Questa che è l'estate più calda degli ultimi anni rischia di trasformare il carcere italiano in un luogo al limite della sopravvivenza.È questo il quadro che vien fuori dal rapporto di metà anno presentato in questi giorni dall'Associazione Antigone,che fotografa un sistema penitenziario con un incredibile indice di sovraaffollamento,incapace di assorbire l'aumento dei detenuti, mentre le temperature record aggravano condizioni inumane.Sullo sfondo resta il nodo della politica populista e panpenalistica del governo Meloni,che continua ad introdurre sempre nuove fattispecie di reati e ad inasprire le pene già esistenti,senza affrontare le cause strutturali della crisi e,notizia di solo poche settimane fa,estendendo la punibilità penale anche ai minorenni con il concetto dell'inversione della prova.
Il dato che colpisce più di tutti è quello del sovraffollamento.Al 28 luglio nelle carceri italiane erano detenute 64.741 persone a fronte di 46.343 posti realmente disponibili:questo significa che il tasso di affollamento effettivo ha raggiunto il 139,7 %,un livello che non si registrava addirittura dal 2013,anno in cui l'Italia venne condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo,per le condizioni degradanti dei suoi istituti di pena.Ed ancora oggi la situazione non e' molto diversa e se qualcosa e' cambiata,è sicuramente cambiata in peggio.In alcune carceri i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili e nelle visite periodicamente effettuate negli ultimi 12 mesi Antigone ha riscontrato che nel 44 % degli istituti esistono celle con meno di tre metri quadrati calpestabili per persona.Se il sovraffollamento rappresenta il problema strutturale,il caldo estremo e prolungato di questo periodo ne amplifica gli effetti.Oltre il 60 % dei detenuti trascorre gran parte della giornata in regime di custodia chiusa,che significa che i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata(in genere tra le 16 e le 20 ore)rinchiusi nelle celle,con forte limitazione nei corridoi e negli spazi comuni.Il tutto in celle prive di adeguata ventilazione,con finestre schermate e temperatura percepita oltre i 40 gradi.Nessuna adeguata aerazione,condizionatori nemmeno a parlarne,e i ventilatori sono insufficienti o possono essere acquistati addirittura a spese dei detenuti.
A essere sovraffollati non sono solamente gli istituti per adulti. Da anni crescono infatti sempre di più le presenze nelle carceri minori(Istituti Penali per Minorenni,IPM l'acronimo),che rappresentano un problema delicato in relazione all'età dei reclusi.Stimare le presenze dei minori in carcere non è semplice, in quanto è possibile calcolare solamente il numero di occupanti e non di posti effettivi però si è osservato,come ha ancora osservato l'Associazione Antigone,che dopo il decreto Caivano adottato dal Governo Meloni,c’è stata un impennata delle presenze in carcere.Ed anche l'apertura di nuovi IPM rappresenta una misura inadeguata,perché privilegia sempre la cultura della repressione e della punizione,come testimonia pure l'altra misura del trasferimento coatto in istituti per adulti dei neo 18enni che potrebbero invece rimanere negli istituti minorili fino a 25 anni”,con la conseguente esposizione il rischio,per i ragazzi stessi,di venire precocemente "arruolati" dalla grande criminalità organizzata.
Il c.d. “decreto Caivano” nasceva per contrastare la criminalità minorile e l’abbandono scolastico,ed introduceva una facilitazione dell’arresto in flagranza di reato per minori coinvolti in spaccio di droga e uso di armi.A distanza di tre anni,il governo ha varato una nuova stretta denominata volgarmente “anti-maranza”,(dal nome di quei ragazzi appartenenti a compagnie di giovani rumorosi e violenti caratterizzati da ostentati atteggiamenti spavaldi e ineducati,con gergo triviale e abbigliamento volutamente vistoso ed eccessivo).In questo decreto la norma principale inverte l’onere della prova sull’imputabilità dei minori sopra i 14 anni,che viene cioè presunta come per gli adulti e non più da dimostrare.Un'autentica barbarie per uno stato di diritto e una democrazia liberale.
E' evidente che la inclinazione culturale del governo a "reprimere" e "punire" porta ad un modello di intervento legislativo destinato inevitabilmente ad incrementare il numero degli ingressi negli istituti penitenziari minorili, aggravando un sistema che già oggi opera oltre i limiti della propria capienza.La continua introduzione di nuovi reati e l'inasprimento delle pene rappresentano una delle principali cause dell'aumento della popolazione detenuta e questa impostazione securitaria non può che spingere verso questa direzione.Il sovraffollamento carcerario è l'effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene.Dopo quattro anni nei quali il Governo aveva promesso la costruzione di nuove carceri ne vien fuori che dal 2022 ad oggi i posti disponibili sono aumentati di solo 28 unità,mentre le misure alternative alla detenzione(quelle sì che potrebbero risolvere molti problemi)sono invece calate del 7 %.
Ma il sovraffollamento che soffoca le carceri italiane non è soltanto un problema di numeri e di spazi.È il sintomo di un sistema che,negli anni,ha risposto all’emergenza con logiche emergenziali,investendo poco in ciò che davvero potrebbe invertire la rotta:il reinserimento sociale delle persone detenute. Un reinserimento che non deve essere mai considerato una concessione benevola e graziosa,ma come un preciso diritto della persona e una finalità costituzionale.E' infatti l’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato:ciò significa offrire percorsi concreti di responsabilizzazione,formazione,lavoro,cura e ricostruzione dei legami familiari e sociali.Ma il reinserimento è uno dei più importanti investimenti nella sicurezza collettiva.Una persona che esce dal carcere con competenze,riferimenti affettivi,opportunità lavorative e un adeguato sostegno sociale ha di certo meno possibilità di tornare a delinquere.
Bisogna,allora,avere il coraggio di immaginare modelli nuovi e alternativi a quello semplicemente detentivo,che vede la carcerazione quasi come una specie di "vendetta sociale",come diceva Filippo Turati.Perchè la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la custodia,ma anche riducendo le condizioni che alimentano la recidiva.Garantire percorsi di reintegrazione significa tutelare la dignità della persona detenuta,ma anche proteggere la comunità nel lungo periodo.Una pena che non dia anche una prospettiva di ritorno responsabile e consapevole nella società,diventa soltanto afflizione se non addirittura persecuzione.
Sul problema delle carceri è intervenuto anche Papa Leone XIV.Egli ha indicato nello studio,nel lavoro,nella riconciliazione strumenti essenziali del cambiamento."La fede cristiana-ha detto Prevost-ci ricorda che nessuna caduta esaurisce il valore di una persona e che giustizia e misericordia non sono alternative:la misericordia non cancella la responsabilità,ma impedisce che essa diventi una condanna senza futuro”.
In questo ambito c’è poi anche una sfida culturale e comunicativa:raccontare il carcere senza cedere agli allarmismi o alle semplificazioni.La stampa e i mass media possono svolgere un ruolo decisivo,aiutando a sconfiggere l'odio diffuso dai social,purché esse diano un'informazione trasparente e rigorosa,capace di restituire la complessità del pianeta carceri e rispettare la dignità delle persone recluse,oltre a quella della vittima.
Oggi,infatti,la percezione pubblica è troppo spesso condizionata da una rappresentazione episodica ed emergenziale del carcere. Si parla di carcere solo in occasione di evasioni,aggressioni, rivolte,suicidi o casi di particolare rilevanza mediatica.Ed invece,per ripetere le parole altissime di Piero Calamandrei,"bisogna aver visto",bisogna entrare,cioè,materialmente nelle carceri,come fanno quotidianamente e meritoriamente proprio Associazioni come Antigone o Nessuno tocchi Caino,per rendersi conto dell'inferno delle carceri.
Comunicare meglio significa saper usare bene le parole,perchè definire qualcuno esclusivamente come criminale,tossicodipendente o malato psichiatrico significa trasformare una condizione o una condotta nell’identità complessiva della persona.Bisogna invece saper guardare "oltre":vedere il reato,la sofferenza della vittima e il bisogno di sicurezza,ma vedere anche le fragilità dell’essere umano che ci sono oltre l’errore che ha commesso.
Perchè alla fine quel "mondo di dentro",quel mondo che sta oltre quelle mura,non rappresenta una umanità da emarginare,novelli lebbrosi del nuovo Millennio.Ognuno di essi ha una vita e una storia.C'è talora nello stesso detenuto la compresenza di più caratteristiche:dipendenze,disturbi psichiatrici o da uso di sostanze come alcol,droghe o farmaci.Perciò nelle carceri bisogna portare un approccio sanitario e sociale non più rinviabile.Il carcere accoglie un numero rilevante di persone con bisogni sanitari,psicologici e sociali che richiedono interventi altamente specializzati.La difficoltà principale consiste spesso nella frammentazione delle competenze:servizi sanitari,amministrazione penitenziaria,servizi per le dipendenze, dipartimenti di salute mentale e realtà territoriali non riescono a relazionarsi in maniera adeguata per operare in modo integrato,evitando che soggetti gia fragili finiscano del tutto in carcere,dovendo invece essere trattati in istituti alternativi.
Si capisce,allora,che il sovraffollamento delle carceri,e il caldo record di questi mesi che aggravano la vivibilità delle carceri italiane,non sono accadimenti e fatalità non imputabili a chicchessia,ma rappresentano una precisa accusa al sistema politico,giudiziario e carcerario italiano nel suo complesso,rappresentando esse una violazione sistematica dei diritti umani che si consuma ogni giorno nel silenzio generale.
Non ci si può più voltare dall'altra parte e derubricare la vita in cella a un dettaglio burocratico;al contrario dobbiamo superare quel muro di fastidio e indifferenza verso le carceri,guardando ai carcerati non come una schiera di reprobi sui quali consumare una "vendetta sociale" sapendo invece guardare "oltre quelle mura",in quei luoghi nei quali la dignità umana sembra essere morta.Perchè se nelle carceri italiane la dignità muore è il livello stesso della nostra Democrazia ad essere a rischio."Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri",è la famosa frase di Voltaire.
La situazione del sistema carcerario italiano oggi ha travalicato già molti punti,il sovraffollamento rende insostenibile la vivibiltà di spazi di edifici già vecchi ed è perciò che in quegli spazi continuano i suicidi,aumentano i disordini e continui sono gli stati di agitazione.Anche recenti provvedimenti che pure potrebbero essere utili,come la non reclusione per i soggetti tossicodipendenti,stentano a partire per la farraginosità del provvedimento pensato e per la nostra burocrazia.
La realtà è che le nostre carceri oggi non rieducano,ma sono solo luoghi di punizione fisica.Questa non è giustizia,è vendetta sociale dovuta ad una politica populista e panpenalista.È ora di pretendere che lo Stato rispetti la Costituzione.Occorre svuotare le celle al più presto e garantire condizioni umane e dignitose per chi deve scontare la propria pena,prima che l'emergenza si trasformi in una tragedia irreparabile.Oggi come oggi le condizioni attuali delle carceri italiane sono un insulto alla dignità umana e una ferita aperta nel cuore della nostra democrazia.Il caldo soffoca i corpi,ma è l'indifferenza delle istituzioni e della pubblica opinione che uccide la speranza,alimentando una strage silenziosa.La pena non può trasformarsi in una condanna a morte psicologica o in una pena fino alla morte.Restiamo umani, pretendiamo risposte.Non si deve permettere che sul dramma dei detenuti cali il silenzio.