il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
sparge spazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
con i suoi occhi calcinanti
va della terra spogliando lo scheletro».
Il poeta non ha neanche bisogno di nominarla,l’estate:per antonomasia,è “lei”.Si tratta di un’entità evidente e travolgente, che non scivola dolcemente sul mondo, ma “si butta” addosso al paesaggio, esercitando una violenza che innesca un’immediata metamorfosi: il verde rigoglioso del “bel fogliame” non si limita ad appassire,ma assume un “triste colore di rosa”,segno cromatico di un inaridimento precoce che trasfigura la vita in una parvenza di morte.
Il cuore del componimento è pulsante per una sequenza di predicati verbali che descrivono un’azione meccanica inesorabile:l’estate “strugge forre e beve fiumi”, dissolve i fossati e prosciuga i fiumi fino all’ultima goccia(e ben sappiamo quanto drammatico ed attuale sia oggi il problema della siccità e del prosciugamento dei fiumi,con tutti i problemi di natura geomorfologica del territorio e per la filiera agro-alimentare);“macina scogli”,riducendo la materia solida in polvere minerale;“splende”, producendo uno splendore che non illumina ma, al contrario, “acceca mete“, seminando miraggi e impedendo ogni chiara visione del futuro.
Contemporaneamente,sempre "lei",l'estate che con luglio è arrivata,“sparge spazio”: dilata gli spazi, rendendo la distanza un peso insopportabile e onnipresente.Non c’è alcun ristoro:l’estate ungarettiana è una macchina che sgretola il mondo sensibile.È una “furia che s’ostina” (quante settimane durano, oggi, le ondate di calore?) e non ha pietà (“è l’implacabile”).Finalmente, negli ultimi tre versi,la crudele entità viene identificata:“È l’estate”, l’estate che ritorna, inesorabile, “nei secoli”, con i suoi occhi arroventati (anzi “calcinanti”, con un uso preciso del verbo “calcinare” che significa “cuocere ad alte temperature le pietre calcaree per ricavarne la calce”).È lei che riduce la terra a “scheletro”,scarnificandola,prosciugandola,estirpandone ogni traccia vitale.Gli “occhi” dell’estate sono come fornaci industriali: e il sole non si limita a illuminare,ma “cuoce” letteralmente la terra,scarnificandola e privandola di ogni umore vitale.È uno scenario cupo,devastante,apocalittico,quasi postnucleare, perfettamente reso da un lessico fortemente espressivo.
I critici hanno scorto in questi versi un qualche cosa del movimento letterario barocco,con l'uso esasperato della metafora e trovando associazioni inaspettate tra oggetti o concetti lontani,in modo da svelare significati nascosti della realtà,perchè,in un'epoca di grandi scoperte scientifiche,il poeta si concentra sulla caducità della vita, sull'inganno dei sensi e sul senso della morte.E forse effettivamente dal barocco Ungaretti attinge il sentimento del divenire(nella continua metamorfosi del reale),il senso della dissoluzione e della vanità universale, potentemente espresso dal trascolorare delle foglie,dalla luce abbagliante e dal suolo arroventato.L’immagine finale dello “scheletro della terra” non è solo un’iperbole,ma il punto d’approdo della visione ungarettiana:una volta rimossa la maschera del fogliame e l’illusione dell’acqua,resta solo la struttura nuda e minerale del pianeta.
Rileggere “Di luglio” oggi è un atto di consapevolezza climatica. Ungaretti ci priva delle illusioni consolatorie legate alla “bella stagione” per mostrarci il volto feroce di una natura che,se portata all’estremo,diventa ostile all’uomo.Forse,abitare consapevolmente la crisi significa anche saper riconoscere, tra le pieghe di una poesia del 1931, lo specchio del mondo che stiamo costruendo.Insomma,l’estate è “ungarettiana”:è furia rovente, spietata e accecante, che onnubila le menti, prosciuga le energie ed impone il suo bieco dominio assolutista.
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