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26 novembre 2025

MEMORIE DAL SOTTOSUOLO

Passano gli anni e da allora 45 ne son passati ,quasi mezzo secolo.E durante questi anni tant'altre cose, sono accadute in Italia e nel mondo.Ci sono stati gli anni di piombo e il terrorismo e l'omicidio di Aldo Moro;l'inchiesta di Mani Pulite con lo stravolgimento dello scenario politico nazionale;e gli omicidi di mafia dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.E tanti anche gli eventi geopolitici,le guerre,i disastri naturali e sanitari che hanno sconvolto il mondo ambiandolo profondamente.La Caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell'Unione Sovietica.Le Guerre jugoslave con le immani atrocità, genocidi e pulizia etnica sistematica.L'attentato Alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001.L'Epidemia di AIDS,e la Pandemia di COVID-19 con quest'ultima che ha causato milioni di morti, interruzioni economiche e sociali e il più grande lockdown della storia.

Sì,il tempo passa.Eppure per chi "quel" giorno c'era,"quel" giorno rimane fermo e ben chiaro nella memoria.Quel giorno e anche quell'ora.Il giorno era il 23 novembre dell'anno 1980.E gli orologi segnavano le ore 19,34.In quel giorno e a quell'ora ci fu il terremoto dell'Irpiniae della Basilicata.Novanta interminabili secondi durò quello scuotersi della terra,quel cupo boato nella sera;90 secondi in cui il sisma violentò piazze, strade, case; abbatté campanili, chiese, ospedali; sterminò intere famiglie, scovandone i componenti a uno a uno nei posti diversi in cui quella sera si trovavano: a casa di amici o parenti, nel bar della piazza, in chiesa per la messa vespertina, in auto sulla via del ritorno verso casa. Ma furono solo le luci dell’alba del giorno dopo che restituirono le immagini dell'immane tragedia,illuminando solo macerie, polvere e lamenti di gente ancora viva sotto i muri e le case crollate.Quella notte segnò una frattura temporale che divise mille biografie, mille storie, mille luoghi tra tutto ciò che era «prima del terremoto» e tutto ciò che sarebbe stato «dopo il terremoto» nella memoria individuale e in quella collettiva.

Del sisma del 23 novembre 1980 molto si è detto, scritto, visto nelle immagini restituite dai media dopo l’evento. L’informazione e la cronaca si sono concentrate, per lo più, su due fasi principali: i primi mesi dopo il sisma e il lungo periodo che segue la primavera del 1981,segnato dall’emanazione della famosa(famigerata?)legge 219 del 1981 che finanziava la ricostruzione. Il senso di un immane disastro, da un lato, il prezioso impegno di volontari e soccorritori, dall’altro, connotano l’immagine della prima fase; l’incertezza decisionale, il controllo politico del territorio, le logiche clientelari e l'affarismo cinico e spregiudicato della  camorra sulle risorse finanziarie erogate per finanziarie la ricostruzione.












E’ un incubo che ancora non ci lascia.Che non può lasciarci.Oggi di anni da quel 23 novembre ne son trascorsi 45 ed anche quest'anno il ricordo di quel dolore si rinnova sempre profondo.Quest'anno,poi,l'anniverarsario cade proprio di domenica,com'era domenica quel 23 novembre 1980.E' un lungo cadenzato,inevitabile rituale.Perchè le cose,i ricordi,le ferite,il dolore di quella giornata son rimasti e si rinnovano e si acuiscono in particolare in questa giornata,anche se sono le stesse cose raccontate nel primo decennale e poi nel ventennale e poi ancora nel trentennale.Sono,a usare il titolo del libro di Fëdor Dostoevskij,come "memorie dal sottosuolo",quelle che,anno dopo anno, risalgono alla  mente.Quel sottosuolo,però,ora non è più metafora esistenziale,come nel capolavoro dello scrittore russo,ma è autentico squarcio di terra e di anime.  

Foto,immagini,ricordi che inevitabilmente si  riproporranno tra 5 anni,per il cinquantesimo anniversario:appuntamento al 23 novembre 2030.Ma al di là della rilevanza di una data tonda e simbolica,quel giorno non è un semplice ricordo da lasciare nell’album del tempo.È uno squarcio nella memoria che,latente,fa visita a quanti hanno vissuto quel maledetto giorno,la rabbia raccontata dai sopravvissuti,di quanti attendevano inutilmente soccorsi e ricostruzione,conforto e occupazione.

E’ il riaffiorare di quel momento del quale i terremotati(termine dispregiativo con cui gli abitanti dell'Irpinia,del Sannio e della Basilicata ancora oggi vengono appellati su "certi" campi di calcio,una specie di equivalente di "meridionali")ricordano esattamente dove e con chi erano, che cosa stavano facendo o pensando, mentre la terra tremava così forte, alle ore 19 e 34 minuti del 23 novembre 1980.In quei 90 interminabili secondi una scossa ondulatoria e sussultoria vide l’Irpinia quale epicentro,in particolare nei comuni di Teora, Sant’Angelo dei Lombardi e Conza della Campania.I sismografi indicarono la forza del terremoto in una magnitudo di 6.9 nella scala Richter, pari al decimo grado della scala Mercalli che, nella valutazione dell’intensità sismica, che corrisponde a “distruzione completa”.

Era stata stranamente calda quella domenica di novembre su cui il crepuscolo ora stava scendendo in fretta.C'erano le ragazze che si preparavano per andare a cinema o a ballare coi loro ragazzi,e le vecchiette che tornavano dalla messa vespertina e che stavano preparando la cena,aspettando in paese i loro uomini di ritorno dallo stadio dove l’Avellino aveva battuto l’Ascoli per 4-2.Altri erano nei bar, dove la televisione trasmetteva la sintesi di Juventus-Inter.Si conosceva già il risultato della partita giocata nel pomeriggio,2-1 per la Juventus,perchè allora in tv veniva trasmesso un solo tempo di una sola partita di serie A e,dopo aver visto le reti di Brady e Scirea,si aspettava di vedere il gol dell’Inter,e poi via a casa.

Ma di andare a casa non ci fu più tempo perchè, ecco che la corrente elettrica mancò d'improvviso i paesi rimasero al buio, travolti dapprima da una furia di vento accompagnata da un boato fragoroso, poi da un movimento che provocava capogiro e non lasciava comprendere cosa stesse accadendo.Eppure mentalmente ognuno di noi si ripeteva: “Ora finisce, ora finisce”, ma non finiva mai. Anzi.Era come essere in sella a un cavallo da rodeo mentre attorno crollavano le pareti e si laceravano i muri e attraverso i muri ora squarciati una luna più grande del solito.Un fumo, che in realtà era polvere, si levò mentre il boato si allontanava e le grida si alzavano: “Il terremoto, il terremoto”.

Gente che piangeva,gente che pregava,gente che ripeteva a gran voce nomi di familiari o invocando quelli dei Santi, rassegnandosi infine a un evento che avrebbe cambiato la vita di intere popolazioni e singole vite e stravolto per sempre terre e paesi.

Il cielo divenne rosso, quella notte di 45 anni fa, una ventata di caldo africano e poi l’aria immobile, perché tutto era già accaduto.Con le linee telefoniche saltate e senza energia elettrica,fu difficile comunicare al mondo intero, nell’immediato,una tragedia che fu inizialmente sintetizzata come un fatto di cronaca di cui poco si sapeva.

A pensarci ancora adesso viene l'amaro in bocca.Dai centri delle sedi Rai provenivano le prime informazioni che raccontavano di un palazzo disabitato caduto a Napoli e dei danni causati ad alcune case di Potenza,con la rituale e rassicurante frase:“Non si registrano vittime”.Sì,proprio così dicevano i primi TG della sera:“Non si registrano vittime".Ed invece,alla fine,sarebbero state quasi 3.000.

Si cercava di capire cosa fosse successo ma le radio private locali non funzionavano.Le dirette dai luoghi del terremoto sarebbero iniziate nei giorni successivi.I primi morti erano stati scavati da poche ore quando le rotative dei giornali cominciarono a sfornare le copie dei quotidiani.

All’alba del giorno successivo al sisma, tra i cumuli polverosi di macerie, si scavava a mani nude per cercar di salvare chi,con un voce sempre più flebile,da sotto le macerie lanciava grida disperate,sorpresi per ogni brandello di stoffa ritrovato, guidati dall’illusione di avere sentito un gemito sepolto dai crolli, spinti dal coraggio della disperazione.

Dai racconti che poi anni dopo ne fecero giornali nazionali e locali,si possono comprendere le lentezze dei soccorsi,i ritardi indescrivibili e gravissimi di quelle lunghe colonne mobili di camion che portavano medicine,ospedali da campo,tende e generi di prima necessità che raggiunsero le zone terremotate dopo giorni,nonostante la generosità dei tanti volontari accorsi da tutta Italia.Da quei racconti vengono fuori denunce precise,ancora attuali a 45 anni di distanza,che lasciano spazio a riflessioni angoscianti.Avellino e i paesi arroccati sulle montagne dell’alta Irpinia erano le zone più colpite.Nelle stesse redazioni dei giornali si comprese che non c’era un modo diverso per sapere e poi raccontare: andare.Così ai cronisti che arrivarono numerosi, la realtà si mostrò peggiore di un incubo, con paesi praticamente rasi al suolo.

Le invocazioni di aiuto e soccorso, da parte della popolazione, furono sintetizzate con un titolo a tutta pagina che era il grido di dolore della gente impaurita e infreddolita, senza un tetto nè una speranza.«Fate presto»urlò “Il Mattino” a caratteri cubitali, tre giorni dopo la scossa che aveva cancellato dalla carta geografica paesi, seminato distruzione e morte, innalzato urla di rabbia e dolore.

Quelle parole de "Il Mattino" non furono una supplica, ma un monito, ancora oggi attualissimo.Un grido che risuonò a lungo nella coscienza di un popolo smarrito e di quanti avrebbero dovuto alleviarne le sofferenze.

Poi finalmente cominciarono ad arrivare i soccorsi e furono allestiti i campi di accoglienza.Chi ne aveva la forza, restava accanto alle case distrutte, a fare la guardia alla «roba» rimasta sotto le pietre per salvarla dagli sciacalli arrivati in fretta.Altri aiutavano i soccorritori a scavare i morti dalle macerie, fissando poi con lo sguardo nel vuoto i cadaveri di gente da tanto tempo conosciuta,raccolti nei cimiteri, vivendo angoscia e sgomento in attesa della sepoltura.

Con il trascorrere dei giorni si sarebbe avuta una dimensione reale della tragedia provocata da quei 90 secondi di terremoto distruttivo.Il bilancio definitivo contò 2.914 morti, 8.848 feriti e quasi 300.000 sfollati.

Nello stadio Partenio di Avellino atterravano gli elicotteri per i soccorsi; arrivò anche quello del Capo dello Stato, Sandro Pertini.



E con il dolore montava la rabbia contro le istituzioni: «Ci hanno lasciati soli», urlarono i terremotati a Pertini che registrò il ritardo inaccettabile dei soccorsi, la lentezza della macchina governativa, la confusione nei centri di coordinamento.Il Presidente ne fu scosso, andò in televisione e condivise le proteste dei terremotati scatenando un nuovo terremoto,quello politico.La sua celebre denuncia in televisione fu un atto di accusa contro i ritardi e le "mancanze gravi" dello Stato: "Qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana... Credetemi, il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi." Parole che rimarranno incise per sempre nella coscienza nazionale, catalizzando in quel momento la mobilitazione di tutta l'Italia.E quelle parole incisero profondamente nella coscienza nazionale tanto.da far dimettere il Ministro dell’Interno Virginio Rognoni.Dopo il caos iniziale, la nomina del Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti,reduce dall’esperienza dell'altro recente terremoto in Friuli che avviò una fase di coordinamento più efficace, ponendo le basi per quello che diverrà il moderno sistema di Protezione Civile.

Oltre a migliaia di volontari, nelle terre della disgrazia cominciarono ad affluire soldi,tanti soldi, attraverso una generosa solidarietà.Fu così che sulla tragedia del terremoto si innestarono gli appetiti della camorra e di imprenditori spregiudicati.A seguito di queste infiltrazioni cammoristiche si aprirono numerose vicende giudiziarie che condizionarono inevitabilmente la ricostruzione.Le inchieste giornalistiche ne raccontarono i tempi e portarono alla luce le malefatte che avrebbero costretto la popolazione ad attendere decenni per avere un prefabbricato, dopo avere vissuto nei tendoni, nelle palestre o nelle chiese.Gente che avrebbe dovuto ottenere presto una casa realizzata coi soldi pubblici, con quella famosa legge 219 che fece arricchire progettisti, costruttori e politici corrotti.

Oggi, l'Irpinia è un luogo che porta sul corpo e nell'anima i segni di quella notte. I borghi ricostruiti, talvolta spostati, talvolta riedificati sulle antiche rovine, testimoniano una ferita indelebile. Il terremoto del 1980 non è solo una data, ma un monito potente sull'importanza della prevenzione, della rapidità dei soccorsi e di una ricostruzione che sia davvero al servizio delle persone e non del profitto. Nel ricordo dei quasi 3.000 morti.Perchè una cosa,chiara,nitida nella sua tragicità,è venuta fuori quella sera del 23 novembre 1980.La rappresentazione non solo di un Sud ma di tutto un Paese in cui primeggiano gli elementi negativi:impotenza,sconfitta, disorganizzazione,incapacità,corruzione,campanilismi e scarsa coscienza civica.

25 ottobre 2025

LA FAVOLA BELLA









La sorpresa assoluta è la Nazionale di Capo Verde:la Nazionale di calcio di quella Nazione,infatti,parteciperà per la prima volta in assoluto  ai Campionati ai Mondiali di calcio che si terranno nel 2026.Ed è probabile che al Mondiale si approcceranno per la prima volta altre piccole realtà finora sconosciute nel panorama calcistico internazionale,come Oman,Benin e Uzbekistan.

Certo,questo è dovuto anche al cambio di "format" dei Mondiali di calcio avendo la FIFA(la Federazione Internazionale del Calcio mondiale)elevato il numero dei partecipanti da 32 a ben 48 Nazioni,e questo,com'è facile capire,per aumentare gli incassi provenienti da sponsor e diritti televisivi.Si potrebbe dire(con non poca amarezza)che questa è la moderna versione del "partecipare" del barone De  Coubertin,in mano ad avidi tecnocrati.

Bello partecipare,ma vincere,invece,è un po’ diverso,quella è tutta un'altra storia.E' nel vincere che Davide prevale in un mondo a misura di Golia,ed è quello che fecero in passato,qui in Italia,nel 1969 il Cagliari di Gigi Riva e nel 1985 il Verona,in un campionato che pure aveva società,come Juventus,Milan o Inter,che avevano budget di bilancio ben più sostanziosi.Ed oggi,come il Cagliari e il Verona di quei tempi in Italia,adesso c'è un'altra squadra che sta reinterpretando la storia di Davide contro Golia.Quella squadra è il Mjällby e gioca nel campionato svedese.Squadra e città(anzi paese date le dimensioni)praticamente sconosciute fino adesso.IMjällby,infatti ha vinto il campionato svedese con 11 punti di vantaggio in classifica sulla seconda e 3 giornate di anticipo.Ed è qui che comincia la storia da narrare,che poi somiglia tanto ad una favola bella. 

Il club che ha vinto lo scudetto di Svezia è quello di Hällevik,un villaggio di pescatori di poco più di 1400 anime(1400!!!).La storia del club svedese sembra scritta da chi crede ancora nelle favole e nelle piccole cose.Nel 2015 la squadra era in terza divisione e si salvò all’ultima giornata dalla retrocessione nella quarta e la società sfiorò il fallimento.Poi,anno dopo anno,la risalita fino ad arrivare alla serie A svedese.Ma figuriamoci se i pescatori di quel puntino di terra potevano mai pensare che poi un giorno il Mjällby sarebbe diventato campione di Svezia.

Quella storia bella del  Mjällby campione di Svezia è anche la storia e il volto e il cuore di uomini come Hasse Larsson,direttore sportivo,sopravvissuto a un tumore al cervello e a un cancro alla prostata, che per tre anni ha lavorato gratis pur di salvare il club.Ed è la storia dell’allenatore Anders Torstensson, ex preside di scuola ed anche lui ha avuto un brutto male: gli è infatti stata diagnosticata la leucemia linfatica fortunatamente non aggressiva."Dicono che non si muore per lei,ma con lei si convive e quindi per ora posso vivere la mia vita come sempre",dice quasi scherzando.Che poi, in realtà, questo è vivere meglio del solito, perché il calcio compie miracoli che nessuno può spiegare,nemmeno la scienza. E produce storie che nemmeno i grandi "esperti" del pallone potranno spiegare,perchè per loro,per gli "esperti",mai,per nessun motivo,una squadra di un villaggio così piccolo può vincere uno scudetto.E invece...

Ecco,si vince anche così, mettendo insieme storie piccole e singolari,senso di appartenenza ad una piccola comunità,cuore e tantissime idee.Perché il Mjällby non è arrivato in cima grazie a uno sceiccco d'Arabia o un riccone annoiato che voleva spendere un po’ di soldi e nemmeno per l’intervento di un fondo sovrano così come accade nel resto d'Europa,Italia compresa:ha costruito tutto quasi senza denaro,progettando un passo per volta a partire da 9 anni fa,quando giocava nella Terza Divisione svedese.Se qualcuno merita lo scudetto,ecco che allora,per una volta,è lo sport che ha vinto.Nel campionato svedese,in cui primeggiano il Malmö(24 titoli all’attivo,quest'anno arrivato a 21 punti di distacco dal Mjällby)o l’Ifk Göteborg(18 titoli nazionali,ora 19 punti dalla vetta),sta vincendo la squadra che 9 anni fa nominò come presidente Magnus Emeus,piccolo imprenditore nel settore della logistica,che,negli anni,ha fatto scelte draconiane per risparmiare,organizzando,ad esempio,i ritiri prepartita della squadra non più in albergo,ma in campeggio e altre piccole,similari forme di risparmio che hanno permesso di stabilizzare i conti e  costruire,anno dopo anno,la squadra che ora sta sorprendendo non solo la Svezia ma un pò tutta l'Europa dei grandi club calcistici,finanziati da sceicchi e petrolieri,che spendono centinaia di milioni per un singolo giocatore.

Così,per la prima volta in assoluto,il Mjällby parteciperà alla Champions League,quel torneo,cioè,al quale spesso non riescono ad accedere club di grandi città d'Inghilterra,Spagna,Italia,Francia e Germania che hanno ben altre fonti di finanziamenti rispetto ai ragazzi svedesi.Quegli stessi ragazzi,ragazzi cresciuti a guardare le reti dei pescatori del porto e non quelle delle porte dei campi di calcio.E la prossima estate,quando comincerà la Champions League, il mondo scoprirà dove si trova Hällevik quel paesino di Svezia finora del tutto sconosciuto,magari cercandolo su Google Maps.

Molti adesso diranno che  quello scudetto del Mjällby è una specie di miracoloma;ma in realtà, qui non c'è nessun miracolo.C'è una programmazione adeguata.C'è una gestione intelligente. Ci sono persone che amano ancora il calcio per quello che è. Oggi,qui da noi,in quest'altra parte del mondoil calcio non è più un gioco ma soltanto un cinico e avido momento di business.Consigli amministrazione incentrati sui presidenti, milioni di dollari spesi senza criterio e senza un piano.Ma in un angolo tranquillo e piovoso della Svezia, un pugno di persone si è unito solo per salvare il proprio club dal fallimento.Quelle persone non hanno mai visto il calcio come fonte di profitto,ma come un credo condiviso. Il loro budget è limitato, ma la loro coscienza è enorme e vede in quella squadra la condivisione di principi e sentimenti.Principi e sentimenti.Cose che a dirle qui da noi,la gente riderebbe.Perché qui da noi un dirigente o un giocatore o un allenatore non si esibisce per gli spalti, ma per le telecamere.

Ed invece in quel puntino di terra di Svezia quello che il Mjällby ha ottenuto non è solo un campionato.È un promemoria.Un promemoria che racconta che il calcio può ancora essere il frutto di impegno, onestà e pianificazione. Che da qualche parte, là fuori, l'anima di questo gioco vive ancora.Perchè ad Hällevik,dopo che il Mjällby ha vinto il campionato,i tifosi non hanno preso d'assalto il campo, non hanno distrutto i sedili né acceso razzi. Hanno solo pianto di gioia perché la loro fede era stata ricompensata.Perché sapevano che quel successo non proveniva dalle tasche di nessuno sceicco ma solo dal sudore e dalla dedizione di una comunità.Il piccolo Mjällby svedese ha dato una lezione ai nostri grandi campionati, ai nostri budget milionari, ai nostri stadi giganteschi.I ragazzi gialloneri di questa piccola città hanno sollevato il trofeo più importante della loro storia,ma, cosa ancora più importante,hanno posto uno specchio alla coscienza del mondo del calcio:il calcio può essere ancora bello finché non è guidato dal profitto,ma dal sentimento,dalla fatica e dal senso di appartenenza ai luoghi del cuore.

20 settembre 2024

GRAZIE TOTO'









Non è arrivata inattesa la notizia.Si sapeva ormai da tempo che era gravemente malato di quella maledetta malattia che ti assale,ti azzanna e non ti dà scampo.E la notizia era che Salvatore Schillaci,che di "mestiere" faceva il calciatore,ci aveva lasciati.Lo chiamavano tutti Totò,per quella istintiva simpatia che suscitava,per quella sua semplicità e umiltà.
Totò era un ragazzo di Sicilia e di Palermo;dall'officina di gommista nella quale lavorava,aveva visto partire tanti amici e tanti ragazzi siciliani per Torino per andare a lavorare nella Fiat.La Fiat di Gianni Agnelli.Anche Totò un giorno partì per andare a lavorare a Torino.Solo che lui andava a lavorare in un'altra fabbrica della Fiat,che sempre di Gianni Agnelli era e che si chiamava Juventus.
Quelli della Juve,infatti,avevano visto giocare quel ragazzo prima nel Messina e poi nel Palermo e si dissero che certo un fuoriclasse Schillaci non era,ma che quel ragazzo comunque nella Juve ci sarebbe stato davvero bene.
E già al primo anno fece faville alla Juve,vincendo una Coppa Uefa e una Coppa Italia,e subito entrò nel cuore dei tifosi che lo accostarono a un altro ragazzo del Sud,un altro ragazzo anche lui siciliano,che pure nella Juve venne a giocare,Pietro Anastasi si chiamava quell'altro ragazzo ed era di Catania.

Si può dire che successe tutto (o quasi) in una stagione.Il grosso della storia di Salvatore Schillaci alla Juventus si condensa nella stagione 1989-90.La chiamata della Juve rappresentava per lui l'occasione della vita, del riscatto dopo le difficoltà, del salto in alto nel grande calcio. Era l'opportunità di giocare per la squadra di cui era tifoso fin da bambino,quando giocava con gli amici nel quartiere Cep(Coordinamento Edilizia Popolare)di Palermo.
Totò realizzò così il suo sogno perchè giocare a pallone era la cosa più importante."Da quando ero ragazzino,diceva Totò,l’unica cosa che contava per me era segnare.Ma da noi, per emergere, devi avere la fortuna che qualcuno venga a scovarti. Non ci sono scuole calcio, i club investono poco nel settore giovanile.Fu per questo che quando smise di giocare, ricordandosi chi era stato e da dove veniva,aprì una scuola calcio per i ragazzini di Palermo,dove faceva giocare anche i migranti,perchè poi nella vita ci sono anche quelli che tra tutti sono più in difficoltà degli altri.

E poi fu il tempo di quella maglia azzurra,la maglia dell'Italia ai Mondiali di calcio del '90 che proprio in Italia si giocavano.Nemmeno lui s'aspettava di essere convocato in Nazionale.Partì come riserva di Vialli e Carnevale,poi fu sempre titolare:6 reti, alla fine, capocannoniere e Scarpa d’oro,secondo nel Pallone d’oro dietro al tedesco campione del mondo Lothar Matthäus.E furono notti magiche per Schillaci le notti delle partite di quel Mondiale '90."Notti magiche",il titolo della canzone composta e cantata proprio per quel Mondiale da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato. 

Ma oggi Totò ci ha lasciati,presto,troppo presto ci ha lasciati,a soli 59 anni.Eppure di lui ci rimarrà per sempre il ricordo di quel suo sorriso,di quella sua esultanza braccia al cielo e di quegli occhi spiritati dell'esultanza dopo un gol.Perchè non era un giocatore qualsiasi e banale Schillaci,uno dei tanti che passano sui campi di gioco.Perchè lui sul campo trasfondeva tutta quella sua grande passione per il pallone,la stessa di quando giocava nella squadretta del Cep di Palermo.E tra lui e i tifosi si stabilì subito un rapporto stretto e speciale.  
Perchè c’è un momento in cui,certe volte è come se si stabilisse un patto tra un protagonista e un’intera generazione. È un fatto di sentimenti,di emozioni e di passione. Qualcosa che appartiene solo a quel tempo e a chi c’era:cosa vuoi che possano capire di quei sentimenti,di quelle emozioni e passioni i ragazzi d'oggi;cosa vuoi che possano capire di Schillaci e di cosa abbia rappresentato per noi ragazzi del Mondiale '90.E' un'emozione tutta speciale che resta in fondo al cuore per tutto la vita e che torna in superficie quando un suono,una figura,una canzone o un sapore riporta a galla quell’immagine.Come la "madaleine" di Proust,per dire.

Per coloro per i quali il calcio non è e non sarà mai solo un gioco ma un'emozione e un meraviglioso sentimento, Totò Schillaci è tutt’altro che un calciatore qualsiasi che ha attraversato per un pò le nostre vite.Sarà piuttosto una specie di eroe popolare,lui che dai quartieri popolari di Palermo veniva.

Se i ragazzi d'oggi che danno importanza solo alle statistiche e guardano gli highlights,ci chiedessero chi era Schillaci,forse avremmo difficoltà a spiegarlo,perchè i sentimenti e le emozioni vivono dentro e non sono facili da raccontarsi.E Schillaci era un sentimento,un'emozione perchè erano quelle le cose che lui ci regalava.Era l’eroe di un Mondiale anche se perso;l’autore di gol quasi mai famosi come invece quello indimenticabile di Rivera del 4 a 3 alla Germania nell'epica partita dello Stadio Azteca di Città del Messico.Certo,Schillaci non era  famoso e appariscente come i suoi compagni di Nazionale Baggio,Vialli o Mancini.Ma noi lo ricordiamo e continueremo a ricordarlo per quel suo sorriso,le braccia al cielo e gli occhi spiritati dopo un gol.Perchè Schillaci ci ha dato notti magiche in quell'estate del '90.
Schillaci rimane nel cuore degli italiani proprio perché veniva da umili origini e aveva faticato per imporsi.Di soldi in famiglia ce ne erano pochi,eppure il padre muratore fece di tutto per aiutarlo.Totò non mollò mai,anche quando lavorava come gommista,in pasticceria o da ambulante.Ecco perchè ricordiamo Totò Schillaci:perchè con fatica e sacrificio aveva realizzato un sogno;i sogni,come per Totò,a volte si realizzano,se ci crediamo veramente,se davvero vogliamo e ci impegniamo,possiamo realizzarli i nostri,di sogni.
Ciao Totò e grazie.Anche se l'Italia quel Mondiale del '90 non vinse,tu resti comunque Campione del Mondo negli occhi degli italiani.In questo tempo di fuoriclasse di plastica strapagati e senza passione,tu sei sempe vivo in chi ti ha amato per quelle emozioni che in quelle notti magiche ci hai date.Grazie Totò.