Clem
11 giugno 2026
MARJANE SATRAPI, VOCE DI LIBERTA'
03 giugno 2026
LA BELLEZZA DEL DUBBIO
Hanno destato scalpore e suscitato notevoli polemiche le dichiarazioni di Francesco De Gregori,rilasciate in una conferenza stampa.Il cantautore,sostanzialmente,ha criticato gli artisti che fanno proclami politici sul palco.«Non capisco quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico.Perché?Non é già abbastanza sensibile per conto suo?C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump?Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali o di guerra.Perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura:un proclama buttato giù da un palco o scritto in un appello mi lascia indifferente.Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran».Per prendere posizione su temi complessi De Gregori dice che lui preferisce leggere,approfondire,porsi domande.Egli ha poi detto di preferire sensibilizzare le persone tramite le sue canzoni e non con comizi dal palco.Le riflessioni di De Gregori sul "diritto al silenzio" e sulla fine della figura dell'artista come guida ideologica hanno diviso l'opinione pubblica tra sostenitori della libertà di pensiero e critici delusi.
Una vera e propria tempesta di fango,improperi e insulti si è abbattatuta su Francesco De Gregori e questa "tempesta" segna un salto di qualità preoccupante della nuova «sinistra illiberale» italiana,che ha trovato intorno alla giusta indignazione per la tragedia di Gaza il motivo per odiare lo Stato di Israele e di conseguenza anche contro chi non lo odia o si permette di avere un pensiero "difforme".Qualcosa del genere era già avvenuto con lo scrittore Erri De Luca,anche lui insultato e addirittura escluso da "Salerno Letteratura",il festival culturale che si terrà nella città campana a metà giugno,per essersi permesso(pur da uomo dichiaratamente di sinistra)di dire che quello che è successo a Gaza non può essere chiamato "genocidio" e che il sionismo non è equiparabile al razzismo o al nazismo,essendo esso un movimento nato per dare una nazione al popolo ebraico.
Con Francesco De Gregori è accaduto anche di peggio.Il cantautore romano ha subito una vera e propria purga mediatica per non avere espresso un'opinione,QUELLA opinione che la sinistra italiana e i suoi mentori(vedi Francesca Albanese)hanno cristallizzato in maniera quasi sacrale e dogmatica.Al contrario,De Gregori ha rivendicato la libertà degli artisti di non dover per forza prendere parte o adeguarsi all’onda del momento e ingraziarsi così l’uditorio.Le parole di De Gregori hanno scatenato,come si diceva,un'autentica tempesta con intimazioni al silenzio: «Se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre» e accuse di tradimento del suo passato canoro:«In Palestina Pablo continua a morire».
Come tutti sanno stiamo parlando di un cantautore che con i suoi versi ha contribuito a costruire il modo di pensare e di rappresentarsi della sinistra italiana.Ai congressi di partito e alle celebrazioni del 25 aprile si diffondeva dagli altoparlanti quasi come un inno le sue canzoni:«La storia siamo noi» e «Generale», con la sua «notte crucca e assassina»,era l'inno degli antimilitaristi.Adesso,invece,gli si impone di tacere,non per avere espresso un diverso parere,ma per non aver espresso un parere, rifiutandosi dunque di ripetere quello d’obbligo del momento.E in base a questo lo si può accusare di complicità morale nel massacro dei palestinesi o nella guerra contro l’Iran.Il «pensiero unico» del mondo dello spettacolo impone dunque ad attori o cantanti di schierarsi «dalla parte giusta»,avendo già deciso quale essa sia senza neanche ammettere il dubbio,la riflessione e quindi il silenzio.Non è ammesso nemmeno quel «preferisco di no»,pronunciato dallo «scrivano Bartleby»,come nello splendido romanzo di Hermann Melville ?
Forse il celebre verso di Walt Whitman,tratto da "Foglie d’erba" è la chiave per comprendere il senso di quello che ha detto Francesco De Gregori:«Sono vasto, contengo moltitudini».
Oggi è facile marchiare De Gregori con il timbro di "infamia",per questo rifiuto di sottoscrivere la "bolla" del pensiero unico dominante.Ma i testi delle canzoni di Francesco De Gregori ci raccontano che lui è sempre stato questo.De Gregori già negli anni '70 ha cantato una preghiera laica «per le persone facili che non hanno dubbi mai»,o «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo»,volendo indicare chi brucia dentro a causa delle proprie passioni,delle proprie idee e dei propri dubbi("Santa Lucia" nell'album "Buffalo Bill").
Nel guardare le reazioni violente e furiose pubblicate sui social contro le sue parole,non si può tacere su quanto sia importante,fondamentale anzi,condurre avanti questa che è una battaglia di libertà e di civiltà che riguarda tutti:salvaguardare la libertà di essere sé stessi.Anzi l'essere se stessi sostanzia la stessa parola libertà,quella che invece viene offesa e svilita sradicata da tutte le dittature,anche quelle culturali,che vogliono imporre a tutti di ragionare alla stessa maniera.
De Gregori ha contestato un modo di pensare a suo modo «totalitario»,che non prova la bellezza del dubbio e che si accontenta di verità facili,calate dall'alto dall'altrui pensiero,invece che alimentare la libera ricerca intellettuale.Del resto De Gregori con le sue parole non invita quegli artisti e cantanti che hanno scelto legittimamente di usare la propria arte o la propria popolarità per importanti cause sociali a non farlo.
Ma in realtà qui si tratta d'altro.Si tratta del diritto culturale proprio di «contenere moltitudini».Cioè di cercare,con la propria riflessione,con l'ascolto degli altri,il senso vero delle cose che accadono e di guardarle non attingendo solamente alla logica delle appartenenze che tutto risolve e tutto spiega istantaneamente.Cercare,come novello Diogene,l'Uomo,cioè un essere umano veramente virtuoso,onesto e razionale in una società dominata dall'ipocrisia.Cercarlo nella foresta intricata del dubbio.Ma Certo più intricata, ma è quel tipo di foresta,quanto più intricata è stata,tanto più avanti ha sospinto il mondo.
Questo nostro mondo in questo nostro tempo scandisce due messaggi imperativi:semplificare e polarizzare.È una stagione di recinti, non di praterie.Di grida,non di ragionamenti.E di certezze,non di dubbi,appunto.Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando attorno ai populismi,all'esaltazione delle logiche semplificatorie,e si affermano sempre di più,con disprezzo della Ragione, come fin troppo chiaramente dimostra la vicenda Trump.
E questo accade anche nella sinistra italiana ed europea.Sarebbe lì che si dovrebbe amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che affonda le proprie radici nella ricerca e nella interrelazione delle cose del mondo e nel rispetto delle (diverse)idee degli individui.E a proposito di intellettuali e di cultura di sinistra,non si può dimenticare che Pier Paolo Pasolini fu duramente attaccato per la posizione da lui presa nella famosa lettera all’Espresso dopo i fatti di Valle Giulia. Lui,con la massima tranquillità rispondeva:«È nata insomma una divisione terroristica tra giusti e reprobi che non è soltanto moralistica e ha quindi perduto ogni rito e fair play.No.Verso il reprobo il giusto sente un’antipatia fisica così forte che,pur suo conoscente da anni e fino al giorno prima appartenente a una stessa generica cerchia sociale,con stesse idee politiche,sente quasi ripugnanza:non gli stringe la mano,lo evita, gli gira a largo, gli prepara intorno una specie di clima da linciaggio».Incredibilmente profetiche quelle parole di Pasolini.Quel riflesso pavloviano ora è diventato più violento e diffuso per effetto dell’universo allucinato dei social.Non esistono «giusti e reprobi»,ognuno si arroga il diritto di stabilire forme,limiti e natura del proprio rapporto tra ruolo sociale e impegno politico.
Spesso la sinistra ha avuto paura dell’innovazione o di ciò che sfuggiva alla definizione, sovente arbitraria, di politicamente corretto. Invece dovrebbe capire che rinchiudersi nei bastioni di un fortino fatto di certezze assolute e gettare olio su chi manifesta pensiero altro, è autolesionistico e dannoso.Si può certamente e legittimamente stare da una parte,con le proprie idee,ma con la testa libera,senza doversi sentire irregimentato in ortodossie e rigidità di parte.Valgono ancora le parole di Whitman,che risponde a sé stesso sul senso della vita,in presenza di tanto male e desolazione. Si domanda «Che cosa c’è di buono in tutto questo, Ohimè! O vita!» per rispondersi, semplicemente:«Che tu sei qui — che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso».Ed un pensiero,anche se diverso da quello comune.
31 maggio 2026
AMARGA NAVIDAD
Pedro Almodóvar ha 76 anni e da qualche film a questa parte la sua salute è entrata nei suoi lavori come un personaggio in più.Le emicranie,gli attacchi di panico,la paura della morte."Dolor y gloria" era già un'autoanalisi pubblica;questo nuovo film è un passo oltre,non racconta più la malattia,racconta il dubbio di avere ancora qualcosa da dire.Così Almodovar racconta di un regista(Leonardo Sbaraglia)che da 5 anni non riesce a girare niente, circondato da un pubblico cinefilo che lo venera e da una collaboratrice storica, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che sta per lasciarlo.Per sbloccarsi comincia a scrivere una sceneggiatura che si chiama Amarga Navidad,ambientata nel 2004,con una protagonista donna che si chiama Elsa (Bárbara Lennie), regista (di culto, appunto)che per campare si è messa a girare spot pubblicitari.Elsa è quindi Raúl travestito.Raúl è Almodóvar travestito. Lo spettatore siede in platea a guardare un uomo che si guarda guardarsi,e in questo gioco di specchi e di rimandi si teme di perdersi un po',ma si aspetta di capire se quella matrioska abbia un centro o sia in realtà vuota.E la domanda è una sola:ha il creatore il diritto di una storia di appropriarsi delle vite vere,di storie altrui segnate dal dolore e dalla tragedia e cannibalizzare il dolore altrui per trasformarlo in finzione per risorgere da una crisi artistica?Raúl non è simpatico quando saccheggia il dolore di Mónica per trovare la chiave narrativa che cercava da cinque anni. Non è simpatico, ma è vero.E Aitana SánchMadridez-Gijón,nella parte di Monica,è il cuore emotivo del film più autocritico del regista spagnolo:imperfetto,febbrile,spietato.
Nel film ci sono echi potenti di "Come in uno specchio",il celebre film di Ingmar Bergman del 1961.Il tema dello sfruttamento della malattia(e dell'arte che si nutre del dolore altrui)è centrale e brutale in entrambe le opere.In Bergman,il padre scrittore David osserva la discesa della figlia Karin nella schizofrenia:invece di aiutarla come genitore,sfrutta la sua sofferenza come materiale, annota freddamente l'evoluzione dei sintomi nel diario,ne trae ispirazione letteraria.Il cinismo dell'osservatore elevato a metodo creativo.Freddo,necessario, imperdonabile.In Amarga Navidad il meccanismo è lo stesso, ma il carnefice è Raúl Rossetti(alter ego esplicito di Almodóvar)che saccheggia il dolore della sua assistente Mónica (la morte di sua madre,la morte in un incidente stradale del piccolo figlio di una amica di Monica)per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere da 5 anni.E del resto Federico Fellini insegna: «Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio». Raúl compete. E vince. Al costo di Mónica.Ma nel film c'è anche una domanda che chiede risposte:quanto può durare un lutto?Forse per sempre,chissà,dipende dalle persone anche.E quanto può essere feroce un regista in cerca di ispirazione?Abbastanza da trasformare il dolore reale di chi ama in finzione.Tanto da non fermarsi neanche quando potrebbe.
Madrid, dicembre 2004:Elsa(Bárbara Lennie) è una regista di spot pubblicitari tormentata da emicranie ereditarie e da attacchi di panico(come realmente Aldomovar).Il fidanzato di Elsa,Bonifacio,pompiere le è sempre fedelmente al fianco aiutandola nei momenti difficili e nel dolore fisico e morale.Madrid,estate 2026:Raúl Rossetti(Leonardo Sbaraglia)è uno sceneggiatore e regista di successo bloccato da 5 anni di blocco creativo.Scopriamo quasi subito quello che sospettavamo:Elsa è Raúl.O meglio:Raúl sta scrivendo la storia di Elsa.Ovvero:Almodóvar sta scrivendo il film che state guardando.E' un gioco di specchi riuscitissimo,una struttura metacinematografica,pirandelliana,come Almodovar la chiama.
I nodi posti dalle domande poste la pellicola vengono al pettine alla fine del film.Esso cambia ritmo e "climax" nel Parco del Retiro,verso sera.Mónica(Aitana Sánchez-Gijón)presenza magnifica la sua che porta 20 anni di silenzi in corpo,crolla in un monologo-resa dei conti con il suo capo, con la sua lealtà mai ricambiata, con il fatto che Raúl ha usato la sua vita,il dolore reale,tutto privato ed intimo,per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere.È una scena teatrale, pirandelliana,devastante.E Raúl,nonostante l'emozione dopo lo sfogo inatteso di Monica,prende le pagine della vecchia sceneggiatura che Mónica gli aveva riportato e ricomincia a scrivere sul retro.Ecco,nel momento più drammatico l'ispirazione è arrivata.Il prezzo è Mónica.Raul non è simpatico, ma è onesto. E questa onestà,che il film non addolcisce e non assolve — è la cosa migliore di Amarga Navidad.Almodóvar si accusa.E poi torna a scrivere. Perché è questa la natura dello scrittore.
Verso la fine del film,le due amiche Elsa e Natalia(quest'ultima è la mamma del bambino morto in un incidente automobilistico che nel ricordo del bimbo e per il rimorso cerca di suicidarsi)guardano direttamente in macchina dalla villa di Lanzarote.Guardano Raúl.Guardano Almodóvar ed è come se guardassero gli spettatori.È il momento pirandelliano per eccellenza:i personaggi che si affacciano dalla finzione e chiedono all'autore cosa ne sarà di loro.L'obiettivo della macchina da presa e lo schermo del computer di Raúl sono le due estremità di un filo che attraversa ventidue anni.
Riecheggia allora San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi,che fa da colonna sonora anche nel film "Blu" di Krzysztof Kieślowski:«Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia;ora conosco in parte;ma allora conoscerò pienamente,come anche sono stato perfettamente conosciuto.»
Amarga Navidad non è certo il film più imperdibile di Almodóvar.Non ha la bellezza dei suoi capolavori,quelli del periodo d'oro,non ha le caratteristiche del primo Almodóvar né la commozione accessibile di "Todo sobre mi madre" o la devastazione di Volver. Non è "Dolor y gloria" che forse è il culmine della sua autoanalisi,più profondo,più definitivo.Ma dove lì c'era ancora una pace possibile, qui non si consola nessuno.Arriva solo il cursore che lampeggia a significare che il finale non riesce a essere scritto,e comunque non riesce a essere scritto senza far male e provocare dolore in altri.Ma forse,proprio perciò,questo film,paradossalmente,è più onesto.E le dita che tamburellano forsennate sulla tastiera e il cursore lampeggia in attesa di una fine che non c'è.