Olindo Malagodi,che nel 1921 era divenuto Senatore,cercò di dissuadere Giovanni dalla sua passione per la politica perché,con i fascisti al potere,c’era un rischio fisico se non si voleva rinunciare alle proprie idee.Ma intanto il giovane Malagodi si laureva nel 1926 in Giurisprudenza a Napoli discutendo delle “Ideologie politiche”,relatore un certo Benedetto Croce.Cominciò subito a percorrere la carriera bancaria per studiare le tematiche economiche.Si formò nella Banca Commerciale Italiana,nella Sudameris(Banca franco-italiana per l’America del Sud),lavorò in Argentina,e ricoprì incarichi di responsabilità.
Dopo il Fascismo il Partito Liberale mosse i primi passi in un periodo difficile nel nuovo stato repubblicano.Stretto nella morsa delle due grandi forze,la Dc e il Fronte Popolare PCI-PSI,il PLI non riesce ad avere la forza per rendersi autonomo da siffatti colossi,diversi ma speculari fra loro.Eppure nel PLI c'erano uomini di un'altezza morale imparagonabile come Vittorio Emanuele Orlando,liberale erede della tradizione risorgimentale e Benedetto Croce,presidente del Pli,i quali in quanto componenti liberali dell'Assemblea Costituente,quando viene discusso il Trattato di Pace imposto all’Italia dai vincitori,hanno il coraggio di dire no alla ratifica perchè troppo onerosa.
Nel 1953 Giovanni Malagodi viene eletto deputato del Pli per la prima volta,e per la sua indubbia personalità e le sue grandi capacità già nell'aprile 1954 conquistò la segreteria del partito succedendo a Bruno Villabruna.Sono gli anni del Centrismo con Governi a guida democristiana retti da Dc, Psdi,Pli e Pri.Malagodi credeva con convinzione in tale formula politica.Allo stesso tempo Malagodi fa del Pli un partito lontano e distante dalla Destra,nonostante le offerte e le lusinghe che gli venivano dal MSI di Almirante.Sempre e orgogliosamente Malagodi rivendicò la netta differenza e la distanza etica e culturale del PLI dalla Destra italiana.Malagodi respinse fermamente i ripetuti appelli per la costituzione di una Grande Destra con MSI e monarchici(abbastanza forti negli anni 50 e 60)pensata da Almirante per avversare le Sinistre e condizionare la Dc.Ma,a differenza della DC,il PLI non intese mai escludere per legge la Destra dal panorama politico,anche se ne avrebbe avuto tutto l’interesse a farlo,in base a piccoli e meschini calcoli elettoralistici.
Fautore della democrazia liberale,unico sistema dove possono convivere libertà e progresso sociale,Malagodi difese convintamente l’iniziativa privata,criticò il dirigismo di stato e l’autarchia,ostracizzò l'istituzione delle Regioni viste come causa di corruzione morale e materiale e come nuova grande fonte di spesa per lo Stato.In politica estera rimarcò la necessità della permanenza dell’Italia nella Nato e, nonostante il fallimento per volontà francese della Comunità Europea di Difesa (CED),Malagodi ritenne sempre essenziale una unione europea che si caratterizzasse non solo militarmente, ma anche dal punto di vista politico ed economico.
Nel 1955 si consumò nel PLI forse la più dolorosa ferita della sua storia.Nel dicembre di quell'anno gli esponenti della sinistra liberale,in primis Marco Pannella e Mario Pannunzio,Bruno Villabruna,Nicolò Carandini e Leone Cattani abbandonarono il PLI in contestazione con la linea politica di Giovanni Malagodi giudicata troppo conservatrice e alcuni di loro fondarono il Partito Radicale.Eppure nell'immediato proprio quella linea politica ottenne risultati elettorali a dir poco eccellenti.Nelle elezioni politiche del 1958, con oltre 200 mila voti in più rispetto al 1953, il PLI vede premiata la politica centrista e ancor più successivamente,con la DC che aveva virato verso l'alleanza di governo di centrosinistra con il PSI,il Partito Liberale,andato per scelta all’opposizione,ottenne nelle elezioni politiche del 1963 un autentico boom di consensi balzando dal 3,54 % del 1958 a quasi l'8% con oltre 2 milioni di voti.Rivelatasi vincente la politica centrista e la chiusura a sinistra,il PLI diventa così la quarta forza politica nazionale.Nelle Provinciali e Comunali 1964 rafforza questi risultati riportando l’11% e distanziando monarchici e missini.
Il PLI riscuote la fiducia del proprio elettorato.Si tratta di un elettorato patriottico,anche con alcune venature destrorse,ma lontano da ogni revanscismo nazionalista,moderato e non estremista,avverso a Pci e Psi,fautore della libertà d’impresa,difensore della proprietà privata e del risparmio.
Col tempo però,quella diffidenza e opposizione della società italiana verso il centrosinistra si annacqua e anzi si assaggiano "i piaceri" dello stato assistenziale e di una politica dirigista e statalista;i cordoni della spesa pubblica si allentano e comincia il tempo delle spese facili che poi porteranno all'enorme buco di bilancio che ancora oggi condiziona il destino delle nuove generazioni.Innegabile dire,però,che la società stava cambiando in Italia come in tutto il mondo.Sul finire degli anni Sessanta la tranquillità degli anni del boom economico svanisce travolta da un fenomeno che,proveniente dagli Usa,tocca molta parte dell’Europa: la Contestazione giovanile. Nel denunciare la società consumistica e l’autoritarismo dei professori,i contestatori invocano più uguaglianza ed un maggiore coinvolgimento nei processi decisionali.La Contestazione dà voce anche alle rivendicazioni operaie che trovano nel filosofo marxista tedesco Herbert Marcuse uno dei punti di riferimento.
Contrario ad una “politica artificiosamente giovanilistica”,Malagodi è dell’avviso che quelle contestazioni giovanili hanno una portata positiva,perchè lui è certo che la “protesta libertaria” presente in quelle proteste è destinata a sfociare nel Liberalismo. I fatti gli daranno ragione visto che, nel giro di alcuni lustri, non pochi contestatori di quegli anni che avevano abbracciata la causa comunista, diverranno dei convinti liberali.Solo per fare qualche nome Giuliano Ferrara,Paolo Mieli,Ferdinando Adornato e Carlo Ripa di Meana.
Ma al di là di quelli che furono gli esiti elettorali del PLI,ricordare Giovanni Malagodi significa sempre parlare di un uomo nel quale erano profondissimi i radicamenti di cultura liberale in uno Stato moderno,volti alla tutela della libertà e della dignità dell’individuo dei quali all’epoca Malagodi fu strenuo difensore con una guida politica di grande spessore.Di Malagodi colpiva la sua profondissima cultura,non solo nella sua materia che era quella economica;frequentava,parlando correntemente quattro lingue,molti consessi internazionali e si restava meravigliati nel vedere la sua fulminea carriera sia nella leggendaria Banca Commerciale di Toepliz e di Mattioli,quest'ultimo chiamato il "banchiere umanista".Nella Banca Commerciale,ancora giovanissimo,aveva raggiunto il grado di direttore centrale.E poi tutti gli altri consessi ed organismi internazionali,nei quali aveva svolto importanti incarichi fra economia e diplomazia, all’OECE (l'Organizzazione internazionale fondata a Parigi da 16 stati europei per coordinare la ricostruzione post-bellica e la gestione degli aiuti statunitensi del Piano Marshall).E poi il "Bureau du Travail International" a Ginevra e alla NATO,e la segreteria del PLI al quale aveva aderito appena due anni prima.
Ascoltando i suoi discorsi,era impossibile sottrarsi al fascino di un’oratoria fluida,chiara,a una logica stringente,dotata di grande efficacia persuasiva,ed anche nelle Tribune Politiche televisive Malagodi era del tutto alieno dal rifugiarsi nella retorica,nei ragionamenti barocchi, nebulosi e labirintici propri dei politici dell’epoca;nei suoi ragionamenti,invece,confluivano la sua vasta e profonda cultura umanistica e politica ed un’importante esperienza nel campo della finanza internazionale.
In quegli anni dominava in Italia un cattolicesimo politico non più degasperiano,ma incline alle suggestioni dossettiane il cui interprete era Amintore Fanfani.Il leader della DC era sostenitore di un’economia pubblica allargata ed invasiva,convinto che per realizzare una società inspirata al pensiero sociale-cattolico il potere pubblico doveva controllare l’economia mediante la programmazione dello sviluppo economico, mentre, sul piano politico, sosteneva la necessità dell’ingresso nel Governo del Partito Socialista che considerava maturo per tale esperienza in quanto sciolto dall’alleanza con il PCI e dalla pregiudiziale marxista.Nulla di più contrario alla concezione liberale dello Stato e dell’economia.Malagodi, alla guida di un piccolo partito,ebbe il coraggio di sfidare il pachiderma Democrazia Cristiana ed intraprese un’opposizione intransigente ma, a un tempo, leale e costruttiva contro la politica del centrosinistra,usando le armi della ragione,forte della competenza,dell’ autorevolezza e del rispetto che gli riconosceva gran parte dell’opinione pubblica,anche se di diverso orientamento politico.Malagodi puntò decisamente contro la nazionalizzazione delle imprese elettriche,la programmazione economica,l’introduzione delle Regioni,viste come una moltiplicazione di spesa e burocrazia inefficiente,fu contro la nuova disciplina dei patti agrari e contro l’invadenza dello Stato padrone nell’economia con funzioni di regolazione del mercato che prescindevano da criteri di economicità.
E fu perciò che la politica di Malagodi si concentrò nella difesa della libertà di mercato e della concorrenza facendosi promotore di una proposta di legge antimonopolista per riequilibrare il mercato che non fu presa in esame perché osteggiata dalla maggioranza.Per Malagodi,nel solco del liberalismo crociano,il solco fondamentale da percorrere era quello dello “Stato minimo”.I pubblici poteri dovevano limitarsi alle funzioni ad essi proprie per sostenere, senza indulgere ad alcuna forma di paternalismo,i deboli senza umiliare i capaci; ritirarsi dalle mansioni di cui si andavano appropriando,limitando l’autonomia dei cittadini;astenersi dall’elargire sussidi e prebende.Malagodi soleva ripetere che "la maggior forza creatrice è la libertà e il maggior strumento di questa è l’individuo autonomo".
E' qui il fulcro del liberalismo malagodiano che concepiva l’economia non come un fine,ma come un mezzo per la salvaguardia delle istituzioni liberali e la dignità dell’uomo.Malagodi non fu in realtà pregiudizialmente contrario ad una collaborazione con i socialisti,subordinandola però ad un loro effettivo distacco dai comunisti,anche se ne dubitava fortemente,intuendo nella politica della DC di Aldo Moro i prologhi di quello che sarebbe poi stato definito compromesso storico.Ma altri esponenti liberali,ed in particolare l'altro "padre nobile" del PLI,Aldo Bozzi,lo avvertivano circa “il processo d’isolamento” che stava subendo il Partito Liberale durante la fase del centrosinistra che ne provocava la progressiva falcidia della rappresentanza parlamentare.
Malagodi rifiutò di essere confinato nell’ipocrita figura del “grande vecchio” e continuò a sostenere intensamente il suo liberalismo impegnandosi sia nell’ Internazionale Liberale,fondata nel 1947 sotto la presidenza di Salvador de Madariaga,i cui principi fondanti furono aggiornati dalla Dichiarazione Liberale di Oxford del 1967 redatta dallo stesso Malagodi,sia come senatore liberale,diventando anzi Presidente del Senato fino al 1987.
La continuità del proprio pensiero e degli ideali che avevano ispirato la sua azione, l ’incrollabile fede nella libertà, Malagodi le manifestò ancora nella presentazione della sua creatura ”Libro Aperto” nel 1980:”Ci muoveremo a mezza quota fra il puro cielo della dottrina e l’accidentato terreno del quotidiano….Non ci limiteremo all’Italia. I problemi della politica presentano molti tratti comuni nei diversi paesi del mondo, compresi quelli in via di sviluppo”.
La fine della leadership malagodiana del PLI fu segnata da notevoli polemiche.Lo sostituì alla guida della segreteria un altro grande liberale,quel Valerio Zanone di cui quest'anno ricorrono i 10 anni dalla scomparsa.Furono mosse a Malagodi molte critiche,alcune anche ingenerose,come uomo sorpassato e fuori dai tempi,ostinato su questioni di principio, insensibile ai grandi fenomeni sociali che si andavano manifestando in Italia.Nei suoi atteggiamenti si criticò il suo carattere spigoloso,e i suoi discorsi furono giudicati incapaci di arrivare al cuore della gente in quanto,fu detto,”illuminano,ma non scaldano,non concedono nulla alla fantasia,alle passioni,agli umori".
Ma,come detto,molte di queste critiche erano profondamente ingiuste.In realtà Malagodi era uomo di profonda cultura umanistica ed economica,conoscitore di molti e diversi Paesi;quasi uno spirito "religioso",a dir così,il suo.Forse gli ha nociuto la scarsa dote di duttilità in certi incontri.Ma Malagodi era questo:uomo tenace di convinzioni radicate e profonde che non indulgeva ad alcun opportunismo perché incapace di dire cose diverse da quelle che gl’imponeva la sua coscienza con fervore quasi sacerdotale.La verità è che per uomini come Malagodi la politica impone una moralità alta,esigente ed intransigente.
Ecco perchè ancora oggi indelebile rimane il ricordo di Giovanni Malagodi.Il ricordo di uno dei più grandi protagonisti della vita politica italiana del Novecento non è diluito dalla distanza degli anni e mi fa dire che Malagodi non fu in realtà un perdente.Alla linea politica di Malagodi non si può non riconoscere preveggenza e intuito.Nell’introduzione delle Regioni il grande liberale paventava il rischio della messa in pericolo dell’unità dello Stato che la nuova e confusa articolazione di poteri e funzioni avrebbe comportato(e oggi infatti lo vediamo concretamente)nonché il pericolo,poi divenuto una triste realtà, che la spesa regionale sarebbe "esplosa" perché gestita da una classe politica che non doveva darne conto ai cittadini.
La nazionalizzazione del settore elettrico, causata dal fallimento del mercato,fu criticata per le connotazioni politiche che la qualificavano e per le modalità attuative. Si affermò all’epoca da parte di Riccardo Lombardi, autorevole politico socialista, e di La Malfa,leader del Partito Repubblicano,che con la nazionalizzazione s’intendeva mettere un bastone fra le ruote del sistema capitalistico e introdurre una sorta di governo dell’economia.Ed invece Malagodi denunciò che con la nazionalizzazione si compiva un sostanziale esproprio perché si colpiva il valore di Borsa delle azioni mettendo in crisi le imprese.
La critica alla programmazione economica(che infatti si rivelò misura illusoria tanto che lo stesso Fanfani la ribattezzò” il libro dei sogni”)si fondava su di una limpida concezione liberale che non crede alla “mitologia dei piani”, ai profeti di salvezza che pretendono di conoscere la verità e di farti felice “a loro modo”.E tutta l’invadenza dello Stato nell’economia fu criticata da Malagodi non già per insensibilità sociale, come fu detto, ma perché volta a procurare facile consenso mediante le risorse pubbliche, creando categorie privilegiate e consentendo ai partiti politici di accedere alla gestione dei fondi pubblici mediante la nomina di persone meno competenti che fedeli.E a quanti sprechi abbiamo assistito negli anni,fino ai nostri giorni,di ingenti quantità di denaro pubblico per mantenere in vita imprese al di fuori di una logica di mercato o per ripianare le perdite di imprese e di enti pubblici degradati a meri esecutori di direttive politiche.
E come Malagodi denunciava e temeva la malapolitica ha inciso sui rapporti economici creando collusione tra il mondo politico e il mondo dell’economia,a fenomeni di assistenzialismo e di corruzione privilegiando gli interessi settoriali forti risolvendosi in una pubblicizzazione dell’economia senza vera socialità.Mentre lievitavano gli enti pubblici, declinava la morale pubblica.
Malagodi fece parte di un’esigua classe dirigente il cui codice contemplava devozione al bene comune, scrupolosa probità, decoro,grande apertura culturale,fede sincera e appassionata nella democrazia liberale,doti queste che furono meno apprezzate all’epoca di quanto possano esserlo dalle nuove generazioni.Questo "credo" malagodiano,se comparato al paesaggio politico attuale, fatto di semplificazione demagogica dei problemi, di dileggio della cultura quale privilegio castale, di impoverimento del linguaggio, della rivendicazione orgogliosa dell’incompetenza,di mancanza di visione politica,di appiattimento, trasformista e narcisista,rappresentino ancora un monito,ma anche un’eredità da non disperdere per tentare di riempire il vuoto di oggi.