Hanno destato scalpore e suscitato notevoli polemiche le dichiarazioni di Francesco De Gregori,rilasciate in una conferenza stampa.Il cantautore,sostanzialmente,ha criticato gli artisti che fanno proclami politici sul palco.«Non capisco quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico.Perché?Non é già abbastanza sensibile per conto suo?C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump?Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali o di guerra.Perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura:un proclama buttato giù da un palco o scritto in un appello mi lascia indifferente.Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran».Per prendere posizione su temi complessi De Gregori dice che lui preferisce leggere,approfondire,porsi domande.Egli ha poi detto di preferire sensibilizzare le persone tramite le sue canzoni e non con comizi dal palco.Le riflessioni di De Gregori sul "diritto al silenzio" e sulla fine della figura dell'artista come guida ideologica hanno diviso l'opinione pubblica tra sostenitori della libertà di pensiero e critici delusi.
Una vera e propria tempesta di fango,improperi e insulti si è abbattatuta su Francesco De Gregori e questa "tempesta" segna un salto di qualità preoccupante della nuova «sinistra illiberale» italiana,che ha trovato intorno alla giusta indignazione per la tragedia di Gaza il motivo per odiare lo Stato di Israele e di conseguenza anche contro chi non lo odia o si permette di avere un pensiero "difforme".Qualcosa del genere era già avvenuto con lo scrittore Erri De Luca,anche lui insultato e addirittura escluso da "Salerno Letteratura",il festival culturale che si terrà nella città campana a metà giugno,per essersi permesso(pur da uomo dichiaratamente di sinistra)di dire che quello che è successo a Gaza non può essere chiamato "genocidio" e che il sionismo non è equiparabile al razzismo o al nazismo,essendo esso un movimento nato per dare una nazione al popolo ebraico.
Con Francesco De Gregori è accaduto anche di peggio.Il cantautore romano ha subito una vera e propria purga mediatica per non avere espresso un'opinione,QUELLA opinione che la sinistra italiana e i suoi mentori(vedi Francesca Albanese)hanno cristallizzato in maniera quasi sacrale e dogmatica.Al contrario,De Gregori ha rivendicato la libertà degli artisti di non dover per forza prendere parte o adeguarsi all’onda del momento e ingraziarsi così l’uditorio.Le parole di De Gregori hanno scatenato,come si diceva,un'autentica tempesta con intimazioni al silenzio: «Se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre» e accuse di tradimento del suo passato canoro:«In Palestina Pablo continua a morire».
Come tutti sanno stiamo parlando di un cantautore che con i suoi versi ha contribuito a costruire il modo di pensare e di rappresentarsi della sinistra italiana.Ai congressi di partito e alle celebrazioni del 25 aprile si diffondeva dagli altoparlanti quasi come un inno le sue canzoni:«La storia siamo noi» e «Generale», con la sua «notte crucca e assassina»,era l'inno degli antimilitaristi.Adesso,invece,gli si impone di tacere,non per avere espresso un diverso parere,ma per non aver espresso un parere, rifiutandosi dunque di ripetere quello d’obbligo del momento.E in base a questo lo si può accusare di complicità morale nel massacro dei palestinesi o nella guerra contro l’Iran.Il «pensiero unico» del mondo dello spettacolo impone dunque ad attori o cantanti di schierarsi «dalla parte giusta»,avendo già deciso quale essa sia senza neanche ammettere il dubbio,la riflessione e quindi il silenzio.Non è ammesso nemmeno quel «preferisco di no»,pronunciato dallo «scrivano Bartleby»,come nello splendido romanzo di Hermann Melville ?
Forse il celebre verso di Walt Whitman,tratto da "Foglie d’erba" è la chiave per comprendere il senso di quello che ha detto Francesco De Gregori:«Sono vasto, contengo moltitudini».
Oggi è facile marchiare De Gregori con il timbro di "infamia",per questo rifiuto di sottoscrivere la "bolla" del pensiero unico dominante.Ma i testi delle canzoni di Francesco De Gregori ci raccontano che lui è sempre stato questo.De Gregori già negli anni '70 ha cantato una preghiera laica «per le persone facili che non hanno dubbi mai»,o «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo»,volendo indicare chi brucia dentro a causa delle proprie passioni,delle proprie idee e dei propri dubbi("Santa Lucia" nell'album "Buffalo Bill").
Nel guardare le reazioni violente e furiose pubblicate sui social contro le sue parole,non si può tacere su quanto sia importante,fondamentale anzi,condurre avanti questa che è una battaglia di libertà e di civiltà che riguarda tutti:salvaguardare la libertà di essere sé stessi.Anzi l'essere se stessi sostanzia la stessa parola libertà,quella che invece viene offesa e svilita sradicata da tutte le dittature,anche quelle culturali,che vogliono imporre a tutti di ragionare alla stessa maniera.
De Gregori ha contestato un modo di pensare a suo modo «totalitario»,che non prova la bellezza del dubbio e che si accontenta di verità facili,calate dall'alto dall'altrui pensiero,invece che alimentare la libera ricerca intellettuale.Del resto De Gregori con le sue parole non invita quegli artisti e cantanti che hanno scelto legittimamente di usare la propria arte o la propria popolarità per importanti cause sociali a non farlo.
Ma in realtà qui si tratta d'altro.Si tratta del diritto culturale proprio di «contenere moltitudini».Cioè di cercare,con la propria riflessione,con l'ascolto degli altri,il senso vero delle cose che accadono e di guardarle non attingendo solamente alla logica delle appartenenze che tutto risolve e tutto spiega istantaneamente.Cercare,come novello Diogene,l'Uomo,cioè un essere umano veramente virtuoso,onesto e razionale in una società dominata dall'ipocrisia.Cercarlo nella foresta intricata del dubbio.Ma Certo più intricata, ma è quel tipo di foresta,quanto più intricata è stata,tanto più avanti ha sospinto il mondo.
Questo nostro mondo in questo nostro tempo scandisce due messaggi imperativi:semplificare e polarizzare.È una stagione di recinti, non di praterie.Di grida,non di ragionamenti.E di certezze,non di dubbi,appunto.Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando attorno ai populismi,all'esaltazione delle logiche semplificatorie,e si affermano sempre di più,con disprezzo della Ragione, come fin troppo chiaramente dimostra la vicenda Trump.
E questo accade anche nella sinistra italiana ed europea.Sarebbe lì che si dovrebbe amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che affonda le proprie radici nella ricerca e nella interrelazione delle cose del mondo e nel rispetto delle (diverse)idee degli individui.E a proposito di intellettuali e di cultura di sinistra,non si può dimenticare che Pier Paolo Pasolini fu duramente attaccato per la posizione da lui presa nella famosa lettera all’Espresso dopo i fatti di Valle Giulia. Lui,con la massima tranquillità rispondeva:«È nata insomma una divisione terroristica tra giusti e reprobi che non è soltanto moralistica e ha quindi perduto ogni rito e fair play.No.Verso il reprobo il giusto sente un’antipatia fisica così forte che,pur suo conoscente da anni e fino al giorno prima appartenente a una stessa generica cerchia sociale,con stesse idee politiche,sente quasi ripugnanza:non gli stringe la mano,lo evita, gli gira a largo, gli prepara intorno una specie di clima da linciaggio».Incredibilmente profetiche quelle parole di Pasolini.Quel riflesso pavloviano ora è diventato più violento e diffuso per effetto dell’universo allucinato dei social.Non esistono «giusti e reprobi»,ognuno si arroga il diritto di stabilire forme,limiti e natura del proprio rapporto tra ruolo sociale e impegno politico.
Spesso la sinistra ha avuto paura dell’innovazione o di ciò che sfuggiva alla definizione, sovente arbitraria, di politicamente corretto. Invece dovrebbe capire che rinchiudersi nei bastioni di un fortino fatto di certezze assolute e gettare olio su chi manifesta pensiero altro, è autolesionistico e dannoso.Si può certamente e legittimamente stare da una parte,con le proprie idee,ma con la testa libera,senza doversi sentire irregimentato in ortodossie e rigidità di parte.Valgono ancora le parole di Whitman,che risponde a sé stesso sul senso della vita,in presenza di tanto male e desolazione. Si domanda «Che cosa c’è di buono in tutto questo, Ohimè! O vita!» per rispondersi, semplicemente:«Che tu sei qui — che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso».Ed un pensiero,anche se diverso da quello comune.