14 aprile 2026

EUROPA, TERRA DI LIBERTA'




Il 12 aprile 2026 segnerà una data storica per l'Ungheria,ma in fondo per tutta l'Europa.In questa data si sono infatti tenute le elezioni politiche in terra magiara e molte erano le attese in tutta Europa,soprattutto per l'atteggiamento e la postura antieuropea e filoputiniana assunta dall'uscente premier ungherese Viktor Orban;e Viktor Orbán, che per 16 anni ha governato l’Ungheria portandola spesso fuori dai binari del rispetto dei princìpi dello stato di diritto e dell’Unione Europea,ha subito una fragorosa e rovinosa sconfitta(l'avversario Peter Magyar ha ottenuto oltre i 2/3 dei seggi,numeri che gli permetteranno finalmente di cambiare la Costituzione modificata da Orban in senso autoritario e illiberale tanto che lui stesso ha parlato di "regime illiberale" vigente in Ungheria).

La sconfitta così clamorosa di Orban può essere letta attraverso diversi punti di osservazione.C’è naturalmente l’esultanza dei cosiddetti “europeisti”,di coloro che si ostinano a credere che una reale unione di forze e d’intenti tra nazioni possa portare vantaggi e benefici collettivi(anche economici,ma non soltanto)proprio perché portatori di valori non negoziabili come dignità umana,libertà,democrazia,uguaglianza,Stato di diritto,rispetto dei diritti umani.Che sembrerebbero principi scontati,ed invece in Ungheria non è stato proprio così negli ultimi anni.Ed infatti a far vacillare quegli ideali sono stati proprio quei partiti politici sovranisti di estrema destra che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni e che vedevano in Europa in Orbán quasi un esempio da seguire,mentre il suo alter ego sull'altra riva dell'Oceano è stato incarnato e idealizzato dai sovranismi e populismi internazionali da Donald Trump,che non a caso ha sostenuto apertamente Orban,in una coerente logica antieuropeista.

Ora quella “luce” di riferimento per i sovranismi europei si è spenta.E forse non è nemmeno un paradosso che a spegnerla sia stato non un leader progressista, ma un convinto conservatore, peraltro ex funzionario di Fidesz,il partito-azienda nato e cresciuto a immagine e somiglianza del suo leader indiscusso,Viktor Orbán del quale,quand'era ragazzo Magyar conservava addirittura i poster.Peter Magyar aveva infatti militato nel partito di Orban ma da Orban si era distaccato perchè Magyar ha un difetto:è autonomo,poco incline alla cieca e sorda obbedienza,ed era colpevole di pensare con la sua testa, contestando apertamente la deriva sempre più autoritaria e illiberale imposta dal suo (ex)capo.Nel 2024 la rottura definitiva:Magyar lascia il partito,perchè la presidente ungherese Katalin Novák aveva graziato un pedofilo,grazia controfirmata,per volere di Orbán, dall’ex ministra della giustizia Judit Varga,ex moglie di Péter Magyar.Dopo l'addio a Orban,Magyar fonda un suo partito,Tisza (acronimo di Tisztelet és Szabadság Párt, “Rispetto e Libertà”) denunciando il colossale reticolato di corruzioni che il governo Orban ha alimentato in queti anni.Magyar evidentemente conosceva bene l'apparato del potere dell'ex leader ungherese,ed è proprio entrando in quella crepa morale che è riuscito a demolire il castello di Orbán.

E gli ungheresi l’hanno ascoltato,riversandosi in massa al voto(quasi l’80% di affluenza alle urne)mettendo fine ai 16 anni di dominio di colui che si vantava di aver costruito una “democrazia illiberale”,rifiutando il multiculturalismo e l’immigrazione,facendo sempre sponda a Putin e opponendosi alle iniziative dell'Europa per l'Ucraina,offrendo così carburante alla propaganda dei movimenti della destra più estrema.E' stata una “cacciata popolare” favorita anche da altri candidati che hanno preferito ritirarsi pur di favorire il tracollo di Fidesz,così come ha spiegato Timea Szabo, deputata dei Verdi: “Noi non votiamo per Tisza,noi votiamo contro Orbán”.

Ma il senso della sconfitta di Viktor Orbán è anche altro.Lo si può capire dalle parole del vicepresidente americano JD Vance, che nel pieno del caos della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, ha pensato bene di volare a Budapest per sostenere la candidatura del suo fedele alleato Orbán,il che la dice lunga su quanto Trump avesse a cuore la permanenza di Orbán non tanto alla guida dell’Ungheria, ma come “agente infiltrato” all’interno dell’Unione Europea,suo nemico giurato.Allo stesso modo di Vladimir Putin, che in Orbán ha sempre avuto un più che fidato alleato e un oppositore a tutte le politiche di aiuto dell'Europa all'Ucraina.Si potrebbe quindi dire che Orbán ha perso le elezioni “nonostante” gli aiuti più o meno leciti che ha ricevuto dalla Casa Bianca(Trump aveva promesso di utilizzare la “piena potenza economica” degli USA per aiutare l’economia ungherese)dal Cremlino (Putin ha inviato a Budapest una squadra di agenti con il compito di manipolare il risultato delle elezioni)e i movimenti di estrema destra, europei e non,che per mesi hanno lavorato sotto traccia nel tentativo di ribaltare questo risultato elettorale.

Alla fine Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta con le lacrime agli occhi,senza ricorrere almeno questa volta al ritornello dei brogli elettorali.“È un risultato doloroso, ma chiaro".Mentre a poca distanza il futuro primo ministro Péter Magyar esultava sulle sponde del Danubio,a buona ragione,perchè Tisza ha ottenuto 138 dei 199 seggi a disposizione,conquistando cioè oltre i due terzi del Parlamento:il che potrebbe consentirgli di cambiare la Costituzione,smantellando i pilastri illiberali che avevano fatto da puntello alla “democratura” imposta da Orbán: dal controllo della magistratura alla sottomissione sistematica dei media.

E però da qui a dire che i problemi per l’Ungheria, e per l’UE, sono finiti ce ne passa.Il vincitore Magyar gioca pur sempre sul filo dell’ambiguità:non rifiuta il diritto dell’Ucraina di aderire all’Unione Europea,ma nemmeno sostiene l’ingresso accelerato di Kiev.Vuole ridurre la dipendenza dalla Russia, ma senza strappi immediati.Punta a normalizzare i rapporti con la UE e soprattutto a sbloccare  quei 17 miliardi di euro che l’UE aveva congelato proprio per le politiche antidemocratiche imposte da Orbán. Si è dichiarato pronto a rilanciare sanità,scuola e trasporti e a indagare sulla corruzione,perfino a introdurre una patrimoniale per i super ricchi.Ma non vuol sentir parlare di quote di migranti, ed è favorevole a innalzare muri per “contenere” le migrazioni irregolari.Insomma si dovrà vedere quello che poi davvero accadrà in terra d'Ungheria.

Epperò già da subito si può dire che sull’Ungheria ha soffiato un vento dell'Ovest,o quantomeno in direzione dell’Unione Europea.Alla vigilia del voto Péter Magyar,leader di Tisza,aveva affermato in modo chiaro come le elezioni parlamentari del 12 aprile rappresentassero per il suo Paese una scelta tra «Est e Ovest».Domenica i suoi concittadini hanno risposto in massa “no” all'allontanamento dall'Europa e hanno detto un NO ancora più forte al riavvicinamento dell'Ungheria alla Russia di Putin,che Orbán invece aveva voluto.

Naturalmente, tra le ragioni della sconfitta del leader illiberale ci sono anche l’usura del potere,l’inflazione elevata e la crescente insofferenza dell’opinione pubblica nei confronti della corruzione diffusa.Eppure durante la campagna elettorale, gli oppositori di quel primo ministro che sembrava inossidabile hanno rispolverato il vecchio slogan della rivolta antisovietica di Budapest del 1956,l'anno dell'invasione dell'Ungheria da parte dell'Unione Sovietica:"Ruszkik haza,i russi a casa".Questa volta è stato Viktor Orbán a tornare a casa,che al suo amico russo Putin aveva svenduto la dignità nazionale.Per i leader dell’Unione Europea è un sollievo.Ma dovrebbe essere anche una lezione d’interesse primario per tutti i cittadini dell’Ue.

Perchè il primo insegnamento da trarre dalle elezioni ungheresi è che l’allargamento del 2004(nel quale furono accolti 10 nuovi Paesi dell'ex URSS,tra cui Ungheria,Polonia,Repubblica Ceca, Slovacchia e i tre Stati baltici)è stato lungimirante.Nonostante le legittime critiche e le inaccettabili violazioni dello stato di diritto da parte di alcuni governi populisti in questi nuovi Stati membri infatti,l’integrazione ha indubbiamente evitato il peggio.Senza il suo ancoraggio nell’Ue,l’Ungheria sarebbe probabilmente oggi uno Stato autoritario simile alla Bielorussia sotto Lukashenko e i carri armati russi potrebbero essere molto più vicini ai confini d'Europa.La presenza di Budapest nella UE ha permesso di mantenere viva,seppur precariamente,un’opposizione democratica e filoeuropea, quella che ieri ha stravinto come avevano vinto in Polonia nel giugno 2025 i liberali di Donald Tusk.

C'è un'altra lezione che viene dal voto ungherese:le sanzioni imposte dall'Europa all'Ungheria per violazione delle norme dello stato di diritto si sono rivelate efficaci.Dopo che nel 2022 i fondi europei destinati all’Ungheria(17 miliardi di euro, pari a oltre il 7% del Pil) sono stati congelati per violazione dello stato di diritto,è diventato molto più difficile per Orban comprare il consenso sociale.

La terza lezione è che l’Europa liberaldemocratica dovrebbe ringraziare l'Ucraina e Volodymyr Zelensky.Per molto tempo, Viktor Orbán si è mosso da equilibrista tra Bruxelles e Mosca. Sotto il suo governo,l’Ungheria,piccola nazione dell’Europa centrale con appena 10 milioni di abitanti e l’1% del Pil dell’Ue, ha pensato di poter ottimizzare il proprio vantaggio,ottenendo il massimo da entrambe le parti.Il gioco ha funzionato fin quando la Russia di Putin non ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022 e si è scontrata con quell’inattesa e incredibile resistenza degli ucraini che ha costretto Orbán a doversi schierare,finendo per scegliere di appoggiare il Cremlino.Il risultato è stato un isolamento sempre maggiore rispetto a Bruxelles e il conseguente rigetto di molti ungheresi che, pur non essendo filo-ucraini, hanno visto Mosca come una minaccia molto peggiore di Kiev.

Questo voto insegna infine che se nessuna elezione in Ungheria aveva mai attirato finora l’attenzione così profonda di tanti europei il tempo è maturo per guardare avanti ad un centro politico di valori comuni che esiste già;e i cittadini del vecchio continente comprendono bene come il loro destino sia legato a quello dei loro vicini.L’hanno capito tanto i sostenitori nazionalisti di Viktor Orbán (da Marine Le Pen a Giorgia Meloni e Matteo Salvini,passando per Alice Weidel e Santiago Abascal) quanto gli europeisti che colgono nel risultato di ieri l’opportunità di lanciare un messaggio di resilienza davanti all’ondata reazionaria internazionale.Perché Orbán non era semplicemente il leader di una piccola democrazia illiberale. Fu lui a fondare al Parlamento europeo  di Strasburgo il terzo gruppo politico,"Patrioti per l’Europa",ponendosi al centro di quel pensiero anti-illuminista a cui si ispira il movimento MAGA.La sua sconfitta,nonostante il disperato soccorso dell'amministrazione americana(che ha inviato il vicepresidente JD Vance per tentare di salvare il soldato Orbán)e la benevolenza del Cremlino e della Cina di Xi Jinping- prova che il modello dell’Unione Europea, fondato sulla democrazia,lo stato di diritto e l’equilibrio dei poteri, è in grado di resistere a quanti ne vogliono la distruzione.Sarebbe un giaio per l' Europa Guai pensare però che il pericolo sia sventato e che l’ondata reazionaria si sia sgonfiata.Certo,senza il cavallo di Troia di Mosca a Bruxelles,sarà più facile approvare i pacchetti di sanzioni contro la Russia e sbloccare il prestito di 90 miliardi di euro per l’Ucraina.Ma resta l’assoluta necessità di fare ulteriori passi verso un pieno protagonismo europeo sul piano mondiale.Perciò il 12 aprile resterà una data fondamentale nella storia d'Ungheria e d'Europa.Da quella domenica sera i leader europei non possono più nascondersi dietro il pretesto del veto ungherese per giustificare la loro inerzia.

07 aprile 2026

GIOVANNI AMENDOLA VIVE, ASPETTANDO






Giovanni Amendola nacque d'aprile,il 15 di aprile per la precisione,nel 1882 a Napoli,figlio di un carabiniere originario di Sarno.Prima di diventare una figura politica di primissimo piano nel panorama politico nazionale,aveva,ancora giovanissimo,ricoperto una posizione nel panorama giornalistico e intellettuale scrivendo per il «Resto del Carlino»,il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini


nonchè per la prestigiosissima rivista di Giuseppe Prezzolini «La Voce».Ma la sua passione,dalla quale non si sarebbe mai staccato del tutto,era la Filosofia.La cosa singolare,poi,fu che,sebbene cresciuto in un ambiente anticlericale,il suo spirito fu uno spirito essenzialmente religioso.Il matrimonio con la tormentata ebrea lituana Eva Kühn diede alla figura intellettuale di Amendola un tocco aggiuntivo di originalità.Il suo incontro con la politica attiva giunse all’indomani della Grande Guerra mondiale(era stato un «interventista»)quando la sua attività giornalistica si intrecciò sempre più intimamente con quella politica.Nelle elezioni del 1919 fu eletto deputato in "Democrazia Liberale".

Nel gennaio del 1921,il direttore del «Corriere» Luigi Albertini, già in dissenso con lui perché considerava eccessive le sue aperture ai socialisti,gli impose di scegliere «con estrema cortesia ma con altrettanta franchezza» tra impegno politico e attività giornalistica.Amendola senza esitare scelse il primo, anche perché coltivava già un progetto di fondare un proprio quotidiano, Il Mondo (che vide la luce un anno dopo).Nel 1921 venne rieletto deputato nelle ultime elezioni libere tenute in Italia prima della marcia su Roma.

Presto Mussolini individuò in Amendola un nemico ancor più pericoloso soprattutto perchè spirito libero.Del resto anche Giovanni Amendola lo ricambiò della stessa moneta,svolgendo un ruolo di primo piano dopo le elezioni del 1924 (in cui sarà eletto per la terza volta)e dopo il rapimento e l’uccisione di Giacomo Matteotti.Fu infatti Amendola a tessere la tela della secessione parlamentare,poi ribattezzata Aventino,che in qualche momento parve mettere in crisi il nascente regime fascista.

Nacque d'aprile Giovanni Amendola e ad aprile morì.Il 7 aprile 2026 ricorre infatti il centenario della morte di Giovanni Amendola.Ed  è quasi simbolica la coincidenza del Centenario della morte di Amendola con il Centenario della morte di un altro grande Spirito liberale,Piero Gobetti.Queste due date(il 7 aprile Amendola,il 15 febbraio 1926 Gobetti)sono anniversari importanti nella memoria del Paese e per l’antifascismo e consentono di ricordare e apprezzare ulteriormente il prezioso patrimonio storico,politico,culturale e morale del liberalismo italiano.Amendola morì esule a Cannes per i postumi di una brutale aggressione fascista che avvenne a Montecatini la notte tra il 20 e il 21 luglio 1925.Allo stesso modo Piero Gobetti morì esule in Francia dopo un selvaggia aggressione delle squadraccce di picchiatori fascisti.

Per comprendere cosa accadde ad Amendola quella notte di luglio si deve tornare indietro di qualche anno.Giovanni Amendola s'era avvicinato alla politica dopo un’intensa attività prima come filosofo,e poi come giornalista,venendo eletto deputato in una lista liberaldemocratica nel collegio di Salerno,sua terra natia. Alla vigilia della marcia su Roma cercò inutilmente di far proclamare lo stato d’assedio da parte della Corona.Da allora la sua opposizione al fascismo diventò sempre più dura e intransigente.In un articolo del 1923 su Il Mondo,utilizzò per la prima volta l’aggettivo "totalitario" per descrivere il fascismo e per questa ragione è considerato il primo ideatore del concetto di totalitarismo.Rieletto nel 1924,dopo il delitto Matteotti,promosse la secessione parlamentare dell’Aventino.L'Aventino fu per Amendola una sorta di ribellione etica contro il Fascismo,perchè egli considerava il Fascismo un "crimine" incompatibile con le istituzioni liberali e democratiche.Anzi,dopo il delitto Matteotti egli riteneva addirittura immorale sedere in Parlamento accanto ai responsabili dell'omicidio.

E fu perciò che l’ostilità dei fascisti verso di lui aumentò sempre di più anche perché con Il Mondo denunciava le responsabilità del regime nel delitto Matteotti.Nel dicembre del 1924 Il Mondo pubblicò il memoriale di Cesare Rossi che accusava i più stretti collaboratori di Mussolini di essere una banda di criminali colpevoli dell’assassinio del deputato socialista,chiedendo pertanto le dimissioni del capo del governo. Il re si limitò invece a chiedere a Mussolini di presentarsi in Parlamento. Un’altra occasione persa per cambiare il corso della storia italiana di quegli anni.E così il 3 gennaio 1925 Mussolini tenne alla Camera dei deputati il celebre discorso con cui si assunse la responsabilità politica,morale e storica di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi anni ed in particolare del delitto Matteotti.

In quei mesi la visione di Amendola stava diventando sempre più pessimista.Ripeteva spesso ai figli:“Ci vorranno vent’anni. Preparatevi,studiate,studiate le lingue,forse bisognerà emigrare”. La consapevolezza che la lotta sarebbe stata lunga non lo induceva comunque a demordere.Così egli scriveva,pienamente cosciente dei rischi che correva:" Sappiamo di lavorare per una causa giusta, se anche noi dovessimo cadere non per questo la nostra lotta sarebbe meno giustificata e meno necessaria. Ma sappiamo anche che la causa giusta per cui lottiamo coincide con le necessità e le ragioni della vita che alla lunga prevalgono sopra qualunque calcolo artificioso dell’uomo."Esemplare, in tal senso, quanto accadde nella primavera del 1925.Il Partito Nazionale Fascista organizzò a Bologna il primo convegno nazionale degli istituti fascisti di cultura.A conclusione dell’evento fu approvato "Il Manifesto degli intellettuali fascisti",redatto da Giovanni Gentile, in cui, tra l’altro, si giustificava l’avvento violento del fascismo. La reazione degli intellettuali antifascisti non si fece però attendere e fu proprio Giovanni Amendola a promuoverla,proponendo a Benedetto Croce di predisporre la risposta degli intellettuali antifascisti,invito accolto senza indugio dal grande intellettuale e filosofo liberale.

Il Manifesto redatto da Croce rivendicò l’autonomia della scienza e dell’arte dalla politica, sottolineando come fosse stato un errore macroscopico la contaminazione tra politica e cultura operata con il Manifesto predisposto da Gentile.Alcune settimane dopo Amendola raggiunse un altro traguardo importante: il 15 e il 16 giugno si tenne a Roma il primo congresso dell’Unione Nazionale, la formazione politica che aveva fondato con il proposito di raccogliere tutte le forze liberali e democratiche presenti nella scena politica nazionale per aggregarle in una sorta di partito aperto,per arrivare poi a un partito vero e proprio e in questo congresso il Partito di Amendola assunse una posizione di ferma condanna del Fascismo.L’Unione Nazionale era,di fatto,il seme da cui sarebbe dovuto germogliare il partito liberale e democratico.

Già nel 1925 Amendola era diventato di fatto il principale avversario del fascismo ed è indicativo cosa pensasse di lui Mussolini: “Avevamo contro di noi, inflessibile, un uomo soltanto, Giovanni Battista Amendola …. “.La sua sfida al regime raggiunse il culmine il 16 luglio 1925.Quel giorno Il Mondo,in edizione straordinaria,pubblicò:“Il documento delle opposizioni secessioniste”,con cui si contestava risolutamente l’assoluzione di De Bono,già capo della polizia,da parte dell’Alta Corte di Giustizia del Senato,reiterando invece l’accusa di essere stato lui l’organizzatore della squadra fascista che aveva assassinato Matteotti. La pubblicazione di questo documento suscitò una rabbiosa reazione da parte del fascismo e della sua stampa. È dunque verosimile che la decisione di aggredire Giovanni Amendola sia stata presa tra il 16 e il 19 luglio.

Ed infatti la mattina del 20 luglio di quell'anno Amendola lasciò la casa di via di Porta Pinciana 6 a Roma e arrivò a Montecatini nel primo pomeriggio. Si sottoponeva con regolarità alla cura delle acque in quanto soffriva di disturbi metabolici.Arrivò all’Hotel "La Pace",accompagnato dall’avvocato Federico Donnarumma, il suo fidato segretario.I fascisti dei vicini centri di Monsummano, Pescia, Borgo a Buggiano e Pieve a Nievole furono radunati tra le 17 e le 18 con l’ordine di andare a Montecatini a “legnare” l’on. Amendola.In breve tempo la zona intorno all’albergo venne occupata da circa un migliaio di fascisti che urlavano, insultavano,minacciavano e chiedevano a gran voce la cacciata del deputato liberale da quel territorio.Verso sera arrivò all’albergo Carlo Scorza, deputato e ras locale dei fascisti della lucchesia.I circa 30 carabinieri presenti in loco non erano in grado di arginare l’assedio delle camicie nere,e Scorza,d’accordo con i responsabili dell’ordine pubblico,assunse il ruolo di "garante" dell’incolumità di Amendola,in realtà di comandante del plotone di esecuzione.Perchè fu lui il principale referente, a livello territoriale, del piano criminale voluto da Mussolini.

Fu così subdolamente prospettato ad Amendola di andare in automobile nella vicina Pistoia dove avrebbe potuto prendere il treno per Firenze.Scorza e il tenente dei carabinieri sarebbero saliti sull’auto insieme a lui e lo avrebbero accompagnato, con un camion di carabinieri al seguito, garantendogli l’incolumità.Amendola accettò e fu quella la sua condanna a morte.Non appena uscì dall’albergo si scatenò il putiferio. I fascisti tentarono di colpirlo. Riuscì a raggiungere l’automobile, che era stata parcheggiata vicino all’entrata dell’albergo, e vi fu sospinto dentro a forza,così com'era successo con Matteotti,ma lì i carabinieri non c'erano più,erano tutte e solo squadracce fasciste.L’auto riuscì a mettersi in movimento lentamente tra la folla urlante.Il camion dei carabinieri seguiva a breve distanza. Arrivati alla piazza principale di Montecatini Vannelli, l’autista, uomo fedele a Scorza, iniziò ad accelerare e dopo appena due chilometri la vettura non fu più visibile dal camion dei carabinieri. Poco dopo si fermò perché la strada era bloccata da un palo: c’erano una quindicina di uomini che aspettavano Amendola. Lo aggredirono selvaggiamente,colpendolo con ferocia e accanimento.Lui non poté far altro che raggomitolarsi, mettendosi tra il sedile anteriore ed il sedile posteriore, cercando di proteggere la testa. In questo modo espose però la schiena ai colpi di bastone che avrebbero provocato il trauma fatale. La bastonatura non durò però quanto programmato:gli squadristi furono infatti indotti a dileguarsi nelle campagne circostanti dall’avvistamento dei fari di una vettura in avvicinamento. Allora l’autista ripartì e portò Amendola, ferito al volto e al corpo, alla stazione di Pistoia. Da qui fu poi condotto all’ospedale di questa città dove venne effettuata la prima medicazione.

Dopo quella vile aggressione,i suoi malori diventavano sempre più grandi e all’inizio di febbraio del 1926 decise, su consiglio insistente dei suoi amici, di andare in Francia per farsi visitare.Il 22 febbraio venne sottoposto ad un delicato intervento chirurgico ai polmoni.La causa della sua malattia non era infatti nella tiroide,come si credeva,ma nei polmoni,danneggiati dai pestaggi e dalle violente percosse.In una dichiarazione scritta gli illustri clinici francesi che lo operarono affermarono che la localizzazione della massa cistica era stata “condizionata dal violento traumatismo prodotto sulla regione corrispondente all’emitorace sinistro nel luglio del 1925”.Un'autentica sentenza di colpevolezza politica e morale.La sua vita si avviava così all’epilogo proprio nella stessa clinica dove pochi giorni prima si era spento Gobetti,l'altra grande mente liberale italiana.

Amendola era oramai consapevole del suo destino e aveva solo un ultimo desiderio:essere trasportato in Italia,per morire nella sua Terra.La sua richiesta fu sottoposta ai medici curanti e a un illustre clinico di Nizza.Fu tuttavia esclusa la possibilità del trasporto anche nel luogo più vicino dell’Italia.All’alba di mercoledì 7 aprile fissò per l’ultima volta lo sguardo sui presenti ed in particolare sul figlio Giorgio che gli sedeva lacrimante accanto.Se ne andava così a soli 44 anni l'integerrimo ed intransigente oppositore del fascismo, l’uomo che dopo Matteotti aveva sfidato il regime senza paura,pagando il prezzo più alto.Solo la violenza brutale aveva potuto zittirlo.Lasciava la moglie Eva,in pessime condizioni di salute,e quattro figli:Giorgio,che divenne poi parlamentare PCI,Ada,Antonio,Pietro.

La notizia della morte di Giovanni Amendola fu relegata nelle pagine interne dei quotidiani, oscurata dall’ampio spazio dedicato al fallito attentato a Mussolini del 7 aprile 1926. Il regime tentò inoltre di avvalorare la tesi che fosse morto per un male incurabile. Il procedimento giudiziario condotto allora si concluse naturalmente senza alcun risultato: gli aggressori rimasero ignoti ancorché molti di loro si fossero vantati pubblicamente di aver partecipato all’agguato.Fu solo dopo la caduta del fascismo che la famiglia Amendola poté costituirsi parte civile ottenendo la riapertura del procedimento giudiziario contro i mandanti, gli organizzatori e gli esecutori dell’aggressione.

In queste settimane è uscito un libro del saggista e storico Antonio Carioti,significativamente intitolato "L'uomo che sfidò Mussolini.Giovanni Amendola antifascista liberale".Ed è in quel libro che vien richiamata la frase forse più conosciuta di Amendola che a distanza di anni è tanto amaramente attuale."L'Italia, come oggi è, non ci piace".Una frase che riassume il giudizio amendoliano sull'anteguerra giolittiano e al tempo stesso l'etica e la morale di Giovanni Amendola.Il moralismo amendoliano fu una caratteristica di molti intellettuali suoi contemporanei,dal già citato Gobetti a Prezzolini a Salvemini.Era un continuo fustigare le arretratezze e le miserie degli italiani quanto a carattere(che Gobetti riassunse nel grandioso "Elogio della Ghigliottina")che faceva dei fustigatori quasi una sorta di "antitaliani".

La formazione filosofica di Amendola spiega anche molto della sua azione politica. C'era in lui una sorta di primato della volontà come capacità di dominarsi, di non cedere,di non scendere a compromessi,una testimonianza quasi ascetica di fede, che fu alla base di ciò che verrà poi chiamato l'Aventino,una specie di opposizione etica e morale e non parlamentare e che però venne criticata all'interno dello stesso fronte antifascista e da antifascisti altrettanto intransigenti quali Piero Gobetti,che del resto gli imputava "un istinto assolutamente conservatore".

Ma Amendola non smette di parlarci ancora oggi,come ammonisce quel motto sulla sua tomba:"Qui vive Giovanni Amendola,ASPETTANDO.Aspettando che quell'Italia,che non gli piaceva e che a tanti,continua a non piacere,venga finalmente cambiata,secondo la sua lezione liberale.

24 marzo 2026

ARIA DI PRIMAVERA

 


E' già da un pò che il sole illumina sempre più a lungo le nostre giornate,i primi fiori si aprono,il profumo dell’aria cambia e le temperature iniziano lentamente a salire.Dopo il freddo dell’inverno,l’atmosfera si trasforma e lascia spazio al tepore della primavera,la stagione forse più apprezzata,fatta di luce che si allunga,sfumature delicate e natura in fiore.E' arrivata la Primavera.E così come il mondo vegetale si rinnova e si risveglia,regalando un’esplosione di colori e profumi,le fioriture degli alberi richiamano l’idea di rinascita,rinnovamento ed inizio.
L’inizio della stagione dei fiori,come classicamente è simboleggiata la primavera,è sempre molto atteso e, se già da qualche settimana se ne percepiscono i primi segnali,è con l’equinozio che le sue porte si spalancano davvero.
In genere si pensa che la primavera inizi sempre il 21 marzo,da qui anche il celebre detto:"San Benedetto(che cade appunto il 21 marzo)ogni rondine al tetto",per significare il ritorno dei primi tepori primaverili e con essi le stagioni degli uccelli che su di essi orientano le loro migrazioni,ma in realtà non è così.L’equinozio di primavera può cadere tra il 20 e il 21 marzo,eccezionalmente il 19. Negli ultimi decenni, il 21 marzo è stato l’inizio effettivo della stagione solo in pochi casi.
Questa variazione dipende dal fatto che l’anno solare non dura esattamente 365 giorni,ma circa 365,2422 giorni.La data varia di anno in anno perché è legata al tempo che la Terra impiega per ritornare alla stessa posizione rispetto al Sole,ovvero l’anno tropico(dal greco tropos,rotazione)o anno solare è il tempo impiegato dal Sole per tornare nella stessa posizione vista dalla Terra,corrispondente al ciclo delle stagioni e che dura circa 365 giorni, 5 ore e 49 minuti. Visto che il calendario conta 365 giorni interi,ogni anno si accumula uno scarto ed è per questo che l’equinozio avviene progressivamente più tardi.Ogni quattro anni si aggiunge un giorno al calendario, che serve per compensare questa differenza.Anche in questo 2026 l’equinozio di primavera non è il 21 marzo, ma il 20 marzo,di venerdì,precisamente alle 15.45 (ora italiana).Questo “eccesso” di quasi un quarto di giorno si accumula nel tempo, causando uno slittamento delle date.Per compensare,ogni 4 anni viene introdotto l’anno bisestile con il 29 febbraio.Nonostante ciò,equinozi e solstizi continuano a oscillare leggermente nel calendario.
Ma cos'è davvero l'equinozio?La parola equinozio deriva dal latino aequinoctium,ovvero “notte uguale”:l’evento segna nell’emisfero settentrionale il passaggio dall’inverno alla primavera, mentre in quello australe l’inizio dell’autunno.L’equinozio avviene in un istante preciso,quando il Sole è allo zenit sull’equatore:i suoi raggi colpiscono perpendicolarmente l’equatore,i due emisferi ricevono la medesima quantità di luce e le ore di sole e buio saranno esattamente le stesse. In seguito all’evento l’emisfero boreale si inclina progressivamente verso il Sole (mentre quello australe nella direzione opposta) e ciò significa che riceve più sole, le giornate diventano più lunghe, l’alba avviene sempre prima e il tramonto più tardi.Nel corso dell’equinozio di primavera il sole si allinea con diversi siti archeologici nel mondo. Nel Regno Unito, ad esempio,a Stonehenge,i raggi solari si dispongono precisamente rispetto ai megaliti del monumento.





















Invece in Messico,a Chichén Itzá,sulla piramide di Kukulkán viene proiettato un gioco di luci, che crea una forma simile a quella di un serpente.
















La Primavera è da sempre stata anche una fonte di ispirazione per artisti di ogni epoca e genere.La bellezza dei fiori che sbocciano, l’aria fresca e profumata e i colori vivaci della natura risvegliano le capacità creative degli artisti.Ho pensato così di raccogliere (solo)alcune delle opere d’arte più belle e significative ispirate alla stagione dei fiori.
La primavera ha sempre affascinato il mondo dell’arte.Sono tanti gli artisti che nel corso dei vari secoli si sono cimentati nell’omaggiare, ognuno a suo modo, la stagione della rinascita e dei fiori,lasciandoci in eredità in alcuni casi dei veri e propri capolavori.Probabilmente il primo artista e la prima opera a cui pensiamo quando ci immaginiamo la raffigurazione artistica di questa lussureggiante stagione è Sandro Botticelli e la sua famosissima opera che porta propro il nome di questa tempo dell'anno. 



Di datazione incerta (si presume realizzata tra il 1477 e il 1490), l’opera era stata commissionata da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico, per villa di Castello, originariamente per fare pendant con l’altrettanto celebre “La nascita di Venere”, con cui condivide alcuni riferimenti storici e filosofici.Attualmente si trova conservata in una sala della Galleria degli Uffizi di Firenze.La scena si svolge in un boschetto in cui degli alberi di agrumi formano una sorta di cupola che si estende al di sopra dei personaggi. Il suolo è disseminato di piccoli fiori di ogni sorta, mentre sullo sfondo si intravede un cielo azzurro tenue.La narrazione si svolge in più atti, e si legge partendo da destra, dove troviamo Zefiro,dio del vento,immortalato nell’atto di rapire l’amata ninfa Clori,che rimane incinta,facendola trasformare in Flora.E' Flora,dunque,la protagonista dell’opera;essa rappresenta la personificazione della primavera raffigurata come una donna dalla lunga veste fiorita intenta a cospargere la terra del suo frutto che porta in grembo, alludendo all’imminente rinascita della natura.

Botticelli,ma non solo.Anche Monet,Van Gogh,Picasso,Munch,Magritte e tanti altri artisti si sono lasciati ispirare dal fascino della bella stagione,trasformando le sensazioni e le emozioni primaverili in autentiche opere d’arte.

“Ramo di mandorlo fiorito” di Van Gogh


Nessuna ninfa in questo caso, soltanto un ramo di mandorlo in fiore raffigurati su uno sfondo azzurro."Ramo di mandorlo", conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam,è una delle tele più amate del pittore olandese perché realizzata come regalo per il fratello Theo e sua moglie,Johanna Bonger,per la nascita del loro primo figlio.Quel mandorlo rappresentava il primo accenno di vita della primavera,così come la nascita del suo primo nipotino.Sembra quasi di poter vedere la venuta della primavera,nel cielo terso contro cui si staglia il ramo,così come nei fiori bianchi appena sbocciati.Così scriveva Van Gogh in una lettera a sua madre:“Ho iniziato subito una tela per il figlio di Theo,da appendere nella loro camera da letto,una tela azzurro cielo,sulla quale si stagliano grandi fiori di mandorlo bianchi”.L'opera riflette anche l’omaggio di Van Gogh alle stampe giapponesi che tanto amava e soleva emulare.Il ramo di mandorlo in fiore significa l’arrivo della stagione più attesa, simboleggia la speranza,la schiarita:Ramo di mandorlo fiorito è, dunque, un inno alla vita.

“Printemps” di Claude Monet

Tra le primavere più celebri della storia dell’arte si annovera anche “Printemps”, il famoso dipinto di Claude Monet di impronta marcatamente impressionista. In questo meraviglioso esempio di pittura "en plein air",Monet coglie ogni sfumatura dell’ambiente circostante tramite un sapiente accostamento di colori, restituendo i più sottili trapassi di luce e di tono. I colori dominanti sono il bianco rosato dell’abito delle giovane donna, che viene investito da un getto di luce solare,e il verde della natura circostante.In questo meraviglioso dipinto sembra quasi di sentire il profumo della primavera.

“Donna con parasole nel giardino” di Renoir 

Un altro dipinto ispirato alla stagione dei fiori è “Donna con parasole nel giardino”, un dipinto del 1875 realizzato da uno dei massimi esponenti dell’impressionismo,Pierre-Auguste Renoir. L’opera restituisce una vista dalla finestra del nuovo studio a Montmartre del pittore.In questa meraviglioso dipinto pare di perdersi nell’erba di un prato fiorito.I fiori e il sottobosco sono realizzati in modo da ricreare una mistura di forme tattili e strutturali con ciò lo circondano. Sullo sfondo, la figura di una donna con il parasole vestita in nero, come anche il suo compagno rappresentato chinato intento a raccogliere un fiore, ad enfatizzare l’effetto della luce naturale nella pittura.










Édouard Manet, Primavera,1881

La Primavera” di Édouard Manet,del 1881,è una delle opere più celebri e raffinate del grande maestro francese.Questa tela immortala Jeanne de Marsy,famosa modella e attrice dell’epoca, ritratta come un’allegoria della primavera. Con la sua grazia e il suo fascino,la figura femminile incarna la bellezza della natura che si risveglia,un simbolo di freschezza,rinascita e giovinezza.Il dipinto, esposto al Salon di Parigi nel 1882, ricevette un’accoglienza calorosa da parte della critica e del pubblico. Diversamente da altre opere di Manet, spesso soggette a polemiche, “La Primavera” venne ampiamente apprezzata per la sua eleganza e armonia compositiva. Oggi, questa splendida opera è considerata una delle rappresentazioni più iconiche della figura femminile nel contesto della pittura impressionista e realista.La giovane donna,ritratta in posizione frontale,indossa un abito elegante e vaporoso di colore chiaro, decorato con motivi floreali. Porta un cappello ornato di fiori e un piccolo ombrellino da passeggio, accessori che alludono chiaramente alla primavera e alla rinascita della natura.Jeanne de Marsy non è solo una modella, ma una vera e propria allegoria della primavera. La sua bellezza giovanile e il suo atteggiamento delicato evocano il tema del rifiorire della natura e dei sentimenti interiori,rendendola una personificazione ideale della stagione primaverile.

"Primavera” di Arcimboldo.

“Primavera” appartiene alla serie delle Stagioni di Giuseppe Arcimboldo,il pittore celebre per i suoi ritratti composti utilizzando fiori, frutta e verdura. Realizzata nel 1573, l’opera è un chiaro omaggio alla stagione primaverile, composta perlopiù da fiori e frutti caratteristici di questa stagione,come rose, bacche di belladonna,corolle e boccioli di fiori per realizzare il profilo di un busto femminile e, allo stesso tempo, trasmettere allo spettatore la sensazione di rinascita e vigore tipica della stagione. I capelli della giovane sono un trionfo di fiori colorati, mentre l’abito è composto da erbe che avvolgono il suo corpo. Con quest’opera Arcimboldo intendeva rappresentare non solo la bella stagione,ma anche lo stadio dell’infanzia nell’uomo,dotato di un carattere rigoglioso e vitale. Il dipinto comje le altre tre stagioni di Arcimboldo,è esposto al Louvre di Parigi.


"Giorno di primavera in Karl Johan Street"


Questo quadro,dipinto da Munch nel 1890,offre uno scorcio affascinante della vita urbana norvegese.Il dipinto in realtà rappresenta più di una strada trafficaticata;è un'esplorazione precoce di temi che avrebbero poi definito la pittura di Munch."Primavera in Karl Joahn" rappresenta la svolta internazionale resa poi celebre da "Il Grido".L'opera già suggerisce l'intensità emotiva della sua pittura.Questo dipinto fornisce preziose informazioni sulla sua evoluzione artistica.Il quadro ritrae una scena vivace lungo Karl Johan Street,la principale arteria di Oslo.Numerose figure popolano il marciapiedi,impegnate in attività quotidiane come il camminare,chiacchierare o semplicemente osservare l'ambiente circostante.Munch usa colori brillanti per esprimere il dinamismo della scena.La strada affollata suggerisce un senso di comunità e di interazione sociale,ma i volti degli individui sono volutamente indistinti,ad esprimere un tema forte della pittura di Munch,cioè l'anonimato e la disconnessione nella vita urbana,tema che del resto si ritrova ancora ai giorni nostri con le preoccupazioni moderniste sull'alienazione nei centri urbani.

Salvador Dalì, I primi giorni di primavera, 1929


"I primi giorni di primavera" del 1929 è un'opera fondamentale del periodo surrealista di Salvador Dalí,che esplora il subconscio,il sogno e una percezione alterata della realtà.Il dipinto riflette l'approccio di Dalí, che mirava a materializzare le immagini della sua mente subconscia, creando un "universo dove la realtà si fonde con l'immaginazione più audace"come egli diceva.L'opera presenta paesaggi desolati e figure deformate,tipiche dello stile surrealista,che sfidano la logica e la percezione razionale.E pur essendo intitolato "I primi giorni di primavera",il quadro non ritrae una primavera convenzionale, ma piuttosto un paesaggio interiore,misterioso e trasfigurato,dalla mente dell'artista.Il quadro è un tentativo di rappresentare visivamente la "dimensione delirante" dei sogni e del subconscio, prima della fase più matura delle sue ossessioni simboliche.

Paul Gauguin, Primavera sacra: dolci sogni

"Dolci sogni di primavera" (1894), spesso citato in relazione a Paul Gauguin in quel periodo,riflette la sensibilità dell'artista.In quel tempo Gauguin era a Parigi.Il quadro fonde sacro e profano,con figure in abiti tradizionali e richiami a una "primavera" polinesiana, lontana dalla civilizzazione europea.L'opera è caratteristico di Gauguin: forme semplificate, una colorazione quasi uniforme e una profonda indagine interiore, coerente con la sua idea di arte come astrazione dalla natura.La critica spesso evidenzia l'atmosfera onirica e di quiete, dove la luce gioca un ruolo cruciale nel definire lo spazio sacro.Nave Nave Moe è considerato una delle sintesi più alte della fase tahitiana di Gauguin, capace di trasportare lo spettatore in un mondo idealizzato e misterioso.

“Giardino italiano” di Gustav Klimt

Tra le opere dedicate alla primavera c'è poi il capolavoro di Gustav Klimt,un dipinto con un giardino tipicamente primaverile. Il quadro è una sorta di tributo ai paesaggi italiani dove il pittore amava soggiornare,tra Roma,Venezia e Ravenna in modo particolare, città dove si innamorò dei famosi mosaici bizantini che tanto influenzarono alcune delle sue opere.
































Giardino italiano è un tripudio di fiori tipici primaverili dalle forme e dalle tonalità più disparate,che vanno dal rosa all’azzurro,fino al viola;la luce chiara che si irradia dall’alto illumina il dipinto,accentuandone la vivacità.In lontananza, nascosta tra gli alberi, si intravede il profilo di una casa di campagna. Se chiudiamo gli occhi riusciamo quasi immaginare di essere lì, di fronte a quel paesaggio agreste in cui la natura regna sovrana. Questo meraviglioso olio su tela si trova conservato nel Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

Pablo Picasso, Primavera, 1956



Tra le opere più celebri di Pablo Picasso spicca senz'altro "Primavera",un dipinto che incarna l'essenza dell'arte naif e del primitivismo.Il dipinto è caratterizzato da colori vivaci e forme semplificate,elementi distintivi dell'arte naif.Questo stile,noto anche come primitivismo,cerca di ricreare l'esperienza di tempi,luoghi e persone primitivi.La composizione di "Primavera" è ricca di dettagli e simbolismo. Una capra si erge accanto a un albero,con la testa protesa verso i rami per brucare le foglie. Nelle vicinanze, una persona giace a terra,forse a riposo o intenta a osservare la scena.Sullo sfondo,si intravedono altre due figure,una delle quali regge un oggetto che ricorda un uccello. Una sedia è posta vicino al centro del dipinto e un orologio è appeso alla parete sopra di essa.La capra rappresenta l'innocenza,mentre la persona a terra è in una posizione di contemplazione.L'arte naïf,come si può vedere in "Primavera",è caratterizzata da semplicità e immediatezza.Spesso raffigura soggetti quotidiani in modo diretto,senza le complessità dell'arte figurativa tradizionale.

René Magritte, Primavera


E per completare questa breve carrellata di capolavori(ma tanti ancora sono i quadri che si potrebbero ricordare,perchè tanti sono gli artisti che si sono lasciati ispirare dal tema della Primavera)richiamo il dipinto intitolato "Primavera",creato da René Magritte nel 1965.E' un pezzo davvero avvincente che esemplifica il movimento artistico Surrealista,corrente pittorica della quale il pittore fu uno dei più grandi esponenti.Nell'opera, una grande sagoma di uccello, dalla forma intricata,domina il cielo, riempito da un motivo di colore verde che rispecchia i cespugli lussureggianti sottostanti.Questo dipinto è infatti una rappresentazione simbolica,oltre la realtà ma la percezione finale che abbiamo è di un’opera universale per rappresentare la bella stagione.Magritte infatti usa elementi familiari che portano subito l’atmosfera della primavera:le piante,un nido,una colomba in volo. La colomba in volo è un elemento che ritroviamo sovente nelle opere di Magritte:qui il suo corpo è fatto di verdi foglie,e vola sopra un nido con tre uova a simboleggiare la fertilità di questa stagione. Siamo in un’atmosfera serena,felice,fatta di natura e di luce e i riferimenti non casuali sono all'aria,alla luce e alla rinascita.