10 ottobre 2026

UN NOBEL TRA CLASSICO E MODERNO


Dopo quello per la Medicina,quelli per la Fisica e per la Chimica,è stato assegnato dall'Accademia di Svezia il Premio Nobel per la Letteratura 2026 alla scrittrice canadese Anne Carson, poetessa, saggista, traduttrice e studiosa del mondo classico.Nella motivazione si parla della capacità della scrittrice di mettere in comunicazione la letteratura contemporanea con quella greca e latina.Una produzione «audace e inventiva» che, attraverso un dialogo giocoso con la tradizione classica,crea nuove forme per la letteratura contemporanea.

Come ogni anno è quasi sempre impossibile indovinare il vincitore.Questo perchè a differenza di altri importanti premi letterari, il Nobel non pubblica né i candidati, né una shortlist ufficiale:candidature,valutazioni e documenti relativi alla selezione rimangono segreti per 50 anni.Ecco perché ogni annuncio è quasi una sorpresa.Anche quest'anno,intorno al Nobel per la Letteratura si sono moltiplicati pronostici,favoriti,possibili sorprese,anche se già nel 2024 si era parlato della Carson come una delle possibili vincitrici finali.

Quando si parla di altri importanti premi letterari siamo abituati a finalisti e libri e candidati.Con il Nobel funziona diversamente.Il processo di selezione comincia già molti mesi prima della proclamazione,e a proporre un nome possono essere,tra gli altri,membri di accademie, professori universitari di letteratura e linguistica, precedenti vincitori del Nobel per la Letteratura e rappresentanti di organizzazioni di scrittori.Da queste proposte nasce una prima lista.Il Comitato Nobel per la Letteratura la restringe prima a una quindicina di candidati e poi, verso la fine di maggio,si arriva a una lista ristretta di cinque nomi,dei quali i membri dell'Accademia approfondiscono la lettura e il confronto durante l’estate.

.La storia del Premio è piena infatti di risultati che era difficile prevedere.È successo ad esempio nel 2024 con Han Kang,che non figurava tra i nomi maggiormente indicati alla vigilia,salvo diventare poi la prima autrice sudcoreana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura.Anne Carson, in realtà,era da anni uno dei nomi ricorrenti nelle previsioni sul Nobel e anche nel 2026 figurava tra i possibili vincitori.

Ma chi è Anne Carson,questa straordinaria poetessa canadese?Nata a Toronto nel 1950, Anne Carson è una figura impossibile da inserire in una sola categoria:è poetessa,saggista, traduttrice,classicista oltre che docente.Ha studiato lettere classiche all'Università di Toronto e nel corso della sua carriera ha unito costantemente la scrittura creativa allo studio e alla traduzione dei testi antichi.Ha insegnato in numerose università nordamericane,tra cui Princeton,occupandosi in partiolare di letteratura e cultura greca.

Proprio questa doppia identità,di studiosa e scrittrice,caratterizza buona parte della sua produzione.Nei suoi libri,infatti,convivono poesia,saggio,narrativa,critica letteraria,dialogo teatrale e traduzione,spesso senza che sia possibile stabilire con precisione dove finisca un genere e ne cominci un altro. Uno degli esempi più conosciuti è "Autobiografia del rosso", pubblicato nel 1998,in cui Carson parte dai frammenti della "Gerioneide"(un poema composto dal poeta greco del VI secolo a.C. Stesicoro)e trasforma il mostro Gerione, sconfitto da Eracle nella mitologia,nel protagonista di un moderno romanzo di formazione e d'amore scritto in versi.

Un altro testo fondamentale è "Eros il dolceamaro", nato dal suo lavoro accademico e dedicato alla concezione del desiderio nella letteratura greca, a partire da Saffo. In questo caso filologia,filosofia e riflessione letteraria diventano parte di una scrittura che supera i confini del tradizionale saggio universitario. Tra le altre opere tradotte in italiano troviamo "Economia dell'imperduto","La bellezza del marito","Decreazione","Era una nuvola","Come l'acqua"e,di recente,"La Norma sbagliata".

La motivazione dell'Accademia Svedese,per il quale il Nobel per la Letteratura è stato assegnato ad Anne Carson è:«per la sua opera audace e inventiva che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».La frase riassume bene uno degli aspetti più riconoscibili del suo lavoro:il mondo classico non è soltanto un repertorio di miti da raccontare,ma è materiale vivo da smontare e ricombinare.Personaggi, frammenti e testi della Grecia antica vengono trasportati nel presente e messi in relazione con forme, linguaggi e problemi contemporanei.

Lo stesso vale per il suo lavoro di traduttrice: le sue versioni di Saffo e dei tragediografi greci sono una parte centrale della sua ricerca sul linguaggio.In "Autobiografia del rosso",per esempio, il Gerione della poesia arcaica diventa un adolescente innamorato di Eracle; in "Era una nuvola",Carson mette invece in relazione Elena di Troia e Marilyn Monroe,facendo incontrare tragedia greca e cultura contemporanea.

È anche per questo che definirla semplicemente “poetessa” rischia di essere riduttivo.La sua produzione mette continuamente in discussione la distinzione tra poesia e prosa,traduzione e riscrittura, saggio e opera creativa.Con la vittoria del 2026 Anne Carson diventa inoltre la 19° donna a ricevere il Nobel per la Letteratura.L'unica donna italiana a vincere il Nobel per la Letteratura fu,giusto 100 anni fa,Grazia Deledda.


Tra i 122 vincitori fino al 2025 troviamo solo 18 donne.La prima fu la scrittrice svedese Selma Lagerlöf,premiata nel 1909.Negli ultimi anni, però, la presenza femminile è diventata molto più frequente:dal 2013 hanno vinto Alice Munro, Svetlana Aleksievič,Olga Tokarczuk,Louise Glück, Annie Ernaux e Han Kang.Al momento della vittoria il più giovane Nobel per la Letteratura della storia rimane Rudyard Kipling, che aveva 41 anni quando ricevette il premio nel 1907. La più anziana Doris Lessing,nel 2007 a 87 anni.
L'Italia ha conquistato finora sei Nobel per la Letteratura:il primo fu Giosuè Carducci, premiato nel 1906.20 anni dopo arrivò il Nobel a Grazia Deledda,nel 1926:ancora oggi l'unica donna italiana ad aver ottenuto il riconoscimento. Seguirono Luigi Pirandello nel 1934,Salvatore Quasimodo nel 1959 ed Eugenio Montale nel 1975. L'ultimo italiano ad aver vinto il Nobel per la Letteratura è stato invece Dario Fo,nel 1997. Questo significa che nel 2026 sono trascorsi 29 anni dall'ultima vittoria italiana.
Negli anni più recenti il premio ha attraversato Paesi, lingue e forme letterarie molto differenti. Nel 2020 vinse la poetessa statunitense Louise Glück,seguita nel 2021 dallo scrittore tanzaniano naturalizzato britannico Abdulrazak Gurnah,la cui opera affronta in particolare colonialismo, migrazioni e identità. Nel 2022 il Nobel andò alla francese Annie Ernaux,conosciuta per una scrittura che intreccia memoria personale e storia collettiva. Nel 2023 fu invece premiato il norvegese Jon Fosse, autore di romanzi e opere teatrali caratterizzati da uno stile essenziale e sperimentale.Nel 2024 arrivò la vittoria della sudcoreana Han Kang,prima autrice della Coredel Sud a ricevere il riconoscimento, premiata per una prosa poetica capace di confrontarsi con i traumi storici e con la fragilità della vita umana. Infine,nel 2025,il Nobel è stato assegnato allo scrittore ungherese László Krasznahorkai, premiato per un'opera definita dall'Accademia «visionaria»,capace di riaffermare il potere dell'arte anche davanti a scenari apocalittici.E quest'anno a questa lunga storia si aggiunge Anne Carson.

05 ottobre 2026

FRANCESCO, UNA FORMA DI LIBERTA'



Nella notte tra sabato 3 e domenica 4 ottobre 1226 si spegneva nella piccola chiesa della Porziuncola,San Francesco d'Assisi,quel piccolo immenso frate che tanto cambiò la storia della Chiesa e dell'umanità.Morì in quella piccola chiesa,in quel luogo così particolare dove Lui soleva pregare,oggi situata all'interno della  basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi,e che è annoverata tra i luoghi francescani più importanti:qui infatti Francesco comprese la sua vocazione, accolse santa Chiara e i primi frati,e ricevette quella particolare indulgenza che va sotto il nome di Perdono di Assisi,divenendo uno dei luoghi prediletti dal santo.Quest'anno ricorrono,dunque gli 800 anni dalla morte del poverello di Assisi.E dopo 800 anni anche quest'anno il 4 ottobre cade di domenica come in quell'anno 1226.


E' perciò che il 4 ottobre la Chiesa cattolica celebra la solennità di San Francesco,Patrono d'Italia.Ma quel giorno,più che indicare il momento della morte intesa come fine,è da sempre visto come "Transito"(dal latino transitus,cioè "passaggio")termine coniato e tramandato dai suoi biografi ufficiali(come Tommaso da Celano e San Bonaventura)per descrivere la sua morte pasquale come un sereno passaggio dal mondo terreno alla gloria del Cielo e per ricordare quello che Francesco scrisse nel suo "Cantico delle Creature",a proposito di "sorella Morte"("Laudato si',mi' Signore,per sora nostra Morte corporale")scritto due anni prima di morire,un testo che è anzitutto un'autentica opera poetica.

Quando pensiamo a San Francesco, la nostra mente evoca un’immagine quasi istintiva: quella del frate in saio povero che parla agli uccelli, circondato da un’aura di miracoli e serenità. È il Francesco che ci è stato consegnato da secoli di agiografia che ne restituiscono un’icona rassicurante, capace di lodare il Creato persino nel dolore.Epperò questa visione rischia di confinarlo in una narrazione limitata,oscurando la forza dell'uomo che è stato, prima di tutto,vale a dire quella di un rivoluzionario scomodo del Medioevo.Per rintracciare il vero Francesco è necessario fare una distinzione netta tra piano della devozione e quello della ricostruzione storico-documentaria.Solo liberandolo dalla fissità atemporale delle fonti della Chiesa possiamo comprenderlo come figlio della sua epoca: un uomo nuovo della borghesia .


Francesco è figlio di un’epoca rivoluzionaria.Il passaggio tra il XII e il XIII secolo non fu solo una fase di grande fervore e rinnovamento religioso,ma rappresentò una vera e propria frattura strutturale dell’Europa.Dopo secoli di depressione economica altomedievale,il motore della storia accelerò bruscamente grazie a tre fattori:la crescita della produzione agricola,lo sviluppo degli scambi commerciali e il ritorno massiccio della circolazione monetaria.Questa ripresa portò alla nascita di una nuova classe sociale, intraprendente e sempre più ricca:la borghesia.Questa nuova ricchezza a volte ostentata creò,però,un paradosso:mentre i mercanti accumulavano fortune, la povertà urbana diventava un fenomeno ben visibile e percepito e al tempo stesso intollerabile.Un altro aspetto fondamentale riguardò la cultura,perchè la nuova classe sociale della borghesia doveva per necessità  saper leggere, scrivere e contare.Questo portò alla rottura del monopolio culturale della Chiesa, permettendo ai laici di accedere ai Vangeli in volgare senza la mediazione del clero. Questo mise in luce la discrepanza tra la vita degli apostoli e quella delle gerarchie ecclesiastiche,che vivevano nell'opulenza.

Un altro aspetto fondamentale in Francesco è il cammino di abbandono della violenza materiale e verbale,e della guerra, per vivere e predicare il messaggio di pace.Francesco, infatti, come molti giovani del suo tempo, aveva ricevuto un addestramento militare: il santo non nasce pacifista, ma aspira ai modelli di vita dei cavalieri e dei nobili, per avvicinarsi alla classe aristocratica, che però gli è preclusa per nascita in quanto figlio di un borghese.Nel clima di tensione di quei tempi tra Guelfi e Ghibellini, anche la città di Assisi dovette scontrarsi con alcune città avversarie, tra cui Perugia. Nel 1202 Francesco partecipò alla guerra tra le due città e nella battaglia di Collestrada venne fatto prigioniero.La prigionia di più di un anno,conclusa con il pagamento del riscatto da parte del padre,Bernardone,segnò profondamente il giovane, sia fisicamente per le dure condizioni che gravarono sul suo corpo, sia spiritualmente.Fu da lì che cominciò l’inizio del cambiamento che stava germogliando in lui.

In realtà, Francesco non fu il primo “folle” a farsi venire queste idee "pacifiste",di adesione più radicale e coerente con il messaggio evangelico.30 anni prima di lui, un altro ricco mercante aveva tentato la stessa strada, finendo però contro un muro.Fu Valdo di Lione un uomo che, come Francesco, aveva capito che guadagnare denaro non corrispondeva esattamente al comando di Cristo.Valdo donò tutto ai poveri e fondò i «Poveri di Lione». Tuttavia, quando andò a Roma per chiedere il permesso di predicare, si scontrò con una gerarchia che vedeva in lui solo un laico presuntuoso.Cacciato,Valdo continuò a predicare di nascosto,considerando la Chiesa corrotta e diventando eretico.Nel 1209,una generazione dopo,anche Francesco andò a Roma per lo stesso motivo e la sfida era identica a quella di Valdo,ma la risposta che arrivò fu radicalmente diversa.

Francesco,a differenza di Valdo,ebbe un'intuizione geniale,diplomatica prima ancora che spirituale.Egli capì che per influenzare la cristianità doveva, a ogni costo, stare dentro di essa.Gli altri movimenti contestavano l’autorità,Francesco,invece,scelse la via della sottomissione assoluta. Egli visse una radicalità che potremmo definire violenta: arrivò a demolire personalmente una casa di pietra ad Assisi perché i frati non dovevano avere stabilità né proprietà. Eppure, quello stesso uomo insegnava ai suoi confratelli che bisognava baciare le mani ai sacerdoti,anche se corrotti, perché quelle mani amministravano i sacramenti.La sua rivoluzione non cercava la critica a tutti i costi,ma si fondava sull’esempio e sull’obbedienza. Francesco dimostrò che si può essere gli ultimi degli ultimi senza mai smettere di ubbidire alla Chiesa,trasformandola così dall’interno anziché attaccarla dall’esterno.

Quando nel 1228 venne ordinata la canonizzazione di Francesco,il frate Tommaso da Celano ricevette l’ordine da papa Gregorio IX di scrivere una Vita del futuro santo.In questo enorme lavoro di ricostruzione dei momenti della vita di Francesco e di preparazione alla santità, l’autore non trascurò di narrare anche gli aspetti più spigolosi e ruvidi del frate. Infatti, l’immagine che ne emerge è molto diversa dall’umile poverello di Assisi della tradizione successiva: è per molti versi un ritratto scomodo, fatto di radicalità nell’abbracciare il messaggio evangelico, di privazioni e critiche aspre verso i confratelli più deboli o dediti alla vita contemplativa e non a quella del servizio.

Spesso la figura di Francesco è stata ridotta a quella di una specie di anticipatore degli hippy o di un moderno ecologista; in realtà Francesco fu un uomo molto più complesso e radicale, attraversato da un conflitto interiore profondo nel tentativo di rimanere fedele al messaggio evangelico in cui credeva, pur vivendo all’interno di un’istituzione imperfetta come la Chiesa.Per molti versi Francesco, nella sua complessità,continua ancora oggi a parlare attraverso il tempo.La sua lezione risiede soprattutto nella scelta di restare dentro la realtà che voleva trasformare: per incidere nella storia non basta protestare dall’esterno,ma occorre abitare le contraddizioni del proprio tempo, restando fedeli a un messaggio e a una visione del mondo.Francesco ci ha dato un insegnamento radicale:la povertà può diventare una forma di libertà assoluta,una rinuncia al potere e alle sue logiche,non una fuga dal mondo ma un modo diverso di starci dentro.

23 settembre 2026

EMMA, UNA LIBERALE "IRREGOLARE"




Ci ha lasciati l'11 settembre uno dei grandi nomi della politica e della società italiana.Un'esperienza politica straordinaria la sua,che ha attraversato quasi un'intero secolo.Perchè Emma Bonino,che se ne è andata a 78 anni,ha scritto alcune delle pagine più belle della storia civile del nostro Paese.Oggi,al di là delle diverse fedi politiche,è l’Italia intera che si inchina innanzi alla forza di questa donna che,con le sue lotte e il suo impegno,ha decisamente mutato il destino della nazione.

È morta divorata da un tumore che la assediava da tempo.Un male che non ha mai nascosto e contro il quale ha combattuto come sempre ha fatto in tutta la sua esistenza,con il suo carattere forte e volitivo.Fino alla fine dei suoi giorni ha sempre combattuto per quei valori liberali e democratici in un Paese che ha sempre considerato questa ispirazione minoritaria;eppure lei e Marco Pannella e i radicali hanno fatto capire alla società italiana che quelle loro battaglie — l’aborto(una battaglia che Emma Bonino ha combattuto in prima persona e sulla sua pelle)e il divorzio,e la giustizia giusta—sono state battaglie che alla fine hanno cambiata la vita dei cittadini e delle donne in particolare,rompendo le catene,politico-ideologiche,che imprigionavano la libertà dei singoli,ridando agli individui,ed in ispecie alle donne,la dignità tolta loro dalle convenzioni e dai diktatat ideologici e religiosi.Con la forza dell’esempio i radicali hanno imposto all’agenda politica italiana temi che le culture dominanti avevano tralasciato.Perchè la cultura liberale,di cui i radicali sono stati sempre strenui sostenitori,è la cultura delle libertà personali e dei diritti individuali;la cultura liberale poneva e pone l’individuo al centro della società,ed è perciò del tutto estranea alle due grandi "chiese" politiche,la Dc,per la quale il credo è:“Soffrire in terra per poi andare in paradiso” e del Pci per il quale contavano solo le masse.Per Dc e PCI questi temi,la giustizia,il divorzio,l’aborto erano solo frivolezze da salotti bene.

Perciò i Radicali furono da subito diversi:ponevano al centro del loro impegno politico e civile l’individuo come protagonista e consideravano i diritti civili alla stessa stregua di quelli sociali.Una differenza d’impostazione culturale.I diritti delle persone,la bussola di una vita per Emma Bonino."Ho sempre tentato di spiegare - diceva lei - che i diritti civili sono questioni sociali perché se hai i soldi per divorziare trovi la Sacra Rota o vai a Londra.I diritti civili sono diritti sociali,sono problemi sociali,tasse umane e finanziarie.Dirette o indirette".Dalla condizione carceraria a quella delle vittime di una giustizia malata o di una vera malagiustizia,come quella che si accanì contro Enzo Tortora,fino all’impegno,anche come Commissaria Europea prima e come ministra nei governi Prodi e Letta dopo,a quello per promuovere il Tribunale penale internazionale e per salvaguardare sempre e ovunque i diritti umani,dall’Afghanistan ai diritti umani del popolo tibetano contro la dittatura e l'oppressione cinese,Emma Bonino c’era sempre.Non ebbe paura di sostenere l’intervento militare internazionale per fermare lo sterminio in Bosnia e in Kossovo,valutando sempre non un astratto pacifismo,ma la prevalenza morale della difesa dei diritti individuali e dei popoli rispetto alle logiche di aggressione e di potenza.Fu lei,come Commissaria europea,a fare indagini per accertare le responsabilità di Slobodan Milošević e Ratko Mladić per i crimini contro l'umanità compiuti contro i musulmani a Srebrenica.Lo stesso impegno e la stessa forza morale che in questi anni la Bonino ha posto nel difendere l'Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

Era una irregolare per definizione Emma Bonino,munita della magnifica capacità di sottrarsi alle certezze ideologiche come solo i grandi riescono a fare,Pier Paolo Pasolini,ad esempio.Bonino ha partecipato a governi di diverso colore,nel convincimento che certe battaglie non hanno colori di parte o schieramento.Fu Commissaria Europea proposta dal governo Berlusconi,con l’obiettivo di rappresentare istituzionalmente i suoi valori e le sue battaglie ovunque,sempre.Da anni il suo impegno era per rafforzare l’Europa e renderla più efficace e unita.Ad una domanda sul futuro dell'Europa come Federazione di Stati,Emma rispose: «E' l'unica possibilità,non conosco altro sistema che possa tenere insieme cinquecento milioni di abitanti rispettando le loro diversità. Stati Uniti d’Europa con poche competenze al centro, solo quelle che sono più efficaci e che vengano fatte insieme,con tanta sussidiarietà.Perché dobbiamo unire le persone, ma senza omologarle».Ecco così si potrebbe ricordare Emma Bonino,una persona che ha speso la propria vita per unire diversità senza omologarsi mai a nessuno.

Ma tante cose ancora si potrebbero dire di Emma Bonino e del mondo radicale nel quale chi ci entrava non poteva non respirare una fresca aria di diversità e libertà.Ma è anche difficile raccontarla perchè era un carattere rigido e coerente e perciò era inutile cercare di stemperarla o ammorbidirla.Patetico blandirla,velleitario e ridicolo cercare di intimidirla,figuriamoci minacciarla,o negli ultimi faticosi anni,pietirla.Era fiera.Mai sprezzante,arrogante o presuntuosa,e anche con la voce spezzata e i singhiozzi attutiti nel parlare del suo tumore a Radio Radicale, ma fiera anche davanti alla morte.Ed anche unica. Unica perché non era una Pasionaria, anche se la passione l'ha animata per tutta la sua esistenza.C’è qualcosa di non laico,un qualcosa estraneo alla realtà e alla coscienza,nel dedicare,come Emma Bonino ha fatto,tutta la propria esistenza a una causa:una forma quasi ascetica,una religione laica,la religione della libertà.

Nel professare quotidianamente la sua religione della libertà,Emma Bonino visse in prima persona quella che è una grande battaglia di civiltà ma per una donna un dramma esistenziale: l’aborto.Un ginecologo,chissà perché,le aveva detto che era sterile.Eppure quella giovane donna rimase incinta e decise di abortire.L’aborto in Italia allora era solo clandestino.Un medico le chiede 500 mila lire,ma lei non le aveva.Ne trova uno,a Firenze,che si accontenta di 50 mila.Da allora cominciò ad accompagnare le donne che volevano abortire.Si chiamava "disobbedienza civile",e la faceva con gli altri grandi leader  radicali Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia.Il giornale "Il Borghese",però, fa esplodere lo scandalo e lei provocatoriamente si autodenuncia:«Arrestatemi».L’arresto è inevitabile,rimane tre settimane in carcere.Una sfida che diventerà una battaglia di civiltà,non priva di contorni cruenti.Ma fu da quelle battaglie sue e di Adele Faccio che arriverà poi la legge 194 del 1978 sull'aborto.

E poi l'incontro con "lui",con Marco Pannella.Pannella non ascoltava nessuno,raccontava Bonino,ma era proprio questo il suo tratto distintivo e la sua forza.Era un vulcano di idee,un turbine in tutte le battaglie che conduceva,dalla legalizzazione della cannabis agli scioperi della fame e della sete,quegli scioperi che li provarono entrambi pesantemente nel fisico.E i 67 milioni di firme raccolte per 122 referendum,di cui 35 vinti,e le battaglie sull’eutanasia,quelle sulle carceri,con la creazione dell'Associazione "Nessuno tocchi Caino" e le battaglie sullo sterminio per fame,con la raccolta di firme dei Premi Nobel e la battaglia per una giustizia giusta e il processo Tortora che,grazie a Pannella,divenne caso nazionale.

Tante le missioni di Emma nel mondo,da Commissaria Europea,da ministra o semplicemente per quella sua sensibilità radicale.La Bosnia,il Kosovo,la Somalia,l’Afghanistan e tanti altri Paesi,martoriati da guerre e oppressione,e  il suo impegno fu soprattutto per le donne,a partire dalle mutilazioni genitali.Tra tutte queste missioni si ricorda ancora il suo arresto in Afghanistan,da parte della "Milizia talebana per la repressione del vizio".Ma lei apposta per questo s'era recata a Kabul:per testimoniare e denunciare le condizioni di vita e le gravi discriminazioni imposte dal regime fondamentalista contro la popolazione e i diritti umani e le donne in particolare.Il fermo sollevò forti proteste in Europa:il Consiglio d'Europa e diversi ministri degli Esteri condannarono apertamente l'atto.Al suo rientro,la leader radicale lanciò l'iniziativa "Un fiore per le donne di Kabul" per mantenere alta l'attenzione sulle persecuzioni subite dalle donne afghane.

Certo,Emma fu anticlericale e come non ricordare i cartelli con cui sfilava:"No Vatican,no taliban".Il contrasto con la Chiesa fu politico e personale,e non solo sull’aborto.Né sarebbe corretto dire che poi il tempo cancella le contrapposizioni.Eppure con Papa Bergoglio ci fu un sentire comune,e non soltanto alla fine,quando i due,sulle loro carrozzelle,si incontrarono sul terrazzo della casa di Emma.Il pontefice,anche sollevando un certo scandalo in Vaticano,l'aveva inclusa,in un'intervista "tra i grandi dell’Italia di oggi".

Oggi che se ne è andata rimane l'amarezza della sua rottura con Pannella e le cose non dette tra loro due.Marco Pannella è morto senza che con Emma si parlasse più,si chiarissero,si spiegassero.Un cruccio al quale Bonino aveva per forza dovuto rassegnarsi.Disse lui una volta: "La signora Bonino lavora molto e mai da noi.Che c....faccia davvero non si sa".Emma,risentita,rispose:"Ma sei scemo?Io sono iscritta al partito a 2.500 euro al mese".Da allora basta,più niente,non si sentirono più.Un dolore,probabilmente reciproco,dopo una vita di battaglie radicali che le loro morti lasciano irrisolto.Ma che ci fanno capire,al di là delle appartenenze partitiche,come Marco ed Emma siano stati qualcosa di speciale e di unico nella vita politica di questo Paese.

18 settembre 2026

MASHA AMINI E L'EUROPA COM'ERA

 


 



"Se potessi chiudere gli occhi
e lasciare che i sogni mi prendano per mano
mi alzerei e volerei in nuovi cieli
e dimenticherei i miei dolori
se potessi viaggiare nella mia immaginazione
crescerei e costruirei dei palazzi e delle notti

dove crescerebbero l'amore e le mie speranze
e cancelleremmo le disgrazie”

Queste sono le parole struggenti di una vecchia canzone persiana che sembra riecheggiare il sogno delle donne iraniane che da quel 16 settembre 2022,giorno della morte di Mahsa Amini,la giovane ragazza curda-iraniana di soli 22 anni,assassinata dal regime teocratico di Teheran,quotidianamente protestano contro il potere cieco,violento e sanguinario degli ayatollah.Quella giovane donna era stata arrestata tre giorni prima dalla c.d. famigerata "Polizia morale” iraniana,che da anni regolarmente sottopone donne e ragazze ad arresti e detenzioni arbitrarie,torture e abusi sessuali in carcere per non aver rispettato l’obbligo discriminatorio di indossare il velo. Le donne iraniane, infatti, da qualche tempo sfidano in modo creativo il velo obbligatorio spingendo indietro i loro foulard e indossando abiti colorati e Mahsa Amini fu arrestata proprio per questo: il suo chador lasciava intravedere alcune ciocche di capelli. Secondo testimoni oculari, Mahsa venne picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara e, dopo alcune ore,dopo essere entrata in coma,viene ricoverata in ospedale dove muore tre giorni dopo.Un omicidio brutale e senza alcuna giustificazione, un femminicidio di stato, che è stato la goccia che fece traboccare il vaso dopo quarant’anni di tensione.

Sono trascorsi 4 anni dalla morte a Teheran di quella ragazza.In questi quattro anni molto è cambiato in Iran:le due guerre mosse da Usa e Israele hanno condotto a un inasprimento della repressione interna,peraltro già molto violenta e sanguinaria, e favorito l'ala dura e militarista del sistema, quella dei pasdaran,che ostacola ogni tentativo diplomatico facendo al contempo il gioco dei guerrafondai del fronte opposto.E come se non bastasse il conflitto ha portato con sé anche migliaia di arresti per accuse legate alla sicurezza nazionale,a processi non trasparenti e a un aumento delle esecuzioni capitali tra i manifestanti nelle ultime ondate di proteste anche per fantomatiche accuse di spionaggio per conto del nemico.Per non dire degli stupri e delle violenze di ogni genere subite dalle ragazze e dai ragazzi nelle carceri del regime degli ayatollah.

Ma con quel 16 settembre 2022 è cominciata in Iran una rivoluzione civile proprio e soprattutto tra le donne,una rivoluzione,che,nonostante tutto,ancora oggi non si ferma,nonostante tutto:nonostante le pressioni dalla parte più dura e più retriva del regime per una più rigida applicazione delle norme sull’obbligo del velo,per moltissime donne e ragazze iraniane è ormai abitudine non portare più nemmeno una sciarpa sui capelli e vestire liberamente nei luoghi pubblici in tutto il Paese.Il regime teocratico ha dovuto accettare questi atti di "disobbedienza civile" di fatto anche per cercare di recuperare consenso interno difronte all'attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Questo modo di agire della popolazione è comunque il segno di una società molto più libera e avanzata di quanto la vorrebbero i suoi gruppi dirigenti.Del resto quella persiana è una cultura e una tradizione millennaria che nessuna dittatura criminale,come l'attuale teocrazia potrà mai sopprimere.Perchè quella iraniana è una società civile e attiva,forte di quegli alti livelli di istruzione garantiti anche alle donne.Fu la stessa Rivoluzione khomeneista,all'inizio,a chiamare le donne a mobilitarsi per la difesa del Paese e per i valori di una rivoluzione che originariamente non era solo islamica, ma un movimento popolare di riscatto nazionale dal regime di sfruttamento delle risorse del Paese imposto per decenni dallo Scià e per tramite suo da potenze esterne.

Paradossalmente,però,proprio la rivoluzione oscurantista di Khomenei ha formato anche la coscienza civile e l'impegno delle donne,soprattutto nei primi decenni,alla militanza nello spazio pubblico. Anche se poi una volta attivate,le donne si sono mobilitate ed evolute e hanno coinvolto altre categorie già politicizzate,come giovani,studenti e lavoratori,a difesa dei diritti civili e delle libertà personali proprie e della società tutta.E' dunque ancora quella loro rivoluzione,quella nata dal movimento "Donna,Vita,Libertà",anche se le dure repressioni sulle quali un rapporto di Amnesty International ha dato conto.

Dalla morte di Mahsa Amini si sono anche sviluppate interrogativi su che cosa si poteva fare all'estero e dall'estero per la lotta delle donne iraniane,e questo ha preparato e in certo qual modo "legittimato" la guerra di tre anni dopo.Questi interrogativi se li poneva la diaspora iraniana e tra i monarchici,fautori del vecchio Scià,incoraggiati da una vera macchina da guerra della informazione e della comunicazione sui social media.Del resto l’intervento militare di Stati Uniti e Israele era stato  sostenuto anche dall'ex erede al trono, Reza Pahlavi, residente a Washington, e non erano pochi anche gli iraniani che vivono nel Paese che,pur non avendo mai conosciuto lo Scià per motivi anagrafici(l'età media in Iran oggi è di 34-35 anni mentre l'avvento al potere di Khomeini è del 1979 cioè quasi 50 anni fa),speravano in un’azione armata risolutiva che avrebbe potuto far cadere in breve tempo la Repubblica Islamica.Questo,però,non è accaduto,gli apparati militari e di sicurezza si sono rafforzati,e ora assistiamo alle tragiche conseguenze di quell'avventurismo bellico: migliaia di morti ed enormi distruzioni in Iran, vittime e distruzioni anche negli altri Paesi della regione,il blocco dello Stretto di Hormuz come potente arma di difesa iraniana nonché preludio alla nuova crisi montante nello stretto di Bab el Mandeb, missili e droni che continuano a colpire obiettivi americani negli Stati arabi del Golfo, portando una regione del mondo fondamentale per l'economia mondiale del tutto fuori controllo.

Ma nel frattempo,cosa sta accadendo ai movimenti della società civile che,pur avendo avuto un forte impulso proprio dalla vicenda di Mahsa Amini,già da decenni si mobilitavano per un cambiamento profondo,dall’interno,della Repubblica Islamica?A tal proposito sono significative le parole dell’attivista iraniana Sepideh Gholian,giovane donna coraggiosa che  più volte è stata in carcere per il suo ribellarsi al regime:“In realtà è stato il regime a servirsi della guerra - ella dice - per cercare di soffocare la battaglia democratica.Per gli apparati di sicurezza,la guerra è diventata una scusa per dire:‘Adesso non è il momento di protestare’.Aggiungendo poi:“La democrazia non arriva(....)dalla guerra.È la gente a volere la democrazia(....)Ho la responsabilità di non permettere che la guerra diventi il pretesto per dimenticare i prigionieri e il massacro di gennaio(la repressione delle proteste del gennaio scorso con il massacro di quasi 50.000 persone da parte del regime).E ancora:“Lo schema non è favorevoli/contrari alla guerra: è il potere stesso a costruire questa dicotomia,per dipingere chi chiede democrazia come un traditore o un mercenario”.

E' allora giunto  il tempo in cui,proprio in nome di Mahsa Amini,l’Europa torni a essere Europa.Dobbiamo tornare ad interrogarci, quattro anni dopo la sua morte,su cosa noi possiamo fare per aiutare il popolo iraniano a uscire dalla trappola interna e da quella nuova della guerra.La risposta è straordinariamente semplice:bisogna tornare ad essere Europa.L'Europa del Nobel per la Pace ottenuto nel 2012.In quell'anno,infatti,il Comitato per il Nobel assegnò il Premio per la Pace all'Unione Europea "per aver contribuito per oltre 60 anni all'avanzamento della pace,della riconciliazione,della democrazia e dei diritti umani".Ecco perchè bisogna farsi la domanda:perché l’Europa non ha il coraggio di tornare a quelle sue nobili origini,ritrovando con orgoglio lo spazio che la sua cultura e la sua civiltà si è conquistata nei secoli in una fase in cui la democrazia americana sta toccando il suo punto più basso,sotto attacco del suo presidente e della potente plutocrazia di tecnocrati della finanza e del web con cui finora è stato alleato ?

Tornare ad essere noi stessi è la risposta:a credere davvero nei diritti umani da difendersi ovunque e comunque,senza doppi standard come abbiamo fatto in questi ultimi anni:quando ad esempio si denunciavano le gravi violazioni dei diritti umani in Iran,ma poi molti governi europei facevano affari sottobanco con il sanguinario regime iraniano e non alzavano la voce contro lo sterminio che il regime teocratico consumava sui giovani iraniani.E dobbiamo imporci di non cedere sulla difesa dei nostri valori democratici e sulla lotta contro tutte le ingiustizie,che si verificano ovunque,in Iran come in Ucraina,a Gaza come in alcune potenze del Golfo nostre alleate e nelle frontiere allargate della “Fortezza Europa” - e non solo sul suolo di certi Paesi non allineati con l’Occidente.E imponiamoci di riconoscere i nuovi autoritarismi che si infiltrano anche fra noi,portati dalle nuove destre che nutrono i loro elettorati con facili propagande populistiche anti-migranti.Torniamo, da europei, ad essere noi stessi per tornare a meritarci davvero di essere modello e fonte di ispirazione per chi lotta per la giustizia e la democrazia ovunque, anche in Iran. E che abbiamo deluso.