10 marzo 2026

LA FINE DI UN MONDO








Quanta cultura e quanta Storia in un epistolario come questo.Appena uscito per Adelphi,"Ombre folli, Lettere 1927-1938" documenta il carteggio tra due grandi intellettuali mitteleuropei,Joseph Roth e Stefan Zweig in un tempo di tragedia.I due erano molto diversi:Roth scontento e irrequieto,febbricitante,ossessionato dall’Austria,immerso nei suoi problemi personali tra debiti,malattie e alcolismo;Zweig, di 13 anni più giovane,più composto,forse più colto,cosmopolita garbatamente idealista.L'epistolario edito,da Adelphi nello scorso mese di gennaio 2026,risulta alla fine un'analisi lucida e spietata tra quelli che furono due finissimi interpreti della cultura mitteleuropea ma anche i narratori della "finis Austriae" ed alla fine della stessa "finis Europae".

Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei,entrambi austriaci,entrambi scrittori,ma tutto li separa:all'epoca Zweig godeva già di una fama internazionale di cui però non riusciva a sopportare l’onere e le responsabilità.Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta con le sue opere  "Giobbe" e "La Marcia di Radetzky",si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche,al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole.Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un’amicizia ardente e tragica, testimoniata da questa corrispondenza,tra le più alte del Novecento.I due scrittori condivisero le sorti della patria e della cultura tedesca.La loro cultura mitteleuropea,la loro comune appartenenza alle tradizioni dell’impero asburgico così profonda tra la fine dell’Ottocento e la Grande guerra(era grande il loro sentimento di appartenenza alla “Austria felix”).Era l’età d’oro della sicurezza,anche per gli ebrei: “Nella nostra monarchia austriaca– scrive Zweig ne "Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo" – tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità”.

All’angoscia di Roth, che solo nell’alcol sembra trovare requie, ai suoi scatti di collera,alle sue ricorrenti richieste di denaro, alla sua urgenza espressiva,Zweig rispondeva sempre con quella sua pacata fermezza,con quell’«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti.Ma almeno inizialmente le visioni sul futuro immediato furono radicalmente diverse.Lo scoppio della guerra fu salutato da Zweig come un evento senza eguali,portatore di un “futuro grandioso, di un mondo in movimento”,anche se ben presto si renderà conto che quello che in realtà stava accadendo era il crollo dell’intera civiltà europea.Roth,invece,aveva subito presagito le terribili e atroci conseguenze del nazismo e avrebbe voluto scuotere la mansuetudine,l'indulgenza verso la nuova e terribile epoca  nuova che andava preparandosi,inducendo Zweig a un’intransigenza più che mai necessaria adesso,nell’«ora infernale,quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione».Anche per questo i contrasti tra i due furono grandi e anche accesi,ma non intaccarono mai un legame profondo,come poi dirà lo stesso Zweig:"contro di me-scrisse Zweig a Roth-Lei può fare tutto quello che vuole,può disprezzarmi,può attaccarmi in privato o in pubblico,non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice,un amore che soffre per le Sue sofferenze».

Eppure Roth voleva aprire gli occhi all'amico."Ormai lei si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”,scriveva a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando,oltre alla guerra imminente,l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo.“Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita.Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”.

"Ombre folli" è il titolo dell'epistolario edito da Adelphi,ed il nome è tratto da una missiva di Joseph Roth per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono tra il 1927 e il 1938,mentre nubi oscure si addensavano sull'Europa alle quali ancora ci si illudeva di non vedere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini.Il mondo appariva ancora più terribile che nel 1914,alla vigilia della Grande Guerra.Roth constatava amaramente che gli atti di bestialità erano accettati,e nessuno sembrava volersi opporsi al loro dilagare.Anzi Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia,per la sua incolumità,per salvare la propria vita e le proprie opere.

Poi,piano piano,anche in Zweig ccominciò a subentrare il seso della catastrofe immininente.Ognuno pensa solo a sé stesso”,scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland,scrittore e drammaturgo francese,Premio Nobel per la Letteratura nel 1915,aggiungendo con profonda amarezza:“il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”,constatando ormai "La fine di un mondo",come ha scritto lo scrittore Raoul Precht.

I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata,mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva affermazione."Ombre folli" è un carteggio a volte commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori.Nell'epistolario emerge soprattutto la voce di Roth,perché molte lettere di Zweig sono andate perdute.Prevale perciò un tono disperato,nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia.Roth in certo qual modo rimpiange il passato,vedendo nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe:una cosa,ovviamente, del tutto impossibile.
E' quindi il tono apocalittico a prevalere perchè apocalittici sono i tempi.I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero.Roth talora polemizza con l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania,mostrando consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare.Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione,adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”.Ma Roth ha anche un'altra consapevolezza:non si tratta soltanto della persecuzione della razza ebraica.Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica,soffrirà comunque le conseguenze del nazismo.Roth cercava di scuotere in ogni modo e si giunse ad un momento drammatico della loro conoscenza.E intanto il caos imperante nella società tedesca alimentano le pulsioni autodistruttive dello scrittore,il bere smodato aggrava le sue già precarie condizioni di salute.Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo pesantissimo per Roth, anche dal punto di vista finanziario.Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito.
Il crollo dell’impero absburgico e del mondo della cultura mitteleuropea fu per i due scrittori la fine del proprio mondo.Da quel momento sia per Roth che per Zweig,iniziò una peregrinazione che si sarebbe conclusa con le loro rispettive morti.Anche loro divennero "ebrei erranti",a voler usare il titolo del libro di Roth. 

Ed il senso del libro infatti è tutto qui.Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile,lo scambio di lettere tra Roth e Zweig."Ombre folli" restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.
Nella confusione morale e politica di un'Europa impietrita dal dilagante nazifascismo,Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca,e anzi ne riflettono tutte le note distintive.Roth era l’incarnazione dell’inquietudine,proclive all’isteria,preda della dipendenza alcolica,sempre in difficoltà economiche e con debiti di denaro.Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito insieme alla  moglie in Brasile barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile,sapeva essere più composto nelle forme,ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri”(per prendere a prestito il titolo di un celebre libro dello stesso Zweig)gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro,colma di virtù e dignità.

In questo pianto duale quello che più spicca è la diversità nella risposta emotiva.Roth da tempo  aveva intuito l'immensità della tragedia.La leggeva inscritta nella precarietà economica,nel forzato esilio di troppi,nella disaffezione dei lettori,mentre la violenza veniva tollerata anche nel linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri.Zweig invece ebbe almeno inizialmente più ottimismo,vedendo negli accadimenti del periodo opportunità di cambiamenti,censurando le «fantasie pessimiste» dell'amico,consigliandogli di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».
Ma di questa sua cecità iniziale Zweig si sarebbe amaramente pentito più tardi.Quello che a Zweig sfuggiva era di essersi pienamente identificato con quel mondo  e quell’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici,che gli impediva di riconoscere il fallimento di un intero orizzonte culturale.Anche su questo ci furono i contrasti con Roth.Già dal maggio del 1933,due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri,Roth gli rimproverò un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…)

È per questa vena anti-profetica che Ombre folli si fa diagnosi del presente.Questi due grandissimi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera genia di intellettuali presi alla sprovvista,alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una qual forma di cecità culturale.E se certo è complicato vaticinare la propria fine,occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e fare i conti con i dati concreti.
E allora davvero aveva ragione Roth,quando diceva,in quel tempo di tragedia,che «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva».

03 marzo 2026

BERNINI, IL GENIO DEL BAROCCO






Dopo lo straordinario successo della mostra di Caravaggio del 2025,si tiene dal 12 febbraio al 14 giugno 2026 presso le Gallerie Nazionali di Arte Antica,nelle sale di Palazzo Barberini la grande mostra Bernini e i Barberini:un’indagine sul rapporto speciale tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini.
Sono a Roma in questi angoscianti giorni di principiante marzo,e sono andato a visitare quella mostra sullo speciale rapporto tra Bernini e i Barberini.

L’intenzione della mostra è quella di approfondire il rapporto privilegiato fra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini,suo primo e più determinante mecenate,che poi diventerà Papa con il nome di Urbano VIII.Pare che lo stesso Urbano VIII affermò rivolgendosi al giovane Bernini:«È gran fortuna per voi,o cavaliere,di veder papa il cardinal Maffeo Barberino,ma assai maggiore è la nostra,che il cavalier Bernino viva nel nostro pontificato».Queste parole danno il senso della grande considerazione che il Barberini aveva dell'artista,considerato fondamentale per i programmi artistici e culturali del papato.

La mostra è anche un'occasione per rileggere le origini del  Barocco attraverso lo speciale dialogo umano e intellettuale tra Bernini e Urbano VIII, figure fondamentali nello sviluppo dell’arte del Seicento.L’iniziativa si inserisce anche nel contesto delle celebrazioni per i 400 anni dalla consacrazione della nuova Basilica di San Pietro (1626),apice del Barocco romano e della produzione artistica dello stesso Bernini.Peraltro proprio San Pietro custodisce altre fondamentali opere del Bernini come iBaldacchino di San Pietro,una delle sue opere più famose(28,5 m. di altezza) 


o il celebre porticato del Bernini, conosciuto in tutto il mondo.Nel 1656 Papa Alessandro VII commissionò a Gian Lorenzo Bernini il compito di progettare una piazza che potesse non solo accogliere dignitosamente i fedeli ma anche integrarsi esteticamente con la grandiosa Basilica di San Pietro.Bernini ideò il colonnato dorico che incornicia la piazza,simboleggiando le braccia aperte della Chiesa che accoglie i visitatori.Questo colonnato è composto da 284 colonne e 88 pilastri,creando un’ellisse che enfatizza la centralità dell’obelisco e della fontana che furono realizzati sotto il pontificato di Clemente X.


Il sostegno di Papa Urbano VIII Barberini fu determinante per la maturazione del linguaggio scultoreo berniniano e per le monumentali imprese realizzate in San Pietro durante il pontificato di Urbano VIII,come quellle innanzi ricordate. Nel vivace dibattito sulle origini del Barocco, tra chi le colloca attorno al 1600 con Carracci e Caravaggio, e chi invece vede il pieno affermarsi dello stile negli anni Trenta del Seicento con Bernini,Pietro da Cortona e Borromini,la mostra pone l’accento proprio sul legame tra Bernini e il cardinale Barberini,poi divenuto pontefice,considerandolo una chiave interpretativa essenziale per comprendere quel momento di svolta.

L’esposizione si inserisce nel solco delle recenti mostre di Palazzo Barberini dedicate alla famiglia Barberini e alla loro influenza artistica. Grazie ai contributi di importanti studiosi nazionali e internazionali e a prestiti provenienti da musei e collezioni private,molti dei quali mai presentati in Italia,la mostra restituisce tutta la complessità di questo snodo cruciale per la storia dell’arte.

Organizzato in sei sezioni, il percorso espositivo segue l’evoluzione dell’artista,dagli esordi alla piena maturità, mostrando il passaggio dal tardo manierismo del padre Pietro Bernini alla definizione di uno stile personale, caratterizzato da una straordinaria forza espressiva.Opere di grande rilievo come il "San Sebastiano" del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e il "Putto con drago" del Getty Museum segnano la nascita della scultura barocca;prestiti eccezionali come "Le Quattro Stagioni" dalla collezione Aldobrandini permettono di approfondire il confronto di stili tra il padre Pietro e il figlio Gian Lorenzo Bernini.

La mostra riunisce inoltre,per la prima volta la galleria dei ritratti in marmo degli antenati Barberini,capolavori scolpiti da Bernini, Giuliano Finelli e Francesco Mochi,oggi dispersi in collezioni pubbliche e private.Particolare attenzione è dedicata alla figura e alla memoria di Urbano VIII, con busti in marmo e bronzo affiancati a uno dei rarissimi dipinti attribuiti con certezza a Gian Lorenzo Bernini.

Un’intera sezione è infine dedicata al Bernini pittore,attività che Maffeo Barberini incoraggiò con convinzione.

La mostra "Bernini e i Barberini" è poi accompagnata da un catalogo con contributi di illustri specialisti,con il quale si intende offrire una visione aggiornata di una fase fondamentale nella nascita dello stile Barocco.

Visitare “Bernini e i Barberini” significa entrare in un mondo dove l’arte e il potere erano facce della stessa medaglia. Urbano VIII non commissionava opere per puro mecenatismo:investiva nella bellezza come si investe in un esercito.Ogni statua, ogni fontana, ogni chiesa era un messaggio:Roma è il centro del mondo, il papa è il vicario di Cristo, la Chiesa cattolica è la vera custode della fede.E Bernini era certamente consapevole di essere strumento di questa visione politica.Ma questo non diminuisce certo la sua arte.Certo, c’erano vincoli. Non poteva fare ciò che voleva ma ciò che serviva alla gloria di Dio e dei Barberini (spesso sovrapposte nella retorica dell’epoca). Ma dentro questi vincoli ha trovato una libertà espressiva straordinaria, ha spinto i limiti del possibile, ha trasformato commissioni ufficiali in visioni personali.

La mostra non nasconde le ombre: le rivalità spietate (la celebre inimicizia con Borromini), gli errori (il campanile di San Pietro che dovette essere demolito perché minacciava di crollare), le accuse di nepotismo (tutti i Barberini arricchiti dalle commissioni papali). Ma queste ombre rendono la storia soltanto più umana e quindi più vera.

22 febbraio 2026

I BUDDENBROOK

 



Ci sono opere d'arte che riescono a riassumere lo spirito storico e culturale che caratterizzano un'epoca:"I Buddenbrook",del grande scrittore tedesco Thomas Mann,del quale nel 2025 si sono ricordati contemporaneamente i 150 anni dalla nascita e i 70 dalla morte,è una di quete.In questo romanzo  è facile individuare tale peculiarità nell'ambito di quella sorta di calma inquieta che preparò il terreno per le catastrofi che avrebbero segnato irrimediabilmente il tramonto della civiltà borghese,del quale questo romanzo che segnò l'esordio di Thomas Mann,è profezia sconvolgente e allegoria anticipatrice.La "decadenza" di cui si parla nel sottotitolo non è solo quella di una famiglia ma di un intera società e di un intero mondo,"decadenza" di un'epoca come quella che del resto ci racconta un altro grande scrittore della cultura mitteleuropea,l'austriaco Stefan Zweig che di Mann era amico e ammiratore.Strano,chissà perchè fino ad oggi non avevo ancora letto quest'altro capolavoro di Mann.

Thomas Mann era nato nel 1875 a Lubecca, città anseatica retta da una borghesia affaristica che traeva ispirazione dalle corporazioni medievali e fondava la propria fiorente economia sull’etica del profitto.Anche durante il medioevo le libere città che aderirono proprio all'omonima Lega Anseatica,furono molto prospere,e la stessa Lubecca era un piccolo mondo autonomo,restio ad ogni senso di appartenenza statalistica e ad una politica di ingerenza dello stato nella sfera del privato;uno dei tanti centri del particolarismo tedesco,geloso della propria autonomia e orgoglioso della prosperità e della grandezza di quella borghesia il cui potere era basato sull’assoluta dedizione al lavoro con un fermo credo basato sull’onestà e sul prestigio sociale da essa conseguito nel tempo.Ed è proprio in questo contesto storico,politico ed economico che il romanzo viene ambientato.

Nella narrativa di Mann ritorna incessantemente la contrapposizione tra diverse coppie di contrari che si oppongono costantemente nella loro dialettica senza mai riuscire a raggiungere un compendio.Vita e spirito,arte e mondo borghese, natura e spirito,caos e forma(dionisiaco e apollineo a volerla dire con le parole del  connazionale di Mann,il grande filosofo Friedrich Nietzsche)


amore e morte,sono i ricorrenti poli di questa sua duplice visione:così,nelle sue opere,troviamo da una parte soggetti appagati e felici nell’immediatezza della vita,dall’altra anime complesse e tormentate(nei Buddenbrook impersonificata dal console Thomas Buddenbrook,da sua sorella Antonie e dal figlio di Thomas,il piccolo Hanno,diminutivo di  Johannes,il nome del nonno),ai quali sono negate queste gioie,che anzi si portano dentro aneliti di felicità,rimpianti e continua nostalgia.

Ne I Buddembrook,scritto nel 1901,il primo grande romanzo dello scrittore,per il quale Mann ottenne il Premio Nobel per la Letteratura nel 1929,quel contrasto trova piena espressione nei personaggi.Alcuni sono ancorati al rispetto delle norme repressive riguardanti la stabilità economica e la rispettabilità sociale(principi intrasgredibili nell’etica alto-borghese di fine Ottocento)mentre altri infrangono tranquillamente tali vincoli ed ogni limite e valore ad esse legato,finendo però in un’autodistruzione che,è sì individuale, ma pare estendersi all’intero sistema di valori politici, etici e sociali.

L’impianto del romanzo si svolge su un’ampia e accurata analisi e descrizione del quadro sociale e delle dinamiche che lo muovono.Una saga familiare che narra la storia di un’agiata famiglia di mercanti di Lubecca,e del loro declino negli anni che vanno dal 1835 al 1877,nel corso di quattro generazioni.Una narrazione che illustra il momento cruciale e le dinamiche psichiche e socio-economiche di una crisi e di un mutamento di visione che sintetizza la decadenza e il tramonto di quello spirito che per secoli aveva animato l’intera borghesia europea.

Ed infatti parallelamente al tracollo della famiglia Buddembrook,con un sentimento che possiamo definire “decadente”,l’orizzonte della vicenda si dilata fino ad abbracciare la visione di un mutamento storico,economico e sociale.E la decadenza di una famiglia diviene emblema di quella di un’epoca.Un trapasso ben leggibile nella psicologia dei personaggi ormai intrisa dell’ideologia modernista e da una malattia corrosiva che frammenta l’anima in direzione di un’insanabile conflittualità interiore.

Il romanzo è retto da una lucida analisi delle dinamiche che risultano dalla focalizzazione sui personaggi cardine della storia, e mostrano la loro incisività di svolta nella rapidità con la quale la fortuna si muta in decadenza.Tra le figure emblematiche in questo senso c'è Thomas Buddembrook,personaggio che incarna l’ambivalenza e il conflitto interiore che si muove tra gli opposti e i poli esistenziali di cui si diceva. Personaggio centrale,denso di fascino,in cui è venuta meno l’unità organica tra mondo interiore e vita reale, e in cui si incarna quell'insieme di sentimento,pensieri e azioni, che da una stabilità iniziale condurranno al declino di una visione e di un intero mondo,e all’aprirsi di una nuova e tormentata dimensione,esplorata anche attraverso la lettura della filosofia di Arthur Schopenhauer.


Nella durata delle ultime tre generazioni il “Dominus Providebit”, il motto inciso sul frontone della casa della famiglia Buddenbrook,sembra poco alla volta sgretolarsi,ma,a differenza di altri suoi familiari, incapaci di cogliere quanto stia accadendo, Thomas è pienamente cosciente di quello che sta accadendo,e ciò nonostante rimane saldamente ancorato al suo ruolo, paladino di quel mondo che sembra franare,ma che egli strenuamente e fino all'ultimo si adopera a difendere.

Ma quella di Thom sembra essere la difesa puntigliosa di un privilegio astratto tesa alla difesa dell’onorabilità di un nome,ma vuota di contenuto,della rispettabilità di un passato che contro ogni avversità si vorrebbe perpetuare, dell’insegna illustre di una Ditta verso la quale Thomas sente imperioso il dovere di mantenersi fedele,adempiendo agli obblighi che ad essa lo legano.Una difesa ardua,la sua,in una strenua inflessibilità morale che però finisce col divenire la maschera di una situazione sempre più disperata,che consuma tutte le sue energie fino ad una morte prematura.Così nell'animo di Thomas,anche in seguito a ripetuti rovesci di fortuna,si fanno largo incertezza e scontento, e una logorante tensione, indice di una interiore spaccatura e problematicità, che diviene conflitto e malattia non più sanabile.Una malattia non solo fisica ma esistenziale che condurrà Thomas a una morte drammatica e improvvisa,tale da divenire immagine essa stessa della fine di una classe sociale e dell’ideologia che aveva sostenuto un’intera epoca.La psicologia tormentata di questo personaggio è pertanto centrale in questo problematico divenire verso la possibilità di orizzonti altri,in questo passaggio verso esigenze non orientate più alla materia e finalizzate all’affermazione del Sé.

La narrazione,tuttavia,non ha un unico protagonista.Si può dire che essa è incentrata su tre personaggi cardine che nell’economia del romanzo rivestono ruoli e caratteri ben definiti,esemplificanti gli stadi del declino della famiglia.In essi si condensa quel contrasto tra due mondi distinti, tra vita e spirito, in particolare tra la vita borghese,il mondo di una gretta società mercantile e la dimensione dello spirito e dell’arte.L'altro personaggio emblematico,così è Tonie,sorella dello stesso Thomas,che incarna l’essenza stessa di questo culto rivolto alla famiglia, per cui è pronta a sacrificare sentimenti e desideri per il bene di questa,purché ne sia preservato lo status sociale, la rispettabilità e i privilegi acquisiti nel tempo.In Tonie si esprime una vitalità ostinata e finanche eroica che non si discosta mai dall’osservanza alle regole che sostengono il prestigio della famiglia e dalla difesa indiscussa dei presupposti su cui questo poggia,anche attraverso dolorose rinunce e della propria sostanziale infelicità.

Infine,antitesi all'ancoraggio eroico di Thomas e Antonie,è il personaggio di Hanno(diminutivo di Johannes il nome del nonno),il  sensibile,timido e fragile figlio di Thomas, che apre e afferma una nuova visione,un nuovo percorso attraverso il suo totale diniego dell’ideologia borghese e della dimensione etica dei padri, e attraverso l’affermazione di una visione alternativa che passa per il suo amore per la musica,in cui, a trionfare è lo spirito sulla materialità dell’esistenza.

La nuova visione che si incarna nel personaggio di Hanno segna oramai il tramonto dell’ideologia borghese,ma la sua vita,schiacciata,oppressa e compressa ai margini da un sentire gretto e lontano dalle esigenze dello spirito e da sensibilità artistica, e infine la sua morte precoce, indicheranno, tuttavia, il sopravvivere del contrasto e delle opposizioni,dell’insanabile crisi spirituale che rimarranno fortemente presenti nella tematica dell’autore,il quale non giungerà mai a una positiva sintesi di tali antinomie né ad una conciliazione armonica adeguata dell’interiore conflittualità.

16 febbraio 2026

GOBETTI, IL RIVOLUZIONARIO INTRANSIGENTE








Il 16 febbraio di quest'anno sono 100 gli anni trascorsi dalla morte di Piero Gobetti.Gobetti morì a soli 25 anni,a causa delle complicazioni di salute derivanti da un violento pestaggio subito dagli squadristi fascisti a Torino nel settembre dell'anno prima.Dopo il durissimo e brutale pestaggio,Gobetti fu convinto a partire esule per la Francia,ospite di altri antifascisti italiani,ma non si riprese mai più dalle percosse brutali ricevute che avevano aggravato un quadro clinico già precario. 

100 anni fa,dunque,moriva a Parigi Piero Gobetti,giovane intellettuale,editore e pensatore politico,stroncato dalle violenze fasciste(era nato a Torino il 19 giugno 1901).Ma, nonostante la brevità della vita,il suo pensiero continua ancora oggi a interrogarci,a stimolare riflessioni,a porre domande scomode sulla politica,sulla cultura,sul concetto stesso di libertà.

Il suo liberalismo rivoluzionario,la sua denuncia dell’immobilismo delle classi dirigenti e la sua concezione della cultura vista come atto politico,ci offrono una chiave di lettura straordinariamente attuale per comprendere le sfide del presente.
Fu pensatore scomodo,radicale,non conformista e fu anticipatore di molte delle questioni che ancora oggi animano il dibattito democratico.Piero Gobetti concepì prima di tutti e meglio di tutti la libertà non come graziosa concessione,ma come conquista continua,processo di emancipazione singola e collettiva che passa attraverso il conflitto e la lotta,e vide la cultura come momento formativo,etico e di responsabilità individuale.

Formidabile,quella breve vita.Fin dagli anni giovanili,manifestò un'accesa sensibilità e un'acuta attenzione verso le trasformazioni politiche e sociali del suo tempo.Nel 1918,a soli 17 anni,fondò la rivista Energie Nove,che fu subito uno spazio di confronto e sperimentazione culturale in cui iniziò a delineare le coordinate del suo pensiero.


Fu però nel 1922,con la nascita dell'altra sua rivista,"La Rivoluzione Liberale",che il suo ruolo di intellettuale militante si definì appieno.


Quest'ultimo settimanale divenne rapidamente il punto di riferimento per un antifascismo che andava oltre la pura opposizione politica, radicandosi in una profonda riflessione sulla crisi strutturale dell'Italia.La sua denuncia del fascismo,individuato non come una semplice parentesi autoritaria,ma come la manifestazione più compiuta del conformismo e della debolezza della borghesia italiana(grandiose a questo proposito sono le parole de "L'elogio della ghigliottina" dove Gobetti definì il fascismo come "autobiografia della Nazione")attirandosi,di conseguenza,persecuzioni e violenze.
Ed infatti il regime lo identificò presto come un nemico pericoloso:la sua casa editrice venne ripetutamente attaccata dagli squadristi fascisti,i suoi scritti censurati,lui stesso fu vittima di ripetute aggressioni fisiche. In particolare,violentissima fu l'aggressione e la perquisizione della sua abitazione subite il 9 giugno del 1924 su diretto interessamento di Mussolini,come dimostrò il carteggio intrattenuto con il prefetto di Torino Enrico Palmieri(lo stesso duce scrisse il 1 giugno 1924 di suo pugno un telegramma al prefetto di Torino chiedendo di "vigilare per rendere nuovamente difficile vita" a Gobetti,definito come un oppositore fastidioso).Nello stesso periodo si alimentava la brutale spirale di violenza nei confronti di tutti gli oppositori del regime e il giorno dopo la violenta perquisizione dell'abitazione di Gobetti,cioè il 10 giugno 1924,scomparve a Roma il deputato socialista Giacomo Matteotti.Si scoprì solo mesi dopo che Giolitti era stato rapito dalle squadracce fasciste,poco distante dalla sua abitazione romana,sul lungotevere Arnaldo da Brescia.I fascisti lo avevano prelevato con la forza e caricato in auto,nella quale fu massacrato di botte fino alla morte.Il cadavere di Matteotti fu ritrovato solo dopo 2 mesi dopo l'omicidio,e precisamente il 16 agosto 1924,a pochi chilometri dalla Capitale,in una buca,piegato in due e coperto di foglie e terriccio.


La libertà come conflitto,questo Piero Gobetti vedeva nel liberalismo:non un semplice sistema di norme e regole di governo,ma una forza di trasformazione radicale.La sua era una visione che rifiutava il compromesso con le vecchie élite e mirava a costruire una nuova morale ed etica pubblica,fondata sul conflitto e sulla responsabilità individuale e sulla cultura vista come palingenesi etica e morale.

Proprio perciò il suo pensiero si discostava decisamente dal liberalismo italiano dell’epoca,spesso ridotto a una difesa conservatrice dello status quo.Gobetti non credeva in un liberalismo elitario e passivo,ma in un liberalismo che fosse lotta,forza dirompente e rivoluzionaria capace di trasformare la società attraverso il conflitto e l’assunzione di responsabilità.
Mai,per Gobetti sarebbe stato possibile concepire la libertà come graziosa concessione dall’alto,ma sempre come il frutto di una maturazione culturale e politica che doveva coinvolgere l’intera società e responsabilità individuale.

Questo fu il motivo che lo portò a guadare con interesse ed attenzione al movimento operaio e alla sua forza culturale propulsiva e innovatrice,perchè capace di scuotere l’Italia dalla sua stagnazione politica ed economica.Pur non essendo socialista né comunista,vedeva nella lotta di classe un elemento importante per la maturazione democratica del Paese e un’opportunità per risvegliarlo dalla passività di una borghesia approfittatrice ed opportunistica,che lui definiva “una classe senza rivoluzione, senza dignità,senza orgoglio”,incapace di assumere il ruolo guida che in altri contesti storici aveva avuto.

Questa considerazione della classe operaia lo fecero avvicinare, pur nelle profonde differenze,ad Antonio Gramsci. Ma se per il pensatore marxista la rivoluzione passava attraverso l’egemonia culturale del proletariato,per Gobetti il cambiamento non poteva non avere il suo centro che nell’individuo,nella sua capacità di pensare autonomamente e di agire contro ogni forma di oppressione.Entrambi, però, condividevano la convinzione che nessuna trasformazione sociale potesse avvenire senza un profondo mutamento culturale.Che la cultura fosse,cioè,capace di apportare mutazioni etiche e morali.

Il fascismo come sintomo dei mali del Paese,come "autobiografia della nazione" e la cultura come resistenza morale e politica.Questa fu la visione originale e geniale di Gobetti.Egli fu uno dei primi a comprendere che il fascismo non era un incidente della storia,ma il prodotto di debolezze strutturali dell'Italia post-unitaria.Nel 1922,all’indomani della marcia su Roma,scrisse parole profetiche:il fascismo non era un fenomeno capitato in Italia all'improvviso,un fulmine a ciel sereno,ma l’espressione più compiuta della mentalità autoritaria e servile della borghesia italiana.
Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica,giungere a un punto in cui,fatto l’appello nominale,tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria,come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale.(....).L’attualismo, il garibaldinismo,il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere;né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberistii(....).La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio.Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi.C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo,per un certo senso,i disperati sacerdoti.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che (indichiamo)come provinciale(....).Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci,se venisse l’ora dei conti.Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità,della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. (....)pubblicammo nel febbraio del 1922 "La Rivoluzione Liberale" con fiducia verso la lotta politica che(...)tuttavia sorgeva.In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea,per un interesse(...)!

La sua opposizione al regime non si limitò alla denuncia politica: Gobetti capì che il fascismo non si sarebbe potuto combattere solo con la resistenza militante,ma attraverso un’opera di profonda rigenerazione morale e culturale.Bisognava colpire le radici del problema:il conformismo,la paura del conflitto,l’apatia civile.Infatti Gobetti concepiva la cultura non come un esercizio intellettuale fine a sé stesso, ma come un atto politico, un mezzo per forgiare una nuova classe dirigente capace di superare le contraddizioni della società italiana.

Convinto che la libertà non era mai una concessione, ma una conquista che esigeva educazione,consapevolezza e spirito critico, fece della sua rivista, La Rivoluzione Liberale, non solo un luogo di dibattito,ma un laboratorio di idee militanti,in cui si intrecciavano riflessioni politiche,critiche sociali e analisi economiche.Pubblicò autori come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, ma anche Pirandello e Dostoevskij, convinto che la letteratura, la filosofia e l’arte fossero strumenti essenziali per scuotere le coscienze.Questa lucida intransigenza lo rese un bersaglio per la violenza squadrista.Ma nemmeno le aggressioni riuscirono a piegarne lo spirito:sino all’ultimo,proprio per quella sua lucida fede liberale,proprio con serena coscienza ascetica,continuò a scrivere,pubblicare e pensare.La sua morte prematura privò l’Italia di una delle menti più brillanti della sua generazione,ma mai ne ha spento il messaggio.

A un secolo dalla sua morte, la figura di Gobetti continua a essere un punto di riferimento per chiunque creda in una politica basata sul pensiero critico,sulla libertà e sulla responsabilità.In un’epoca segnata dalla superficialità e dalla banalità dell’informazione,dall’erosione del pensiero critico,la sua lezione è necessaria più che mai:la cultura non è un lusso,ma una necessità per la democrazia.Il suo liberalismo rivoluzionario è un invito a riscoprire la bellezza della libertà come lotta,crescita e formazione di autocoscienza e responsabilità.Il suo antifascismo, mai retorico,ci ricorda che le derive autoritarie non sono un mero accadimento della Storia,ma prosperano e si affermano se la società abdica al proprio ruolo critico.La sua idea della cultura come resistenza è un monito in un’epoca dominata dall’infotainment(cioè quel sistema integrato tra informazione o presunta tale,e intrattenimento spesso sguaiato e gridato da talk show)e dalla superficialità e approssimività dei social media. Gobetti ci ricorda invece che il pensiero critico richiede impegno, fatica e il coraggio di essere minoranza.

In questi nostri giorni il “liberalismo” viene da un lato visto come difesa del capitalismo senza regole e dall’altro viene rifiutato come semplice tutela dei privilegi delle élite.Ed è qui che arriva il messaggio del liberalismo gobettiano.Il Liberalismo rivoluzonario di Gobetti ci arriva come provocazione che ci invita a riscoprire un liberalismo che sia davvero strumento di emancipazione sociale,capace di affrontare le sfide contemporanee,come l’aumento delle disuguaglianze,la crisi della democrazia, il ritorno di pulsioni autoritarie.E l’eredità di Gobetti rappresenta un richiamo potente alla responsabilità intellettuale. La libertà, come lui ci ha insegnato, non è mai garantita una volta per tutte:va conquistata ogni giorno,con il pensiero e con l’azione e con il sacrificio personale,come lui ci ha mostrato.

Rileggere oggi,a 100 anni dalla morte,Piero Gobetti significa riscoprire un pensiero che sfida le facili categorie ideologiche, che rifiuta il conformismo e che esige una politica fondata sulla responsabilità e sulla libertà.La sua breve vita è il manifesto di un’idea di libertà che non si accontenta della tolleranza passiva, ma che esige trasformazione e coraggio.La libertà non è mai garantita una volta per tutte,ma deve essere riconquistata ogni giorno,con il pensiero e con l’azione e con il sacerdozio dell'intransigenza morale.Se ne andò a soli 25 anni quel "prodigioso giovinetto",che era stato capace di cambiare la cultura italiana.Oggi lo ricordiamo non solo come una vittima, ma come un maestro di intransigenza intellettuale che non ha mai smesso di guardare al futuro.A un secolo dalla sua scomparsa a Parigi, Gobetti ci ricorda che essere liberi significa innanzitutto non cedere al servilismo e al conformismo.La sua "rivoluzione liberale" resta una sfida aperta per le coscienze di oggi,quelle non disposte a svendersi.