05 ottobre 2026

FRANCESCO, UNA FORMA DI LIBERTA'



Nella notte tra sabato 3 e domenica 4 ottobre 1226 si spegneva nella piccola chiesa della Porziuncola,San Francesco d'Assisi,quel piccolo immenso frate che tanto cambiò la storia della Chiesa e dell'umanità.Morì in quella piccola chiesa,in quel luogo così particolare dove Lui soleva pregare,oggi situata all'interno della  basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi,e che è annoverata tra i luoghi francescani più importanti:qui infatti Francesco comprese la sua vocazione, accolse santa Chiara e i primi frati,e ricevette quella particolare indulgenza che va sotto il nome di Perdono di Assisi,divenendo uno dei luoghi prediletti dal santo.Quest'anno ricorrono,dunque gli 800 anni dalla morte del poverello di Assisi.E dopo 800 anni anche quest'anno il 4 ottobre cade di domenica come in quell'anno 1226.


E' perciò che il 4 ottobre la Chiesa cattolica celebra la solennità di San Francesco,Patrono d'Italia.Ma quel giorno,più che indicare il momento della morte intesa come fine,è da sempre visto come "Transito"(dal latino transitus,cioè "passaggio")termine coniato e tramandato dai suoi biografi ufficiali(come Tommaso da Celano e San Bonaventura)per descrivere la sua morte pasquale come un sereno passaggio dal mondo terreno alla gloria del Cielo e per ricordare quello che Francesco scrisse nel suo "Cantico delle Creature",a proposito di "sorella Morte"("Laudato si',mi' Signore,per sora nostra Morte corporale")scritto due anni prima di morire,un testo che è anzitutto un'autentica opera poetica.

Quando pensiamo a San Francesco, la nostra mente evoca un’immagine quasi istintiva: quella del frate in saio povero che parla agli uccelli, circondato da un’aura di miracoli e serenità. È il Francesco che ci è stato consegnato da secoli di agiografia che ne restituiscono un’icona rassicurante, capace di lodare il Creato persino nel dolore.Epperò questa visione rischia di confinarlo in una narrazione limitata,oscurando la forza dell'uomo che è stato, prima di tutto,vale a dire quella di un rivoluzionario scomodo del Medioevo.Per rintracciare il vero Francesco è necessario fare una distinzione netta tra piano della devozione e quello della ricostruzione storico-documentaria.Solo liberandolo dalla fissità atemporale delle fonti della Chiesa possiamo comprenderlo come figlio della sua epoca: un uomo nuovo della borghesia .


Francesco è figlio di un’epoca rivoluzionaria.Il passaggio tra il XII e il XIII secolo non fu solo una fase di grande fervore e rinnovamento religioso,ma rappresentò una vera e propria frattura strutturale dell’Europa.Dopo secoli di depressione economica altomedievale,il motore della storia accelerò bruscamente grazie a tre fattori:la crescita della produzione agricola,lo sviluppo degli scambi commerciali e il ritorno massiccio della circolazione monetaria.Questa ripresa portò alla nascita di una nuova classe sociale, intraprendente e sempre più ricca:la borghesia.Questa nuova ricchezza a volte ostentata creò,però,un paradosso:mentre i mercanti accumulavano fortune, la povertà urbana diventava un fenomeno ben visibile e percepito e al tempo stesso intollerabile.Un altro aspetto fondamentale riguardò la cultura,perchè la nuova classe sociale della borghesia doveva per necessità  saper leggere, scrivere e contare.Questo portò alla rottura del monopolio culturale della Chiesa, permettendo ai laici di accedere ai Vangeli in volgare senza la mediazione del clero. Questo mise in luce la discrepanza tra la vita degli apostoli e quella delle gerarchie ecclesiastiche,che vivevano nell'opulenza.

Un altro aspetto fondamentale in Francesco è il cammino di abbandono della violenza materiale e verbale,e della guerra, per vivere e predicare il messaggio di pace.Francesco, infatti, come molti giovani del suo tempo, aveva ricevuto un addestramento militare: il santo non nasce pacifista, ma aspira ai modelli di vita dei cavalieri e dei nobili, per avvicinarsi alla classe aristocratica, che però gli è preclusa per nascita in quanto figlio di un borghese.Nel clima di tensione di quei tempi tra Guelfi e Ghibellini, anche la città di Assisi dovette scontrarsi con alcune città avversarie, tra cui Perugia. Nel 1202 Francesco partecipò alla guerra tra le due città e nella battaglia di Collestrada venne fatto prigioniero.La prigionia di più di un anno,conclusa con il pagamento del riscatto da parte del padre,Bernardone,segnò profondamente il giovane, sia fisicamente per le dure condizioni che gravarono sul suo corpo, sia spiritualmente.Fu da lì che cominciò l’inizio del cambiamento che stava germogliando in lui.

In realtà, Francesco non fu il primo “folle” a farsi venire queste idee "pacifiste",di adesione più radicale e coerente con il messaggio evangelico.30 anni prima di lui, un altro ricco mercante aveva tentato la stessa strada, finendo però contro un muro.Fu Valdo di Lione un uomo che, come Francesco, aveva capito che guadagnare denaro non corrispondeva esattamente al comando di Cristo.Valdo donò tutto ai poveri e fondò i «Poveri di Lione». Tuttavia, quando andò a Roma per chiedere il permesso di predicare, si scontrò con una gerarchia che vedeva in lui solo un laico presuntuoso.Cacciato,Valdo continuò a predicare di nascosto,considerando la Chiesa corrotta e diventando eretico.Nel 1209,una generazione dopo,anche Francesco andò a Roma per lo stesso motivo e la sfida era identica a quella di Valdo,ma la risposta che arrivò fu radicalmente diversa.

Francesco,a differenza di Valdo,ebbe un'intuizione geniale,diplomatica prima ancora che spirituale.Egli capì che per influenzare la cristianità doveva, a ogni costo, stare dentro di essa.Gli altri movimenti contestavano l’autorità,Francesco,invece,scelse la via della sottomissione assoluta. Egli visse una radicalità che potremmo definire violenta: arrivò a demolire personalmente una casa di pietra ad Assisi perché i frati non dovevano avere stabilità né proprietà. Eppure, quello stesso uomo insegnava ai suoi confratelli che bisognava baciare le mani ai sacerdoti,anche se corrotti, perché quelle mani amministravano i sacramenti.La sua rivoluzione non cercava la critica a tutti i costi,ma si fondava sull’esempio e sull’obbedienza. Francesco dimostrò che si può essere gli ultimi degli ultimi senza mai smettere di ubbidire alla Chiesa,trasformandola così dall’interno anziché attaccarla dall’esterno.

Quando nel 1228 venne ordinata la canonizzazione di Francesco,il frate Tommaso da Celano ricevette l’ordine da papa Gregorio IX di scrivere una Vita del futuro santo.In questo enorme lavoro di ricostruzione dei momenti della vita di Francesco e di preparazione alla santità, l’autore non trascurò di narrare anche gli aspetti più spigolosi e ruvidi del frate. Infatti, l’immagine che ne emerge è molto diversa dall’umile poverello di Assisi della tradizione successiva: è per molti versi un ritratto scomodo, fatto di radicalità nell’abbracciare il messaggio evangelico, di privazioni e critiche aspre verso i confratelli più deboli o dediti alla vita contemplativa e non a quella del servizio.

Spesso la figura di Francesco è stata ridotta a quella di una specie di anticipatore degli hippy o di un moderno ecologista; in realtà Francesco fu un uomo molto più complesso e radicale, attraversato da un conflitto interiore profondo nel tentativo di rimanere fedele al messaggio evangelico in cui credeva, pur vivendo all’interno di un’istituzione imperfetta come la Chiesa.Per molti versi Francesco, nella sua complessità,continua ancora oggi a parlare attraverso il tempo.La sua lezione risiede soprattutto nella scelta di restare dentro la realtà che voleva trasformare: per incidere nella storia non basta protestare dall’esterno,ma occorre abitare le contraddizioni del proprio tempo, restando fedeli a un messaggio e a una visione del mondo.Francesco ci ha dato un insegnamento radicale:la povertà può diventare una forma di libertà assoluta,una rinuncia al potere e alle sue logiche,non una fuga dal mondo ma un modo diverso di starci dentro.

23 settembre 2026

EMMA, UNA LIBERALE "IRREGOLARE"




Ci ha lasciati l'11 settembre uno dei grandi nomi della politica e della società italiana.Un'esperienza politica straordinaria la sua,che ha attraversato quasi un'intero secolo.Perchè Emma Bonino,che se ne è andata a 78 anni,ha scritto alcune delle pagine più belle della storia civile del nostro Paese.Oggi,al di là delle diverse fedi politiche,è l’Italia intera che si inchina innanzi alla forza di questa donna che,con le sue lotte e il suo impegno,ha decisamente mutato il destino della nazione.

È morta divorata da un tumore che la assediava da tempo.Un male che non ha mai nascosto e contro il quale ha combattuto come sempre ha fatto in tutta la sua esistenza,con il suo carattere forte e volitivo.Fino alla fine dei suoi giorni ha sempre combattuto per quei valori liberali e democratici in un Paese che ha sempre considerato questa ispirazione minoritaria;eppure lei e Marco Pannella e i radicali hanno fatto capire alla società italiana che quelle loro battaglie — l’aborto(una battaglia che Emma Bonino ha combattuto in prima persona e sulla sua pelle)e il divorzio,e la giustizia giusta—sono state battaglie che alla fine hanno cambiata la vita dei cittadini e delle donne in particolare,rompendo le catene,politico-ideologiche,che imprigionavano la libertà dei singoli,ridando agli individui,ed in ispecie alle donne,la dignità tolta loro dalle convenzioni e dai diktatat ideologici e religiosi.Con la forza dell’esempio i radicali hanno imposto all’agenda politica italiana temi che le culture dominanti avevano tralasciato.Perchè la cultura liberale,di cui i radicali sono stati sempre strenui sostenitori,è la cultura delle libertà personali e dei diritti individuali;la cultura liberale poneva e pone l’individuo al centro della società,ed è perciò del tutto estranea alle due grandi "chiese" politiche,la Dc,per la quale il credo è:“Soffrire in terra per poi andare in paradiso” e del Pci per il quale contavano solo le masse.Per Dc e PCI questi temi,la giustizia,il divorzio,l’aborto erano solo frivolezze da salotti bene.

Perciò i Radicali furono da subito diversi:ponevano al centro del loro impegno politico e civile l’individuo come protagonista e consideravano i diritti civili alla stessa stregua di quelli sociali.Una differenza d’impostazione culturale.I diritti delle persone,la bussola di una vita per Emma Bonino."Ho sempre tentato di spiegare - diceva lei - che i diritti civili sono questioni sociali perché se hai i soldi per divorziare trovi la Sacra Rota o vai a Londra.I diritti civili sono diritti sociali,sono problemi sociali,tasse umane e finanziarie.Dirette o indirette".Dalla condizione carceraria a quella delle vittime di una giustizia malata o di una vera malagiustizia,come quella che si accanì contro Enzo Tortora,fino all’impegno,anche come Commissaria Europea prima e come ministra nei governi Prodi e Letta dopo,a quello per promuovere il Tribunale penale internazionale e per salvaguardare sempre e ovunque i diritti umani,dall’Afghanistan ai diritti umani del popolo tibetano contro la dittatura e l'oppressione cinese,Emma Bonino c’era sempre.Non ebbe paura di sostenere l’intervento militare internazionale per fermare lo sterminio in Bosnia e in Kossovo,valutando sempre non un astratto pacifismo,ma la prevalenza morale della difesa dei diritti individuali e dei popoli rispetto alle logiche di aggressione e di potenza.Fu lei,come Commissaria europea,a fare indagini per accertare le responsabilità di Slobodan Milošević e Ratko Mladić per i crimini contro l'umanità compiuti contro i musulmani a Srebrenica.Lo stesso impegno e la stessa forza morale che in questi anni la Bonino ha posto nel difendere l'Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

Era una irregolare per definizione Emma Bonino,munita della magnifica capacità di sottrarsi alle certezze ideologiche come solo i grandi riescono a fare,Pier Paolo Pasolini,ad esempio.Bonino ha partecipato a governi di diverso colore,nel convincimento che certe battaglie non hanno colori di parte o schieramento.Fu Commissaria Europea proposta dal governo Berlusconi,con l’obiettivo di rappresentare istituzionalmente i suoi valori e le sue battaglie ovunque,sempre.Da anni il suo impegno era per rafforzare l’Europa e renderla più efficace e unita.Ad una domanda sul futuro dell'Europa come Federazione di Stati,Emma rispose: «E' l'unica possibilità,non conosco altro sistema che possa tenere insieme cinquecento milioni di abitanti rispettando le loro diversità. Stati Uniti d’Europa con poche competenze al centro, solo quelle che sono più efficaci e che vengano fatte insieme,con tanta sussidiarietà.Perché dobbiamo unire le persone, ma senza omologarle».Ecco così si potrebbe ricordare Emma Bonino,una persona che ha speso la propria vita per unire diversità senza omologarsi mai a nessuno.

Ma tante cose ancora si potrebbero dire di Emma Bonino e del mondo radicale nel quale chi ci entrava non poteva non respirare una fresca aria di diversità e libertà.Ma è anche difficile raccontarla perchè era un carattere rigido e coerente e perciò era inutile cercare di stemperarla o ammorbidirla.Patetico blandirla,velleitario e ridicolo cercare di intimidirla,figuriamoci minacciarla,o negli ultimi faticosi anni,pietirla.Era fiera.Mai sprezzante,arrogante o presuntuosa,e anche con la voce spezzata e i singhiozzi attutiti nel parlare del suo tumore a Radio Radicale, ma fiera anche davanti alla morte.Ed anche unica. Unica perché non era una Pasionaria, anche se la passione l'ha animata per tutta la sua esistenza.C’è qualcosa di non laico,un qualcosa estraneo alla realtà e alla coscienza,nel dedicare,come Emma Bonino ha fatto,tutta la propria esistenza a una causa:una forma quasi ascetica,una religione laica,la religione della libertà.

Nel professare quotidianamente la sua religione della libertà,Emma Bonino visse in prima persona quella che è una grande battaglia di civiltà ma per una donna un dramma esistenziale: l’aborto.Un ginecologo,chissà perché,le aveva detto che era sterile.Eppure quella giovane donna rimase incinta e decise di abortire.L’aborto in Italia allora era solo clandestino.Un medico le chiede 500 mila lire,ma lei non le aveva.Ne trova uno,a Firenze,che si accontenta di 50 mila.Da allora cominciò ad accompagnare le donne che volevano abortire.Si chiamava "disobbedienza civile",e la faceva con gli altri grandi leader  radicali Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia.Il giornale "Il Borghese",però, fa esplodere lo scandalo e lei provocatoriamente si autodenuncia:«Arrestatemi».L’arresto è inevitabile,rimane tre settimane in carcere.Una sfida che diventerà una battaglia di civiltà,non priva di contorni cruenti.Ma fu da quelle battaglie sue e di Adele Faccio che arriverà poi la legge 194 del 1978 sull'aborto.

E poi l'incontro con "lui",con Marco Pannella.Pannella non ascoltava nessuno,raccontava Bonino,ma era proprio questo il suo tratto distintivo e la sua forza.Era un vulcano di idee,un turbine in tutte le battaglie che conduceva,dalla legalizzazione della cannabis agli scioperi della fame e della sete,quegli scioperi che li provarono entrambi pesantemente nel fisico.E i 67 milioni di firme raccolte per 122 referendum,di cui 35 vinti,e le battaglie sull’eutanasia,quelle sulle carceri,con la creazione dell'Associazione "Nessuno tocchi Caino" e le battaglie sullo sterminio per fame,con la raccolta di firme dei Premi Nobel e la battaglia per una giustizia giusta e il processo Tortora che,grazie a Pannella,divenne caso nazionale.

Tante le missioni di Emma nel mondo,da Commissaria Europea,da ministra o semplicemente per quella sua sensibilità radicale.La Bosnia,il Kosovo,la Somalia,l’Afghanistan e tanti altri Paesi,martoriati da guerre e oppressione,e  il suo impegno fu soprattutto per le donne,a partire dalle mutilazioni genitali.Tra tutte queste missioni si ricorda ancora il suo arresto in Afghanistan,da parte della "Milizia talebana per la repressione del vizio".Ma lei apposta per questo s'era recata a Kabul:per testimoniare e denunciare le condizioni di vita e le gravi discriminazioni imposte dal regime fondamentalista contro la popolazione e i diritti umani e le donne in particolare.Il fermo sollevò forti proteste in Europa:il Consiglio d'Europa e diversi ministri degli Esteri condannarono apertamente l'atto.Al suo rientro,la leader radicale lanciò l'iniziativa "Un fiore per le donne di Kabul" per mantenere alta l'attenzione sulle persecuzioni subite dalle donne afghane.

Certo,Emma fu anticlericale e come non ricordare i cartelli con cui sfilava:"No Vatican,no taliban".Il contrasto con la Chiesa fu politico e personale,e non solo sull’aborto.Né sarebbe corretto dire che poi il tempo cancella le contrapposizioni.Eppure con Papa Bergoglio ci fu un sentire comune,e non soltanto alla fine,quando i due,sulle loro carrozzelle,si incontrarono sul terrazzo della casa di Emma.Il pontefice,anche sollevando un certo scandalo in Vaticano,l'aveva inclusa,in un'intervista "tra i grandi dell’Italia di oggi".

Oggi che se ne è andata rimane l'amarezza della sua rottura con Pannella e le cose non dette tra loro due.Marco Pannella è morto senza che con Emma si parlasse più,si chiarissero,si spiegassero.Un cruccio al quale Bonino aveva per forza dovuto rassegnarsi.Disse lui una volta: "La signora Bonino lavora molto e mai da noi.Che c....faccia davvero non si sa".Emma,risentita,rispose:"Ma sei scemo?Io sono iscritta al partito a 2.500 euro al mese".Da allora basta,più niente,non si sentirono più.Un dolore,probabilmente reciproco,dopo una vita di battaglie radicali che le loro morti lasciano irrisolto.Ma che ci fanno capire,al di là delle appartenenze partitiche,come Marco ed Emma siano stati qualcosa di speciale e di unico nella vita politica di questo Paese.

18 settembre 2026

MASHA AMINI E L'EUROPA COM'ERA

 


 



"Se potessi chiudere gli occhi
e lasciare che i sogni mi prendano per mano
mi alzerei e volerei in nuovi cieli
e dimenticherei i miei dolori
se potessi viaggiare nella mia immaginazione
crescerei e costruirei dei palazzi e delle notti

dove crescerebbero l'amore e le mie speranze
e cancelleremmo le disgrazie”

Queste sono le parole struggenti di una vecchia canzone persiana che sembra riecheggiare il sogno delle donne iraniane che da quel 16 settembre 2022,giorno della morte di Mahsa Amini,la giovane ragazza curda-iraniana di soli 22 anni,assassinata dal regime teocratico di Teheran,quotidianamente protestano contro il potere cieco,violento e sanguinario degli ayatollah.Quella giovane donna era stata arrestata tre giorni prima dalla c.d. famigerata "Polizia morale” iraniana,che da anni regolarmente sottopone donne e ragazze ad arresti e detenzioni arbitrarie,torture e abusi sessuali in carcere per non aver rispettato l’obbligo discriminatorio di indossare il velo. Le donne iraniane, infatti, da qualche tempo sfidano in modo creativo il velo obbligatorio spingendo indietro i loro foulard e indossando abiti colorati e Mahsa Amini fu arrestata proprio per questo: il suo chador lasciava intravedere alcune ciocche di capelli. Secondo testimoni oculari, Mahsa venne picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara e, dopo alcune ore,dopo essere entrata in coma,viene ricoverata in ospedale dove muore tre giorni dopo.Un omicidio brutale e senza alcuna giustificazione, un femminicidio di stato, che è stato la goccia che fece traboccare il vaso dopo quarant’anni di tensione.

Sono trascorsi 4 anni dalla morte a Teheran di quella ragazza.In questi quattro anni molto è cambiato in Iran:le due guerre mosse da Usa e Israele hanno condotto a un inasprimento della repressione interna,peraltro già molto violenta e sanguinaria, e favorito l'ala dura e militarista del sistema, quella dei pasdaran,che ostacola ogni tentativo diplomatico facendo al contempo il gioco dei guerrafondai del fronte opposto.E come se non bastasse il conflitto ha portato con sé anche migliaia di arresti per accuse legate alla sicurezza nazionale,a processi non trasparenti e a un aumento delle esecuzioni capitali tra i manifestanti nelle ultime ondate di proteste anche per fantomatiche accuse di spionaggio per conto del nemico.Per non dire degli stupri e delle violenze di ogni genere subite dalle ragazze e dai ragazzi nelle carceri del regime degli ayatollah.

Ma con quel 16 settembre 2022 è cominciata in Iran una rivoluzione civile proprio e soprattutto tra le donne,una rivoluzione,che,nonostante tutto,ancora oggi non si ferma,nonostante tutto:nonostante le pressioni dalla parte più dura e più retriva del regime per una più rigida applicazione delle norme sull’obbligo del velo,per moltissime donne e ragazze iraniane è ormai abitudine non portare più nemmeno una sciarpa sui capelli e vestire liberamente nei luoghi pubblici in tutto il Paese.Il regime teocratico ha dovuto accettare questi atti di "disobbedienza civile" di fatto anche per cercare di recuperare consenso interno difronte all'attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Questo modo di agire della popolazione è comunque il segno di una società molto più libera e avanzata di quanto la vorrebbero i suoi gruppi dirigenti.Del resto quella persiana è una cultura e una tradizione millennaria che nessuna dittatura criminale,come l'attuale teocrazia potrà mai sopprimere.Perchè quella iraniana è una società civile e attiva,forte di quegli alti livelli di istruzione garantiti anche alle donne.Fu la stessa Rivoluzione khomeneista,all'inizio,a chiamare le donne a mobilitarsi per la difesa del Paese e per i valori di una rivoluzione che originariamente non era solo islamica, ma un movimento popolare di riscatto nazionale dal regime di sfruttamento delle risorse del Paese imposto per decenni dallo Scià e per tramite suo da potenze esterne.

Paradossalmente,però,proprio la rivoluzione oscurantista di Khomenei ha formato anche la coscienza civile e l'impegno delle donne,soprattutto nei primi decenni,alla militanza nello spazio pubblico. Anche se poi una volta attivate,le donne si sono mobilitate ed evolute e hanno coinvolto altre categorie già politicizzate,come giovani,studenti e lavoratori,a difesa dei diritti civili e delle libertà personali proprie e della società tutta.E' dunque ancora quella loro rivoluzione,quella nata dal movimento "Donna,Vita,Libertà",anche se le dure repressioni sulle quali un rapporto di Amnesty International ha dato conto.

Dalla morte di Mahsa Amini si sono anche sviluppate interrogativi su che cosa si poteva fare all'estero e dall'estero per la lotta delle donne iraniane,e questo ha preparato e in certo qual modo "legittimato" la guerra di tre anni dopo.Questi interrogativi se li poneva la diaspora iraniana e tra i monarchici,fautori del vecchio Scià,incoraggiati da una vera macchina da guerra della informazione e della comunicazione sui social media.Del resto l’intervento militare di Stati Uniti e Israele era stato  sostenuto anche dall'ex erede al trono, Reza Pahlavi, residente a Washington, e non erano pochi anche gli iraniani che vivono nel Paese che,pur non avendo mai conosciuto lo Scià per motivi anagrafici(l'età media in Iran oggi è di 34-35 anni mentre l'avvento al potere di Khomeini è del 1979 cioè quasi 50 anni fa),speravano in un’azione armata risolutiva che avrebbe potuto far cadere in breve tempo la Repubblica Islamica.Questo,però,non è accaduto,gli apparati militari e di sicurezza si sono rafforzati,e ora assistiamo alle tragiche conseguenze di quell'avventurismo bellico: migliaia di morti ed enormi distruzioni in Iran, vittime e distruzioni anche negli altri Paesi della regione,il blocco dello Stretto di Hormuz come potente arma di difesa iraniana nonché preludio alla nuova crisi montante nello stretto di Bab el Mandeb, missili e droni che continuano a colpire obiettivi americani negli Stati arabi del Golfo, portando una regione del mondo fondamentale per l'economia mondiale del tutto fuori controllo.

Ma nel frattempo,cosa sta accadendo ai movimenti della società civile che,pur avendo avuto un forte impulso proprio dalla vicenda di Mahsa Amini,già da decenni si mobilitavano per un cambiamento profondo,dall’interno,della Repubblica Islamica?A tal proposito sono significative le parole dell’attivista iraniana Sepideh Gholian,giovane donna coraggiosa che  più volte è stata in carcere per il suo ribellarsi al regime:“In realtà è stato il regime a servirsi della guerra - ella dice - per cercare di soffocare la battaglia democratica.Per gli apparati di sicurezza,la guerra è diventata una scusa per dire:‘Adesso non è il momento di protestare’.Aggiungendo poi:“La democrazia non arriva(....)dalla guerra.È la gente a volere la democrazia(....)Ho la responsabilità di non permettere che la guerra diventi il pretesto per dimenticare i prigionieri e il massacro di gennaio(la repressione delle proteste del gennaio scorso con il massacro di quasi 50.000 persone da parte del regime).E ancora:“Lo schema non è favorevoli/contrari alla guerra: è il potere stesso a costruire questa dicotomia,per dipingere chi chiede democrazia come un traditore o un mercenario”.

E' allora giunto  il tempo in cui,proprio in nome di Mahsa Amini,l’Europa torni a essere Europa.Dobbiamo tornare ad interrogarci, quattro anni dopo la sua morte,su cosa noi possiamo fare per aiutare il popolo iraniano a uscire dalla trappola interna e da quella nuova della guerra.La risposta è straordinariamente semplice:bisogna tornare ad essere Europa.L'Europa del Nobel per la Pace ottenuto nel 2012.In quell'anno,infatti,il Comitato per il Nobel assegnò il Premio per la Pace all'Unione Europea "per aver contribuito per oltre 60 anni all'avanzamento della pace,della riconciliazione,della democrazia e dei diritti umani".Ecco perchè bisogna farsi la domanda:perché l’Europa non ha il coraggio di tornare a quelle sue nobili origini,ritrovando con orgoglio lo spazio che la sua cultura e la sua civiltà si è conquistata nei secoli in una fase in cui la democrazia americana sta toccando il suo punto più basso,sotto attacco del suo presidente e della potente plutocrazia di tecnocrati della finanza e del web con cui finora è stato alleato ?

Tornare ad essere noi stessi è la risposta:a credere davvero nei diritti umani da difendersi ovunque e comunque,senza doppi standard come abbiamo fatto in questi ultimi anni:quando ad esempio si denunciavano le gravi violazioni dei diritti umani in Iran,ma poi molti governi europei facevano affari sottobanco con il sanguinario regime iraniano e non alzavano la voce contro lo sterminio che il regime teocratico consumava sui giovani iraniani.E dobbiamo imporci di non cedere sulla difesa dei nostri valori democratici e sulla lotta contro tutte le ingiustizie,che si verificano ovunque,in Iran come in Ucraina,a Gaza come in alcune potenze del Golfo nostre alleate e nelle frontiere allargate della “Fortezza Europa” - e non solo sul suolo di certi Paesi non allineati con l’Occidente.E imponiamoci di riconoscere i nuovi autoritarismi che si infiltrano anche fra noi,portati dalle nuove destre che nutrono i loro elettorati con facili propagande populistiche anti-migranti.Torniamo, da europei, ad essere noi stessi per tornare a meritarci davvero di essere modello e fonte di ispirazione per chi lotta per la giustizia e la democrazia ovunque, anche in Iran. E che abbiamo deluso.

15 settembre 2026

ORIANA, GUERRIERA NATA

 





Dire che Oriana Fallaci è stata la più grande giornalista italiana e uno dei personaggi che più hanno definito il secolo scorso sembra dire tanto ed invece non dice niente di lei.Oriana fu molto di più.Lei fu una dei primi cittadini del mondo globale,dove il luogo di nascita fornisce la definizione culturale,ma è la società che si sceglie quella cui si appartiene.Nata in Italia,nella "sua" Firenze("Fiorentino parlo,fiorentino penso,fiorentino sento.Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione.All’estero,quando mi chiedono di che Paese sono,rispondo:Firenze.Non:Italia,non è la stessa cosa",diceva orgogliosamente).
La Fallaci fu per decenni un personaggio la cui influenza è andata al di là dell’Italia e perciò non si può dire quualcosa di lei etichettandola semplicemente come italiana.Lei era un "outsider",nel senso letterale del termine,cioè una persona anticonformista,che viveva al di fuori delle convenzioni sociali,delle mode o delle correnti,capace di entrare in nuovi mondi e ambienti,come nel giornalismo,senza far parte del sistema di potere consolidato(l'establishment)portando spesso una visione totalmente nuova.
Oriana Fallaci,nata a Firenze,a Firenze morì il 15 settembre 2006,20 anni fa.Visse una vita ricca di avventure,scontri,amori,rinunce e conquiste attraverso una visione senza compromessi.Ancora bambina si arruolò insieme al padre nella Resistenza italiana,col nome "Emilia";fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi,esplosivi e messaggi,accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati:l'odio per il fascismo e ogni tipo di regime autoritario l'accompagnò per tutta la vita.

La sua fu una vita straordinaria,di cui i più giovani sanno pochissimo.Inventò un modo tutto suo di scrivere e intervistare, fu una delle prime donne a farsi strada in un mondo,quello del giornalismo,che fino ad allora aveva sbarrato le porte alle donne.Ebbe posizioni radicali, fu molto poco "politically correct" e per questo divenne oggetto di attacchi e pesanti contestazioni(da cui seppe difendersi con straordinaria energia).
A un certo punto della sua vita diventò un personaggio,a prescindere dalle storie che raccontava:fotografata e intervistata dai più importanti giornali internazionali,con i suoi occhialoni,sempre una sigaretta tra le mani,una macchina da scrivere e quella insaziabile fame e sete di conoscenza,di verità,di libertà racchiusi in quel suo brutto,anzi pessimo carattere.
Reporter di guerra,grande giornalista e scrittrice, donna che si è fatta strada in un mondo di uomini.Oriana Fallaci è stata femminista ante litteram,e ripercorrere la sua vita non significa solo ripercorrere il corso della storia dalla Seconda Guerra Mondiale all'11 settembre 2001.Significa anche esplorare un'anima dal carattere difficile,che amava provocare,che non aveva paura del conflitto e soprattutto che portava avanti le sue idee anche quando queste contrastavano con il resto del mondo.A soli 17 anni,la Fallaci cominciò a collaborare con un quotidiano fiorentino.Nel dicembre 1948 scrisse della sfilata di Dior a Firenze e poi il settimanale "Epoca" le affidò la cronaca della prima sfilata a Palazzo Pitti.Due anni dopo viene assunta a L’Europeo e Oriana si trasferisce a Roma dove racconterà la “dolce vita” della capitale:i suoi incontri con i divi italiani e stranieri,da Marcello Mastroianni a Federico Fellini,da Ingrid Bergman a Anna Magnani,fecero clamore.Poi venne mandata negli Stati Uniti per conoscere e parlare senza i conformismi di cui non era capace i personaggi di spicco della politica e dello spettacolo.Nacque così il suo primo libro,I Sette Peccati di Hollywood,che già anticipava i temi del #metoo.Nel 1967,però,stanca di seguire sfilate e intervistare star del cinema,partì per seguire il conflitto del Vietnam e,subito dopo,documentò le zone di guerra del Libano e andò in una Città del Messico segnata dagli scontri armati tra polizia e i movimenti studenteschi.

Si può dire che con Jacqueline Kennedy,Maria Callas,Ingrid Bergman e Margaret d’Inghilterra(anch'essa nota per il suo stile di vita ribelle,glamour e anticonvenzionale)fu tra le nuove eroine del Ventesimo secolo,gente che preferiva la vita vera all’Olimpo:"Non sono una persona che accetta regole solo perché sono regole" dichiarò una volta la Fallaci.Era l'epoca del pacifismo e del femminismo,quando questi si vivevano direttamente sulla propria pelle,non come oggi che si proclamano come slogan da un palco o nei salotti delle elite.Propro quella sua frase può essere presa come simbolo di una generazione di donne che una guerra l'hanno fatto davvero(la guerra dell’emancipazione,fatta come mamme,come avvocati,come giornaliste,come operaie,e ci sono andate adottando lo stile di Oriana.Dietro quel modo di portare un volto,un trucco,un corpo c’era ovviamente la sfida a cui il tutto alludeva: difficile immaginare una donna più moderna di quella che fin da giovanissima fece ciò che a quel tempo si chiamava “un lavoro da uomo”. Il fulcro della identità pubblica della Fallaci è,infatti, ancora oggi, quello della giornalista di guerra;a lei è cioè legata, nell’immaginario collettivo,una invasione:la figura della giornalista di guerra che simbolizzava con chiarezza l’appropriarsi da parte di una donna della professionalità e del coraggio,che sono due definizioni per eccellenza maschili.Questo ribaltamento degli schemi del maschile e del femminile è stato l’elemento davvero moderno che la Fallaci ha proposto all’identità comune delle donne.

Eppure in quegli anni ci furono nel mondo anche altre donne giornaliste di guerra.E allora perchè solo la Fallaci diventa un archetipo?Perchè dietro il simbolo c’è un’operazione culturale totalmente innovativa.Oriana Fallaci è artefice di un radicale cambiamento del mestiere giornalistico.Un cambiamento che i lettori percepiscono in maniera netta e chiara:quella donna è il segno di un nuovo modo di fare giornalismo.E, come spesso accade, è il pubblico a capire prima di altri un cambiamento cui l’establishment italiano fa resistenza.

Oriana Fallaci capovolse i canoni del giornalismo così com'erano fino allora.Il giornalista,per convenzione,è ai lati della storia,la vede scorrergli davanti e la racconta,cercandone quell’ideale e impossibile punto di perfezione che si chiama "equilibrio" giornalistico.Un modello che ha prodotto decenni di sciatta prosa,di rispettose articolesse, di pomposi lavori senza "graffiare".Fallaci invece straccia le convenzioni: si mette saldamente piantata al centro della storia;il suo “io” diventa addirittura il punto centrale del racconto,allo stesso livello della storia e/o del personaggio che racconta. 

La Fallaci tirava fuori le sue opinioni,si batteva,si scontrava con l’intervistato:tagliava così in un colpo solo il velo di perbenismo e di reverenza che avvolgeva i potenti.Il suo era un giornalismo personale, schierato,vivo.In questo consisteva il suo coraggio. Quello che poi mostrava sul campo di battaglia ne era solo la conferma fisica.

Con Oriana Fallaci nasce poi un nuovo modo di lavorare e un nuovo genere:le interviste.Da allora,in ogni giornalista,in ogni parte del mondo,che fa una domanda a una conferenza stampa c’è oggi un pizzico di quella arroganza e di quella vita che lei ha messo nel giornalismo.

Non c'è perciò da meravigliarsi della sua immensa popolarità.Per il pubblico questa operazione culturale era comprensibile e identitaria.L’io narrante di Oriana è diventato così per milioni di persone la possibilità di interessarsi a storie e uomini che altrimenti non avrebbero mai capito.Tutte le crisi internazionali degli ultimi 50 anni hanno avuto in lei il più popolare narratore e interprete.I suoi libri hanno aperto gli occhi e a volte hanno sconvolto.Quello sulla guerra in Vietnam uscito nel 1971, Niente e così sia ottenne un successo clamoroso. 

Gli anni '70 furono anche gli anni dell’amore tormentato con Alexandros Panagoulis – tra i protagonisti della resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli(nel 1968 finì in carcere per aver cercato di uccidere il leader della giunta greca George Papadopoulos)e dei due libri che danno a Oriana la definitiva consacrazione di grande scrittrice: Lettera a un bambino mai nato (del 1975)disperata,autobiografica confessione di ambivalenza di una donna libera riguardo alla gravidanza - e Un uomo (del 1979)che fu un tributo al suo grande amore,Panagoulis,morto in un sospetto incidente automobilistico ad Atene tre anni dopo il loro incontro.

Da allora la Fallaci si consacrò come una delle più acute intervistatrici politiche del mondo. Il suo modo di intervistare era deliberatamente inquietante:affrontava ogni incontro con studiata aggressività,faceva frequenti cenni all'esistenzialismo europeo (spesso disarmava i suoi soggetti con domande audaci sulla morte, Dio e la pietà) e mostrava un'intelligenza sinuosa e astuta.Il giornalismo della Fallaci era infatti intriso di un’avversione innata per il potere."Che provenga da un sovrano dispotico o da un presidente eletto,da un generale omicida o da un leader amato,vedo il potere come un potere disumano e un fenomeno odioso:ho sempre considerato la disobbedienza verso gli oppressori come l’unico modo per sfruttare il miracolo di essere nato”,così lei diceva.

E proprio al Potere lei aveva il coraggio di fare domande scomode e mai scontate o condiscendenti.Per questo negli anni '70 la Fallaci divenne un mito e i suoi articoli venivano richiesti dalle più importanti testate mondiali. La giornalista-reporter cominciò a rivolgere la sua attenzione alla politica e alle più grandi figure internazionali dell'epoca,arrivando a diversi faccia a faccia con Yasir Arafat,Golda Meir, Khomeini,Gheddafi,Indira Gandhi,Haile Selassie, Deng Xiaoping e Henry Kissinger.Con le sue domande,dirette e spietate,li mise tutti in difficoltà e tutte queste interviste memorabili sono raccolte nell'altro suo libro Intervista con la Storia, pubblicato nel 1974.

La sua fu una popolarità che negli anni raggiunse livelli riservati solo ai divi.Veniva invitata  dagli studenti nelle università di prestigio come Harvard oppure,come a Belgrado, il teatro nel quale presentò "Un uomo" fu preso d’assalto dalla folla che voleva sentirla.In America ricevette prestigiose lauree ad honorem e nel volume "The Italians" – Storia degli Italiani Illustri, edito dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti,vi sono le fotografie di solo due celebri donne italiane:Eleonora Duse e Oriana Fallaci. Della Fallaci la didascalia dice:"I suoi scritti hanno portato il giornalismo politico a un nuovo livello. Le sue interviste con i leader e i potenti del mondo sono stupefacenti per il coraggio e l’intelligenza indagatrice".

Eppure a fronte di questa grande popolarità mondiale,la Fallaci non è mai stata ben vista in Italia,prima dalla destra,poi dalla sinistra. Questa parte della storia della sua vita non è un dettaglio e non è un aspetto secondario, per capire il personaggio.Nel mondo giornalistico e politico italiano si è sempre nutrita una certa ostilità verso la Fallaci.Si è perfino giunti a sostenere che le sue famose interviste ai capi di Stato del mondo non siano in realtà mai avvenute.Il contrasto tra la reputazione internazionale della giornalista e gli scarsi riconoscimenti italiani sono tali da costituire un vero caso su cui riflettere.

Un nuovo capitolo della biografia della Fallaci si aprì infine con la pubblicazione di un altro best seller internazionale, La rabbia e l'orgoglio, scritto dopo quasi 10 anni di silenzio,ispirato dall’attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York.Nonostante il milione di copie vendute solo in Italia,la tesi del libro ha suscitato divisioni e critiche anche in un settore di pubblico, quello della sinistra e dei giovani, che finora ha sempre guardato a lei come a un modello. Nel libro la Fallaci definisce la natura del conflitto tra il mondo occidentale e il mondo islamico. E lo fa senza concessioni ai “se” e ai “ma”. Per lei lo scontro in atto è semplice:noi occidentali siamo diversi,dice.E a questo punto,incompatibili.Dietro questa guerra,secondo lei,c’è una scelta:quella fra la nostra civiltà e la loro religione. Cioè la scelta fra noi e loro.Questa posizione si scontra direttamente con ogni tentativo di dialogo con il mondo musulmano: bisogno molto sentito in un paese come il nostro piantato dove inizia il Sud del Mondo, cresciuto nell’equilibrio precario della Guerra Fredda,con ancora alta la passione ideologica e molto bassa la capacità di gestione politica delle crisi. Mai come stavolta, dunque, la Fallaci ha diviso:rischiando di perdere una parte di consenso presso chi l’ha sempre amata.Ma figurarsi se questo a lei poteva interessare.D’altra parte, se questa righe di Oriana qualcosa ci raccontano,è in questo che consiste il "metodo Fallaci":scontrarsi con ciò che è il comune sentire,il politically correct e oggi il relativismo etico della sinistra.È semplicemente il modo di Oriana di esercitare il suo essere guerriera.Guerriera nata.