24 marzo 2026

ARIA DI PRIMAVERA

 


E' già da un pò che il sole illumina sempre più a lungo le nostre giornate,i primi fiori si aprono,il profumo dell’aria cambia e le temperature iniziano lentamente a salire.Dopo il freddo dell’inverno,l’atmosfera si trasforma e lascia spazio al tepore della primavera,la stagione forse più apprezzata,fatta di luce che si allunga,sfumature delicate e natura in fiore.E' arrivata la Primavera.E così come il mondo vegetale si rinnova e si risveglia,regalando un’esplosione di colori e profumi,e le fioriture degli alberi richiamano l’idea di rinascita e rinnovamento.
L’inizio della stagione dei fiori,come classicamente è simboleggiata la primavera,è sempre molto atteso e, se già da qualche settimana se ne percepiscono i primi segnali,è con l’equinozio che le sue porte si spalancano davvero.
In genere si pensa che la primavera inizi sempre il 21 marzo,da qui anche il celebre detto:"San Benedetto(che cade appunto il 21 marzo)ogni rondine al tetto",ma in realtà non è così. L’equinozio di primavera può cadere tra il 20 e il 21 marzo,eccezionalmente il 19. Negli ultimi decenni, il 21 marzo è stato l’inizio effettivo della stagione solo in pochi casi.
Questa variazione dipende dal fatto che l’anno solare non dura esattamente 365 giorni,ma circa 365,2422 giorni.La data varia di anno in anno perché è legata al tempo che la Terra impiega per ritornare alla stessa posizione rispetto al Sole,ovvero l’anno tropico(dal greco tropos,rotazione)o anno solare è il tempo impiegato dal Sole per tornare nella stessa posizione vista dalla Terra,corrispondente al ciclo delle stagioni e che dura circa 365 giorni, 5 ore e 49 minuti. Visto che il calendario conta 365 giorni interi,ogni anno si accumula uno scarto ed è per questo che l’equinozio avviene progressivamente più tardi.Ogni quattro anni si aggiunge un giorno al calendario, che serve per compensare questa differenza.Anche in questo 2026 l’equinozio di primavera non è il 21 marzo, ma il 20 marzo,di venerdì,precisamente alle 15.45 (ora italiana).Questo “eccesso” di quasi un quarto di giorno si accumula nel tempo, causando uno slittamento delle date.Per compensare,ogni 4 anni viene introdotto l’anno bisestile con il 29 febbraio.Nonostante ciò,equinozi e solstizi continuano a oscillare leggermente nel calendario.
Ma cos'è davvero l'equinozio?La parola equinozio deriva dal latino aequinoctium,ovvero “notte uguale”:l’evento segna nell’emisfero settentrionale il passaggio dall’inverno alla primavera, mentre in quello australe l’inizio dell’autunno.L’equinozio avviene in un istante preciso,quando il Sole è allo zenit sull’equatore:i suoi raggi colpiscono perpendicolarmente l’equatore,i due emisferi ricevono la medesima quantità di luce e le ore di sole e buio saranno esattamente le stesse. In seguito all’evento l’emisfero boreale si inclina progressivamente verso il Sole (mentre quello australe nella direzione opposta) e ciò significa che riceve più sole, le giornate diventano più lunghe, l’alba avviene sempre prima e il tramonto più tardi.Nel corso dell’equinozio di primavera il sole si allinea con diversi siti archeologici nel mondo. Nel Regno Unito, ad esempio,a Stonehenge,i raggi solari si dispongono precisamente rispetto ai megaliti del monumento.





















Invece in Messico,a Chichén Itzá,sulla piramide di Kukulkán viene proiettato un gioco di luci, che crea una forma simile a quella di un serpente.















La Primavera è da sempre stata anche una fonte
 di ispirazione per artisti di ogni epoca e genere.La bellezza dei fiori che sbocciano, l’aria fresca e profumata e i colori vivaci della natura risvegliano le capacità creative degli artisti.Ho pensato così di raccogliere (solo)alcune delle opere d’arte più belle e significative ispirate alla stagione dei fiori.
La primavera ha sempre affascinato il mondo dell’arte.Sono tanti gli artisti che nel corso dei vari secoli si sono cimentati nell’omaggiare, ognuno a suo modo, la stagione della rinascita e dei fiori,lasciandoci in eredità in alcuni casi dei veri e propri capolavori.Probabilmente il primo artista e la prima opera a cui pensiamo quando ci immaginiamo la raffigurazione artistica di questa lussureggiante stagione è Sandro Botticelli e la sua famosissima opera che porta propro il nome di questa tempo dell'anno. 



Di datazione incerta (si presume realizzata tra il 1477 e il 1490), l’opera era stata commissionata da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico, per villa di Castello, originariamente per fare pendant con l’altrettanto celebre “La nascita di Venere”, con cui condivide alcuni riferimenti storici e filosofici.Attualmente si trova conservata in una sala della Galleria degli Uffizi di Firenze.La scena si svolge in un boschetto in cui degli alberi di agrumi formano una sorta di cupola che si estende al di sopra dei personaggi. Il suolo è disseminato di piccoli fiori di ogni sorta, mentre sullo sfondo si intravede un cielo azzurro tenue.La narrazione si svolge in più atti, e si legge partendo da destra, dove troviamo Zefiro,dio del vento,immortalato nell’atto di rapire l’amata ninfa Clori,che rimane incinta,facendola trasformare in Flora.E' Flora,dunque,la protagonista dell’opera;essa rappresenta la personificazione della primavera raffigurata come una donna dalla lunga veste fiorita intenta a cospargere la terra del suo frutto che porta in grembo, alludendo all’imminente rinascita della natura.

Botticelli,ma non solo.Anche Monet,Van Gogh,Picasso,Munch,Magritte e tanti altri artisti si sono lasciati ispirare dal fascino della bella stagione,trasformando le sensazioni e le emozioni primaverili in autentiche opere d’arte.

“Ramo di mandorlo fiorito” di Van Gogh


Nessuna ninfa in questo caso, soltanto un ramo di mandorlo in fiore raffigurati su uno sfondo azzurro."Ramo di mandorlo", conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam,è una delle tele più amate del pittore olandese, sicuramente una della più care a Van Gogh perché realizzata come regalo per il fratello Theo e sua moglie, Johanna Bonger, per la nascita del loro primo figlio. Quel mandorlo rappresentava il primo accenno di primavera,così come la nascita del suo primo nipote.Sembra quasi di poter vedere la venuta della primavera,nel cielo terso contro cui si staglia il ramo,così come nei fiori bianchi appena sbocciati.Così scriveva Van Gogh in una lettera alla propria madre il pittore:“Ho iniziato subito una tela per il figlio di Theo,da appendere nella loro camera da letto,una tela azzurro cielo,sulla quale si stagliano grandi fiori di mandorlo bianchi”.L'opera riflette anche l’omaggio di Van Gogh alle stampe giapponesi che tanto amava e soleva emulare.Il ramo di mandorlo in fiore significa l’arrivo della stagione più attesa, simboleggia la speranza,la schiarita:Ramo di mandorlo fiorito è, dunque, un inno alla vita.

“Printemps” di Claude Monet

Tra le primavere più celebri della storia dell’arte si annovera anche “Printemps”, il famoso dipinto di Claude Monet di impronta marcatamente impressionista. In questo meraviglioso esempio di pittura "en plein air",Monet coglie ogni sfumatura dell’ambiente circostante tramite un sapiente accostamento di colori, restituendo i più sottili trapassi di luce e di tono. I colori dominanti sono il bianco rosato dell’abito delle giovane donna, che viene investito da un getto di luce solare,e il verde della natura circostante.In questo meraviglioso dipinto sembra quasi di sentire il profumo della primavera.

“Donna con parasole nel giardino” di Pierre-Auguste Renoir 

Un altro dipinto ispirato alla stagione dei fiori è “Donna con parasole nel giardino”, un dipinto del 1875 realizzato da uno dei massimi esponenti dell’impressionismo,Pierre-Auguste Renoir. L’opera restituisce una vista dalla finestra del nuovo studio a Montmartre del pittore.In questa meraviglioso dipinto pare di perdersi nell’erba di un prato fiorito. I fiori e il sottobosco sono realizzati in modo da ricreare una mistura di forme tattili e strutturali con ciò lo circondano. Sullo sfondo, la figura di una donna con il parasole vestita in nero, come anche il suo compagno rappresentato chinato intento a raccogliere un fiore, ad enfatizzare l’effetto della luce naturale nella pittura.










Édouard Manet, Primavera,1881












La Primavera” di Édouard Manet, dipinta nel 1881, è una delle opere più celebri e raffinate del grande maestro francese.Questa tela immortala Jeanne de Marsy,famosa modella e attrice dell’epoca, ritratta come un’allegoria della primavera. Con la sua grazia e il suo fascino,la figura femminile incarna la bellezza della natura che si risveglia,un simbolo di freschezza,rinascita e giovinezza.Il dipinto, esposto al Salon di Parigi nel 1882, ricevette un’accoglienza calorosa da parte della critica e del pubblico. Diversamente da altre opere di Manet, spesso soggette a polemiche, “La Primavera” venne ampiamente apprezzata per la sua eleganza e armonia compositiva. Oggi, questa splendida opera è considerata una delle rappresentazioni più iconiche della figura femminile nel contesto della pittura impressionista e realista.La giovane donna,ritratta in posizione frontale,indossa un abito elegante e vaporoso di colore chiaro, decorato con motivi floreali. Porta un cappello ornato di fiori e un piccolo ombrellino da passeggio, accessori che alludono chiaramente alla primavera e alla rinascita della natura.Jeanne de Marsy non è solo una modella, ma una vera e propria allegoria della primavera. La sua bellezza giovanile e il suo atteggiamento delicato evocano il tema del rifiorire della natura e dei sentimenti interiori,rendendola una personificazione ideale della stagione primaverile.

"Primavera” di Arcimboldo.

“Primavera” appartiene alla serie delle Stagioni di Giuseppe Arcimboldo,il pittore celebre per i suoi ritratti composti utilizzando fiori, frutta e verdura. Realizzata nel 1573, l’opera è un chiaro omaggio alla stagione primaverile, composta perlopiù da fiori e frutti caratteristici di questa stagione,come rose, bacche di belladonna,corolle e boccioli di fiori per realizzare il profilo di un busto femminile e, allo stesso tempo, trasmettere allo spettatore la sensazione di rinascita e vigore tipica della stagione. I capelli della giovane sono un trionfo di fiori colorati, mentre l’abito è composto da erbe che avvolgono il suo corpo. Con quest’opera Arcimboldo intendeva rappresentare non solo la bella stagione,ma anche lo stadio dell’infanzia nell’uomo,dotato di un carattere rigoglioso e vitale. Il dipinto comje le altre tre stagioni di Arcimboldo,è esposto al Louvre di Parigi.


Edvard Munch,Giorno di primavera in Karl Johan Street"


Questo quadro,dipinto da Miunch nel 1890,offre uno scorcio affascinante della vita urbana norvegese.Il dipinto in realtà rappresenta più di una strada trafficaticata;è un'esplorazione precoce di temi che avrebbero poi definito la pittura di Munch."Primavera in Karl Joahn la sua svolta internazionale resa celebre da "Il Grido".L'opera già suggerisce l'intensità emotiva della sua pittura.Questo dipinto fornisce preziose informazioni sulla sua evoluzione artistica.Il quadro ritrae una scena vivace lungo Karl Johan Street,la principale arteria di Oslo.Numerose figure popolano il marciapiedi,impegnate in attività quotidiane come il camminare,chiacchierare o semplicemente osservare l'ambiente circostante.Munch usa colori brillanti per esprimere il dinamismo della scena.La strada affollata suggerisce un senso di comunità e di interazione sociale,ma i volti degli individui sono volutamente indistinti,ad esprimere un tema forte della pittura di Munch,cioè l'anonimato e la disconnessione nella vita urbana,tema che del resto si ritrova ancora ai giorni nostri con le preoccupazioni moderniste sull'alienazione nei centri urbani.

Salvador Dalì, I primi giorni di primavera, 1929


"I primi giorni di primavera" del 1929 è un'opera fondamentale del periodo surrealista di Salvador Dalí,che esplora il subconscio,il sogno e una percezione alterata della realtà.Il dipinto riflette l'approccio di Dalí, che mirava a materializzare le immagini della sua mente subconscia, creando un "universo dove la realtà si fonde con l'immaginazione più audace"come egli diceva.L'opera presenta paesaggi desolati e figure deformate,tipiche dello stile surrealista,che sfidano la logica e la percezione razionale.E pur essendo intitolato "I primi giorni di primavera",il quadro non ritrae una primavera convenzionale, ma piuttosto un paesaggio interiore,misterioso e trasfigurato,dalla mente dell'artista.Il quadro è un tentativo di rappresentare visivamente la "dimensione delirante" dei sogni e del subconscio, prima della fase più matura delle sue ossessioni simboliche.

Paul Gauguin, Primavera sacra: dolci sogni,1894

"Dolci sogni di primavera" (1894), spesso citato in relazione a Paul Gauguin in quel periodo,riflette la sensibilità dell'artista.In quel tempo Gauguin era a Parigi.Il quadro fonde sacro e profano,con figure in abiti tradizionali e richiami a una "primavera" polinesiana, lontana dalla civilizzazione europea.L'opera è caratteristico di Gauguin: forme semplificate, una colorazione quasi uniforme e una profonda indagine interiore, coerente con la sua idea di arte come astrazione dalla natura.La critica spesso evidenzia l'atmosfera onirica e di quiete, dove la luce gioca un ruolo cruciale nel definire lo spazio sacro.Nave Nave Moe è considerato una delle sintesi più alte della fase tahitiana di Gauguin, capace di trasportare lo spettatore in un mondo idealizzato e misterioso.

“Giardino italiano” di Gustav Klimt

Tra le opere dedicate alla primavera c'è poi il capolavoro di Gustav Klimt,un dipinto con un giardino tipicamente primaverile. Il quadro è una sorta di tributo ai paesaggi italiani dove il pittore amava soggiornare,tra Roma,Venezia e Ravenna in modo particolare, città dove si innamorò dei famosi mosaici bizantini che tanto influenzarono alcune delle sue opere.
































Giardino italiano è un tripudio di fiori tipici primaverili dalle forme e dalle tonalità più disparate,che vanno dal rosa all’azzurro,fino al viola;la luce chiara che si irradia dall’alto illumina il dipinto,accentuandone la vivacità.In lontananza, nascosta tra gli alberi, si intravede il profilo di una casa di campagna. Se chiudiamo gli occhi riusciamo quasi immaginare di essere lì, di fronte a quel paesaggio agreste in cui la natura regna sovrana. Questo meraviglioso olio su tela si trova conservato nel Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

Pablo Picasso, Primavera, 1956



Tra le opere più celebri di Pablo Picasso spicca senz'altro "Primavera",un dipinto che incarna l'essenza dell'arte naif e del primitivismo.Il dipinto è caratterizzato da colori vivaci e forme semplificate,elementi distintivi dell'arte naif.Questo stile,noto anche come primitivismo,cerca di ricreare l'esperienza di tempi,luoghi e persone primitivi.La composizione di "Primavera" è ricca di dettagli e simbolismo. Una capra si erge accanto a un albero,con la testa protesa verso i rami per brucare le foglie. Nelle vicinanze, una persona giace a terra,forse a riposo o intenta a osservare la scena.Sullo sfondo,si intravedono altre due figure,una delle quali regge un oggetto che ricorda un uccello. Una sedia è posta vicino al centro del dipinto e un orologio è appeso alla parete sopra di essa.La capra rappresenta l'innocenza,mentre la persona a terra è in una posizione di contemplazione.L'arte naïf,come si può vedere in "Primavera",è caratterizzata da semplicità e immediatezza.Spesso raffigura soggetti quotidiani in modo diretto,senza le complessità dell'arte figurativa tradizionale.

René Magritte, Primavera


E per completare questa breve carrellata di capolavori(ma tanti ancora sono i quadri che si potrebbero ricordare,perchè tanti sono gli artisti che si sono lasciati ispirare dal tema della Primavera)richiamo il dipinto intitolato "Primavera",creato da René Magritte nel 1965.E' un pezzo davvero avvincente che esemplifica il movimento artistico Surrealista,corrente pittorica della quale il pittore fu uno dei più grandi esponenti.Nell'opera, una grande sagoma di uccello, dalla forma intricata,domina il cielo, riempito da un motivo di colore verde che rispecchia i cespugli lussureggianti sottostanti.Questo dipinto è infatti una rappresentazione simbolica,oltre la realtà ma la percezione finale che abbiamo è di un’opera universale per rappresentare la bella stagione.Magritte infatti usa elementi familiari che portano subito l’atmosfera della primavera:le piante,un nido,una colomba in volo. La colomba in volo è un elemento che ritroviamo sovente nelle opere di Magritte:qui il suo corpo è fatto di verdi foglie,e vola sopra un nido con tre uova a simboleggiare la fertilità di questa stagione. Siamo in un’atmosfera serena,felice,fatta di natura e di luce e i riferimenti non casuali sono all'aria,alla luce e alla rinascita.

18 marzo 2026

NESSUNO SI SALVA DA SOLO




Anche quest'anno è arrivata la Notte degli Oscar,quella nella quale vengono sanciti i migliori film,i migliori attori,attrici e registi e via dicendo di tutta la stagione cinematografica.La Notte in cui i presentatori pronunciano la celebre frase:"And the Oscar goes to…"La cerimonia si è svolta,come da tradizione,al Dolby Theatre di Hollywood, nel cuore di Los Angeles.E forse,prima di parlarne,uno schema sinottico ci aiuterà a capire gli esiti dei Premi Oscar per l'anno 2026.

Miglior Film(le nomination erano andate a "Bugonia","F1","Frankenstein","Hamnet","Marty Supreme" e ovviamente a quello che poi è risultato vincitore cioè:Una battaglia dopo l'altra
Miglior Regia:Paul Thomas Anderson - Una battaglia dopo l'altra
Miglior Attore Protagonista:Michael B. Jordan - I peccatori
Miglior Attrice Protagonista:Jessie Buckley - Hamnet
Miglior Attore Non Protagonista:Sean Penn - Una battaglia dopo l'altra;
Miglior Attrice Non Protagonista:Amy Madigan - Weapons
Miglior Sceneggiatura Originale I peccatori
Miglior Sceneggiatura Non Originale:Una battaglia dopo l'altra
Miglior Film Internazionale:Sentimental Value
Miglior Film d'Animazione:KPop Demon Hunters
Miglior Colonna Sonora:I peccatori
Miglior Montaggio:Una battaglia dopo l'altra
Miglior Fotografia:I peccatori
Miglior Documentario:Mr. Nobody Against Putin
Miglior Cortometraggio d'Animazione:The Girl Who Cried Pearls

La 98ª edizione degli Oscar ha dunque confermato i prnoistici della vigilia.A dividersi le statuette più importanti sono state le due pellicole favorite, “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson e “Sinners – I peccatori” di Ryan Coogler.I vari pronostici sono stati confermati e l’Academy questa volta non ha riservato sorprese rispetto alle previsioni. 

Ma che cosa ci raccontano del mondo di oggi i dieci film nominati all’Oscar? Anzitutto che non ce n’è solo uno,di mondo.Annata contrassegnata dal doppio,dal duplice.Il doppio,un fantasma che attraversa molti dei film candidati,il doppio,tra i grandi modelli narrativi più sfruttati,è figura di una linea di frattura:storica (Una battaglia dopo l’altra,I peccatori),identitaria(Frankenstein),ontologica(Bugonia).E poi c'è la frattura storica e sociale tra l'America di oggi con "quell'altra" America,l'America di un'era geologica fa,ad un passato che non passa,a una realtà e a un corpo che ci somiglia ma che non è più quello che conoscevamo.Ci raccontano,quei film,dell'America di oggi,dell'America negli anni di Trump,nella quale sembra essersi perso quell’amore per il sogno americano.A trionfare nelle categorie principali sono infatti i due film che maggiormente hanno ritratto e criticato l’America trumpiana. “I peccatori” e “Una battaglia dopo l’altra” sono due pellicole che descrivono,pur seguendo traiettorie diverse,la deriva contemporanea del sogno americano,annegato nel dolore e nel sangue della repressione politica e violenta dell’ICE.Se “Una battaglia dopo l’altra” fotografa in maniera perfetta l’attuale stato della politica e della società americana contemporanea, “Sinners” sceglie la via allegorica e simbolica per raccontare e denunciare ciò che sta accadendo negli Stati Uniti.A ulteriore dimostrazione di questa scelta dell’Academy,fanno specie l'assenza completa di statuette per “Marty Supreme”, nonostante le 9 nomination,un film che il sogno americano lo racconta nella sua massima visione patriottica,anche se c'è da dire che responsabile di questo fallimento a fronte dei notevoli investimenti prodotti,è anche il suo protagonista Timothée Chalamet che,nelle ultime settimane,aveva inopportunamente rilasciato alcune dichiarazioni sull’opera e sul balletto non proprio apprezzate,diciamo così,a Hollywood.

A vincere,anzi a stravincere,come miglior film è stato dunque “Una battaglia dopo l’altra”,che ha ottenuto ben 6 statuette a fronte di 13 candidature.La pellicola si è infatti aggiudicata anche gli Oscar per:miglior regista per Paul Thomas Anderson,miglior attore non protagonista a Sean Penn,miglior sceneggiatura non originale,miglior casting e miglior montaggio.Da segnalare come l’Oscar al miglior casting sia stato introdotto quest’anno e che Sean Penn non ha era presente a ritirare il suo terzo Oscar,perchè ha preferito,forse non proprio casuale nella scelta delle tempistiche,andare in Ucraina,sotto le bombe,per incontrare Zelensky,al quale lo lega un rapporto di speciale amicizia e al quale nel 2022 regalò uno dei suoi precedenti Oscar."Me lo ridarai quando avrai vinto la guerrra",disse Penn allora.


Il film “Sinners-I peccatori"” si porta a casa 4 premi a fronte delle ben 16 nominations ottenute,segnando il record di candidature nella storia degli Oscar.Al premio di miglior attore protagonista,vinto da Michael Jordan,si aggiungono quelli per la miglior sceneggiatura originale,miglior sonoro e miglior canzone.

E anche dal lato femminile le sorprese non ci sono state.Era stato ampiamente pronosticato che a vincere l’Oscar per la migliore attrice protagonista sarebbe stata la bravissima Jessie Buckley,per la sua magistrale interpretazione in “Hamnet”(nel film è la moglie di Shakespeare)della regista di origine cinese Chloé Zhao,ed infatti così è poi andata.A completare la lista dei vincitori abbiamo “Sentimental Value”,film norvegese di Joachim Trier che conquista il premio come miglior film straniero.The Girl Who Cried Pearls”,corto canadese, si aggiudica il premio come miglior cortometraggio di animazione.A vincere come miglior cortometraggio documentario è “All the Empty Rooms”, mentre “Mr. Nobody Against Putin” ha vinto nella categoria miglior documentario.

Ci sono dunque diversi mondi rappresentati in questa stagione cinematografica.Quello dell'America d'oggi e quello del rapporto tra Uomo e Natura.E c'è poi un mondo dell’Io.In molti dei film selezionati c'è la ricerca delle radici,degli alberi genealogici e delle linee di sangue.Padri e figli.Madri e figlie.Creatori e creature.Eredità materiali e simboliche."Una battaglia dopo l’altra","Hamnet","Sentimental value","Agente segreto","Train Dreams" raccontano tutti,ciascuno a suo modo e in forme diverse,destini e traumi racchiusi in catene di colpe e discendenza,che talora generano,però,nuove possibilità e la nascita di nuove relazioni.

Se il passato non passa,il presente pretende costantemente attenzione.I film dell'Oscar di quest'anno restituiscono la sensazione che la Storia non sia un capitolo chiuso ma un incubo che ritorna.E che passa attraverso la mediazione del genere:noir,horror,action,thriller,paranoico.O da tutti i generi assieme, come in L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, che mescola pulp,noir e derive surreali per restituire l’esperienza di un potere che non si limita a reprimere,ma satura l’aria rendendola irrespirabile sopprimendo l’immaginario.

L'ossessione dell'amministrazione Trump nella lotta contro gli immigrati e l’orrore storico del razzismo infetta la comunità e i codici del racconto,così come ci viene raccontato ne "I peccatori". Propagandosi fino al presente,nei conflitti irrisolti dell’America dei giorni nostri e negli anfratti della sua fragile democrazia:allora la fuga è l’unica forma di resistenza (Una battaglia dopo l’altra)e la paranoia il suo corollario (con la patologia del cospirazionismo di Bugonia di Yorgos Lanthimos).

Se tutto chiede salvezza,come titolava una bella serie tv italiana di qualche anno fa,ecco che questa prende la via della ricerca del successo,nella sempiterna narrazione del sogno americano e del self-made man:"Marty Supreme" e "F1" raccontano la parabola di ascesa e caduta,di fallimenti e rinascite usando lo sport come show.Con una sottolineatura di ossessione della ricerca del successo e un richiamo al corpo visto come veicolo,performance e attestato di umanità.

Di natura diversa è la risposta che danno film come "Hamnet" e "Train Dreams".Entrambi questi due film si presentano come racconti “sul dolore” di un padre,ma si rivelano due parabole contemporanee sul ritorno del sacro.Il lutto privato è generato in entrambi i film dalla morte del figlio ancora bambino,ma è occasione di una frattura più grande che investe il rapporto del singolo con la realtà.E ciò che entrambi i protagonisti maschili dei due film cercano(entrambi con riferimento al legame profondo tra Uomo e Natura)è un modo per ricucire il rapporto tra l’umano e il mondo.In entrambi i film c'è la morte che rapisce bambini,ma in nessuno dei due film viene chiesto mai:“perché Dio permette questo?”,mentre invece si privilegia un discorso più ampio,sulla scia di quella "ecologia spirituale" di cui parlava Papa Francesco.In Hamnet c'è una spiritualità al “femminile” nel rapporto tra Terra e Natura;in "Train Dreams" c'è quasi come una teologia della materia (legno, lavoro, fuoco)secondo l'insegnamento teologico di Marie-Dominique Chenu,uno dei più importanti del XX Secolo.La materia non è realtà inferiore,ma parte essenziale della creazione,destinata alla santificazione e con l'assunzione di un corpo umano da parte di Cristo,la materia entra pienamente nel mistero della salvezza,mentre Il lavoro e lo sviluppo tecnico non sono estranei alla spiritualità,ma un modo secondo il quale l'uomo porta a compimento la creazione.

Sia in "Hamnet" che in "Train Dreams" la natura appare come fonte di un ordine più grande,di cui tutti gli esseri,vivi e morti,fanno parte.In un passaggio tipico della sensibilità contemporanea,la spiritualità non viene più cercata nella religione tradizionale, ma nell’esperienza stessa del mondo e nella ricostruzione,come si diceva,dei legami.

Ecco,se un senso comune,un unico filo lega tutti i film selezionati per le Statuette,quel senso,quel filo è il tornare a sentirsi a casa nel mondo.Potrebbe essere questo, semplificando, il desiderio recondito espresso dai film candidati all’Oscar quest’anno.Ma in fondo in un mondo traumatizzato da guerre,crisi climatiche,rivolte, senso di insicurezza generalizzato, paure tecnologiche,c’è poi forse da sorprendersi? Quello che semmai colpisce è la profondità e la varietà di forme con cui l’eccellente cinema dell’ultimo anno ha saputo rielaborare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo.

"Tornare a sentirsi a casa" significa anche riscoprire la responsabilità della condivisione di quella casa comune di cui parlava Papa Francesco.Ecco perché il trauma non è mai una vicenda individuale ma relazionale.No.Quest'anno non c'è stato un cinema che astrattamente parla di noi,che discetta di “identità” o “verità” in modo puramente teorico.Siamo davanti a storie di responsabilità, che mettono in scena sempre qualcuno che deve rispondere a qualcun altro.Padri verso figli.Figli verso padri. Generazioni verso generazioni.Che prendono l’irreparabile e lo spostano dal regno dell’assurdo a quello della relazione.Il senso, sembrano suggerirci, può essere ritrovato solo così: restando nel mondo, imparando a sentirlo di nuovo. Insieme, perché nessuno si salva da solo.

10 marzo 2026

LA FINE DI UN MONDO




Quanta cultura e quanta Storia in un epistolario come questo.Appena uscito per Adelphi,"Ombre folli, Lettere 1927-1938" documenta il carteggio tra due grandi intellettuali mitteleuropei,Joseph Roth e Stefan Zweig in un tempo di tragedia.I due erano molto diversi:Roth scontento e irrequieto,febbricitante,ossessionato dall’Austria,immerso nei suoi problemi personali tra debiti,malattie e alcolismo;Zweig, di 13 anni più giovane,più composto,forse più colto,cosmopolita garbatamente idealista.L'epistolario edito da Adelphi nello scorso mese di gennaio 2026,risulta alla fine un'analisi lucida e spietata tra quelli che furono due finissimi interpreti della cultura mitteleuropea ma anche i narratori della "finis Austriae" ed alla fine della stessa "finis Europae".

Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei,entrambi austriaci,entrambi scrittori,ma tutto li separa:all'epoca Zweig godeva già di una fama internazionale di cui però non riusciva a sopportare l’onere e le responsabilità.Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta con le sue opere  "Giobbe" e "La Marcia di Radetzky",si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche,al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole.Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un’amicizia ardente e tragica, testimoniata da questa corrispondenza,tra le più alte del Novecento.I due scrittori condivisero le sorti della patria e della cultura tedesca.La loro cultura mitteleuropea,la loro comune appartenenza alle tradizioni dell’impero asburgico tra la fine dell’Ottocento e la Grande guerra(era grande il loro sentimento di appartenenza alla “Austria felix”)era per entrambi un patrimonio inestimabile.Era l’età d’oro della sicurezza: “Nella nostra monarchia austriaca– scrive Zweig ne "Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo" – tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità”.

All’angoscia di Roth,che solo nell’alcol sembra trovare requie,ai suoi scatti di collera,alle sue ricorrenti richieste di denaro,alla sua urgenza espressiva,Zweig rispondeva sempre con quella sua pacata fermezza,con quell’«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti.Ma almeno inizialmente le visioni sul futuro immediato furono radicalmente diverse.Lo scoppio della guerra fu salutato da Zweig come un evento senza eguali,portatore di un “futuro grandioso, di un mondo in movimento”,anche se ben presto si renderà conto che quello che in realtà stava accadendo era il crollo dell’intera civiltà europea.Roth,invece,aveva subito presagito le terribili e atroci conseguenze del nazismo e avrebbe voluto scuotere la mansuetudine,l'indulgenza dell'amico verso la nuova e terribile epoca  nuova che andava preparandosi,inducendo Zweig a un’intransigenza più che mai necessaria adesso,nell’«ora infernale,quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione».Anche per questo i contrasti tra i due furono grandi e anche accesi,ma non intaccarono mai un legame amicale profondo,come poi dirà lo stesso Zweig:"contro di me-scrisse Zweig a Roth-Lei può fare tutto quello che vuole,può disprezzarmi,può attaccarmi in privato o in pubblico,non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice,un amore che soffre per le Sue sofferenze».

Eppure Roth voleva aprire gli occhi all'amico."Ormai lei si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”,scriveva a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando,oltre alla guerra imminente,l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo.“Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita.Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”.

"Ombre folli" è il titolo dell'epistolario edito da Adelphi,ed il nome è tratto da una missiva di Joseph Roth per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono tra il 1927 e il 1938,mentre nubi oscure si addensavano sull'Europa alle quali ancora ci si illudeva di non vedere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini.Il mondo appariva ancora più terribile che nel 1914,alla vigilia della Grande Guerra.Roth constatava amaramente che gli atti di bestialità erano accettati,e nessuno sembrava volersi opporsi al loro dilagare.Anzi Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia,per la sua incolumità,per salvare la propria vita e le proprie opere.

Poi,piano piano,anche in Zweig ccominciò a subentrare il seso della catastrofe immininente.Ognuno pensa solo a sé stesso”,scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland,scrittore e drammaturgo francese,Premio Nobel per la Letteratura nel 1915,aggiungendo con profonda amarezza:“il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”,constatando ormai "La fine di un mondo",come ha scritto lo scrittore Raoul Precht.

I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata,mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva affermazione."Ombre folli" è un carteggio a volte commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori.Nell'epistolario emerge soprattutto la voce di Roth,perché molte lettere di Zweig sono andate perdute.Prevale perciò un tono disperato,nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia.Roth in certo qual modo rimpiange il passato,vedendo nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe:una cosa,ovviamente, del tutto impossibile.
E' il tono apocalittico quindi a prevalere,perchè apocalittici sono i tempi.I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero.Roth talora polemizza con l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania,mostrando consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare.Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione,adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”.Ma Roth ha anche un'altra consapevolezza:non si tratta soltanto della persecuzione della razza ebraica.Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica,soffrirà comunque le conseguenze del nazismo.Roth cercava di scuotere l'amico in ogni modo e così si giunse ad un momento drammatico della loro conoscenza.Intanto il caos imperante nella società tedesca alimentavano le pulsioni autodistruttive dello scrittore,il bere smodato aggrava le sue già precarie condizioni di salute.Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo pesantissimo per Roth, anche dal punto di vista finanziario.Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito.
Il crollo dell’impero absburgico e del mondo della cultura mitteleuropea fu per i due scrittori la fine del proprio mondo.Da quel momento sia per Roth che per Zweig,iniziò una peregrinazione che si sarebbe conclusa con le loro rispettive morti.Anche loro divennero "ebrei erranti",a voler usare il titolo del libro dello stesso Joseph Roth. 

Ed il senso del libro infatti è tutto qui.Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile,lo scambio di lettere tra Roth e Zweig."Ombre folli" restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.
Nella confusione morale e politica di un'Europa impietrita dal dilagante nazifascismo,Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca,e anzi ne riflettono tutte le note distintive.Roth era l’incarnazione dell’inquietudine,proclive all’isteria,preda della dipendenza alcolica,sempre in difficoltà economiche e con debiti di denaro.Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito insieme alla  moglie in Brasile barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile,sapeva essere più composto nelle forme,ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri”(per prendere a prestito il titolo di un celebre libro dello stesso Zweig)gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro,colma di virtù e dignità.

In questo pianto duale quello che più spicca è la diversità nella risposta emotiva.Roth da tempo  aveva intuito l'immensità della tragedia.La leggeva inscritta nella precarietà economica,nel forzato esilio di troppi,nella disaffezione dei lettori,mentre la violenza veniva tollerata anche nel linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri.Zweig invece ebbe almeno inizialmente più ottimismo,vedendo negli accadimenti del periodo opportunità di cambiamenti,censurando le «fantasie pessimiste» dell'amico,consigliandogli di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».
Ma di questa sua cecità iniziale Zweig si sarebbe amaramente pentito più tardi.Quello che a Zweig sfuggiva era di essersi pienamente identificato con quel mondo  e quell’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici,che gli impediva di riconoscere il fallimento di un intero orizzonte culturale.Anche su questo ci furono i contrasti con Roth.Già dal maggio del 1933,due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri,Roth gli rimproverò un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…)

È dunque Ombre folli si fa diagnosi del presente.Questi due grandissimi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera generazione di intellettuali presi alla sprovvista,alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una qual forma di quasi consapevole cecità intellettuale.E se certo è complicato vaticinare la propria fine,occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e fare i conti con i dati concreti.E allora davvero aveva ragione Roth,quando diceva,in quel tempo di tragedia,che «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva».