01 febbraio 2026

FEBBRAIO,IL TEMPO DEL RISVEGLIO




Ogni anno, mentre mi accorgo che Febbraio

è pieno di pulsioni e che per pudore cerca di nasconderle,

spuntano i primi fiori gialli della mimosa.

Essa sembra dipinta nella cornice della finestra

di quella della casa in cui abitavo da giovane

e di questa dove vivo la vecchiaia.

Mentre mi avvicino alla morte,

sarà il segno che nessuna cosa muore davvero

Se poi ritorna sotto altra forma?

O finalmente scoprirò che la morte

esiste solo in apparenza (è solo fisica)?

“Febbraio” è una poesia di Giuseppe Ungaretti che fa parte di un racconto più lungo,una sorta di bilancio esistenziale in versi dove dominano i temi dell'inverno,del senso della vita e della morte,della capacità della natura di auto rigenerarsi e dell'innocenza perduta.

Così il secondo mese dell'anno offre all'autore lo spunto ideale per riflettere sulle questioni che lo presero e lo coinvolsero sempre nella sua speculazione intellettuale,questioni che rimasero sempre in una tensione tra il filosofico e il religioso."Febbraio" di Giuseppe Ungaretti è la poesia perfetta per celebrare il mese appena cominciato, non solo perché infonde un grande senso di pace, ma soprattutto per il messaggio di speranza che trasmette,e cioè che no,la morte non è solo la conclusione di un percorso esistenziale e la fine di tutto.

Infatti in un testo piuttosto breve ma più discorsivo,il poeta originario di Alessandria d’Egitto affronta la tematica che gli è più cara,ovvero la caducità della vita e la certezza della morte; quest’ultima,tuttavia,non è vista in maniera del tutto negativa e che non dà senso all'esistere umano come può sembrare e come di solito la riteniamo,bensì l’inizio di un’altra parte dell’esistenza, misteriosa ma forse addirittura migliore dell’altra.

Febbraio è Il culmine dell’inverno già foriero però della primavera prossima a venire;febbraio,che poi è anche il mese di nascita del poeta, è per Ungaretti il momento ideale per chiudersi nei propri pensieri e abbandonarsi alle considerazioni esistenziali intorno a cui si incentra la sua produzione letteraria.

La poesia "Febbraio",contrariamente a quella che fu tutta la sua produzione poetica,è uno dei componimenti meno ermetici di Ungaretti e fra i più positivi per quanto riguarda la sostanza di ciò che comunica al lettore.La struttura compositiva è chiaramente classica,ed è strettamente funzionale al ragionamento filosofico/religioso che vi si espone.Tutto il brano supporta le considerazioni del poeta,ponendo in risalto le conclusioni che l’autore trae,cioè che la vita è più forte della morte.

Il mese di febbraio  viene paragonato nella poesia ad un adolescente che,vergognandosi delle proprie pulsioni vitali (sensitivo),reagisce cercando di nasconderlo in continui e repentini cambiamenti del clima (torbido); la mimosa che inonda di giallo,quindi con colori vivaci e solari,l’ambiente ancora immerso nel grigiore invernale,rappresenta uno sprazzo di vita che squarcia le tenebre della morte,mentre il fatto che proprio questo piccolo,umile fiore fiorisca sempre uguale, nella casa della giovinezza come in quella della vecchiaia,quasi negli anni rimanesse la stessa,acuisce il senso di perpetuità e ciclicità proprio di tutto ciò che è naturale.

Il poeta interpreta questa evidenza come il segno che nessuna cosa muore veramente e, forse, neanche gli esseri umani,che pure alla natura appartengono.Oppure la morte riguarda solo la parte fisica e materiale (apparenza), ma non intacca la sostanza di persone e cose, che invece continua a vivere.Perchè è qui il messaggio di positività e speranza di "Febbraio":la morte non uccide l’anima e non è la fine della vita.

E non a caso Ungaretti scrive Febbraio in età matura, quando il suo lungo e tortuoso viaggio interiore alla scoperta dell’autenticità della vita si è da tempo concluso trovando nel Dio cristiano l’agognato approdo dell’anima.Nel cattolicesimo il poeta coglie non solo il dissolvimento dei mille dubbi che lo assillavano da sempre,ma vi riconosce anche l’unico balsamo capace di lenire la sua radicata inquietudine caratteriale.

Nell’ultimo Ungaretti,infatti,la tematica esistenziale continua ad essere dominante,ma è più serena,pacata,priva dell’angoscia che invece pervade le opere precedenti.Una nuova e consapevole maturità compensa la fragilità dovuta agli anni che avanzano e dona all’artista una pace in passato sconosciuta.In prossimità della vecchiaia il pensiero della morte si fa più insistente, ma trova anche risposte inattese, cariche di speranza e positività, come prima non sarebbe stato possibile.

Anche le stimolazioni dei sensi giocano un ruolo fondamentale in "Febbraio" e stimolano il raccoglimento e la meditazione.Nel secondo mese dell’anno, infatti, l’inverno raggiunge il suo picco massimo,ma già si prepara l’arrivo della primavera,che con la sua luce e i suoi colori è vista classicamente come il tempo della speranza.Proprio al culmine del buio,dunque,la luce comincia lentamente a farsi strada.E allora ecco che nella desolazione del paesaggio circostante quel fiore,la mimosa,fiorisce ancora e come un lampo la vita di nuovo rinasce,l’albero non è più spoglio, l’oscurità si rischiara.

E allora il poeta si chiede:e se la morte non esistesse? Se tutto fosse, anche noi, un’eterna rinascita?Come la mimosa, che ogni anno rifiorisce sempre uguale a se stessa.Oppure, prosegue Ungaretti, la morte potrebbe riguardare solo l’apparenza, non la sostanza, creata per essere eterna.La morte è naturale e inevitabile,ma potrebbe non essere la fine di tutto come temiamo, mentre la risposta su cosa ci sia dopo di essa, potremmo trovarla semplicemente guardandoci intorno, scoprendo al contempo che non è affatto negativa o terribile come pensiamo.

Ovviamente nessun uomo, neppure Ungaretti, ha la risposta ai grandi dilemmi che ci accompagnano fin dalla notte dei tempi, ma il messaggio di speranza racchiuso in Febbraio è potente e bellissimo.

20 gennaio 2026

LA DEMOCRAZIA DI PULCINELLA





Crans-Montana è una delle più note ed esclusive località sciistiche in Svizzera,ed ogni anno centinaia di migliaia di turisti,molti provenienti dall'estero,trascorrono le proprie vacanze su quelle piste.È considerata una meta turistica di lusso e negli anni è stata frequentata da numerosi personaggi famosi,come gli attori Roger Moore e Gina Lollobrigida.

Ma il 31 dicembre 2025 Crans Montana è stata sede di un'immane tragedia.La notte di Capodanno all'interno di un locale di quel paesino elvetico si è sviluppato un incendio,causato dall'uso di candele pirotecniche,che hanno dato fuoco al rivestimento del soffitto,innescando un pauroso incendio che ha causato la morte di 40 persone e quasi 120 feriti,in gran parte giovani e giovanissimi.Una serata di festa che si trasforma in incubo per decine di giovanissimi,la maggior parte dei quali ancora oggi in condizioni gravissime per le ustioni riportate.L'orrore si è materializzato poche ore dopo l’arrivo del nuovo anno nel locale Le Constellation,di proprietà di una coppia francese,i coniugi Moretti,e ha spezzato le vite di decine di adolescenti,riuniti a festeggiare l'arrivo del nuovo anno.

L’incendio di Crans-Montana ha destato un'attenzione mediatica internazionale senza precedenti per la Svizzera.A livello di opinione pubblica e di stampa estera lo sconcerto è cresciuto giorno dopo giorno,ovviamente anche per la giovanissima età delle vittime(alcune tra esse avevano tra i 15 e i 17 anni).Questa attenzione mediatica e questa sensibilità della pubblica opinione si è accentuata con l'inizio delle indagini che hanno visti al centro delle attenzioni dei giudici svizzeri anzitutto i coniugi Moretti,proprietari del locale,e il Comune di Crans-Montana,per la probabile mancata effettuazione di controlli su "Le Constellation",il locale andato a fuoco.

Ma proprio questa emotività,questa attenzione quasi angosciata dell'opinione pubblica ha scatenato un'autentica bufera mediatica quando il Tribunale delle misure coercitive di Sion ha disposto la scarcerazione di Jacques Moretti(che era in carcerazione preventiva),dietro versamento di una cauzione di 200.000 franchi versata da un amico stretto della coppia dei proprietari del "Constellation",e che però allo stato rimane indagato con la moglie Jessica Maric per omicidio,lesioni e incendio colposi.

Questa decisione dei giudici svizzeri ha suscitato forti reazioni negative comprensibilmente nelle famiglie delle vittime,ma anche in grande parte dell'opinione pubblica italiana,che ancora vive il dramma di Capodanno.Quello che era meno,anzi per niente,scontato era la furiosa reazione del governo italiano alla decisisione di scarcerazione dei giudici svizzeri.La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito la decisione “un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di Capodanno e un insulto alle loro famiglie”.Anche il vicepremier e ministro degli Esteri,Antonio Tajani,ha condannato l’atto definendolo un oltraggio alla sensibilità delle famiglie e poi ovviamente è arrivato,"lui",il solito fenomeno,il leader della Lega, Matteo Salvini,che ha commentato la decisione sui social con un secco “Vergogna!”.Di lì a qualche ora il governo italiano ha ritirato per protesta l'ambasciatore italiano in Svizzera.

Risulta evidente come l'esecutivo italiano abbia voluto strumentalizzare in maniera ignobile la tragedia di Capodanno per un miserabile e becero calcolo di accattonaggio di qualche consenso mediatico ed elettorale.Eppure anche la Francia ha avuto dei ragazzi morti nel rogo di Crans-Montana,ma non si è certo sognata di adottare decisioni come quella del governo italiano.Ma per il governo populista italiano non esiste lo stato di diritto:anzi,questi demagoghi al potere oggi in Italia dimostrano un totale analfabetismo dei principi cardine del costituzionalismo liberale classicamente risalenti a Montesquieu e poi realizzati storicamente nelle grandi Rivoluzioni dell’età moderna e nei documenti costituzionali contemporanei.Senza voler dire poi niente dell'indebita intromissione nella giurisdizione di uno Stato straniero.

Fosse stato per il Governo italiano tanto valeva procedere ad impiccarli subito e senza processo i coniugi Moretti al primo albero che capitava.Massì,una cosa spiccia,agile,semplice,corrispondente a quel sentimento generale corrente nella pubblica opinione italiana  verso il capro espiatorio prima e al di là dell'accertamento di responsabilità.

La verità è che il comportamento del governo ha descritto questo Paese.Siamo un Paese costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli,i quali ,invece,comunque hanno diritto a un legittimo processo e a tutte le garanzie di difesa.Del resto di che meravigliarsi?Sull'italica terra si aggira ancora un giudice,tal Piercamillo Davigo,secondo il quale "non esistono innocenti,ma solo furbi che l'hanno fatta franca".Un Paese dove tutto si risolve nel più feroce panpenalismo,mettendo in carcere in via preventiva,prima del processo la gente(che poi magari risulta innocente chissenefrega)e buttando la chiave,sempre nel culto dell'eterno sospetto:"però qualcosa avrà pur fatto".E se l’abominio del carcere non basta,mettiamoci pure l'introduzione di nuove pene e l'aumento di pene già esistenti anche per reati bagattelari.E mentre è in pieno svolgimento la campagna referendaria su una riforma della giustizia voluta proprio dal governo per riformare la giustizia sommaria,ecco che proprio il governo si improvvisa sceriffo.

Certo è singolare.Il capo del Governo italiano,Giorgia Meloni,e il ministro degli Esteri,Antonio Tajani,continuatore(a sentir lui)della battaglia sulla divisione delle carriere che Silvio Berlusconi propugnava già 30 anni fa contro le esondazioni della giustizia e il penalismo politico vendicativo,oggi muovono bellamente guerra diplomatica e morale alla Svizzera perché un tribunale del riesame fissa una cauzione per la libertà personale dei due indagati per l’incendio e la strage dei ragazzi a Capodanno.Si grida all’oltraggio per la memoria delle vittime e per il dolore dei sopravvissuti. Come si faccia a passare con tanta disinvoltura dal garantismo sussiegoso alla bestialità demagogica giustizialista è un qualcosa di veramente inspiegabile.

Lo scandalo vero,in realtà,non è la rimessione in libertà dell'imputato secondo la legge del paese elvetico,ma sarebbe,eventualmente,la conduzione omissiva delle indagini, la mancata puntuale ricostruzione dei fatti e delle cause, la messa in questione del rispetto di quei controlli che, lo si è visto dopo il caso tragico di Crans, non si fanno con rigore non solo in Svizzera il 31 dicembre ma nemmeno nell’ordinaria vita notturna del Piper Club a Roma,e in chissà quanti altri luoghi di svago di questo nostro scassatissimo Paese. Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti non ha niente a che vedere con la pretesa invocata di mettere in catene due presunti(sì,presunti:in una democrazia liberale non ci si deve mai stancare di ripeterla questa parola)colpevoli.Un governo non può sbattersene della divisione dei poteri,dei controlli e delle garanzie di un processo giusto per elevare una forca in piazza,inventarsi un sistema di complicità ambientale e processare in modo sommario i presunti(presunti,Presidente Meloni,ministri Tajani e Salvini)colpevoli,perché si possa soddisfare la rabbia della pubblica opinione,garantendo nel contempo un consenso facile,truce e immediato a chi la spara più grossa,a chi per primo fornisce la corda per appendere alla corda i delinquenti e anche le classi dirigenti della Svizzera presunta colpevole.

Il dramma nel dramma è il comportamento della stampa(indecente la trasmissione di Gianluigi Nuzzi su Mediaset)perversamente orientata a insinuare invece che accertare,con quel dilagare di frasi ed immagini a effetto sicuro, la diffusione del sospetto come anticamera della ghigliottina.I feriti sono ancora in situazioni di emergenza, il numero di vite rovinate e tuttora in pericolo è altissimo,ma il rispetto per tutto questo dolore è praticamente pari a zero.

Perchè poi con il richiamo dell’ambasciatore italiano in Svizzera,il governo italiano ha dimostrato pure un'altra cosa e cioè di essere sovranista all’amatriciana,perché il sovranismo preclude l’ingerenza nelle leggi e nei costumi di ogni altra nazione.Forse qualcuno ha dimenticato quando Giorgia Meloni sosteneva l'impossibilità,per il governo italiano,di intervenire direttamente sulla magistratura ungherese(del suo bel compare sovranista ungherese Orban)nel caso di Ilaria Salis,propro nel rispetto dell'indipendenza giudiziaria della magistratura ungherese,non potendo interferire con i processi in uno Stato sovrano.

Per fare i liberali "veri" e quindi i garantisti autentici e non a giorni alterni bisogna avere coraggio:il coraggio,per esempio,di chiedere il rispetto di regole e diritti anzitutto per gli accusati più odiosi e indifendibili, protagonisti dei crimini più orrendi.Anche di Totò Riina,anche di Renato Curcio.A difendere Madre Teresa di Calcutta son tutti bravi e si prendono solo applausi;ma se non si affermano i principi della democrazia liberale e del garantismo a ogni costo è da lì che comincia l’erosione dei diritti di tutti.Basta guardare i due cittadini bianchi americani ammazzati in mezzo alla strada dalle squadracce trumpiane dell'ICE("Immigration and Customs Enforcement")le squadracce neonaziste di Donald Trump,che in teoria dovrebbero dar la caccia ai cosiddetti "clandestini".Chiedendo le maniere spicce (a dir così)per gli altri non ci accorgiamo di allestire la forca per noi stessi.Indebolendo regole e garanzie universali, rendiamo sempre più facile che per quei metodi spicci passino sempre più innocenti.

Questo è il motivo perché tutti gli italiani,per quanto giustamente indignati dal comportamento dei proprietari del Crans-Montana, dovrebbero vergognarsi per l'indegna sceneggiata messa su dalla Premier Giorgia Meloni e dal ministro Antonio Tajani,arrivati a richiamare l’ambasciatore semplicemente perché in Svizzera un tribunale ha rimesso in libertà dietro cauzione Jacques Moretti,non essendo stati,lui e la moglie  ancora condannati con un giusto processo.Lui o chi per lui quella cauzione l’ha pagata ed è tornato a casa,restando comunque sotto sorveglianza,sottoposto alle stesse misure restrittive già applicate per sua moglie Jessica.

Il rispetto per il dolore delle vittime invocato dagli stessi esponenti del governo,dovrebbe risolversi nell’accanita e puntigliosa ricerca della verità,niente che dipenda dalla decisione giurisdizionale sulla libertà personale di due indagati, che può essere in sé, giuridicamente giusta o sbagliata,ma che non è giusto combattere con argomenti da "tricoteuse".Questa vicenda e lo scomposto agitarsi del governo italiano fà porre,inevitabilmente una domanda.Se con il referendum sulla giustizia si vuole davvero una giustizia più garantista,il governo Meloni,che questa riforma ha promosso,fa' dubitare che con questo osceno spettacolo forcaiolo offerto sia veramente capace di sfruttare una eventuale vittoria del Sì per una riforma del sistema giudiziario. 

10 gennaio 2026

VALERIO, NESSUNO COME LUI






Il Piemonte da sempre è stata Terra liberale:molti fra i più importanti politici ed intellettuali italiani di cultura liberale sono nati in Piemonte ed hanno avuto affinità caratteriali riconducibili proprio al loro essere piemontesi.Qualche nome per esemplificare solo tra i maggiori:Camillo Benso di Cavour,anzitutto e soprattutto,ed alcuni protagonisti della Destra storica come Giovanni Lanza e Quintino Sella;poi studiosi ed esponenti dell'Università di Torino come Luigi Einaudi e Francesco Ruffini;senza dimenticare  uomini di governo della statura di Giovanni Giolitti. Piemontese fu anche il liberale eretico per antonomasia, Piero Gobetti, morto giovanissimo,a soli 26 anni, massacrato dalle squadracce fasciste.E ancora ci sono da ricordare tanti parlamentari e e uomini di governo come Marcello Soleri e Manlio Brosio.

Anche Valerio Zanone,nato nel 1936 e morto giusto 10 anni fa,il 7 gennaio 2016,fu un liberale della scuola del Piemonte:essenziale,antiretorico,riformatore per vocazione e pragmatico nell'approccio ai problemi e nel modo di affrontarli.E Zanone conservò questo costume di intellettuale anche quando ebbe rilevanti responsabilità politiche. Torinese nell’anima,liberale e riformista nelle scelte,nemico di sovranità assolute.Il suo esempio di vita mostra una rara coerenza che si fà bellezza.La voce mai gridata, perché forte nelle idee,si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona.

Il Novecento fu definito "Il Secolo breve" secondo la famosa definizione dello storico britannico  Eric Hobsbawm per significare che esso durò essenzialmente tra l'inizio della Prima Guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino nel 1989.In questo arco temporale,in questi soli 80 anni,è accaduto tutto e di tutto.In questi 80 anni è segnato anche il contrasto fra le democrazie liberali e l'ideologia totalitaria,ed è perciò naturale che poi,al crollo del comunismo,tutti si son detti liberali tanto da generare una vera inflazione della specie.Era divenuto "normale",facile perfino,e certo "comodo" definirsi "liberale",lo facevano anche quelli che quell'idea l'avevano sempre avversata.Ma per Zanone essere liberali era molto altro e molto di più.Per lui per essere veramente «liberale» occorerrebbe indicare il modo ed il fine dell'essere liberale,e anche il «come» e il «perché»;e per quell'inflazione del termine,si rendeva necessario aggiungere anche «da quando».

Per Valerio Zanone il "quando" furono i suoi 18 anni;fu a quell'età che lesse "La storia come pensiero e come azione di Benedetto Croce.Fu in quell'idea della storia umana che procede sul crinale di una libertà mai del tutto raggiunta e mai del tutto perduta che Valerio trovò quella che poi sarebbe divenuta la sua regola per tutta la vita;fu allora che divenne liberale,anche se poi in lui incise moltissimo il rigore e l'etica di un altro grande torinese,Piero Gobetti.Da allora Zanone si convinse,ogni giorno di più,di non poter essere altro che un liberale e lo fu per 40 anni in maniera sempre più convinta.

E ci fu anche un «come» essere liberale per Zanone;in quei 40 anni alternò i suoi studi sul liberalismo con una prolungata carriera parlamentare e governativa.Lui era un grande intellettuale,un fine uomo di cultura,ma in lui ci fu forte anche la volontà di cambiarle le cose con un concreto agire liberale all'interno del piccolo Partito Liberale(del quale diventò segretario sostituendo Malagodi)e al governo.

Ma al di là del "quando" e del "come",l'essenziale per Zanone era il "perché?".Perchè essere liberale?La sua risposta era che l'essere liberale significava non pensar mai che il credo politico conduca a rivelazioni definitive, certezze assolute, valori ultimi.E questo,se ci si pensa,è l'essenza stessa del liberalismo.Questo è l' "l'homo liberalis",il "tipo" antropologico liberale:l'individuo che afferma le proprie convinzioni senza ritenerle infallibili.Ciò che più lo convinceva della validità del metodo liberale era proprio la sua apparente provvisorietà,la facoltà che esso concede ed anzi richiede di dichiararsi mai sicuri ma incerti, di riconoscersi in errore.Come conseguenza inevitabile ne deriva anche una legittima diffidenza verso il culto dei capi,sempre più accentuato negli ultimi 30 anni della politica italiana,nei quali la telecrazia berlusconiana ha accentuato i tratti carismatici e divistici.

Spesso Zanone diceva che:"Ogni volta che sul televisore appare un leader troppo sicuro di sé è meglio cercare un altro canale e soprattutto un altro partito".Perchè è proprio del "tipo" antropologico liberale di prestarsi ad opzioni politiche completamente difformi.E Zanone amava ripetere di essere un liberale,come Manzoni diceva dei traviati, «di una certa specie» e la sua specie è stata sempre quella liberaldemocratica.Perchè storicamente il genere liberale si è diviso in passato in due specie, quella dei liberali democratici e quella dei liberali elitari.

Ma la cultura politica nella quale si riconosceva Valerio Zanone era invece fondata sul connubio indissolubile fra liberalismo e democrazia.Lui si riconosceva nella democrazia liberale con l'avvertenza che nella locuzione l'aggettivo per lui era più importante del sostantivo.Dall'associazione fra liberalismo e democrazia discendono conseguenze culturali che producono a loro volta fatti rilevanti nella prassi politica.Il liberaldemocratico è portato a superare l'alternativa antica fra libertà negativa (la libertà come assenza di coercizione) e libertà positiva (la libertà per tutti di avere parte nella vita pubblica);i due concetti non sono in antitesi,ma si coordinano tra loro.In secondo luogo,il liberaldemocratico è portato a superare l'antitesi anche più antica fra libertà ed eguaglianza.

La sintesi fra i sacri princìpi della Rivoluzione del 1789 non riguarda soltanto l'eguaglianza delle opportunità nei punti di partenza.Per il liberaldemocratico la sintesi fra libertà ed eguaglianza non riguarda solo i punti di partenza ma anche i risultati,nel senso che il liberalismo democratico riconosce agli individui meno fortunati il diritto ad un grado più o meno elevato di protezione sociale.Ciò comporta l'accettazione anche di quella funzione redistributiva dello Stato sociale che invece il liberismo avversa almeno nelle sue accezioni più intransigenti,perchè il liberismo intransigente considera infatti la democrazia liberale come una contaminazione del liberalismo classico se non addirittura un cedimento al socialismo.

Eppure nel primo ventennio del nuovo Millennio la stessa America liberista del periodo successivo alla grande crisi finanziaria che poi andò sotto il nome Lehman Brothers del 2008 ci fu una ridefinizione dell'azione  pubblica in favore degli svantaggiati in termini non solo economici ma anche di diritti individuali, in una cornice liberale e non socialista.E da lucido intellettuale qual'era Zanone intravedeva già il futuro;egli infatti già vedeva i nemici delle democrazie liberali che si andavano stagliando all'orizzonte:anche dopo la caduta del Muro gli antagonisti non mancavano di certo:l'integralismo islamico,il capitalismo asiatico,le tecnocrazie transnazionali.Ecco perchè per la democrazia liberale ogni successo è sempre il «penultimo».La recessione infatti portò come rimedio,a massicci interventi statali (salvataggi bancari, stimoli economici), in contrasto con i principi liberisti puri, segnando un'inversione di rotta temporanea verso un maggior ruolo dello Stato,senza poi voler dire dei provvedimenti della Presidenza Obama tra il 2009 2017),con forte enfasi sulla sanità (Affordable Care Act),sostenendo anche e soprattutto in campo sanitario il concetto di "moderno liberalismo"(uguaglianza come prerequisito per la libertà)oltre a investimenti pubblici, pur in un contesto di debito crescente.

E da lucido intellettuale qual'era Zanone intravedeva già il futuro;egli infatti già vedeva i nemici delle democrazie liberali che si andavano stagliando all'orizzonte:anche dopo la caduta del Muro gli antagonisti non mancano:l'integralismo islamico,il capitalismo asiatico,le tecnocrazie transnazionali.Ecco perchè per la democrazia liberale ogni successo è sempre il «penultimo»,si deve sempre lottare per un altro e ulteriore momento di libertà.

Valerio Zanone è stato uno dei pochissimi politici italiani che sia stato realmente anche un uomo di cultura.Forse la sua vera passione risiedeva nell’impegno intellettuale.Zanone, liberale da una vita e per l’intera sua vita,fu uomo di cultura, di profonda cultura.Valerio era, al fondo,soprattutto uomo di cultura prestato alla politica.La cultura di Valerio era la sua cifra, il suo tratto distintivo.Perchè Zanone non era di certo un propagandista:i suoi interventi erano la condivisione di riflessioni,ponderate e filtrate dalla sua essenza di liberale storicamente consapevole del ruolo, ma anche dei limiti, del liberalismo. Chi lo ascoltava poteva esser persuaso dai suoi argomenti o rifiutarli. Ma avrebbe anche potuto avere l’ambizione di arricchire le idee che Valerio aveva appena espresse, perché in Zanone prevaleva sempre la tensione verso la civiltà del dialogo che poi era il suo stesso tratto umano.

Questa superiore forma di civiltà era rappresentata dal suo mai trattare il proprio interlocutore in modo paternalistico o,tantomeno,di pretesa superiorità: trattava chi si rivolgeva a lui riconoscendo piena dignità alle idee anche le più diverse dalle sue.La pratica del liberalismo, che non è e non può essere una chiesa,aveva abituato Valerio a questa naturale e profonda forma di tolleranza.Ma, come detto,quella tolleranza,quella civiltà del dialogo, erano non solo tenute assieme dalla cultura, ma prima ancora ne erano figlie.

Vengono in mente le parole drammatiche del "Monito all’Europa" di Thomas Mann:“Cultura!Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia.Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana,il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza […]”.

Questo era il significato che Valerio dava alla cultura. In perfetto contrasto con le idee allora ed ancor oggi correnti.Ad una cultura che oggi è soppiantata dalle magnifiche sorti e progressive dei fanatici dell’intelligenza artificiale,felici di poter viaggiare senza affaticarsi con “il peso che noi abbiano portato”, a dirla con Goethe, ignari della fatica ma anche del valore e della bellezza delle esperienze vissute e dell'impegno profuso nella ricerca e nell'approfondimento,persi e vuoti in una citazione che un computer non è in grado di riempire.

Proprio dalla giovanile lettura crociana  "La storia come pensiero e come azione" Zanone trasse l'insegnamento superiore che il principio di libertà ed il suo strumento politico,ovvero il liberalismo,non sono una misura fissa buona per ogni epoca o stagione,ma che invece alle domande mutevoli figlie di ogni stagione e di ogni epoca il liberalismo deve saper fornire risposte aggiornate, pena il risolversi in un nuovo vuoto ideologismo.Ed il liberalismo se vi è un lusso che non si può permettere è quello di inaridirsi in ideologismo.

Oggi viviamo tempi in cui facilmente si baratterebbe qualche scampolo di libertà per una "sicurezza" da caserma(vengono in mente le parole di Piero Gobetti nell'"Elogio della ghigliottina"),per un ordine fisso, immutabile, per un sistema di valori che viene accettato acriticamente perché proveniente dalla "tradizione" o,come impone la narrazione al potere oggi in Italia,dall'identità.Nulla di più lontano dalla cultura e dalla sensibilità autenticamente liberali. Nulla di più lontano da quella "religione delle libertà" crociana, e dalla lotta contro il mito ed a favore della libertà figlia del processo di secolarizzazione.Di quella cultura liberale,per Zanone era parte integrante il laicismo, orgogliosamente rivendicato da Valerio come frutto dell’umanesimo liberale di cui era parte e di cui si sentiva in piena continuità ideale e valoriale.

Ed allora a dieci anni dalla sua scomparsa,c'è da condividere quello che su di lui qualcuno ha scritto;senza tema di smentita,cioè,si può dire di Valerio quel che disse Amleto:“Egli era un uomo, preso tutto insieme,ch’io non vedrò il suo simile un’altra volta”.

01 gennaio 2026

IL PRIMO GIORNO DELL'ANNO




Il primo giorno dell'anno ha da sempre rappresentato in letteratura una metafora di inizio,di bilancio e rinascita,vista da tanti scrittori attraverso poesie,romanzi e racconti che utilizzano il passaggio all'anno nuovo per riflettere sul tempo che fugge,e per evocare speranze(o paure)di cambiamenti.Si potrebbero qui ricordare il Capodanno raccontato da Goethe che celebra l'ottimismo o quello di Dostoevskij che ne utilizza l'atmosfera per storie di amore e malinconia.
Temi principali nella letteratura sul capodanno sono quelli della soglia e del passaggio:il tempo diventa un personaggio, la notte di Capodanno una porta verso l'ignoto, un momento di riflessione sul passato e di augurio per il futuro.E poi la speranza e i bilanci:il nuovo anno porta con sé la possibilità di nuovi inizi,in un bilanciamento di gioie e dolori trascorsi, come si vede nelle riflessioni di Goethe e nelle poesie che chiedono un anno migliore.Oppure riflettono malinconia e amore come ne "Le notti bianche" di Dostoevskij,romanzo nel quale il Capodanno fa da sfondo a sentimenti di amore non corrisposto e solitudine,pur in un'atmosfera luminosa.
Per questo Capodanno ho scelto,tra le tante,la poesia "Primo gennaio",del Premio Nobel per la letteratura Eugenio Montale.
"Primo gennaio" di Montale è imperniata sul contrasto tra l'allegria forzata del Capodanno e la profonda alienazione esistenziale del poeta,che si sente estraneo alla vita,alle speranze e ai propositi che nutre la gente comune in questo tempo nuovo.Il Poeta,invece,esprime la sua IN-appartenenza esistenziale,pur sentendosi legato alla figura salvifica della moglie Drusilla("Mosca"), che rappresenta una speranza di senso per la sua fede semplice,simboleggiando il tentativo di opporre un "lumino" all'oscurità.
Montale,invece,si sente un estraneo che non partecipa alla festa del nuovo anno,che pure si svolge a casa sua e che contrappone il suo "urlo taciuto" alle celebrazioni altrui;una condizione tipica della sua poetica del "male di vivere" e di crisi esistenziale.La moglie,invece("Mosca")con la sua fede nel "minuscolo Dio" e la sua innocente speranza, offre un'ancora di salvezza e un punto di riferimento,anche se la sua visione semplice non risolva il dramma esistenziale del poeta.Ed anzi tra le righe si può quasi cogliere una certa forma di sana invidia di Montale nei confronti dell’atteggiamento positivo della moglie,che si affida al suo minuscolo Dio, e tiene viva la speranza nel futuro, come un lumino acceso contro le insidie dell’oscurità.
Con questa poesia Montale si interroga sul proprio destino e su un'eventuale volontà superiore,pur riconoscendo un senso di fallibilità e affronta paradossi(come la tartaruga più veloce del fulmine),evidenziando l'incapacità di trovare un senso razionale alle contraddizioni della realtà,tema sempre presente in Montale.
"Il primo gennaio" è un'istantanea della condizione dell'uomo moderno,un momento di riflessione sulla precarietà dell'esistenza,sul fallimento delle certezze e sulla ricerca di un piccolo,fragile significato di fronte all'assurdo,affidato soprattutto alla presenza dell'altro.Perchè è su questo che il poeta si sofferma a meditare, pensoso, rimanendo a bocca chiusa, come il più indesiderabile degli invitati, in una festa che non sente appartenergli pur svolgendosi proprio a casa sua.
Negli ultimi versi l’autore accentua il sentimento di estraneità e di alienazione nei confronti della realtà circostante che si fa più accentuato in un momento in cui a tutti è richiesto di essere allegri, propositivi, vivaci, pronti a vivere alla massima potenza. Ai buoni propositi dell’anno nuovo Eugenio Montale contrappone il grido dell’uomo nei confronti del proprio destino:un urlo che rimane represso,taciuto e si esprime,come egli dice,"a bocca chiusa" mentre si alzano le voci degli altri che si affaccendano inseguendo poi chissà cosa,poi chissà perché.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.