18 settembre 2026

MASHA AMINI E L'EUROPA COM'ERA

 


 



"Se potessi chiudere gli occhi
e lasciare che i sogni mi prendano per mano
mi alzerei e volerei in nuovi cieli
e dimenticherei i miei dolori
se potessi viaggiare nella mia immaginazione
crescerei e costruirei dei palazzi e delle notti

dove crescerebbero l'amore e le mie speranze
e cancelleremmo le disgrazie”

Queste sono le parole struggenti di una vecchia canzone persiana che sembra riecheggiare il sogno delle donne iraniane che da quel 16 settembre 2022,giorno della morte di Mahsa Amini,la giovane ragazza curda-iraniana di soli 22 anni,assassinata dal regime teocratico di Teheran,quotidianamente protestano contro il potere cieco,violento e sanguinario degli ayatollah.Quella giovane donna era stata arrestata tre giorni prima dalla c.d. famigerata "Polizia morale” iraniana,che da anni regolarmente sottopone donne e ragazze ad arresti e detenzioni arbitrarie,torture e abusi sessuali in carcere per non aver rispettato l’obbligo discriminatorio di indossare il velo. Le donne iraniane, infatti, da qualche tempo sfidano in modo creativo il velo obbligatorio spingendo indietro i loro foulard e indossando abiti colorati e Mahsa Amini fu arrestata proprio per questo: il suo chador lasciava intravedere alcune ciocche di capelli. Secondo testimoni oculari, Mahsa venne picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara e, dopo alcune ore,dopo essere entrata in coma,viene ricoverata in ospedale dove muore tre giorni dopo.Un omicidio brutale e senza alcuna giustificazione, un femminicidio di stato, che è stato la goccia che fece traboccare il vaso dopo quarant’anni di tensione.

Sono trascorsi 4 anni dalla morte a Teheran di quella ragazza.In questi quattro anni molto è cambiato in Iran:le due guerre mosse da Usa e Israele hanno condotto a un inasprimento della repressione interna,peraltro già molto violenta e sanguinaria, e favorito l'ala dura e militarista del sistema, quella dei pasdaran,che ostacola ogni tentativo diplomatico facendo al contempo il gioco dei guerrafondai del fronte opposto.E come se non bastasse il conflitto ha portato con sé anche migliaia di arresti per accuse legate alla sicurezza nazionale,a processi non trasparenti e a un aumento delle esecuzioni capitali tra i manifestanti nelle ultime ondate di proteste anche per fantomatiche accuse di spionaggio per conto del nemico.Per non dire degli stupri e delle violenze di ogni genere subite dalle ragazze e dai ragazzi nelle carceri del regime degli ayatollah.

Ma con quel 16 settembre 2022 è cominciata in Iran una rivoluzione civile proprio e soprattutto tra le donne,una rivoluzione,che,nonostante tutto,ancora oggi non si ferma,nonostante tutto:nonostante le pressioni dalla parte più dura e più retriva del regime per una più rigida applicazione delle norme sull’obbligo del velo,per moltissime donne e ragazze iraniane è ormai abitudine non portare più nemmeno una sciarpa sui capelli e vestire liberamente nei luoghi pubblici in tutto il Paese.Il regime teocratico ha dovuto accettare questi atti di "disobbedienza civile" di fatto anche per cercare di recuperare consenso interno difronte all'attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Questo modo di agire della popolazione è comunque il segno di una società molto più libera e avanzata di quanto la vorrebbero i suoi gruppi dirigenti.Del resto quella persiana è una cultura e una tradizione millennaria che nessuna dittatura criminale,come l'attuale teocrazia potrà mai sopprimere.Perchè quella iraniana è una società civile e attiva,forte di quegli alti livelli di istruzione garantiti anche alle donne.Fu la stessa Rivoluzione khomeneista,all'inizio,a chiamare le donne a mobilitarsi per la difesa del Paese e per i valori di una rivoluzione che originariamente non era solo islamica, ma un movimento popolare di riscatto nazionale dal regime di sfruttamento delle risorse del Paese imposto per decenni dallo Scià e per tramite suo da potenze esterne.

Paradossalmente,però,proprio la rivoluzione oscurantista di Khomenei ha formato anche la coscienza civile e l'impegno delle donne,soprattutto nei primi decenni,alla militanza nello spazio pubblico. Anche se poi una volta attivate,le donne si sono mobilitate ed evolute e hanno coinvolto altre categorie già politicizzate,come giovani,studenti e lavoratori,a difesa dei diritti civili e delle libertà personali proprie e della società tutta.E' dunque ancora quella loro rivoluzione,quella nata dal movimento "Donna,Vita,Libertà",anche se le dure repressioni sulle quali un rapporto di Amnesty International ha dato conto.

Dalla morte di Mahsa Amini si sono anche sviluppate interrogativi su che cosa si poteva fare all'estero e dall'estero per la lotta delle donne iraniane,e questo ha preparato e in certo qual modo "legittimato" la guerra di tre anni dopo.Questi interrogativi se li poneva la diaspora iraniana e tra i monarchici,fautori del vecchio Scià,incoraggiati da una vera macchina da guerra della informazione e della comunicazione sui social media.Del resto l’intervento militare di Stati Uniti e Israele era stato  sostenuto anche dall'ex erede al trono, Reza Pahlavi, residente a Washington, e non erano pochi anche gli iraniani che vivono nel Paese che,pur non avendo mai conosciuto lo Scià per motivi anagrafici(l'età media in Iran oggi è di 34-35 anni mentre l'avvento al potere di Khomeini è del 1979 cioè quasi 50 anni fa),speravano in un’azione armata risolutiva che avrebbe potuto far cadere in breve tempo la Repubblica Islamica.Questo,però,non è accaduto,gli apparati militari e di sicurezza si sono rafforzati,e ora assistiamo alle tragiche conseguenze di quell'avventurismo bellico: migliaia di morti ed enormi distruzioni in Iran, vittime e distruzioni anche negli altri Paesi della regione,il blocco dello Stretto di Hormuz come potente arma di difesa iraniana nonché preludio alla nuova crisi montante nello stretto di Bab el Mandeb, missili e droni che continuano a colpire obiettivi americani negli Stati arabi del Golfo, portando una regione del mondo fondamentale per l'economia mondiale del tutto fuori controllo.

Ma nel frattempo,cosa sta accadendo ai movimenti della società civile che,pur avendo avuto un forte impulso proprio dalla vicenda di Mahsa Amini,già da decenni si mobilitavano per un cambiamento profondo,dall’interno,della Repubblica Islamica?A tal proposito sono significative le parole dell’attivista iraniana Sepideh Gholian,giovane donna coraggiosa che  più volte è stata in carcere per il suo ribellarsi al regime:“In realtà è stato il regime a servirsi della guerra - ella dice - per cercare di soffocare la battaglia democratica.Per gli apparati di sicurezza,la guerra è diventata una scusa per dire:‘Adesso non è il momento di protestare’.Aggiungendo poi:“La democrazia non arriva(....)dalla guerra.È la gente a volere la democrazia(....)Ho la responsabilità di non permettere che la guerra diventi il pretesto per dimenticare i prigionieri e il massacro di gennaio(la repressione delle proteste del gennaio scorso con il massacro di quasi 50.000 persone da parte del regime).E ancora:“Lo schema non è favorevoli/contrari alla guerra: è il potere stesso a costruire questa dicotomia,per dipingere chi chiede democrazia come un traditore o un mercenario”.

E' allora giunto  il tempo in cui,proprio in nome di Mahsa Amini,l’Europa torni a essere Europa.Dobbiamo tornare ad interrogarci, quattro anni dopo la sua morte,su cosa noi possiamo fare per aiutare il popolo iraniano a uscire dalla trappola interna e da quella nuova della guerra.La risposta è straordinariamente semplice:bisogna tornare ad essere Europa.L'Europa del Nobel per la Pace ottenuto nel 2012.In quell'anno,infatti,il Comitato per il Nobel assegnò il Premio per la Pace all'Unione Europea "per aver contribuito per oltre 60 anni all'avanzamento della pace,della riconciliazione,della democrazia e dei diritti umani".Ecco perchè bisogna farsi la domanda:perché l’Europa non ha il coraggio di tornare a quelle sue nobili origini,ritrovando con orgoglio lo spazio che la sua cultura e la sua civiltà si è conquistata nei secoli in una fase in cui la democrazia americana sta toccando il suo punto più basso,sotto attacco del suo presidente e della potente plutocrazia di tecnocrati della finanza e del web con cui finora è stato alleato ?

Tornare ad essere noi stessi è la risposta:a credere davvero nei diritti umani da difendersi ovunque e comunque,senza doppi standard come abbiamo fatto in questi ultimi anni:quando ad esempio si denunciavano le gravi violazioni dei diritti umani in Iran,ma poi molti governi europei facevano affari sottobanco con il sanguinario regime iraniano e non alzavano la voce contro lo sterminio che il regime teocratico consumava sui giovani iraniani.E dobbiamo imporci di non cedere sulla difesa dei nostri valori democratici e sulla lotta contro tutte le ingiustizie,che si verificano ovunque,in Iran come in Ucraina,a Gaza come in alcune potenze del Golfo nostre alleate e nelle frontiere allargate della “Fortezza Europa” - e non solo sul suolo di certi Paesi non allineati con l’Occidente.E imponiamoci di riconoscere i nuovi autoritarismi che si infiltrano anche fra noi,portati dalle nuove destre che nutrono i loro elettorati con facili propagande populistiche anti-migranti.Torniamo, da europei, ad essere noi stessi per tornare a meritarci davvero di essere modello e fonte di ispirazione per chi lotta per la giustizia e la democrazia ovunque, anche in Iran. E che abbiamo deluso.

15 settembre 2026

ORIANA, GUERRIERA NATA

 





Dire che Oriana Fallaci è stata la più grande giornalista italiana e uno dei personaggi che più hanno definito il secolo scorso sembra dire tanto ed invece non dice niente di lei.Oriana fu molto di più.Lei fu una dei primi cittadini del mondo globale,dove il luogo di nascita fornisce la definizione culturale,ma è la società che si sceglie quella cui si appartiene.Nata in Italia,nella "sua" Firenze("Fiorentino parlo,fiorentino penso,fiorentino sento.Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione.All’estero,quando mi chiedono di che Paese sono,rispondo:Firenze.Non:Italia,non è la stessa cosa",diceva orgogliosamente).
La Fallaci fu per decenni un personaggio la cui influenza è andata al di là dell’Italia e perciò non si può dire quualcosa di lei etichettandola semplicemente come italiana.Lei era un "outsider",nel senso letterale del termine,cioè una persona anticonformista,che viveva al di fuori delle convenzioni sociali,delle mode o delle correnti,capace di entrare in nuovi mondi e ambienti,come nel giornalismo,senza far parte del sistema di potere consolidato(l'establishment)portando spesso una visione totalmente nuova.
Oriana Fallaci,nata a Firenze,a Firenze morì il 15 settembre 2006,20 anni fa.Visse una vita ricca di avventure,scontri,amori,rinunce e conquiste attraverso una visione senza compromessi.Ancora bambina si arruolò insieme al padre nella Resistenza italiana,col nome "Emilia";fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi,esplosivi e messaggi,accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati:l'odio per il fascismo e ogni tipo di regime autoritario l'accompagnò per tutta la vita.

La sua fu una vita straordinaria,di cui i più giovani sanno pochissimo.Inventò un modo tutto suo di scrivere e intervistare, fu una delle prime donne a farsi strada in un mondo,quello del giornalismo,che fino ad allora aveva sbarrato le porte alle donne.Ebbe posizioni radicali, fu molto poco "politically correct" e per questo divenne oggetto di attacchi e pesanti contestazioni(da cui seppe difendersi con straordinaria energia).
A un certo punto della sua vita diventò un personaggio,a prescindere dalle storie che raccontava:fotografata e intervistata dai più importanti giornali internazionali,con i suoi occhialoni,sempre una sigaretta tra le mani,una macchina da scrivere e quella insaziabile fame e sete di conoscenza,di verità,di libertà racchiusi in quel suo brutto,anzi pessimo carattere.
Reporter di guerra,grande giornalista e scrittrice, donna che si è fatta strada in un mondo di uomini.Oriana Fallaci è stata femminista ante litteram,e ripercorrere la sua vita non significa solo ripercorrere il corso della storia dalla Seconda Guerra Mondiale all'11 settembre 2001.Significa anche esplorare un'anima dal carattere difficile,che amava provocare,che non aveva paura del conflitto e soprattutto che portava avanti le sue idee anche quando queste contrastavano con il resto del mondo.A soli 17 anni,la Fallaci cominciò a collaborare con un quotidiano fiorentino.Nel dicembre 1948 scrisse della sfilata di Dior a Firenze e poi il settimanale "Epoca" le affidò la cronaca della prima sfilata a Palazzo Pitti.Due anni dopo viene assunta a L’Europeo e Oriana si trasferisce a Roma dove racconterà la “dolce vita” della capitale:i suoi incontri con i divi italiani e stranieri,da Marcello Mastroianni a Federico Fellini,da Ingrid Bergman a Anna Magnani,fecero clamore.Poi venne mandata negli Stati Uniti per conoscere e parlare senza i conformismi di cui non era capace i personaggi di spicco della politica e dello spettacolo.Nacque così il suo primo libro,I Sette Peccati di Hollywood,che già anticipava i temi del #metoo.Nel 1967,però,stanca di seguire sfilate e intervistare star del cinema,partì per seguire il conflitto del Vietnam e,subito dopo,documentò le zone di guerra del Libano e andò in una Città del Messico segnata dagli scontri armati tra polizia e i movimenti studenteschi.

Si può dire che con Jacqueline Kennedy,Maria Callas,Ingrid Bergman e Margaret d’Inghilterra(anch'essa nota per il suo stile di vita ribelle,glamour e anticonvenzionale)fu tra le nuove eroine del Ventesimo secolo,gente che preferiva la vita vera all’Olimpo:"Non sono una persona che accetta regole solo perché sono regole" dichiarò una volta la Fallaci.Era l'epoca del pacifismo e del femminismo,quando questi si vivevano direttamente sulla propria pelle,non come oggi che si proclamano come slogan da un palco o nei salotti delle elite.Propro quella sua frase può essere presa come simbolo di una generazione di donne che una guerra l'hanno fatto davvero(la guerra dell’emancipazione,fatta come mamme,come avvocati,come giornaliste,come operaie,e ci sono andate adottando lo stile di Oriana.Dietro quel modo di portare un volto,un trucco,un corpo c’era ovviamente la sfida a cui il tutto alludeva: difficile immaginare una donna più moderna di quella che fin da giovanissima fece ciò che a quel tempo si chiamava “un lavoro da uomo”. Il fulcro della identità pubblica della Fallaci è,infatti, ancora oggi, quello della giornalista di guerra;a lei è cioè legata, nell’immaginario collettivo,una invasione:la figura della giornalista di guerra che simbolizzava con chiarezza l’appropriarsi da parte di una donna della professionalità e del coraggio,che sono due definizioni per eccellenza maschili.Questo ribaltamento degli schemi del maschile e del femminile è stato l’elemento davvero moderno che la Fallaci ha proposto all’identità comune delle donne.

Eppure in quegli anni ci furono nel mondo anche altre donne giornaliste di guerra.E allora perchè solo la Fallaci diventa un archetipo?Perchè dietro il simbolo c’è un’operazione culturale totalmente innovativa.Oriana Fallaci è artefice di un radicale cambiamento del mestiere giornalistico.Un cambiamento che i lettori percepiscono in maniera netta e chiara:quella donna è il segno di un nuovo modo di fare giornalismo.E, come spesso accade, è il pubblico a capire prima di altri un cambiamento cui l’establishment italiano fa resistenza.

Oriana Fallaci capovolse i canoni del giornalismo così com'erano fino allora.Il giornalista,per convenzione,è ai lati della storia,la vede scorrergli davanti e la racconta,cercandone quell’ideale e impossibile punto di perfezione che si chiama "equilibrio" giornalistico.Un modello che ha prodotto decenni di sciatta prosa,di rispettose articolesse, di pomposi lavori senza "graffiare".Fallaci invece straccia le convenzioni: si mette saldamente piantata al centro della storia;il suo “io” diventa addirittura il punto centrale del racconto,allo stesso livello della storia e/o del personaggio che racconta. 

La Fallaci tirava fuori le sue opinioni,si batteva,si scontrava con l’intervistato:tagliava così in un colpo solo il velo di perbenismo e di reverenza che avvolgeva i potenti.Il suo era un giornalismo personale, schierato,vivo.In questo consisteva il suo coraggio. Quello che poi mostrava sul campo di battaglia ne era solo la conferma fisica.

Con Oriana Fallaci nasce poi un nuovo modo di lavorare e un nuovo genere:le interviste.Da allora,in ogni giornalista,in ogni parte del mondo,che fa una domanda a una conferenza stampa c’è oggi un pizzico di quella arroganza e di quella vita che lei ha messo nel giornalismo.

Non c'è perciò da meravigliarsi della sua immensa popolarità.Per il pubblico questa operazione culturale era comprensibile e identitaria.L’io narrante di Oriana è diventato così per milioni di persone la possibilità di interessarsi a storie e uomini che altrimenti non avrebbero mai capito.Tutte le crisi internazionali degli ultimi 50 anni hanno avuto in lei il più popolare narratore e interprete.I suoi libri hanno aperto gli occhi e a volte hanno sconvolto.Quello sulla guerra in Vietnam uscito nel 1971, Niente e così sia ottenne un successo clamoroso. 

Gli anni '70 furono anche gli anni dell’amore tormentato con Alexandros Panagoulis – tra i protagonisti della resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli(nel 1968 finì in carcere per aver cercato di uccidere il leader della giunta greca George Papadopoulos)e dei due libri che danno a Oriana la definitiva consacrazione di grande scrittrice: Lettera a un bambino mai nato (del 1975)disperata,autobiografica confessione di ambivalenza di una donna libera riguardo alla gravidanza - e Un uomo (del 1979)che fu un tributo al suo grande amore,Panagoulis,morto in un sospetto incidente automobilistico ad Atene tre anni dopo il loro incontro.

Da allora la Fallaci si consacrò come una delle più acute intervistatrici politiche del mondo. Il suo modo di intervistare era deliberatamente inquietante:affrontava ogni incontro con studiata aggressività,faceva frequenti cenni all'esistenzialismo europeo (spesso disarmava i suoi soggetti con domande audaci sulla morte, Dio e la pietà) e mostrava un'intelligenza sinuosa e astuta.Il giornalismo della Fallaci era infatti intriso di un’avversione innata per il potere."Che provenga da un sovrano dispotico o da un presidente eletto,da un generale omicida o da un leader amato,vedo il potere come un potere disumano e un fenomeno odioso:ho sempre considerato la disobbedienza verso gli oppressori come l’unico modo per sfruttare il miracolo di essere nato”,così lei diceva.

E proprio al Potere lei aveva il coraggio di fare domande scomode e mai scontate o condiscendenti.Per questo negli anni '70 la Fallaci divenne un mito e i suoi articoli venivano richiesti dalle più importanti testate mondiali. La giornalista-reporter cominciò a rivolgere la sua attenzione alla politica e alle più grandi figure internazionali dell'epoca,arrivando a diversi faccia a faccia con Yasir Arafat,Golda Meir, Khomeini,Gheddafi,Indira Gandhi,Haile Selassie, Deng Xiaoping e Henry Kissinger.Con le sue domande,dirette e spietate,li mise tutti in difficoltà e tutte queste interviste memorabili sono raccolte nell'altro suo libro Intervista con la Storia, pubblicato nel 1974.

La sua fu una popolarità che negli anni raggiunse livelli riservati solo ai divi.Veniva invitata  dagli studenti nelle università di prestigio come Harvard oppure,come a Belgrado, il teatro nel quale presentò "Un uomo" fu preso d’assalto dalla folla che voleva sentirla.In America ricevette prestigiose lauree ad honorem e nel volume "The Italians" – Storia degli Italiani Illustri, edito dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti,vi sono le fotografie di solo due celebri donne italiane:Eleonora Duse e Oriana Fallaci. Della Fallaci la didascalia dice:"I suoi scritti hanno portato il giornalismo politico a un nuovo livello. Le sue interviste con i leader e i potenti del mondo sono stupefacenti per il coraggio e l’intelligenza indagatrice".

Eppure a fronte di questa grande popolarità mondiale,la Fallaci non è mai stata ben vista in Italia,prima dalla destra,poi dalla sinistra. Questa parte della storia della sua vita non è un dettaglio e non è un aspetto secondario, per capire il personaggio.Nel mondo giornalistico e politico italiano si è sempre nutrita una certa ostilità verso la Fallaci.Si è perfino giunti a sostenere che le sue famose interviste ai capi di Stato del mondo non siano in realtà mai avvenute.Il contrasto tra la reputazione internazionale della giornalista e gli scarsi riconoscimenti italiani sono tali da costituire un vero caso su cui riflettere.

Un nuovo capitolo della biografia della Fallaci si aprì infine con la pubblicazione di un altro best seller internazionale, La rabbia e l'orgoglio, scritto dopo quasi 10 anni di silenzio,ispirato dall’attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York.Nonostante il milione di copie vendute solo in Italia,la tesi del libro ha suscitato divisioni e critiche anche in un settore di pubblico, quello della sinistra e dei giovani, che finora ha sempre guardato a lei come a un modello. Nel libro la Fallaci definisce la natura del conflitto tra il mondo occidentale e il mondo islamico. E lo fa senza concessioni ai “se” e ai “ma”. Per lei lo scontro in atto è semplice:noi occidentali siamo diversi,dice.E a questo punto,incompatibili.Dietro questa guerra,secondo lei,c’è una scelta:quella fra la nostra civiltà e la loro religione. Cioè la scelta fra noi e loro.Questa posizione si scontra direttamente con ogni tentativo di dialogo con il mondo musulmano: bisogno molto sentito in un paese come il nostro piantato dove inizia il Sud del Mondo, cresciuto nell’equilibrio precario della Guerra Fredda,con ancora alta la passione ideologica e molto bassa la capacità di gestione politica delle crisi. Mai come stavolta, dunque, la Fallaci ha diviso:rischiando di perdere una parte di consenso presso chi l’ha sempre amata.Ma figurarsi se questo a lei poteva interessare.D’altra parte, se questa righe di Oriana qualcosa ci raccontano,è in questo che consiste il "metodo Fallaci":scontrarsi con ciò che è il comune sentire,il politically correct e oggi il relativismo etico della sinistra.È semplicemente il modo di Oriana di esercitare il suo essere guerriera.Guerriera nata.

12 settembre 2026

L'11 SETTEMBRE, 25 ANNI DOPO





Si è soliti dire che ci sono giorni che fanno da spartiacque nella storia dell’umanità.Per quanto riguarda il XXI secolo sicuramente l’11 settembre 2001 è la data con cui bisogna fare i conti per comprendere il mondo in cui viviamo.L'11 settembre di 25 anni fa,quell'11 settembre 2001,rimarrà per sempre come un punto di svolta nella Storia e nella Civiltà occidentale.Quell'11 settembre 2001 l'inimagginabile accadde.Un commando di 19 terroristi affiliati all'organizzazione islamista al-Qāida dirottò quattro aerei di linea civili per utilizzarli come armi distruttive contro precisi obiettivi strategici.Il mondo visse praticamente in diretta la cronologia degli attacchi,che fu di alta rilevanza mediatica:in tempo reale si videro due aerei fatti schiantare contro il World Trade Center di Manhattan,rispettivamente contro la Torre Nord e la Torre Sud.Entrambi i grattacieli si sbriciolarono nella polvere nel giro di pochi minuti.Un terzo aereo fu fatto impattare contro la facciata del Pentagono,sede del Dipartimento della Difesa statunitense,provocando il crollo parziale dell'edificio.Infine il quarto aereo, presumibilmente diretto verso il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington,precipitò in un campo a seguito di un'eroica rivolta dei passeggeri che tentarono di riprendere il controllo del velivolo.

Sono trascorsi 25 anni da allora e gli Stati Uniti,ancora leader in campo economico e militare,non sono più l’unica,incontrastata,superpotenza mondiale,incalzati dalla Cina e condizionati dai Paesi del BRICS.Nel frattempo l’America ha anche perso il ruolo di roccaforte delle democrazie occidentali:all’interno la spinta all’unità nazionale dopo l’attacco terroristico di Al Qaeda si è sgretolata,erosa dalla scriteriata "guerra al terrore" della presidenza Bush che credeva di poter rispondere con la forza militare ad una guerra tanto asimmetrica.Bush diede una reazione«imperiale» con la fallimentare pretesa di "esportare la democrazia" che  danneggiò, davanti ad alleati e avversari,l’immagine degli USA garante degli equilibri mondiali.All'interno del Paese da allora si sono innescate una serie di degenerazioni sfociate nel populismo sovranista di un Donald Trump sempre più autoritario e sprezzante delle regole democratiche.

Molto pesò la tecnologia dopo l'11 settembre:le distruzioni del World Trade Center di New York e di una parte del Pentagono sono finite nel tritacarne delle teorie cospirative e della polarizzazione politica alimentate da smartphone e reti social che nel 2001 ancora non esistevano.«Stamattina dalle mie finestre ho visto l’inizio del Ventunesimo secolo»,disse la sera dell’11 settembre 2001 lo storico britannico Tony Judt sull'attacco alle Torri gemelle che molti considerarono provocatoria ma che si è,poi, rivelata profetica:quel giorno segnò la fine della pax americana con la supremazia Usa insidiata dalle tattiche di guerra asimmetrica del terrorismo jihadista e ora,ai giorni nostri,anche dalla guerra ibrida digitale.

Eppure,all’inizio gli attentati di Al Qada sembravano aver dato una scossa e ridestato compattezza alla società americana,dando un senso identitario ad un Occidente che si era illuso di avere la strada spianata dopo il crollo dell’Urss.In effetti all’inizio fu così,ma durò poco.Oggi,alle prese con l’indebolimento delle democrazie occidentali e con la tempesta trumpiana che sconvolge da 10 anni la vita politica degli Stati Uniti,cerchiamo l’origine di questi fenomeni soprattutto in eccessi e fallimenti della globalizzazione,nelle pulsioni identitarie alimentate dalle ondate migratorie,nella crisi finanziaria globale del 2008 che costò all’America e al mondo una Grande Recessione con milioni di disoccupati,una contrazione generale dei redditi e una sfiducia popolare verso classi dirigenti e politica.

Ma prima di quella valanga,la sfiducia e il risentimento degli americani verso i gestori del potere avevano già cominciato ad affiorare subito dopo l’11 settembre:un attacco che i più potenti servizi segreti del mondo non avevano saputo prevedere,pur avendo avuto moltissimi indizi.Poi 20,estenuanti,anni di guerra in Afghanistan e Iraq costati migliaia di morti,decine di migliaia di feriti e invalidi e ottomila miliardi di dollari.Una distruzione di ricchezza pari a tre anni di PIL nazionale dell’Italia:America impoverita e alle prese con la rabbia,la frustrazione di un esercito di reduci,traumatizzati da esperienze agghiaccianti,difficili da reinserire nella vita civile e nel mondo del lavoro,vulnerabili alle spinte della radicalizzazione e al sovranismo.Rabbia e radicalizzazioni cresciute gradualmente e sulle quali Trump ha fatto le sue fortune,anche se all’inizio quel risentimento rimase sottotraccia e la solidarietà fu totale. 

La Silicon Valley che poi creò i social,prometteva di costruire con essi ponti verso il futuro.Invece oggi i social sono megafoni che stravolgono i fatti per l’intervento di centrali mediatiche malevole,e diffondono odio anche per il semplice funzionamento di algoritmi che promuovono in automatico i contenuti che attraggono di più,cioè quelli più incendiari con annesse teorie cospirative.Facebook nacque nel 2004,Reddit l’anno dopo,Twitter nel 2006.E Steve Jobs presentò il primo iPhone nel gennaio 2007:quei ponti furono costruiti,ma oggi pesano di più le «camere dell’eco»(cioè quelle situazioni in cui idee,credenze o informazioni vengono amplificate e continuamente confermate all'interno di un gruppo chiuso,con l'esclusione e la marginalizzazione di ogni punto di vista differente)che frantumano e non connettono le comunità,polarizzano la politica,disegnano complotti che a molti appaiono verosimili:i colpi al cuore dell’America,a New York e a Washington,descritti come un "inside job" di servizi segreti più o meno deviati.

Così capita che il 15% degli americani(40-50 milioni di cittadini)crede ancora oggi alla cospirazione nonostante giornali e reti tv oppongano fatti incontrovertibili.Oggi,negli USA inquieti,sfiduciati,con la democrazia in pericolo,non è difficile trovare in quanto accaduto 25 anni fa l’origine dei fenomeni involutivi in atto,anche se,per motivi anagrafici,quasi metà dei cittadini non ha memoria di quei fatti.Pesano non solo i costi economici e umani delle guerre in Asia Centrale:col "Patriot Act",varato pochi mesi dopo gli attentati,cominciò a prendere forma lo «Stato della sorveglianza»:controlli in teoria riservati ai cittadini stranieri sospetti,ma poi occultamente estesi ovunque dall’Nsa,come verrà poi denunciato successivamente.

E con l'11 settembre cadono le barriere morali di uno stato di diritto,con Guantanamo e la tolleranza per strumenti di tortura.Anni dopo strutture create per catturare i terroristi jihadisti diventeranno,in mano a Trump, strumenti per la caccia agli immigrati clandestini.Il ministero per la Sicurezza interna(Homeland Security),istituito dopo l’11 settembre,crea l’ICE("Immigration and Customs Enforcement",in italiano Agenzia Controllo Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti)che oggi diffonde comportamenti da Stato di polizia nel Paese delle libertà civili.

Alla minaccia del terrorismo islamico si sovrappone quella del terrorismo interno,anche per lo sdoganamento del suprematismo bianco. Quanto ai rapporti internazionali,l’America,per troppi anni  concentrata  sulla lotta al terrorismo islamico,ha commesso un errore strategico:ha sottovalutato l’ascesa della Cina e del revanscismo russo.Osama bin Laden non ha raggiunto i suoi obiettivi:niente califfato panarabo.E l’America si è vendicata eliminandolo.Ma qualche studioso ha parlato anche di un «catastrofico successo»,perchè l'attentato spinse gli Stati Uniti a reagire in modo sproporzionto,invadendo paesi mediorientali(come l'Iraq e l'Afghanistan)dissanguando l'economia americana e unendo il mondo islamico contro l'Occidente.Dopo di allora altri clamorosi attentati furono compiuti da "proxy"del terrorismo islamico(in Spagna,Germania e Francia)colpendo ovunque possibile le culture e le democrazie liberali.

Ma comunque,a distanza di un quarto di secolo da quel giorno che ha cambiato il mondo,la lezione più grande resta impressa nella nostra quotidianità:nonostante le ferite,le minacce e le complessità del presente, le democrazie liberali custodiscono ancora intatta la forza dei propri valori.La libertà, i diritti e il dialogo non sono fragilità da difendere, ma la nostra più grande e invincibile risorsa.

06 settembre 2026

UN LUNGHISSIMO, INFINITO TERREMOTO

La gente di quell'area tra Lazio,Umbria,Marche e Abruzzo non potrà di certo dimenticare quella notte di fine estate di 10 anni fa.Alle 03:36 del 24 agosto 2016, un terremoto di magnitudo 6.0 colpì Accumoli, Amatrice e molti altri centri al confine tra quelle Regioni  eco svegliò e fece scendere in strada anche tanti cittadini aquilani che non avevano ancora dimenticato il "loro" terremoto,quello avvenuto il 6 aprile 2009,la data del terremoto dell'Aquila:309 vittime allora,299 vittime diciasette anni dopo.Quel terremoto ebbe poi un lunghissimo sciame sismico che registrò fortissime repliche sia a settembre che,soprattutto, a ottobre 2016.

L'Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia(INVG)definì la sequenza sismica che cominciò quel 24 agosto,la "sequenza Amatrice-Norcia-Visso",che durò poi fino alla fine dell’anno e interessò 140 comuni e circa 600 mila persone.Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto al momento della prima scossa di quel 24 agosto 2016 furono letteralmente devastati.Ad Amatrice il centro storico collassò interamente.

Era la notte della frase che tutti ricordano,quella che pronunciò il sindaco di Amatrice,Sergio Pirozzi:“Amatrice non c’è più“.Ed era così.Quel centro tra Abruzzo e Lazio era stato completamente cancellato dalla furia distruttrice del sisma.Nella vicina L’Aquila ci si preparava a festeggiare la 722′ "Perdonanza Celestiniana",la ricorrenza storico-religiosa che si tiene ogni anno a L'Aquila il 28 e 29 agosto,istituita da Papa Celestino V.In quell'occasione viene concessa l'indulgenza plenaria a chi,confessato e comunicato,visita la Basilica di Santa Maria di Collemaggio .Dalla notte del 24 agosto,invece,iniziò la lunga sequenza sismica che portò al terremoto del 30 ottobre 2016 di magnitudo 6.5 a Norcia,il più forte in Italia dopo quello dell’Irpinia del 1980,fino alle scosse sopra 5.0 gradi del gennaio 2017 nell’Aquilano.Quello di Amatrice fu anche il terremoto dei romani;in quei luoghi,soprattutto d'estate,vengono riaperte le case dei padri e dei nonni,quelle dell’infanzia e delle ultime vacanze prima del rientro in città, a caccia di fresco e di aria buona.

10 anni dopo Amatrice ricorda le sue vittime, i vicoli del centro, le frazioni.Amatrice intanto sta compiendo un nuovo passo.È stato riaperto al traffico lo storico  Corso Umberto I,l’asse viario principale del centro storico e qualcosa riapre e rinasce.Torna percorribile la strada che porta ai piedi della Torre Civica,che,rimanendo in piedi anche se danneggiata,è restata quasi come il simbolo della gente di quelle terre che VUOLE farcela nonostante tutte le difficoltà.

Perché non riusciamo a limitare i danni dei terremoti,visto che abbiamo la certezza che prima o poi ci saranno?Cosa possiamo materialmente e culturalmente fare perché tutta questa distruzione resti solo un ricordo? Perchè anche a questo deve servire un anniversario: ricordare non solo chi non c’è più,ma anche la nostra inettitudine difronte al rischio naturale,e il continuare a privilegiare l'interesse ad edificare anche quando il terreno non può sopportare nuove costruzioni,per renderci tutti consapevoli di quello che non è stato fatto,sperando, un giorno, di essere capaci di farlo.

C’è soprattutto un problema di natura culturale.Ogni volta in Italia si considera l’emergenza come la fase nella quale ovviare a tutti i problemi non affrontati in pianificazione e prevenzione.Rispetto ai fenomeni naturali,e in particolare ai terremoti,l’approccio del nostro Paese è puramente emergenziale.Abbiamo per fortuna una Protezione Civile tra le migliori al mondo e normative antisismiche, definite da oltre 50 anni,che prevederebbero un approccio attento ai rischi del patrimonio edilizio.Ma per quanto riguarda gli sforzi concreti verso la prevenzione, manca a livello strutturale la volontà di migliorare le condizioni del nostro Paese.Non è solo una questione politica,ma anche,appunto,culturale.

E' questa la ragione per cui i terremoti degli ultimi 60 anni ci sono costati,tra assistenza e ricostruzione,135 miliardi di euro, dei quali 50 miliardi solo per il terremoto dell’Irpinia(1980) che non a caso fu una fonte di affari per politica connivente e camorra:non abbiamo accettato culturalmente di essere un Paese a rischio naturale elevato e contiamo più sul fato che sulla scienza.Così spendiamo oltre tre miliardi di euro all’anno per gestire i vari post terremoto.Negli ultimi 60 anni i morti dovuti al terremoto sono stati almeno 5 mila.La conseguente domanda è:che prezzo ha la vita?Perchè la parola fondamentale è PREVENZIONE.In qualche luogo, per fortuna,questa lezione è stata appresa.Norcia è stata vittima di una seconda scossa nell’ottobre 2016, molto più devastante di quella di Amatrice (6,5 Richter).Poteva essere un altro disastro,invece nessuna vittima,nessun ferito e danni circoscritti soprattutto al patrimonio monumentale.Questo perché dopo il terremoto del settembre 1979 la ricostruzione era stata fatta ad arte,non permettendo alcuna concessione ad appetiti speculativi e controllando in maniera oculatissima spese e modalità di ristrutturazione.Quindi e' Norcia l’esempio da seguire,Amatrice quello da ricordare con timore estremo.

Ogni volta diciamo che non dobbiamo dimenticare.Ma quelli che certo non dimenticano sono gli abitanti di quelle zone,per loro niente è dimenticato:morte,dolore,paura,sangue, devastazione,speranze e poi disperazioni e tutti i rumori di quella notte.Ma oggi,a 10 anni di distanza,suona strano quel silenzio che si coglie,così rassegnato,incrinato di giorno dal suono dei lavori dei cantieri e di auto che passano.

Dieci anni sono tanti, troppi in rapporto a quel po’ che è stato rimesso in piedi e per i troppi che vivono ancora nelle casette prefabbricate, non solo ad Amatrice.Certo,guardando oggi quelle strade della zona rossa,c'è il senso di una ricostruzione finalmente,seriamente partita,ma è altrettanto vero  che fino a che non la si vedrà finalmente finita,quel senso di precarietà continuerà a sussistere.Anche perchè le parole hanno finito da un pezzo d’alimentare illusioni.10 anni sono davvero tanti.Certamente lo spopolamento era iniziato già prima,ma il terremoto gli ha dato una formidabile spinta e in dieci anni soltanto Amatrice ha perso il 13 % dei suoi residenti.

Ci sono poi gli anziani,che non hanno mai mandato giù il terremoto,le loro abitazioni distrutte e il loro trasferimento in luoghi lontani dai posti del cuore.Perchè ragazzi e giovani coppie magari se ne vanno appena possono,ma loro,gli anziani,neanche ci pensano ad andare in posti diversi da quelli dove sono nati.E anche i circoli e i luoghi d’aggregazione sono diventati una specie di lontano ricordo,con i gruppi di casette prefabbricate lontani uno dagli altri,che separano vite e umanità con quell'eterna speranza che tutto cambi che ogni giorno,però,diventa sempre più evanescente e il gioco al “massacro” sociale è fatto.

C'è un dato che la racconta lunga:il 20 % della popolazione di Amatrice è seguito dai servizi sociali, sarebbe a dire una persona su cinque.E se vuoi dare un significato a questo dato la risposta è che la solitudine è brutta bestia e sentirsi dimenticati è peggio, le conseguenze possono essere pessime e lo ripetono spesso e volentieri da queste parti e senza vergogna,né rabbie.Perchè a vederli passare questi 10 anni senza che nulla cambia proprio lì,in quelle zone,comporta frustrazione,depressione,solitudine e alienazione e anche la gente che è sopravvisuta non è che se la passino bene.Perchè non c'è più quel tessuto sociale che c'era una volta e che non si è più ricostruito. Perché la gente è distanti gli uni dagli altri,non esiste più il paese,non c’è più la piazza del paese,dove ci si incontrava,dove si parlava.Non si è più uniti,non si è più tutti insieme.

Solitudini,ricostruzione lenta,tessuto sociale lacerato sono cose che non riguardano ovviamente solo Amatrice o Accumoli, ma più o meno l’intero cratere.Quelle poche cose che in 10 si son fatte sembrano essere gocce:gocce nell’oceano del cratere.Perchè,secondo l’ultimo report di ActionAid(l'associazione internazionale indipendente che si occupa di informazioni,prevenzione e gestione delle emergenze umanitarie)a fronte dei  3.667 interventi programmati per la ricostruzione(per 4,85 miliardi di euro complessivi)non sono stati avviati i lavori nemmeno nel 66,3%,e solo il 33,6% è in fase esecutiva o conclusiva. Anche peggio negli altri 44 Comuni che furono più sconvolti e fatti a pezzi dal sisma di 10 anni fa.

A 10 anni di distanza il lavoro è ancora enorme,e si devono fare tante cose che si sono accumulate negli anni.Il nodo da sciogliere non sono nemmeno i finanziamenti,non sono i soldi,ma la capacità di realizzare tutto quello che viene stanziato.Perché in passato la ricostruzione non è andata avanti anche per altre ragioni:ci sono stati gli anni del Covid,e il Superbonus a causa del quale le ditte hanno preferito andare a lavorare altrove,perché,ad esempio,era più conveniente fare a Roma il “cappotto” a un edificio,che ricostruire nel cratere.

Ma la partita vera è un'altra e la ricostruzione è solo il primo passo,e qui non parliamo solo di ricostruzione di case.Quello che occorre ricostruire è anche umanità.Perchè oggi,a 10 anni di distanza, Amatrice ci ricorda quanto siamo vulnerabili e quanto siano importanti i legami umani e la solidarietà che in quelle terre si viveva ogni giorno fino a quel giorno.Amatrice non è solo un luogo sulla mappa geografica e della memoria collettiva, ma un simbolo di ciò che resta quando tutto crolla:la dignità delle persone. Ricordare oggi non significa solo guardare indietro con dolore, ma onorare ogni singola vita spezzata e custodire le storie di chi è rimasto.Perché una comunità non è fatta di mattoni,ma di persone,e finché ricorderemo,Amatrice continuerà a vivere.