18 marzo 2026

NESSUNO SI SALVA DA SOLO




Anche quest'anno è arrivata la Notte degli Oscar,quella nella quale vengono sanciti i migliori film,i migliori attori,attrici e registi e via dicendo di tutta la stagione cinematografica.La Notte in cui i presentatori pronunciano la celebre frase:"And the Oscar goes to…"La cerimonia si è svolta,come da tradizione,al Dolby Theatre di Hollywood, nel cuore di Los Angeles.E forse,prima di parlarne,uno schema sinottico ci aiuterà a capire gli esiti dei Premi Oscar per l'anno 2026.

Miglior Film(le nomination erano andate a "Bugonia","F1","Frankenstein","Hamnet","Marty Supreme" e ovviamente a quello che poi è risultato vincitore cioè:Una battaglia dopo l'altra
Miglior Regia:Paul Thomas Anderson - Una battaglia dopo l'altra
Miglior Attore Protagonista:Michael B. Jordan - I peccatori
Miglior Attrice Protagonista:Jessie Buckley - Hamnet
Miglior Attore Non Protagonista:Sean Penn - Una battaglia dopo l'altra;
Miglior Attrice Non Protagonista:Amy Madigan - Weapons
Miglior Sceneggiatura Originale I peccatori
Miglior Sceneggiatura Non Originale:Una battaglia dopo l'altra
Miglior Film Internazionale:Sentimental Value
Miglior Film d'Animazione:KPop Demon Hunters
Miglior Colonna Sonora:I peccatori
Miglior Montaggio:Una battaglia dopo l'altra
Miglior Fotografia:I peccatori
Miglior Documentario:Mr. Nobody Against Putin
Miglior Cortometraggio d'Animazione:The Girl Who Cried Pearls

La 98ª edizione degli Oscar ha dunque confermato i prnoistici della vigilia.A dividersi le statuette più importanti sono state le due pellicole favorite, “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson e “Sinners – I peccatori” di Ryan Coogler.I vari pronostici sono stati confermati e l’Academy questa volta non ha riservato sorprese rispetto alle previsioni. 

Ma che cosa ci raccontano del mondo di oggi i dieci film nominati all’Oscar? Anzitutto che non ce n’è solo uno,di mondo.Annata contrassegnata dal doppio,dal duplice.Il doppio,un fantasma che attraversa molti dei film candidati,il doppio,tra i grandi modelli narrativi più sfruttati,è figura di una linea di frattura:storica (Una battaglia dopo l’altra,I peccatori),identitaria(Frankenstein),ontologica(Bugonia).E poi c'è la frattura storica e sociale tra l'America di oggi con "quell'altra" America,l'America di un'era geologica fa,ad un passato che non passa,a una realtà e a un corpo che ci somiglia ma che non è più quello che conoscevamo.Ci raccontano,quei film,dell'America di oggi,dell'America negli anni di Trump,nella quale sembra essersi perso quell’amore per il sogno americano.A trionfare nelle categorie principali sono infatti i due film che maggiormente hanno ritratto e criticato l’America trumpiana. “I peccatori” e “Una battaglia dopo l’altra” sono due pellicole che descrivono,pur seguendo traiettorie diverse,la deriva contemporanea del sogno americano,annegato nel dolore e nel sangue della repressione politica e violenta dell’ICE.Se “Una battaglia dopo l’altra” fotografa in maniera perfetta l’attuale stato della politica e della società americana contemporanea, “Sinners” sceglie la via allegorica e simbolica per raccontare e denunciare ciò che sta accadendo negli Stati Uniti.A ulteriore dimostrazione di questa scelta dell’Academy,fanno specie l'assenza completa di statuette per “Marty Supreme”, nonostante le 9 nomination,un film che il sogno americano lo racconta nella sua massima visione patriottica,anche se c'è da dire che responsabile di questo fallimento a fronte dei notevoli investimenti prodotti,è anche il suo protagonista Timothée Chalamet che,nelle ultime settimane,aveva inopportunamente rilasciato alcune dichiarazioni sull’opera e sul balletto non proprio apprezzate,diciamo così,a Hollywood.

A vincere,anzi a stravincere,come miglior film è stato dunque “Una battaglia dopo l’altra”,che ha ottenuto ben 6 statuette a fronte di 13 candidature.La pellicola si è infatti aggiudicata anche gli Oscar per:miglior regista per Paul Thomas Anderson,miglior attore non protagonista a Sean Penn,miglior sceneggiatura non originale,miglior casting e miglior montaggio.Da segnalare come l’Oscar al miglior casting sia stato introdotto quest’anno e che Sean Penn non ha era presente a ritirare il suo terzo Oscar,perchè ha preferito,forse non proprio casuale nella scelta delle tempistiche,andare in Ucraina,sotto le bombe,per incontrare Zelensky,al quale lo lega un rapporto di speciale amicizia e al quale nel 2022 regalò uno dei suoi precedenti Oscar."Me lo ridarai quando avrai vinto la guerrra",disse Penn allora.


Il film “Sinners-I peccatori"” si porta a casa 4 premi a fronte delle ben 16 nominations ottenute,segnando il record di candidature nella storia degli Oscar.Al premio di miglior attore protagonista,vinto da Michael Jordan,si aggiungono quelli per la miglior sceneggiatura originale,miglior sonoro e miglior canzone.

E anche dal lato femminile le sorprese non ci sono state.Era stato ampiamente pronosticato che a vincere l’Oscar per la migliore attrice protagonista sarebbe stata la bravissima Jessie Buckley,per la sua magistrale interpretazione in “Hamnet”(nel film è la moglie di Shakespeare)della regista di origine cinese Chloé Zhao,ed infatti così è poi andata.A completare la lista dei vincitori abbiamo “Sentimental Value”,film norvegese di Joachim Trier che conquista il premio come miglior film straniero.The Girl Who Cried Pearls”,corto canadese, si aggiudica il premio come miglior cortometraggio di animazione.A vincere come miglior cortometraggio documentario è “All the Empty Rooms”, mentre “Mr. Nobody Against Putin” ha vinto nella categoria miglior documentario.

Ci sono dunque diversi mondi rappresentati in questa stagione cinematografica.Quello dell'America d'oggi e quello del rapporto tra Uomo e Natura.E c'è poi un mondo dell’Io.In molti dei film selezionati c'è la ricerca delle radici,degli alberi genealogici e delle linee di sangue.Padri e figli.Madri e figlie.Creatori e creature.Eredità materiali e simboliche."Una battaglia dopo l’altra","Hamnet","Sentimental value","Agente segreto","Train Dreams" raccontano tutti,ciascuno a suo modo e in forme diverse,destini e traumi racchiusi in catene di colpe e discendenza,che talora generano,però,nuove possibilità e la nascita di nuove relazioni.

Se il passato non passa,il presente pretende costantemente attenzione.I film dell'Oscar di quest'anno restituiscono la sensazione che la Storia non sia un capitolo chiuso ma un incubo che ritorna.E che passa attraverso la mediazione del genere:noir,horror,action,thriller,paranoico.O da tutti i generi assieme, come in L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, che mescola pulp,noir e derive surreali per restituire l’esperienza di un potere che non si limita a reprimere,ma satura l’aria rendendola irrespirabile sopprimendo l’immaginario.

L'ossessione dell'amministrazione Trump nella lotta contro gli immigrati e l’orrore storico del razzismo infetta la comunità e i codici del racconto,così come ci viene raccontato ne "I peccatori". Propagandosi fino al presente,nei conflitti irrisolti dell’America dei giorni nostri e negli anfratti della sua fragile democrazia:allora la fuga è l’unica forma di resistenza (Una battaglia dopo l’altra)e la paranoia il suo corollario (con la patologia del cospirazionismo di Bugonia di Yorgos Lanthimos).

Se tutto chiede salvezza,come titolava una bella serie tv italiana di qualche anno fa,ecco che questa prende la via della ricerca del successo,nella sempiterna narrazione del sogno americano e del self-made man:"Marty Supreme" e "F1" raccontano la parabola di ascesa e caduta,di fallimenti e rinascite usando lo sport come show.Con una sottolineatura di ossessione della ricerca del successo e un richiamo al corpo visto come veicolo,performance e attestato di umanità.

Di natura diversa è la risposta che danno film come "Hamnet" e "Train Dreams".Entrambi questi due film si presentano come racconti “sul dolore” di un padre,ma si rivelano due parabole contemporanee sul ritorno del sacro.Il lutto privato è generato in entrambi i film dalla morte del figlio ancora bambino,ma è occasione di una frattura più grande che investe il rapporto del singolo con la realtà.E ciò che entrambi i protagonisti maschili dei due film cercano(entrambi con riferimento al legame profondo tra Uomo e Natura)è un modo per ricucire il rapporto tra l’umano e il mondo.In entrambi i film c'è la morte che rapisce bambini,ma in nessuno dei due film viene chiesto mai:“perché Dio permette questo?”,mentre invece si privilegia un discorso più ampio,sulla scia di quella "ecologia spirituale" di cui parlava Papa Francesco.In Hamnet c'è una spiritualità al “femminile” nel rapporto tra Terra e Natura;in "Train Dreams" c'è quasi come una teologia della materia (legno, lavoro, fuoco)secondo l'insegnamento teologico di Marie-Dominique Chenu,uno dei più importanti del XX Secolo.La materia non è realtà inferiore,ma parte essenziale della creazione,destinata alla santificazione e con l'assunzione di un corpo umano da parte di Cristo,la materia entra pienamente nel mistero della salvezza,mentre Il lavoro e lo sviluppo tecnico non sono estranei alla spiritualità,ma un modo secondo il quale l'uomo porta a compimento la creazione.

Sia in "Hamnet" che in "Train Dreams" la natura appare come fonte di un ordine più grande,di cui tutti gli esseri,vivi e morti,fanno parte.In un passaggio tipico della sensibilità contemporanea,la spiritualità non viene più cercata nella religione tradizionale, ma nell’esperienza stessa del mondo e nella ricostruzione,come si diceva,dei legami.

Ecco,se un senso comune,un unico filo lega tutti i film selezionati per le Statuette,quel senso,quel filo è il tornare a sentirsi a casa nel mondo.Potrebbe essere questo, semplificando, il desiderio recondito espresso dai film candidati all’Oscar quest’anno.Ma in fondo in un mondo traumatizzato da guerre,crisi climatiche,rivolte, senso di insicurezza generalizzato, paure tecnologiche,c’è poi forse da sorprendersi? Quello che semmai colpisce è la profondità e la varietà di forme con cui l’eccellente cinema dell’ultimo anno ha saputo rielaborare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo.

"Tornare a sentirsi a casa" significa anche riscoprire la responsabilità della condivisione di quella casa comune di cui parlava Papa Francesco.Ecco perché il trauma non è mai una vicenda individuale ma relazionale.No.Quest'anno non c'è stato un cinema che astrattamente parla di noi,che discetta di “identità” o “verità” in modo puramente teorico.Siamo davanti a storie di responsabilità, che mettono in scena sempre qualcuno che deve rispondere a qualcun altro.Padri verso figli.Figli verso padri. Generazioni verso generazioni.Che prendono l’irreparabile e lo spostano dal regno dell’assurdo a quello della relazione.Il senso, sembrano suggerirci, può essere ritrovato solo così: restando nel mondo, imparando a sentirlo di nuovo. Insieme, perché nessuno si salva da solo.

10 marzo 2026

LA FINE DI UN MONDO




Quanta cultura e quanta Storia in un epistolario come questo.Appena uscito per Adelphi,"Ombre folli, Lettere 1927-1938" documenta il carteggio tra due grandi intellettuali mitteleuropei,Joseph Roth e Stefan Zweig in un tempo di tragedia.I due erano molto diversi:Roth scontento e irrequieto,febbricitante,ossessionato dall’Austria,immerso nei suoi problemi personali tra debiti,malattie e alcolismo;Zweig, di 13 anni più giovane,più composto,forse più colto,cosmopolita garbatamente idealista.L'epistolario edito da Adelphi nello scorso mese di gennaio 2026,risulta alla fine un'analisi lucida e spietata tra quelli che furono due finissimi interpreti della cultura mitteleuropea ma anche i narratori della "finis Austriae" ed alla fine della stessa "finis Europae".

Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei,entrambi austriaci,entrambi scrittori,ma tutto li separa:all'epoca Zweig godeva già di una fama internazionale di cui però non riusciva a sopportare l’onere e le responsabilità.Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta con le sue opere  "Giobbe" e "La Marcia di Radetzky",si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche,al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole.Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un’amicizia ardente e tragica, testimoniata da questa corrispondenza,tra le più alte del Novecento.I due scrittori condivisero le sorti della patria e della cultura tedesca.La loro cultura mitteleuropea,la loro comune appartenenza alle tradizioni dell’impero asburgico tra la fine dell’Ottocento e la Grande guerra(era grande il loro sentimento di appartenenza alla “Austria felix”)era per entrambi un patrimonio inestimabile.Era l’età d’oro della sicurezza: “Nella nostra monarchia austriaca– scrive Zweig ne "Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo" – tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità”.

All’angoscia di Roth,che solo nell’alcol sembra trovare requie,ai suoi scatti di collera,alle sue ricorrenti richieste di denaro,alla sua urgenza espressiva,Zweig rispondeva sempre con quella sua pacata fermezza,con quell’«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti.Ma almeno inizialmente le visioni sul futuro immediato furono radicalmente diverse.Lo scoppio della guerra fu salutato da Zweig come un evento senza eguali,portatore di un “futuro grandioso, di un mondo in movimento”,anche se ben presto si renderà conto che quello che in realtà stava accadendo era il crollo dell’intera civiltà europea.Roth,invece,aveva subito presagito le terribili e atroci conseguenze del nazismo e avrebbe voluto scuotere la mansuetudine,l'indulgenza dell'amico verso la nuova e terribile epoca  nuova che andava preparandosi,inducendo Zweig a un’intransigenza più che mai necessaria adesso,nell’«ora infernale,quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione».Anche per questo i contrasti tra i due furono grandi e anche accesi,ma non intaccarono mai un legame amicale profondo,come poi dirà lo stesso Zweig:"contro di me-scrisse Zweig a Roth-Lei può fare tutto quello che vuole,può disprezzarmi,può attaccarmi in privato o in pubblico,non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice,un amore che soffre per le Sue sofferenze».

Eppure Roth voleva aprire gli occhi all'amico."Ormai lei si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”,scriveva a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando,oltre alla guerra imminente,l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo.“Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita.Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”.

"Ombre folli" è il titolo dell'epistolario edito da Adelphi,ed il nome è tratto da una missiva di Joseph Roth per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono tra il 1927 e il 1938,mentre nubi oscure si addensavano sull'Europa alle quali ancora ci si illudeva di non vedere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini.Il mondo appariva ancora più terribile che nel 1914,alla vigilia della Grande Guerra.Roth constatava amaramente che gli atti di bestialità erano accettati,e nessuno sembrava volersi opporsi al loro dilagare.Anzi Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia,per la sua incolumità,per salvare la propria vita e le proprie opere.

Poi,piano piano,anche in Zweig ccominciò a subentrare il seso della catastrofe immininente.Ognuno pensa solo a sé stesso”,scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland,scrittore e drammaturgo francese,Premio Nobel per la Letteratura nel 1915,aggiungendo con profonda amarezza:“il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”,constatando ormai "La fine di un mondo",come ha scritto lo scrittore Raoul Precht.

I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata,mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva affermazione."Ombre folli" è un carteggio a volte commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori.Nell'epistolario emerge soprattutto la voce di Roth,perché molte lettere di Zweig sono andate perdute.Prevale perciò un tono disperato,nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia.Roth in certo qual modo rimpiange il passato,vedendo nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe:una cosa,ovviamente, del tutto impossibile.
E' il tono apocalittico quindi a prevalere,perchè apocalittici sono i tempi.I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero.Roth talora polemizza con l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania,mostrando consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare.Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione,adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”.Ma Roth ha anche un'altra consapevolezza:non si tratta soltanto della persecuzione della razza ebraica.Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica,soffrirà comunque le conseguenze del nazismo.Roth cercava di scuotere l'amico in ogni modo e così si giunse ad un momento drammatico della loro conoscenza.Intanto il caos imperante nella società tedesca alimentavano le pulsioni autodistruttive dello scrittore,il bere smodato aggrava le sue già precarie condizioni di salute.Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo pesantissimo per Roth, anche dal punto di vista finanziario.Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito.
Il crollo dell’impero absburgico e del mondo della cultura mitteleuropea fu per i due scrittori la fine del proprio mondo.Da quel momento sia per Roth che per Zweig,iniziò una peregrinazione che si sarebbe conclusa con le loro rispettive morti.Anche loro divennero "ebrei erranti",a voler usare il titolo del libro dello stesso Joseph Roth. 

Ed il senso del libro infatti è tutto qui.Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile,lo scambio di lettere tra Roth e Zweig."Ombre folli" restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.
Nella confusione morale e politica di un'Europa impietrita dal dilagante nazifascismo,Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca,e anzi ne riflettono tutte le note distintive.Roth era l’incarnazione dell’inquietudine,proclive all’isteria,preda della dipendenza alcolica,sempre in difficoltà economiche e con debiti di denaro.Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito insieme alla  moglie in Brasile barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile,sapeva essere più composto nelle forme,ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri”(per prendere a prestito il titolo di un celebre libro dello stesso Zweig)gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro,colma di virtù e dignità.

In questo pianto duale quello che più spicca è la diversità nella risposta emotiva.Roth da tempo  aveva intuito l'immensità della tragedia.La leggeva inscritta nella precarietà economica,nel forzato esilio di troppi,nella disaffezione dei lettori,mentre la violenza veniva tollerata anche nel linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri.Zweig invece ebbe almeno inizialmente più ottimismo,vedendo negli accadimenti del periodo opportunità di cambiamenti,censurando le «fantasie pessimiste» dell'amico,consigliandogli di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».
Ma di questa sua cecità iniziale Zweig si sarebbe amaramente pentito più tardi.Quello che a Zweig sfuggiva era di essersi pienamente identificato con quel mondo  e quell’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici,che gli impediva di riconoscere il fallimento di un intero orizzonte culturale.Anche su questo ci furono i contrasti con Roth.Già dal maggio del 1933,due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri,Roth gli rimproverò un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…)

È dunque Ombre folli si fa diagnosi del presente.Questi due grandissimi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera generazione di intellettuali presi alla sprovvista,alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una qual forma di quasi consapevole cecità intellettuale.E se certo è complicato vaticinare la propria fine,occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e fare i conti con i dati concreti.E allora davvero aveva ragione Roth,quando diceva,in quel tempo di tragedia,che «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva».

03 marzo 2026

BERNINI, IL GENIO DEL BAROCCO






Dopo lo straordinario successo della mostra di Caravaggio del 2025,si tiene dal 12 febbraio al 14 giugno 2026 presso le Gallerie Nazionali di Arte Antica,nelle sale di Palazzo Barberini la grande mostra Bernini e i Barberini:un’indagine sul rapporto speciale tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini.
Sono a Roma in questi angoscianti giorni di principiante marzo,e sono andato a visitare quella mostra sullo speciale rapporto tra Bernini e i Barberini.

L’intenzione della mostra è quella di approfondire il rapporto privilegiato fra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini,suo primo e più determinante mecenate,che poi diventerà Papa con il nome di Urbano VIII.Pare che lo stesso Urbano VIII affermò rivolgendosi al giovane Bernini:«È gran fortuna per voi,o cavaliere,di veder papa il cardinal Maffeo Barberino,ma assai maggiore è la nostra,che il cavalier Bernino viva nel nostro pontificato».Queste parole danno il senso della grande considerazione che il Barberini aveva dell'artista,considerato fondamentale per i programmi artistici e culturali del papato.

La mostra è anche un'occasione per rileggere le origini del  Barocco attraverso lo speciale dialogo umano e intellettuale tra Bernini e Urbano VIII, figure fondamentali nello sviluppo dell’arte del Seicento.L’iniziativa si inserisce anche nel contesto delle celebrazioni per i 400 anni dalla consacrazione della nuova Basilica di San Pietro (1626),apice del Barocco romano e della produzione artistica dello stesso Bernini.Peraltro proprio San Pietro custodisce altre fondamentali opere del Bernini come iBaldacchino di San Pietro,una delle sue opere più famose(28,5 m. di altezza) 


o il celebre porticato del Bernini, conosciuto in tutto il mondo.Nel 1656 Papa Alessandro VII commissionò a Gian Lorenzo Bernini il compito di progettare una piazza che potesse non solo accogliere dignitosamente i fedeli ma anche integrarsi esteticamente con la grandiosa Basilica di San Pietro.Bernini ideò il colonnato dorico che incornicia la piazza,simboleggiando le braccia aperte della Chiesa che accoglie i visitatori.Questo colonnato è composto da 284 colonne e 88 pilastri,creando un’ellisse che enfatizza la centralità dell’obelisco e della fontana che furono realizzati sotto il pontificato di Clemente X.


Il sostegno di Papa Urbano VIII Barberini fu determinante per la maturazione del linguaggio scultoreo berniniano e per le monumentali imprese realizzate in San Pietro durante il pontificato di Urbano VIII,come quellle innanzi ricordate. Nel vivace dibattito sulle origini del Barocco, tra chi le colloca attorno al 1600 con Carracci e Caravaggio, e chi invece vede il pieno affermarsi dello stile negli anni Trenta del Seicento con Bernini,Pietro da Cortona e Borromini,la mostra pone l’accento proprio sul legame tra Bernini e il cardinale Barberini,poi divenuto pontefice,considerandolo una chiave interpretativa essenziale per comprendere quel momento di svolta.

L’esposizione si inserisce nel solco delle recenti mostre di Palazzo Barberini dedicate alla famiglia Barberini e alla loro influenza artistica. Grazie ai contributi di importanti studiosi nazionali e internazionali e a prestiti provenienti da musei e collezioni private,molti dei quali mai presentati in Italia,la mostra restituisce tutta la complessità di questo snodo cruciale per la storia dell’arte.

Organizzato in sei sezioni, il percorso espositivo segue l’evoluzione dell’artista,dagli esordi alla piena maturità, mostrando il passaggio dal tardo manierismo del padre Pietro Bernini alla definizione di uno stile personale, caratterizzato da una straordinaria forza espressiva.Opere di grande rilievo come il "San Sebastiano" del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e il "Putto con drago" del Getty Museum segnano la nascita della scultura barocca;prestiti eccezionali come "Le Quattro Stagioni" dalla collezione Aldobrandini permettono di approfondire il confronto di stili tra il padre Pietro e il figlio Gian Lorenzo Bernini.

La mostra riunisce inoltre,per la prima volta la galleria dei ritratti in marmo degli antenati Barberini,capolavori scolpiti da Bernini, Giuliano Finelli e Francesco Mochi,oggi dispersi in collezioni pubbliche e private.Particolare attenzione è dedicata alla figura e alla memoria di Urbano VIII, con busti in marmo e bronzo affiancati a uno dei rarissimi dipinti attribuiti con certezza a Gian Lorenzo Bernini.

Un’intera sezione è infine dedicata al Bernini pittore,attività che Maffeo Barberini incoraggiò con convinzione.

La mostra "Bernini e i Barberini" è poi accompagnata da un catalogo con contributi di illustri specialisti,con il quale si intende offrire una visione aggiornata di una fase fondamentale nella nascita dello stile Barocco.

Visitare “Bernini e i Barberini” significa entrare in un mondo dove l’arte e il potere erano facce della stessa medaglia. Urbano VIII non commissionava opere per puro mecenatismo:investiva nella bellezza come si investe in un esercito.Ogni statua, ogni fontana, ogni chiesa era un messaggio:Roma è il centro del mondo, il papa è il vicario di Cristo, la Chiesa cattolica è la vera custode della fede.E Bernini era certamente consapevole di essere strumento di questa visione politica.Ma questo non diminuisce certo la sua arte.Certo, c’erano vincoli. Non poteva fare ciò che voleva ma ciò che serviva alla gloria di Dio e dei Barberini (spesso sovrapposte nella retorica dell’epoca). Ma dentro questi vincoli ha trovato una libertà espressiva straordinaria, ha spinto i limiti del possibile, ha trasformato commissioni ufficiali in visioni personali.

La mostra non nasconde le ombre: le rivalità spietate (la celebre inimicizia con Borromini), gli errori (il campanile di San Pietro che dovette essere demolito perché minacciava di crollare), le accuse di nepotismo (tutti i Barberini arricchiti dalle commissioni papali). Ma queste ombre rendono la storia soltanto più umana e quindi più vera.

22 febbraio 2026

I BUDDENBROOK

 



Ci sono opere d'arte che riescono a riassumere lo spirito storico e culturale che caratterizzano un'epoca:"I Buddenbrook",del grande scrittore tedesco Thomas Mann,del quale nel 2025 si sono ricordati contemporaneamente i 150 anni dalla nascita e i 70 dalla morte,è una di quete.In questo romanzo  è facile individuare tale peculiarità nell'ambito di quella sorta di calma inquieta che preparò il terreno per le catastrofi che avrebbero segnato irrimediabilmente il tramonto della civiltà borghese,del quale questo romanzo che segnò l'esordio di Thomas Mann,è profezia sconvolgente e allegoria anticipatrice.La "decadenza" di cui si parla nel sottotitolo non è solo quella di una famiglia ma di un intera società e di un intero mondo,"decadenza" di un'epoca come quella che del resto ci racconta un altro grande scrittore della cultura mitteleuropea,l'austriaco Stefan Zweig che di Mann era amico e ammiratore.Strano,chissà perchè fino ad oggi non avevo ancora letto quest'altro capolavoro di Mann.

Thomas Mann era nato nel 1875 a Lubecca, città anseatica retta da una borghesia affaristica che traeva ispirazione dalle corporazioni medievali e fondava la propria fiorente economia sull’etica del profitto.Anche durante il medioevo le libere città che aderirono proprio all'omonima Lega Anseatica,furono molto prospere,e la stessa Lubecca era un piccolo mondo autonomo,restio ad ogni senso di appartenenza statalistica e ad una politica di ingerenza dello stato nella sfera del privato;uno dei tanti centri del particolarismo tedesco,geloso della propria autonomia e orgoglioso della prosperità e della grandezza di quella borghesia il cui potere era basato sull’assoluta dedizione al lavoro con un fermo credo basato sull’onestà e sul prestigio sociale da essa conseguito nel tempo.Ed è proprio in questo contesto storico,politico ed economico che il romanzo viene ambientato.

Nella narrativa di Mann ritorna incessantemente la contrapposizione tra diverse coppie di contrari che si oppongono costantemente nella loro dialettica senza mai riuscire a raggiungere un compendio.Vita e spirito,arte e mondo borghese, natura e spirito,caos e forma(dionisiaco e apollineo a volerla dire con le parole del  connazionale di Mann,il grande filosofo Friedrich Nietzsche)


amore e morte,sono i ricorrenti poli di questa sua duplice visione:così,nelle sue opere,troviamo da una parte soggetti appagati e felici nell’immediatezza della vita,dall’altra anime complesse e tormentate(nei Buddenbrook impersonificata dal console Thomas Buddenbrook,da sua sorella Antonie e dal figlio di Thomas,il piccolo Hanno,diminutivo di  Johannes,il nome del nonno),ai quali sono negate queste gioie,che anzi si portano dentro aneliti di felicità,rimpianti e continua nostalgia.

Ne I Buddembrook,scritto nel 1901,il primo grande romanzo dello scrittore,per il quale Mann ottenne il Premio Nobel per la Letteratura nel 1929,quel contrasto trova piena espressione nei personaggi.Alcuni sono ancorati al rispetto delle norme repressive riguardanti la stabilità economica e la rispettabilità sociale(principi intrasgredibili nell’etica alto-borghese di fine Ottocento)mentre altri infrangono tranquillamente tali vincoli ed ogni limite e valore ad esse legato,finendo però in un’autodistruzione che,è sì individuale, ma pare estendersi all’intero sistema di valori politici, etici e sociali.

L’impianto del romanzo si svolge su un’ampia e accurata analisi e descrizione del quadro sociale e delle dinamiche che lo muovono.Una saga familiare che narra la storia di un’agiata famiglia di mercanti di Lubecca,e del loro declino negli anni che vanno dal 1835 al 1877,nel corso di quattro generazioni.Una narrazione che illustra il momento cruciale e le dinamiche psichiche e socio-economiche di una crisi e di un mutamento di visione che sintetizza la decadenza e il tramonto di quello spirito che per secoli aveva animato l’intera borghesia europea.

Ed infatti parallelamente al tracollo della famiglia Buddembrook,con un sentimento che possiamo definire “decadente”,l’orizzonte della vicenda si dilata fino ad abbracciare la visione di un mutamento storico,economico e sociale.E la decadenza di una famiglia diviene emblema di quella di un’epoca.Un trapasso ben leggibile nella psicologia dei personaggi ormai intrisa dell’ideologia modernista e da una malattia corrosiva che frammenta l’anima in direzione di un’insanabile conflittualità interiore.

Il romanzo è retto da una lucida analisi delle dinamiche che risultano dalla focalizzazione sui personaggi cardine della storia, e mostrano la loro incisività di svolta nella rapidità con la quale la fortuna si muta in decadenza.Tra le figure emblematiche in questo senso c'è Thomas Buddembrook,personaggio che incarna l’ambivalenza e il conflitto interiore che si muove tra gli opposti e i poli esistenziali di cui si diceva. Personaggio centrale,denso di fascino,in cui è venuta meno l’unità organica tra mondo interiore e vita reale, e in cui si incarna quell'insieme di sentimento,pensieri e azioni, che da una stabilità iniziale condurranno al declino di una visione e di un intero mondo,e all’aprirsi di una nuova e tormentata dimensione,esplorata anche attraverso la lettura della filosofia di Arthur Schopenhauer.


Nella durata delle ultime tre generazioni il “Dominus Providebit”, il motto inciso sul frontone della casa della famiglia Buddenbrook,sembra poco alla volta sgretolarsi,ma,a differenza di altri suoi familiari, incapaci di cogliere quanto stia accadendo, Thomas è pienamente cosciente di quello che sta accadendo,e ciò nonostante rimane saldamente ancorato al suo ruolo, paladino di quel mondo che sembra franare,ma che egli strenuamente e fino all'ultimo si adopera a difendere.

Ma quella di Thom sembra essere la difesa puntigliosa di un privilegio astratto tesa alla difesa dell’onorabilità di un nome,ma vuota di contenuto,della rispettabilità di un passato che contro ogni avversità si vorrebbe perpetuare, dell’insegna illustre di una Ditta verso la quale Thomas sente imperioso il dovere di mantenersi fedele,adempiendo agli obblighi che ad essa lo legano.Una difesa ardua,la sua,in una strenua inflessibilità morale che però finisce col divenire la maschera di una situazione sempre più disperata,che consuma tutte le sue energie fino ad una morte prematura.Così nell'animo di Thomas,anche in seguito a ripetuti rovesci di fortuna,si fanno largo incertezza e scontento, e una logorante tensione, indice di una interiore spaccatura e problematicità, che diviene conflitto e malattia non più sanabile.Una malattia non solo fisica ma esistenziale che condurrà Thomas a una morte drammatica e improvvisa,tale da divenire immagine essa stessa della fine di una classe sociale e dell’ideologia che aveva sostenuto un’intera epoca.La psicologia tormentata di questo personaggio è pertanto centrale in questo problematico divenire verso la possibilità di orizzonti altri,in questo passaggio verso esigenze non orientate più alla materia e finalizzate all’affermazione del Sé.

La narrazione,tuttavia,non ha un unico protagonista.Si può dire che essa è incentrata su tre personaggi cardine che nell’economia del romanzo rivestono ruoli e caratteri ben definiti,esemplificanti gli stadi del declino della famiglia.In essi si condensa quel contrasto tra due mondi distinti, tra vita e spirito, in particolare tra la vita borghese,il mondo di una gretta società mercantile e la dimensione dello spirito e dell’arte.L'altro personaggio emblematico,così è Tonie,sorella dello stesso Thomas,che incarna l’essenza stessa di questo culto rivolto alla famiglia, per cui è pronta a sacrificare sentimenti e desideri per il bene di questa,purché ne sia preservato lo status sociale, la rispettabilità e i privilegi acquisiti nel tempo.In Tonie si esprime una vitalità ostinata e finanche eroica che non si discosta mai dall’osservanza alle regole che sostengono il prestigio della famiglia e dalla difesa indiscussa dei presupposti su cui questo poggia,anche attraverso dolorose rinunce e della propria sostanziale infelicità.

Infine,antitesi all'ancoraggio eroico di Thomas e Antonie,è il personaggio di Hanno(diminutivo di Johannes il nome del nonno),il  sensibile,timido e fragile figlio di Thomas, che apre e afferma una nuova visione,un nuovo percorso attraverso il suo totale diniego dell’ideologia borghese e della dimensione etica dei padri, e attraverso l’affermazione di una visione alternativa che passa per il suo amore per la musica,in cui, a trionfare è lo spirito sulla materialità dell’esistenza.

La nuova visione che si incarna nel personaggio di Hanno segna oramai il tramonto dell’ideologia borghese,ma la sua vita,schiacciata,oppressa e compressa ai margini da un sentire gretto e lontano dalle esigenze dello spirito e da sensibilità artistica, e infine la sua morte precoce, indicheranno, tuttavia, il sopravvivere del contrasto e delle opposizioni,dell’insanabile crisi spirituale che rimarranno fortemente presenti nella tematica dell’autore,il quale non giungerà mai a una positiva sintesi di tali antinomie né ad una conciliazione armonica adeguata dell’interiore conflittualità.