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30 settembre 2025

50 ANNI DA QUEL "VOLO"





50 anni fa usciva nelle sale cinematografiche il film "Qualcuno volò sul nido del cuculo", (One Flew Over the Cuckoo’s Nest)una pellicola che ebbe uno straordinario successo presso il pubblico e nella critica,tanto da vincere i 5 Premi Oscar più importanti(miglior film,miglior regia a Milos Forman, miglior attore a Jack Nicholson ,miglior attrice a Louise Fletcher, miglior sceneggiatura).

Il titolo del film può apparire strano,ma non è nient'altro che la metafora del cuculo,un uccello che depone le proprie uova nei nidi di altri uccelli,volendo così rappresentare la società che "depone" gli individui considerati "pazzi","diversi",devianti o indesiderati all'interno degli ospedali psichiatrici,espellendoli,di fatto dal vivere civile.Il qualcuno che "vola" è il protagonista Randle McMurphy,che sovverte le regole del "nido",cioè il manicomio,portando un senso di libertà all'interno delle sue mura,mettendo in discussione il sistema oppressivo e la falsità della società.

Il regista cecoslovacco Milos Forman trasse il film dall'omonimo romanzo dello scrittore americano Ken Kesey;quest'ultimo era attivo in prima persona nella contestazione e nel rifiuto delle regole imposte da una società,come quella americana,ossessionata dal terrore comunista,volendo rappresentare nella sua opera la nuda e cruda verità della condizione umana.Proprio per questo Kesey si fece assumere come inserviente nel reparto psichiatrico di un ospedale,allo scopo di affrontare un viaggio interiore volto allo smantellamento dei falsi stereotipi indottrinati dalla società.Parlando spesso con i pazienti,si era convinto che questi non fossero "pazzi" ma soggetti rigettati dalla società perché non conformi e idonei ai comportamenti e ai pensieri convenzionali imposti dalle istituzioni.Tre anni dopo l'inizio del suo personalissimo esperimento, Kesey completò la stesura di "One Flew Over the Cuckoo's Nest",dando alla luce un'autentica icona della libertà, quella dell'antieroe Randle McMurphy,uomo scriteriato pervertito condannato per aver violentato una minorenne e che si finge pazzo per evitare il lavoro e la galera.Ma il libro di Kensey divenne un film solo 12 anni più tardi,quando Milos Forman abbandonò nel 1968 la sua Cecoslovacchia invasa  dai carri armati sovietici riparando negli Stati Uniti.Come nel libro di Kesey, Forman disegna il personaggio di McMurphy come un vagabondo eccentrico e dissennato che non riesce a uniformarsi alla massa. Quando però lui che voleva evitare la prigione capisce di essere entrato in un'altra prigione a tutti gli effetti, comincia la disperata lotta contro la tirannia ospedaliera e la crudele infermiera Miss Ratched. Cerca di infondere a quelli che sono suoi amici,prima  ancora che pazienti, lo spirito di ribellione che lo anima per divincolarsi dalla coercizione istituzionale.

Mezzo secolo dopo il film continua ad emozionare, interrogare e ispirare generazioni di spettatori, offrendo spunti di riflessione non solo sulla follia e sulla libertà, ma anche sulle dinamiche del potere che permeano la società.Non è soltanto un’opera cinematografica, ma un inno alla forza dello spirito umano e una denuncia di un sistema che cerca di ridurre le persone a numeri e regole.Il protagonista McMurphy,interpretato magistralmente da Jack Nicholson,diventa simbolo di quella lotta contro le catene invisibili che imprigionano oltre che i corpi anche la mente e lo spirito umano.Oltre a Nicholson è anche un altro il personaggio fondamentale del film:Louise Fletcher(anche lei premio Oscar),nel ruolo della rigida e implacabile infermiera Ratched, interpreta il potere e la forza del sistema nei confronti dell'individuo "diverso".Il film è infatti un’opera di contrasto, tra l’individuo e il sistema, tra la follia liberatoria e la freddezza della razionalità burocratica e la violenza el potere.

Jack Nicholson qualche anno dopo raccontò che l'interpretazione di McMurphy fu un’esperienza che lo aveva coinvolto completamente.Con il suo solito umorismo disse:“McMurphy è stato un personaggio che ho amato profondamente, perché in lui c’era una lotta che tutti noi viviamo, anche se non siamo dentro un ospedale psichiatrico. La lotta per la nostra identità, per la nostra libertà, per la nostra capacità di essere noi stessi. È un film che non ha mai smesso di parlarmi.”

Nel raccontare il personaggio, Nicholson ha fatto nascere una figura icononica che ha lasciato il segno nel cuore di ogni spettatore. La sua interpretazione impetuosa rende McMurphy immortale.Ancora oggi la sua risata ironica e isterica ma contagiosa, le sue espressioni sfrontate, la sua lotta senza tregua contro le ingiustizie, rimangono un simbolo di ciò che significa resistere alle ingiustizie e alla violenza del potere.

Il film mette in luce la razionalità burocratica del manicomio e il contrasto tra l’individuo e il sistema.Perchè dietro questa lotta tra libertà e autorità,c'è un tema ancora più profondo,vale a dire la natura del potere,la capacità di quest'ultimo di normalizzare e sopprimere ogni forma di individualità.L’infermiera Mildred Ratched(Louise Fletcher)è il volto del potere che esercita il suo controllo attraverso la razionalizzazione delle regole e la paura:lei esercita un'autorità assoluta, incanalando ogni atto secondo il principio di razionalità e di “benessere” dei pazienti,in realtà con spietatezza.Ma l’arrivo di McMurphy, un uomo proveniente dal sistema carcerario che cerca di fuggire alla prigione e si trova in un ambiente ancora più oppressivo, innesca un cambiamento. Presto diventa l’elemento destabilizzante che mina l’equilibrio di potere. Il sistema, incapace di rispondere alla sua sfida se non con l’uso della forza, si trova a dover ricorrere a strumenti repressivi per ristabilire il controllo. Così non solo lui, ma anche gli altri pazienti iniziano a farsi domande sul senso di quella “cura”: sempre più consci delle storture della struttura e degli ingiusti disagi psicologici che devono giornalmente subire, destituiscono poco per volta il potere di sorveglianti e infermieri.McMurphy diventa quindi un simbolo di resistenza contro una macchina che non mira certo alla cura,ma al mantenimento di un ordine funzionale alla società esterna.

In una sua opera “Sorvegliare e punire” il filosofo francese Michel Foucault,analizza l'organizzazione e il funzionamento delle istituzioni moderne,incluse le carceri e gli ospedali psichiatrici,con l'utilizzo di tecniche di sorveglianza e disciplina per normalizzare e controllare i soggetti.Foucault distingue tra forme di potere più visibili e coercitive (come la punizione fisica) e forme di potere più sottili, invisibili e diffuse, che operano tramite la sorveglianza, l’organizzazione del tempo e dello spazio, e la creazione di norme di comportamento.

L’epilogo del film, tragico e inevitabile, segna la vittoria della struttura istituzionale che risponde alla ribellione con violenza, pur restituendo un messaggio di speranza.La figura di McMurphy, che nel suo ultimo atto di ribellione trova una via di fuga, richiama la filastrocca che ispira il titolo del film:Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest.”(Uno stormo di tre oche, una volò a Est, una volò a Ovest, una volò sul nido del cuculo.Proprio come nella filastrocca, uno dei protagonisti trova una via di emancipazione, lasciando al pubblico una riflessione profonda sulla natura del potere e sulle possibilità di liberazione da esso.

Con il passare del tempo, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” ancora oggi viene visto come un film che ha aperto nuove prospettive nel modo di trattare la salute mentale nel cinema,anche se esso mette in evidenza più le dinamiche di potere e la resistenza a un sistema opprimente che una rappresentazione delle malattie mentali.Ma in quegli anni cominciò ad essere rivisto il "modello" stesso di trattamento dei malati psichiatrici.E il nostro fu uno dei primi Paesi al mondo a proporre un diverso approccio alla psichiatria:nel 1978,infatti,tre anni dopo l'uscita del film,in Italia entrava in vigore la legge Basaglia che impostava il trattamento della salute mentale in modi completamente nuovi e quasi rivoluzionari.

Qualcuno volò sul nido del cuculo” è perciò uno di quei film che non si può dimenticare, che lascia una traccia indelebile nell’animo di chi lo guarda. È un film che ci insegna che la vera libertà non risiede nel corpo, ma nello spirito. Che ci dice che a volte, la follia è solo una reazione contro un mondo che sembra privo di senso.E che l’amore,la comprensione e il rispetto reciproco sono le chiavi per vivere davvero.50 anni dopo il film continua a essere una guida per tutti coloro che si trovano ad affrontare le sfide della vita. Come McMurphy, ognuno di noi, alla fine, può trovare il proprio volo verso la libertà.

13 marzo 2024

LO "SCANDALOSO" BASAGLIA

 







L’11 marzo 2024 è stato il giorno centenario della nascita di Franco Basaglia,lo psichiatra al cui nome è legato il superamento definitivo dei manicomi in Italia con la legge 180/78 che da lui prese il nome.Franco Basaglia è considerato il fondatore del concetto moderno di salute mentale e ancora oggi le sue teorie hanno un forte peso in ambito psichiatrico. Restituì dignità alla malattia mentale, non considerando il paziente come un oggetto da aggiustare,ma come Persona(con la maiuscola)da accogliere,ascoltare,comprendere e aiutare,non da recludere o da nascondere,come qualcosa di cui vergognarsi.Perchè,diceva Basaglia,"a ben guardare,nessuno di noi,visto da vicino risulta poi essere normale".

Basaglia nacque 100 anni fa a Venezia,e quando è morto,presto,troppo presto,nel 1980,quella legge era appena nata e non ancora in funzione e i manicomi c'erano ancora ed erano identici a prima e solo molto lentamente si avviò il percorso che li avrebbe portati all’abolizione.Un percorso lungo,lunghissimo,quello della applicazione della Basaglia, che secondo alcuni ancora oggi viene continuamente tradita dalle istituzioni a causa della incompleta applicazione,della progressiva erosione del Sistema Sanitario Nazionale con la cronica mancanza di fondi che investe la sanità pubblica in generale e i malati psichiatrici in particolare.Eppure quella legge aveva uno scopo alto e nobile:(ri)dare dignità all'essere umano che nelle strutture manicominiali veniva completamente soppressa e offesa.Il manicomio era un enorme "letamaio" con quelle tecniche di costrizione che erano allora piena normalità:camicie di forza e letti di contenzione,terapie a base di elettroshock e insulina,ambienti malsani,sudiciume,denutrizione dei malati trattati come reietti e scarti di vita.
Era allora fondamentale raccontare quell’orrore del manicomio e per questo Basaglia invitò giornalisti, fotografi, artisti e registi negli ospedali che diresse per far accendere le luci sulle mostruosità di quel mondo.Tra le altre resta ancora oggi famoso il reportage mandato in onda dalla Rai,dal titolo "I giardini di Abele" in cui Sergio Zavoli mostrò per la prima volta l'interno del manicomio di Gorizia a migliaia di italiani,intervistando gli internati nel parco dell'ospedale.L'impatto fu enorme.

Si può dire che Franco Basaglia fu una figura scandalosa,nel senso pasoliniano del termine.Lo scandalo fu nel fatto che la denuncia dei manicomi suscitò un senso di colpa negli italiani,perchè quei pregiudizi e quella richiesta securitaria richiesta dai "sani" nei confronti dei "matti",aveva comportato una violenza segregante,tanto da far paragonare i manicomi ai Lager dell’epoca nazista.

"Scandaloso",ma anche di una ampiezza di vedute civile e umana unica,capace di sovvertire le più inveterate regole e convinzioni di quella società italiana divenuta così sclerotizzata.La sua idea non era,come falsamente gli veniva attribuito,quella di negare l'esistenza della follia:egli sosteneva,invece,che quella malattia era in realtà il frutto di una società ingiusta, repressiva, disumana,e che anche la malattia è conseguenza dell’ingiustizia sociale e delle disuguaglianze.Perchè,oggi come ieri,la malattia psichica,ancor più di altre malattie, è un disagio classista, e solo le famiglie più abbienti e culturalmente meglio attrezzate possono avere cure migliori in strutture adeguate, mentre in mancanza di un Servizio sanitario pubblico, le persone più fragili,come i poveri,gli emarginati,i socialmente fragili,i migranti, finiscono spesso in strada, in condizioni di abbandono.

Per Basaglia il malato non è la sua malattia. È un individuo, con il suo carico di sofferenza e anche con il suo male, ma non è solo quello ed era dell'individuo che egli voleva interessarsi.Nel reportage di Zavoli ad una specifica domanda del giornalista,Basaglia rispose che a lui interessava la persona, più che la malattia.E forse per lui il riconoscimento più bello fu quella poesia che Alda Merini,che aveva conosciuto la sofferenza dei manicomi,gli dedicò,quasi come un ringraziamento:

 

Franco Basaglia fu infatti proprio questo per le persone che vissero negli ospedali psichiatrici: l’eterno soccorritore, colui che seppe dare un nuovo nome a ciò che allora era definito “malattia”.Lo sguardo dello psichiatra che sa osservare in modo nuovo i pazienti e sa riconoscere e dare un senso a ciò che fino ad allora era stato considerato assurdo e malato.Con le sue idee e il suo lavoro quotidiano Basaglia ha modificato la storia della psichiatria,riuscendo a cancellare l'equivalenza delle parole malato e reo,degente e recluso.

Eppure la riforma Basaglia fu contestata fin dall’inizio anche nel mondo della psichiatria.Uno dei più critici fu Mario Tobino,psichiatra oltre che scrittore(vinse anche il Premio Campiello nel 1972)che dedicò anch'egli tutta la vita alla cura dei malati,raccontando la sua esperienza professionale in due libri bellissimi,"Le donne libere di Magliano" e "Per le antiche scale"



Tobino paventava quello che poi effettivamente spesso accade ancora oggi, ovvero che il malato psichiatrico grave venisse abbandonato a se stesso e che il dolore e la fatica di gestirlo ricadesse solo sulle famiglie, che non hanno strumenti, risorse economiche e cultura medica per affrontare questa malattia.

Ma non si può dire che quello di Basaglia sia stato solo un sogno.Fino ad allora la psichiatria dava esclusiva attenzione alla malattia, e non alla soggettività, alla interiorità,al vissuto, ai sentimenti del  singolo individuo.Con Basaglia la sofferenza psichica viene vista come l'esperienza umana di un individuo,straziato dall’angoscia e dal dolore, dalla solitudine e dall’isolamento,che non ha tanto bisogno di psicofarmaci, ma soprattutto,di ascolto e di dialogo,di accoglienza e di gentilezza.

In Basaglia non è stata prevalente l'attenzione alla malattia,ma la rivalutazione del senso della sofferenza, che è parte della condizione umana.Ed è proprio perciò che questi sono valori che non valgono solo nella cura della follia,ma che dovremmo saper riconoscere nella nostre vite,non solo in quelle segnate dalla sofferenza psichiatrica.

E' questa,alla fine,l'eredità che lascia Basaglia:un invito alla solidarietà e alla comunione di ideali, che siano di aiuto alla sofferenza di tante persone che non vanno viste con indifferenza, o,come spesso accade,con paura e diffidenza. Sono sorelle e fratelli che soffrono della loro condizione dolorosa di vita, ma anche della solitudine, in cui sono ancora oggi immerse. Se le incontriamo nella vita,dobbiamo esser loro di aiuto.Perchè forse basterebbe offrire a tutto quel popolo sofferente,quei sentimenti che Basaglia ha dato loro e che quella gente non aveva mai conosciuto: libertà e dignità, gentilezza e mitezza, tenerezza e ascolto, dialogo e umanità.Sarebbe utile a "loro",farebbe così tanto bene a noi.

02 gennaio 2024

LE VOCI CHE NON ASCOLTIAMO






Nel precedente post pensavo a come ha vissuto la notte di  Natale e quella di Capodanno tutta  quella gente,il popolo degli invisibili,dei clochard,quel popolo che vive ai margini e all'ultimo gradino della scala sociale del nostro mondo "perbene" e "civile",di questa società antropofaga di umanità.

Ma non ci sono solo loro.All'inizio di quest'anno 2024 vengono alla mente le parole di una canzone scritta giusto 30 anni fa,nel 1994,da Renato Zero:"Nei giardini che nessuno sa".30 anni e ancora oggi  valgono le parole del cantante romano.Hanno lo stesso valore perchè nulla mai cambia in questa mummificata realtà sociale e politica italiana.

E' una canzone struggente quella di Renato Zero,che commuove e colpisce nel profondo.E' bella nella sua drammaticità.Vera e propria poesia. “Nei giardini che nessuno sa” è dedicata a tutte quelle persone sole e fragili, anziane o con disabilità,affette da patologie psichiatriche e anziani con un immenso bisogno d’affetto.Il finale della canzone,poi,sembra essere un richiamo e un'accusa a tutta la società e a ognuno di noi.L'artista infatti si rivolge a tutti coloro che, senza nessun sentimento, ignorano questi esseri umani sofferenti, fingendo di non percepire il loro disagio,la loro solitudine e la malinconia che li accompagna, portandogli via gli ultimi sogni di speranza.

Renato Zero nel brano descrive le sensazioni emotive ed il gelo esistenziale degli individui più deboli e fragili e la mancanza di affetti,in un vissuto senza alcuna felicità,mentre la vita inesorabilmente scivola via,e non resta nemmeno più la forza di piangere:

Senti quella pelle ruvida,un gran freddo dentro l’anima, fa fatica anche una lacrima a scendere giù.Troppe attese dietro l’angolo,gioie che non ti appartengono,questo tempo inconciliabile gioca contro di te”.

Quelle persone rimangono così, tristemente sole in attesa di un qualcosa che non avverrà,in attesa di persone e affetti che invece non verranno mai,sentendo dentro l’anima le uniche cose che gli sono sempre accanto:solitudine e depressione:

Ecco come si finisce poi, inchiodati a una finestra noi, spettatori malinconici di felicità impossibili; tanti viaggi rimandati e già, valigie vuote da un’eternità, quel dolore che non sai cos’è, solo lui non ti abbandonerà, mai”.

Forse la cifra più alta di tutto il brano di Renato Zero è data nell'accento posto su quella indifferenza che gli uomini hanno verso quelle persone che nella vita sono state sfortunate e cioè i disabili, chi è costretto a lottare con una grave malattia, chi combatte con la depressione, chi non è in grado di vivere autonomamente,chi soffre di disturbi mentali o chi è nella fase conclusiva della sua vita e si trova solo a lottare con le difficoltà della vecchiaia.

Renato Zero, nel brano, si rivolge a tutti noi,alle persone,per così dire,"normali"(ma che significa poi "normali"?).Perchè se quelli della canzone sono soggetti "diversi" e disabili,noi tutti siamo "inabili" perchè non riusciamo a lenire o evitiamo volutamente di interessarci delle sofferenze di queste vite. 

Commuove la canzone di Renato Zero.Ma è anche un pugno nello stomaco.Siamo tutti presi nel nostro squallido egoismo e nel nostro arrivismo capace di passare su ogni cosa fingendo di non sapere che nel mondo esistono anche queste realtà sfortunate che cercano una mano amica per non smettere di credere in un futuro o per finire con dignità i propri giorni.

"I giardini che nessuno sa" è la voce che Zero dà ai silenzi strazianti di quel popolo di fragili,la metafora dei luoghi della sofferenza come ospedali, ospizi o centri di igiene mentale dei quali ultimi forse solo Franco Basaglia s'era interessato.
E' un brano eccezionale da ascoltare e riascoltare,ancor di più in questi giorni natalizi,nelle quali,a differenza di quei fragili ed emarginati,siamo stati insieme con i nostri familiari e tanta altra gente,anche se poi magari quei rapporti sono contrassegnati da ipocrisia e falso perbenismo.

24 agosto 2020

TRA LE MURA DELL'ORRORE

Sono passati 40 dalla morte di Franco Basaglia,avvenuta nell'agosto 1980.Franco Basaglia,celebre psichiatra e neurologo veneziano,è considerato il fondatore della moderna concezione della salute mentale.Di sicuro la disciplina psichiatrica in Italia subì con lui profondi rivoluzionamenti,tali da essere ancora influenzata dai suoi studi.Ancora oggi in tanti leggono i suoi libri e i suoi studi,basati sulle sue quotidiane esperienze professionali.Perchè era l'esperienza e la cura quotidiana dei malati,più che gli studi e le teorie astratte che interessavano Basaglia.Così,infatti,egli diceva:"Direi che tutto l’apprendimento reale avviene fuori dall’università".E in tanti lo conobbero,tanti lo hanno amato ma anche odiato,anche tra i suoi stessi colleghi,come ad esempio Mario Tobino,psichiatra e scrittore(vinse il Premio Campiello 1972 con il libro "Per le antiche scale").Scrisse infatti Tobino:"Si viene a sapere che diversi malati,dimessi dai manicomi,spinti fuori nel mondo,nella società,per guarire,come proclamano i novatori,per inserirsi sono già in galera,arrestati per atti che hanno commesso.Nessuno più li proteggeva,li consigliava,gli impediva.Nessuno li manteneva con amorevolezza e fermezza,li conduceva per mano lungo la loro possibile strada.Ed ora precipitano,si apre per loro il manicomio criminale.La follia non c’è,non esiste,deriva dalla società.Evviva".Ma,al di là di queste roventi parole di Tobino, Basaglia comunque sarà ricordato come colui che ha ribaltato un mondo",come fu detto all'indomani dell'approvazione della Legge 180 del 1978,più nota come "Legge Basaglia".Ma ribaltato come?Qui non si vuole entrare nella specificità degli studi psichiatrici o degli altri ambiti scientifici sotto i quali la Mente umana è studiata.Forse,però,il più utile elemento per cercare di capire chi è stato Basaglia è quello di ricordare cos’erano i manicomi in Italia."Colà stavansi rinchiusi,ed indistintamente ammucchiati,i maniaci,i dementi,i furiosi,i melanconici.Alcuni di loro sopra poca paglia e sudicia distesi,i più sulla nuda terra.Molti eran del tutto ignudi,varj coperti di cenci,altri in ischifosi stracci avvolti;e tutti a modo di bestie catenati,e di fastidiosi insetti ricolmi,e fame,e sete,e freddo,e caldo,e scherni,e strazj,e battiture pativano".Può sembrare lo stralcio di un libro di Basaglia,ed invece sono parole dello psichiatra palermitano Pietro Pisani,che già nel 1824 approcciò il problema della malattia mentale in maniera innovativa,con l'introduzione di metodi più umani nella cura della follia,con l'abolizione di catene e bastoni e l'utilizzazione terapeutica di divertimenti e svaghi.(per inciso parlarono di Pisani sia Alessandro Dumas ne "Il Conte di Montecristo" che Leonardo Sciascia).

Si poteva pensare che un secolo e mezzo dopo Pietro Pisani tutto era radicalmente cambiato.Ed invece,nel 1971,una Commissione d’inchiesta sulle strutture psichiatriche del nostro Paese così relazionava:"Ci sono bambini legati con i piedi ai termosifoni o ai tubi dell’acqua,scalzi,seminudi,sdraiati per terra come bestioline incapaci di difendersi,sporchi di feci,dovunque un lezzo insopportabile".E ancora qualche anno dopo,il giornalista Felice Cavallaro,dopo una sua inchiesta, così scriveva sul Corriere della Sera:"Dormono con la schiena che sfiora il pavimento.Sprofondano giù perché le reti sono bucate al centro,corrose dalla pipì che con gli anni ha sciolto la maglia metallica.Di lenzuola nemmeno a parlarne.Puzzano anche le coperte.Tutto emana il fetore della morte in queste camerate dove quattrocento persone aspettano la fine come fossero animali".Era il 1987.La Legge Basaglia era stata approvata nel 1978 e prevedeva la chiusura di quelle bolge infernali.Sulla carta.Ma nella concreta attuazione della legge,di rinvio in rinvio,quelle infamie continuavano a sussistere.Eppure questo silenzio assordante,sul quale solo Pisani era intervenuto più di 150 anni prima,era stato lacerato già quasi da un decennio,appunto da Franco Basaglia.Nato a Venezia nel 1924,sposò Franca Ongaro,che sarà poi la compagna di mille battaglie.Basaglia cominciò a lavorare nel manicomio di Gorizia:"C’erano 500 internati-egli poi scrisse-ma nessuna persona".Ovunque "un odore simbolico di merda".Fu così che cominciò a maturare l'intenzione ferma di distruggere quella istituzione disumana che erano i manicomi.Fu una guerra totale:"Nei congressi si dice sempre che bisogna cambiare,ma nessun professore universitario si è sporcato una mano all’interno dei manicomi".Perciò Basaglia si rendeva insopportabile agli occhi di chi si sentiva toccato da quei giudizi.Ma lui non se ne curava.Continuava a picchiare duro,come del resto nei manicomi venivano picchiati i "suoi" malati.Fino a che non arrivò la celebre intervista del 1968 nel programma tv:"I giardini di Abele"di Sergio Zavoli :"Le interessa più il malato o la malattia?"chiedeva Zavoli a Basaglia."Decisamente il malato".Sembra una domanda banale,neppure da fare,con una risposta perfino scontata.Oggi.Ma nel 1968 solo quel chiedere e quella breve,fulminea risposta,furono una piccola,grande rivoluzione.Si metteva in discussione una consolidata prassi,una mentalità che nessuno mai,fino ad allora,aveva osato contestare.Basaglia riuscì così,in pochi anni febbrili,a spingere il Parlamento italiano a votare il 13 maggio 1978(cinque giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro)la "sua" legge,la 180.Ma presto i dubbi su quella legge cominciarono a inquietare perfino molti che l’avevano sostenuta.Come il poeta e deputato comunista Antonello Trombadori,che,pur avendola votata,definendola "sacrosanta",qualche anno più tardi si chiese,retoricamente,quali reali risposte aveva dato la "180" al proprio dramma familiare che lui viveva per la figlia,affetta da malattia mentale.Dall'altra parte,c'erano,invece,i "khomeinisti" della "180",quelli che,estremizzando le posizioni di Basaglia,affermavano l'intangibilità di quella legge.Ma nel momento chiave in cui la riforma avrebbe dovuto esser messa in pratica,il "Dottore dei matti"(questo il titolo di un libro su Basaglia)non c’era più.Morì,appunto,nell'agosto 1980.Cosa avrebbe detto su tutte le polemiche che la legge aveva aperto?Cosa avrebbe fatto difronte al dramma di Trombadori?Ovviamente le risposte non ci sono.Ma ad altre domande non è stata data ancora oggi alcuna risposta.La chiusura dei manicomi non fu affatto immediata.Di rinvio in rinvio arrivò solo 20 anni dopo.C’era tutto il tempo per fare le cose.Ma in tutto questo tempo dov'era lo Stato?E le Regioni?E le Aziende Sanitarie,tutti soggetti coinvolti nell'applicazione della "180"?Ma un'altra terribile,angosciante domanda dovrebbe porsi chi ha lasciato che,prima e dopo Franco Basaglia,esistessero gli orrori dei Manicomi.Quante vite sono state soppresse negli anni in quei luoghi di tortura?E non solo fisicamente.Quante sensibilità e capacità umane e artistiche e culturali di uomini e donne sono state soffocate sotto gli elettroshock,con le lobotomie,dentro i letti di contenzione?Quanti altri uomini e donne sono stati offesi nella loro dignità o soppressi tra quelle mura o fatti "vivere" in condizioni di orrore?Quanti altri poeti come Dino Campana e Alda Merini,o pittori come Antonio Ligabue,che pure furono ricoverati in quelle strutture,avrebbero potuto portar fuori da quelle mura i loro talenti,le loro capacità,le loro emozioni e sensazioni che avrebbero fatto viver meglio i cuori e le menti di tutti noi,così come Merini,Campana e Ligabue son stati capaci di fare con i loro scritti e la loro pittura?Nessuna Commissione d'inchiesta potrà mai accertarlo.Ma la risposta alla domanda non può  essere che "quella".Ed è una risposta terribile,appunto.