La "fine della storia" è una celebre teoria filosofica e politica formulata dal politologo statunitense Francis Fukuyama,formulata nei saggi "The End of History?" del 1989 e ampliata nel libro La fine della storia e l'ultimo uomo del 1992.Il saggio era la celebrazione del trionfo della liberaldemocrazia:secondo Fukuyama, con la fine della Guerra Fredda e il crollo del blocco sovietico (simboleggiato dalla caduta del Muro di Berlino del novembre 1989),l'evoluzione ideologica dell'umanità aveva raggiunto il suo punto di arrivo.La democrazia liberale e il capitalismo di mercato rappresentavano la forma definitiva e insuperabile di governo umano.Con questa espressione non si voleva dire che gli eventi quotidiani o le guerre avrebbero cessato di accadere,bensì che non esistevano modelli alternativi credibili o progressivi in grado di sfidare il principio della libertà e dell'uguaglianza democratiche.
Ed invece siamo oggi in un tempo in cui la teoria di Fukuyama viene smentita dalle fondamenta.Così come conferma il "Democracy Report 2026" del V-Dem Institute ,ad esempio,la democrazia perde terreno ovunque:solo il 26% dell’umanità vive in regimi definiti democratici e, se restringiamo il perimetro alle “democrazia liberali”, la percentuale crolla a una percentuale minima del 7%, il dato più basso negli ultimi 50 anni.Allo stesso tempo si incrementano le autocrazie e le “democrature”,secondo il neologismo coniato dallo scrittore e accademico Predrag Matvejević,croato,naturalizzato italiano
La domanda allora è inevitabile:quali sono le ragioni della crisi delle democrazie liberali?.E' questa la domanda che si pone,nel suo ultimo libro,Daren Acemoglu,importante ricercatore della MIT(acronimo di una delle università di ricerca e Istituti di Tecnologia più prestigiosi al mondo,la Massachusetts Institute of Technology e nel 2024 già Premio Nobel per l’economia.
Il libro si compone di dieci capitoli,e lo si può dividere in tre parti.La prima analizza la crisi delle liberaldemocrazie,spiega perché il liberalismo è una risorsa etico-politica desiderabile se non addirittura indispensabile ed esamina comparativamente alcune tra le più note teorie politiche liberali.Nella seconda parte l’autore comincia col presentare gli attuali dilemmi del liberalismo, per poi ancorare i percorsi della crisi agli sviluppi della società postindustriale.La terza parte discute dei rimedi possibili,distinguendo tra quelli che non vanno bene come l’ingegneria sociale,e quelli che invece aprono il cuore alla speranza come il working class capitalism.(letteralmente "capitalismo della classe operaia")che non sta ad indicare una teoria economica ufficiale,ma è una formula descrittiva o retorica usata per analizzare il rapporto,spesso contraddittorio,tra lavoratori dipendenti e sistema capitalistico.
Paradossalmente,sostiene Acemoglu,le liberaldemocrazie sono entrate in crisi proprio perché hanno avuto successo.Dopo la Seconda guerra mondiale,infatti,per un certo periodo liberalismo e democrazia hanno ispirato il mondo.Il modello liberaldemocratico ha realizzato quello che la gente voleva,mantenendo le proprie promesse principali.La democrazia liberale -spiega Acemoglu- ha storicamente prosperato grazie a tre pilastri fondamentali,oggi parzialmente o totalmente abbandonati.Il primo era sicuramente la "shared prosperity" o "prosperità condivisa":una ragionevole condivisione della prosperità,accompagnata da un welfare diffuso,assicurando(punto secondo)voce e capacità di incidere ai cittadini.Infine il terzo punto che ha fatto affermare il modello liberaldemocratico è stata la libera ricerca della conoscenza con la promozione del dibattito aperto,del progresso scientifico, dell'istruzione e della tolleranza, che hanno favorito lo sviluppo civile e culturale.
Oggi,però,siamo difronte a un momento di negazione di questi tre punti:l'automazione selvaggia e l'intelligenza artificiale(IA)non guidata hanno incrinato e rischiano di distruggere i tre pilastri che avevano decretato il successo delle democrazie liberali.La crescita del deficit fiscale degli stati e il liberismo dell’era Thatcher-Reagan hanno poi indebolito il welfare,ed è cresciuta l’incapacità a includere i più svantaggiati e i diversi,e gradualmente principi imposti dall’alto hanno tolto voce e capacità di incidere ai cittadini.La causa principale di queste defaillances,per Acemoglu,è stata l’avvento della società postindustriale.Quest’ultima ha visto perdere terreno all’industria manifatturiera,con il contemporaneo aumento del peso dei servizi e l'arrivo delle nuove tecnologie digitali.
E' avvenuto poi qualcosa anche nel campo dell'istruzione.C'è un distacco delle élite istruite,perchè negli ultimi decenni le classi dirigenti con un'istruzione universitaria hanno monopolizzato il potere politico e culturale, separandosi dal resto della società.Nel contempo il focus del dibattito si è spostato dai problemi economici classici(come salario e lavoro)alle guerre culturali e identitarie,con un abbandono della classe operaia.Le scelte politiche hanno favorito lo sviluppo di tecnologie digitali e algoritmi volti a sostituire i lavoratori anziché aumentarne la produttività o creare nuove mansioni.Questo ha compresso i salari reali e impoverito il ceto medio.All'interno del percorso educativo c'è stata una manipolazione dei social media:le piattaforme tecnologiche non garantiscono la libertà di parola, ma tendono ad amplificare i messaggi più polarizzanti per ragioni di profitto,esasperando l'intolleranza e distruggendo il compromesso sociale.
Da ciò consegue che il rapporto tra economia e politica è centrale.La riduzione delle diseguaglianze e la shared prosperity si potranno quindi (ri)ottenere solo se la redistribuzione di ricchezza e reddito sarà collegata a una partecipazione politica dal basso effettiva.Il tutto alla luce di un senso profondo della comunità che consentirà la condivisione della conoscenza tra tutti i cittadini.Al tempo stesso,la politica dal basso aiuta a creare valori condivisi attraverso processi deliberativi e deve sostituire così quella sorta di “tecnologia calata dall’alto” che vediamo oggi sempre più espansa.
Questa è la premessa indispensabile per quel liberalismo delle classi lavoratrici su cui si basa la parte più propositiva dell'ultimo libro di Acemoglu.Che a sua volta presuppone il tentativo di ricostruire il rapporto della politica CON le classi lavoratrici,quasi una rimembranza della gobettiana idea della classe operaia come "elite";e questo per promuovere buoni posti di lavoro e servizi pubblici decenti per tutti.
L’Intelligenza Artificiale(IA),da questo punto di vista, non deve essere considerata come un sistema per sostituire lavoro risparmiando sui costi,ma come una risorsa proattiva(cioè come modalità anticipatoria,orientata al cambiamento e all'auto-iniziativa che consenta ai lavoratori di svolgere compiti più qualificati).
Ma Acemoglu non cede al disfattismo e propone una rifondazione del sistema che definisce "liberalismo della classe operaia" (o proletario). Per salvare la democrazia è necessario indirizzare la tecnologia,modificare le leggi fiscali (che oggi incentivano fiscalmente le aziende a sostituire gli umani con i robot) e investire in un'intelligenza artificiale che potenzi il lavoratore anziché rimpiazzarlo e inoltre rilanciare la partecipazione dal basso:lasciare da parte le soluzioni calate dall'alto e ridare voce e potere decisionale alle comunità locali e ai lavoratori e infine tornare al compromesso,accettando anche una democrazia imperfetta ma viva,basata sull'inclusione,sul pluralismo delle idee e sulla ricostruzione di una prosperità realmente comune.
















