A soli 17 anni,la Fallaci cominciò a collaborare con un quotidiano fiorentino.Nel dicembre 1948 scrisse della sfilata di Dior a Firenze e poi il settimanale "Epoca" le affida la cronaca della prima sfilata sulla passerella della Sala Bianca di Palazzo Pitti.Due anni dopo viene assunta a L’Europeo e Oriana si trasferisce a Roma dove racconterà la “dolce vita” della capitale:i suoi incontri con i divi italiani e stranieri,da Marcello Mastroianni a Federico Fellini, da Ingrid Bergman a Anna Magnani,fanno clamore, e nel 1955 la giovane giornalista viene mandata negli Stati Uniti per conoscere,e smascherare, i personaggi di spicco della politica e dello spettacolo.Nasce così il suo primo libro,I Sette Peccati di Hollywood,che già anticipava i temi del #metoo.Nel 1967,però,stanca di seguire sfilate e intervistare star del cinema,partì per seguire il conflitto del Vietnam e,subito dopo,documentò le zone di guerra del Libano e di una Città del Messico segnata dagli scontri armati tra polizia e i movimenti studenteschi.
Insieme a Jacqueline Kennedy,Maria Callas, Ingrid Bergman,Margaret d’Inghilterra(anch'essa nota per il suo stile di vita ribelle, glamour e anticonvenzionale) fu tra le nuove eroine del Ventesimo secolo, gente che preferiva all’Olimpo la vita vera:"Non sono il tipo di persona che accetta regole solo perché sono regole" dichiarò una volta la Fallaci.
Era l'epoca del pacifismo e del femminismo,quelli vissuti e combattuti veramente,non quelli che oggi si proclamano come slogan da un palco o nei salotti delle elite.Propro quella sua frase può essere presa come simbolo di una generazione di donne che a una guerra sono andate comunque– la guerra dell’emancipazione,fatta come mamme,come avvocati,come giornaliste,come operaie,e ci sono andate adottando lo stile di Oriana.Dietro quel modo di portare un volto,un trucco,un corpo c’era ovviamente la sfida a cui il tutto alludeva: difficile immaginare una donna più moderna di quella che fin da giovanissima fece ciò che a quel tempo si chiamava “un lavoro da uomo”. Il fulcro della identità pubblica della Fallaci è,infatti, ancora oggi, quello della giornalista di guerra;a lei è cioè legata, nell’immaginario collettivo,una invasione:la figura della giornalista di guerra che simbolizzava con chiarezza l’appropriarsi da parte di una donna della professionalità e del coraggio,che sono due definizioni per eccellenza maschili.Questo ribaltamento degli schemi del maschile e del femminile è stato l’elemento davvero moderno che la Fallaci ha proposto all’identità comune delle donne.
Eppure in quegli anni ci furono nel mondo anche altre donne giornaliste di guerra.E allora perchè solo la Fallaci diventa un archetipo?Perchè dietro il simbolo c’è un’operazione culturale totalmente innovativa.Oriana Fallaci è artefice di un radicale cambiamento del mestiere giornalistico.Un cambiamento che i lettori percepiscono in maniera netta e chiara:quella donna è il segno di un nuovo modo di fare giornalismo.E, come spesso accade, è il pubblico a capire prima di altri un cambiamento cui l’establishment italiano fa resistenza.
Oriana Fallaci capovolse i canoni del giornalismo così com'erano fino allora.Il giornalista,per convenzione,è ai lati della storia,la vede scorrergli davanti e la racconta,cercandone quell’ideale e impossibile punto di perfezione che si chiama "equilibrio" giornalistico.Un modello che ha prodotto decenni di sciatta prosa,di rispettose articolesse, di pomposi lavori senza "graffiare".Fallaci invece straccia le convenzioni: si mette saldamente piantata al centro della storia;il suo “io” diventa addirittura il punto centrale del racconto,allo stesso livello della storia e/o del personaggio che racconta.
La Fallaci tirava fuori le sue opinioni,si batteva,si scontrava con l’intervistato:tagliava così in un colpo solo il velo di perbenismo e di reverenza che avvolgeva i potenti.Il suo era un giornalismo personale, schierato,vivo.In questo consisteva il suo coraggio. Quello che poi mostrava sul campo di battaglia ne era solo la conferma fisica.
Con Oriana Fallaci nasce poi un nuovo modo di lavorare e un nuovo genere:le interviste.Da allora,in ogni giornalista,in ogni parte del mondo,che fa una domanda a una conferenza stampa c’è oggi un pizzico di quella arroganza e di quella vita che lei ha messo nel giornalismo.
Non c'è perciò da meravigliarsi della sua immensa popolarità.Per il pubblico questa operazione culturale era comprensibile e identitaria.L’io narrante di Oriana è diventato così per milioni di persone la possibilità di interessarsi a storie e uomini che altrimenti non avrebbero mai capito.Tutte le crisi internazionali degli ultimi 50 anni hanno avuto in lei il più popolare narratore e interprete.I suoi libri hanno aperto gli occhi e a volte hanno sconvolto.Quello sulla guerra in Vietnam uscito nel 1971, Niente e così sia ottenne un successo clamoroso.
Gli anni '70 furono anche gli anni dell’amore tormentato con Alexandros Panagoulis – tra i protagonisti della resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli(nel 1968 finì in carcere per aver cercato di uccidere il leader della giunta greca George Papadopoulos)e dei due libri che danno a Oriana la definitiva consacrazione di grande scrittrice: Lettera a un bambino mai nato (del 1975)disperata,autobiografica confessione di ambivalenza di una donna libera riguardo alla gravidanza - e Un uomo (del 1979)che fu un tributo al suo grande amore,Panagoulis,morto in un sospetto incidente automobilistico ad Atene tre anni dopo il loro incontro.
Da allora la Fallaci si consacrò come una delle più acute intervistatrici politiche del mondo. Il suo modo di intervistare era deliberatamente inquietante:affrontava ogni incontro con studiata aggressività,faceva frequenti cenni all'esistenzialismo europeo (spesso disarmava i suoi soggetti con domande audaci sulla morte, Dio e la pietà) e mostrava un'intelligenza sinuosa e astuta.Il giornalismo della Fallaci era infatti intriso di un’avversione innata per il potere."Che provenga da un sovrano dispotico o da un presidente eletto,da un generale omicida o da un leader amato,vedo il potere come un potere disumano e un fenomeno odioso:ho sempre considerato la disobbedienza verso gli oppressori come l’unico modo per sfruttare il miracolo di essere nato”,così lei diceva.
E proprio al Potere lei aveva il coraggio di fare domande scomode e mai scontate o condiscendenti.Per questo negli anni '70 la Fallaci divenne un mito e i suoi articoli venivano richiesti dalle più importanti testate mondiali. La giornalista-reporter cominciò a rivolgere la sua attenzione alla politica e alle più grandi figure internazionali dell'epoca,arrivando a diversi faccia a faccia con Yasir Arafat,Golda Meir, Khomeini,Gheddafi,Indira Gandhi,Haile Selassie, Deng Xiaoping e Henry Kissinger.Con le sue domande,dirette e spietate,li mise tutti in difficoltà e tutte queste interviste memorabili sono raccolte nell'altro suo libro Intervista con la Storia, pubblicato nel 1974.
La sua fu una popolarità che negli anni raggiunse livelli riservati solo ai divi.Veniva invitata dagli studenti nelle università di prestigio come Harvard oppure,come a Belgrado, il teatro nel quale presentò "Un uomo" fu preso d’assalto dalla folla che voleva sentirla.In America ricevette prestigiose lauree ad honorem e nel volume "The Italians" – Storia degli Italiani Illustri, edito dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti,vi sono le fotografie di solo due celebri donne italiane:Eleonora Duse e Oriana Fallaci. Della Fallaci la didascalia dice:"I suoi scritti hanno portato il giornalismo politico a un nuovo livello. Le sue interviste con i leader e i potenti del mondo sono stupefacenti per il coraggio e l’intelligenza indagatrice".
Eppure a fronte di questa grande popolarità mondiale,la Fallaci non è mai stata ben vista in Italia,prima dalla destra,poi dalla sinistra. Questa parte della storia della sua vita non è un dettaglio e non è un aspetto secondario, per capire il personaggio.Nel mondo giornalistico e politico italiano si è sempre nutrita una certa ostilità verso la Fallaci.Si è perfino giunti a sostenere che le sue famose interviste ai capi di Stato del mondo non siano in realtà mai avvenute.Il contrasto tra la reputazione internazionale della giornalista e gli scarsi riconoscimenti italiani sono tali da costituire un vero caso su cui riflettere.
Un nuovo capitolo della biografia della Fallaci si aprì infine con la pubblicazione di un altro best seller internazionale, La rabbia e l'orgoglio, scritto dopo quasi 10 anni di silenzio,ispirato dall’attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York.Nonostante il milione di copie vendute solo in Italia,la tesi del libro ha suscitato divisioni e critiche anche in un settore di pubblico, quello della sinistra e dei giovani, che finora ha sempre guardato a lei come a un modello. Nel libro la Fallaci definisce la natura del conflitto tra il mondo occidentale e il mondo islamico. E lo fa senza concessioni ai “se” e ai “ma”. Per lei lo scontro in atto è semplice:noi occidentali siamo diversi,dice.E a questo punto,incompatibili.Dietro questa guerra,secondo lei,c’è una scelta:quella fra la nostra civiltà e la loro religione. Cioè la scelta fra noi e loro.Questa posizione si scontra direttamente con ogni tentativo di dialogo con il mondo musulmano: bisogno molto sentito in un paese come il nostro piantato dove inizia il Sud del Mondo, cresciuto nell’equilibrio precario della Guerra Fredda,con ancora alta la passione ideologica e molto bassa la capacità di gestione politica delle crisi. Mai come stavolta, dunque, la Fallaci ha diviso:rischiando di perdere una parte di consenso presso chi l’ha sempre amata.Ma figurarsi se questo a lei poteva interessare.D’altra parte, se questa righe di Oriana qualcosa ci raccontano,è in questo che consiste il "metodo Fallaci":scontrarsi con ciò che è il comune sentire,il politically correct e oggi il relativismo etico della sinistra.È semplicemente il modo di Oriana di esercitare il suo essere guerriera.Guerriera nata.