15 luglio 2026

TRE PAROLE CHE CAMBIARONO IL MONDO



Libertà,Uguaglianza,Fraternità.Nel 1789,queste tre parole risuonarono tra il popolo nelle strade di Parigi,e nel giro di poco tempo ebbero la forza di abbattere secoli di assolutismo,dando inizio alla Rivoluzione Francese.E si può anche indicare una data nella quale tutto cominciò:il 14 luglio dell'anno 1789.

Il 14 luglio 1789 è una data ormai che è entrata nella Storia e nell'immaginifico collettivo dei secoli successivi.In quel 14 luglio 1789 il carcere della Bastiglia viene assalito da una folla inferocita.La "famosa" presa della Bastiglia e diviene da allora l'emblema e il detonatore della Rivoluzione francese.A ben vedere la Bastiglia fu solo un fatto marginale.La svolta,quella sì epocale,avvenne poco più di un mese dopo,il 26 agosto 1789,quando fu sancita la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino,enunciazione delle libertà fondamentali(di pensiero,parola e stampa)e di principi come l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge,che poi si ritrovarono nelle costituzioni successive, compresa la nostra.

Come sempre è la Storia che si incarica di raccontare i fatti.Parigi era in rivoltà già nei giorni precedenti quel 14 luglio,ma quell'ingombrante bastione (che in quel momento aveva solo sette detenuti)andava comunque abbattuto.Era per tanti il simbolo dell'oppressione e della tirannia.Rappresentava infatti l'Ancien régime, causa prima di tutte le frustrazioni dei francesi:la voglia di giustizia, una crisi economica che affamava il Paese, un re scomodo.Così il 5 maggio 1789,guidati dal motto "libertà,uguaglianza,fratellanza",i cittadini francesi,stanchi di vivere nella miseria mentre la monarchia e la nobiltà godevano di tutti i privilegi,si ribellarono all'autorità monarchica che aveva governato le loro vite da tempi immemorabili e trasmisero al mondo il segnale inequivocabile che un nuovo futuro era possibile.Un tempo in cui la democrazia avrebbe reso possibile lo sviluppo dei diritti fondamentali per tutti i francesi.Oggi la Rivoluzione francese è considerata dalla maggior parte degli storici come l'evento sociopolitico che segnò l'inizio dell'Epoca contemporanea in Europa.Fu un avvenimento che sconvolse il mondo intero e i suoi principi si diffusero in ogni angolo del pianeta.Le cause della Rivoluzione francese affondano le loro radici nella mancanza di libertà individuali, nella povertà estrema e nella disuguaglianza che esisteva in Francia durante il regno di Luigi XVI e Maria Antonietta.In più il clero e l'aristocrazia governavano con un potere dispotico e illimitato.Il re prendeva decisioni arbitrarie senza consultazione,creava nuove tasse,disponeva di tutti i beni dei suoi sudditi e aveva il potere di dichiarare guerra o firmare la pace.

Ancora nella prima metà del XVIII secolo,quindi,la Francia aveva ancora un sistema politico bloccato:il sovrano incarnava la nazione, riassumendo nelle sue mani i poteri esecutivo,legislativo e giudiziario "per grazia di Dio",e l'ignoranza nella quale volutamente si teneva il popolo,faceva credere che egli avesse addirittura,come nel Medioevo,poteri taumaturgici, che lo rendevano capace di guarire i malati in forza della propria legittimazione divina.

Ma se il Re aveva quei poteri sconfinati,cosa aveva provocato quella violenta sfida al potere regio?Si era in realtà verificata la convergenza di tre fattori:una crisi di lungo periodo,un crollo finanziario che mise in ginocchio lo Stato e infine una tremenda carestia,che fu la causa scatenante.Ma non bisogna pensare che la rivoluzione fosse causata solo dalla miseria: fu il contesto complessivo che rese quel malessere intollerabile,giungendo ad un punto di non ritorno.Dopo aver tentato di uscire dall'irrilevanza alla quale l'avevano confinato il clero e l'aristocrazia negli Stati Generali,il c.d. "Terzo stato",cioè uno dei tre ordini insieme a Clero(Primo Stato) e nobiltà(Secondo Stato)in cui era divisa la società francese prima della Rivoluzione (cioè quell'ordine sociale in cui era divisa la società europea e francese e che prendeva il nome di "Ancien Regime").Il Terzo Stato costituiva circa il 98% della popolazione e comprendeva tutti i non privilegiati:borghesi,mercanti,artigiani e contadini.

Con la Rivoluzione il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea nazionale costituente,mentre nelle strade il popolo era in subbuglio.Il 26 agosto da quella Assemblea uscì la dichiarazione che sancì il pieno diritto di "parlare,scrivere,stampare liberamente",mettendo in moto un ingranaggio che nell'arco di pochi mesi portò alla nascita dell'incredibile numero di 250 nuove testate.La libertà personale e l'uguaglianza di fronte alle leggi divennero i cardini della nuova Francia e di una nuova idea di Stato sanciti da uno dei principi secondo cui "gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti". Con un colpo di spugna, i privilegi feudali furono aboliti e le proprietà ecclesiastiche sequestrate.Stava nascendo il nuovo mondo, all'insegna del rovesciamento dei ruoli e della rivincita sul passato. Volendo fare tabula rasa, gli uomini che avevano in mano la rivoluzione puntarono a costruire una nuova mentalità comune, insieme a una nuova forma di Stato.

La società stava cambiando perchè era il mondo che stava cambiando,sempre più velocemente:il grande sviluppo economico aveva portato all'ascesa di un ceto borghese con valori divergenti da quelli dell'aristocrazia e del clero,basati sull'individualismo e sulla libertà dei commerci.Il manifesto intellettuale del ceto borghese divenne l'Encyclopédie,pubblicata da un gran numero di intellettuali diretti da Denis Diderot con la collaborazione di Jean-Baptiste Le Rond d'Alembert.L'Encyclopédie era un'opera monumentale che racchiudeva tutto il sapere dell'epoca esprimendo una rinnovata fiducia nella ragione e rigettando le superstizioni del passato.In questo clima,quindi,non poteva esserci più posto per il potere illimitato e "divino" del re.

Ma se era stato relativamente facile rovesciare l'autorità regia,più difficile era mettere in piedi un nuovo governo.Filosofi come Jean-Jacques Rousseau introdussero il concetto di "sovranità", secondo cui l'autorità dello Stato proveniva non da Dio ma dal popolo, che la esprimeva attraverso il voto,mentre giuristi come Montesquieu teorizzarono una nuova idea di monarchia costituzionale basata sulla separazione tra i poteri.Con la Costituzione del 1791 veniva accolta la teoria di Montesquieu e vennero nettamente separati i tre poteri dello Stato prima tutti riuniti nella figura del solo sovrano.La funzione legislativa finì ai 745 deputati dell'Assemblea e quella giudiziaria a una magistratura indipendente,mentre il Re manteneva il potere di nominare o revocare i ministri e porre il veto alle leggi.Sulle prerogative del re si giocò una partita delicata, che avrebbe portato in seguito a un violento scontro tra Assemblea, sovrano e opinione pubblica e, infine, alla caduta della monarchia e alla successiva proclamazione della repubblica.

Ma la data del 14 luglio 1789 non segnò davvero la prima incarnazione politica dei principi illuministi.In realta dall'altra parte dell'Oceano Atlantico,il mondo aveva visto qualcosa di simile già nel 1776,con la Dichiarazione d'Indipendenza con la quale i rappresentanti delle 13 colonie britanniche del Nord America avevano affermato che "tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal proprio creatore di alcuni inalienabili diritti tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità…",costruendo una repubblica basata sulla divisione dei poteri.E proprio quest'anno in America il 4 luglio si sono festeggiati i 250 anni di quella Dichiarazione.

E tuttavia,se l'America aveva già inaugurato il Tempo Moderno,c'è da dire che lì la situazione era diversa:in America non c'erano né un regime assolutistico vecchio di centinaia d'anni, né una nobiltà e un clero tanto forti da entrare in competizione con lo Stato.E comunque anche se ispirati dall'esperienza americana,molti degli ideali rivoluzionari furono disattesi, dai diritti umani calpestati negli anni del Terrore giacobino (1793-1794) in cui la ghigliottina calò sulla testa di molti innocenti (e persino del re e della regina) alla questione della schiavitù nelle colonie,abolita nel 1794 ma reintrodotta nel 1802 da Napoleone.Alcuni storici hanno anche detto che la rivoluzione aveva tradito se stessa,ma in realtà questo è un giudizio semplicistico:nelle rivoluzioni ci sono sempre forze di azione e reazione e sia il Terrore sia Napoleone fanno parte di questa logica.

La verità è che la rivoluzione si espanse presto in tutta Europa come un'epidemia.I regnanti europei capirono presto che i loro troni avrebbero traballato.A Vienna,San Pietroburgo,Londra e Berlino,l'imposizione della monarchia costituzionale in Francia venne considerata un atto di lesa maestà,giungendo a far tremare anche la Chiesa di Roma.Dopo quasi un ventennio di sanguinose guerre, con il Congresso di Vienna del 1815 le potenze assolutiste riusciranno a restaurare l'antico ordine.O almeno così a loro sembrava.Ma l'impronta del 1789 era ormai indelebile,e le conquiste di quell'anno divennero l'essenza dei sistemi democratici. A partire dai termini "destra" e "sinistra",mutuati dalla collocazione dei deputati nell'Assemblea Nazionale, fino alle libertà di opinione, riunione e credo,passando per la struttura delle moderne istituzioni democratiche e la divisione dei poteri. Da allora, l'opinione pubblica non fu più disposta a subire i soprusi, divenendo, nel bene e nel male, artefice del proprio destino.

Certo,la Rivoluzione Francese si concluse tra gli eccidi e gli eccessi della ghigliottina e con l'ascesa di Napoleone,ma il suo incendio culturale,la sua forza ideale non si è mai spenta.Sotto le macerie della Bastiglia è nato quello che per parafrasare lo scrittore Aldous Huxley,potremmo chiamare il Mondo Nuovo.Ogni volta che votiamo,che manifestiamo o che rivendichiamo la nostra dignità di cittadini, stiamo ancora parlando la lingua del 1789.

Libertà, uguaglianza, fraternità sono 3 parole che nel 1789 hanno cambiato il mondo per sempre.A distanza di oltre due secoli,però,la vera domanda è un'altra:siamo davvero riusciti a realizzare la promessa di un mondo nuovo,o stiamo ancora combattendo le stesse identiche battaglie?Quello che accade in questi giorni perfino in quella che una volta era considerata la Patria della Libertà,e cioè l'America,è preoccupante e sembra dimostrare quanto sia tuttora valida la frase di Piero Calamandrei:"La libertà è come l'aria:ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare".

04 luglio 2026

4 LUGLIO : COME ERAVAMO (E SIAMO)





Sono passati due secoli e mezzo da quel 4 luglio 1776, quando il Secondo Congresso Continentale riunito a Philadelphia approvò il testo destinato a cambiare la storia. Quel giorno nacquero ufficialmente gli Stati Uniti d’America, anche se la guerra contro la Gran Bretagna sarebbe proseguita ancora per sette anni, fino alla vittoria americana e al Trattato di Parigi del 1783.Con quel documento,redatto principalmente da Thomas Jefferson e pensato assieme a John Adams, Roger Sherman,Robert Livingston e Benjamin Franklin – le 13 colonie britanniche proclamarono l’indipendenza dalla madrepatria inglese.La Dichiarazione sancì la nascita di una nuova nazione fondata su principi destinati a influenzare la storia moderna.Tra questi figurano il diritto alla libertà,all’uguaglianza e alla ricerca della felicità, concetti che ancora oggi rappresentano i pilastri dell’identità americana.

Anche se la Guerra d’Indipendenza proseguì ancora per diversi anni, il 4 luglio divenne ben presto il simbolo della nascita degli Stati Uniti.Con il tempo la ricorrenza si è trasformata nella principale festa civile del Paese.

Per comprendere l’importanza della Dichiarazione bisogna tornare agli anni precedenti la Rivoluzione americana.Le 13 colonie britanniche della costa orientale vivevano una crescente tensione con Londra.Infatti quando gli Stati Uniti d’America erano solo l'insieme di tredici piccole colonie inglesi situate nella parte nord-orientale del continente americano,l’Inghilterra, dissanguata economicamente dalla "Guerra dei sette anni",impose ai sudditi americani una serie di tasse per rimpinguare le casse statali.Intrise di cultura illuministica e consapevoli che il consenso dei contribuenti nella determinazione delle imposte era uno dei cardini tradizionali della libertà inglese fin dai tempi della Magna Charta,le colonie rifiutarono il pagamento delle tasse e posero l’alternativa di inviare i propri rappresentanti al Parlamento di Londra o di essere esonerati da ogni tassa non approvata dai loro rappresentanti.Il principio era uno:“No taxation without representation”,nessuna tassa senza rappresentanza.Per i coloni era inaccettabile essere tassati da un Parlamento nel quale non avevano propri rappresentanti.Le proteste aumentarono fino al celebre Boston Tea Party del 1773, quando alcuni coloni gettarono in mare un intero carico di tè della Compagnia delle Indie Orientali per protestare contro le politiche fiscali britanniche.Re Giorgio III rispose duramente chiudendo il porto di Boston e revocando l'autonomia del Massachusetts, inasprendo la repressione.A quel punto la ribellione fu inevitabile e i primi scontri armati si verificarono a Lexington e Concord,avendo Re Giorgio inviato anche mercenari tedeschi per sedare la ribellione.Si arrivò così al giugno 1776,quando il Congresso incaricò una commissione di redigere il documento che avrebbe sancito la separazione dalla Gran Bretagna.Il principale autore fu Thomas Jefferson,affiancato da John Adams,Benjamin Franklin,Roger Sherman e Robert Livingston.La Dichiarazione venne approvata il 4 luglio. Nel preambolo compare una delle frasi più famose della storia: “Riteniamo che queste verità siano evidenti:che tutti gli uomini sono creati uguali e siano dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra i quali la Vita,la Libertà e il perseguimento della Felicità”.Parole rivoluzionarie per l’epoca,destinate a influenzare il pensiero politico occidentale nei secoli successivi.Il documento elencava anche le accuse rivolte al sovrano britannico,ritenuto responsabile di aver violato i diritti dei coloni,proclamando il diritto delle colonie a diventare “Stati liberi e indipendenti”.

Forse per un europeo 250 anni sono un numero piccolo,ancor più se un numero così preciso.Le nazioni europee come l’Italia o la Francia o la Germania,la Spagna o l’Inghilterra  hanno una storia che non solo è enormemente più lunga,ma,e questo conta ancora di più,è una storia della quale non è possibile indicare una data d’inizio.Come mai questo non vale per gli Stati Uniti?Perché gli Stati Uniti sono sin dalle loro origini un esperimento e per questo storicamente sono un’eccezione.E proprio i termini "esperimento" ed "eccezione" sono categorie che le scienze sociali sono state costrette ad impiegare per parlare degli USA.Gli esperimenti nascono da ragioni precise ed in circostanze altrettanto precise.

Mai la storia di una nazione è cominciata con un esperimento e invece appunto questo è quello che  è successo negli USA e proprio per questo essi sono una eccezione.Così sarebbero 406 le candeline da spegnere invece di 250,se gli anni venissero contati dal 1620,quando alcuni esuli europei sbarcarono in quel lembo di terra chiamato Massachusetts.Questi esuli erano guidati dalla voglia di fare un esperimento che nell’Europa dalla quale fuggivano(quella della Guerra dei Trent’anni)non era possibile:costruire una società coerente con i principi cristiani.Così nel 1620,un gruppo di 102 esuli religiosi inglesi (i c.d. Padri Pellegrini o Pilgrim Fathers") salpò dall'Inghilterra sulla nave Mayflower.Fuggendo dalle persecuzioni della Chiesa anglicana,approdando appunto nell'attuale Massachusetts dove fondarono la Colonia di Plymouth.

E comunque lo sbarco dei "Padri Pellegrini" pose le basi dei principi di autogoverno e sovranità popolare,principi che i Padri Fondatori, guidati da Thomas Jefferson, avrebbero poi formalizzato nel documento el 4 luglio della rivoluzione americana.Il 4 luglio del 1776 i rappresentanti di quelle colonie nordamericane approvarono la Dichiarazione di Indipendenza (dall’Impero britannico)dando così avvio ad un altro esperimento:quello di una democrazia liberale che nasceva «dal basso».Il paradigma era stato cambiato, e non di poco. Pesò l’influenza della lezione di un certo John Locke,e con essa il modo in cui le isole britanniche avevano scelto di porre fine alle turbolenze politico-religiose del XVII secolo.

Nacque così,nel 1776 dall'altra parte dell’Atlantico,qualcosa che non si era mai visto e che si riteneva impossibile. L’esatto opposto di quello che poco dopo si sarebbe affermato nell’Europa continentale con il totalitarismo giacobino e la Rivoluzione francese del 1789.Solo pochi decenni dopo,nei primi anni ’20 dell’Ottocento,questa fu l’impressione del primo europeo che studiò gli Stati Uniti,Alexis de Tocqueville.Egli,che negli USA ci andò per studiare da vicino quel nuovo modello di democrazia,rimase sbalordito: «mai si era vista una conciliazione del genere tra spirito di libertà e spirito di religione».

In America era stato rifiutato il modello dello Stato ed era stato scelto invece l’assetto federale proprio della repubblica (federalismo non solo orizzontale,ma anche verticale:non solo autonomie territoriali, ma anche funzionali). Era stata mantenuta la tradizione romana del diritto al di sopra della legge.I poteri politici e quelli religiosi erano separati e senza alcuna subordinazione reciproca,mantenendo entrambi entro lo spazio pubblico:in questo modo politica e religione,anzi,si rafforzavano nella competizione e nel controllo reciproco.Il cristianesimo era fondamento della libertà anche dei non credenti, i quali (Thomas Jefferson per primo) volevano la presenza pubblica delle Chiese e dei credenti («free exercise») e di ogni tipo di opera che la fede ispirasse esattamente al fine di evitare che la politica dominasse la società e si facesse Stato.

Eppure nella storia degli Stati Uniti più volte l’esperimento del 1776 è stato messo seriamente in discussione.Per noi percepirlo è difficile. Nella memoria abbiamo impresso il Novecento quando, clamorosamente e per due volte a distanza di poco più di venti anni, nel 1917 e nel 1941, gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo,innanzitutto a vantaggio di noi europei,un punto elevatissimo di combinazione tra spirito di libertà e spirito di religione (ebraico-cristiana).Hanno unito ragioni e forza in difesa della libertà anche se certamente non gratis.

Nel Novecento l’eccezione americana ha soccorso l’Europa libera e ha forgiato l’«Occidente» per come lo abbiamo conosciuto sino a oggi (o forse sarebbe meglio dire,per chiarezza,fino all'"Era Trump"). Certo un Occidente non innocente e con gravi limiti, ma anche un Occidente che ha combinato ad un livello prima ignoto e su una scala globale una sintesi di fattori virtuosi producendo un risultato di grande qualità civile e culturale.La inclusività,la solidarietà(nonostante i sempre più forti populismi e sovranismi) e la capacità attrattiva di questo modello ne costituiscono testimonianze incontrovertibili.

Oggi,tuttavia,abbiamo sotto gli occhi una realtà completamente diversa.Ciò che abbiamo sotto gli occhi oggi sono prima ancora gli effetti di almeno mezzo secolo nel quale sono state erose in maniera profonda le condizioni e poi anche molte delle intenzioni dell’esperimento USA nella sua versione originale. Si pensi solo al venir meno o al drastico ridimensionarsi della emigrazione europeo-occidentale ed ebraica negli USA. Furono gli immigrati cattolici (irlandesi, polacchi, italiani) a mutare molto del DNA della politiche USA. Furono gli intellettuali di formazione europea a dare un contributo decisivo ai successi delle università e della ricerca USA.Se oggi gli USA confermano la volontà di diventare un’altra cosa (quella che vuole Trump oppure quella che vogliono Sanders e Mamdani e i «woke»),se gli USA cambiano esperimento,non avremo più questo Occidente né forse alcun Occidente.

Non si può dire come andrà a finire.Cina, Russia, Iran, Corea del Nord,cioè gli Stati canaglia per eccellenza,che si pongono agli antipodi dei principi della Dichiarazione del 1776,hanno dimostrato,a dir così,di saperci fare,ma cercano di imporre qualcosa che nulla ha che vedere con quell'esperimento di Democrazia e che semmai ci ricorda quello da cui siamo fuggiti:le dittature e la Ragione sottomessa alla forza bruta.Quello che è certo è che solo i nostri esperimenti non proseguiranno per inerzia, perché gli esperimenti richiedono intenzioni precise e volontà.Perciò celebrare il 4 luglio è anche l'occasione per interrogarci sul futuro che possiamo e che vogliamo.Come diceva Kant,la modernità è l’età adulta dell’umanità.E gli adulti si riconoscono perché pensano e scelgono.

01 luglio 2026

DI LUGLIO

 



Partiamo dal nome del mese:perché si chiama proprio luglio?All’origine era Quintile( in latino Quintilis).Infatti i mesi dell’anno erano 10 e questo era, appunto, il quinto.Con l’avvento di Cesare (Gaius Iulius Caesar), ci fu una riforma del calendario.Infatti, ”dopo aver assegnato 445 giorni all’anno 708 di Roma (il 46 a.C.),che definì ultimus annus confusionis,Cesare stabilì che l’anno avrebbe avuto 365 giorni e che ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno in più.Proprio per questo, in seguito alla sua morte, Marco Antonio decise di dedicare a Cesare il suo mese di nascita, Quintile (Quintilis), che così cambiò nome in "Iulius”,diventando il settimo mese dell’anno.Questa è la semplice spiegazione dell’origine del nome.
E veniamo a una delle (tante)poesie che letterari di tutti i tempi hanno scritto sul mese di Luglio.Tra questi Giuseppe Ungaretti che nel 1931 compose la poesia Di luglio”,inserendola in “La fine di Crono”,una sezione della raccolta “Sentimento del tempo”.
Questa lirica sembra scritta oggi:infatti sembra riprodurre perfettamente l’esperienza sensoriale delle nostre estati contemporanee,ormai dominate dalla presenza opprimente degli anticicloni africani(variamente battezzati negli anni scorsi con nomi storico-mitologici come “Scipione”,“Caronte”,“Cerbero”, “Minosse”,“Lucifero”).Ed infatti ormai l’estate non è più la stagione del relax e del riposo,ma è diventata un periodo di pressione fisica insostenibile; e in questo scenario di calura estrema,la poesia di Giuseppe Ungaretti spicca per la sua lucidità profetica: già nel 1931, ben lontano dalle retoriche balneari del Ventennio, il poeta aveva decifrato la natura violenta e spietata dell’estate.

Anzitutto il testo della lirica:

«Quando su ci si butta lei,

si fa d’un triste colore di rosa

il bel fogliame.

Strugge forre, beve fiumi,

macina scogli, splende,

È furia che s’ostina, è l’implacabile,

sparge spazio, acceca mete,

È l’estate e nei secoli

con i suoi occhi calcinanti

va della terra spogliando lo scheletro».

Il poeta non ha neanche bisogno di nominarla,l’estate:per antonomasia,è “lei”.Si tratta di un’entità evidente e travolgente, che non scivola dolcemente sul mondo, ma “si butta” addosso al paesaggio, esercitando una violenza che innesca un’immediata metamorfosi: il verde rigoglioso del “bel fogliame” non si limita ad appassire,ma assume un “triste colore di rosa”,segno cromatico di un inaridimento precoce che trasfigura la vita in una parvenza di morte.

Il cuore del componimento è pulsante per una sequenza di predicati verbali che descrivono un’azione meccanica inesorabile:l’estate “strugge forre e beve fiumi”, dissolve i fossati e prosciuga i fiumi fino all’ultima goccia(e ben sappiamo quanto drammatico ed attuale sia oggi il problema della siccità e del prosciugamento dei fiumi,con tutti i problemi di natura geomorfologica del territorio e per la filiera agro-alimentare);“macina scogli”,riducendo la materia solida in polvere minerale;“splende”, producendo uno splendore che non illumina ma, al contrario, “acceca mete“, seminando miraggi e impedendo ogni chiara visione del futuro.

Contemporaneamente,sempre "lei",l'estate che con luglio è arrivata,“sparge spazio”: dilata gli spazi, rendendo la distanza un peso insopportabile e onnipresente.Non c’è alcun ristoro:l’estate ungarettiana è una macchina che sgretola il mondo sensibile.È una “furia che s’ostina” (quante settimane durano, oggi, le ondate di calore?) e non ha pietà (“è l’implacabile”).Finalmente, negli ultimi tre versi,la crudele entità viene identificata:“È l’estate”, l’estate che ritorna, inesorabile, “nei secoli”, con i suoi occhi arroventati (anzi “calcinanti”, con un uso preciso del verbo “calcinare” che significa “cuocere ad alte temperature le pietre calcaree per ricavarne la calce”).È lei che riduce la terra a “scheletro”,scarnificandola,prosciugandola,estirpandone ogni traccia vitale.Gli “occhi” dell’estate sono come fornaci industriali: e il sole non si limita a illuminare,ma “cuoce” letteralmente la terra,scarnificandola e privandola di ogni umore vitale.È uno scenario cupo,devastante,apocalittico,quasi postnucleare, perfettamente reso da un lessico fortemente espressivo.

I critici hanno scorto in questi versi un qualche cosa del movimento letterario barocco,con l'uso esasperato della metafora e trovando associazioni inaspettate tra oggetti o concetti lontani,in modo da svelare significati nascosti della realtà,perchè,in un'epoca di  grandi scoperte scientifiche,il poeta si concentra sulla caducità della vita, sull'inganno dei sensi e sul senso della morte.E forse effettivamente dal barocco Ungaretti attinge il sentimento del divenire(nella continua metamorfosi del reale),il senso della dissoluzione e della vanità universale, potentemente espresso dal trascolorare delle foglie,dalla luce abbagliante e dal suolo arroventato.L’immagine finale dello “scheletro della terra” non è solo un’iperbole,ma il punto d’approdo della visione ungarettiana:una volta rimossa la maschera del fogliame e l’illusione dell’acqua,resta solo la struttura nuda e minerale del pianeta.

Rileggere “Di luglio” oggi è un atto di consapevolezza climatica. Ungaretti ci priva delle illusioni consolatorie legate alla “bella stagione” per mostrarci il volto feroce di una natura che,se portata all’estremo,diventa ostile all’uomo.Forse,abitare consapevolmente la crisi significa anche saper riconoscere, tra le pieghe di una poesia del 1931, lo specchio del mondo che stiamo costruendo.Insomma,l’estate è “ungarettiana”:è furia rovente, spietata e accecante, che onnubila le menti, prosciuga le energie ed impone il suo bieco dominio assolutista.