11 giugno 2026

MARJANE SATRAPI, VOCE DI LIBERTA'






E' morta a soli 56 anni  Marjane Satrapi,la fumettista e regista iraniana autrice dell'ormai celebre Persepolis,un’opera autobiografica che racconta la sua giovinezza in Iran durante la rivoluzione e la successiva guerra Iran-Iraq, seguita dall’esperienza dell’esilio in Europa e in Francia in particolare,sua seconda patria.Ed è morta a Parigi,che era diventata la sua patria d'adozione,dopo la fuga dall'Iran.Alla notizia della sua morte la famiglia ha emesso un breve comunicato all’agenzia di stampa francese AFP,nel quale c'era scritto: «Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita».Ripa,a sua volta l'anno scorso,era il produttore,autore e sceneggiatore franco-svedese a cui Satrapi era legata da molti anni.Le parole scelte per il comunicato hanno fatto riemergere un dibattito ricorrente sulla possibilità che lutti gravi e dolori difficili da superare possano portare alla morte di una persona.Ma è ragionevole pensare che Marjane sia morta di dolore anche per le attuali condizioni del suo Paese,l'Iran,dove l'anelito di libertà del suo popolo è represso in un bagno di sangue dal regime bestiale degli Ayatollah.

Nonostante il clima politico delicato,Satrapi divenne presto nota in Occidente grazie al suo coraggio:il modo in cui prese le distanze dal fondamentalismo islamico,denunciando il regime teocratico iraniano dell’ayatollah Khomeini,instaurato con la Rivoluzione del 1979,tanto che Persepolis,la sua opera ormai iconica,è diventata, in alcuni casi, oggetto di studio nelle scuole. Il successo dell’opera in Occidente è legato anche alla posizione critica dell’autrice verso il governo iraniano,culla del terrorismo integralista.Tuttavia,"Persepolis" non può essere ridotto ad una semplice propaganda antislamica:attraverso una narrazione autobiografica,Satrapi restituisce le sfaccettature di un’esperienza profondamente umana e travagliata, vissuta in un contesto globale dove per una donna iraniana non è quasi mai facile trovare spazio di espressione.

Noi tutti che abitiamo in Europa che godiamo della bellezza della libertà,dovremmo fermarci almeno un attimo e condividere il cordoglio per la scomparsa di Marjane Satrapi,attivista,donna esule,artista iraniana-francese e instacabile voce  di libertà,morta di dolore per aver amato il suo compagno,il suo popolo e la sua Terra con tutte le sue forze.Satrapi ha raccontato l’esilio,la sofferenza di lasciare il proprio paese sapendo di non poterci mai più tornare,con il peso di vivere da straniera in un’Europa che conosce ancora razzismo e intolleranza,con la vita divisa tra il presente europeo e la patria amata lontana,umiliata e oppressa.

Compagna e voce del movimento “Donna, Vita, Libertà”,il grido di libertà levatosi in Iran durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini,Satrapi si pose subito come riferimento nella lotta delle donne iraniane contro la repressione e per i diritti fondamentali.A questo si aggiunsero il dolore personale per la perdita del marito e l’angoscia per la condizione ineluttabile del popolo iraniano braccato dentro i propri confini da un regime rafforzato grazie al conflitto internazionale.
La sua scomparsa impone una riflessione sul nostro ruolo di cittadine e cittadini europei:in un mondo segnato da indifferenza,affarismi e personalismi,serve ritrovare solidarietà e cura verso un popolo che da mezzo secolo vive nel dolore e nell'oppressione e oggi rischia di perdere anche la fragile speranza di libertà soffocata dalla mostruosità di una guerra che rischia di dissilludere le già fragili speranze di libertà di un popolo colto e nobile.Ricordare Marjane signnifica invece rendere omaggio alla sua arte e al suo coraggio.Perchè la sua voce artistica continuerà a interrogarci soprattutto nei momenti in cui la speranza appare più fragile e il silenzio più comodo dell’impegno."Donna, vita, libertà" sempre e ovunque sarà il modo migliore di ricordare Satrapi rimarrà sempre la voce di una generazione.
La notizia della morte di Marjane Satrapi colpisce per questo:ha raccontato una parte della nostre esistenze molto meglio di quanto avrebbero saputo fare cento scrittori insieme.Molti la ricordano come la grande fumettista, scrittrice, regista e attivista franco-iraniana che ha regalato al mondo Persepolis.Ed infatti molti rifugiati iraniani,fuggiti come lei all'estero per evitare la repressione del regime,l'hanno ben presente perchè ha raccontata le paure e i sentimenti di tutti e di ognuno.Lei rimarrà per tanti iraniani la voce che ha dato parole e immagini a un’esperienza generazionale rimasta troppo a lungo senza racconto.Sono passati circa 25 anni da quando uscì Persepolis.Ogni iraniano e iraniana vede la propria infanzia disegnata su carta.Perchè Persepolis non era solo la storia di Marjane,ma quella di molte bambine cresciute nella Teheran degli anni più duri dell’era degli ayatollah.

Il popolo iraniano ha attraversato una rivoluzione senza averla scelta e una guerra devastante con l'Iraq durata otto anni, anni in cui la retorica del martirio e la guerra imposta facevano parte della quotidianità.Le giovani generazioni iraniane ebbero fratture politiche in famiglia e ci fu la repressione brutale dei dissidenti politici.Nel libro, e poi nel film,molti ragazzi iraniani ritrovarono immagini ben incise nella propria memoria,come le tante,troppe impiccagioni di giovani ai carri gru ordinate dal regime.
Come Marjane,tanti erano i ragazzi e le ragazze di una generazione cresciuta sotto il controllo di un regime misogino e liberticida,ma con la voglia naturale di ascoltare musica occidentale,vestirsi liberamente e vivere senza paura.Eravamo costantemente sotto il controllo della famigerata "Polizia Morale" e dei barbuti pasdaran.Crescendo, molte famiglie, si rendevano conto che l’Iran non era più il posto giusto per ragazzi e soprattutto ragazze che volevano vivere libere.
Capitava ogni tanto,qui in Occidente,che a qualche evento culturale al quale la Satrapi partecipava che qualche iraniano anch'egli rifugiato in Europa,dicesse a Satrapi che leggendo e poi guardando Persepolis,aveva l’impressione che qualcuno avesse narrato la sua stessa vita. Non si trattava di una semplice identificazione letteraria, ma del riconoscimento di un’esperienza condivisa.Ed in effetti Satrapi,come tanti altri iraniani fuggiti in Europa,non hanno lasciato l’Iran soltanto per cercare la libertà, ma anche con una missione:TESTIMONIARE.E raccontare gli orrori e le esperienze viste e vissute,e denunciare ciò che si è subito,dando voce,così,a chi è rimasto.Marjane Satrapi lo ha fatto con un talento capace di raggiungere il mondo intero.Perciò per milioni di lettori Persepolis rimane uno dei "graphic novel" più importanti della nostra epoca,ma soprattutto che la prova che la storia iraniana,al di là di quello che possono dire certi mentecatti che ora momentaneamente fanno i presidenti negli USA,è esistita davvero,che è stata qualcosa di grandioso e che qualcuno aveva saputo raccontarla al mondo.

03 giugno 2026

LA BELLEZZA DEL DUBBIO



Hanno destato scalpore e suscitato notevoli polemiche le dichiarazioni di Francesco De Gregori,rilasciate in una conferenza stampa.Il cantautore,sostanzialmente,ha criticato gli artisti che fanno proclami politici sul palco.«Non capisco quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico.Perché?Non é già abbastanza sensibile per conto suo?C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump?Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali o di guerra.Perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura:un proclama buttato giù da un palco o scritto in un appello mi lascia indifferente.Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran».Per prendere posizione su temi complessi De Gregori dice che lui preferisce leggere,approfondire,porsi domande.Egli ha poi detto di preferire sensibilizzare le persone tramite le sue canzoni e non con comizi dal palco.Le riflessioni di De Gregori sul "diritto al silenzio" e sulla fine della figura dell'artista come guida ideologica hanno diviso l'opinione pubblica tra sostenitori della libertà di pensiero e critici delusi.

Una vera e propria tempesta di fango,improperi e insulti si è abbattatuta su Francesco De Gregori e questa "tempesta" segna un salto di qualità preoccupante della nuova «sinistra illiberale» italiana,che ha trovato intorno alla giusta indignazione per la tragedia di Gaza il motivo per odiare lo Stato di Israele e di conseguenza anche contro chi non lo odia o si permette di avere un pensiero "difforme".Qualcosa del genere era già avvenuto con lo scrittore Erri De Luca,anche lui insultato e addirittura escluso da "Salerno Letteratura",il festival culturale che si terrà nella città campana a metà giugno,per essersi permesso(pur da uomo dichiaratamente di sinistra)di dire che quello che è successo a Gaza non può essere chiamato "genocidio" e che il sionismo non è equiparabile al razzismo o al nazismo,essendo esso un movimento nato per dare una nazione al popolo ebraico.

Con Francesco De Gregori è accaduto anche di peggio.Il cantautore romano ha subito una vera e propria purga mediatica per non avere espresso un'opinione,QUELLA opinione che la sinistra italiana e i suoi mentori(vedi Francesca Albanese)hanno cristallizzato in maniera quasi sacrale e dogmatica.Al contrario,De Gregori ha rivendicato la libertà degli artisti di non dover per forza prendere parte o adeguarsi all’onda del momento e ingraziarsi così l’uditorio.Le parole di De Gregori hanno scatenato,come si diceva,un'autentica tempesta con intimazioni al silenzio: «Se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre» e accuse di tradimento del suo passato canoro:«In Palestina Pablo continua a morire».

Come tutti sanno stiamo parlando di un cantautore che con i suoi versi ha contribuito a costruire il modo di pensare e di rappresentarsi della sinistra italiana.Ai congressi di partito e alle celebrazioni del 25 aprile si diffondeva dagli altoparlanti quasi come un inno le sue canzoni:«La storia siamo noi» e «Generale», con la sua «notte crucca e assassina»,era l'inno degli antimilitaristi.Adesso,invece,gli si impone di tacere,non per avere espresso un diverso parere,ma per non aver espresso un parere, rifiutandosi dunque di ripetere quello d’obbligo del momento.E in base a questo lo si può accusare di complicità morale nel massacro dei palestinesi o nella guerra contro l’Iran.Il «pensiero unico» del mondo dello spettacolo impone dunque ad attori o cantanti di schierarsi «dalla parte giusta»,avendo già deciso quale essa sia senza neanche ammettere il dubbio,la riflessione e quindi il silenzio.Non è ammesso nemmeno quel «preferisco di no»,pronunciato dallo «scrivano Bartleby»,come nello splendido romanzo di Hermann Melville ?


Forse il celebre verso di Walt Whitman,tratto da "Foglie d’erba" è la chiave per comprendere il senso di quello che ha detto Francesco De Gregori:«Sono vasto, contengo moltitudini».


"Contenere moltitudini",nel pensiero di Whitman,significa avere il piacere e la libertà del dubbio,porsi domande sulle multiformi,diverse pluralità e alterità del mondo e della realtà,convivere con la complessità.E del resto son proprio queste le sfide antropologiche del nostro tempo,mentre invece certi antichi riflessi pavloviani hanno spinto immediatamente la sinistra politico-culturale italiana a usare il timbro rovente per marcare di tradimento o peggio chi nella sua esistenza,con il suo impegno civile e con i suoi versi,è stato testimonial di certi valori di libertà e di giustizia sociale.

Oggi è facile marchiare De Gregori con il timbro di "infamia",per questo rifiuto di sottoscrivere la "bolla" del pensiero unico dominante.Ma i testi delle canzoni di Francesco De Gregori ci raccontano che lui è sempre stato questo.De Gregori già negli anni '70 ha cantato una preghiera laica «per le persone facili che non hanno dubbi mai»,o «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo»,volendo indicare chi brucia dentro a causa delle proprie passioni,delle proprie idee e dei propri dubbi("Santa Lucia" nell'album "Buffalo Bill").

Nel guardare le reazioni violente e furiose pubblicate sui social contro le sue parole,non si può tacere su quanto sia importante,fondamentale anzi,condurre avanti questa che è una battaglia di libertà e di civiltà che riguarda tutti:salvaguardare la libertà di essere sé stessi.Anzi l'essere se stessi sostanzia la stessa parola libertà,quella che invece viene offesa e svilita sradicata da tutte le dittature,anche quelle culturali,che vogliono imporre a tutti di ragionare alla stessa maniera.

De Gregori ha contestato un modo di pensare a suo modo «totalitario»,che non prova la bellezza del dubbio e che si accontenta di verità facili,calate dall'alto dall'altrui pensiero,invece che alimentare la libera ricerca intellettuale.Del resto De Gregori con le sue parole non invita quegli artisti e cantanti che hanno scelto legittimamente di usare la propria arte o la propria popolarità per importanti cause sociali a non farlo.

Ma in realtà qui si tratta d'altro.Si tratta del diritto culturale proprio di «contenere moltitudini».Cioè di cercare,con la propria riflessione,con l'ascolto degli altri,il senso vero delle cose che accadono e di guardarle non attingendo solamente alla logica delle appartenenze che tutto risolve e tutto spiega istantaneamente.Cercare,come novello Diogene,l'Uomo,cioè un essere umano veramente virtuoso,onesto e razionale in una società dominata dall'ipocrisia.Cercarlo nella foresta intricata del dubbio.Ma Certo più intricata, ma è quel tipo di foresta,quanto più intricata è stata,tanto più avanti ha sospinto il mondo.

Questo nostro mondo in questo nostro tempo scandisce due messaggi imperativi:semplificare e polarizzare.È una stagione di recinti, non di praterie.Di grida,non di ragionamenti.E di certezze,non di dubbi,appunto.Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando attorno ai populismi,all'esaltazione delle logiche semplificatorie,e si affermano sempre di più,con disprezzo della Ragione, come fin troppo chiaramente dimostra la vicenda Trump.

E questo accade anche nella sinistra italiana ed europea.Sarebbe lì che si dovrebbe amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che affonda le proprie radici nella ricerca e nella interrelazione delle cose del mondo e nel rispetto delle (diverse)idee degli individui.E a proposito di intellettuali e di cultura di sinistra,non si può dimenticare che Pier Paolo Pasolini fu duramente attaccato per la posizione da lui presa nella famosa lettera all’Espresso dopo i fatti di Valle Giulia. Lui,con la massima tranquillità rispondeva:«È nata insomma una divisione terroristica tra giusti e reprobi che non è soltanto moralistica e ha quindi perduto ogni rito e fair play.No.Verso il reprobo il giusto sente un’antipatia fisica così forte che,pur suo conoscente da anni e fino al giorno prima appartenente a una stessa generica cerchia sociale,con stesse idee politiche,sente quasi ripugnanza:non gli stringe la mano,lo evita, gli gira a largo, gli prepara intorno una specie di clima da linciaggio».Incredibilmente profetiche quelle parole di Pasolini.Quel riflesso pavloviano ora è diventato più violento e diffuso per effetto dell’universo allucinato dei social.Non esistono «giusti e reprobi»,ognuno si arroga il diritto di stabilire forme,limiti e natura del proprio rapporto tra ruolo sociale e impegno politico.

Spesso la sinistra ha avuto paura dell’innovazione o di ciò che sfuggiva alla definizione, sovente arbitraria, di politicamente corretto. Invece dovrebbe capire che rinchiudersi nei bastioni di un fortino fatto di certezze assolute e gettare olio su chi manifesta pensiero altro, è autolesionistico e dannoso.Si può certamente e legittimamente  stare da una parte,con le proprie idee,ma con la testa libera,senza doversi sentire irregimentato in ortodossie e rigidità di parte.Valgono ancora le parole di Whitman,che risponde a sé stesso sul senso della vita,in presenza di tanto male e desolazione. Si domanda «Che cosa c’è di buono in tutto questo, Ohimè! O vita!» per rispondersi, semplicemente:«Che tu sei qui — che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso».Ed un pensiero,anche se diverso da quello comune. 

31 maggio 2026

AMARGA NAVIDAD










C'è una scena in Amarga Navidad il nuovo film di Pedro Almodovar presentato al Festival di Cannes 2026 e uscito nei cinema italiani il 21 maggio,in cui si spiega cosa significa essere un regista di culto. Significa aver fatto un paio di film che non ha visto nessuno, ma quei pochi che li hanno visti sono diventati dei feticisti. La battuta fa ridere,la pronuncia Elsa, alter ego femminile di Almodovar in quello che è un metafilm,cioè un film dentro il film, e chi la scrive è Raúl, alter ego maschile di Almodóvar nel presente narrativo;Pedro Almodóvar è ormai un'icona del cinema mondiale da ormai 40 anni. La battuta, quindi, non parla di Elsa. Parla della paura che Almodóvar ha di diventare Elsa. O forse di esserlo già diventato, senza accorgersene.Il film prende il nome dalla canzone "Amarga Navidad" di  José Alfredo Jiménez,cantata dalla grande cantante costaricana Chavela Vargas,pseudonimo di Isabel Vargas Lizano  

Pedro Almodóvar ha 76 anni e da qualche film a questa parte la sua salute è entrata nei suoi lavori come un personaggio in più.Le emicranie,gli attacchi di panico,la paura della morte."Dolor y gloria" era già un'autoanalisi pubblica;questo nuovo film è un passo oltre,non racconta più la malattia,racconta il dubbio di avere ancora qualcosa da dire.Così Almodovar racconta di un regista(Leonardo Sbaraglia)che da 5 anni non riesce a girare niente, circondato da un pubblico cinefilo che lo venera e da una collaboratrice storica, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che sta per lasciarlo.Per sbloccarsi comincia a scrivere una sceneggiatura che si chiama Amarga Navidad,ambientata nel 2004,con una protagonista donna che si chiama Elsa (Bárbara Lennie), regista (di culto, appunto)che per campare si è messa a girare spot pubblicitari.Elsa è quindi Raúl travestito.Raúl è Almodóvar travestito. Lo spettatore siede in platea a guardare un uomo che si guarda guardarsi,e in questo gioco di specchi e di rimandi si teme di perdersi un po',ma si aspetta di capire se quella matrioska abbia un centro o sia in realtà vuota.E la domanda è una sola:ha il creatore il diritto di una storia di appropriarsi delle vite vere,di storie altrui segnate dal dolore e dalla tragedia e cannibalizzare il dolore altrui per trasformarlo in finzione per risorgere da una crisi artistica?Raúl non è simpatico quando saccheggia il dolore di Mónica per trovare la chiave narrativa che cercava da cinque anni. Non è simpatico, ma è vero.E  Aitana SánchMadridez-Gijón,nella parte di Monica,è il cuore emotivo del film più autocritico del regista spagnolo:imperfetto,febbrile,spietato.

Nel film ci sono echi potenti di "Come in uno specchio",il celebre film di Ingmar Bergman del 1961.Il tema dello sfruttamento della malattia(e dell'arte che si nutre del dolore altrui)è centrale e brutale in entrambe le opere.In Bergman,il padre scrittore David osserva la discesa della figlia Karin nella schizofrenia:invece di aiutarla come genitore,sfrutta la sua sofferenza come materiale, annota freddamente l'evoluzione dei sintomi nel diario,ne trae ispirazione letteraria.Il cinismo dell'osservatore elevato a metodo creativo.Freddo,necessario, imperdonabile.In Amarga Navidad il meccanismo è lo stesso, ma il carnefice è Raúl Rossetti(alter ego esplicito di Almodóvar)che saccheggia il dolore della sua assistente Mónica (la morte di sua madre,la morte in un incidente stradale del piccolo figlio di una amica di Monica)per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere da 5 anni.E del resto Federico Fellini insegna: «Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio». Raúl compete. E vince. Al costo di Mónica.Ma nel film c'è anche una domanda che chiede risposte:quanto può durare un lutto?Forse per sempre,chissà,dipende dalle persone anche.E quanto può essere feroce un regista in cerca di ispirazione?Abbastanza da trasformare il dolore reale di chi ama in finzione.Tanto da non fermarsi neanche quando potrebbe.

Madrid, dicembre 2004:Elsa(Bárbara Lennie) è una regista di spot pubblicitari tormentata da emicranie ereditarie e da attacchi di panico(come realmente Aldomovar).Il fidanzato di Elsa,Bonifacio,pompiere le è sempre fedelmente al fianco aiutandola nei momenti difficili e nel dolore fisico e morale.Madrid,estate 2026:Raúl Rossetti(Leonardo Sbaraglia)è uno sceneggiatore e regista di successo bloccato da 5 anni di blocco creativo.Scopriamo quasi subito quello che sospettavamo:Elsa è Raúl.O meglio:Raúl sta scrivendo la storia di Elsa.Ovvero:Almodóvar sta scrivendo il film che state guardando.E' un gioco di specchi riuscitissimo,una struttura metacinematografica,pirandelliana,come Almodovar la chiama.

I nodi posti dalle domande poste la pellicola vengono al pettine alla fine del film.Esso cambia ritmo e "climax" nel Parco del Retiro,verso sera.Mónica(Aitana Sánchez-Gijón)presenza magnifica la sua che porta 20 anni di silenzi in corpo,crolla in un monologo-resa dei conti con il suo capo, con la sua lealtà mai ricambiata, con il fatto che Raúl ha usato la sua vita,il dolore reale,tutto privato ed intimo,per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere.È una scena teatrale, pirandelliana,devastante.E Raúl,nonostante l'emozione dopo lo sfogo inatteso di Monica,prende le pagine della vecchia sceneggiatura che Mónica gli aveva riportato e ricomincia a scrivere sul retro.Ecco,nel momento più drammatico l'ispirazione è arrivata.Il prezzo è Mónica.Raul non è simpatico, ma è onesto. E questa onestà,che il film non addolcisce e non assolve — è la cosa migliore di Amarga Navidad.Almodóvar si accusa.E poi torna a scrivere. Perché è questa la natura dello scrittore.

Verso la fine del film,le due amiche Elsa e Natalia(quest'ultima è la mamma del bambino morto in un incidente automobilistico che nel ricordo del bimbo e per il rimorso cerca di suicidarsi)guardano direttamente in macchina dalla villa di Lanzarote.Guardano Raúl.Guardano Almodóvar ed è come se guardassero gli spettatori.È il momento pirandelliano per eccellenza:i personaggi che si affacciano dalla finzione e chiedono all'autore cosa ne sarà di loro.L'obiettivo della macchina da presa e lo schermo del computer di Raúl sono le due estremità di un filo che attraversa ventidue anni.

Riecheggia allora San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi,che fa da colonna sonora anche nel film "Blu" di   Krzysztof Kieślowski:«Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia;ora conosco in parte;ma allora conoscerò pienamente,come anche sono stato perfettamente conosciuto.»

Amarga Navidad non è certo il film più imperdibile di Almodóvar.Non ha la bellezza dei suoi capolavori,quelli del periodo d'oro,non ha le caratteristiche del primo Almodóvar né la commozione accessibile di "Todo sobre mi madre" o la devastazione di Volver. Non è "Dolor y gloria" che forse è il culmine della sua autoanalisi,più profondo,più definitivo.Ma dove lì c'era ancora una pace possibile, qui non si consola nessuno.Arriva solo il cursore che lampeggia a significare che il finale non riesce a essere scritto,e comunque non riesce a essere scritto senza far male e provocare dolore in altri.Ma forse,proprio perciò,questo film,paradossalmente,è più onesto.E le dita che tamburellano forsennate sulla tastiera e il cursore lampeggia in attesa di una fine che non c'è.

23 maggio 2026

ALTIERO SPINELLI, "ULISSE" D'EUROPA








Il 23 maggio 1986 moriva a Roma Altiero Spinelli.Son passati dunque 40 anni dalla scomparsa di quel gigante del pensiero che quell'uomo fu.Spinelli nasce  Roma nel 1907,e sin da subito aderisce molto giovane al Partito Comunista Italiano, partecipando alla lotta clandestina contro il fascismo.Eppure la sua libertà di pensiero lo portò a prendere le distanze dall’ortodossia comunista(“cattedrale di granito e nebbia”)e dalle purghe di Stalin,quando scopre «che nel patto segreto che avevo concluso,non c’era scritto la rinuncia all’autonomia e alla libertà assoluta del mio pensiero».Fu perciò espulso dal partito (1937),accusato di trockismo.Fu arrestato dal fascismo nel 1927 e scontò dieci anni di prigione e sei di confino.Durante il suo confino a Ventotene,studiando i testi dei federalisti anglosassoni, abbandona il comunismo e abbraccia il federalismo.Per questo Spinelli subì la "infamante" accusa di essere dalla parte dei federalisti(che pure erano integerrimi antifascisti)ma considerati eretici rispetto al comunismo e perciò isolati anche quando redassero il documento più noto: "Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Un testo fondamentale che ispirò anche i padri costituenti della Repubblica italiana,alcuni prigionieri del fascismo sull’isola pontina. Ventotene – «capitale morale d’Europa» – è oggi sinonimo di Unione europea.Fu lì,infatti,che insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, Spinelli elaborò il Manifesto di Ventotene (1941). Spinelli si rese presto conto del fatto che la battaglia per la federazione europea richiedeva la creazione diun'organizzazione politica nuova, immune dai feticci nazionalistici e dai limiti delle ideologie tradizionali.Sulla base di questa convinzione promuove la fondazione del Movimento Federalista Europeo (MFE).
Nell'agosto 1943 Spinelli lascia il confino e su quel periodo della sua vita così poi scriverà:"«Guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine,mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame,contemplato come da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale [...] avevo scoperto l’abisso della rassegnazione,la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito». Una peregrinazione prolungata,quasi una premonizione nello pseudonimo che si diede,cioè "Ulisse".

A guardar bene  è come se ci fosse qualcosa di ascetico,nella sua lungimiranza,nella visione di quell'uomo,che il regime fascista credeva,confinandolo a Ventotene,di limitarlo e "restringerlo".Ma il Pensiero quando è grande non conosce confini e limitazioni,un pensiero che sin da subito aveva capito con grande lucidità che andavano superati i nazionalismi e gli egoismi,attraverso la costruzione di un’Europa federale. È una visione straordinaria, perché concepita all’inizio del 1941, in piena seconda guerra mondiale, in una fase del conflitto nella quale nulla poteva far ancora presagire la sconfitta del nazismo e del fascismo.
Sarà del resto lo stesso Altiero Spinelli, molto tempo dopo, a scrivere testualmente:“Quegli anni in quell’isola sono ancora presenti in me con la pienezza che hanno solo i momenti e i luoghi nei quali si compie quella misteriosa cosa che i cristiani chiamano l’elezione(…)compresi,in quegli anni,che in quel luogo il mio destino fu segnato,che io assentii ad esso e che la mia vera vita, che ora sto portando a termine, cominciò“.

Quando morì,40 anni fa,Altiero Spinelli lasciò un grandissimo testamento spirituale e ideale:una vita fatta di rigore, di coraggio e di passione,con la capacità di guardare anche molto lontano.Perciò non siamo tutti uguali.Perchè c'è sempre un precursore,uno che è in grado di vedere più lontano.Ed Altiero Spinelli era uno di questi.Quella capacità che ha consegnato alle sue battaglie politiche per un’Europa unita,ai suoi scritti,ai suoi progetti,spesso non realizzati come avrebbe voluto,ma pur sempre espressione di una visione e di una volontà limpida.
Conosciamo bene Spinelli per il suo sogno di una Europa capace di superare, in una logica di pace, le sue divisioni. Capace di darsi gli obiettivi ambiziosi del programma federalista, esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni alla libera circolazione tra gli Stati, rappresentanza diretta dei cittadini nei concessi federali, politica estera unica.Oggi,superando mille difficoltà e tante miserrime povertà pseudonazionalistiche,alcuni di questi punti sono realtà,come il mercato unico,l’Euro,il sistema di Schengen,l’elezione diretta del Parlamento europeo.Altri rimangono parzialmente attuati,come l'elezione diretta del Presidente Europeo,la politica estera comune,ostaggio del mancato superamento dell’unanimità.Altri punti ad esser del tutto franchi,appaiono lontani da una loro realizzazione,come l’esercito europeo,anche se forse il conflitto in Ucraina e la politica di disimpegno dalla NATO di Trump mettono l'Europa difronte all'obbligo(che può essere un'opportunità)di porsi diversamente anche riguardo all'esigenza di un esercito comune europeo,da sempre auspicato da grandi liberali come Luigi Einaudi e Giovanni Malagodi. Tuttavia essi restano traguardi di fondo,validi e sempre densi di ispirazioni. Forse anche oggetto di una crescente consapevolezza oggi, in direzione contraria a quella di una recente,miopissima e meschina contrapposizione all’Europa,tanto insensata quanto pericolosa.Opposizione ancora più insensata e stucchevole in quanto legata a una polemica antieuropea alimentata proprio da chi è meno disposto ad assegnare all’Europa strumenti e risorse necessari per il suo funzionamento.
Perciò,proprio rileggendo il sogno europeo di Spinelli,si deve riconoscere che la costruzione europea rimane incompleta.Basta pensare al divario tra la politica monetaria comune e le politiche economiche che restano in gran parte prerogativa nazionale. Allo stesso modo mantiene tutta la sua potenza l’intuizione di Spinelli che integrazione economica e politica sono entrambe essenziali. L’Europa,per avere una piena realizzazione come Spinelli voleva,deve essere saldamente basata su istituzioni democratiche e sul parlamento eletto,dotato di adeguati poteri,anche se oggi forse ci vuole anche di più e cioè l'elezione diretta del Premier europeo.

Una parte dell’eredità del pensiero di Spinelli è conservata da quella che pure fu una sua creatura,a cui teneva molto:l’Istituto Affari Internazionali (IAI).Fortemente voluto e creato da lui nel 1965,l’Istituto ebbe una genesi non semplicissima ma molto interessante.Su impulso iniziale condiviso con il gruppo del Mulino e con la Fondazione Olivetti, si cominciò a delineare un progetto di istituzione che avrebbe avuto il compito di sviluppare ricerche e analisi documentate e indipendenti, sul modello di collaudati, autorevoli istituti di ricerca perlopiù anglosassoni. Ma nelle intuizioni di Spinelli lo IAI avrebbe dovuto svolgere anche un’importante funzione di formazione e quindi,a dir così,di sprovincializzazione della classe politica italiana,avvicinandola alle questioni di politica internazionale in un’ottica europea, europeista e transatlantica.Non a caso Spinelli puntava con decisione all’aggregazione di giovani e brillanti ricercatori,per instillare nel nucleo originario dell’Istituto un orientamento che oggi definiremmo “liberal”, aperto alle sfide internazionali e anche ai suoi inevitabili riflessi sul quadro domestico.


Nelle prime due storiche consultazioni a suffragio universale diretto del Parlamento Europeo del 1979 e del 1984,fu eletto al Parlamento Europeo come indipendente all'interno delle liste del PCI e nella seconda elezione divenne Presidente della commissione istituzionale.E fu nel Parlamento Europeo che Spinelli,per la seconda volta,ebbe l'opportunità di avviare un'azione di tipo costituzionale,promuovendo all'interno di quest'organo,ora eletto direttamente,l'elaborazione di un progetto di Trattato di Unione europea (approvato a larghissima maggioranza il 14 febbraio 1984).Proprio nel 1984 si fece promotore del cosiddetto Progetto Spinelli,un progetto di trattato per l’Unione Europea che anticipava molte delle innovazioni poi realizzate con il Trattato di Maastricht del 1992. Sebbene il progetto non venne adottato nella sua interezza, rappresentò un passo cruciale verso l’evoluzione dell’UE come soggetto politico e non solo economico.

Come detto Spinelli ebbe un fertile scambio politico e culturale con i federalisti.E tuttavia egli si distingue dai federalisti che, prima di lui, si erano limitati a denunziare la crisi storica dello stato nazionale, collocando la realizzazione della Federazione europea in un futuro indeterminato e di là da venire.Al contrario di Spinelli,cioè,non si erano posti l'obiettivo di elaborare un programma di azione preciso e non avevano rinunciato ad impegnarsi prima di tutto sul fronte delle lotte liberali, democratiche o socialiste.Molti federalisti,cioè,come Jean Monnet,per esempio,ritenevano che l'Europa andava unita partendo da questioni tecniche ed economiche pratiche piuttosto che da accordi politici immediati. 
Spinelli invece, convinto che la Federazione europea,dopo la seconda guerra mondiale,sarebbe diventata un obiettivo concreto della lotta politica, si rende conto del fatto che si apriva uno spiraglio per la lotta federalista che passava attraverso la rinuncia alla sovranità nazionale da parte degli Stati.Perciò al metodo comunitario seguito da Jean Monnet,Spinelli contrappone il metodo costituente,consapevole del fatto che, se da un lato bisogna far accettare agli Stati un trattato per il quale essi si dichiarano disposti a cedere parte della loro sovranità a favore e di un governo sovranazionale,dall'altro lato è necessario far partecipare il popolo europeo alla definizione di una costituzione che stabilisca la forma e i compiti della nuova unione fra Stati.
Fu per questo che Spinelli fu anche un forte sostenitore della partecipazione diretta dei cittadini europei, del rafforzamento del Parlamento Europeo e di un sistema federale che superasse le logiche intergovernative.La sua visione resta ancora oggi un punto di riferimento per chi promuove un’Europa più unita,solidale e democratica.Nel 2017, la Commissione Europea intitolò il suo edificio più importante a Bruxelles alla sua memoria: l’edificio Altiero Spinelli.Ed innegabile è il valore e la forza delle idee europeistiche di Altiero Spinelli.Egli è il simbolo di un’Europa politica, unita e capace di affrontare le sfide globali con una sola voce. La sua eredità intellettuale vive nel dibattito contemporaneo sull’Unione Europea,e il suo sogno di una federazione europea continua a ispirare generazioni di europeisti in tutta Europa.Perchè un'idea,quando è grande,non muore mai.