11 maggio 2026

ZANARDI SI DIVENTA

 









Si avverte una interiore necessità di ricordarlo,Alex Zanardi, che se n’è andato il primo maggio,a 59 anni.Era l’incarnazione vivente dell’umanità e della felicità del vivere.Agli studenti di una scuola disse una volta:"Forse il fulmine che mi è capitato tra capo e collo potrebbe colpirmi un’altra volta,ma rimanere a casa per evitare quest'ipotesi significherebbe smettere di vivere,quindi no,io la vita me la prendo".Incredibile la forza e il coraggio di quelle parole pronunciate da uno a cui la vita aveva preso e tolto tanto.Sembrava immortale Alex,perchè la vita si accanì contro di lui una seconda volta con quel camion che andò a investire la sua handbike.Ma no,anche oggi che sui social e sui media leggi la notizia,non ti rassegni all'idea e ti dici:no,non è vero,non può essere vero che Alex Zanardi è morto.Sembra incredibile ma perfino l'Intelligenza Artificiale alla domanda"Alex Zanardi è morto?",ha risposto che quella notizia era falsa.
E invece se ne è andato davvero Alex,il corpo sfinito da troppe battaglie.Si sono spenti quegli occhi blu che erano una delle più belle cose che Dio gli aveva dato,insieme al suo sorriso bolognese sempre pronto a illuminare e contagiare chiunque lo incontrasse.Perchè poi così sono i bolognesi e gli emiliani:bella gente davvero.Ecco quel sorriso e quella gioia di vita ce le siamo perse davvero e lo piangiamo,non soltanto qui in Italia,ma un po’ dappertutto.Perché Alessandro(Alex per tutti)era diventato qualcuno ovunque nel mondo.E lo era diventato per una ragione che ti fa venire le lacrime anche se erano anni che non lo vedevi in competizioni sportive,che sapevi poco di lui,giusto solo che stava combattendo un'altra delle sue mille battaglie con la vita,lui, indomabile com’era,per rimettersi in pista,e sapendo com'era forte e indomabile ti aspettavi che un giorno o l’altro sarebbe ricomparso da qualche porta e da qualche parte,con quel sorriso impagabile,abbracciato alla sua Daniela e al suo Niccolò,la compagna e il figlio della vita,a dire che anche questa montagna era superata e che si ripartiva.Perchè in lui era tutta una questione di passione per la vita.Disse un'altra volta:

“L’incidente mi ha dato modo di fare cose che forse in un’altra vita non avrei mai avuto l’occasione di provare”.La vita come opportunità,questa la sua filosofia.E c

on questo spirito Zanardi affrontò la sua seconda vita, lanciandosi in una carriera straordinaria nell’handbike,trasformandosi rapidamente in uno degli atleti di riferimento a livello mondiale. 


No,Zanardi non è morto,e continuerà a non morire,perché la vera impresa che ha compiuto non è stata risorgere dopo l’incidente che a 35 anni l’aveva tagliato in due su un circuito tedesco (sette arresti cardiaci,estrema unzione già impartita,amputazione di entrambe le gambe,sedici interventi chirurgici).In corpo, dopo l’incidente,gli era rimasto solo un litro di sangue rispetto ai cinque di un uomo adulto.E l'impresa vera non è stata neanche la seconda carriera da campionissimo su una handbike,la bici che spingi con mani e braccia invece che con gambe e piedi,cominciata una decina di anni dopo l'incidente automobilistico,con una cascata di ori olimpici e titoli mondiali.

Il destino si è accanito su di lui,con una crudeltà incredibile anche solo a raccontarsi.Era il 2020,era qualche anno che praticava l'handbike ed erano i tempi del Covid  e lui,insieme ad altri amici aveva deciso di portare un po’ di speranza,di correre per beneficenza per raccogliere fondi per il coronavirus in un Tempo quasi senza speranza.Mentre filava allegro in discesa(un attimo prima aveva detto:"Sono così felice, sto pedalando in paradiso")appena dietro una curva lo aspettava un camion,la testa fracassata,i medici che chiedono se lasciarlo andare via o provare l’impossibile per salvarlo,e Daniela,la moglie,che dice "salvatelo".E Niccolò,il figlio,sicuro:"è una tigre,ce la farà anche stavolta".Fu t

rasportato d’urgenza al policlinico di Siena,fu sottoposto a un complesso intervento neurochirurgico.Le sue condizioni apparvero subito critiche.Nei giorni successivi venne operato altre tre volte,ma da quella tigre che era ce la fece anche quella volta.

Stavolta invece non ce l’ha fatta,ma come sempre ci ha provato,poi si è arreso,e se ne è andato proprio il 1° Maggio, lo stesso giorno che 32 anni fa si portò via il suo mito,Ayrton Senna.

Ed è questa la vera impresa di Zanardi.Alex è riuscito a non andare mai via,è restato sempre qui.È qui,ci è entrato dentro,è la parte impossibile di ciascuno di noi,la forza disperata che ognuno di noi vorrebbe avere di non piegarsi mai davanti a niente e a nessuno,lui è stato l’eroe che abbiamo sognato di diventare quando eravamo bambini.Perchè Zanardi è stato un enorme campione.E i campioni si ricordano e si onorano.Ma è stato anche qualcosa di infinitamente più grande e inimitabile:Alex da Bologna,figlio di una sarta e di un idraulico,è un esempio, un essere che ha regalato speranza agli altri,senza prediche,senza discorsi altisonanti,dimostrando con tutto sé stesso che "volere" è il verbo che fa la differenza:non tra vincere e perdere,ma tra ricominciare e arrendersi,lottare o lasciarsi andare,rassegnarsi al destino o ribaltarlo.
Scherzava perfino sulla propria tragedia.Gli chiesero una volta che cosa era cambiato tra la prima e la seconda vita. E lui: «A parte in 14 chili di gambe in meno?». Beh sì, a parte. «Detto che con le protesi sono anche più alto, in effetti una differenza c’è: quando correvo fino ai 400 all’ora sulle piste di tutto il mondo,ero io da solo.Adesso,su quell’handbike,c’è mezza Italia che spinge con me.Sento che la gente mi vuole bene.Ma,in fondo, non ho fatto niente di speciale. Ho preso la bicicletta.E ho pedalato"."Niente di speciale":questo era Alex Zanardi.
Viene da chiedersi:Zanardi si nasce?Beh,non proprio.La verità,consolante in certo qual modo,è che Zanardi in realtà si diventa.E che la vita può davvero ricominciare anche dopo avvenimenti gravissimi e drammatici come quelli che lui ebbe.
«Io non sono Superman e nemmeno Padre Pio. Ho patito l’inferno nei centri di riabilitazione, ho visto molti altri patirlo. Persone che si arrendono sfinite dal dolore,dalla disperazione.Ma le cose possono essere fatte.L’importante è desiderare.E io ho desiderato tanto».No,non te ne sei mai andato,Campione,il tuo sorriso così incredibilmente bello ci rimarrà addosso.

Alex Zanardi non chiese mai di morire.Perchè nonostante tutto lui la vita l'amava davvero.Non lo ha chiesto dopo il 2001,quando,dopo l'amputazione,doveva reinventarsi ogni gesto quotidiano partendo da zero.Nè lo ha chiesto dopo il 2020, quando giaceva gravemente ferito, lontanissimo da quella figura di atleta travolgente che aveva commosso il pianeta.Non sappiamo con precisione cosa vivesse dentro,ma sappiamo cosa hanno scelto coloro che lo amavano.Sua moglie Daniela,suo figlio Niccolò,che in questi giorni ci hanno raccontato cose bellissime,restituendoci l’immagine dell’Alex di casa, capace di trovare il sorriso nelle piccole cose.Viviamo in un tempo in cui il dibattito sul fine vita occupa le pagine dei giornali,le aule parlamentari,le sentenze della Consulta.Un tempo in cui si moltiplicano leggi,referendum,battaglie per il “diritto a morire con dignità”.In uno Stato perfettamente regolato sui princìpi della morte dignitosa,qualcuno avrebbe potuto spiegare ai familiari che prolungare quella situazione era crudele.Ma la scelta di Daniela e Niccolò è stata un’altra e diversa.E lo stesso vale per Michael Schumacher. Anche lui, da anni, vive in condizioni che il mondo conosce solo per frammenti.Anche la sua famiglia ha scelto il silenzio e la fedeltà.Queste famiglie,che potevano fare un'altra scelta hanno preso invece un'altra decisione.Cosa hanno trovato,in quell’amore ostinato,che valesse la pena di portare? La domanda non contiene giudizi verso chi ha scelto o farà altre e diverse scelte,verso chi liberamente decide diversamente.La politica italiana litiga da anni su come regolamentare l’eutanasia e il suicidio assistito.È un tema serio, che merita rispetto e risposte serie.Ma c’è un’altra legge che nessuno scrive,un’altra battaglia che nessuno combatte:quella per sostenere chi sceglie di non morire. Per dare alle famiglie strumenti,risorse,accompagnamento, sollievo concreto.Per rendere possibile quella fedeltà estrema che Daniela e Niccolò Zanardi hanno praticato per anni senza che nessuno costruisse intorno a loro una rete istituzionale degna di questo nome.
Grazie, Alex perchè ci hai insegnato che c’è un valore nell’essere amati e nell'esserci per dare agli altri,oltre ogni calcolo.Tu non hai chiesto di morire.E questo,oggi,è il messaggio più scomodo che potevi lasciarci.

01 maggio 2026

MAGGIO, IL TEMPO DI MARIA



Ed anche quest'anno è arrivato maggio.E' mese particolare,maggio,per quella soffusa aria di attesa,per quei primi più intensi tepori  e per quell'atmosfera di "tensione" verso un nuovo e un diverso che sembra esser arrivato nella Natura.

Anche per la Chiesa e per la Fede cattolica il mese di Maggio rappresenta una unicità e una specificità tutt'affatto diversa.Fin dal Medioevo,quando si diffonde la preghiera del Rosario,e poi dalla tradizione nata nel Collegio romano dei Gesuiti per contrastare l’immoralità diffusa tra gli studenti fino alla devozione di San Filippo Neri e al magistero dei Papi,al mese di Maggio è legata la storia di una delle tradizioni popolari più amate e diffuse della religione cattolica e cioè la devozione a Maria.Della devozione mariana del mese di maggio come "mese di Maria" ne parla anche Marcel Proust nel primo libro della "Recherce",quello intitolato "Dalla parte di Swann".

Quella di dedicare un intero mese al culto e alla venerazione di Maria Vergine è una devozione popolare antica e molto sentita dai fedeli;il mese di maggio è infatti dedicato tradizionalmente alla Madonna con vari momenti di preghiera,con processioni e pellegrinaggi nei Santuari ed infine la recita del Rosario.Ma perché proprio maggio è il mese mariano per eccellenza ?Molti i motivi.Anzitutto nell’antichità greca e romana il mese di maggio era dedicato alle dee pagane collegate alla fertilità e alla primavera (rispettivamente Artemide e Flora).Questo,combinato con altri rituali europei che commemoravano la nuova stagione primaverile, ha portato molte culture occidentali a considerare maggio un mese dedicato alla vita e alla maternità.A maggio poi in molti Paesi ricorre in questo mese la festa della mamma che è una ricorrenza civile,non religiosa e che forse negli ultimi anni è diventata festività ancor più commerciale.In Italia cade la seconda domenica di maggio come in gran parte degli Stati europei,e così pure negli Stati Uniti,in Giappone,in Australia e in numerosi altri Paesi,mentre in Spagna cade la prima domenica di maggio.

Maggio come mese dedicato all'adorazione di Maria Vergine,dunque.Nel Medioevo,e più precisamente nel XIII secolo,Re Alfonso X detto il Saggio,re di Castiglia e Leon,celebrava Maria in alcuni suoi scritti  come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica Signora,Luce dei santi e dei cieli».Sempre nel Medioevo c'è anche la nascita del Rosario,il cui nome si lega al richiamo ai fiori.A Maria,infatti,è legato indissolubilmente il Santo Rosario."O Rosario benedetto di Maria,catena dolce che ci rannodi a Dio" è la celebre frase di Bartolo Longo tratta dalla Supplica alla Madonna di Pompei che si celebra due volte l'anno,l'8 di maggio,e la prima domenica di ottobre.Il Rosario è legato alla figura di San Domenico di Guzman(Caleruega,1170Bologna,6 agosto 1221)considerato il fondatore della devozione al Santo Rosario come strumento di predicazione e conversione.Si narra che la Vergine apparve a Domenico a Tolosa,consegnandogli il Rosario per combattere l'eresia.


La devozione a Maria è dovuta in gran parte anche ai Gesuiti,nel XVIII secolo.Ai tempi della Chiesa delle origini ci sono prove dell’esistenza di una grande festa in onore della Beata Vergine Maria che veniva celebrata il 15 maggio di ogni anno, ma solo nel XVIII secolo l'intero mese di maggio è stato dedicato alla Vergine Maria.In particolare,la devozione di maggio nella sua forma attuale ha avuto origine a Roma,dove la Compagnia di Gesù,per contrastare l’immoralità diffusa tra gli studenti dell'epoca,fece voto di dedicare il mese di maggio a Maria.Da Roma la pratica si diffuse ad altri collegi gesuiti, e da lì a poco a ogni chiesa cattolica di rito latino.Anche Papa Pio VII, per esortare tutti i cristiani alla pratica di questa devozione concesse(.....)a tutti i fedeli del mondo cattolico di onorare in pubblico o in privato la Beata Vergine con qualche omaggio speciale o preghiere devote».

Risale poi alla tenerezza di San Filippo Neri,universalmente noto come il "santo della gioia" o il "giullare di Dio",per il suo carattere aperto,dolce e gioviale,l’usanza di circondare di fiori le icone mariane.San Filippo Neri è stato un'importante figura della Controriforma,celebre a Roma per il suo spirito allegro,la carità verso i poveri e l'attenzione e la cura per i giovani.Fu fondatore dell'Oratorio,cioè quello spazio educativo,didattico e ricreativo rivolto al recupero della gioventù,ascoltando ed aiutando i ragazzi per tenerli lontano dai pericoli della strada e le difficoltà del tempo.Filippo utilizzava il suo approccio empatico e gioioso per educare,un approccio spesso sintetizzato nella frase a lui attribuita "state buoni se potete".

Fu un altro gesuita italiano,Annibale Dionisi,che contribuì a consolidare la pratica di dedicare l'intero mese di maggio alla Madonna.Dionisi era un religioso di estrazione nobile,con una vita contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei. Tra le novità del testo l’invito a vivere,a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani,nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine».Lo schema da seguire era molto semplice:preghiera(preferibilmente il Rosario)davanti all’immagine della Vergine,meditazione sui Misteri,fioretto e giaculatoria,cioè quello che ancora oggi si fa. 

Nel 1945 Pio XII avvalorò l’idea di maggio come mese mariano.Ma l’invito a non trascurare la recita del Rosario soprattutto nel mese di maggio viene da lontano,soprattutto come cemento di rapporti familiari e umani.Così,infatti scrieva in una sua Enciclica Pio XII:"(....)Invano si cercherà di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile,se la società domestica,principio e fondamento dell’umano consorzio,non sarà ricondotta alle norme dell’Evangelo. Per ottenere un compito così arduo(.....)la recita del Santo Rosario in famiglia è un mezzo quanto mai efficace».

Anche Paolo VI incoraggiò questa devozione nata dal popolo. Nell’enciclica "Mense Maio" del 1965,Paolo VI indicò il mese di maggio come «il mese in cui,nei templi e fra le pareti domestiche,più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione».

Questa fede e questa devozione profondamente radicata nella coscienza popolare è dunque una realtà viva nella Chiesa e della Chiesa. Il culto mariano ha caratterizzato il cammino dei cristiani nei secoli non solo nella liturgia,ma anche attraverso molteplici espressioni devozionali e la stessa Chiesa riconosce l’importanza di tali pratiche per la vita del popolo cristiano.

Queste devozioni sgorgano dalla fede del popolo di Dio verso Cristo e la Vergine Maria,ritenuta non solo Madre del Signore ma anche Madre di tutti i cristiani.I fedeli comprendono e vivono il legame vitale che unisce il Figlio alla Madre,allo stesso modo con cui intuiscono che sua Madre è anche loro madre.La sentono come il fiore più bello della creazione,la rosa apparsa nella pienezza del tempo,quando Dio,mandando il suo unico Figlio,ha donato al mondo una nuova primavera.

Ma perchè nei credenti è così sviluppata la fede in Maria che così fortemente li spinge alla Sua devozione in questo mese?Quali sono le motivazioni per cui il popolo orienta la sua devozione particolarmente verso la Madre di Dio? Qual è il segreto profondo della devozione popolare?

Anzitutto Maria è per il popolo una presenza protettrice, viva e forte,esemplare e misericordiosa.Il popolo ha di Maria un "sensus fidei" essenziale, un intuito immediato del cuore:sente e conosce immediatamente, senza l'aiuto della ragione o della riflessione, che Maria veglia sulla Chiesa come una madre sui figli.Maria è sentita come Madre premurosa e sensibile alle umane necessità;e i fedeli l'avvertono come una persona pronta a rispondere ai bisogni concreti,attenta ad ascoltare le preghiere a Lei rivolte, disponibile al dialogo.Il mistero di Maria, la donna che parla di sé a chi si rende capace di ascolto, viene compreso dal cuore del popolo per conoscenza immediata.

Il popolo vede in Maria un'Essere di umana immediatezza e l'avverte come particolarmente attenta agli umani bisogni.Nella Sua figura,come un Vangelo senza troppa esegesi,il popolo avverte uno stile,un comportamento interamente umano, quello proprio degli umili, dei semplici, di chi giorno dopo giorno fatica a penetrare e decifrare il volere di Dio.

Il popolo avverte in Maria soprattutto alcune caratteristiche.Anzitutto Maria è vista come Madre potente e misericordiosa.Dio volle che il Salvatore fosse un germoglio della nostra razza,uscisse dalla nostra umanità per mezzo di Maria,la Madre Vergine.Ed è perciò Lei ad aver reso grandi anche noi, trasformato il volto della nostra umanità nel volto di suo Figlio che, per lei,è diventato nostro fratello.Madre di Dio,Maria è anche la nostra madre, per cui è colta come colei che manifesta in un cuore umano la potenza dell'amore infinito di Dio."Figlia del tuo Figlio" Dante fà dire a San Bernardo nel XXXIII canto del Paradiso nella Divina Commedia.

Maria è avvertita come mediatrice perché, attraverso di lei,Dio è venuto e viene a noi e questo è sperimentato dal popolo a partire dalle sue necessità,contraddizioni,angosce,sofferenze.Maria è Colei che comprende,che è attenta alle nostre sofferenze e che concede favori.Per questo l'appellativo "Madre di misericordia" riferito a Maria è uno dei più diffusi e più cari alla pietà popolare.

Di fronte a Maria potente e misericordiosa, il popolo avverte il vuoto radicale del suo essere,e tutta la realtà del peccato. Maria è vista come radicalmente diversa da noi peccatori perché "tutta santa","tutta pura"("Tota pulchra es Maria"  è il canto che a Lei sale dal più profondo del cuore di ogni credente)


Maria è l'ideale del cristiano,il segnale della vita vera.Il popolo percepisce in modo istintivo la santità di Maria e per questo la prega e la contempla.. Questa convinzione si riassume nelle parole: "Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori".La maternità misteriosa e verginale di Maria insieme alla sua eccezionale santità,la fanno sentire una persona familiare e quindi attenta e vicina nella vita. Il popolo ricorre a lei non solo nei momenti di gioia o avvenimenti lieti di una famiglia,ma soprattutto nelle situazioni di bisogno o di disperazione.Questo soprattutto perché il popolo capisce che Maria nella sua esperienza terrena ha sofferto una delle tragedie più grandi per una madre:la morte crudele dell'unico Suo Figlio.Maria ha, quindi, condiviso la sofferenza e l'abbandono,divenendo quasi un simbolo della tragedia umana, e per questo il popolo la sente vicino alla propria storia e,nella sua grandezza,motivo di conforto, consolazione e rifugio.

18 aprile 2026

MALAGODI, UN LIBERALE EUROPEO

 




35 anni fa,il 17 aprile 1991,moriva a Roma Giovanni Malagodi,storico leader del Partito Liberale.Fu parlamentare,Presidente del Senato,ex Ministro del Tesoro.Malagodi era nato a Londra nel 1904 dove il padre Olindo,autorevole giornalista,era corrispondente del quotidiano “La Tribuna” fino poi a diventarne direttore,grazie anche alla lunga e stretta amicizia con  Giovanni Giolitti,che di lui aveva enorme stima.

Olindo Malagodi,che nel 1921 era divenuto Senatore,cercò di dissuadere Giovanni dalla sua passione per la politica perché,con i fascisti al potere,c’era un rischio fisico se non si voleva rinunciare alle proprie idee.Ma intanto il giovane Malagodi si laureva nel 1926 in Giurisprudenza a Napoli discutendo delle Ideologie politiche,relatore un certo Benedetto Croce.Cominciò subito a percorrere la carriera bancaria per studiare ltematiche economiche.Si formò nella Banca Commerciale Italiana,nella Sudameris(Banca franco-italiana per lAmerica del Sud),lavorò in Argentina,e ricop incarichi di responsabilità.

Dopo il Fascismo il Partito Liberale mosse i primi passi in un periodo difficile nel nuovo stato repubblicano.Stretto nella morsa delle due grandi forze,la Dc e il Fronte Popolare PCI-PSI,il PLI non riesce ad avere la forza per rendersi autonomo da siffattcolossi,diversi ma speculari fra loro.Eppure nel PLI c'erano uomini di un'altezza morale imparagonabile come Vittorio Emanuele Orlando,liberale erede della tradizione risorgimentale e Benedetto Croce,presidente del Pli,i quali in quanto componenti liberali dell'Assemblea Costituente,quando viene discusso il Trattato di Pace imposto all’Italia dai vincitori,hanno il coraggio di dire no alla ratifica perchè troppo onerosa.

Nel 1953 Giovanni Malagodi viene eletto deputato del Pli per la prima volta,e per la sua indubbia personalità e le sue grandi capacità già nell'aprile 1954 conquistò la segreteria del partito succedendo Bruno Villabruna.Sono gli anni del Centrismo con Governi a guida democristiana retti da Dc, Psdi,Pli Pri.Malagodi credeva con convinzione in tale formula politica.Allo stesso tempo Malagodi fa del Pli un partito lontano e distante dalla Destra,nonostante le offerte e le lusinghe che gli venivano dal MSI di Almirante.Sempre e orgogliosamente Malagodi rivendicò la netta differenza e la distanza etica e culturale del PLI dalla Destra italiana.Malagodi respinse fermamente i ripetuti appelli per la costituzione di una Grande Destra con MSI e monarchici(abbastanza forti negli anni 50 e 60)pensata da Almirante per avversare le Sinistre e condizionare la Dc.Ma,differenza della DC,il PLI non intese mai escludere per legge la Destra dal panorama politico,anche se ne avrebbe avuto tutto l’interesse a farlo,in base a piccoli e meschini calcoli elettoralistici.

Fautore della democrazia liberale,unico sistema dove possono convivere libertà e progresso sociale,Malagodi difese convintamente l’iniziativa privata,criticò il dirigismo di stato e l’autarchia,ostracizzò l'istituzione delle Regioni viste come causa di corruzione morale e materiale e come nuova grande fonte di spesa per lo Stato.In politica estera rimarcò la necessità della permanenza dell’Italia nella Nato e, nonostante il fallimento per volontà francese della Comunità Europea di Difesa (CED),Malagodi ritenne sempre essenziale una unione europea che si caratterizzasse non solo militarmente, ma anche dal punto di vista politico ed economico.

Nel 1955 si consumò nel PLI forse la più dolorosa ferita della sua storia.Nel dicembre di quell'anno gli esponenti della sinistra liberale,in primis Marco Pannella e Mario Pannunzio,Bruno Villabruna,Nicolò Carandini e Leone Cattani abbandonarono il PLI in contestazione con la linea politica di Giovanni Malagodi giudicata troppo conservatrice e alcuni di loro fondarono il Partito Radicale.Eppure nell'immediato proprio quella linea politica ottenne risultati elettorali a dir poco eccellenti.Nelle elezioni politiche del 1958, con oltre 200 mila voti in più rispetto al 1953, il PLI vede premiatla politica centrista e ancor più successivamente,con la DC che aveva virato verso l'alleanza di governo di centrosinistra con il PSI,il Partito Liberale,andato per scelta all’opposizione,ottenne nelle elezioni politiche del 1963 un autentico boom di consensi balzando dal 3,54 % de1958 a quasi l'8con oltre 2 milioni di voti.Rivelatasi vincente la politica centrista e la chiusura a sinistra,il PLI diventa così la quarta forza politica nazionale.Nelle Provinciali e Comunali 1964 rafforza questi risultati riportando l’11% e distanziando monarchici e missini.

Il PLI riscuote la fiducia del proprio elettorato.Si tratta di un elettorato patriottico,anche con alcune venature destrorse,ma lontano da ogni revanscismo nazionalista,moderato e non estremista,avverso a Pci e Psi,fautore della libertà d’impresa,difensore della proprietà privata e del risparmio.

Col tempo però,quella diffidenza e opposizione della società italiana verso il centrosinistra si annacqua e anzi si assaggiano "i piaceri" dello stato assistenziale e di una politica dirigista e statalista;i cordoni della spesa pubblica si allentano e comincia il tempo delle spese facili che poi porteranno all'enorme buco di bilancio che ancora oggi condiziona il destino delle nuove generazioni.Innegabile dire,però,che la società stava cambiando in Italia come in tutto il mondo.Sul finire degli anni Sessanta ltranquillità degli anni del boom economico svanisce travolta da un fenomeno che,proveniente dagli Usa,tocca molta parte dell’Europa: la Contestazione giovanile. Nel denunciare la società consumistica e l’autoritarismo dei professori,i contestatori invocano più uguaglianza ed un maggiore coinvolgimento nei processi decisionali.La Contestazione dà voce anche alle rivendicazioni operaie che trovano nel filosofo marxista tedesco Herbert Marcuse uno dei punti di riferimento.

Contrario ad una “politica artificiosamente giovanilistica”,Malagodi è dell’avviso che quelle contestazioni giovanili hanno una portata positiva,perchè lui è certo che la “protesta libertaria” presente in quelle proteste è destinata a sfociare nel Liberalismo. I fatti gli daranno ragione visto che, nel giro di alcuni lustri, non pochi contestatori di quegli anni che avevano abbracciata la causa comunista, diverranno dei convinti liberali.Solo per fare qualche nome Giuliano Ferrara,Paolo Mieli,Ferdinando Adornato e Carlo Ripa di Meana.

Ma al di là di quelli che furono gli esiti elettorali del PLI,ricordare Giovanni Malagodi significa sempre parlare di un uomo nel quale erano profondissimi i radicamenti di cultura liberale in uno Stato moderno,volti alla tutela della libertà e della dignità dell’individuo dei quali all’epoca Malagodi fu strenuo difensore con una guida politica di grande spessore.Di Malagodi colpiva la sua profondissima cultura,non solo nella sua materia che era quella economica;frequentava,parlando correntemente quattro lingue,molti consessi internazionali e si restava meravigliati nel vedere la sua fulminea carriera sia nella leggendaria Banca Commerciale di Toepliz e di Mattioli,quest'ultimo chiamato il "banchiere umanista".Nella Banca Commerciale,ancora giovanissimo,aveva raggiunto il grado di direttore centrale.E poi tutti gli altri consessi ed organismi internazionali,nei quali aveva svolto importanti incarichi fra economia e diplomazia, all’OECE (l'Organizzazione internazionale fondata a Parigi da 16 stati europei per coordinare la ricostruzione post-bellica e la gestione degli aiuti statunitensi del Piano Marshall).E poi il "Bureau du Travail International" a Ginevra e alla NATO,e la segreteria del PLI al quale aveva aderito appena due anni prima.

Ascoltando i suoi discorsi,era impossibile sottrarsi al fascino di un’oratoria fluida,chiara,a una logica stringente,dotata di grande efficacia persuasiva,ed anche nelle Tribune Politiche televisive Malagodi era del tutto alieno dal rifugiarsi nella retorica,nei ragionamenti barocchi, nebulosi e labirintici propri dei politici dell’epoca;nei suoi ragionamenti,invece,confluivano la sua vasta e profonda cultura umanistica e politica ed un’importante esperienza nel campo della finanza internazionale.

In quegli anni dominava in Italia un cattolicesimo politico non più degasperiano,ma incline alle suggestioni dossettiane il cui interprete era Amintore Fanfani.Il leader della DC era sostenitore di un’economia pubblica allargata ed invasiva,convinto che per realizzare una società inspirata al pensiero sociale-cattolico il potere pubblico doveva controllare l’economia mediante la programmazione dello sviluppo economico, mentre, sul piano politico, sosteneva la necessità dell’ingresso nel Governo del Partito Socialista  che considerava maturo per tale esperienza in quanto sciolto dall’alleanza con il PCI e dalla pregiudiziale marxista.Nulla di più contrario alla concezione liberale dello Stato e dell’economia.Malagodi, alla guida di un piccolo partito,ebbe il coraggio di sfidare il pachiderma Democrazia Cristiana ed intraprese un’opposizione intransigente ma, a un tempo, leale e costruttiva contro la politica del centrosinistra,usando le armi della ragione,forte della competenza,dell’ autorevolezza e del rispetto che gli riconosceva gran parte dell’opinione pubblica,anche se di diverso orientamento politico.Malagodi puntò decisamente contro la nazionalizzazione delle imprese elettriche,la programmazione economica,l’introduzione delle Regioni,viste come una moltiplicazione di spesa e burocrazia inefficiente,fu contro la nuova disciplina dei patti agrari e contro l’invadenza dello Stato padrone nell’economia con funzioni di regolazione del mercato che prescindevano da criteri di economicità.

E fu perciò che la politica di Malagodi si concentrò nella difesa della libertà di mercato e della concorrenza facendosi promotore di una proposta di legge antimonopolista per riequilibrare il mercato che non fu presa in esame perché osteggiata dalla maggioranza.Per Malagodi,nel solco del liberalismo crociano,il solco fondamentale da percorrere era quello dello “Stato minimo”.I pubblici poteri dovevano limitarsi alle funzioni ad essi proprie per sostenere, senza indulgere ad alcuna forma di paternalismo,i deboli senza umiliare i capaci; ritirarsi dalle mansioni di cui si andavano appropriando,limitando l’autonomia dei cittadini;astenersi dall’elargire sussidi e prebende.Malagodi soleva ripetere che "la maggior forza creatrice è la libertà e il maggior strumento di questa è l’individuo autonomo".

E' qui il fulcro del liberalismo malagodiano che concepiva l’economia non come un fine,ma come un mezzo per la salvaguardia delle istituzioni liberali e la dignità dell’uomo.Malagodi non fu in realtà pregiudizialmente contrario ad una collaborazione con i socialisti,subordinandola però ad un loro effettivo distacco dai comunisti,anche se ne dubitava fortemente,intuendo nella politica della DC di Aldo Moro i prologhi di quello che sarebbe poi stato definito compromesso storico.Ma altri esponenti liberali,ed in particolare l'altro "padre nobile" del PLI,Aldo Bozzi,lo avvertivano circa “il processo d’isolamento” che stava subendo il Partito Liberale durante la fase del centrosinistra che ne provocava la progressiva falcidia della rappresentanza parlamentare.

Malagodi rifiutò di essere confinato nell’ipocrita figura del “grande vecchio” e continuò a sostenere intensamente il suo liberalismo impegnandosi sia nell’ Internazionale Liberale,fondata nel 1947 sotto la presidenza di Salvador de Madariaga,i cui principi fondanti furono aggiornati dalla Dichiarazione Liberale di Oxford del 1967  redatta dallo stesso Malagodi,sia come senatore liberale,diventando anzi Presidente del Senato fino al 1987.

La continuità del proprio pensiero e degli ideali che avevano ispirato la sua azione, l ’incrollabile fede nella libertà, Malagodi le manifestò ancora nella presentazione della sua creatura ”Libro Aperto” nel 1980:”Ci muoveremo a mezza quota fra il puro cielo della dottrina e l’accidentato terreno del quotidiano….Non ci limiteremo all’Italia. I problemi della politica presentano molti tratti comuni nei diversi paesi del mondo, compresi quelli in via di sviluppo”.

La fine della leadership malagodiana del PLI fu segnata da notevoli polemiche.Lo sostituì alla guida della segreteria un altro grande liberale,quel Valerio Zanone di cui quest'anno ricorrono i 10 anni dalla scomparsa.Furono mosse a Malagodi molte critiche,alcune anche ingenerose,come uomo sorpassato e fuori dai tempi,ostinato su questioni di principio, insensibile ai grandi fenomeni sociali che si andavano manifestando in Italia.Nei suoi atteggiamenti si criticò il suo carattere spigoloso,e i suoi discorsi furono giudicati incapaci di arrivare al cuore della gente in quanto,fu detto,”illuminano,ma non scaldano,non concedono nulla  alla fantasia,alle passioni,agli umori".

Ma,come detto,molte di queste critiche erano profondamente ingiuste.In realtà Malagodi era uomo di profonda cultura umanistica ed economica,conoscitore di molti e diversi Paesi;quasi uno spirito "religioso",a dir così,il suo.Forse gli ha nociuto la scarsa dote di duttilità in certi incontri.Ma Malagodi era questo:uomo tenace di convinzioni radicate e profonde che non indulgeva ad alcun opportunismo perché incapace di dire cose diverse da quelle che gl’imponeva la sua coscienza con fervore quasi sacerdotale.La verità è che per uomini come Malagodi la politica impone una moralità alta,esigente ed intransigente.

Ecco perchè ancora oggi indelebile rimane il ricordo di Giovanni Malagodi.Il ricordo di uno dei più grandi protagonisti della vita politica italiana del Novecento non è diluito dalla distanza degli anni e mi fa dire che Malagodi non fu in realtà un perdente.Alla linea politica di Malagodi non si può non riconoscere preveggenza e intuito.Nell’introduzione delle Regioni il grande liberale paventava il rischio della messa in pericolo dell’unità dello Stato che la nuova e confusa articolazione di poteri e funzioni avrebbe comportato(e oggi infatti lo vediamo concretamente)nonché il pericolo,poi divenuto una triste realtà, che la spesa regionale sarebbe "esplosa" perché gestita da una classe politica che non doveva darne conto ai cittadini.

La nazionalizzazione del settore elettrico, causata dal fallimento del mercato,fu criticata per le connotazioni politiche che la qualificavano e per le modalità attuative. Si affermò all’epoca da parte di Riccardo Lombardi, autorevole politico socialista, e di La Malfa,leader del Partito Repubblicano,che con la nazionalizzazione s’intendeva mettere un bastone fra le ruote del sistema capitalistico e introdurre una sorta di governo dell’economia.Ed invece Malagodi denunciò che con la nazionalizzazione si compiva un sostanziale esproprio perché si colpiva il valore di Borsa delle azioni mettendo in crisi le imprese.

La critica alla programmazione economica(che infatti si rivelò misura illusoria tanto che lo stesso Fanfani la ribattezzò” il libro dei sogni”)si fondava su di una limpida concezione liberale che non crede alla “mitologia dei piani”, ai profeti di salvezza che pretendono    di conoscere la verità e di farti felice “a loro modo”.E tutta l’invadenza dello Stato nell’economia fu criticata da Malagodi non già per insensibilità sociale, come fu detto, ma perché volta a procurare facile consenso mediante le risorse pubbliche, creando categorie privilegiate e consentendo ai partiti politici di accedere alla gestione dei fondi pubblici mediante la nomina di persone meno competenti che fedeli.E a quanti sprechi abbiamo assistito negli anni,fino ai nostri giorni,di ingenti quantità di denaro pubblico per mantenere in vita imprese al di fuori di una logica di mercato o per ripianare le perdite di imprese e di enti pubblici degradati a meri esecutori di direttive politiche.

E come Malagodi denunciava e temeva la malapolitica ha inciso  sui rapporti economici creando collusione tra il mondo politico e il mondo dell’economia,a fenomeni di assistenzialismo e di corruzione privilegiando gli interessi settoriali forti risolvendosi in una pubblicizzazione dell’economia senza vera socialità.Mentre lievitavano gli enti pubblici, declinava la morale pubblica.

Malagodi fece parte di un’esigua classe dirigente il cui codice contemplava devozione al bene comune, scrupolosa probità, decoro,grande apertura culturale,fede sincera e appassionata nella democrazia liberale,doti queste che furono meno apprezzate all’epoca di quanto possano esserlo dalle nuove generazioni.Questo "credo" malagodiano,se comparato al paesaggio politico attuale, fatto di semplificazione demagogica dei problemi, di dileggio della cultura quale privilegio castale, di impoverimento del linguaggio, della rivendicazione orgogliosa dell’incompetenza,di mancanza di visione politica,di appiattimento, trasformista e narcisista,rappresentino ancora un monito,ma anche  un’eredità da non disperdere per tentare di riempire il vuoto di oggi.