01 agosto 2026

AGOSTO, LA LUCE CHE SI SPEGNE





Il mese di Agosto segna il culmine dell'estate,ma il suo nome non ha nulla a che fare con il sole o le spiagge o il caldo.Originariamente,nel calendario romano, questo mese era il sesto dell'anno e si chiamava semplicemente Sextilis.Il calendario romano originale,ideato da Romolo,iniziava a Marzo.Per questo motivo, l'attuale ottavo mese era in realtà il sesto, da cui derivava il nome Sextilis.Quando Giulio Cesare riformò il sistema introducendo il calendario giuliano, i mesi slittarono.Dopo la morte di Cesare, a cui fu dedicato il mese di Luglio (da Iulius),il Senato romano volle tributare un onore equivalente al suo grande successore.Nell'8 a.C.,così,venne approvata una legge che sancì ufficialmente il passaggio da Sextilis ad Agosto (Augustus), celebrando le straordinarie vittorie dell'Imperatore,in modo particolare la conquista dell'Egitto.

Nel tempo poi,il mese di Agosto ha.simboleggiato il culmine dell'estate,il mese delle vacanze,del relax e del dolce far niente.Negli ultimi anni,poi,i cambiamenti climatici,che hanno determinato l'innalzamento notevole delle temperature sul pianeta,con la Terra che si sta riscaldando molto in fretta,anche per opera dell'Uomo,che brucia carbone,petrolio e gas,liberando gas serra.Anche quest’anno Agosto si è aperto con l’ennesima ondata di calore e si suppone che le sue temperature medie saranno sempre più roventi.

In Agosto,si diceva,l'estate raggiunge il culmine,ma anche il suo termine, stemperandosi nell’aria dolce del successivo mese di Settembre,e questo sentimento di trasformazione ha sempre suscitato l'interesse di poeti e scrittori.Ho qui scelto la poesia dello scrittore tedesco  Hermann Hesse che ha come titolo proprio il nome di Agosto.Il testo,anzitutto:

 Fu il giorno più bello dell’estate,

Ora, di fronte alla casa silenziosa
Tra il profumo e il dolce canto degli uccelli
Suona perduto per sempre.

In quest’ora dal suo corno ricolmo
Versa con voluttà in rosso sfarzo
L’estate i suoi raggi d’oro
E festeggia l’ultima sua notte.

Hermann Hesse scrive “Agosto” nel 1899,e ci regala un piccolo gioiello che merita di essere annoverato fra le poesie più significative della letteratura tedesca del '900.Confluita nella raccolta “Gedichte”, pubblicata nel 1902 (le versione italiana è “Le stagioni”,edita da Guanda nel 2021), questa lirica tanto breve quanto intensa coincide con un momento importante nella vita dell'autore. Analizziamo il testo e scopriamo qual è il contesto biografico in cui esso nasce e si realizza.

Toccare il cielo con un dito, assaporare fino in fondo un momento di felicità ma sentirne già la fine imminente e struggersi per questo:ecco,in estrema sintesi,la tematica intorno alla quale si strutturano i versi di Agosto,questa breve e bellissima poesia di Hermann Hesse,che utilizza l’ottavo mese dell’anno come metafora per spiegare che il tempo, inesorabilmente, ci porta via ogni attimo che viviamo, anche e soprattutto i migliori.
In pratica,"Agosto" celebra la gioia che l’estate porta con sé un attimo prima che essa si perda negli iniziali, inconfondibili segnali d’autunno.Tale consapevolezza,che procura a Hesse una forte malinconia,diventa anche motivo per indagare il legame fra la bellezza, intesa principalmente come quella della natura, e la transitorietà della vita.
Nella poesia c'è il ricorso a figure retoriche che sono la personificazione:l’estate viene descritta come una creatura viva che "festeggia l’ultima sua notte" e "versa con voluttà in rosso sfarzo" i suoi doni;la simbologia: il "corno ricolmo", ovvero la cornucopia, simbolo di ricchezza e prosperità.Cioe' prima di esaurirsi, l’estate elargisce frutti e luce.In tutta la poesia si alternano immagini positive e cariche di pienezza,come i "raggi d’oro" e il "rosso sfarzo",ad altre che indicano un senso di perdita e di fine, come "perduto per sempre" e "ultima sua notte".Tutto un gioco di contrasti che serve a evidenziare il tema,molto sentito da Hesse,della caducità del tempo e della vita.

Ma non è possibile conoscere a fondo né capire pienamente il significato di "Agosto" se prima non si dà una breve occhiata al contesto biografico nel quale la poesia nasce,poiché essa va a incastrarsi in un momento assai significativo della vita di Hesse, che, specialmente durante la giovinezza, si caratterizzo' per la tensione costante fra costrizione e voglia di libertà.Originario di Calw e appartenente a una famiglia che gli impartisce un’educazione molto rigorosa e severa, Hesse è costretto fin dalla più tenera età a fare i conti con le ingenti aspettative del padre, che lo influenzano fino a spingerlo a fuggire e addirittura a tentare il suicidio nel 1882,mentre studia in seminario.

La prima svolta positiva arriva nel 1895, quando Hesse riesce a strappare il permesso di farsi le ossa come apprendista libraio a Tübingen, una circostanza che rappresenta il suo primo, vero atto di emancipazione. Tübingen, inoltre, è una città universitaria carica di fervore e di scambi culturali;e' qui che Hesse ha modo di conoscere e frequentare un gran numero di intellettuali, coltivando la propria innata vocazione letteraria.

La seconda tappa di questo importante percorso formativo umano e artistico è Basilea, dove Hesse si trasferisce nel 1899 per impiegarsi presso la libreria Reich,finalmente libero e in condizione di lavorare proficuamente sulla propria identità e il proprio ruolo nel mondo.Il trasferimento avviene proprio nel mese di agosto e fu allora che l’omonima lirica vide la luce.
I versi di questa bellissima poesia sono il modo con cui Hesse ci comunica quanto sia struggente assaporare la felicità, specialmente la più autentica, avvertendone nel contempo la fine imminente quando essa è ancora in corso, poiché il poeta è ben consapevole che tutto finisce lasciando dietro di sé solo la nostalgia per ciò che è stato.

"Agosto" comincia all’insegna della malinconia:una casa silenziosa,simbolo di quiete ma anche di distanza temporale e fisica da ciò che ormai è soltanto un ricordo.Con questo riferimento Hesse si riferisce alla bella esperienza vissuta (il trasferimento a Basilea nel 1899) usando la metafora del giorno più bello dell’estate che ormai è "perduto per sempre". Eppure egli si trova immerso in un paesaggio ricco di suoni e colori, circondato com’è da piante profumate e canti di uccelli; però il giorno più bello dell’estate non c’è più e non lo si può più recuperare.l’estate è come una dea buona e generosa che inonda il mondo di luce,calore e bellezza, traendoli fuori dalla sua cornucopia; è il momento più sensuale, quello che segna la vetta dell’esperienza emotiva che si sta attraversando;eppure,proprio adesso che è al suo apogeo,al suo culmine massimo,essa inizia inesorabilmente a scemare.
La conclusione di questa lirica non ha nulla di tragico né di cupo,è semplicemente,"l’ultima notte" che va vissuta con cognizione e con intensità,perché la gioia diventa addirittura più ardente e degna di memoria mentre sta per spegnersi.La bellezza non può fare a meno del suo stesso svanire, ci dice Hesse, e più e meglio lo dirà in seguito, ampliando un concetto che diverrà uno dei capisaldi della sua produzione letteraria.

29 luglio 2026

ULISSE,L'UOMO OLTRE L'EROE





Dal 16 luglio è nelle sale cinematografiche italiane il film "Odissea" primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX diretto dal regista inglese  Christopher Nolan,che ha già diretto altri film tutti di un grande successo mondiale con numerosi riconoscimenti tra cui anche Premi Oscar(per citarne solo alcuni ricordo Insomnia (2002),Batman Begins (2005),Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008),Inception (2010),Il cavaliere oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012),Interstellar (2014),Dunkirk (2017)fino a Oppenheimer del 2023).La novità del film di questo nuovo Nolan è appunto anche tecnologica,perchè il regista londinese ha girato il film in tecnologia IMAX(contrazione di Image MAXimum)cioè quel sistema di proiezione cinematografica che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali.Il desiderio di aumentare l'impatto visivo del film c'è sempre stato nella storia del cinema.Già le tecnologie Cinemascope e VistaVision aumentarono le dimensioni della pellicola e ci furono sistemi multi-proiettore come il Cinerama per allargare ancora di più l'area di proiezione. 

Alla fine,dopo 3 ore di pellicola appassionante,esci dal cinema con la consapevolezza di aver visto un altro gran bel film di Nolan,perchè "Omero",con la maestosa interpretazione di Matt Demon nel ruolo di Ulisse,e un'eccellente Anne Hathaway in quello di Penelope,è un film che ti rimane addosso,al di là del racconto omerico,al di là degli studi che hai fatto a scuola e dei libri che poi negli anni hai letto.E  sei anche pressochè sicuro di aver visto il film che alla prossima edizione del Premio Oscar farà incetta di statuine come miglior film,miglior regista,migliori attori e migliore scenografia.

Certo,trasformare in linguaggio cinematografico un testo monumentale come l’Odissea non è mai cosa facile;il rischio principale è proprio quello di produrre,in nome di una presunta fedeltà,una copia incolore o ingessata in una dimensione storica e tradizionale che distorce il linguaggio dell’originale testo e tradisce allo stesso tempo le potenzialità del nuovo medium.Nolan modifica e reinventa il racconto dell’Odissea,rinnova i piani narrativi e li ricombina in una sequenza rapida e avvincente,scandita anche da una colonna sonora tambureggiante e incalzante.Ed il pubblico è presto rapito dalla narrazione di Nolan e dimentica le polemiche sulla mancata fedeltà storica(ma poi,a ben pensarci,il poema di Omero non è forse una storia fatta di finzioni?O qualcuno può credere a una guerra di dieci anni fatta per la bionda Elena?).

Questa nuova trasposizione cinematografica dell'Odissea è marcatamente segnata dalla rilettura che Nolan fa della figura del protagonista.In questo film Ulisse non è più l'eroe scaltro che riesce a far finire la guerra con la propria furbizia,ma è un uomo lacerato tra rimorsi e desiderio di ritorno.E forse questo è il film di Nolan meno cerebrale e più scopertamente emotivo:un’epopea intima sulla vulnerabilità, la memoria e la necessità di perdere il controllo.Sì,"Odissea" non è soltanto il kolossal dell’estate,né semplicemente il 13° film del regista di Oppenheimer. È, prima di tutto,un’odissea nella vulnerabilità e nella fragilità umana.Il racconto di un eroe lacerato tra rimorsi e rimpianti che,per tornare a casa,deve imparare l’arte più difficile di tutte: rinunciare al controllo e lasciarsi andare,quasi come in una seduta di psicanalisi:meno corazze, più ferite.

Perché l’Ulisse di Nolan,a differenza delle altre trasposizioni cinematografiche che lo hanno  proceduto,contrassegnate dalle interpretazioni di Kirk Douglas o Ralph Fiennes,Bekim Fehmiu e Irene Papas,non viene proposto più eroe soltanto per la propria furbizia.È costretto,al contrario,a fare i conti con l’arte dell’inganno che lo ha reso immortale. L’uomo che ha posto fine all’assedio di Troia nascondendo un esercito nel ventre di un cavallo è un reduce tormentato dai fantasmi della propria coscienza,dalla propria hybris(nel senso di arroganza di chi supera per orgoglio i limiti umani,sfidando financo le leggi degli dei).L'inganno del cavallo di Troia alla fine non è stato altro che una violazione della legge di Zeus,quel sacro patto di ospitalità e fiducia che impone il rispetto dell'ospite e la sincerità nei rapporti umani e divini,che è l'opposto di quello che Ulisse ha fatto,entrando nella città nemica nascosto dentro un dono.Un paradosso in carne, ossa e cicatrici e che poi vede,quasi come legge del contrappasso, violare quel patto dentro la sua stessa casa dai Proci che gli insidiano la moglie e vorrebbero portargli via il trono.

E' un’opera profonda,dolorosa questo film di Nolan,e a prestare corpo e stanchezza al protagonista è un magnifico Matt Damon.Ad attenderlo dall’altra parte del Mediterraneo c’è Penelope interpretata da Anne Hathaway: una regina che nasconde una tempra d’acciaio e una furia latente.Non una vedova in attesa, ma una sovrana assediata da uomini che scambiano il desiderio per diritto di proprietà.È china su un telaio tessendo e disfacendo il tempo come il montaggio di un film.D’altronde, Penelope è la prima montatrice della cultura occidentale: allunga,accorcia,rimanda il finale e tiene in scacco i Proci con ago, filo e intelligenza.

Anche la caduta di Troia ha un suo significato:le fiamme che si propagano nella notte all'interno della città,dopo l'ingresso del Cavallo,non sono semplice gioco pirotecnico:servono a mostrare meglio,nel chiaroscuro notturno,il volto di Ulisse,i suoi dilemmi morali,la nostalgia che lo corrode.Ed anche il ritorno a casa non è soltanto una rotta di navigazione:è rinascita spirituale.Per approdare a Itaca e in certo qual modo rinascervi,bisogna prima sopravvivere a se stessi.E questo è più arduo che accecare un Ciclope ed è perciò che Nolan preferisce dedicarsi al racconto dell'uomo Ulisse,piuttosto che al racconto delle sue gesta.

E' perciò che Nolan cambia il poema.Lo smonta,lo contamina,lo rilegge.Le creature di Omero assumono forme nuove,radicate negli incubi del presente.Il Ciclope Polifemo non parla con Ulisse e i suoi compagni e il celeberrimo «Il mio nome è Nessuno» sparisce e rimane invece il silenzio di un gigante ferito. 

La maga Circe che trasforma gli uomini in maiali non è più una donna ammaliatrice e seduttrice ma diventa quasi "umana" dicendo ad Ulisse il male che lui e i suoi uomini hanno fatto.E la rilettura della figura di Ulisse comporta,come conseguenza,anche una diversa visione degli dei e del divino.Gli dei non agiscono come forze magiche esterne ma come proiezioni psicologiche ed espressioni della natura, focalizzandosi sulla percezione umana piuttosto che su interventi sovrannaturali espliciti;gli dei,cioè,appaiono,piuttosto,come una voce interiore:figure come Atena(interpretata dall'attrice americana Zendaya(pseudonimo di Zendaya Stoermer Coleman)funzionano come proiezione della coscienza di Ulisse,con tutti i suoi dubbi e le sue paure.

Atena,quindi,non è più,come nelle altre trasposizioni cinematografiche,l'aiuto nei momenti di pericolo,la condivisione del comune amore per l'astuzia e sua salvatrice a Itaca,dove lo trasforma in un vecchio mendicante per non farlo riconoscere,aiutandolo poi a sconfiggere i Proci.Nel film di Nolan,invece,Atena indica la strada ad Ulisse;gli ricorda chi è,cosa ha fatto e dove deve andare.Non una fatina provvidenziale, bensì la voce interiore che si manifesta quando non possiamo più permetterci di mentire.

E poi c’è Calipso(interpretata da Charlize Theron)nella quale Nolan fa confluire anche l’episodio dei Lotofagi. È lei a preparare il loto, l’ingrediente dell’oblio che serve a Ulisse per dimenticare la guerra, il viaggio e persino il desiderio di tornare.L'isola di Ogigia,dove Calipso vive,diventa una sorta di "resort" della smemoratezza,con sbarre invisibili e soggiorno potenzialmente eterno.Calipso è amante e carceriera,rifugio e prigione, promessa d’immortalità e gabbia dorata. Offre a Ulisse la pace, ma pretende come pagamento la memoria e,quindi,fargli dimenticare la famiglia e la sua stessa identità.Un prezzo troppo alto da pagare.

Questo forse è il film meno cerebrale e più scopertamente emotivo di Nolan: non rinuncia all'azione,ma lascia che sia una ferita interiore a dettarne i ritmi.Attorno alla coppia regale, Nolan dispone volti che sembrano appartenere al mito da sempre. Tom Holland lascia la maschera di Spider-Man per un Telemaco che è puro racconto di formazione: un ragazzo costretto a diventare uomo mentre il palazzo di famiglia pullula di predatori in tunica.

In definitiva, con Odissea,Christopher Nolan non ha firmato un semplice kolossal mitologico,ma un'indagine psicologica sul trauma del reduce.L'Ulisse di Matt Damon non è un eroe trionfante, ma un uomo spezzato dalla sua stessa superbia (hybris),condannato a navigare in un tempo dilatato e tirannico. Se il poema di Omero ci ha insegnato il valore del ritorno, il film di Nolan ci lascia con un dubbio più profondo e brutale: si può davvero tornare a casa uguali a prima dopo aver camminato nell'inferno? Forse Itaca, alla fine,non è solo un luogo geografico e meta di Ulisse, ma la difficile accettazione dei nosri errori e delle nostre cicatrici.Attraverso una gestione del tempo che si fa labirinto emotivo, il regista ci mostra che Itaca è lo spazio interiore in cui impariamo a riconoscere i nostri errori. Una visione potente che celebra la capacità dell’uomo di sopravvivere ai propri abissi personali per ritrovare la luce.Un capolavoro esistenziale che ci ricorda che,nonostante le tempeste della vita,il viaggio per riscoprire chi siamo vale sempre la pena di essere vissuto.

24 luglio 2026

IN DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO


La dinamica dei fatti è nota.Nell'aprile 2021 tre rapinatori entrano armati nella gioielleria di Mario Roggero,a Grinzane Cavour,un paese in provincia di Cuneo,lo minacciano,immobilizzano lui e i familiari e si impossessano del bottino.Un episodio gravissimo,che non si può minimizzare.Ma il momento decisivo arriva dopo.I rapinatori escono dal negozio e si danno alla fuga.Roggero recupera la propria pistola,li insegue all’esterno e spara numerosi colpi,uccidendo due rapinatori e ferendone gravemente un terzo.Le cronache dei giornali e ancor più la pochezza di certa politica italiana hanno riportato all'attenzione della pubblica opinione il c.d. "caso Roggero",essendo in questi giorni quando arrivata la condanna in via definitiva del gioielliere a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario e tentato omicidio.

Ci sono vicende giudiziarie che diventano molto più di un processo:diventano simboli.E quando la più becera politica si "appropria" di questi casi per trasformarlo in bandiera politica, il rischio è sempre lo stesso:la realtà lascia il posto alla propaganda,il diritto viene sacrificato agli slogan e il tentativo di comprendere la complessità di cui il mondo è fatto si dissolve nella ricerca del consenso. Per una parte della politica, Roggero è stato elevato a emblema del cittadino abbandonato dallo Stato, costretto a difendersi da solo e poi addirittura condannato.

Perchè,appunto,il mondo e la realtà sono complessi e per cercare di capire,si deve far ricorso alla Ragione e al buon senso,non all'emotività e all'impulso del momento,soprattutto,poi,se guidato dalla ricerca del facile consenso populista.E allora,proprio cercando di far ricorso al raziocinio si può dire che questo caso è diventato il simbolo del dibattito sul confine tra difesa e vendetta,ponendosi esso in netto contrasto con i principi fondamentali dello Stato di diritto.C'è anzitutto il tema del divieto di giustizia privata:nello Stato di diritto, l'uso legittimo della forza è monopolio dello Stato.La legittima difesa,che la destra populista aveva invocato per Roggero,è prevista dall'all'art. 52 del Codice Penale e sussiste solo se c'è un pericolo attuale,un'offesa ingiusta e la proporzionalità della difesa all'offesa.Invece uscire dal negozio per inseguire i ladri in fuga,come ha fatto Roggero,equivale a farsi giustizia da soli,configurando il reato di ritorsione.Per tutti quelli che si pongono dalla parte dello Stato di diritto,non può che valere una gerarchia dei valori costituzionali.Nel nostro ordinamento la tutela della vita umana è prioritaria rispetto alla difesa del patrimonio privato.Quando il pericolo imminente cessa,quindi,la reazione armata non è più giustificata.

C'è poi la questione della separazione dei Poteri insegnata da Montesquieu che qui interviene a proposito della Grazia invocata dalla destra a favore di Roggero.Epperò proprio il clamore mediatico e le pressioni politiche per ottenere la grazia presidenziale hanno innescato una discussione istituzionale.Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,pur con la sua discrezione istituzionale ha dovuto ribadire,con la convocazione al Quirinale del Ministro della Giustizia Carlo Nordio,che l'istituto della clemenza è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato,da valutare nei tempi e nei modi previsti,e non uno strumento politico per aggirare una sentenza definitiva,quasi un Quarto grado di giudizio.

La narrazione innescata dalla Lega e da Salvini in particolare può essere potente sul piano emotivo,ma è del tutto incompleta e fuorviante su quello giuridico.Perché il punto centrale della vicenda non è mai stato il diritto di difendersi.Quel diritto nessuno lo ha mai messo in discussione.Il punto è un altro:quando finisce la legittima difesa e quando inizia la giustizia privata.Ed è proprio qui che il dibattito pubblico ha smesso di parlare di diritto per iniziare a parlare di politica.

È dunque la successione temporale a costituire il cuore dell’intero procedimento penale.L’articolo 52 del Codice Penale non autorizza un generico diritto di uccidere chi ha appena commesso un reato.La legittima difesa è una causa di giustificazione rigorosamente delimitata.Presuppone un’offesa ingiusta,un pericolo attuale e una reazione proporzionata.Sono requisiti che devono coesistere. Se uno di essi viene meno, viene meno anche la scriminante.Nel caso Roggero l’elemento decisivo è proprio l’attualità del pericolo.Quando gli aggressori stanno fuggendo e l’azione criminosa è terminata, la funzione della difesa cessa. Da quel momento,la tutela dell’ordine pubblico torna a essere competenza esclusiva dello Stato.Non è questione ideologica, ma uno dei principi cardine di qualsiasi ordinamento democratico.Confondere questo principio significa confondere due concetti radicalmente diversi: difendersi e punire.La difesa serve a impedire un’offesa in corso.La punizione serve a sanzionare un reato già commesso.La prima può spettare al cittadino nei limiti stabiliti appunto dall'art. 52 C.P.;la seconda appartiene esclusivamente allo Stato.Se questo confine viene cancellato,non si amplia la libertà individuale:si indebolisce lo Stato di diritto.Eppure, proprio questa distinzione è stata sistematicamente oscurata proprio da quel populismo politico.

Sono anni,ormai,che assistiamo a forme di panpenalismo populistico alimentato da ogni fatto di cronaca che diventa,per il populismo politico,l’occasione per costruire questo schema di narrazione:da una parte c'è il cittadino onesto,dall’altra il criminale;in mezzo, una magistratura descritta come distante dalla realtà e più incline a proteggere chi delinque che chi subisce un reato.È uno schema comunicativo estremamente efficace perché parla alla pancia dell’elettorato,ma è profondamente fuorviante e distorce,appunto,la credibilità dello stato di diritto,anche perchè rozzamente veicolato da un certo tipo di giornalismo(televisivo in particolare)asservito al potere. 

I processi,però,non si celebrano nelle piazze, nei talk show o sui social network.Si celebrano nelle aule di giustizia, dove le sentenze non si fondano sull’indignazione collettiva,ma sull’analisi delle prove e sull’applicazione della legge. Sostenere che Roggero avrebbe dovuto essere assolto “perché i rapinatori se lo meritavano” significa introdurre un imbarbarimento del vivere civile e un criterio incompatibile con qualsiasi Stato costituzionale.La responsabilità penale non dipende dalla qualità morale della vittima o dell’aggressore. Dipende dalla legge.Se il valore della vita e delle garanzie giuridiche cambiasse in funzione della simpatia che proviamo verso le persone coinvolte, il diritto cesserebbe di essere diritto e diventerebbe cosa arbitraria.

Questo non significa negare il trauma vissuto da Roggero. Al contrario.Una rapina violenta lascia conseguenze profonde sul piano psicologico e umano.Comprendere il dolore di una vittima è doveroso.Ma comprendere non significa trasformare quel dolore in una licenza di uccidere una volta cessato il pericolo.È proprio nei casi più drammatici che lo Stato di diritto dimostra la propria forza.La legge deve valere quando è facile applicarla,ma soprattutto quando è difficile,quando l’emotività spinge nella direzione opposta.Se il diritto arretra davanti all’indignazione, allora non resta più la giustizia:resta soltanto la forza.

Il caso Roggero continuerà a dividere l’opinione pubblica.Ma una democrazia matura non si misura dal grado di popolarità delle sentenze.Si misura dalla capacità di applicare gli stessi principi a tutti, senza piegarli alle convenienze del momento.La politica ha tutto il diritto di proporre modifiche alla disciplina della legittima difesa.Quello che non dovrebbe fare è utilizzare casi giudiziari complessi come strumenti di propaganda,alimentando l’idea che il rispetto della legge equivalga alla difesa dei criminali.Nell'immediato questa strategia può portare voti,ma impoverisce il dibattito pubblico,incrinando la fiducia nelle istituzioni.

La vera sfida non è scegliere tra vittime e imputati.La vera sfida è difendere un sistema nel quale la giustizia rimanga fondata sul diritto e non sull’emotività.Perché,nel momento in cui la vendetta viene scambiata per legittima difesa,a perdere non è soltanto chi siede sul banco degli imputati.A perdere è lo Stato di diritto.

20 luglio 2026

BORSELLINO E FALCONE, IL CULTO DELLO STATO


Ci sono date e ci sono anniversari che non sono segnati solo sul calendario,ma sono marchiati a fuoco nella carne di una nazione.Il 19 luglio 1992 è una di queste date.Quel giorno e quell'anno,in un caldo pomeriggio palermitano venivano massacrati con un orribile attentato il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.E l'anno prossimo saranno 35 gli anni da quel terribile 1992 in cui l’Italia perse Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,due giudici e ancor più due integerrimi servitori dello Stato che vissero fino al loro ultimo giorno il senso vero delle istituzioni.Cinquantasette giorni:tanti furono quelli che intercorsero tra l'orribile strage di Capaci in cui perì Giovanni Falcone,la sua compagna ed anche lei magistrato,Francesca Morvillo,e gli uomini della loro scorta,e via D’Amelio a Palermo dove con l'attentato persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Quei 57 giorni rappresentano anche il tempo più lungo e più breve della storia giudiziaria italiana.57 giorni di angoscia lucida,di una corsa alla morte che Borsellino sentiva lucidamente scorrere sulla pelle ma durante i quali mai si fermò,perchè consapevole di essere il depositario del testamento spirituale lasciatogli da Giovanni Falcone.Nella sua ultima intervista prima dell'attentato di quella domenica 19 luglio 1992 Borsellino scandì lucidamente parole pesanti:"Siamo morti che camminano".

Di Borsellino esiste una fotografia che lo ritrae solo nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei giorni:un uomo che cammina,la cartella in mano,il passo deciso,e intorno il vuoto,perchè,e questo va detto a disonore dei tanti che lo fecero,tanti colleghi di Borsellino lo lasciarono solo.E quella foto dice tutto.Dice che Paolo Borsellino sapeva di muoversi in un covo di vipere — non solo fuori,ma soprattutto dentro il Palazzo di Giustizia.Lo aveva confidato alla moglie Agnese:non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo,ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse.Ne era consapevole:era solo.Di quella solitudine feroce, assoluta,che appartiene soltanto agli uomini veri,onesti ed integri.

C’è un dato che non compare quasi mai nelle commemorazioni ufficiali che da 34 anni si fanno,e che tuttavia dice tutto sul tipo di uomo che era Borsellino.Durante il maxiprocesso non mise mai piede nell’aula bunker dell’Ucciardone.Insieme a Falcone aveva costruito l’impianto accusatorio pietra su pietra e poi,rispettoso delle altrui competenze,lasciò che la Corte d’Assise facesse il suo lavoro senza mai interferire.Era anche questo il segno di un rispetto istituzionale in cui fermamente credeva perchè intimamente vissuto.

Borsellino aveva quell’ironia sottile,asciutta,tipicamente palermitana,di chi fa dell’umorismo uno scudo contro l’angoscia esistenziale.Lo stesso costume di vita che lo accompagnò fino a quel pomeriggio di quella domenica di via D’Amelio,dove arrivò puntuale per far visita alla madre come ogni settimana.Quella fedeltà alle piccole abitudini e al tempo stesso ai grandi valori non era leggerezza: era resilienza.

In quei giorni Borsellino non stava solo portando il lutto per la morte di Giovanni Falcone.Anzi,proprio nel ricordo dell'azione del collega si stava impegnando in modo particolare su quello che le sentenze chiamano mafia-appalti:un’inchiesta nata da un’informativa del ROS del febbraio 1991,che Falcone aveva considerato decisiva per risalire la catena fino ai colletti bianchi e ai nodi economici di Cosa Nostra. Dopo Capaci, Paolo Borsellino vi si dedicò con urgenza crescente.Perchè era cosciente,era pienamente consapevole che il "suo" di tempo era poco.Ed infatti la Corte d’Assise di Caltanissetta, nel processo Borsellino quater accertò che Borsellino fu eliminato per vendetta e per “cautela preventiva”: il timore che egli “persistesse incessantemente nella sua attività di indagine” su quel dossier.

Il pensiero di Borsellino si presta ad una lettura complementare rispetto a quello di  Giovanni Falcone, a tratti inedita nella sua più significativa portata.Giovanni Falcone,come è noto, teorizzò,tra l’altro,la necessità di una cooperazione internazionale rafforzata nel contrasto al crimine organizzato transnazionale.I Paesi non devono sentirsi soli e devono poter contare su una alleanza antimafia globale,secondo una visione poi accolta nella Convenzione delle Nazioni Unite di Palermo del 2000

Falcone fu dunque un pioniere della diplomazia giuridica multilaterale:la Convenzione di Palermo oggi prevede un meccanismo di verifica che consente di valutare il livello di adempimento dei relativi obblighi da parte di ciascun ordinamento nazionale.Ma la lotta alla mafia ed alla corruzione non poteva riguardare  solo le amministrazioni pubblicche e le istituzioni di governo.Sono infatti sempre più consistenti le forme di partecipazione della società civile,del settore privato e di numerosi attori non governativi nella prevenzione del crimine, attraverso iniziative di sensibilizzazione culturale e valoriale.Ed è proprio questo il tratto distintivo del pensiero di Paolo Borsellino,integrativo e complementare a quello di Giovanni Falcone.

Le conseguenze negative delle attività criminali sono immani sul piano dello sviluppo economico, della partecipazione democratica e dell’esercizio delle libertà fondamentali e delle prospettive di crescita umana, sociale e lavorativa.Proprio Paolo Borsellino sottolineò queste implicazioni in un celebre e bellissimo discorso. Egli disse che «la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale,dell’indifferenza,della contiguità e quindi della complicità».

In un discorso tenuto in una scuola di Roma nel 1989, Borsellino parlò sull’importanza dei giovani nella lotta alla mentalità mafiosa.«Se la mafia,egli disse,fosse soltanto criminalità organizzata(.....)il problema interesserebbe soprattutto gli organi repressivi dello stato,polizia e magistratura.Questo era il discorso che si faceva in Sicilia… perché in effetti nessuno pensava di andare a parlare ai giovani di mafia…. entrare nelle scuole… e addirittura all’interno delle famiglie(..…)Ma la ragione fondamentale dell’allignare della mafia… è stato (proprio) questo senso di sfiducia nello Stato,nelle istituzioni pubbliche,che portava a indirizzare la fiducia verso queste organizzazioni che godevano di un consenso generalizzato.Non che tutti i siciliani fossero mafiosi(....)ma,purtroppo,molti erano soggetti alla grossa tentazione della convivenza(.....)perché questo, tutto sommato, può pure procurare vantaggi.Perciò è necessario,era necessario,sarebbe stato necessario parlare già da tanti anni ai giovani nelle scuole:per insegnar loro a essere soprattutto cittadini,per insegnare a questi giovani soprattutto che il consenso deve andare verso le leggi… verso lo Stato… verso le istituzioni pubbliche e non verso i soggetti che hanno bisogno di questo consenso soltanto per fare i propri e particolaristi interessi e non gli interessi di carattere generale».

Ed è stata proprio questa la nuova frontiera della lotta alla mafia ed alla corruzione oggi. Come trent’anni fa, la chiave del successo nel contrasto al crimine organizzato sta infatti nella chiamata alle armi della società civile, ad una compartecipazione attiva e ad una vigilanza collaborativa.Di fronte a fenomenologie socio-criminali come le mafie non si può pensare di reagire solo reprimendo le condotte in sede penale:l’integrità e la trasparenza non si impongono soltanto dall’alto.È essenziale una svolta culturale,la disseminazione di presidi valoriali di cui una società come quella contemporanea ha assoluto bisogno e della quale Paolo Borsellino soleva spesso discorrere.Quelle debolezze che generano le crepe nelle quali si insinua subdolamente il crimine non vengono meno solo per la paura di una sanzione:si deve partire dal piano della pedagogia sociale,della condivisione delle scelte,della democrazia partecipata, in poche parole dello stato di diritto nella sua più alta concezione.

Il monito di Paolo Borsellino oggi richiama alla nostra attenzione il salto di qualità operato dalla criminalità organizzata, volto alla creazione o al rafforzamento delle basi sociali per una vera e propria accettazione culturale collettiva della corruzione come male necessario.Il crimine organizzato oggi aspira a generare una vis cui resisti non potest,come prezzo da pagare per il benessere e la sicurezza stessa, in un sistema in cui i valori si confondono con i disvalori e si mettono in discussione i principi fondamentali della società basata sul diritto.Ed è su questo aspetto che il pensiero di Borsellino converge sorprendentemente con quello di Falcone.

La stessa corruzione, nelle sue forme più gravi, è transnazionale: la cosiddetta foreign bribery (la "corruzione straniera")è una modalità operativa diffusa globalmente,che,agendo oltre i confini degli Stati,inquina l’economia e frena lo sviluppo sostenibile dell’intera umanità.Un sistema di prevenzione e repressione delle mafie oggi non può che essere fondato sulla cooperazione transnazionale da un lato,secondo l'insegnamento di Falcone,condivisa nel contempo con la società civile dall’altro, proprio attraverso la diffusione della cultura della giustizia giusta e dello stato di diritto dall'altro,con una "contaminazione" civile dei valori della legalità per rafforzare la società civile in modo da prevenire ogni accettazione o tolleranza di mafie e corruzione.Questo è in conclusione l’immenso lascito ed il testamento spirituale di Paolo Borsellino,che con Giovanni Falcone,la cui vita rappresenta una sorta di autentico inno allo stato di diritto e di culto della legalità come alori comuni.