27 dicembre 2020

AUGURI ROBERTO

 








Avevo circa 9-10 anni quando la Juve mi "prese",come ancora oggi mi prende.A differenza di tante altre Juventus di tante altre epoche,non era una grande Juve quella Juve della fine degli anni '60.Un periodo grigio,senza vittorie,a differenza dell'Inter di Helenio Herrera e del Milan di Nereo Rocco,che in quegli anni dominavano la scena calcistica italiana ed internazionale.Eppure io "scelsi" la Juve,quella Juve non vincente,della quale ricordo ancora i nomi dei giocatori.Da Anzolin a Leoncini,da Favalli a Del Sol e Menichelli.Fu per questo che la famiglia Agnelli,che della Juve era proprietaria,decise di cambiare,di creare una nuova Juve tutta al futuro,chiamando sotto la Mole molti giovani calciatori da tutta Italia come Causio,Capello e Anastasi o lanciando ragazzi della propria squadra "Primavera",come Furino e Bettega.Roberto Bettega,appunto.Torinese purosangue,figlio di un operaio della Fiat,proprio in questi giorni ha compiuto 70 anni.Roberto Bettega o "Bobby-gol",come presto sarebbe stato chiamato dai tifosi per quel suo "vizio" di segnare spesso e volentieri.Indossava la maglia numero 11,secondo la numerazione classica,in tempi dove si "recitava" il calcio come poesia,un calcio meno ricco ma più vero e che faceva sentire gli idoli della domenica vicini alla gente comune.Bettega,in quel calcio,recitò,per noi juventini,una gran bella poesia calcistica.Lo fece segnando 178 reti,terzo marcatore di ogni tempo nella storia della Juve,dopo Del Piero e Boniperti,contribuendo alla "causa" bianconera  prima sul campo e poi da dirigente.Entrò nelle squadre giovanili della Juve a 11 anni e nella Juve rimase fino alla fine della carriera in Italia("non potrei giocare in nessuna altra squadra in Italia",disse una volta)con quella "11" bianca e nera sempre addosso,come tatuata sulla pelle.Alla Juve presto si accorsero che era bravo quel Robertino lì.Così lo mandarono in "prestito" al Varese,per "farsi le ossa",come si diceva allora.Al Varese trovò come allenatore,quel gran signore nordeuropeo,lo svedese Nils Liedholm,che,insomma,"qualcosa" di importante pure ha lasciato nel calcio italiano,quand'era calciatore del Milan.Bettega,grazie anche a lui,presto s'affermò con tanti gol.Gol con il marchio di fabbrica:di testa,tuffandosi col coraggio dell’incoscienza,e di piede,soprattutto quell o destro,dando alla sfera traiettorie uniche.E allora non tardarono a richiamarlo a "casa",alla Juve,dove intanto erano arrivati uomini nuovi con idee nuove.Come Giampiero Boniperti,tornato anche lui alla Juve come Presidente,dopo essere stato grande giocatore della Juve.E c'era Italo Allodi come direttore generale,con il giovane Armando Picchi come allenatore,che nell'altra vita da calciatore era stato capitano e bandiera dell'Inter.Fu l’inizio di una rivoluzione tecnica che non si arresta neanche quando un destino maledetto si accanisce contro l’ex campione livornese.Picchi se ne va da questo mondo,trascinato via ad appena 36 anni da un male incurabile,e al suo posto arrivò Cestmír Vycpálek,per continuare il viaggio.È la stagione 1970-71;c'era già,in bozza,una Juventus da grande ciclo.Erano appunto arrivati giovani talenti prossimi a farsi gruppo vincente:giovani come Capello,Causio, Spinosi,e “grandi vecchi” come Salvadore e Haller,dispensatori d’esperienza.E c’è lui,il giovane Bettega.Debuttò con gol-vittoria alla prima di campionato,a Catania.Alla fine furono 13 le reti al primo anno di Serie A,dietro gente del calibro di Boninsegna,Prati e Savoldi.L'anno dopo la Juve infilano una serie d’oro,e lui suggella quella stagione con quel gol di tacco a San Siro contro il Milan di Nereo Rocco,un gol che per sempre rimarrà nella memoria di noi ragazzi e tifosi di allora.E proprio Rocco lo elogiò,dicendo che addirittura era più forte di John Charles,il centravanti gallese che era stato compagno di squadra con Boniperti e Sivori.I nostri cuori bianconeri impazzivano di gioia dopo quel gol:sembrava la consacrazione,ma un pomeriggio di pioggia e gelo,dopo la vittoria e una sua rete alla Fiorentina,la vita di Roberto cambia all’improvviso.Gli piomba addosso una tosse fastidiosa,insistente.Entra in clinica il 1° gennaio del 1972,brutto modo di iniziare l’anno.La diagnosi è impietosa:affezione infiammatoria all’apparato respiratorio.È pleurite,per capirci:stagione finita.Tristezza infinita,anche se quell'anno,la Juve poi vince lo scudetto.Bettega torna dopo 8 mesi,che per un ragazzo di 20 anni e ancor più per un atleta,sono tanti,tantissimi,lunghi a passare.Torna l'anno appresso a Bologna,accolto dagli applausi.Ha vinto una partita difficile,uscendone più forte dentro.Lo dimostra in campo,trascinando,con i suoi gol,la Juve al secondo scudetto consecutivo.Diventa,per noi ragazzi juventini di allora,una bandiera,anche per quel suo carattere schivo,per la discrezione e la finezza dei modi e dei comportamenti,dentro e fuori del campo.Intanto le Juve cambiano e cambiano i compagni di "viaggio" e di reparto,ma lui c'è sempre.Dopo Anastasi e Haller,dopo l’Altafini part-time di fine carriera,ecco Roberto “Bonimba” Boninsegna.La Juve si muove,si evolve,intorno al figlio del carrozziere della Fiat,diventato idolo della curva.E lui,tatticamente versatile,sapeva adattarsi a ogni situazione e a qualsiasi compagno di viaggio.Del resto a lui,oltre che fare i gol,piaceva giocare,in ogni parte del campo.Con la maglia bianconera Bettega si ebbe tante soddisfazioni.Nel 1977 la Juve rivince il campionato con un giovane allenatore,voluto da Boniperti:Giovanni Trapattoni.Ed è anche una Juve finalmente europea,che vince il suo primo trofeo internazionale,la Coppa Uefa,battendo in finale,l’Athletic Bilbao,con una rete decisiva,manco a dirlo,di Roberto Bettega.Arrivò poi anche la Nazionale.Lo chiamò prima Fulvio Bernardini e poi Enzo Bearzot,che del Bettega azzurro fu il vero mentore.Ai Mondiali del '78 in Argentina,Bettega disputa l’unico Mondiale della sua carriera:brillante dal punto di vista del gioco.La squadra gira intorno a lui,sembra costruita apposta per lui.È bella e sfortunata.Bettega ebbe tante soddisfazioni,ma anche tante amarezze e rimpianti.Vinse la Coppa Uefa 1977,sette scudetti,1 Coppa Italia.Ma ci fu la finale di Coppa dei Campioni del 1983 persa contro l’Amburgo ad Atene,forse il suo più grande rimpianto assieme a quel grave infortunio ai legamenti  riportato in Coppa dei Campioni che gli negò un posto al Mondiale del 1982 con la maglia azzurra,proprio l'anno della vittoria dell'Italia del Campionato del Mondo in Spagna.Alla fine Roberto Bettega consegna la sua maglia alla storia bianconera,e a quella storia e a tutti noi tifosi si consegna.Questione di numeri,di grandi numeri:in 13 anni,quella maglia l’ha indossata in 481 occasioni ufficiali,trovando la strada della rete in 178 occasioni.Da 70 anni vive con la maglia bianconera stampata addosso come una seconda pelle,indelebile,o come un tatuaggio,questo sì,altro che i tatuaggi obbrobriosi di ragazzotti mercenari,che vanno in giro con tanto di procuratori.E' per questo che non abbiamo dimenticato Roberto Bettega.E adesso che di anni ne fai 70 ti ringraziamo e ti facciamo gli auguri,Roberto.

24 dicembre 2020

LA SPERANZA DELLA NATIVITA'


Dici Natale e pensi all'albero,alle luci,al panettone,al presepe così come lo pensò San Francesco.E vedi e pensi,in una società consumistica come questa,ai regali e ai pacchi che,nonostante tutto,nonostante la diversità di quest'anno che è stato,pure si corre a comprare,perchè,in fondo,con il pensiero di "fare" regali a qualcuno,si vuol scacciare l'angoscia di non avere qualcuno,amici o amori,cui fare regali.Ma Natale rimane comunque quel tempo dell'anno in cui si pensa(ci si illude?)che sì,ancora qualcosa può cambiare,che pure si riuscirà a nascere di nuovo,e mondi nuovi e nuove vite si riusciranno a vivere,soprattutto stavolta,soprattutto dopo che quest'anno così profondamente ci ha segnati.Nel corso dei secoli questi sentimenti,questi stati profondi dell'animo in questo tempo del Natale,non potevano non raccogliere le sensibilità e la capacità creativa di centinaia di artisti di tutto il mondo.E sono le "Natività" il centro delle opere di tutti questi artisti.

Giotto ha rappresentato la Natività di Gesù,sulla parete dell’incantevole Cappella degli Scrovegni a Padova.L’opera fa parte delle Storie di Gesù del registro centrale superiore e commuove per la sua delicata semplicità.Maria è distesa su un declivio roccioso,e adagia Gesù nella mangiatoia con delicatezza materna,mentre Giuseppe sta accovacciato,nell’atto di dormire perché,in conformità alla cultura della Chiesa cattolica dell'epoca,è l’uomo che riceve in sogno i comandi di Dio,per evitare che il popolo possa giungere a conclusioni inappropriate, ossia che sia lui il vero padre del Salvatore.E,preoccupati di non suscitare questa errata credenza,lo si rappresenta anche come un anziano,incapace,perciò,di generare e,in molti dipinti,viene raffigurato anche fisicamente distante da Maria:fra i due non vi è alcun contatto fisico.


Lorenzo Lotto,ebbe con Raffaello un legame artistico nella decorazione delle Stanze Vaticane(poi dette Stanze di Raffaello,in onore del grande artista,nelle quali,tra le altre meraviglie,è soprattutto da ammirare La Scuola di Atene ).Il Lotto dipinge nel 1523 una piccola tavola raffigurante la Natività,conservata alla National Gallery di Washington.Un’immagine classica,che,per la prima volta,al contrario del dipinto di Giotto,mostra Giuseppe non in disparte,né assonnato,ma realmente emozionato dal suo essere padre.



Caravaggio, sempre in fuga dal mondo nella sua tormentata esistenza,dipinse una natività che,al suo tempo,diventò un mito.Si tratta dell’opera "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi".Trafugata,non è mai stata ritrovata,ma se ne ha questa copia



Domenico il "Ghirlandaio" dipinse,invece l'"Adorazione dei pastori"(è da notare che il primo pastore vicino al Bambino,con il capo rivolto all'indietro)è l'autoritratto dell'artista fiorentino.



Pure Andrea Mantegna  dipinse una "Adorazione dei pastori".Anche qui,come in Giotto,Giuseppe è rappresentato dormiente.

Giorgio(o Zorzi)da Castelfranco,detto Giorgione,dipinse l' "Adorazione dei pastori o "Adorazione Beaumont",o "Allendale" perchè il dipinto dapprima passò nella collezione di Sir George Beaumont,a Londra,poi nella raccolta del visconte Allendale(dal quale prese il titolo).L’adorazione dei pastori,è un dipinto autografo del Giorgione,custodito nella National Gallery di Washington


Anche Rubens espresse la sua arte in una "Adorazione dei pastori".I chiaroscuri e la forte luce concentrati sul Bambinello,sono un omaggio a Caravaggio che il pittore belga aveva avuto modo di conoscere artisticamente a Roma nei suoi dieci anni di studio in Italia.



Botticelli nella sua "Natività Mistica",esposto alla "National Gallery" di Londra,forse l’opera più devozionale di Botticelli,in quanto la scena è pervasa da un senso d’inquietudine,quell'inquietudine che lo stesso artista fiorentino visse a seguito della morte del Savonarola.Al centro della scena,Maria e Giuseppe,sono in adorazione del Bambino, protetti da una tettoia di paglia, retta da tronchi.



Nel Novecento fu Marc Chagall a dipingere un'altra "Natività".Essa fu realizzata agli inizi del secolo scorso dall'arista bielorusso.È a Parigi che Chagall scopre il repertorio di immagini cristiane,che vedeva in gran copia nei musei e nelle chiese.Da qui anche questo dipinto.




Molto particolare è il dipinto di Paul Gauguin "Te tamari no atua"(Nascita di Cristo figlio di Dio)dipinto dopo il suo definitivo trasferimento a Tahiti.Maria è ritratta appena dopo il parto,sdraiata su un letto giallo con lo sguardo rivolto a una donna che sembra una balia che tiene in braccio il Bambin Gesù.In lontananza si vede il bue,ma senza l'asinello.



A ben vedere nel Novecento non sono stati molti i pittori che hanno dipinto temi sulla "Natività".In questo secolo l'attenzione degli artisti sembra spostata su altre iconografie cristiane,e l'evento della nascita del figlio di Dio è stato offuscato da immagini legate all'episodio conclusivo della vita terrena del Figlio di Dio,cioè la Passione e la Crocifissione di Gesù.Il tema della Natività,che aveva visto i suoi momenti più alti nel Medioevo e nel Rinascimento,è accantonato,probabilmente perché é proprio questo il tempo nel quale l'Uomo più ferocemente vive il sentimento del Dolore e dell'angoscia esistenziale.Perchè è proprio il  Novecento il secolo delle più grandi tragedie dell'Umanità.Le due Guerre Mondiali e poi la Shoah,e poi Hiroshima e Nagasaki,e poi il Ruanda e poi la "pulizia" etnica di Sarajevo.Una specie di "globalizzazione del Dolore".E' allora il sentimento della Morte e non quello della Nascita che più l'Uomo vive.Il Calvario,piuttosto che Betlemme.



14 dicembre 2020

LA PIU' DURA DELLE CONDANNE



In principio era la DAD (Didattica a Distanza)ora è la DID (Didattica Integrata Digitale).Ma in realtà non è cambiato niente.E’ sempre lei,la scuola fatta allo schermo di un computer.E’ sempre lei,la DAD,la videolezione:quella che i ragazzi fanno seduti davanti al computer nella loro cameretta(quando questo è possibile,perchè se la casa è di 50 metri quadri e hai un solo computer che serve anche a papà e mamma che sono a casa in smart-working che didattica puoi fare?).D'accordo,siamo difronte a un virus che ci causa angoscia e incertezza di vita e che non accenna a diminuire.Ma di tutto quello che era doveroso fare alla fine del primo lockdown,cosa ha fatto questo governo per le scuole?Che si è fatto,nel settore trasporti,per il tragitto casa-scuola dei ragazzi?E qualcuno si è preoccupato di organizzare orari differenziati di accesso in classe o ci si è preoccupati solo di quella tragicomica sceneggiata sui banchi a rotelle,come se il problema fosse il distanziamento all'interno della classe?Eppure,dopo un'estate piena di niente,e dopo tanti  sforzi sopportati da ragazzi e famiglie durante il lockdown,ecco che ci si ritrova daccapo,con il virus riesploso nuovamente.E la colpa,nella narrazione del governo,è dei ragazzi che hanno fatto "movida".E invece no.E' il governo che doveva fare e non ha fatto in previsione della seconda "ondata".Ma adesso è ancora peggio della prima ondata.Nell'ennesimo DPCM di novembre l'Italia è stata divisa in tre colori e con regole diverse a seconda del livello di allerta rilevato sul territorio. Tra le restrizioni la scuola è di nuovo la più colpita.Di nuovo DAD ad eccezione dei bambini dell’infanzia,delle elementari e della prima media.Certo,meglio la DAD che niente.Ma essa doveva essere breve e del tutto provvisoria.Come in Francia e Germania dove le scuole sono restate sempre aperte.Anche per gli insegnanti,davvero dediti al loro lavoro,la DAD è stata uno stress.Perchè poi tanti di quegli insegnanti sono anche madri o padri di famiglia.Così è facile immaginare l' "ordinaria" giornata di una mamma-insegnante:fare l’appello o interrogare dal computer,mentre il proprio figlio è alla scrivania in camera da letto e si barcamena tra codici di accesso che non trova,microfono da attivare,avvio di Meet e connessione scarsa.Quello che fa soffrire,ora,è proprio il veder dis-integrare tutti quei sacrifici di ragazzi e docenti fatti in attesa di riprendersi la loro vita di prima.Ma davvero non c’era altra soluzione che quella di chiudere di nuovo le scuole?Lo stesso Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità,Professor Brusaferro,aveva detto che la “didattica a distanza deve essere solo di breve periodo”.E i componenti del CTS,Professori Villani e Richeldi avevano preteso che,in una riunione del Comitato,si mettesse a verbale che esistono rischi psicologici per i ragazzi dai 12 ai 19 anni legati alla chiusura delle scuole e alla sua gestione.E lo vediamo.I nostri ragazzi stanno perdendo tempo,contatti,occasioni di vita.Perdono la bellezza di una relazione,anche con il "Prof."Perché è proprio il Prof. il medium di ogni apprendimento serio e duraturo.L’intelletto non funziona sospeso ad una connessione,quando pure questa c'è.Servono rapporti umani.Servono confini,luoghi e ritmi quotidiani.La DAD penalizza anche i bambini con difficoltà di apprendimento e quelli le cui famiglie sono in una situazione di svantaggio economico e culturale.E’ evidente che il bene della salute è prioritario a tutela della vita.Ma la vita nemmeno la si può annullare chiudendola o comprimendola,senza prima aver tentato una mediazione.E' come se ai ragazzi fosse stato imposto con Dpcm un Fenomeno hikikomori cioè un ritiro dalla vita sociale.E invece se il relazionamento è proprio degli esseri umani,figuriamoci che cosa esso debba rappresentare per i ragazzi.Perdere giorni di formazione provoca un danno economico nel lungo periodo e le diseguaglianze economiche e culturali tenderanno ad accentuarsi,con un ascensore sociale ancor più bloccato di quanto non lo sia già adesso.I ragazzi di oggi già stanno pagando le politiche sbagliate dei decenni scorsi sulla scuola.Una scuola ingessata in una asfissiante burocrazia,con assurdi criteri di formazione e assunzione del corpo insegnanti e la totale assenza di vera meritocrazia.Negli anni futuri questi ragazzi dovranno sopportare le conseguenze economiche di un pesante debito pubblico causato dalle sciagurate scelte delle classi politiche dell'ultimo cinquantennio.Se adesso togliamo loro anche il presente,non potremo più sfuggire al loro dito accusatorio.Che sarebbe la più dura delle condanne.

09 dicembre 2020

PICCOLO MONDO ANTICO




Della tv di quegli anni '60,degli anni nei quali ero ancora un ragazzino,mi restano sempre impresse le immagini di alcune trasmissioni.Le immagini di alcuni sceneggiati,per esempio,cioè di quelle opere letterarie adattate a rappresentazioni televisive a puntate.Le immagini della "Freccia nera",per esempio,tratto dal romanzo di Robert Louis Stevenson ,con la regia di Anton Giulio Majano e con due giovanissimi Loretta Goggi e Aldo Reggiani come attori protagonisti.E "I Promessi Sposi" con la regia di Sandro Bolchi e con lo scrittore Riccardo Bacchelli come sceneggiatore.E ancora "Il Mulino del Po" tratto dal romanzo proprio di Riccardo Bacchelli.E "La Cittadella" dal romanzo di Cronin,con un grande Alberto Lupo nei panni del dottor Manson.E poi "Giamburrasca",con Rita Pavone,o "Nero Wolfe" con un formidabile Tino Buazzelli sempre preso dalla cura delle sue orchidee.E ancora "Il Conte di Montecristo",dal romanzo di Alexandre Dumas padre.E,insieme agli sceneggiati,è "Carosello",ovviamente,che mi rimarrà per sempre nella memoria.Carosello rientrava nella logica di incentivare la propensione ai consumi,in un'Italia ancora in piena ubriacatura di boom economico(anche se già allora cominciavano ad emergere voci di contestazione verso il consumismo,come quelle di Pasolini e Bianciardi ne "La vita agra").Eppure quei 2 brevissimi minuti di cartoni animati e pupazzi(Calimero,Topo Gigio,l'Omino coi baffi,Capitan Trinchetto)riuscivano a dare un sorriso e qualche volta a far sognare noi bambini di allora.E c'erano in "Carosello" anche quelle piccole scenette,quei piccoli capolavori fatti da attori tra i più grandi.Più di 30.000 le scenette andate in onda negli anni,nelle quali comparvero tanti attori del teatro e del cinema,italiano e straniero.Solo per citare qualche nome Ubaldo Lay,Ernesto Calindri,Peppino De Filippo,Aldo Fabrizi, TotòUgo TognazziVittorio GassmanNino ManfrediRaffaella CarràGiorgio Albertazzi,Renzo ArboreGianni BoncompagniAbbe Lane .Ma,chissà come,chissà perchè,m'è tornato alla mente,tra i ricordi di quegli anni anche un altro piccolo pezzo di quella televisione,di quei programmi.Era "Intervallo",che veniva utilizzato in attesa che iniziasse il programma successivo o in presenza di problemi tecnici di trasmissione.Era un piccolo "giro d'Italia" che ci faceva "viaggiare" con il treno della fantasia dall'Etna alle Alpi,da Milano a Palermo,senza che su un treno nella realtà fossimo mai saliti.Apparivano sullo schermo le immagini in bianco e nero di scorci paesaggistici,di monumenti e delle città grandi e piccole d'Italia con il nome del luogo,del particolare o del monumento visualizzato.E quelle immagini erano accompagnate,come sottofondo musicale,da pezzi di musica classica,che pur apparendo ai più come un'unica composizione classica per arpa era invece formato dalla sapiente unione di estratti che erano:

"Passacaglia" di George Fridric Haendel


    • François Couperin SARABANDA dal IV concerto dei Concerts 

    Pietro Domenico Paradisi  TOCCATA da "Le sonate di gravicembalo"



Sì,era proprio un "piccolo mondo antico" quella "nostra" Tv degli anni '60,un mondo di piccoli,semplici sentimenti per noi ragazzi di quegli anni.Niente di chè,certo,ma era una tv di qualità,fatta della letteratura proposta negli sceneggiati,della lavagna del Maestro Manzi,con "Non è mai troppo tardi" che si proponeva una alfabetizzazione di massa,anche delle classi sociali ed economiche più svantaggiate,e fatta anche dai sorrisi delle scenette e dei pupazzi di "Carosello".Poi,più tardi,è arrivata un'altra tv,"questa" tv,la tv del "Grande Fratello" o dell' "Isola dei Famosi"...ma questa è un'altra storia,meglio lasciar perdere.Meglio restare con la memoria di quell'altra tv,la tv degli anni '60.