20 ottobre 2026

CHE SUCCEDE ALLE DEMOCRAZIE LIBERALI ?

 






La "fine della storia" è una celebre teoria filosofica e politica formulata dal politologo statunitense Francis Fukuyama,formulata nei saggi "The End of History?" del 1989 e ampliata nel libro La fine della storia e l'ultimo uomo del 1992.Il saggio era la celebrazione del trionfo della liberaldemocrazia:secondo Fukuyama, con la fine della Guerra Fredda e il crollo del blocco sovietico (simboleggiato dalla caduta del Muro di Berlino del novembre 1989),l'evoluzione ideologica dell'umanità aveva raggiunto il suo punto di arrivo.La democrazia liberale e il capitalismo di mercato rappresentavano la forma definitiva e insuperabile di governo umano.Con questa espressione non si voleva dire che gli eventi quotidiani o le guerre avrebbero cessato di accadere,bensì che non esistevano modelli alternativi credibili o progressivi in grado di sfidare il principio della libertà e dell'uguaglianza democratiche.

Ed invece  siamo oggi in un tempo in cui la teoria di Fukuyama viene smentita dalle fondamenta.Così come conferma il "Democracy Report 2026" del V-Dem Institute ,ad esempio,la democrazia perde terreno ovunque:solo il 26% dell’umanità vive in regimi definiti democratici e, se restringiamo il perimetro alle “democrazia liberali”, la percentuale crolla a una percentuale minima del 7%, il dato più basso negli ultimi 50 anni.Allo stesso tempo si incrementano le autocrazie e le “democrature”,secondo il neologismo coniato dallo scrittore e accademico Predrag Matvejević,croato,naturalizzato italiano


Ma forse sta accadendo anche qualcosa di più preoccupante:cresce dentro ciascuno di noi,nella nostra psiche,nella nostra vita quotidiana,qualcosa di cui spesso neppure ci accorgiamo:accettiamo con crescente indifferenza la disumanizzazione dei più deboli mentre si affievolisce via via quel nucleo di valori incentrato su libertà,partecipazione,uguaglianza e responsabilità che ci ha garantito – almeno a noi europei – decenni di pace, welfare e crescita diffusa.

La domanda allora è inevitabile:quali sono le ragioni della crisi delle democrazie liberali?.E' questa la domanda che si pone,nel suo ultimo libro,Daren Acemoglu,importante ricercatore della MIT(acronimo di una delle università di ricerca e Istituti di Tecnologia più prestigiosi al mondo,la Massachusetts Institute of Technology e nel 2024 già Premio Nobel per l’economia.

Il libro si compone di dieci capitoli,e lo si può dividere in tre parti.La prima analizza la crisi delle liberaldemocrazie,spiega perché il liberalismo è una risorsa etico-politica desiderabile se non addirittura indispensabile ed esamina comparativamente alcune tra le più note teorie politiche liberali.Nella seconda parte l’autore comincia col presentare gli attuali dilemmi del liberalismo, per poi ancorare i percorsi della crisi agli sviluppi della società postindustriale.La terza parte discute dei rimedi possibili,distinguendo tra quelli che non vanno bene come l’ingegneria sociale,e quelli che invece aprono il cuore alla speranza come il working class capitalism.(letteralmente "capitalismo della classe operaia")che non sta ad indicare una teoria economica ufficiale,ma è una formula descrittiva o retorica usata per analizzare il rapporto,spesso contraddittorio,tra lavoratori dipendenti e sistema capitalistico.

Paradossalmente,sostiene Acemoglu,le liberaldemocrazie sono entrate in crisi proprio perché hanno avuto successo.Dopo la Seconda guerra mondiale,infatti,per un certo periodo liberalismo e democrazia hanno ispirato il mondo.Il modello liberaldemocratico ha realizzato quello che la gente voleva,mantenendo le proprie promesse principali.La democrazia liberale -spiega Acemoglu- ha storicamente prosperato  grazie a tre pilastri fondamentali,oggi parzialmente o totalmente abbandonati.Il primo era sicuramente la "shared prosperity" o "prosperità condivisa":una ragionevole condivisione della prosperità,accompagnata da un welfare diffuso,assicurando(punto secondo)voce e capacità di incidere ai cittadini.Infine il terzo punto che ha fatto affermare il modello liberaldemocratico è stata la libera ricerca della conoscenza con la promozione del dibattito aperto,del progresso scientifico, dell'istruzione e della tolleranza, che hanno favorito lo sviluppo civile e culturale.

Oggi,però,siamo difronte a un momento di negazione di questi tre punti:l'automazione selvaggia e l'intelligenza artificiale(IA)non guidata hanno incrinato e rischiano di distruggere i tre pilastri che avevano decretato il successo delle democrazie liberali.La crescita del deficit fiscale degli stati e il liberismo dell’era Thatcher-Reagan hanno poi indebolito il welfare,ed è cresciuta l’incapacità a includere i più svantaggiati e i diversi,e gradualmente principi imposti dall’alto hanno tolto voce e capacità di incidere ai cittadini.La causa principale di queste defaillances,per Acemoglu,è stata l’avvento della società postindustriale.Quest’ultima ha visto perdere terreno all’industria manifatturiera,con il contemporaneo aumento del peso dei servizi e l'arrivo delle nuove tecnologie digitali.

E' avvenuto poi qualcosa anche nel campo dell'istruzione.C'è un distacco delle élite istruite,perchè negli ultimi decenni le classi dirigenti con un'istruzione universitaria hanno monopolizzato il potere politico e culturale, separandosi dal resto della società.Nel contempo il focus del dibattito si è spostato dai problemi economici classici(come salario e lavoro)alle guerre culturali e identitarie,con un abbandono della classe operaia.Le scelte politiche hanno favorito lo sviluppo di tecnologie digitali e algoritmi volti a sostituire i lavoratori anziché aumentarne la produttività o creare nuove mansioni.Questo ha compresso i salari reali e impoverito il ceto medio.All'interno del percorso educativo c'è stata una manipolazione dei social media:le piattaforme tecnologiche non garantiscono la libertà di parola, ma tendono ad amplificare i messaggi più polarizzanti per ragioni di profitto,esasperando l'intolleranza e distruggendo il compromesso sociale.

Da ciò consegue che il rapporto tra economia e politica è centrale.La riduzione delle diseguaglianze e la shared prosperity si potranno quindi (ri)ottenere solo se la redistribuzione di ricchezza e reddito sarà collegata a una partecipazione politica dal basso effettiva.Il tutto alla luce di un senso profondo della comunità che consentirà la condivisione della conoscenza tra tutti i cittadini.Al tempo stesso,la politica dal basso aiuta a creare valori condivisi attraverso processi deliberativi e deve sostituire così quella sorta di “tecnologia calata dall’alto” che vediamo oggi sempre più espansa.

Questa è la premessa indispensabile per quel liberalismo delle classi lavoratrici su cui si basa la parte più propositiva dell'ultimo libro di Acemoglu.Che a sua volta presuppone il tentativo di ricostruire il rapporto della politica CON le classi lavoratrici,quasi una rimembranza della gobettiana idea della classe operaia come "elite";e questo per promuovere buoni posti di lavoro e servizi pubblici decenti per tutti.

L’Intelligenza Artificiale(IA),da questo punto di vista, non deve essere considerata come un sistema per sostituire lavoro risparmiando sui costi,ma come una risorsa proattiva(cioè come modalità anticipatoria,orientata al cambiamento e all'auto-iniziativa che consenta ai lavoratori di svolgere compiti più qualificati).

Ma Acemoglu non cede al disfattismo e propone una rifondazione del sistema che definisce "liberalismo della classe operaia" (o proletario). Per salvare la democrazia è necessario indirizzare la tecnologia,modificare le leggi fiscali (che oggi incentivano fiscalmente le aziende a sostituire gli umani con i robot) e investire in un'intelligenza artificiale che potenzi il lavoratore anziché rimpiazzarlo e inoltre rilanciare la partecipazione dal basso:lasciare da parte le soluzioni calate dall'alto e ridare voce e potere decisionale alle comunità locali e ai lavoratori e infine tornare al compromesso,accettando anche una democrazia imperfetta ma viva,basata sull'inclusione,sul pluralismo delle idee e sulla ricostruzione di una prosperità realmente comune.

13 ottobre 2026

ANNA, IL CORAGGIO DI NON TACERE

 






Lo scorso 7 ottobre son trascorsi 20 anni da quando il criminale regime di Vladimir Putin fece assassinare la giornalista e scrittrice russa Anna Politkovskaja.Da quel giorno in Europa e nel mondo la memoria di Anna Politkovskaja vive e viene celebrata.Ma Putin non si è fermato e ha ripetuto con ancora più barbarie e violenza la sua azione criminale contro dissidenti e intellettuali interni,in particolar modo macchiandosi di un altro crimine,facendo perseguitare prima e uccidere poi un altro giornalista russo,Alexsej Navalnj.Ed in Russia,proprio nella sua Terra,Anna Politkovskaja è praticamente dimenticata,anzi ignorata,per precisa volontà del regime.Non ci sono cerimonie pubbliche né commemorazioni ufficiali.Anzi se il 7 ottobre qualcosa si ricorda in Russia,quello  è il compleanno di Putin che quest'anno ha compiuto 74 anni.E quando Politkovskaja fu uccisa, proprio il giorno del suo compleanno, molti pensarono che chi aveva compiuto il delitto avesse scelto la data apposta,come una specie di regalo per lui.

"Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano",disse una volta Anna Politkovskaja,quasi presaga di quello che sarebbe stato il suo destino,e non fu un caso,quindi,che lei venisse assassinata con cinque colpi di pistola il 7 ottobre 2006 a Mosca.
In un mondo in cui oramai tutto sembra avere un prezzo è possibile che ci sia ancora qualcuno disposto a perdere la vita per la libertà? E quanto tempo è necessario affinché una ferita si rimargini? Giorni,settimane,mesi? Sono trascorsi 20 anni dal suo omicidio,eppure questa barbara uccisione — ancora oggi – rappresenta una ferita insanabile per la libertà di stampa e di pensiero, per tutte le persone che si battono per i diritti civili,che professano la libertà di pensiero in una società che si ritenga civile.
Ma perchè Anna fu uccisa?Perchè,molto semplicemente,era stata una giornalista vera in una falsa democrazia.Invisa al potere per la sua netta opposizione al Presidente della Russia,Vladimir Putin,e per i suoi scomodi reportage dalla Cecenia,con i quali denunciò la violazione dei diritti fondamentali da parte del Governo e dell’esercito russo.
























Anna era nata a New York da una famiglia di diplomatici sovietici di nazionalità ucraina impiegati presso l’Onu;studiò giornalismo presso l’Università di Mosca dove si laureò nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva,si sposò con il giornalista russo Aleksandr Politkovskij,ed ebbe un figlio e una figlia.Inizialmente scriveva per il giornale della compagnia aerea di bandiera Aereoflot,poi passò alla testata «Izvestija».Da subito ebbe chiara la sua propensione per il giornalismo d’inchiesta,e cominciò a collaborare con radio e canali tv indipendenti;si interessò alle pratiche della politica russa dapprima nel Caucaso,poi cominciò a seguire il secondo conflitto in Cecenia per la testata indipendente «Novaja Gazeta»,dalle cui colonne indirizzò aspre critiche alla politica bellica spregiudicata,sanguinaria e violenta di Putin,che per la Politkovskija rappresentava il tramonto e la fine del sogno di democrazia russa della prima epoca post-sovietica.Politkovskaja cominciò a incarnare così il centro morale della nazione russa,una cartina di tornasole in una vicenda buia,che ricordava ai suoi concittadini che anche i ceceni erano cittadini russi al pari degli altri soggetti della Federazione.

Fu così che cominciarono ad arrivare le prime minacce di morte;ma lei non si fermò,pur consapevole del pericolo,continuando a intervistare militari e civili russi e ceceni,prestando la sua voce alle madri dei soldati e dei giovani scomparsi nel nulla che chiedevano verità,denunciando il sistematico insabbiamento delle inchieste per reati di corruzione e i barbari abusi dei soldati federali russi,compiuti contro i ceceni e gli incarcerati nell’assoluta indifferenza del governo di Putin.Lo fece sempre con un linguaggio schietto,rigoroso e chiaro,rivendicando il suo ruolo di testimone come nel suo libro "Cecenia, il disonore russo",e negli articoli sul giornale che recavano sempre la sua firma,perchè,usando le sue parole,«Chi si sente nel giusto non ha bisogno dell’anonimato».


Nell’ottobre del 2002 un commando di 40 militanti ceceni armati fece irruzione nel Teatro Dubrovka di Mosca durante una rappresentazione,prendendo in ostaggio circa 850 tra spettatori e membri del personale.I rivoltosi,guidati da Movsar Barayev,chiedevano l'immediato ritiro delle forze russe dalla Cecenia e la fine della seconda guerra cecena,minacciando di fare esplodere l'edificio.Qualche giorno dopo le forze speciali russe fecero irruzione nel teatro e per neutralizzare i sequestratori immisero un gas soporifero non identificato(probabilmente a base di fentanil)attraverso l'impianto di aerazione.In quell'occasione Anna Politkovskaja tentò di mediare tra i terroristi ceceni e il governo russo,ma le autorità russe non presero nemmeno in considerazione l’ipotesi di una trattativa.
Dopo questo episodio,costato la vita a molti degli ostaggi oltre che ai terroristi,la critica di Politkovskaja si fece ancor più aspra,giungendo ad accusare il governo di essere indifferente alla vita dei suoi cittadini.
Sull’onda del precedente episodio,nel 2004,la Politkovskaja cercò di svolgere un altro tentativo di mediazione,a Beslan,una cittadina dove i terroristi ceceni,in un'altra azione,avevano occupato una scuola,ma mentre si recava verso quella località,la giornalista venne colpita da un malore,dovuto probabilmente a un tentativo di avvelenamento.Anche quell'azione finì in tragedia perchè le forze governative russe fecero un'irruzione armata non pianificata,alla quale seguì una sparatoria e alla fine ci furono 330 morti(di cui 186 bambini).
Le intimidazioni verso Anna si fecero sempre più frequenti e preoccupanti,ma Politkovskaja continuò imperterrita la sua opera di denuncia e di controinformazione,prestando i propri occhi e la propria voce a chi non era in grado di vedere e parlare,attraverso il suo impegno civile e giornalistico sempre per la testata «Novaja Gazeta».Perchè col regime di Putin è "Proibito parlare"(per citare il titolo di un altro suo libro)e lei lo aveva capito da tempo


E poi venne il giorno in cui le sue stesse parole si avverararono tragicamente.Successe quel drammatico mattino del 7 ottobre 2006.Ai funerali,celebrati volutamente in una zona periferica di Mosca,partecipò una grande folla commossa,ma nessun rappresentante del Governo russo,accusato a livello internazionale di non aver svolto le indagini nel modo opportuno, e anche tra i politici europei l'unico a recarsi a Mosca ai funerali di Anna fu Marco Pannella,allora deputato al Parlamento Europeo.


Ancora oggi 
Anna Politkovskaja resta una figura scomoda in patria,che si tenta di far cadere nell’oblio, nonostante la sua grande notorietà internazionale:ancora oggi alle commemorazioni partecipano i suoi figli e pochi impavidi giornalisti in nome del suo messaggio,l’amore per la libertà di stampa.Dal 5 maggio 2009 le è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano.La speranza è che presto anche in Russia venga sradicato il potere violento,corrotto e sanguinario di Putin,che cessi di violare i diritti e la libertà di altri popoli e altre Nazioni in combutta con l'affarista americano che risponde al nome di Donald Trump e si possa celebrare anche nella sua Terra quella voce di donna coraggiosa e autentica, e con essa le tante altre persone morte in nome della libertà di parola e di opinione, che ci ricordano che dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi, prima di non accorgerci più di niente.
Putin si sbagliava.Uccidendo Anna Politkovskja credeva di zittire per sempre quella voce così scomoda per lui.Ma Anna rimane viva nelle nostre coscienze e fornendo a modello la sua vita,ci dà il coraggio di lottare e combattere per un mondo più giusto,per una vita come quella che lei sognava:"Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano in cui ogni individuo sia rispettato".

10 ottobre 2026

UN NOBEL TRA CLASSICO E MODERNO


Dopo quello per la Medicina,quelli per la Fisica e per la Chimica,è stato assegnato dall'Accademia di Svezia il Premio Nobel per la Letteratura 2026 alla scrittrice canadese Anne Carson, poetessa, saggista, traduttrice e studiosa del mondo classico.Nella motivazione si parla della capacità della scrittrice di mettere in comunicazione la letteratura contemporanea con quella greca e latina.Una produzione «audace e inventiva» che, attraverso un dialogo giocoso con la tradizione classica,crea nuove forme per la letteratura contemporanea.

Come ogni anno è quasi sempre impossibile indovinare il vincitore.Questo perchè a differenza di altri importanti premi letterari, il Nobel non pubblica né i candidati, né una shortlist ufficiale:candidature,valutazioni e documenti relativi alla selezione rimangono segreti per 50 anni.Ecco perché ogni annuncio è quasi una sorpresa.Anche quest'anno,intorno al Nobel per la Letteratura si sono moltiplicati pronostici,favoriti,possibili sorprese,anche se già nel 2024 si era parlato della Carson come una delle possibili vincitrici finali.

Quando si parla di altri importanti premi letterari siamo abituati a finalisti e libri e candidati.Con il Nobel funziona diversamente.Il processo di selezione comincia già molti mesi prima della proclamazione,e a proporre un nome possono essere,tra gli altri,membri di accademie, professori universitari di letteratura e linguistica, precedenti vincitori del Nobel per la Letteratura e rappresentanti di organizzazioni di scrittori.Da queste proposte nasce una prima lista.Il Comitato Nobel per la Letteratura la restringe prima a una quindicina di candidati e poi, verso la fine di maggio,si arriva a una lista ristretta di cinque nomi,dei quali i membri dell'Accademia approfondiscono la lettura e il confronto durante l’estate.

.La storia del Premio è piena infatti di risultati che era difficile prevedere.È successo ad esempio nel 2024 con Han Kang,che non figurava tra i nomi maggiormente indicati alla vigilia,salvo diventare poi la prima autrice sudcoreana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura.Anne Carson, in realtà,era da anni uno dei nomi ricorrenti nelle previsioni sul Nobel e anche nel 2026 figurava tra i possibili vincitori.

Ma chi è Anne Carson,questa straordinaria poetessa canadese?Nata a Toronto nel 1950, Anne Carson è una figura impossibile da inserire in una sola categoria:è poetessa,saggista, traduttrice,classicista oltre che docente.Ha studiato lettere classiche all'Università di Toronto e nel corso della sua carriera ha unito costantemente la scrittura creativa allo studio e alla traduzione dei testi antichi.Ha insegnato in numerose università nordamericane,tra cui Princeton,occupandosi in partiolare di letteratura e cultura greca.

Proprio questa doppia identità,di studiosa e scrittrice,caratterizza buona parte della sua produzione.Nei suoi libri,infatti,convivono poesia,saggio,narrativa,critica letteraria,dialogo teatrale e traduzione,spesso senza che sia possibile stabilire con precisione dove finisca un genere e ne cominci un altro. Uno degli esempi più conosciuti è "Autobiografia del rosso", pubblicato nel 1998,in cui Carson parte dai frammenti della "Gerioneide"(un poema composto dal poeta greco del VI secolo a.C. Stesicoro)e trasforma il mostro Gerione, sconfitto da Eracle nella mitologia,nel protagonista di un moderno romanzo di formazione e d'amore scritto in versi.

Un altro testo fondamentale è "Eros il dolceamaro", nato dal suo lavoro accademico e dedicato alla concezione del desiderio nella letteratura greca, a partire da Saffo. In questo caso filologia,filosofia e riflessione letteraria diventano parte di una scrittura che supera i confini del tradizionale saggio universitario. Tra le altre opere tradotte in italiano troviamo "Economia dell'imperduto","La bellezza del marito","Decreazione","Era una nuvola","Come l'acqua"e,di recente,"La Norma sbagliata".

La motivazione dell'Accademia Svedese,per il quale il Nobel per la Letteratura è stato assegnato ad Anne Carson è:«per la sua opera audace e inventiva che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».La frase riassume bene uno degli aspetti più riconoscibili del suo lavoro:il mondo classico non è soltanto un repertorio di miti da raccontare,ma è materiale vivo da smontare e ricombinare.Personaggi, frammenti e testi della Grecia antica vengono trasportati nel presente e messi in relazione con forme, linguaggi e problemi contemporanei.

Lo stesso vale per il suo lavoro di traduttrice: le sue versioni di Saffo e dei tragediografi greci sono una parte centrale della sua ricerca sul linguaggio.In "Autobiografia del rosso",per esempio, il Gerione della poesia arcaica diventa un adolescente innamorato di Eracle; in "Era una nuvola",Carson mette invece in relazione Elena di Troia e Marilyn Monroe,facendo incontrare tragedia greca e cultura contemporanea.

È anche per questo che definirla semplicemente “poetessa” rischia di essere riduttivo.La sua produzione mette continuamente in discussione la distinzione tra poesia e prosa,traduzione e riscrittura, saggio e opera creativa.Con la vittoria del 2026 Anne Carson diventa inoltre la 19° donna a ricevere il Nobel per la Letteratura.L'unica donna italiana a vincere il Nobel per la Letteratura fu,giusto 100 anni fa,Grazia Deledda.


Tra i 122 vincitori fino al 2025 troviamo solo 18 donne.La prima fu la scrittrice svedese Selma Lagerlöf,premiata nel 1909.Negli ultimi anni, però, la presenza femminile è diventata molto più frequente:dal 2013 hanno vinto Alice Munro, Svetlana Aleksievič,Olga Tokarczuk,Louise Glück, Annie Ernaux e Han Kang.Al momento della vittoria il più giovane Nobel per la Letteratura della storia rimane Rudyard Kipling, che aveva 41 anni quando ricevette il premio nel 1907. La più anziana Doris Lessing,nel 2007 a 87 anni.
L'Italia ha conquistato finora sei Nobel per la Letteratura:il primo fu Giosuè Carducci, premiato nel 1906.20 anni dopo arrivò il Nobel a Grazia Deledda,nel 1926:ancora oggi l'unica donna italiana ad aver ottenuto il riconoscimento. Seguirono Luigi Pirandello nel 1934,Salvatore Quasimodo nel 1959 ed Eugenio Montale nel 1975. L'ultimo italiano ad aver vinto il Nobel per la Letteratura è stato invece Dario Fo,nel 1997. Questo significa che nel 2026 sono trascorsi 29 anni dall'ultima vittoria italiana.
Negli anni più recenti il premio ha attraversato Paesi, lingue e forme letterarie molto differenti. Nel 2020 vinse la poetessa statunitense Louise Glück,seguita nel 2021 dallo scrittore tanzaniano naturalizzato britannico Abdulrazak Gurnah,la cui opera affronta in particolare colonialismo, migrazioni e identità. Nel 2022 il Nobel andò alla francese Annie Ernaux,conosciuta per una scrittura che intreccia memoria personale e storia collettiva. Nel 2023 fu invece premiato il norvegese Jon Fosse, autore di romanzi e opere teatrali caratterizzati da uno stile essenziale e sperimentale.Nel 2024 arrivò la vittoria della sudcoreana Han Kang,prima autrice della Coredel Sud a ricevere il riconoscimento, premiata per una prosa poetica capace di confrontarsi con i traumi storici e con la fragilità della vita umana. Infine,nel 2025,il Nobel è stato assegnato allo scrittore ungherese László Krasznahorkai, premiato per un'opera definita dall'Accademia «visionaria»,capace di riaffermare il potere dell'arte anche davanti a scenari apocalittici.E quest'anno a questa lunga storia si aggiunge Anne Carson.

05 ottobre 2026

FRANCESCO, UNA FORMA DI LIBERTA'



Nella notte tra sabato 3 e domenica 4 ottobre 1226 si spegneva nella piccola chiesa della Porziuncola,San Francesco d'Assisi,quel piccolo immenso frate che tanto cambiò la storia della Chiesa e dell'umanità.Morì in quella piccola chiesa,in quel luogo così particolare dove Lui soleva pregare,oggi situata all'interno della  basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi,e che è annoverata tra i luoghi francescani più importanti:qui infatti Francesco comprese la sua vocazione, accolse santa Chiara e i primi frati,e ricevette quella particolare indulgenza che va sotto il nome di Perdono di Assisi,divenendo uno dei luoghi prediletti dal santo.Quest'anno ricorrono,dunque gli 800 anni dalla morte del poverello di Assisi.E dopo 800 anni anche quest'anno il 4 ottobre cade di domenica come in quell'anno 1226.


E' perciò che il 4 ottobre la Chiesa cattolica celebra la solennità di San Francesco,Patrono d'Italia.Ma quel giorno,più che indicare il momento della morte intesa come fine,è da sempre visto come "Transito"(dal latino transitus,cioè "passaggio")termine coniato e tramandato dai suoi biografi ufficiali(come Tommaso da Celano e San Bonaventura)per descrivere la sua morte pasquale come un sereno passaggio dal mondo terreno alla gloria del Cielo e per ricordare quello che Francesco scrisse nel suo "Cantico delle Creature",a proposito di "sorella Morte"("Laudato si',mi' Signore,per sora nostra Morte corporale")scritto due anni prima di morire,un testo che è anzitutto un'autentica opera poetica.

Quando pensiamo a San Francesco, la nostra mente evoca un’immagine quasi istintiva: quella del frate in saio povero che parla agli uccelli, circondato da un’aura di miracoli e serenità. È il Francesco che ci è stato consegnato da secoli di agiografia che ne restituiscono un’icona rassicurante, capace di lodare il Creato persino nel dolore.Epperò questa visione rischia di confinarlo in una narrazione limitata,oscurando la forza dell'uomo che è stato, prima di tutto,vale a dire quella di un rivoluzionario scomodo del Medioevo.Per rintracciare il vero Francesco è necessario fare una distinzione netta tra piano della devozione e quello della ricostruzione storico-documentaria.Solo liberandolo dalla fissità atemporale delle fonti della Chiesa possiamo comprenderlo come figlio della sua epoca: un uomo nuovo della borghesia .


Francesco è figlio di un’epoca rivoluzionaria.Il passaggio tra il XII e il XIII secolo non fu solo una fase di grande fervore e rinnovamento religioso,ma rappresentò una vera e propria frattura strutturale dell’Europa.Dopo secoli di depressione economica altomedievale,il motore della storia accelerò bruscamente grazie a tre fattori:la crescita della produzione agricola,lo sviluppo degli scambi commerciali e il ritorno massiccio della circolazione monetaria.Questa ripresa portò alla nascita di una nuova classe sociale, intraprendente e sempre più ricca:la borghesia.Questa nuova ricchezza a volte ostentata creò,però,un paradosso:mentre i mercanti accumulavano fortune, la povertà urbana diventava un fenomeno ben visibile e percepito e al tempo stesso intollerabile.Un altro aspetto fondamentale riguardò la cultura,perchè la nuova classe sociale della borghesia doveva per necessità  saper leggere, scrivere e contare.Questo portò alla rottura del monopolio culturale della Chiesa, permettendo ai laici di accedere ai Vangeli in volgare senza la mediazione del clero. Questo mise in luce la discrepanza tra la vita degli apostoli e quella delle gerarchie ecclesiastiche,che vivevano nell'opulenza.

Un altro aspetto fondamentale in Francesco è il cammino di abbandono della violenza materiale e verbale,e della guerra, per vivere e predicare il messaggio di pace.Francesco, infatti, come molti giovani del suo tempo, aveva ricevuto un addestramento militare: il santo non nasce pacifista, ma aspira ai modelli di vita dei cavalieri e dei nobili, per avvicinarsi alla classe aristocratica, che però gli è preclusa per nascita in quanto figlio di un borghese.Nel clima di tensione di quei tempi tra Guelfi e Ghibellini, anche la città di Assisi dovette scontrarsi con alcune città avversarie, tra cui Perugia. Nel 1202 Francesco partecipò alla guerra tra le due città e nella battaglia di Collestrada venne fatto prigioniero.La prigionia di più di un anno,conclusa con il pagamento del riscatto da parte del padre,Bernardone,segnò profondamente il giovane, sia fisicamente per le dure condizioni che gravarono sul suo corpo, sia spiritualmente.Fu da lì che cominciò l’inizio del cambiamento che stava germogliando in lui.

In realtà, Francesco non fu il primo “folle” a farsi venire queste idee "pacifiste",di adesione più radicale e coerente con il messaggio evangelico.30 anni prima di lui, un altro ricco mercante aveva tentato la stessa strada, finendo però contro un muro.Fu Valdo di Lione un uomo che, come Francesco, aveva capito che guadagnare denaro non corrispondeva esattamente al comando di Cristo.Valdo donò tutto ai poveri e fondò i «Poveri di Lione». Tuttavia, quando andò a Roma per chiedere il permesso di predicare, si scontrò con una gerarchia che vedeva in lui solo un laico presuntuoso.Cacciato,Valdo continuò a predicare di nascosto,considerando la Chiesa corrotta e diventando eretico.Nel 1209,una generazione dopo,anche Francesco andò a Roma per lo stesso motivo e la sfida era identica a quella di Valdo,ma la risposta che arrivò fu radicalmente diversa.

Francesco,a differenza di Valdo,ebbe un'intuizione geniale,diplomatica prima ancora che spirituale.Egli capì che per influenzare la cristianità doveva, a ogni costo, stare dentro di essa.Gli altri movimenti contestavano l’autorità,Francesco,invece,scelse la via della sottomissione assoluta. Egli visse una radicalità che potremmo definire violenta: arrivò a demolire personalmente una casa di pietra ad Assisi perché i frati non dovevano avere stabilità né proprietà. Eppure, quello stesso uomo insegnava ai suoi confratelli che bisognava baciare le mani ai sacerdoti,anche se corrotti, perché quelle mani amministravano i sacramenti.La sua rivoluzione non cercava la critica a tutti i costi,ma si fondava sull’esempio e sull’obbedienza. Francesco dimostrò che si può essere gli ultimi degli ultimi senza mai smettere di ubbidire alla Chiesa,trasformandola così dall’interno anziché attaccarla dall’esterno.

Quando nel 1228 venne ordinata la canonizzazione di Francesco,il frate Tommaso da Celano ricevette l’ordine da papa Gregorio IX di scrivere una Vita del futuro santo.In questo enorme lavoro di ricostruzione dei momenti della vita di Francesco e di preparazione alla santità, l’autore non trascurò di narrare anche gli aspetti più spigolosi e ruvidi del frate. Infatti, l’immagine che ne emerge è molto diversa dall’umile poverello di Assisi della tradizione successiva: è per molti versi un ritratto scomodo, fatto di radicalità nell’abbracciare il messaggio evangelico, di privazioni e critiche aspre verso i confratelli più deboli o dediti alla vita contemplativa e non a quella del servizio.

Spesso la figura di Francesco è stata ridotta a quella di una specie di anticipatore degli hippy o di un moderno ecologista; in realtà Francesco fu un uomo molto più complesso e radicale, attraversato da un conflitto interiore profondo nel tentativo di rimanere fedele al messaggio evangelico in cui credeva, pur vivendo all’interno di un’istituzione imperfetta come la Chiesa.Per molti versi Francesco, nella sua complessità,continua ancora oggi a parlare attraverso il tempo.La sua lezione risiede soprattutto nella scelta di restare dentro la realtà che voleva trasformare: per incidere nella storia non basta protestare dall’esterno,ma occorre abitare le contraddizioni del proprio tempo, restando fedeli a un messaggio e a una visione del mondo.Francesco ci ha dato un insegnamento radicale:la povertà può diventare una forma di libertà assoluta,una rinuncia al potere e alle sue logiche,non una fuga dal mondo ma un modo diverso di starci dentro.