10 agosto 2026

LIVIO BERRUTI, LA LEGGENDA GENTILE




Scarpe e calze bianche,gli occhiali da sole e una corsa che sorride, elegante,quasi gentile:Livio Berruti è entrato così nella storia del nostro sport, vincendo l’oro dei 200 ai Giochi Olimpici di Roma ’60. Forse l’oro più bello perché conquistato a sorpresa, davanti ai mostri americani, col record del mondo (eguagliato per due volte nel giro di due ore) nell’Olimpiade di casa, che resta un punto di svolta nella nostra storia.

A testimoniare l'eccezionalità di quella vittoria fu anche il fatto he Berruti fu il primo europeo a vincere sulla distanza classica (quella dell’antico “stadion” dei Giochi di Olympia era di 192,28 metri).Ma qualche giorno fa anche quell'uomo gentile,colto e intelligente,se ne andato per sempre.Ci ha lasciati a 87 anni nella sua città,Torino,dove viveva con la moglie Silvia,e se ne è andato in punta di piedi,quasi così come correva.La vita per lui si era complicata da tempo.Camminava e parlava a fatica,ma la sua testa è rimasta lucida e velocissima.Fino alla fine.

Figlio di una buona famiglia torinese,aveva fatto studi regolari.Liceo classico al Cavour,poi studente di Chimica all’Università di Padova quando, a 21 anni,si trovò a correre verso il suo destino che lo avrebbe reso famoso,una leggenda per molti italiani.Era un ragazzo brillante e di rara intelligenza quando si avvicinò allo sport alla metà degli Anni '50.A lui,per la verità,piaceva il tennis,ma il professore di educazione fisica del Liceo Cavour,che lo vide alto e smilzo,lo indirizzò verso l’atletica leggera,salto in alto e salto in lungo.Però lui era già autonomo e pensava da solo senza farsi condizionare.Finisce così che riesce a battere il più veloce del liceo nel cortile della scuola e quella diventa la sua strada. 

Ci vuole poco perchè Livio diventi presto il migliore dei giovani italiani sui 100 metri, ma la sua corsa sciolta e naturale gli consente di accarezzare le curve ed essere quindi anora più adatto ai 200.Il padre non voleva che corresse i 200 metri,ritenendo il figlio "troppo giovane ed esile per(...)uno sforzo troppo impegnativo".Ma Livio,anche a soli 17 anni,pensava già di testa sua.Nel 1957,a 18 anni,vince i titoli italiani dei 100 e 200 e diventa la grande speranza per le Olimpiadi di Roma ’60,il più grande evento sportivo che l’Italia abbia mai ospitato.Nel 1959 corre i 200 con tempi che lo avvicinano ai giganti americani.Il miracolo vero si realizza poi ai Giochi di Roma.Berruti corre in quell’atmosfera magica e va oltre ogni aspettativa.Il 3 settembre 1960,alle 16, si ritrova in semifinale contro tre primatisti del mondo,l’inglese Radford e gli americani Norton(grande favorito della vigilia)e Johnson.Tutti e tre avevano corso pochi mesi prima in tempi record,ma Livio li batte tutti,eguagliando pure il record del mondo.

Berruti era persona metodica,riflessiva e tranquilla.Prima della finale dei 200 metri che poi gli varranno l'oro,mentre gli avversari provano e riprovano le partenze, Livio ammazza il tempo con,è proprio il caso di dire calma "olimpica",ripassando il suo libro universitario per l'esame di chimica.Solo dopa prova le sue scarpe da corsa.L’Adidas era pronta a dargli un lauto premio se avesse usato le scarpe con le strisce,ma lui scelse le Valsport, che erano più pesanti,perché,con una punta di narcisismo,pensava che stavano meglio con le calze bianche che lui portava sempre.Questo è anche il simbolo dell’Italia del miracolo economico italiano,di una Italia che rinasce dalle macerie del secondo dopoguerra,con le proprie industrie e con la vecchia lira che per un periodo divenne una moneta forte e credibile.Ed è l'Italia di quelle altre immagini del Festival di Sanremo del 1958: Domenico Modugno allarga le braccia, canta “Volare” e l’Italia si scopre ottimista e spensierata.

E poi,solo 2 anni dopo,l'immagine dell'Italia che rinasce è proprio quella del 3 settembre 1960.La data dell'oro nei 200 metri di Livio Berruti.Sono le 18, il cielo di Roma si prepara per il tramonto e il torinese Livio Berruti che vola a vincere nello stupore generale quella gara,sembra quasi che tutti gli italiani abbiano volato,corso e vinto insieme a lui,cantando quella canzone di Modugno di 2 anni prima,volando tutti nel blu dipinto di blu,felici di stare lassù,nei vertici sportivi ed eonomici di quell'Italia di quegli anni d'oro,sportivi e sociali.

A quasi cent’anni dalla nascita,nel 1861,l’Italia tra Modugno e Berruti vive il suo tempo migliore,ogni cosa sembra possibile,il futuro non fa più paura,anzi.Durerà poco,e verranno presto gli anni bui della crisi economica,delle stragi,e degli "anni di piombo".Ma è proprio con Berruti che l'Italia visse una felicità unica e non più rivissuta,perché l’oro di Pietro Mennea a Mosca nel 1980 non creerà le stesse suggestioni extra-sport,sarà un momento di stacco e stop.Non per colpa di Mennea,certo, quell’Italia era intristita e appesantita dal terrore.

Quelli di Berruti,invece,erano anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di "Volare".E nel famoso Ristorante Doney,in Via Veneto,cuore storico della dolce vita romana,si vedevano spesso Anna Magnani e Renato Salvatori e si incontravano scrittori e attori come Ennio Flaiano e Franca Valeri, Laura Betti e Alberto Arbasino e solo un tavolo più in là era facile vedere Saul Bellow.La "Dolce vita",quel film di Fellini restato nella storia,ha istituzionalizzato la Belle Époque sfavillante,mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta:Pasolini è atteso dai primi provini di "Accattone",Dino Risi sta girando "Una vita difficile" con Alberto Sordi,in quella che è ormai la Hollywood italiana,cioè Cinecittà.Pure lo scrittore americano John Fante viene attratto dalla Città Eterna,o meglio dai dollari che gli promette Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi.

Lui nelle frequenti lettere che scrive dall'Italia  alla moglie così dice:«Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso,quasi soffocante.Il cielo è squisito,attraversato da nuvole bianchissime, accecanti».

Oggi,con la morte di Berruti si dissolve un’idea di Italia che non esisteva in realtà già da da molto tempo,un'Italia che lavorava e che innovava,che costruiva grandi infrastrutture nazionali,come la Autostrada A1 che collegava Napoli a Milano,e quindi il Nord con il Sud e l'intero Paese,ora che tutti potevano permettersi una "500" o una "600" della Fiat.Un'Italia che era pure capace di divertirsi con poco e con misura,con una politica credibile e capace di fare scelte e non,come accade oggi,con una politica(e una stampa)sguaiata e urlata.

Eppure proprio in quell'Olimpiade di Roma del 1960 Berruti si ritrovò al centro di un pettegolezzo innocente,per una relazione candida,se osservata con i parametri del gossip di oggi.Lo fotografarono in atteggiamenti affettuosi con Wilma Rudolph,sprinter statunitense che a Roma vinse tre ori.Lo stesso Berruti spiegò poi che:"era nata una certa simpatia tra noi. Passeggiavamo per il villaggio mano nella mano. Un flirt innocentissimo che non ebbe alcun seguito".Si ravvisava sempre un pò di malinconia quando Berruti raccontava di Wilma,perchè in quell’Italia prospera,però bacchettona e razzista quella storia fece discutere,perché Wilma era nera ed erano trascorsi appena 5 anni dal giorno in cui Rosa Parks,una sarta dell’Alabama,si rifiutò di cedere a un bianco il posto sull’autobus,come il regolamento prescriveva.E il film “Indovina chi viene a cena?”,che raccontava l’amore tra una bianca statunitense di buona famiglia e un medico afroamericano, sarebbe uscito soltanto 7 anni dopo,nel 1967.

Wilma e Livio si sarebbero rivisti negli anni successivi,ma sempre di sfuggita,e poi lei si era sposata più volte con 4 figli, a neppure trent’anni.Le cronache del 1969 raccontano che Wilma fu costretta a impegnare gli ori di Roma per pagare le cure a uno dei suoi bambini,ammalatosi gravemente.Era un'atleta vincente la Rudolph nello sport ma tanto sfortunata nella vita.Bambina,venne colpita dalla poliomielite e rischiò di restare zoppa.Adulta, morì a soli 54 anni,nel 1994,per un tumore al cervello.

Con la Rudolph si può dire che fu un amore mancato.Ma con altri Livio Berruti ebbe rapporti ben più complicati e Pietro Mennea fu uno di questi."Complicato",per non dire di peggio.In realtà non ci fu mai intesa tra i due più grandi sprinter italiani del Novecento,se non addirittura antipatia.In un’intervista Berruti disse:«Pietro era chiuso,scontroso,suscettibile:eravamo agli antipodi(....)La sua chiusura era caratteriale.Considerava il mondo un nemico e per dare il meglio doveva sentirsi solo contro tutti».E tuttavia Berruti considerò sempre Mennea un masochista delle piste,ne apprezzava la mostruosa forza di volontà, gli allenamenti sempre al di sopra dei suoi limiti, ma non mancava di far notare(con un pizzico di veleno)che a Roma '60 lui, Livio,aveva battuto gli statunitensi,mentre a Mosca 1980,nei 200 dell’oro di Mennea,gli americani non c’erano per protesta contro l'URSS,che aveva invaso l’Afghanistan.

Anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di "Volare" di Domenico Modugno al Festival di Sanremo e l’aria decadente di" Sapore di sale" di Gino Paoli,e che hanno il loro centro esatto in quel 3 settembre 1960.Nel famoso Ristorante Doney,in via Veneto,cuore della "dolce vita" romana,si vedono quasi ogni sera Anna Magnani e Renato Salvatori e nella stessa via Veneto si incontrano attori e scrittori come Ennio Flaiano e Franca Valeri,e Laura Betti e Alberto Arbasino,mentre solo qualche tavolo più in là c'era Saul Bellow.Da pochi mesi,quel film,"La dolce vita" di Federico Fellini ha istituzionalizzato quella Belle Époque sfavillante,mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta:Pasolini è ai primi provini di "Accattone" e Dino Risi sta girando "Una vita difficile" con Alberto Sordi,e Cinecittà è diventata un pò la Hollywood italiana.Lo scrittore americano John Fante,"incoraggiato" dai dollari promessi da Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi,scrivendo alla moglie dice:«Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso,quasi soffocante».

Forse, tutta questa gente ancora non si rende conto di essere capitata nel bel mezzo del Boom economico,detto anche “miracolo italiano”: una definizione che sembra suggerire un che di accidentale.Sarà stata tutta fortuna,magari;ma sta di fatto che in 5 anni,dal 1958 al 1963,l’Italia passa da essere un paese contadino,arretrato e semidistrutto dalla guerra a vantare un tasso di incremento del reddito del 7 %,tra i 7 Paesi più industrializzati del mondo.

In questa Italia del Miracolo economico,i sessantamila spettatori assiepati sulle tribune,è come se stesse aspettando un altro miracolo:quello di quel ragazzo torinese detto l' "Angelo biondo",per la grazia,la leggerezza e l'eleganza con cui correva sulla pista,quasi senza nessuno sforzo.E quel ragazzo torinese,tra gli studi sui libri di chimica il miracolo lo fa:vince i 200 metri ed eguaglia anche il record del mondo.

Quella falcata elegante e leggera di Livio Berruti a Roma 1960 era come la modernità rampante di un'Italia che,tra la fine del "boom" e il design di quegli anni,correva veloce verso il futuro con stile e leggerezza.Quel ragazzo torinese,fine e gentile,con gli occhiali da sole e i calzini bianchi incarnava l'eleganza del nuovo benessere italiano.Come l'economia correva tra fabbriche e consumi, lui volava sulla pista dell'Olimpico.Quel record nei 200 metri resta perciò la fotografia di un Paese che non aveva paura di sognare (e fare)in grande.Ed anche perciò li rimpiangiamo:quel ragazzo torinese gentile e quell'altro modello di Italia.

01 agosto 2026

AGOSTO, LA LUCE CHE SI SPEGNE





Il mese di Agosto segna il culmine dell'estate,ma il suo nome non ha nulla a che fare con il sole o le spiagge o il caldo.Originariamente,nel calendario romano, questo mese era il sesto dell'anno e si chiamava semplicemente Sextilis.Il calendario romano originale,ideato da Romolo,iniziava a Marzo.Per questo motivo, l'attuale ottavo mese era in realtà il sesto, da cui derivava il nome Sextilis.Quando Giulio Cesare riformò il sistema introducendo il calendario giuliano, i mesi slittarono.Dopo la morte di Cesare, a cui fu dedicato il mese di Luglio (da Iulius),il Senato romano volle tributare un onore equivalente al suo grande successore.Nell'8 a.C.,così,venne approvata una legge che sancì ufficialmente il passaggio da Sextilis ad Agosto (Augustus), celebrando le straordinarie vittorie dell'Imperatore,in modo particolare la conquista dell'Egitto.

Nel tempo poi,il mese di Agosto ha.simboleggiato il culmine dell'estate,il mese delle vacanze,del relax e del dolce far niente.Negli ultimi anni,poi,i cambiamenti climatici,che hanno determinato l'innalzamento notevole delle temperature sul pianeta,con la Terra che si sta riscaldando molto in fretta,anche per opera dell'Uomo,che brucia carbone,petrolio e gas,liberando gas serra.Anche quest’anno Agosto si è aperto con l’ennesima ondata di calore e si suppone che le sue temperature medie saranno sempre più roventi.

In Agosto,si diceva,l'estate raggiunge il culmine,ma anche il suo termine, stemperandosi nell’aria dolce del successivo mese di Settembre,e questo sentimento di trasformazione ha sempre suscitato l'interesse di poeti e scrittori.Ho qui scelto la poesia dello scrittore tedesco  Hermann Hesse che ha come titolo proprio il nome di Agosto.Il testo,anzitutto:

 Fu il giorno più bello dell’estate,

Ora, di fronte alla casa silenziosa
Tra il profumo e il dolce canto degli uccelli
Suona perduto per sempre.

In quest’ora dal suo corno ricolmo
Versa con voluttà in rosso sfarzo
L’estate i suoi raggi d’oro
E festeggia l’ultima sua notte.

Hermann Hesse scrive “Agosto” nel 1899,e ci regala un piccolo gioiello che merita di essere annoverato fra le poesie più significative della letteratura tedesca del '900.Confluita nella raccolta “Gedichte”, pubblicata nel 1902 (le versione italiana è “Le stagioni”,edita da Guanda nel 2021), questa lirica tanto breve quanto intensa coincide con un momento importante nella vita dell'autore. Analizziamo il testo e scopriamo qual è il contesto biografico in cui esso nasce e si realizza.

Toccare il cielo con un dito, assaporare fino in fondo un momento di felicità ma sentirne già la fine imminente e struggersi per questo:ecco,in estrema sintesi,la tematica intorno alla quale si strutturano i versi di Agosto,questa breve e bellissima poesia di Hermann Hesse,che utilizza l’ottavo mese dell’anno come metafora per spiegare che il tempo, inesorabilmente, ci porta via ogni attimo che viviamo, anche e soprattutto i migliori.
In pratica,"Agosto" celebra la gioia che l’estate porta con sé un attimo prima che essa si perda negli iniziali, inconfondibili segnali d’autunno.Tale consapevolezza,che procura a Hesse una forte malinconia,diventa anche motivo per indagare il legame fra la bellezza, intesa principalmente come quella della natura, e la transitorietà della vita.
Nella poesia c'è il ricorso a figure retoriche che sono la personificazione:l’estate viene descritta come una creatura viva che "festeggia l’ultima sua notte" e "versa con voluttà in rosso sfarzo" i suoi doni;la simbologia: il "corno ricolmo", ovvero la cornucopia, simbolo di ricchezza e prosperità.Cioe' prima di esaurirsi, l’estate elargisce frutti e luce.In tutta la poesia si alternano immagini positive e cariche di pienezza,come i "raggi d’oro" e il "rosso sfarzo",ad altre che indicano un senso di perdita e di fine, come "perduto per sempre" e "ultima sua notte".Tutto un gioco di contrasti che serve a evidenziare il tema,molto sentito da Hesse,della caducità del tempo e della vita.

Ma non è possibile conoscere a fondo né capire pienamente il significato di "Agosto" se prima non si dà una breve occhiata al contesto biografico nel quale la poesia nasce,poiché essa va a incastrarsi in un momento assai significativo della vita di Hesse, che, specialmente durante la giovinezza, si caratterizzo' per la tensione costante fra costrizione e voglia di libertà.Originario di Calw e appartenente a una famiglia che gli impartisce un’educazione molto rigorosa e severa, Hesse è costretto fin dalla più tenera età a fare i conti con le ingenti aspettative del padre, che lo influenzano fino a spingerlo a fuggire e addirittura a tentare il suicidio nel 1882,mentre studia in seminario.

La prima svolta positiva arriva nel 1895, quando Hesse riesce a strappare il permesso di farsi le ossa come apprendista libraio a Tübingen, una circostanza che rappresenta il suo primo, vero atto di emancipazione. Tübingen, inoltre, è una città universitaria carica di fervore e di scambi culturali;e' qui che Hesse ha modo di conoscere e frequentare un gran numero di intellettuali, coltivando la propria innata vocazione letteraria.

La seconda tappa di questo importante percorso formativo umano e artistico è Basilea, dove Hesse si trasferisce nel 1899 per impiegarsi presso la libreria Reich,finalmente libero e in condizione di lavorare proficuamente sulla propria identità e il proprio ruolo nel mondo.Il trasferimento avviene proprio nel mese di agosto e fu allora che l’omonima lirica vide la luce.
I versi di questa bellissima poesia sono il modo con cui Hesse ci comunica quanto sia struggente assaporare la felicità, specialmente la più autentica, avvertendone nel contempo la fine imminente quando essa è ancora in corso, poiché il poeta è ben consapevole che tutto finisce lasciando dietro di sé solo la nostalgia per ciò che è stato.

"Agosto" comincia all’insegna della malinconia:una casa silenziosa,simbolo di quiete ma anche di distanza temporale e fisica da ciò che ormai è soltanto un ricordo.Con questo riferimento Hesse si riferisce alla bella esperienza vissuta (il trasferimento a Basilea nel 1899) usando la metafora del giorno più bello dell’estate che ormai è "perduto per sempre". Eppure egli si trova immerso in un paesaggio ricco di suoni e colori, circondato com’è da piante profumate e canti di uccelli; però il giorno più bello dell’estate non c’è più e non lo si può più recuperare.l’estate è come una dea buona e generosa che inonda il mondo di luce,calore e bellezza, traendoli fuori dalla sua cornucopia; è il momento più sensuale, quello che segna la vetta dell’esperienza emotiva che si sta attraversando;eppure,proprio adesso che è al suo apogeo,al suo culmine massimo,essa inizia inesorabilmente a scemare.
La conclusione di questa lirica non ha nulla di tragico né di cupo,è semplicemente,"l’ultima notte" che va vissuta con cognizione e con intensità,perché la gioia diventa addirittura più ardente e degna di memoria mentre sta per spegnersi.La bellezza non può fare a meno del suo stesso svanire, ci dice Hesse, e più e meglio lo dirà in seguito, ampliando un concetto che diverrà uno dei capisaldi della sua produzione letteraria.

29 luglio 2026

ULISSE,L'UOMO OLTRE L'EROE





Dal 16 luglio è nelle sale cinematografiche italiane il film "Odissea" primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX diretto dal regista inglese  Christopher Nolan,che ha già diretto altri film tutti di un grande successo mondiale con numerosi riconoscimenti tra cui anche Premi Oscar(per citarne solo alcuni ricordo Insomnia (2002),Batman Begins (2005),Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008),Inception (2010),Il cavaliere oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012),Interstellar (2014),Dunkirk (2017)fino a Oppenheimer del 2023).La novità del film di questo nuovo Nolan è appunto anche tecnologica,perchè il regista londinese ha girato il film in tecnologia IMAX(contrazione di Image MAXimum)cioè quel sistema di proiezione cinematografica che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali.Il desiderio di aumentare l'impatto visivo del film c'è sempre stato nella storia del cinema.Già le tecnologie Cinemascope e VistaVision aumentarono le dimensioni della pellicola e ci furono sistemi multi-proiettore come il Cinerama per allargare ancora di più l'area di proiezione. 

Alla fine,dopo 3 ore di pellicola appassionante,esci dal cinema con la consapevolezza di aver visto un altro gran bel film di Nolan,perchè "Omero",con la maestosa interpretazione di Matt Demon nel ruolo di Ulisse,e un'eccellente Anne Hathaway in quello di Penelope,è un film che ti rimane addosso,al di là del racconto omerico,al di là degli studi che hai fatto a scuola e dei libri che poi negli anni hai letto.E  sei anche pressochè sicuro di aver visto il film che alla prossima edizione del Premio Oscar farà incetta di statuine come miglior film,miglior regista,migliori attori e migliore scenografia.

Certo,trasformare in linguaggio cinematografico un testo monumentale come l’Odissea non è mai cosa facile;il rischio principale è proprio quello di produrre,in nome di una presunta fedeltà,una copia incolore o ingessata in una dimensione storica e tradizionale che distorce il linguaggio dell’originale testo e tradisce allo stesso tempo le potenzialità del nuovo medium.Nolan modifica e reinventa il racconto dell’Odissea,rinnova i piani narrativi e li ricombina in una sequenza rapida e avvincente,scandita anche da una colonna sonora tambureggiante e incalzante.Ed il pubblico è presto rapito dalla narrazione di Nolan e dimentica le polemiche sulla mancata fedeltà storica(ma poi,a ben pensarci,il poema di Omero non è forse una storia fatta di finzioni?O qualcuno può credere a una guerra di dieci anni fatta per la bionda Elena?).

Questa nuova trasposizione cinematografica dell'Odissea è marcatamente segnata dalla rilettura che Nolan fa della figura del protagonista.In questo film Ulisse non è più l'eroe scaltro che riesce a far finire la guerra con la propria furbizia,ma è un uomo lacerato tra rimorsi e desiderio di ritorno.E forse questo è il film di Nolan meno cerebrale e più scopertamente emotivo:un’epopea intima sulla vulnerabilità, la memoria e la necessità di perdere il controllo.Sì,"Odissea" non è soltanto il kolossal dell’estate,né semplicemente il 13° film del regista di Oppenheimer. È, prima di tutto,un’odissea nella vulnerabilità e nella fragilità umana.Il racconto di un eroe lacerato tra rimorsi e rimpianti che,per tornare a casa,deve imparare l’arte più difficile di tutte: rinunciare al controllo e lasciarsi andare,quasi come in una seduta di psicanalisi:meno corazze, più ferite.

Perché l’Ulisse di Nolan,a differenza delle altre trasposizioni cinematografiche che lo hanno  proceduto,contrassegnate dalle interpretazioni di Kirk Douglas o Ralph Fiennes,Bekim Fehmiu e Irene Papas,non viene proposto più eroe soltanto per la propria furbizia.È costretto,al contrario,a fare i conti con l’arte dell’inganno che lo ha reso immortale. L’uomo che ha posto fine all’assedio di Troia nascondendo un esercito nel ventre di un cavallo è un reduce tormentato dai fantasmi della propria coscienza,dalla propria hybris(nel senso di arroganza di chi supera per orgoglio i limiti umani,sfidando financo le leggi degli dei).L'inganno del cavallo di Troia alla fine non è stato altro che una violazione della legge di Zeus,quel sacro patto di ospitalità e fiducia che impone il rispetto dell'ospite e la sincerità nei rapporti umani e divini,che è l'opposto di quello che Ulisse ha fatto,entrando nella città nemica nascosto dentro un dono.Un paradosso in carne, ossa e cicatrici e che poi vede,quasi come legge del contrappasso, violare quel patto dentro la sua stessa casa dai Proci che gli insidiano la moglie e vorrebbero portargli via il trono.

E' un’opera profonda,dolorosa questo film di Nolan,e a prestare corpo e stanchezza al protagonista è un magnifico Matt Damon.Ad attenderlo dall’altra parte del Mediterraneo c’è Penelope interpretata da Anne Hathaway: una regina che nasconde una tempra d’acciaio e una furia latente.Non una vedova in attesa, ma una sovrana assediata da uomini che scambiano il desiderio per diritto di proprietà.È china su un telaio tessendo e disfacendo il tempo come il montaggio di un film.D’altronde, Penelope è la prima montatrice della cultura occidentale: allunga,accorcia,rimanda il finale e tiene in scacco i Proci con ago, filo e intelligenza.

Anche la caduta di Troia ha un suo significato:le fiamme che si propagano nella notte all'interno della città,dopo l'ingresso del Cavallo,non sono semplice gioco pirotecnico:servono a mostrare meglio,nel chiaroscuro notturno,il volto di Ulisse,i suoi dilemmi morali,la nostalgia che lo corrode.Ed anche il ritorno a casa non è soltanto una rotta di navigazione:è rinascita spirituale.Per approdare a Itaca e in certo qual modo rinascervi,bisogna prima sopravvivere a se stessi.E questo è più arduo che accecare un Ciclope ed è perciò che Nolan preferisce dedicarsi al racconto dell'uomo Ulisse,piuttosto che al racconto delle sue gesta.

E' perciò che Nolan cambia il poema.Lo smonta,lo contamina,lo rilegge.Le creature di Omero assumono forme nuove,radicate negli incubi del presente.Il Ciclope Polifemo non parla con Ulisse e i suoi compagni e il celeberrimo «Il mio nome è Nessuno» sparisce e rimane invece il silenzio di un gigante ferito. 

La maga Circe che trasforma gli uomini in maiali non è più una donna ammaliatrice e seduttrice ma diventa quasi "umana" dicendo ad Ulisse il male che lui e i suoi uomini hanno fatto.E la rilettura della figura di Ulisse comporta,come conseguenza,anche una diversa visione degli dei e del divino.Gli dei non agiscono come forze magiche esterne ma come proiezioni psicologiche ed espressioni della natura, focalizzandosi sulla percezione umana piuttosto che su interventi sovrannaturali espliciti;gli dei,cioè,appaiono,piuttosto,come una voce interiore:figure come Atena(interpretata dall'attrice americana Zendaya(pseudonimo di Zendaya Stoermer Coleman)funzionano come proiezione della coscienza di Ulisse,con tutti i suoi dubbi e le sue paure.

Atena,quindi,non è più,come nelle altre trasposizioni cinematografiche,l'aiuto nei momenti di pericolo,la condivisione del comune amore per l'astuzia e sua salvatrice a Itaca,dove lo trasforma in un vecchio mendicante per non farlo riconoscere,aiutandolo poi a sconfiggere i Proci.Nel film di Nolan,invece,Atena indica la strada ad Ulisse;gli ricorda chi è,cosa ha fatto e dove deve andare.Non una fatina provvidenziale, bensì la voce interiore che si manifesta quando non possiamo più permetterci di mentire.

E poi c’è Calipso(interpretata da Charlize Theron)nella quale Nolan fa confluire anche l’episodio dei Lotofagi. È lei a preparare il loto, l’ingrediente dell’oblio che serve a Ulisse per dimenticare la guerra, il viaggio e persino il desiderio di tornare.L'isola di Ogigia,dove Calipso vive,diventa una sorta di "resort" della smemoratezza,con sbarre invisibili e soggiorno potenzialmente eterno.Calipso è amante e carceriera,rifugio e prigione, promessa d’immortalità e gabbia dorata. Offre a Ulisse la pace, ma pretende come pagamento la memoria e,quindi,fargli dimenticare la famiglia e la sua stessa identità.Un prezzo troppo alto da pagare.

Questo forse è il film meno cerebrale e più scopertamente emotivo di Nolan: non rinuncia all'azione,ma lascia che sia una ferita interiore a dettarne i ritmi.Attorno alla coppia regale, Nolan dispone volti che sembrano appartenere al mito da sempre. Tom Holland lascia la maschera di Spider-Man per un Telemaco che è puro racconto di formazione: un ragazzo costretto a diventare uomo mentre il palazzo di famiglia pullula di predatori in tunica.

In definitiva, con Odissea,Christopher Nolan non ha firmato un semplice kolossal mitologico,ma un'indagine psicologica sul trauma del reduce.L'Ulisse di Matt Damon non è un eroe trionfante, ma un uomo spezzato dalla sua stessa superbia (hybris),condannato a navigare in un tempo dilatato e tirannico. Se il poema di Omero ci ha insegnato il valore del ritorno, il film di Nolan ci lascia con un dubbio più profondo e brutale: si può davvero tornare a casa uguali a prima dopo aver camminato nell'inferno? Forse Itaca, alla fine,non è solo un luogo geografico e meta di Ulisse, ma la difficile accettazione dei nosri errori e delle nostre cicatrici.Attraverso una gestione del tempo che si fa labirinto emotivo, il regista ci mostra che Itaca è lo spazio interiore in cui impariamo a riconoscere i nostri errori. Una visione potente che celebra la capacità dell’uomo di sopravvivere ai propri abissi personali per ritrovare la luce.Un capolavoro esistenziale che ci ricorda che,nonostante le tempeste della vita,il viaggio per riscoprire chi siamo vale sempre la pena di essere vissuto.

24 luglio 2026

IN DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO


La dinamica dei fatti è nota.Nell'aprile 2021 tre rapinatori entrano armati nella gioielleria di Mario Roggero,a Grinzane Cavour,un paese in provincia di Cuneo,lo minacciano,immobilizzano lui e i familiari e si impossessano del bottino.Un episodio gravissimo,che non si può minimizzare.Ma il momento decisivo arriva dopo.I rapinatori escono dal negozio e si danno alla fuga.Roggero recupera la propria pistola,li insegue all’esterno e spara numerosi colpi,uccidendo due rapinatori e ferendone gravemente un terzo.Le cronache dei giornali e ancor più la pochezza di certa politica italiana hanno riportato all'attenzione della pubblica opinione il c.d. "caso Roggero",essendo in questi giorni quando arrivata la condanna in via definitiva del gioielliere a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario e tentato omicidio.

Ci sono vicende giudiziarie che diventano molto più di un processo:diventano simboli.E quando la più becera politica si "appropria" di questi casi per trasformarlo in bandiera politica, il rischio è sempre lo stesso:la realtà lascia il posto alla propaganda,il diritto viene sacrificato agli slogan e il tentativo di comprendere la complessità di cui il mondo è fatto si dissolve nella ricerca del consenso. Per una parte della politica, Roggero è stato elevato a emblema del cittadino abbandonato dallo Stato, costretto a difendersi da solo e poi addirittura condannato.

Perchè,appunto,il mondo e la realtà sono complessi e per cercare di capire,si deve far ricorso alla Ragione e al buon senso,non all'emotività e all'impulso del momento,soprattutto,poi,se guidato dalla ricerca del facile consenso populista.E allora,proprio cercando di far ricorso al raziocinio si può dire che questo caso è diventato il simbolo del dibattito sul confine tra difesa e vendetta,ponendosi esso in netto contrasto con i principi fondamentali dello Stato di diritto.C'è anzitutto il tema del divieto di giustizia privata:nello Stato di diritto, l'uso legittimo della forza è monopolio dello Stato.La legittima difesa,che la destra populista aveva invocato per Roggero,è prevista dall'all'art. 52 del Codice Penale e sussiste solo se c'è un pericolo attuale,un'offesa ingiusta e la proporzionalità della difesa all'offesa.Invece uscire dal negozio per inseguire i ladri in fuga,come ha fatto Roggero,equivale a farsi giustizia da soli,configurando il reato di ritorsione.Per tutti quelli che si pongono dalla parte dello Stato di diritto,non può che valere una gerarchia dei valori costituzionali.Nel nostro ordinamento la tutela della vita umana è prioritaria rispetto alla difesa del patrimonio privato.Quando il pericolo imminente cessa,quindi,la reazione armata non è più giustificata.

C'è poi la questione della separazione dei Poteri insegnata da Montesquieu che qui interviene a proposito della Grazia invocata dalla destra a favore di Roggero.Epperò proprio il clamore mediatico e le pressioni politiche per ottenere la grazia presidenziale hanno innescato una discussione istituzionale.Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,pur con la sua discrezione istituzionale ha dovuto ribadire,con la convocazione al Quirinale del Ministro della Giustizia Carlo Nordio,che l'istituto della clemenza è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato,da valutare nei tempi e nei modi previsti,e non uno strumento politico per aggirare una sentenza definitiva,quasi un Quarto grado di giudizio.

La narrazione innescata dalla Lega e da Salvini in particolare può essere potente sul piano emotivo,ma è del tutto incompleta e fuorviante su quello giuridico.Perché il punto centrale della vicenda non è mai stato il diritto di difendersi.Quel diritto nessuno lo ha mai messo in discussione.Il punto è un altro:quando finisce la legittima difesa e quando inizia la giustizia privata.Ed è proprio qui che il dibattito pubblico ha smesso di parlare di diritto per iniziare a parlare di politica.

È dunque la successione temporale a costituire il cuore dell’intero procedimento penale.L’articolo 52 del Codice Penale non autorizza un generico diritto di uccidere chi ha appena commesso un reato.La legittima difesa è una causa di giustificazione rigorosamente delimitata.Presuppone un’offesa ingiusta,un pericolo attuale e una reazione proporzionata.Sono requisiti che devono coesistere. Se uno di essi viene meno, viene meno anche la scriminante.Nel caso Roggero l’elemento decisivo è proprio l’attualità del pericolo.Quando gli aggressori stanno fuggendo e l’azione criminosa è terminata, la funzione della difesa cessa. Da quel momento,la tutela dell’ordine pubblico torna a essere competenza esclusiva dello Stato.Non è questione ideologica, ma uno dei principi cardine di qualsiasi ordinamento democratico.Confondere questo principio significa confondere due concetti radicalmente diversi: difendersi e punire.La difesa serve a impedire un’offesa in corso.La punizione serve a sanzionare un reato già commesso.La prima può spettare al cittadino nei limiti stabiliti appunto dall'art. 52 C.P.;la seconda appartiene esclusivamente allo Stato.Se questo confine viene cancellato,non si amplia la libertà individuale:si indebolisce lo Stato di diritto.Eppure, proprio questa distinzione è stata sistematicamente oscurata proprio da quel populismo politico.

Sono anni,ormai,che assistiamo a forme di panpenalismo populistico alimentato da ogni fatto di cronaca che diventa,per il populismo politico,l’occasione per costruire questo schema di narrazione:da una parte c'è il cittadino onesto,dall’altra il criminale;in mezzo, una magistratura descritta come distante dalla realtà e più incline a proteggere chi delinque che chi subisce un reato.È uno schema comunicativo estremamente efficace perché parla alla pancia dell’elettorato,ma è profondamente fuorviante e distorce,appunto,la credibilità dello stato di diritto,anche perchè rozzamente veicolato da un certo tipo di giornalismo(televisivo in particolare)asservito al potere. 

I processi,però,non si celebrano nelle piazze, nei talk show o sui social network.Si celebrano nelle aule di giustizia, dove le sentenze non si fondano sull’indignazione collettiva,ma sull’analisi delle prove e sull’applicazione della legge. Sostenere che Roggero avrebbe dovuto essere assolto “perché i rapinatori se lo meritavano” significa introdurre un imbarbarimento del vivere civile e un criterio incompatibile con qualsiasi Stato costituzionale.La responsabilità penale non dipende dalla qualità morale della vittima o dell’aggressore. Dipende dalla legge.Se il valore della vita e delle garanzie giuridiche cambiasse in funzione della simpatia che proviamo verso le persone coinvolte, il diritto cesserebbe di essere diritto e diventerebbe cosa arbitraria.

Questo non significa negare il trauma vissuto da Roggero. Al contrario.Una rapina violenta lascia conseguenze profonde sul piano psicologico e umano.Comprendere il dolore di una vittima è doveroso.Ma comprendere non significa trasformare quel dolore in una licenza di uccidere una volta cessato il pericolo.È proprio nei casi più drammatici che lo Stato di diritto dimostra la propria forza.La legge deve valere quando è facile applicarla,ma soprattutto quando è difficile,quando l’emotività spinge nella direzione opposta.Se il diritto arretra davanti all’indignazione, allora non resta più la giustizia:resta soltanto la forza.

Il caso Roggero continuerà a dividere l’opinione pubblica.Ma una democrazia matura non si misura dal grado di popolarità delle sentenze.Si misura dalla capacità di applicare gli stessi principi a tutti, senza piegarli alle convenienze del momento.La politica ha tutto il diritto di proporre modifiche alla disciplina della legittima difesa.Quello che non dovrebbe fare è utilizzare casi giudiziari complessi come strumenti di propaganda,alimentando l’idea che il rispetto della legge equivalga alla difesa dei criminali.Nell'immediato questa strategia può portare voti,ma impoverisce il dibattito pubblico,incrinando la fiducia nelle istituzioni.

La vera sfida non è scegliere tra vittime e imputati.La vera sfida è difendere un sistema nel quale la giustizia rimanga fondata sul diritto e non sull’emotività.Perché,nel momento in cui la vendetta viene scambiata per legittima difesa,a perdere non è soltanto chi siede sul banco degli imputati.A perdere è lo Stato di diritto.