Hobbit si tenne nel 1977 a Montesarchio,in provincia di Benevento dove il Msi raccoglieva molti voti e ad esso parteciparono futuri nomi di spicco di Alleanza Nazionale,come Gianfranco Fini e Marcello Veneziani.

Oggi,a quasi mezzo secolo di distanza da quei Campi Hobbit, Giorgia Meloni é al governo e deve confrontarsi proprio con quelli che lei definiva il "nemico scaltro che Tolkien chiamerebbe gli anelli del potere”,cioè industria,banche ed istituzioni europee,ma l’assalto della destra alle case matte della cultura non si ferma e continua a passare attraverso la riscoperta di Tolkien.

Ma per trovare “presentabilità culturale” ci vogliono idee,progetti e visioni di un presente e di un futuro adeguato ad una società e a un mondo evoluto ed in continua trasformazione,mentre questa destra ancora non riesce a liberarsi da un passato ingombrante e imbarazzante.

Così la costruzione di una nuova egemonia culturale sta avvenendo soltanto attraverso un uso rozzo e brutale del potere.Altro che immaginario di Tolkien.Da quando è al governo, la destra ha lanciato una vera e propria campagna di occupazione di ogni posto dell' "orbe terracqueo".Una occupazione affidata agli amici degli amici,nelle fondazioni culturali,nelle accademie,i teatri,i musei e ovviamente,la televisione pubblica.Ecco,appunto.La Rai sembra essere divenuta una sezione di Fratelli d’Italia:da Pino Insegno a Nunzia De Girolamo,i conduttori(mediocri)di destra non finiscono più,anche se poi i loro programmi sono sull'orlo di chiusura per paurosi cali degli ascolti.I TG,poi,sono diventati bollettini ufficiali dei partiti al governo.Se a ciò si aggiunge che Mediaset é saldamente nell’area di destra,siamo al(quasi)pensiero unico.

Ma nonostante l’enorme dispiegamento di risorse e mezzi, finora il risultato è stato un flop clamoroso.La cultura di destra viene tuttora percepita come estranea da ampi settori del Paese.Soprattutto viene percepita come imposta,non conquistata sul campo con idee e valori frutto di conoscenza,tolleranza e studio,come invece dovrebbe essere secondo la logica della tanto decantata meritocrazia.Una egemonia culturale per decreto,calata dall’alto,destinata a non attecchire perché fondata esclusivamente su un sentimento di rivalsa sulla sinistra.E su improbabili personaggi della serie generale Vannacci.

14 settembre 2023

FINZIONI




In questo primo anno di governo della destra reazionaria italiana alcuni suoi esponenti hanno cercato di accreditare la natura "liberal-liberista" dell'esecutivo Meloni.

Ma la Meloni continua ad essere l'amca delle destre estreme europee,come Vox e Orban.Le dichiarazioni(vagamente e comicamente)liberal-liberiste di taluni esponenti di governo lasciano il tempo che trovano,dando sempre l’impressione di essere soprattutto vuoti slogan propagandisti,oppure finzioni di convenienza spediti alla Commissione europea per rassicurarla in materia di realizzazzione del PNRR.

Al contrario,gli esempi che attestano la reale natura vetero statalista di questo governo,del tutto opposta alla narrazione che si vorrebbe far passare di un esecutivo liberal/liberista,sono numerosi.E' solo di poche settimane fa la notizia dell'acquisizione del 20 per cento della società della rete Tim da parte del Ministero dell’Economia.Uno Statalismo telefonico o una sovranità digitale se la vogliamo chiamare così.

Ma il repertorio è assai nutrito:dalla tassazione sugli extraprofitti bancari all’intervento sul caro-voli(il paradosso dei paradossi di questa vicenda é che il governo impone i tetti di prezzo alla compagnia privata RyanAir e dall'altra vende la compagnia aerea di stato Alitalia ai privati tedeschi di Lufthansa).Oppure potremmo ricordare la gastropolitica,quella del "gastrosovranismo" o "gastronazionalismo" del ministro-cognato Francesco Lollobrigida,o ancora il perenne occhio di riguardo per determinate categorie di riferimento elettorale (come i tassisti e i balneari).Ecco,in tutti questi casi la destra meloniana si presenta con il volto di un statalismo populista che vorrebbe tutelare il “popolo”,ma finisce per penalizzare proprio i risparmiatori.

Per non parlare dell’autentica fissa per l’egemonia culturale e dell’irresistibile attrazione per lo Stato etico,che porta a voler vigilare e restringere quelle che in tutto l’Occidente sono libertà private consolidate,palesando allergia verso certi diritti civili individuali.In particolare questo governo non sembra darsi molto da fare,diciamo così,per la tutela di quei diritti previsti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,che vieta la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale(omofobia, transfobia,discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere)delle persone LGBT,in dispregio al disposto della nostra stessa Costituzione.

Una volta di più,perciò,quello della destra populista italiana si conferma,come il malato di Moliere,soltanto un liberalismo immaginario.Questa destra italiana sta cercando di accreditarsi nell’immaginario collettivo come evoluzione verso un approdo liberalconservatore.Ma é soltanto una pura illusione,un'antinomia:liberalismo e populismo sono incompatibili,non hanno nessuna possibilità di coesistenza ideale e/o fattuale:o l'una o l'altra, tertium non datur.

Meloni e FdI,che adesso é il partito di governo maggioritario, continuano a non saper/voler risolvere questo antinomia,a fare una scelta definitiva,continuando a cambiare parti in commedia a seconda dei soggetti cui,di volta in volta,far riferimento(dall’elettorato post-missino alle istituzioni Ue).Ma il primo filone (di estrema destra), che ha radici storiche profonde e di lunga durata (l’arcipelago del fascismo), è pronto da tempo a riorganizzarsi.E ha individuato proprio nella rinnovata rivolta contro il mondo moderno(quello "depravato" o "al contrario",per usare il titolo del becero libro del generale Vannacci)la bandiera dietro a cui aggregarsi.E la premier non può,non vuole proprio staccarsi da certe radici(fasciste).Anche perché allontanarsi dagli abitanti del mondo di Vannacci può costarle caro elettoralmente.

La Meloni non risulta affatto in transizione verso la moderazione dei conservatori,come pure continua ad affermare(e lo ha fatto osservare di recente anche l’Economist:"Il governo italiano di estrema destra sta iniziando a sembrare più radicale.Georgia Meloni indulge al populismo culturale ed economico").

"Finzioni" era il titolo del romanzo dello scittore argentino Jorge Luis Borges.Come quelle della destra meloniana:altro che liberal/liberista.Un consiglio:lasciate perdere.Perché é facile dirsi "liberali" a parole,ma difficile,molto più difficile é esserlo davvero.

14 febbraio 2021

TORNARE AD "ASCOLTARE"




Un nuovo social network si sta rapidamente affermando tra i colossi degli store digitali.Si chiama Clubhouse si distingue dagli altri giganti del settore per la sua principale peculiarità:l’impiego esclusivo della voce per comunicare con gli altri utenti.La principale forma di comunicazione non è infatti la parola scritta come su Facebook o Twitter,ma quella parlata.Gli utenti possono entrare e uscire liberamente dalle conversazioni,prendendovi attivamente parte  o semplicemente ascoltando gli altri utenti.Una caratteristica vincente,ai tempi della pandemia,nella quale avevamo tanta voglia di parlare e ascoltare qualcuno.Forse,chissà,sorridendone al pensiero,se il grande filosofo ateniese,Platone,fosse vissuto ai giorni nostri,avrebbe sicuramente scelto Clubhouse come social preferito e non Facebook o Twitter.Secondo il filosofo britannico Whitehead,l’intera storia della filosofia occidentale non è che un lungo commento a Platone,volendo con ciò significare che Platone è il padre della Filosofia di tutti i tempi.Di questo era consapevole e convinto anche uno dei più grandi pittori italiani,Raffaello Sanzio,quando dipinse uno dei propri massimi capolavori,l' "Accademia di Atene",l'affresco nelle "Stanze della Segnatura" ai Musei Vaticani.Per Whitehead dal pensiero di Platone non si è mai potuti prescindere,fosse per contestarlo o condividerlo.Di Platone restano moltissime  opere,ma questo solo grazie ai suoi discepoli che riportarono per iscritto il suo pensiero.Ma per il Maestro,la ricerca della verità,fine ultimo della Filosofia,è "dialettica",cioè in continuo movimento,e quindi refrattaria a lasciarsi esaurire in uno scritto.Lo scritto,per Platone,non educa il Pensiero.Lo scritto uccide nel pensiero l’attività viva del pensare,è una specie di aiuto che giunge all’anima dall’esterno e la disabitua allo sforzo interiore.E' una civiltà orale quella di Platone.Nascere in una cultura orale significa cibarsi di ascolto.
La trasmissione della cultura in Grecia restò orale sino alla fine dell’epoca classica(V secolo a.C.)quella della grande stagione del teatro, dell’oratoria e della filosofia,momento in cui cominciarono a esserci testi scritti.Ma Platone,da buon insegnante,amava comunque il dialogo diretto e vivo.Una parola scritta è per Platone muta,incapace di difendersi e di rispondere senza che noi possiamo più interrogarla.È pur vero,però,che spesso è la parola scritta a interrogare noi.Siamo una generazione difficile da definire.Ci serviamo quotidianamente della scrittura attraverso mail e post di social,ma nel lessico quotidiano(e familiare come il titolo del libro Premio Strega di Natalia Ginzburg)nella qualità della forma ci comportiamo come se usassimo una comunicazione orale:le conversazioni sulle chat dei gruppi di whatsapp o sui post di Facebook sono lì a testimoniarlo.Ma non dovremmo mai dimenticare che il verbo latino "scribere",significa incidere,come anticamente si faceva con lo stilo sulle tavolette di cera per lasciare i segni delle lettere dell’alfabeto.La parola scritta è lì con il suo enorme potere graffiante.Essa può farci sognare,innamorare,sorridere e consolare ma anche offendere e ferire.Perciò,quando come in questo nostro tempo scriviamo così tanto su Facebook e Twitter,bisognerebbe farlo con la cura di chi sa di lasciare segni e sentimenti.Belli ma anche feroci.Così,riflettendo sul valore della scrittura,c'è da dire che Clubhouse, il nuovo social network solo audio che permette di discutere a voce dei propri argomenti preferiti,e non con fredde e distanti chat,provoca sensazioni nuove e diverse dagli altri "social".Anche perchè è una nuova applicazione alla quale ci si può iscrivere solo dopo aver ricevuto un invito da altre persone che già la utilizzano,e già questo rappresenta un comune sentire su qualche argomento specifico(cultura,politica,sport).Non so quale sarà il futuro di Clubhouse,ma questo nuovo social è già il segno che è arrivato il tempo di tornare ad ascoltare.Gli altri,ma anche noi stessi.Ed anche questa è una cosa sulla quale questa pandemia ci porta a rivedere i nostri modelli e tempi di vita. 


19 novembre 2020

DIVIETO DI CULTURA





Con la seconda ondata del virus è ricominciata l'alluvione dei Dpcm.Nuove regole,altri divieti e obblighi.Obbligo,per esempio,di chiudere i servizi non essenziali.E "non essenziali",per il premier Conte,sono i luoghi della cultura:musei,teatri,biblioteche.Tutto chiuso,a tempo indeterminato.Questi luoghi,per questo governo rozzo ed incapace,sono considerati solo come un "numero",per il numero,cioè, di visitatori,potenziali contagiatori per eventuali assembramenti:un numero,niente più,come se questo fosse l'unico criterio da seguire per evitare contatti e contagi.Oltretutto non si capisce come mai cinque persone in una stanza di museo rischino il contagio più di cinque persone in un negozio di alimentari di identica superficie.E così bisogna accontentarsi di visite "virtuali",almeno per quanto riguarda i musei.La chiusura di teatri,biblioteche e musei conferma così quale sia il "sentimento" di questo governo nei confronti della cultura:essenziale è(con tutto il rispetto)il negozio di giocattoli per bambini,non i musei,i teatri e le biblioteche.Invece il teatro e i musei e le biblioteche sono altro e di più,ed anzi dobbiamo prepararci a un diverso modo di fare cultura,di avere bellezza,di coltivare memoria,di mantenere sensibilità di cui c'è sempre bisogno.Ed è in questo nuovo,inaspettato tempo che tale bisogno si fa sentire ancora più necessario.La memoria culturale ci ricorda quel che eravamo e ci proietta verso il futuro.Ci dona ricchezza interiore,alimenta speranza.E ci cura l'anima.Diceva il pittore Lucien Freud,nipote del padre della Psicoanalisi,Sigmund:"Vado alla National Gallery come si va dal medico".Nell’art. 9 della Costituzione c'è scritto che:"La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione".E' qui il senso di tutto.È nel nostro patrimonio artistico,nella nostra cultura che risiede il cuore della nostra identità nazionale.Anzi.Mi piace immaginare la cultura italiana come un'immensa agorà senza Tempo nella quale,ad esempio,Seneca passeggia con Leopardi riflettendo sull'ineluttabilità del dolore;più in là Dante e Manzoni discutono del senso religioso della vita,mentre Pasolini e Caravaggio si raccontano le loro vite travagliate;e poi ancora Verdi e Vivaldi e Mascagni e Paganini e Donizetti e Puccini,si dicono di quanto avesse ragione Platone nel dire che:"La musica fa bene al cuore".E Croce e Gentile ragionano di Platone e Aristotele,guardando la "Scuola di Atene" di Raffaello.E poi ancora Leonardo e Michelangelo,discutono della Creazione dell'Umanità,come loro l'hanno concepita nel "Vitruviano" e nell' "indice" della Cappella Sistina.E poi Pirandello,Montale e Ungaretti che si chiedono quale sia il significato esistenziale dell'Uomo.Ecco,questa Italia è dentro ciascuno di noi,espressa nella cultura umanistica,dall’arte figurativa,dalla musica,dall’architettura,dalla poesia e dalla letteratura di un unico popolo.Non a caso quell'articolo 9 si trova nella sezione "Principi fondamentali" della Costituzione."Principi fondamentali",altro che servizi non essenziali.E allora fatelo quest'altro Dpcm:che tutti i musei e i teatri e le biblioteche siano aperti.Sarebbe un segnale di vita e di speranza.L’affermazione che arte e cultura sono necessarie,anche e soprattutto in un momento come questo.Sarebbe la consapevolezza che la ripartenza richiede memoria della nostra cultura,storia e bellezza.Che il museo,il teatro,le biblioteche sono macchine del pensiero,il simbolo di una società che non si limita a sopravvivere a se stessa.Un modo per prepararci al mondo nuovo che verrà.La pandemia ci obbliga alla consapevolezza della nostra fragilità.Ma anche alla consapevolezza della nostra forza che è la nostra immensa cultura.




27 settembre 2020

USCIRE DALLA "CAPANNA"



Ed ora,che con l'aumento dei contagi si ritorna a parlare di nuovi lockdown,ti cadono addosso nuove angosce,legate al ricordo delle angosce già vissute,quel "male di vivere" dell'altra chiusura di spazi,di tempo e di vita.In quel tempo,prima del primo lockdown,si era ancora inconsapevoli di quello che stava per succedere.In quei giorni s'era tutti sui balconi e alle finestre e si cantava "Azzurro" di Celentano o "Nel cielo dipinto di blu" di Modugno e l'Inno di Mameli.Fuori i balconi e le finestre mettevamo striscioni con disegni di cieli azzurri e arcobaleni colorati con la scritta "andrà tutto bene".Ma presto capimmo che questa volta era diverso,che non stava andando tutto bene,che non c'era niente da cantare,e che quella "cosa" era una cosa maledettamente seria.Lo capimmo quando,a "quella" solita ora,alle 18,nelle conferenze stampa quotidiane della Protezione Civile conoscevamo quegli incredibili,tragici,numeri.E lo capimmo quando tv e giornali ci raccontavano dei reparti ospedalieri  e delle terapie intensive strapiene di malati.E ancor di più lo capimmo quando vnimmo a sapere delle tante morti solitarie,della gente morta sola nelle corsie d'ospedale,senza nessuno accanto e poi sepolta senza nemmeno un funerale,senza poter essere accompagnata  nemmeno da un familiare al camposanto.All'inizio fu in Lombardia e fu in Veneto,ma poi l'angoscia e la paura crebbero in tutta Italia.E ci furono le "zone rosse" e ci fu il "lockdown" nazionale.Tutti in casa per 3 mesi.Fabbriche e Chiese e università e scuole e cinema e stadi e negozi e alberghi chiusi e le città sprofondate in un cupo,drammatico,irreale silenzio.Mamme e papà e ragazzi a casa,seduti davanti al computer,collegati all'ufficio o alla scuola in modalità "smart working" o in "D.A.D.",orribile acronimo che sta per didattica a distanza.Venne poi maggio e i portoni delle Chiese cominciarono a riaprirsi e le saracinesche di bar e ristoranti faticosamente si rialzarono e la gente tornava ad uscire di casa,con quel nuovo modo di vita,con mascherina e "distanziamento".Nei talk show televisivi si diceva che poi quella vita "costretta" che avevamo vissuto poteva diventare una OPPORTUNITA' per cambiare.Ma davvero è andata così?Davvero potranno essere,a dir così,diversamente "positive"?Da alcuni studi si è rilevato che oggi  la risposta a chi,per esempio, ci chiedesse:"Hai voglia di uscire stasera?"sarebbe,quasi sicuramente:"no,scusami,non mi va,magari domani".Risposte come questa,in questo tempo di post lockdown, sembrano far emergere interni dilemmi psicologici,angosce e incertezze esistenziali.Molti studiosi descrivono questi stati psicologici come la “sindrome della capanna” ,cioè la paura di uscire di casa,il timore di non esser pronti ad affrontare la nuova realtà,di non sentirsi al sicuro e non solo per la presenza del virus.L'aver trascorso tante settimane in isolamento ha forse abituato la nostra mente ad un senso di protezione che solo le mura di casa ci sanno dare.Adesso,affacciandoci alle finestre della nostra vita,e guardando fuori la vita di adesso,ci accorgiamo che c'è tutto un mucchio di cose là fuori,che non hanno le stesse forme di "prima".Certo,per i giovani è diverso:loro hanno fame di futuro e vanno a cercar vita nella "movida" e nelle discoteche.Ma in genere c'è poca voglia di andare in giro,anche solo a guardar vetrine,e se cinema e teatri fossero pure aperti,forse faremmo come Catone l'Uticense,che "andava a teatro per subito andarsene".Non abbiamo ancora elaborato e metabolizzato quello che è accaduto,che ancora sta accadendo.Quella questione di metri e mascherine,è un qualcosa che lascerà per sempre un segno.Ripensando ad alcuni momenti del lockdown,continuiamo ad avvertire un disagio intimo e profondo.Camminare adesso per le strade o le piazze,pensi a come erano quei posti nel "lockdown":deserte e silenziose,come in un quadro di De Chirico("Mistero e malinconia di una strada" è proprio il titolo di uno dei suoi più famosi dipinti).Ricordare mentalmente quel senso di isolamento,di disorientamento,di emergenza,fisica ed esistenziale,che abbiamo vissuto,che ci fa riflettere sul significato del tempo,di un drammatico passato,di un incerto presente.Ci sale da dentro la voglia magari,chissà,di andare via,in un qualunque altro "altrove",alla ricerca della normalità perduta.Come se poi altrove,in qualsiasi altra parte del mondo una normalità ci sia o ci sia stata.E poi c'è il disagio e l'insicurezza di stare in mezzo alla gente.La diffidenza e il sospetto verso l'altro:per il tizio senza mascherina;per la signora che sta a meno di un metro da me;perfino per l'amico che quasi respingiamo in queste nuove lontananze.Poi ci sono "loro",ci sono i bambini."Loro",hanno visto stravolta la loro piccola quotidianità.Nelle loro piccole esistenze ha fatto irruzione la paura:la paura per quel virus che si portava via i nonni.Ma anche la paura di non poter vedere i loro insegnanti e i loro compagni di scuola.Ai bambini,però,non è stato tolto "solo" un pezzo di Tempo.A loro sono stati tolti pezzi di vita:una passeggiata,l'abbraccio dei compagni,le giostre nei giardini pubblici,l'aria e il sole delle domeniche di prima primavera,la possibilità di stare in classe con i loro compagni,imparando a collaborare,a fidarsi degli altri,a sviluppare empatia.L'interruzione della scuola ha significato anche interruzione del processo di integrazione dei bambini di diversa nazionalità e di diversa abilità,arrecando così danni incalcolabili al futuro di queste generazioni e al futuro di questo Paese,già così povero di nuove nascite.Ecco.La memoria di quel tempo e di quei giorni e la paura del ritorno di quella specie di vita,fa crescere dentro ognuno di noi nuove angosce ed oppressione.Proprio adesso,proprio ora,che stavamo cercando di "uscire dalla capanna".

24 agosto 2020

TRA LE MURA DELL'ORRORE

Sono passati 40 dalla morte di Franco Basaglia,avvenuta nell'agosto 1980.Franco Basaglia,celebre psichiatra e neurologo veneziano,è considerato il fondatore della moderna concezione della salute mentale.Di sicuro la disciplina psichiatrica in Italia subì con lui profondi rivoluzionamenti,tali da essere ancora influenzata dai suoi studi.Ancora oggi in tanti leggono i suoi libri e i suoi studi,basati sulle sue quotidiane esperienze professionali.Perchè era l'esperienza e la cura quotidiana dei malati,più che gli studi e le teorie astratte che interessavano Basaglia.Così,infatti,egli diceva:"Direi che tutto l’apprendimento reale avviene fuori dall’università".E in tanti lo conobbero,tanti lo hanno amato ma anche odiato,anche tra i suoi stessi colleghi,come ad esempio Mario Tobino,psichiatra e scrittore(vinse il Premio Campiello 1972 con il libro "Per le antiche scale").Scrisse infatti Tobino:"Si viene a sapere che diversi malati,dimessi dai manicomi,spinti fuori nel mondo,nella società,per guarire,come proclamano i novatori,per inserirsi sono già in galera,arrestati per atti che hanno commesso.Nessuno più li proteggeva,li consigliava,gli impediva.Nessuno li manteneva con amorevolezza e fermezza,li conduceva per mano lungo la loro possibile strada.Ed ora precipitano,si apre per loro il manicomio criminale.La follia non c’è,non esiste,deriva dalla società.Evviva".Ma,al di là di queste roventi parole di Tobino, Basaglia comunque sarà ricordato come colui che ha ribaltato un mondo",come fu detto all'indomani dell'approvazione della Legge 180 del 1978,più nota come "Legge Basaglia".Ma ribaltato come?Qui non si vuole entrare nella specificità degli studi psichiatrici o degli altri ambiti scientifici sotto i quali la Mente umana è studiata.Forse,però,il più utile elemento per cercare di capire chi è stato Basaglia è quello di ricordare cos’erano i manicomi in Italia."Colà stavansi rinchiusi,ed indistintamente ammucchiati,i maniaci,i dementi,i furiosi,i melanconici.Alcuni di loro sopra poca paglia e sudicia distesi,i più sulla nuda terra.Molti eran del tutto ignudi,varj coperti di cenci,altri in ischifosi stracci avvolti;e tutti a modo di bestie catenati,e di fastidiosi insetti ricolmi,e fame,e sete,e freddo,e caldo,e scherni,e strazj,e battiture pativano".Può sembrare lo stralcio di un libro di Basaglia,ed invece sono parole dello psichiatra palermitano Pietro Pisani,che già nel 1824 approcciò il problema della malattia mentale in maniera innovativa,con l'introduzione di metodi più umani nella cura della follia,con l'abolizione di catene e bastoni e l'utilizzazione terapeutica di divertimenti e svaghi.(per inciso parlarono di Pisani sia Alessandro Dumas ne "Il Conte di Montecristo" che Leonardo Sciascia).

Si poteva pensare che un secolo e mezzo dopo Pietro Pisani tutto era radicalmente cambiato.Ed invece,nel 1971,una Commissione d’inchiesta sulle strutture psichiatriche del nostro Paese così relazionava:"Ci sono bambini legati con i piedi ai termosifoni o ai tubi dell’acqua,scalzi,seminudi,sdraiati per terra come bestioline incapaci di difendersi,sporchi di feci,dovunque un lezzo insopportabile".E ancora qualche anno dopo,il giornalista Felice Cavallaro,dopo una sua inchiesta, così scriveva sul Corriere della Sera:"Dormono con la schiena che sfiora il pavimento.Sprofondano giù perché le reti sono bucate al centro,corrose dalla pipì che con gli anni ha sciolto la maglia metallica.Di lenzuola nemmeno a parlarne.Puzzano anche le coperte.Tutto emana il fetore della morte in queste camerate dove quattrocento persone aspettano la fine come fossero animali".Era il 1987.La Legge Basaglia era stata approvata nel 1978 e prevedeva la chiusura di quelle bolge infernali.Sulla carta.Ma nella concreta attuazione della legge,di rinvio in rinvio,quelle infamie continuavano a sussistere.Eppure questo silenzio assordante,sul quale solo Pisani era intervenuto più di 150 anni prima,era stato lacerato già quasi da un decennio,appunto da Franco Basaglia.Nato a Venezia nel 1924,sposò Franca Ongaro,che sarà poi la compagna di mille battaglie.Basaglia cominciò a lavorare nel manicomio di Gorizia:"C’erano 500 internati-egli poi scrisse-ma nessuna persona".Ovunque "un odore simbolico di merda".Fu così che cominciò a maturare l'intenzione ferma di distruggere quella istituzione disumana che erano i manicomi.Fu una guerra totale:"Nei congressi si dice sempre che bisogna cambiare,ma nessun professore universitario si è sporcato una mano all’interno dei manicomi".Perciò Basaglia si rendeva insopportabile agli occhi di chi si sentiva toccato da quei giudizi.Ma lui non se ne curava.Continuava a picchiare duro,come del resto nei manicomi venivano picchiati i "suoi" malati.Fino a che non arrivò la celebre intervista del 1968 nel programma tv:"I giardini di Abele"di Sergio Zavoli :"Le interessa più il malato o la malattia?"chiedeva Zavoli a Basaglia."Decisamente il malato".Sembra una domanda banale,neppure da fare,con una risposta perfino scontata.Oggi.Ma nel 1968 solo quel chiedere e quella breve,fulminea risposta,furono una piccola,grande rivoluzione.Si metteva in discussione una consolidata prassi,una mentalità che nessuno mai,fino ad allora,aveva osato contestare.Basaglia riuscì così,in pochi anni febbrili,a spingere il Parlamento italiano a votare il 13 maggio 1978(cinque giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro)la "sua" legge,la 180.Ma presto i dubbi su quella legge cominciarono a inquietare perfino molti che l’avevano sostenuta.Come il poeta e deputato comunista Antonello Trombadori,che,pur avendola votata,definendola "sacrosanta",qualche anno più tardi si chiese,retoricamente,quali reali risposte aveva dato la "180" al proprio dramma familiare che lui viveva per la figlia,affetta da malattia mentale.Dall'altra parte,c'erano,invece,i "khomeinisti" della "180",quelli che,estremizzando le posizioni di Basaglia,affermavano l'intangibilità di quella legge.Ma nel momento chiave in cui la riforma avrebbe dovuto esser messa in pratica,il "Dottore dei matti"(questo il titolo di un libro su Basaglia)non c’era più.Morì,appunto,nell'agosto 1980.Cosa avrebbe detto su tutte le polemiche che la legge aveva aperto?Cosa avrebbe fatto difronte al dramma di Trombadori?Ovviamente le risposte non ci sono.Ma ad altre domande non è stata data ancora oggi alcuna risposta.La chiusura dei manicomi non fu affatto immediata.Di rinvio in rinvio arrivò solo 20 anni dopo.C’era tutto il tempo per fare le cose.Ma in tutto questo tempo dov'era lo Stato?E le Regioni?E le Aziende Sanitarie,tutti soggetti coinvolti nell'applicazione della "180"?Ma un'altra terribile,angosciante domanda dovrebbe porsi chi ha lasciato che,prima e dopo Franco Basaglia,esistessero gli orrori dei Manicomi.Quante vite sono state soppresse negli anni in quei luoghi di tortura?E non solo fisicamente.Quante sensibilità e capacità umane e artistiche e culturali di uomini e donne sono state soffocate sotto gli elettroshock,con le lobotomie,dentro i letti di contenzione?Quanti altri uomini e donne sono stati offesi nella loro dignità o soppressi tra quelle mura o fatti "vivere" in condizioni di orrore?Quanti altri poeti come Dino Campana e Alda Merini,o pittori come Antonio Ligabue,che pure furono ricoverati in quelle strutture,avrebbero potuto portar fuori da quelle mura i loro talenti,le loro capacità,le loro emozioni e sensazioni che avrebbero fatto viver meglio i cuori e le menti di tutti noi,così come Merini,Campana e Ligabue son stati capaci di fare con i loro scritti e la loro pittura?Nessuna Commissione d'inchiesta potrà mai accertarlo.Ma la risposta alla domanda non può  essere che "quella".Ed è una risposta terribile,appunto.