06 novembre 2026

FIRENZE, 60 ANNI DOPO

 



In quella notte di 60 anni fa,nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966,la storia di Firenze cambiò per sempre.Dopo giorni di pioggia incessante,le acque del fiume Arno ruppero gli argini e si riversarono nel centro storico a una velocità di 60 chilometri orari.L’acqua,mista a fango e nafta,raggiunse case e scantinati,chiese e biblioteche,sommergendo case,botteghe artigiane e un patrimonio artistico inestimabile.Il bilancio umano di quella tragedia fu pesante,con 35 vittime accertate in tutta la Toscana.Ma dal fango di quei giorni emerse anche un miracolo di solidarietà che commosse il mondo intero.
Quel 4 novembre di quel giorno di 60 anni fa è un giorno destinato a rimanere nella memoria collettiva dell'intera Umanità,perchè Firenze non è solo una città o un posto fisico,ma è un luogo dello spirito,per quell'immenso contributo artistico,culturale e ideale che ha dato nei secoli al mondo:da Giotto a Filippo Brunelleschi, da Donatello a Sandro Botticelli a Leonardo da Vinci a Michelangelo Buonarroti a Giorgio Vasari all'immenso Dante Alighieri e a Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca e Niccolò Machiavelli,Galileo Galilei.E Firenze è un vero Pantheon della cultura,per custodire nella Basilica di Santa Croce,luogo commemorativo per eccellenza degli italiani illustri,oltre al cenotafio di Dante,le sepolture di Michelangelo,Machiavelli, Galilei,Alfieri,Foscolo e Rossini,quella stessa Santa Croce che causò in Sthendal l'omonima,celebre sindrome per l'ebrezza di vivere e respirare Arte.E' sconfinato perciò il patrimonio artistico e culturale che Firenze ha lasciato al mondo.Così,quando la notizia dll'alluvione arrivò ai 4 angoli del mondo,dai 4 angoli del mondo partirono soccorsi,aiuti e si misero in viagggio verso Firenze tanti giovani e tanta umanità che in quella tragica notte sentiva di aver perso qualcosa di sè .
I numeri dell'alluvione furono impressionanti.L'altezza dell'acqua arrivò in alcuni punti fino a quasi 5 metri ancora oggi segnati nella storica targa di via dei Neri.Il bilancio finale fu di 35 morti totali,di cui 17 solo a Firenze,18 nel resto della regione.Quei giorni fecero conoscere figure rimaste nella storia della città,come il "Sindaco del fango",come fu definito il sindaco Piero Bargellini,che rimase costantemente in prima linea tra i cittadini per dare conforto e guidare i primi soccorsi.

Il disastro,come detto,attirò a Firenze migliaia di giovani volontari,italiani e stranieri, che vennero ribattezzati gli "Angeli del Fango".Senza alcuna struttura formale di protezione civile,guidati solo da spontaneismo e amore per la capitale dell'Arte,questi ragazzi lavorarono giorno e notte per spalare tonnellate di melma dalle strade e dalle case,per mettere in salvo migliaia di libri antichi e manoscritti dalla Biblioteca Nazionale Centrale,recuperare capolavori danneggiati nei musei e nelle chiese storiche,come il celebre Crocifisso di Cimabue nella Chiesa di Santa Croce.Anche perciò oggi ricordiamo il 4 novembre di 60 anni fa.L'alluvione del 1966 non fu solo una catastrofe naturale, ma il momento in cui il mondo intero si unì per salvare la culla del Rinascimento,la città sede di così tanti patrimoni artistici ed architettonici dimostrando che la cultura e l'arte sono un patrimonio comune di tutta l'umanità.
L'alluvione del 1966 ridefinì l'identità contemporanea di Firenze,trasformando un dramma locale in un punto di svolta storico,sociale e artistico globale.In quella data Firenze non subì solo una catastrofe idrogeologica.In quelle ore drammatiche,la città diventò il palcoscenico di un profondo cambiamento sociale e il punto di partenza per una rivoluzione mondiale nel campo del restauro e della conservazione artistica. A sessant'anni da quel giorno,ricordare l'alluvione significa allora esplorare come il fango abbia sepolto un'epoca,facendone emergere una nuova.

Un'altra cosa si imparò in quell'occasione:la vulnerabilità di quello che era stato definito enfaticamente il "miracolo economico italiano".L'alluvione infatti colpisce l'Italia nel pieno del boom economico.Firenze,città classica per eccellenza,era però sospesa tra lo sviluppo moderno e una struttura infrastrutturale ferma all'Ottocento.Lo straripamento dell'Arno (insieme ad altri fiumi in Toscana e nel Veneto)sommerse il centro storico di Firenze e di molte altre zone d'Italia,con milioni di metri cubi di acqua,fango e migliaia di sfollati e danni inestimabili al patrimonio artistico e librario.L'emergenza mise a nudo un vuoto istituzionale e cioè l'assenza di un sistema nazionale di protezione civile organizzato;i soccorsi ufficiali furono lenti e disorganizzati,suppliti inizialmente solo dalla mobilitazione spontanea dei cittadini e dei celebri "angeli del fango"(tantissimi giovani accorsi da tutta Italia e dal mondo).

L'evento di Firenze,unito alla tragedia della diga del Vajont del 1963,segnò l'inizio di una lenta e difficile presa di coscienza collettiva:il modello di sviluppo del boom economico mostrava il conto,imponendo di ripensare il rapporto tra modernizzazione,sicurezza idrogeologica e tutela del paesaggio artistico e paesaggistico.
Nel contempo il disastro di Firenze disvelò bruscamente le fragilità del territorio italiano di fronte alla rapidità dell'urbanizzazione del dopoguerra,inaugurando il dibattito moderno sulla tutela ambientale e sulla necessità di una Protezione Civile strutturata.Il fatto che ad essere colpita fosse stata Firenze,città della cultura per eccellenza,comportò una mobilitazione giovanile globale.Dal punto di vista sociale,perciò,il 1966 è come se avesse anticipato i movimenti collettivi che esploderanno poi nell'autunno del '68 e che caratterizzarono la fine del decennio.Per la prima volta nella storia recente,migliaia di giovani da ogni parte d'Europa e del mondo si misero in viaggio spontaneamente, senza alcuna chiamata istituzionale:erano quelli che furono chiamati e che ancora oggi conosciamo come gli "Angeli del Fango":ragazzi e ragazze uniti dal desiderio comune di salvare un patrimonio che non consideravano solo "italiano",ma appartenente all'intera umanità.E venne una lezione da questa mobilitazione globale:l'abbattimento delle barriere,perchè nelle catene umane nate per sottrarre i libri al fango della Biblioteca Nazionale Centrale sparirono le differenze di classe,genere e nazionalità:il primo grande esempio di cittadinanza globale e di volontariato di massa del Novecento.

Il bilancio artistico delle opere d'arte danneggiate fu devastante,ma proprio sulle ferite di Firenze nacque la moderna "scienza" del restauro.Il fango e la nafta costrinsero i laboratori a inventare tecniche completamente nuove.L'alluvione spinse storici dell'arte,chimici e fisici a collaborare stabilmente.La tutela dei beni culturali cambiò approccio,passando dall'essere un'attività puramente artigianale a una vera e propria disciplina scientifica multidisciplinare,con tecniche innovative.

A distanza di 60 anni,l'alluvione del 1966 non viene ricordata solo come un momento di immenso dolore per Firenze e la Toscana,ma come l'istante in cui il mondo intero si unì per salvare la culla del Rinascimento,dimostrando che la cultura e l'arte sono ponti universali in grado di superare ogni confine.
Ed a distanza di 60 anni possiamo trarre alcuni fondamentali insegnamenti da quell'evento.Innanzitutto il "rischio zero" non può esistere,ma la prevenzione è obbligatoria.La lezione principale ribadita a sessant'anni di distanza è che la natura non si domina completamente;l'impotenza dell'uomo di fronte a eventi estremi va compensata con investimenti continui in manutenzione del territorio,casse di espansione e opere idrauliche:ce lo hanno insegnato tutte le altre troppe tragedie dalle quali questo Paese è stato in questi anni colpito:terremoti,alluvioni,dissesti idrogeologici,dal Friuli all'Irpinia,passando per i terremoti del Centro Italia o le alluvioni in Liguria,nelle Marche e in Campania.
C'è poi il valore della memoria e della protezione del patrimonio:nel 1966 si comprese quanto sia fragile la bellezza e la cultura di una città d'arte.Oggi,nell'era dei cambiamenti climatici e dei fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti,la tutela preventiva dei beni culturali e dei centri storici deve integrarsi nei piani di protezione civile.
Ed infine la forza della partecipazione collettiva:l'esperienza degli "Angeli del fango" dimostra che nei momenti di crisi la tenuta di una comunità dipende dalla responsabilità condivisa,dal volontariato e dalla capacità delle istituzioni di unire i cittadini.

30 ottobre 2026

EINAUDI E LA DIFESA DELLA LIBERTA'

 




Son trascorsi 65 anni da quel 30 ottobre 1961,data della morte di Luigi Einaudi, avvenuta a Roma.Ma il tempo,anziché attenuarne la figura,sembra rendere ancora più evidente il valore della sua testimonianza civile e istituzionale.
Einaudi fu il primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento italiano e, dal 1948 al 1955, ebbe il compito storico di dare un volto e una prassi a una carica che la Costituzione aveva appena delineato.Lo fece con discrezione,rigore,sobrietà e un profondo senso delle istituzioni.Tutti gli storici lo ricordano come un Presidente attento a non oltrepassare mai i confini del proprio ruolo e capace di interpretare la funzione presidenziale come garanzia dell’equilibrio costituzionale.

Fu economista di fama internazionale,professore universitario,giornalista,senatore,Governatore della Banca d’Italia,ministro e protagonista dell’Assemblea costituente.E fu liberale:integerrimo e coerente interprete dei valori e dell'idea liberale.Ma soprattutto Luigi Einaudi è stata una figura pressoché unica del Novecento italiano.“Padre della patria”, grande economista,rigoroso servitore dello Stato,insieme a Croce il più importante teorico del liberalismo in Italia nel ‘900,cattolico e liberale,brillante opinionista.Einaudi fu in tante vite,legate tutte tra loro dall’impegno intellettuale e politico,prima per combattere il fascismo,poi per costruire la Repubblica.Era nato nel 1874 a Carrù (Cuneo),in quel Piemonte terra di (grandi)liberali;dal 1902 fu professore di Scienze delle finanze all’università di Torino,poi dal ’20 al ’26 direttore dell’Istituto di Economia della Bocconi di Milano.

Memorabili i suoi interventi su “La Stampa”,“The Economist”,il “Corriere della Sera” e su riviste come “Critica sociale” di Filippo Turati e “Energie nuove” e “Rivoluzione liberale”,di Piero Gobetti.Fu anche direttore della rivista “Riforma sociale”,vero e proprio laboratorio di idee liberali,poi chiusa dalla censura fascista di Mussolini.Nel 1925 firmò il "Manifesto degli antifascisti",promosso da Benedetto Croce in risposta al "Manifesto degli intellettuali fascisti" di Giuseppe Gentile.Fu intransigente nella sua lotta contro il regime fascista che per reazione lo sospese dall’insegnamento universitario,così come tanti altri docenti antifascisti di quell'epoca.

Già Senatore del Regno dal 1919,alla fine della guerra diventò protagonista della vita politica,avendo un ruolo di primo piano negli anni della ricostruzione.Dal 1945 al 1948 fu Governatore della Banca d’Italia negli anni difficilissimi della ricostruzione e della stabilizzazione economica dell’Italia uscita dalla guerra;nel 1946 è membro dell’Assemblea Costituente; nel 1947 è ministro del Bilancio nel IV governo De Gasperi,riuscendo a stabilizzare la lira e a ridurre un’inflazione elevatissima.Divenne il primo Presidente della Repubblica Italiana in anni difficili,di forte contrapposizione a livello nazionale e internazionale,nei quali Einaudi fu un punto di riferimento e di equilibrio per tutto il Paese.Einaudi arrivò alla Presidenza della Repubblica con un patrimonio intellettuale e morale costruito in decenni di studio e di impegno pubblico.Ma ciò che ancora oggi colpisce nella sua figura è soprattutto quella sua autorevolezza coniugata a una straordinaria sobrietà.Einaudi non concepì mai la politica come ricerca della popolarità personale o di partito.
Il suo era un credo incondizionato nella forza delle istituzioni,nella responsabilità di chi esercita una funzione pubblica e nella necessità di sottoporre le decisioni alla disciplina della ragione e del diritto.Fu Presidente riservato,ma mai distante dal sentire del Paese.In un’Italia ancora povera e ferita dalla guerra,fece partecipare il Quirinale concretamente alle difficoltà che la popolazione viveva:organizzò iniziative di assistenza,fece distribuire medicinali e aiuti,visitò le zone colpite dalle calamità e incontrò comunità e cittadini impegnati nella ricostruzione.

Anche nei momenti di maggiore tensione politica Einaudi difese con fermezza le prerogative costituzionali del Capo dello Stato.La crisi del 1953,quando venne votata una legge elettorale che sembrava favorire le forze politiche della maggioranza di governo,rappresentò uno dei primi banchi di prova della giovane Repubblica e mostrò quanto fosse importante avere al Quirinale una figura autorevole e autenticamente terza,capace di esercitare i propri poteri senza trasformarli in potere personale.
La sua idea di governo dell’Italia era inseparabile dall’idea di Europa.Fu infatti tra i primi e più convinti sostenitori della necessità di costruire un’Europa unita,in una stagione nella quale il continente cercava di lasciarsi definitivamente alle spalle le tragedie delle guerre mondiali causate dai nazionalismi esasperati.Fu europeista tra i più grandi del secolo,tanto che le sue idee ispirarono il Manifesto di Ventotene.Se Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi furono i redattori materiali di quel Manifesto,Luigi Einaudi fu un loro importantissimo  punto di riferimento intellettuale.Perchè Einaudi aveva un'idea alta e nobile di Europa già dalla fine dell’Ottocento,come solo le menti illuminate sanno avere:già allora,infatti,proponeva gli “Stati Uniti d’Europa” come grande occasione di sviluppo del Vecchio Continente,mentre addirittura già negli anni '40 sosteneva una vera e propria federazione in cui gli Stati europei trasferissero parte della propria sovranità a istituzioni comuni(ispirandosi,così,a modelli di Stato pragmatici come quello svizzero o del Commonwealth britannico).
Proprio quel suo modo di interpretare la più alta carica istituzionale e tutto il suo impegno politico e intellettuale può essere interpretato come un imponente tentativo di difendere la libertà.Perchè se i dittatori e gli autocrati presumono tragicamente di essere onnipotenti,la forza della liberaldemocrazia,per Einaudi,risiede in quell’habitat economico,politico e istituzionale che, assicurando a ognuno la più estesa libertà compatibile con un’analoga libertà altrui,garantisce il massimo di discussione critica all'individuo e alla società una alta capacità di risoluzione dei problemi posti dal mondo in cui viviamo.

Einaudi era convinto che per sopravvivere una democrazia deve essere inclusiva,coinvolgere i più poveri e le minoranze e convincerli che la “società aperta” è il luogo migliore dove far valere i propri interessi e diritti.E per far questo occorre garantire i diritti sociali,oltre quelli civili.Proprio quello che,grazie all'impareggiabile opera di Einaudi,ha fatto la democrazia italiana nel secondo dopoguerra.Non a caso,durante gli anni trascorsi da esule in Svizzera,dopo la caduta del Fascismo e l'occupazione nazista,Einaudi scrisse le "Lezioni di politica sociale",un classico della cultura italiana del Ventesimo secolo e un capolavoro letterario e di filosofia sociale, prima che di teoria economica,di un intellettuale ben consapevole che le lacerazioni sociali erano state una delle principali cause dell’affermazione del fascismo.
Nella celebre polemica con Croce su liberismo e liberalismo, Einaudi sostenne che il liberalismo etico-politico non può essere dissociato da quello economico poiché senza il mercato si affermerebbe «una burocrazia comunista od oligarchia capitalistica» capace di «uniformizzare e conformizzare le azioni,le deliberazioni,il pensiero degli uomini».L’economia di mercato è dunque l’altra faccia della democrazia,perché insostituibile per la realizzazione dei progetti di vita individuali.

Einaudi era consapevole che senza le necessarie condizioni materiali la libertà rimane un’invocazione di principio.E se queste condizioni non le crea il mercato deve intervenire lo Stato,con l’«abbassamento delle punte» di ricchezza,mediante imposte progressive,tasse sui grandi patrimoni e sulle grandi eredità,e con l’«innalzamento dal basso»,per garantire un «minimo nazionale di vita» con una legislazione che si faccia carico di «pensioni di vecchiaia», «sussidi per matrimonio, figli e maternità», «assegni familiari», «sanità», «disoccupazione», e una «graduale estensione dei servizi pubblici gratuiti». 
Einaudi ci lascia un’immensa eredità intellettuale che è un prezioso serbatoio di idee per i problemi di oggi. E ci lascia l’esempio di un intellettuale autenticamente kantiano che ha portato la lanterna davanti al re e mai lo strascico del re e di un politico autenticamente weberiano, che non ha subordinato la ricerca del potere alla verità e che ha fatto dell’ "etica della responsabilità" il suo imperativo categorico.

Ricordare Einaudi oggi significa allora ricordare una concezione della vita pubblica fondata sul dovere,sulla competenza,sulla misura e sul rispetto delle istituzioni.Perchè certamente Einaudi rappresentò in modo esemplare una particolare idea della Presidenza:autorevole senza essere esibita,rigorosa senza essere faziosa,presente senza essere invadente.E ci ricorda un'altra cosa.Oggi,in un tempo nel quale la politica è spesso dominata dalla velocità delle parole,Einaudi ci ricorda il valore della ponderazione. In un’epoca nella quale si rincorre la visibilità,l'insegnamento di Einaudi ci ricorda che l’autorevolezza nasce dalla competenza e dalla coerenza.E davanti alle difficoltà della vita pubblica,ci ricorda che servire lo Stato significa innanzitutto rispettarlo.Luigi Einaudi appartiene alla storia della Repubblica. Ma la sua lezione appartiene ancora al presente.

20 ottobre 2026

CHE SUCCEDE ALLE DEMOCRAZIE LIBERALI ?

 






La "fine della storia" è una celebre teoria filosofica e politica formulata dal politologo statunitense Francis Fukuyama,formulata nei saggi "The End of History?" del 1989 e ampliata nel libro La fine della storia e l'ultimo uomo del 1992.Il saggio era la celebrazione del trionfo della liberaldemocrazia:secondo Fukuyama, con la fine della Guerra Fredda e il crollo del blocco sovietico (simboleggiato dalla caduta del Muro di Berlino del novembre 1989),l'evoluzione ideologica dell'umanità aveva raggiunto il suo punto di arrivo.La democrazia liberale e il capitalismo di mercato rappresentavano la forma definitiva e insuperabile di governo umano.Con questa espressione non si voleva dire che gli eventi quotidiani o le guerre avrebbero cessato di accadere,bensì che non esistevano modelli alternativi credibili o progressivi in grado di sfidare il principio della libertà e dell'uguaglianza democratiche.

Ed invece  siamo oggi in un tempo in cui la teoria di Fukuyama viene smentita dalle fondamenta.Così come conferma il "Democracy Report 2026" del V-Dem Institute ,ad esempio,la democrazia perde terreno ovunque:solo il 26% dell’umanità vive in regimi definiti democratici e, se restringiamo il perimetro alle “democrazia liberali”, la percentuale crolla a una percentuale minima del 7%, il dato più basso negli ultimi 50 anni.Allo stesso tempo si incrementano le autocrazie e le “democrature”,secondo il neologismo coniato dallo scrittore e accademico Predrag Matvejević,croato,naturalizzato italiano


Ma forse sta accadendo anche qualcosa di più preoccupante:cresce dentro ciascuno di noi,nella nostra psiche,nella nostra vita quotidiana,qualcosa di cui spesso neppure ci accorgiamo:accettiamo con crescente indifferenza la disumanizzazione dei più deboli mentre si affievolisce via via quel nucleo di valori incentrato su libertà,partecipazione,uguaglianza e responsabilità che ci ha garantito – almeno a noi europei – decenni di pace, welfare e crescita diffusa.

La domanda allora è inevitabile:quali sono le ragioni della crisi delle democrazie liberali?.E' questa la domanda che si pone,nel suo ultimo libro,Daren Acemoglu,importante ricercatore della MIT(acronimo di una delle università di ricerca e Istituti di Tecnologia più prestigiosi al mondo,la Massachusetts Institute of Technology e nel 2024 già Premio Nobel per l’economia.

Il libro si compone di dieci capitoli,e lo si può dividere in tre parti.La prima analizza la crisi delle liberaldemocrazie,spiega perché il liberalismo è una risorsa etico-politica desiderabile se non addirittura indispensabile ed esamina comparativamente alcune tra le più note teorie politiche liberali.Nella seconda parte l’autore comincia col presentare gli attuali dilemmi del liberalismo, per poi ancorare i percorsi della crisi agli sviluppi della società postindustriale.La terza parte discute dei rimedi possibili,distinguendo tra quelli che non vanno bene come l’ingegneria sociale,e quelli che invece aprono il cuore alla speranza come il working class capitalism.(letteralmente "capitalismo della classe operaia")che non sta ad indicare una teoria economica ufficiale,ma è una formula descrittiva o retorica usata per analizzare il rapporto,spesso contraddittorio,tra lavoratori dipendenti e sistema capitalistico.

Paradossalmente,sostiene Acemoglu,le liberaldemocrazie sono entrate in crisi proprio perché hanno avuto successo.Dopo la Seconda guerra mondiale,infatti,per un certo periodo liberalismo e democrazia hanno ispirato il mondo.Il modello liberaldemocratico ha realizzato quello che la gente voleva,mantenendo le proprie promesse principali.La democrazia liberale -spiega Acemoglu- ha storicamente prosperato  grazie a tre pilastri fondamentali,oggi parzialmente o totalmente abbandonati.Il primo era sicuramente la "shared prosperity" o "prosperità condivisa":una ragionevole condivisione della prosperità,accompagnata da un welfare diffuso,assicurando(punto secondo)voce e capacità di incidere ai cittadini.Infine il terzo punto che ha fatto affermare il modello liberaldemocratico è stata la libera ricerca della conoscenza con la promozione del dibattito aperto,del progresso scientifico, dell'istruzione e della tolleranza, che hanno favorito lo sviluppo civile e culturale.

Oggi,però,siamo difronte a un momento di negazione di questi tre punti:l'automazione selvaggia e l'intelligenza artificiale(IA)non guidata hanno incrinato e rischiano di distruggere i tre pilastri che avevano decretato il successo delle democrazie liberali.La crescita del deficit fiscale degli stati e il liberismo dell’era Thatcher-Reagan hanno poi indebolito il welfare,ed è cresciuta l’incapacità a includere i più svantaggiati e i diversi,e gradualmente principi imposti dall’alto hanno tolto voce e capacità di incidere ai cittadini.La causa principale di queste defaillances,per Acemoglu,è stata l’avvento della società postindustriale.Quest’ultima ha visto perdere terreno all’industria manifatturiera,con il contemporaneo aumento del peso dei servizi e l'arrivo delle nuove tecnologie digitali.

E' avvenuto poi qualcosa anche nel campo dell'istruzione.C'è un distacco delle élite istruite,perchè negli ultimi decenni le classi dirigenti con un'istruzione universitaria hanno monopolizzato il potere politico e culturale, separandosi dal resto della società.Nel contempo il focus del dibattito si è spostato dai problemi economici classici(come salario e lavoro)alle guerre culturali e identitarie,con un abbandono della classe operaia.Le scelte politiche hanno favorito lo sviluppo di tecnologie digitali e algoritmi volti a sostituire i lavoratori anziché aumentarne la produttività o creare nuove mansioni.Questo ha compresso i salari reali e impoverito il ceto medio.All'interno del percorso educativo c'è stata una manipolazione dei social media:le piattaforme tecnologiche non garantiscono la libertà di parola, ma tendono ad amplificare i messaggi più polarizzanti per ragioni di profitto,esasperando l'intolleranza e distruggendo il compromesso sociale.

Da ciò consegue che il rapporto tra economia e politica è centrale.La riduzione delle diseguaglianze e la shared prosperity si potranno quindi (ri)ottenere solo se la redistribuzione di ricchezza e reddito sarà collegata a una partecipazione politica dal basso effettiva.Il tutto alla luce di un senso profondo della comunità che consentirà la condivisione della conoscenza tra tutti i cittadini.Al tempo stesso,la politica dal basso aiuta a creare valori condivisi attraverso processi deliberativi e deve sostituire così quella sorta di “tecnologia calata dall’alto” che vediamo oggi sempre più espansa.

Questa è la premessa indispensabile per quel liberalismo delle classi lavoratrici su cui si basa la parte più propositiva dell'ultimo libro di Acemoglu.Che a sua volta presuppone il tentativo di ricostruire il rapporto della politica CON le classi lavoratrici,quasi una rimembranza della gobettiana idea della classe operaia come "elite";e questo per promuovere buoni posti di lavoro e servizi pubblici decenti per tutti.

L’Intelligenza Artificiale(IA),da questo punto di vista, non deve essere considerata come un sistema per sostituire lavoro risparmiando sui costi,ma come una risorsa proattiva(cioè come modalità anticipatoria,orientata al cambiamento e all'auto-iniziativa che consenta ai lavoratori di svolgere compiti più qualificati).

Ma Acemoglu non cede al disfattismo e propone una rifondazione del sistema che definisce "liberalismo della classe operaia" (o proletario). Per salvare la democrazia è necessario indirizzare la tecnologia,modificare le leggi fiscali (che oggi incentivano fiscalmente le aziende a sostituire gli umani con i robot) e investire in un'intelligenza artificiale che potenzi il lavoratore anziché rimpiazzarlo e inoltre rilanciare la partecipazione dal basso:lasciare da parte le soluzioni calate dall'alto e ridare voce e potere decisionale alle comunità locali e ai lavoratori e infine tornare al compromesso,accettando anche una democrazia imperfetta ma viva,basata sull'inclusione,sul pluralismo delle idee e sulla ricostruzione di una prosperità realmente comune.

13 ottobre 2026

ANNA, IL CORAGGIO DI NON TACERE

 






Lo scorso 7 ottobre son trascorsi 20 anni da quando il criminale regime di Vladimir Putin fece assassinare la giornalista e scrittrice russa Anna Politkovskaja.Da quel giorno in Europa e nel mondo la memoria di Anna Politkovskaja vive e viene celebrata.Ma Putin non si è fermato e ha ripetuto con ancora più barbarie e violenza la sua azione criminale contro dissidenti e intellettuali interni,in particolar modo macchiandosi di un altro crimine,facendo perseguitare prima e uccidere poi un altro giornalista russo,Alexsej Navalnj.Ed in Russia,proprio nella sua Terra,Anna Politkovskaja è praticamente dimenticata,anzi ignorata,per precisa volontà del regime.Non ci sono cerimonie pubbliche né commemorazioni ufficiali.Anzi se il 7 ottobre qualcosa si ricorda in Russia,quello  è il compleanno di Putin che quest'anno ha compiuto 74 anni.E quando Politkovskaja fu uccisa, proprio il giorno del suo compleanno, molti pensarono che chi aveva compiuto il delitto avesse scelto la data apposta,come una specie di regalo per lui.

"Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano",disse una volta Anna Politkovskaja,quasi presaga di quello che sarebbe stato il suo destino,e non fu un caso,quindi,che lei venisse assassinata con cinque colpi di pistola il 7 ottobre 2006 a Mosca.
In un mondo in cui oramai tutto sembra avere un prezzo è possibile che ci sia ancora qualcuno disposto a perdere la vita per la libertà? E quanto tempo è necessario affinché una ferita si rimargini? Giorni,settimane,mesi? Sono trascorsi 20 anni dal suo omicidio,eppure questa barbara uccisione — ancora oggi – rappresenta una ferita insanabile per la libertà di stampa e di pensiero, per tutte le persone che si battono per i diritti civili,che professano la libertà di pensiero in una società che si ritenga civile.
Ma perchè Anna fu uccisa?Perchè,molto semplicemente,era stata una giornalista vera in una falsa democrazia.Invisa al potere per la sua netta opposizione al Presidente della Russia,Vladimir Putin,e per i suoi scomodi reportage dalla Cecenia,con i quali denunciò la violazione dei diritti fondamentali da parte del Governo e dell’esercito russo.
























Anna era nata a New York da una famiglia di diplomatici sovietici di nazionalità ucraina impiegati presso l’Onu;studiò giornalismo presso l’Università di Mosca dove si laureò nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva,si sposò con il giornalista russo Aleksandr Politkovskij,ed ebbe un figlio e una figlia.Inizialmente scriveva per il giornale della compagnia aerea di bandiera Aereoflot,poi passò alla testata «Izvestija».Da subito ebbe chiara la sua propensione per il giornalismo d’inchiesta,e cominciò a collaborare con radio e canali tv indipendenti;si interessò alle pratiche della politica russa dapprima nel Caucaso,poi cominciò a seguire il secondo conflitto in Cecenia per la testata indipendente «Novaja Gazeta»,dalle cui colonne indirizzò aspre critiche alla politica bellica spregiudicata,sanguinaria e violenta di Putin,che per la Politkovskija rappresentava il tramonto e la fine del sogno di democrazia russa della prima epoca post-sovietica.Politkovskaja cominciò a incarnare così il centro morale della nazione russa,una cartina di tornasole in una vicenda buia,che ricordava ai suoi concittadini che anche i ceceni erano cittadini russi al pari degli altri soggetti della Federazione.

Fu così che cominciarono ad arrivare le prime minacce di morte;ma lei non si fermò,pur consapevole del pericolo,continuando a intervistare militari e civili russi e ceceni,prestando la sua voce alle madri dei soldati e dei giovani scomparsi nel nulla che chiedevano verità,denunciando il sistematico insabbiamento delle inchieste per reati di corruzione e i barbari abusi dei soldati federali russi,compiuti contro i ceceni e gli incarcerati nell’assoluta indifferenza del governo di Putin.Lo fece sempre con un linguaggio schietto,rigoroso e chiaro,rivendicando il suo ruolo di testimone come nel suo libro "Cecenia, il disonore russo",e negli articoli sul giornale che recavano sempre la sua firma,perchè,usando le sue parole,«Chi si sente nel giusto non ha bisogno dell’anonimato».


Nell’ottobre del 2002 un commando di 40 militanti ceceni armati fece irruzione nel Teatro Dubrovka di Mosca durante una rappresentazione,prendendo in ostaggio circa 850 tra spettatori e membri del personale.I rivoltosi,guidati da Movsar Barayev,chiedevano l'immediato ritiro delle forze russe dalla Cecenia e la fine della seconda guerra cecena,minacciando di fare esplodere l'edificio.Qualche giorno dopo le forze speciali russe fecero irruzione nel teatro e per neutralizzare i sequestratori immisero un gas soporifero non identificato(probabilmente a base di fentanil)attraverso l'impianto di aerazione.In quell'occasione Anna Politkovskaja tentò di mediare tra i terroristi ceceni e il governo russo,ma le autorità russe non presero nemmeno in considerazione l’ipotesi di una trattativa.
Dopo questo episodio,costato la vita a molti degli ostaggi oltre che ai terroristi,la critica di Politkovskaja si fece ancor più aspra,giungendo ad accusare il governo di essere indifferente alla vita dei suoi cittadini.
Sull’onda del precedente episodio,nel 2004,la Politkovskaja cercò di svolgere un altro tentativo di mediazione,a Beslan,una cittadina dove i terroristi ceceni,in un'altra azione,avevano occupato una scuola,ma mentre si recava verso quella località,la giornalista venne colpita da un malore,dovuto probabilmente a un tentativo di avvelenamento.Anche quell'azione finì in tragedia perchè le forze governative russe fecero un'irruzione armata non pianificata,alla quale seguì una sparatoria e alla fine ci furono 330 morti(di cui 186 bambini).
Le intimidazioni verso Anna si fecero sempre più frequenti e preoccupanti,ma Politkovskaja continuò imperterrita la sua opera di denuncia e di controinformazione,prestando i propri occhi e la propria voce a chi non era in grado di vedere e parlare,attraverso il suo impegno civile e giornalistico sempre per la testata «Novaja Gazeta».Perchè col regime di Putin è "Proibito parlare"(per citare il titolo di un altro suo libro)e lei lo aveva capito da tempo


E poi venne il giorno in cui le sue stesse parole si avverararono tragicamente.Successe quel drammatico mattino del 7 ottobre 2006.Ai funerali,celebrati volutamente in una zona periferica di Mosca,partecipò una grande folla commossa,ma nessun rappresentante del Governo russo,accusato a livello internazionale di non aver svolto le indagini nel modo opportuno, e anche tra i politici europei l'unico a recarsi a Mosca ai funerali di Anna fu Marco Pannella,allora deputato al Parlamento Europeo.


Ancora oggi 
Anna Politkovskaja resta una figura scomoda in patria,che si tenta di far cadere nell’oblio, nonostante la sua grande notorietà internazionale:ancora oggi alle commemorazioni partecipano i suoi figli e pochi impavidi giornalisti in nome del suo messaggio,l’amore per la libertà di stampa.Dal 5 maggio 2009 le è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano.La speranza è che presto anche in Russia venga sradicato il potere violento,corrotto e sanguinario di Putin,che cessi di violare i diritti e la libertà di altri popoli e altre Nazioni in combutta con l'affarista americano che risponde al nome di Donald Trump e si possa celebrare anche nella sua Terra quella voce di donna coraggiosa e autentica, e con essa le tante altre persone morte in nome della libertà di parola e di opinione, che ci ricordano che dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi, prima di non accorgerci più di niente.
Putin si sbagliava.Uccidendo Anna Politkovskja credeva di zittire per sempre quella voce così scomoda per lui.Ma Anna rimane viva nelle nostre coscienze e fornendo a modello la sua vita,ci dà il coraggio di lottare e combattere per un mondo più giusto,per una vita come quella che lei sognava:"Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano in cui ogni individuo sia rispettato".