Pedro Almodóvar ha 76 anni e da qualche film a questa parte la sua salute è entrata nei suoi lavori come un personaggio in più.Le emicranie,gli attacchi di panico,la paura della morte."Dolor y gloria" era già un'autoanalisi pubblica;questo nuovo film è un passo oltre,non racconta più la malattia,racconta il dubbio di avere ancora qualcosa da dire.Così Almodovar racconta di un regista(Leonardo Sbaraglia)che da 5 anni non riesce a girare niente, circondato da un pubblico cinefilo che lo venera e da una collaboratrice storica, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che sta per lasciarlo.Per sbloccarsi comincia a scrivere una sceneggiatura che si chiama Amarga Navidad,ambientata nel 2004,con una protagonista donna che si chiama Elsa (Bárbara Lennie), regista (di culto, appunto)che per campare si è messa a girare spot pubblicitari.Elsa è quindi Raúl travestito.Raúl è Almodóvar travestito. Lo spettatore siede in platea a guardare un uomo che si guarda guardarsi,e in questo gioco di specchi e di rimandi si teme di perdersi un po',ma si aspetta di capire se quella matrioska abbia un centro o sia in realtà vuota.E la domanda è una sola:ha il creatore il diritto di una storia di appropriarsi delle vite vere,di storie altrui segnate dal dolore e dalla tragedia e cannibalizzare il dolore altrui per trasformarlo in finzione per risorgere da una crisi artistica?Raúl non è simpatico quando saccheggia il dolore di Mónica per trovare la chiave narrativa che cercava da cinque anni. Non è simpatico, ma è vero.E Aitana SánchMadridez-Gijón,nella parte di Monica,è il cuore emotivo del film più autocritico del regista spagnolo:imperfetto,febbrile,spietato.
Nel film ci sono echi potenti di "Come in uno specchio",il celebre film di Ingmar Bergman del 1961.Il tema dello sfruttamento della malattia(e dell'arte che si nutre del dolore altrui)è centrale e brutale in entrambe le opere.In Bergman,il padre scrittore David osserva la discesa della figlia Karin nella schizofrenia:invece di aiutarla come genitore,sfrutta la sua sofferenza come materiale, annota freddamente l'evoluzione dei sintomi nel diario,ne trae ispirazione letteraria.Il cinismo dell'osservatore elevato a metodo creativo.Freddo,necessario, imperdonabile.In Amarga Navidad il meccanismo è lo stesso, ma il carnefice è Raúl Rossetti(alter ego esplicito di Almodóvar)che saccheggia il dolore della sua assistente Mónica (la morte di sua madre,la morte in un incidente stradale del piccolo figlio di una amica di Monica)per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere da 5 anni.E del resto Federico Fellini insegna: «Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio». Raúl compete. E vince. Al costo di Mónica.Ma nel film c'è anche una domanda che chiede risposte:quanto può durare un lutto?Forse per sempre,chissà,dipende dalle persone anche.E quanto può essere feroce un regista in cerca di ispirazione?Abbastanza da trasformare il dolore reale di chi ama in finzione.Tanto da non fermarsi neanche quando potrebbe.
Madrid, dicembre 2004:Elsa(Bárbara Lennie) è una regista di spot pubblicitari tormentata da emicranie ereditarie e da attacchi di panico(come realmente Aldomovar).Il fidanzato di Elsa,Bonifacio,pompiere le è sempre fedelmente al fianco aiutandola nei momenti difficili e nel dolore fisico e morale.Madrid,estate 2026:Raúl Rossetti(Leonardo Sbaraglia)è uno sceneggiatore e regista di successo bloccato da 5 anni di blocco creativo.Scopriamo quasi subito quello che sospettavamo:Elsa è Raúl.O meglio:Raúl sta scrivendo la storia di Elsa.Ovvero:Almodóvar sta scrivendo il film che state guardando.E' un gioco di specchi riuscitissimo,una struttura metacinematografica,pirandelliana,come Almodovar la chiama.
I nodi posti dalle domande poste la pellicola vengono al pettine alla fine del film.Esso cambia ritmo e "climax" nel Parco del Retiro,verso sera.Mónica(Aitana Sánchez-Gijón)presenza magnifica la sua che porta 20 anni di silenzi in corpo,crolla in un monologo-resa dei conti con il suo capo, con la sua lealtà mai ricambiata, con il fatto che Raúl ha usato la sua vita,il dolore reale,tutto privato ed intimo,per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere.È una scena teatrale, pirandelliana,devastante.E Raúl,nonostante l'emozione dopo lo sfogo inatteso di Monica,prende le pagine della vecchia sceneggiatura che Mónica gli aveva riportato e ricomincia a scrivere sul retro.Ecco,nel momento più drammatico l'ispirazione è arrivata.Il prezzo è Mónica.Raul non è simpatico, ma è onesto. E questa onestà,che il film non addolcisce e non assolve — è la cosa migliore di Amarga Navidad.Almodóvar si accusa.E poi torna a scrivere. Perché è questa la natura dello scrittore.
Verso la fine del film,le due amiche Elsa e Natalia(quest'ultima è la mamma del bambino morto in un incidente automobilistico che nel ricordo del bimbo e per il rimorso cerca di suicidarsi)guardano direttamente in macchina dalla villa di Lanzarote.Guardano Raúl.Guardano Almodóvar ed è come se guardassero gli spettatori.È il momento pirandelliano per eccellenza:i personaggi che si affacciano dalla finzione e chiedono all'autore cosa ne sarà di loro.L'obiettivo della macchina da presa e lo schermo del computer di Raúl sono le due estremità di un filo che attraversa ventidue anni.
Riecheggia allora San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi,che fa da colonna sonora anche nel film "Blu" di Krzysztof Kieślowski:«Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia;ora conosco in parte;ma allora conoscerò pienamente,come anche sono stato perfettamente conosciuto.»
Amarga Navidad non è certo il film più imperdibile di Almodóvar.Non ha la bellezza dei suoi capolavori,quelli del periodo d'oro,non ha le caratteristiche del primo Almodóvar né la commozione accessibile di "Todo sobre mi madre" o la devastazione di Volver. Non è "Dolor y gloria" che forse è il culmine della sua autoanalisi,più profondo,più definitivo.Ma dove lì c'era ancora una pace possibile, qui non si consola nessuno.Arriva solo il cursore che lampeggia a significare che il finale non riesce a essere scritto,e comunque non riesce a essere scritto senza far male e provocare dolore in altri.Ma forse,proprio perciò,questo film,paradossalmente,è più onesto.E le dita che tamburellano forsennate sulla tastiera e il cursore lampeggia in attesa di una fine che non c'è.