Ci sono date e ci sono anniversari che non sono segnati solo sul calendario,ma sono marchiati a fuoco nella carne di una nazione.Il 19 luglio 1992 è una di queste date.Quel giorno e quell'anno,in un caldo pomeriggio palermitano venivano massacrati con un orribile attentato il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.E l'anno prossimo saranno 35 gli anni da quel terribile 1992 in cui l’Italia perse Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,due giudici e ancor più due integerrimi servitori dello Stato che vissero fino al loro ultimo giorno il senso vero delle istituzioni.Cinquantasette giorni:tanti furono quelli che intercorsero tra l'orribile strage di Capaci in cui perì Giovanni Falcone,la sua compagna ed anche lei magistrato,Francesca Morvillo,e gli uomini della loro scorta,e via D’Amelio a Palermo dove con l'attentato persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Quei 57 giorni rappresentano anche il tempo più lungo e più breve della storia giudiziaria italiana.57 giorni di angoscia lucida,di una corsa alla morte che Borsellino sentiva lucidamente scorrere sulla pelle ma durante i quali mai si fermò,perchè consapevole di essere il depositario del testamento spirituale lasciatogli da Giovanni Falcone.Nella sua ultima intervista prima dell'attentato di quella domenica 19 luglio 1992 Borsellino scandì lucidamente parole pesanti:"Siamo morti che camminano".
Di Borsellino esiste una fotografia che lo ritrae solo nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei giorni:un uomo che cammina,la cartella in mano,il passo deciso,e intorno il vuoto,perchè,e questo va detto a disonore dei tanti che lo fecero,tanti colleghi di Borsellino lo lasciarono solo.E quella foto dice tutto.Dice che Paolo Borsellino sapeva di muoversi in un covo di vipere — non solo fuori,ma soprattutto dentro il Palazzo di Giustizia.Lo aveva confidato alla moglie Agnese:non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo,ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse.Ne era consapevole:era solo.Di quella solitudine feroce, assoluta,che appartiene soltanto agli uomini veri,onesti ed integri.
C’è un dato che non compare quasi mai nelle commemorazioni ufficiali che da 34 anni si fanno,e che tuttavia dice tutto sul tipo di uomo che era Borsellino.Durante il maxiprocesso non mise mai piede nell’aula bunker dell’Ucciardone.Insieme a Falcone aveva costruito l’impianto accusatorio pietra su pietra e poi,rispettoso delle altrui competenze,lasciò che la Corte d’Assise facesse il suo lavoro senza mai interferire.Era anche questo il segno di un rispetto istituzionale in cui fermamente credeva perchè intimamente vissuto.
Borsellino aveva quell’ironia sottile,asciutta,tipicamente palermitana,di chi fa dell’umorismo uno scudo contro l’angoscia esistenziale.Lo stesso costume di vita che lo accompagnò fino a quel pomeriggio di quella domenica di via D’Amelio,dove arrivò puntuale per far visita alla madre come ogni settimana.Quella fedeltà alle piccole abitudini e al tempo stesso ai grandi valori non era leggerezza: era resilienza.
In quei giorni Borsellino non stava solo portando il lutto per la morte di Giovanni Falcone.Anzi,proprio nel ricordo dell'azione del collega si stava impegnando in modo particolare su quello che le sentenze chiamano mafia-appalti:un’inchiesta nata da un’informativa del ROS del febbraio 1991,che Falcone aveva considerato decisiva per risalire la catena fino ai colletti bianchi e ai nodi economici di Cosa Nostra. Dopo Capaci, Paolo Borsellino vi si dedicò con urgenza crescente.Perchè era cosciente,era pienamente consapevole che il "suo" di tempo era poco.Ed infatti la Corte d’Assise di Caltanissetta, nel processo Borsellino quater accertò che Borsellino fu eliminato per vendetta e per “cautela preventiva”: il timore che egli “persistesse incessantemente nella sua attività di indagine” su quel dossier.
Il pensiero di Borsellino si presta ad una lettura complementare rispetto a quello di Giovanni Falcone, a tratti inedita nella sua più significativa portata.Giovanni Falcone,come è noto, teorizzò,tra l’altro,la necessità di una cooperazione internazionale rafforzata nel contrasto al crimine organizzato transnazionale.I Paesi non devono sentirsi soli e devono poter contare su una alleanza antimafia globale,secondo una visione poi accolta nella Convenzione delle Nazioni Unite di Palermo del 2000.
Falcone fu dunque un pioniere della diplomazia giuridica multilaterale:la Convenzione di Palermo oggi prevede un meccanismo di verifica che consente di valutare il livello di adempimento dei relativi obblighi da parte di ciascun ordinamento nazionale.Ma la lotta alla mafia ed alla corruzione non poteva riguardare solo le amministrazioni pubblicche e le istituzioni di governo.Sono infatti sempre più consistenti le forme di partecipazione della società civile,del settore privato e di numerosi attori non governativi nella prevenzione del crimine, attraverso iniziative di sensibilizzazione culturale e valoriale.Ed è proprio questo il tratto distintivo del pensiero di Paolo Borsellino,integrativo e complementare a quello di Giovanni Falcone.
Le conseguenze negative delle attività criminali sono immani sul piano dello sviluppo economico, della partecipazione democratica e dell’esercizio delle libertà fondamentali e delle prospettive di crescita umana, sociale e lavorativa.Proprio Paolo Borsellino sottolineò queste implicazioni in un celebre e bellissimo discorso. Egli disse che «la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale,dell’indifferenza,della contiguità e quindi della complicità».
In un discorso tenuto in una scuola di Roma nel 1989, Borsellino parlò sull’importanza dei giovani nella lotta alla mentalità mafiosa.«Se la mafia,egli disse,fosse soltanto criminalità organizzata(.....)il problema interesserebbe soprattutto gli organi repressivi dello stato,polizia e magistratura.Questo era il discorso che si faceva in Sicilia… perché in effetti nessuno pensava di andare a parlare ai giovani di mafia…. entrare nelle scuole… e addirittura all’interno delle famiglie(..…)Ma la ragione fondamentale dell’allignare della mafia… è stato (proprio) questo senso di sfiducia nello Stato,nelle istituzioni pubbliche,che portava a indirizzare la fiducia verso queste organizzazioni che godevano di un consenso generalizzato.Non che tutti i siciliani fossero mafiosi(....)ma,purtroppo,molti erano soggetti alla grossa tentazione della convivenza(.....)perché questo, tutto sommato, può pure procurare vantaggi.Perciò è necessario,era necessario,sarebbe stato necessario parlare già da tanti anni ai giovani nelle scuole:per insegnar loro a essere soprattutto cittadini,per insegnare a questi giovani soprattutto che il consenso deve andare verso le leggi… verso lo Stato… verso le istituzioni pubbliche e non verso i soggetti che hanno bisogno di questo consenso soltanto per fare i propri e particolaristi interessi e non gli interessi di carattere generale».
Ed è stata proprio questa la nuova frontiera della lotta alla mafia ed alla corruzione oggi. Come trent’anni fa, la chiave del successo nel contrasto al crimine organizzato sta infatti nella chiamata alle armi della società civile, ad una compartecipazione attiva e ad una vigilanza collaborativa.Di fronte a fenomenologie socio-criminali come le mafie non si può pensare di reagire solo reprimendo le condotte in sede penale:l’integrità e la trasparenza non si impongono soltanto dall’alto.È essenziale una svolta culturale,la disseminazione di presidi valoriali di cui una società come quella contemporanea ha assoluto bisogno e della quale Paolo Borsellino soleva spesso discorrere.Quelle debolezze che generano le crepe nelle quali si insinua subdolamente il crimine non vengono meno solo per la paura di una sanzione:si deve partire dal piano della pedagogia sociale,della condivisione delle scelte,della democrazia partecipata, in poche parole dello stato di diritto nella sua più alta concezione.
Il monito di Paolo Borsellino oggi richiama alla nostra attenzione il salto di qualità operato dalla criminalità organizzata, volto alla creazione o al rafforzamento delle basi sociali per una vera e propria accettazione culturale collettiva della corruzione come male necessario.Il crimine organizzato oggi aspira a generare una vis cui resisti non potest,come prezzo da pagare per il benessere e la sicurezza stessa, in un sistema in cui i valori si confondono con i disvalori e si mettono in discussione i principi fondamentali della società basata sul diritto.Ed è su questo aspetto che il pensiero di Borsellino converge sorprendentemente con quello di Falcone.
La stessa corruzione, nelle sue forme più gravi, è transnazionale: la cosiddetta foreign bribery (la "corruzione straniera")è una modalità operativa diffusa globalmente,che,agendo oltre i confini degli Stati,inquina l’economia e frena lo sviluppo sostenibile dell’intera umanità.Un sistema di prevenzione e repressione delle mafie oggi non può che essere fondato sulla cooperazione transnazionale da un lato,secondo l'insegnamento di Falcone,condivisa nel contempo con la società civile dall’altro, proprio attraverso la diffusione della cultura della giustizia giusta e dello stato di diritto dall'altro,con una "contaminazione" civile dei valori della legalità per rafforzare la società civile in modo da prevenire ogni accettazione o tolleranza di mafie e corruzione.Questo è in conclusione l’immenso lascito ed il testamento spirituale di Paolo Borsellino,che con Giovanni Falcone,la cui vita rappresenta una sorta di autentico inno allo stato di diritto e di culto della legalità come alori comuni.