06 settembre 2026

UN LUNGHISSIMO, INFINITO TERREMOTO

La gente di quell'area tra Lazio,Umbria,Marche e Abruzzo non potrà di certo dimenticare quella notte di fine estate di 10 anni fa.Alle 03:36 del 24 agosto 2016, un terremoto di magnitudo 6.0 colpì Accumoli, Amatrice e molti altri centri al confine tra quelle Regioni  eco svegliò e fece scendere in strada anche tanti cittadini aquilani che non avevano ancora dimenticato il "loro" terremoto,quello avvenuto il 6 aprile 2009,la data del terremoto dell'Aquila:309 vittime allora,299 vittime diciasette anni dopo.Quel terremoto ebbe poi un lunghissimo sciame sismico che registrò fortissime repliche sia a settembre che,soprattutto, a ottobre 2016.

L'Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia(INVG)definì la sequenza sismica che cominciò quel 24 agosto,la "sequenza Amatrice-Norcia-Visso",che durò poi fino alla fine dell’anno e interessò 140 comuni e circa 600 mila persone.Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto al momento della prima scossa di quel 24 agosto 2016 furono letteralmente devastati.Ad Amatrice il centro storico collassò interamente.

Era la notte della frase che tutti ricordano,quella che pronunciò il sindaco di Amatrice,Sergio Pirozzi:“Amatrice non c’è più“.Ed era così.Quel centro tra Abruzzo e Lazio era stato completamente cancellato dalla furia distruttrice del sisma.Nella vicina L’Aquila ci si preparava a festeggiare la 722′ "Perdonanza Celestiniana",la ricorrenza storico-religiosa che si tiene ogni anno a L'Aquila il 28 e 29 agosto,istituita da Papa Celestino V.In quell'occasione viene concessa l'indulgenza plenaria a chi,confessato e comunicato,visita la Basilica di Santa Maria di Collemaggio .Dalla notte del 24 agosto,invece,iniziò la lunga sequenza sismica che portò al terremoto del 30 ottobre 2016 di magnitudo 6.5 a Norcia,il più forte in Italia dopo quello dell’Irpinia del 1980,fino alle scosse sopra 5.0 gradi del gennaio 2017 nell’Aquilano.Quello di Amatrice fu anche il terremoto dei romani;in quei luoghi,soprattutto d'estate,vengono riaperte le case dei padri e dei nonni,quelle dell’infanzia e delle ultime vacanze prima del rientro in città, a caccia di fresco e di aria buona.

10 anni dopo Amatrice ricorda le sue vittime, i vicoli del centro, le frazioni.Amatrice intanto sta compiendo un nuovo passo.È stato riaperto al traffico lo storico  Corso Umberto I,l’asse viario principale del centro storico e qualcosa riapre e rinasce.Torna percorribile la strada che porta ai piedi della Torre Civica,che,rimanendo in piedi anche se danneggiata,è restata quasi come il simbolo della gente di quelle terre che VUOLE farcela nonostante tutte le difficoltà.

Perché non riusciamo a limitare i danni dei terremoti,visto che abbiamo la certezza che prima o poi ci saranno?Cosa possiamo materialmente e culturalmente fare perché tutta questa distruzione resti solo un ricordo? Perchè anche a questo deve servire un anniversario: ricordare non solo chi non c’è più,ma anche la nostra inettitudine difronte al rischio naturale,e il continuare a privilegiare l'interesse ad edificare anche quando il terreno non può sopportare nuove costruzioni,per renderci tutti consapevoli di quello che non è stato fatto,sperando, un giorno, di essere capaci di farlo.

C’è soprattutto un problema di natura culturale.Ogni volta in Italia si considera l’emergenza come la fase nella quale ovviare a tutti i problemi non affrontati in pianificazione e prevenzione.Rispetto ai fenomeni naturali,e in particolare ai terremoti,l’approccio del nostro Paese è puramente emergenziale.Abbiamo per fortuna una Protezione Civile tra le migliori al mondo e normative antisismiche, definite da oltre 50 anni,che prevederebbero un approccio attento ai rischi del patrimonio edilizio.Ma per quanto riguarda gli sforzi concreti verso la prevenzione, manca a livello strutturale la volontà di migliorare le condizioni del nostro Paese.Non è solo una questione politica,ma anche,appunto,culturale.

E' questa la ragione per cui i terremoti degli ultimi 60 anni ci sono costati,tra assistenza e ricostruzione,135 miliardi di euro, dei quali 50 miliardi solo per il terremoto dell’Irpinia(1980) che non a caso fu una fonte di affari per politica connivente e camorra:non abbiamo accettato culturalmente di essere un Paese a rischio naturale elevato e contiamo più sul fato che sulla scienza.Così spendiamo oltre tre miliardi di euro all’anno per gestire i vari post terremoto.Negli ultimi 60 anni i morti dovuti al terremoto sono stati almeno 5 mila.La conseguente domanda è:che prezzo ha la vita?Perchè la parola fondamentale è PREVENZIONE.In qualche luogo, per fortuna,questa lezione è stata appresa.Norcia è stata vittima di una seconda scossa nell’ottobre 2016, molto più devastante di quella di Amatrice (6,5 Richter).Poteva essere un altro disastro,invece nessuna vittima,nessun ferito e danni circoscritti soprattutto al patrimonio monumentale.Questo perché dopo il terremoto del settembre 1979 la ricostruzione era stata fatta ad arte,non permettendo alcuna concessione ad appetiti speculativi e controllando in maniera oculatissima spese e modalità di ristrutturazione.Quindi e' Norcia l’esempio da seguire,Amatrice quello da ricordare con timore estremo.

Ogni volta diciamo che non dobbiamo dimenticare.Ma quelli che certo non dimenticano sono gli abitanti di quelle zone,per loro niente è dimenticato:morte,dolore,paura,sangue, devastazione,speranze e poi disperazioni e tutti i rumori di quella notte.Ma oggi,a 10 anni di distanza,suona strano quel silenzio che si coglie,così rassegnato,incrinato di giorno dal suono dei lavori dei cantieri e di auto che passano.

Dieci anni sono tanti, troppi in rapporto a quel po’ che è stato rimesso in piedi e per i troppi che vivono ancora nelle casette prefabbricate, non solo ad Amatrice.Certo,guardando oggi quelle strade della zona rossa,c'è il senso di una ricostruzione finalmente,seriamente partita,ma è altrettanto vero  che fino a che non la si vedrà finalmente finita,quel senso di precarietà continuerà a sussistere.Anche perchè le parole hanno finito da un pezzo d’alimentare illusioni.10 anni sono davvero tanti.Certamente lo spopolamento era iniziato già prima,ma il terremoto gli ha dato una formidabile spinta e in dieci anni soltanto Amatrice ha perso il 13 % dei suoi residenti.

Ci sono poi gli anziani,che non hanno mai mandato giù il terremoto,le loro abitazioni distrutte e il loro trasferimento in luoghi lontani dai posti del cuore.Perchè ragazzi e giovani coppie magari se ne vanno appena possono,ma loro,gli anziani,neanche ci pensano ad andare in posti diversi da quelli dove sono nati.E anche i circoli e i luoghi d’aggregazione sono diventati una specie di lontano ricordo,con i gruppi di casette prefabbricate lontani uno dagli altri,che separano vite e umanità con quell'eterna speranza che tutto cambi che ogni giorno,però,diventa sempre più evanescente e il gioco al “massacro” sociale è fatto.

C'è un dato che la racconta lunga:il 20 % della popolazione di Amatrice è seguito dai servizi sociali, sarebbe a dire una persona su cinque.E se vuoi dare un significato a questo dato la risposta è che la solitudine è brutta bestia e sentirsi dimenticati è peggio, le conseguenze possono essere pessime e lo ripetono spesso e volentieri da queste parti e senza vergogna,né rabbie.Perchè a vederli passare questi 10 anni senza che nulla cambia proprio lì,in quelle zone,comporta frustrazione,depressione,solitudine e alienazione e anche la gente che è sopravvisuta non è che se la passino bene.Perchè non c'è più quel tessuto sociale che c'era una volta e che non si è più ricostruito. Perché la gente è distanti gli uni dagli altri,non esiste più il paese,non c’è più la piazza del paese,dove ci si incontrava,dove si parlava.Non si è più uniti,non si è più tutti insieme.

Solitudini,ricostruzione lenta,tessuto sociale lacerato sono cose che non riguardano ovviamente solo Amatrice o Accumoli, ma più o meno l’intero cratere.Quelle poche cose che in 10 si son fatte sembrano essere gocce:gocce nell’oceano del cratere.Perchè,secondo l’ultimo report di ActionAid(l'associazione internazionale indipendente che si occupa di informazioni,prevenzione e gestione delle emergenze umanitarie)a fronte dei  3.667 interventi programmati per la ricostruzione(per 4,85 miliardi di euro complessivi)non sono stati avviati i lavori nemmeno nel 66,3%,e solo il 33,6% è in fase esecutiva o conclusiva. Anche peggio negli altri 44 Comuni che furono più sconvolti e fatti a pezzi dal sisma di 10 anni fa.

A 10 anni di distanza il lavoro è ancora enorme,e si devono fare tante cose che si sono accumulate negli anni.Il nodo da sciogliere non sono nemmeno i finanziamenti,non sono i soldi,ma la capacità di realizzare tutto quello che viene stanziato.Perché in passato la ricostruzione non è andata avanti anche per altre ragioni:ci sono stati gli anni del Covid,e il Superbonus a causa del quale le ditte hanno preferito andare a lavorare altrove,perché,ad esempio,era più conveniente fare a Roma il “cappotto” a un edificio,che ricostruire nel cratere.

Ma la partita vera è un'altra e la ricostruzione è solo il primo passo,e qui non parliamo solo di ricostruzione di case.Quello che occorre ricostruire è anche umanità.Perchè oggi,a 10 anni di distanza, Amatrice ci ricorda quanto siamo vulnerabili e quanto siano importanti i legami umani e la solidarietà che in quelle terre si viveva ogni giorno fino a quel giorno.Amatrice non è solo un luogo sulla mappa geografica e della memoria collettiva, ma un simbolo di ciò che resta quando tutto crolla:la dignità delle persone. Ricordare oggi non significa solo guardare indietro con dolore, ma onorare ogni singola vita spezzata e custodire le storie di chi è rimasto.Perché una comunità non è fatta di mattoni,ma di persone,e finché ricorderemo,Amatrice continuerà a vivere.

04 settembre 2026

100 GIORNI A PALERMO



Sono trascorsi 44 anni, ma quella strage resta uno dei simboli più dolorosi della lotta dello Stato contro la mafia e la criminalità organizzata.Un attentato che non colpì soltanto un uomo,ma un’intera istituzione:il generale dei Carabinieri che aveva riportato grandi successi nella lotta al terrorismo delle Brigate Rosse,chiamato a Palermo per affrontare una mafia sempre più potente e organizzata.Un uomo che veramente si era domostrato tale fin da giovane,quando,col rischio della vita,si impegnò in battaglie ideali,come nella Resistenza,per esempio:dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943,rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò e si schierò nelle file della Resistenza operando in clandestinità tra le Marche e l'Abruzzo.

Dalla Chiesa era arrivato in Sicilia con un incarico speciale. Dopo una lunga carriera nell’Arma,dopo aver combattuto il terrorismo delle Brigate Rosse, era stato nominato prefetto di Palermo il 30 aprile 1982. La sua missione era chiara: applicare contro Cosa nostra la stessa determinazione utilizzata negli anni precedenti contro il terrorismo.Ma il suo arrivo in città avvenne in un momento estremamente delicato.Palermo era attraversata da una violenta guerra interna alla mafia, con le cosche dei Corleonesi impegnate a consolidare il proprio potere. In quel contesto Dalla Chiesa aveva intuito la necessità di colpire non soltanto gli esecutori materiali dei crimini, ma anche le reti di consenso, le complicità e gli intrecci economici che permettevano alla criminalità organizzata di prosperare.

Il generale rimase prefetto per appena 100 giorni e proprio perciò il film di Giuseppe Ferrara che anni dopo fu realizzato sul sacrificio del generale prese il nome di "100 giorni a Palermo",con Lino Ventura nel ruolo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giuliana De Sio in quello di Emanuela Setti Carraro.



Fu un periodo brevissimo,ma sufficiente a far percepire alla mafia la portata della minaccia rappresentata dalla sua presenza.La sera del 3 settembre, poco dopo le ore 21, Dalla Chiesa viaggiava a bordo di una A112 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, sposata pochi mesi prima. Dietro di loro seguiva l’auto di servizio con l’agente Domenico Russo. In via Isidoro Carini entrò in azione il commando mafioso: le vetture furono affiancate e partirono raffiche di Kalashnikov AK-47.Il generale e la moglie morirono sul colpo. Russo rimase gravemente ferito e morì dodici giorni dopo in ospedale a Palermo.

L’immagine dell’auto crivellata dai proiettili divenne immediatamente il simbolo della sfida lanciata da Cosa nostra allo Stato,così come anni dopo,divenne un simbolo quell'altra immagine dell'autostrada sventrata nei pressi dell'uscita di Capaci,dove fu massacrato il giudice Giovanni Falcone,la sua compagna e l'intera sua scorta,come pure,due mesi dopo,quelle del devastante attentato all'altro giudice icona della lotta alla Mafia,Paolo Borsellino.












































Dopo qualche ora dall'attentato al Generale Dalla Chiesa comparve su un edificio un cartello lasciato da un anonimo cittadino con una frase destinata a restare nella memoria collettiva:“Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”.


La reazione dell’opinione pubblica fu enorme.Ai funerali parteciparono migliaia e migliaia di persone e la rabbia dei cittadini si trasformò anche in una dura contestazione verso le istituzioni presenti.La strage rappresentò uno spartiacque nella percezione del fenomeno mafioso:mostrò con una forza senza precedenti la capacità di Cosa nostra di colpire direttamente un rappresentante dello Stato ai massimi livelli.

L’omicidio di Dalla Chiesa contribuì anche ad accelerare una risposta normativa e investigativa più incisiva contro la mafia.Pochi giorni dopo sarebbe stata infatti approvata la legge Rognoni-La Torre,che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa e lo strumento della confisca dei patrimoni illeciti.C'era voluto il sacrificio di Dalla Chiesa per arrivare a questo.

Negli anni successivi le indagini giudiziarie ricostruirono le responsabilità della mafia.Per la strage vennero condannati diversi capi di Cosa nostra,tra cui Totò Riina,Bernardo Provenzano,Pippo Calò e Bernardo Brusca.

Oggi il nome di Carlo Alberto Dalla Chiesa continua a rappresentare un modello di rigore,coraggio e fedeltà alle istituzioni. La sua figura è ricordata non soltanto per il sacrificio finale,ma soprattutto per il metodo con cui affrontò le emergenze più difficili della storia italiana:la convinzione che lo Stato dovesse essere presente, organizzato e più forte della paura.Accanto a lui restano il ricordo di Emanuela Setti Carraro,giovane moglie che quella sera condivise il suo destino,e di Domenico Russo,servitore dello Stato rimasto accanto al prefetto fino all’ultimo. Tre vittime di una stessa violenza, tre nomi che ancora oggi rappresentano la battaglia per la legalità.A 44 anni di distanza, la strage di via Carini non è soltanto una pagina della storia italiana:è un monito sulla necessità di difendere ogni giorno gli ideali e i valori della giustizia e della democrazia.Anche perciò rimangono valide le parole di qualche anno fa del Presidente Sergio Mattarella,che ebbe anche lui il fratello Piersanti assassinato dalla mafia."Il Generale Dalla Chiesa - disse Sergio Mattarella - fu un eroe del nostro tempo e l'atto criminale del suo assassinio si ritorse contro chi lo volle",per gli effetti legislativi e organizzativi che lo Stato seppe adottare dopo l'omicidio.

Strumenti più incisivi di azione,di indagine e coordinamento vennero messi in campo,proprio facendo tesoro delle esperienze di Dalla Chiesa e rendendo più efficace la strategia di contrasto alle organizzazioni mafiose.E soprattutto e ancor più quello sforzo fu sostenuto e accompagnato da un crescente sentimento civico di rigetto e insofferenza verso la mafia,che pretendeva di amministrare indisturbata i suoi traffici, seminando morte e intimidazione.Perchè il sentimento dei siciliani onesti,difronte a quella orrenda strage fu di commozione e sdegno che rafforzarono il rifiuto della prepotenza criminale.

03 settembre 2026

SETTEMBRE, IL TEMPO DEL PASSAGGIO




Settembre, primo mese d’autunno o ultimo d’estate?La domanda è legittima, non fosse altro che la risposta è cambiata spesso nel corso dei secoli e dei millenni.Che sia un momento di passaggio è chiaro.Ce lo dicono gli astronomi, innanzitutto.La terra è una specie di trottola storta. Impiega ventiquattro ore per ruotare sul suo asse. Circa trecentosessantacinque giorni per fare il giro completo attorno al sole.E per due volte all’anno questa danza obliqua fa sì che il sole si trovi esattamente allo zenit dell’equatore e la notte ha esattamente la stessa durata del  giorno. Equa nox, appunto, notte uguale: equinozio.Capita a marzo e capita – appunto - attorno al venti settembre. Da quel giorno in poi l'abbreviazione della fase di luce del giorno si accentua e il buio si impossesserà già delle ore del pomeriggio.

Che settembre sia un momento di passaggio lo sanno da sempre i pastori, che attendono questo mese per la transumanza,per lasciare,cioè,i pascoli di montagna e cominciare il viaggio che li riporterà in pianura a passare l’inverno: uomini e animali incamminati tra larghi sentieri ghiaiosi, rocce e boschi, con il sapore del formaggio mangiato alla partenza, il suono dei canti che segnano il passo lento delle pecore e dei buoi.Come non rcordare a tal proposito la poesia di Gabriele D'Annunzio,intitolata "Settembre" appunto e dedicata proprio alla transumanza.

E che settembre sia tempo di passaggio lo sanno bene i contadini, che attendono questo mese sia per la vendemmia che per la semina: un tempo e una maturazione che si compiono e un tempo che ricomincia, lentamente, sottoterra.È anche per tutto questo che una volta, girando per le campagne all’inizio di questo mese capitava di scorgere nuvole di fumo azzurro tra le colline, di roghi che bruciavano stoppie e rami vecchi.Con quel profumo di legna arsa che si spandeva ovunque, sui pianori, nei borghi, tra le strade dei villaggi e dei paesi...

E dunque settembre è un inizio o è una fine?Per i greci, sul finire dell’estate, quando la stella brillante Sirio riempiva la maggior parte della notte, cominciava l’anno agricolo.Era quello il tempo di tagliare la legna e di prepararsi all’aratura.Poi sarebbe arrivata la vendemmia: quando verso il mattino Orione e Sirio fossero giunti ormai alla metà del cielo, allora sarebbe stato tempo di raccogliere e portare a casa tutti i grappoli, esporli al sole per dieci giorni e dieci notti, per poi tenerli all’ombra cinque giorni, che il sesto infine sarebbero stati posti nei vasi.Ma per tanti versi, Opora, come i greci chiamavano  l’autunno,rimaneva legato più al caldo della stagione passata che al freddo dell’inverno in arrivo. Soprattutto il primo periodo, quello che per noi oscilla tra settembre e ottobre: momento dei frutti maturi, dei doni giunti alla loro pienezza:pere,mele,fichi e,sopra tutti,l’uva naturalmente.

Settembre per secoli è rimasto il mese che in un certo senso portava a compimento l’estate.Un’ultima grande esplosione di gioia, prima di cominciare il lento percorso verso il buio, la morte e il gelo.Nella meteorologia,ma anche nell'animo umano.Nel medioevo, il cristianesimo siglò questo tempo di passaggio mettendolo sotto la protezione dell'Arcangelo Michele(che si festeggia,appunto il 29 settembre)legandosi, come sempre, a feste ancora più antiche.Così,dopo le grandi festività dedicate a Maria al termine dell’estate, l’equinozio d’autunno, la fine della stagione calda e luminosa, venne celebrato sotto il segno della festa dedicata a San Michele.Alle origini c’erano probabilmente culti antichi dedicati al dio solare Mitra, ma in pieno medioevo questo ovviamente non lo sapeva più nessuno.Il successo di quel santo fu enorme in tutta Europa, a cominciare da quello che è forse il suo santuario  più celebre:quella famosa isoletta montuosa sulle coste della Normandia che si collega a terra solo quando giunge la bassa marea… Mont-Saint-Michel,appunto.

Così il 29 settembre la sua era ormai la festa della vendemmia. Un vero e proprio Capodanno d’autunno, tanto che lo usavano tutti pure come data fissata per la scadenza dei contratti agrari. Tempo per i contadini di pagare le rendite al signore; tempo per le vendite a credito di vino…Vendemmia e semina: è così che settembre sarebbe stato raffigurato per secoli nei bassorilievi delle cattedrali e nei manoscritti.E verrebbe da chiedersi cosa sia rimasto di tutto questo ora. Forse più di quello che si pensa. Il vino non ha certo perso di importanza e la vendemmia rimane un momento cruciale dell’anno agricolo.Poi certo,il mondo è cambiato.

Adesso settembre è il momento del ritorno agli impegni,della fine delle vacanze. Per chi ama il caldo e i tempi rallentati, questo ritorno agli obblighi e alla quotidianità suona sempre un po’ faticoso; per chi l’estate la vive più come una parentesi, talvolta forzata, settembre suona come una specie di Capodanno.E forse in questo senso c’è qualcosa di antico e di profondo, persino quando facciamo i conti con la fine delle ferie: c’è una stagione che muore e una che comincia in questo passaggio che, ad ascoltarlo bene, ci dice di quanto la natura e il cosmo stesso segnino la nostra vita.Sono queste le impressioni,le mie impressioni,almeno,che settembre ci consegna ed è perciò che voglio ricordare l'arrivo di questo nuovo tempo dell'anno e dello spirito con la splendida e ormai celebre canzone della Premiata Forneria Marconi(per noi ragazzi dell'epoca bastava pronunciare solo quelle tre lettere,PFM)"Impressioni di Settembre".

17 agosto 2026

OLTRE QUELLE MURA




Chissà se oltre al bollino rosso per le temperature record,o quello nero per l’esodo degli italiani in vacanza,esiste un bollino di un qualche colore,rosso o nero o di chissà quale altro colore,per la situazione delle carceri italiane?No,certo,che no,questa è solo una domanda retorica,visto che la situazione delle carceri italiane è da anni ormai così drammaticamente tragica,che sarebbe necessario marcare di un colore tutt'affatto speciale quasi ogni giorno degli ultimi decenni.Ma ad ogni nuova morte in carcere e ad ogni nuova tragedia che viene dal mondo che sta "oltre quelle mura" le coscienze di noi donne e uomini "liberi",non possono non provare turbamento e disagio.In questo mese di agosto sono giunte infatti le notizie dal carcere di Prato,all'interno del quale è stato ucciso un detenuto straniero e un altro è stato ferito da un agente della polizia penitenziaria mentre veniva accompagnato al Pronto Soccorso;c'è stata,poi,la morte di un ragazzo appena 19venne nel carcere di Pordenone e disordini si sono verificati nel carcere di Benevento.Se lo Stato ha degli uomini sotto la propria custodia in propri edifici istituzionali,questi non possono,non devono morire,perchè allo Stato è imposto un tassativo dovere:garantire a chi è sottoposto alle sue leggi,il diritto alla vita e alla sicurezza:a tutti,anche  a quelli ristretti.E' per questo che lo Stato e le sue istituzioni hanno precise responsabilità.Questi episodi sono il campanello di allarme(l’ennesimo)che nel pianeta carceri le cose non vanno e peggiorano ogni anno alla vigilia di Ferragosto con estati con temperature sempre più infuocate come quelle degli ultimi anni.Non che tutto si spieghi con il caldo,ma di sicuro le celle trasformate in fornaci non aiutano a mantenere il minimo di lucidità in una convivenza forzata.E affollata all'inverosimile.

Questa che è l'estate più calda degli ultimi anni rischia di trasformare il carcere italiano in un luogo al limite della sopravvivenza.È questo il quadro che vien fuori dal rapporto di metà anno presentato in questi giorni dall'Associazione Antigone,che fotografa un sistema penitenziario con un incredibile indice di sovraaffollamento,incapace di assorbire l'aumento dei detenuti, mentre le temperature record aggravano condizioni inumane.Sullo sfondo resta il nodo della politica populista e panpenalistica del governo Meloni,che continua ad introdurre sempre nuove fattispecie di reati e ad inasprire le pene già esistenti,senza affrontare le cause strutturali della crisi e,notizia di solo poche settimane fa,estendendo la punibilità penale anche ai minorenni con il concetto dell'inversione della prova.

Il dato che colpisce più di tutti è quello del sovraffollamento.Al 28 luglio nelle carceri italiane erano detenute 64.741 persone a fronte di 46.343 posti realmente disponibili:questo significa che il tasso di affollamento effettivo ha raggiunto il 139,7 %,un livello che non si registrava addirittura dal 2013,anno in cui l'Italia venne condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo,per le condizioni degradanti dei suoi istituti di pena.Ed ancora oggi la situazione non e' molto diversa e se qualcosa e' cambiata,è sicuramente cambiata in peggio.In alcune carceri i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili e nelle visite periodicamente effettuate negli ultimi 12 mesi Antigone ha riscontrato che nel 44 % degli istituti esistono celle con meno di tre metri quadrati calpestabili per persona.Se il sovraffollamento rappresenta il problema strutturale,il caldo estremo e prolungato di questo periodo ne amplifica gli effetti.Oltre il 60 % dei detenuti trascorre gran parte della giornata in regime di custodia chiusa,che significa che i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata(in genere tra le 16 e le 20 ore)rinchiusi nelle celle,con forte limitazione nei corridoi e negli spazi comuni.Il tutto in celle prive di adeguata ventilazione,con finestre schermate e temperatura percepita oltre i 40 gradi.Nessuna adeguata aerazione,condizionatori nemmeno a parlarne,e i ventilatori sono insufficienti o possono essere acquistati addirittura a spese dei detenuti.

A essere sovraffollati non sono solamente gli istituti per adulti. Da anni crescono infatti sempre di più le presenze nelle carceri minori(Istituti Penali per Minorenni,IPM l'acronimo),che rappresentano un problema delicato in relazione all'età dei reclusi.Stimare le presenze dei minori in carcere non è semplice, in quanto è possibile calcolare solamente il numero di occupanti e non di posti effettivi però si è osservato,come ha ancora osservato l'Associazione Antigone,che dopo il decreto Caivano adottato dal Governo Meloni,c’è stata un impennata delle presenze in carcere.Ed anche l'apertura di nuovi IPM rappresenta una misura inadeguata,perché privilegia sempre la cultura  della repressione e della punizione,come testimonia pure l'altra misura del trasferimento coatto in istituti per adulti dei neo 18enni che potrebbero invece rimanere negli istituti minorili fino a 25 anni”,con la conseguente esposizione il rischio,per i ragazzi stessi,di venire precocemente "arruolati" dalla grande criminalità organizzata.

Il c.d. “decreto Caivano” nasceva per contrastare la criminalità minorile e l’abbandono scolastico,ed introduceva una facilitazione dell’arresto in flagranza di reato per minori coinvolti in spaccio di droga e uso di armi.A distanza di tre anni,il governo ha varato una nuova stretta denominata volgarmente “anti-maranza”,(dal nome di quei ragazzi appartenenti a compagnie di giovani rumorosi e violenti caratterizzati da ostentati atteggiamenti spavaldi e ineducati,con gergo triviale e abbigliamento volutamente vistoso ed eccessivo).In questo decreto la norma principale inverte l’onere della prova sull’imputabilità dei minori sopra i 14 anni,che viene cioè presunta come per gli adulti e non più da dimostrare.Un'autentica barbarie per uno stato di diritto e una democrazia liberale.

E' evidente che la inclinazione culturale del governo a "reprimere" e "punire" porta ad un modello di intervento legislativo destinato inevitabilmente ad incrementare il numero degli ingressi negli istituti penitenziari minorili, aggravando un sistema che già oggi opera oltre i limiti della propria capienza.La continua introduzione di nuovi reati e l'inasprimento delle pene rappresentano una delle principali cause dell'aumento della popolazione detenuta e questa impostazione securitaria non può che spingere verso questa direzione.Il sovraffollamento carcerario è l'effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene.Dopo quattro anni nei quali il Governo aveva promesso la costruzione di nuove carceri ne vien fuori che dal 2022 ad oggi i posti disponibili sono aumentati di solo 28 unità,mentre le misure alternative alla detenzione(quelle sì che potrebbero risolvere molti problemi)sono invece calate del 7 %.

Ma il sovraffollamento che soffoca le carceri italiane non è soltanto un problema di numeri e di spazi.È il sintomo di un sistema che,negli anni,ha risposto all’emergenza con logiche emergenziali,investendo poco in ciò che davvero potrebbe invertire la rotta:il reinserimento sociale delle persone detenute. Un reinserimento che non deve essere mai considerato una concessione benevola e graziosa,ma come un preciso diritto della persona e una finalità costituzionale.E' infatti l’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato:ciò significa offrire percorsi concreti di responsabilizzazione,formazione,lavoro,cura e ricostruzione dei legami familiari e sociali.Ma il reinserimento è uno dei più importanti investimenti nella sicurezza collettiva.Una persona che esce dal carcere con competenze,riferimenti affettivi,opportunità lavorative e un adeguato sostegno sociale ha di certo meno possibilità di tornare a delinquere.

Bisogna,allora,avere il coraggio di immaginare modelli nuovi e alternativi a quello semplicemente detentivo,che vede la carcerazione quasi come una specie di "vendetta sociale",come diceva Filippo Turati.Perchè la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la custodia,ma anche riducendo le condizioni che alimentano la recidiva.Garantire percorsi di reintegrazione significa tutelare la dignità della persona detenuta,ma anche proteggere la comunità nel lungo periodo.Una pena che non dia anche una prospettiva di ritorno responsabile e consapevole nella società,diventa soltanto afflizione se non addirittura persecuzione.

Sul problema delle carceri è intervenuto anche Papa Leone XIV.Egli ha indicato nello studio,nel lavoro,nella riconciliazione strumenti essenziali del cambiamento."La fede cristiana-ha detto Prevost-ci ricorda che nessuna caduta esaurisce il valore di una persona e che giustizia e misericordia non sono alternative:la misericordia non cancella la responsabilità,ma impedisce che essa diventi una condanna senza futuro”.

In questo ambito c’è poi anche una sfida culturale e comunicativa:raccontare il carcere senza cedere agli allarmismi o alle semplificazioni.La stampa e i mass media possono svolgere un ruolo decisivo,aiutando a sconfiggere l'odio diffuso dai social,purché esse diano un'informazione trasparente e rigorosa,capace di restituire la complessità del pianeta carceri e rispettare la dignità delle persone recluse,oltre a quella della vittima.

Oggi,infatti,la percezione pubblica è troppo spesso condizionata da una rappresentazione episodica ed emergenziale del carcere. Si parla di carcere solo in occasione di evasioni,aggressioni, rivolte,suicidi o casi di particolare rilevanza mediatica.Ed invece,per ripetere le parole altissime di Piero Calamandrei,"bisogna aver visto",bisogna entrare,cioè,materialmente nelle carceri,come fanno quotidianamente e meritoriamente proprio Associazioni come Antigone o Nessuno tocchi Caino,per rendersi conto dell'inferno delle carceri.

Comunicare meglio significa saper usare bene le parole,perchè definire qualcuno esclusivamente come criminale,tossicodipendente o malato psichiatrico significa trasformare una condizione o una condotta nell’identità complessiva della persona.Bisogna invece saper guardare "oltre":vedere il reato,la sofferenza della vittima e il bisogno di sicurezza,ma vedere anche le fragilità dell’essere umano che ci sono oltre l’errore che ha commesso.

Perchè alla fine quel "mondo di dentro",quel mondo che sta oltre quelle mura,non rappresenta una umanità da emarginare,novelli lebbrosi del nuovo Millennio.Ognuno di essi ha una vita e una storia.C'è talora nello stesso detenuto la compresenza di più caratteristiche:dipendenze,disturbi psichiatrici o da uso di sostanze come alcol,droghe o farmaci.Perciò nelle carceri bisogna portare un approccio sanitario e sociale non più rinviabile.Il carcere accoglie un numero rilevante di persone con bisogni sanitari,psicologici e sociali che richiedono interventi altamente specializzati.La difficoltà principale consiste spesso nella frammentazione delle competenze:servizi sanitari,amministrazione penitenziaria,servizi per le dipendenze, dipartimenti di salute mentale e realtà territoriali non riescono a relazionarsi in maniera adeguata per operare in modo integrato,evitando che soggetti gia fragili finiscano del tutto in carcere,dovendo invece essere trattati in istituti alternativi.

Si capisce,allora,che il sovraffollamento delle carceri,e il caldo record di questi mesi che aggravano la vivibilità delle carceri italiane,non sono accadimenti e fatalità non imputabili a chicchessia,ma rappresentano una precisa accusa  al sistema politico,giudiziario e carcerario italiano nel suo complesso,rappresentando esse una violazione sistematica dei diritti umani che si consuma ogni giorno nel silenzio generale.

Non ci si può più voltare dall'altra parte e derubricare la vita in cella a un dettaglio burocratico;al contrario dobbiamo superare quel muro di fastidio e indifferenza verso le carceri,guardando ai carcerati non come una schiera di reprobi sui quali consumare una "vendetta sociale" sapendo invece guardare "oltre quelle mura",in quei luoghi nei quali la dignità umana sembra essere morta.Perchè se nelle carceri italiane  la dignità muore è il livello stesso della nostra Democrazia ad essere a rischio."Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri",è la famosa frase di Voltaire.

La situazione del sistema carcerario italiano  oggi ha travalicato già molti punti,il sovraffollamento rende insostenibile la vivibiltà di spazi di edifici già vecchi ed è perciò che in quegli spazi continuano i suicidi,aumentano i disordini e continui sono gli stati di agitazione.Anche recenti provvedimenti che pure potrebbero essere utili,come la non reclusione per i soggetti tossicodipendenti,stentano a partire per la farraginosità del provvedimento pensato e per la nostra burocrazia.

La realtà è che le nostre carceri oggi non rieducano,ma sono solo luoghi di punizione fisica.Questa non è giustizia,è vendetta sociale dovuta ad una politica populista e panpenalista.È ora di pretendere che lo Stato rispetti la Costituzione.Occorre svuotare le celle al più presto e garantire condizioni umane e dignitose per chi deve scontare la propria pena,prima che l'emergenza si trasformi in una tragedia irreparabile.Oggi come oggi le condizioni attuali delle carceri italiane sono un insulto alla dignità umana e una ferita aperta nel cuore della nostra democrazia.Il caldo soffoca i corpi,ma è l'indifferenza delle istituzioni e della pubblica opinione che uccide la speranza,alimentando una strage silenziosa.La pena non può trasformarsi in una condanna a morte psicologica o in una pena fino alla morte.Restiamo umani, pretendiamo risposte.Non si deve permettere che sul dramma dei detenuti cali il silenzio.