24 luglio 2026

IN DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO


La dinamica dei fatti è nota.Nell'aprile 2021 tre rapinatori entrano armati nella gioielleria di Mario Roggero,a Grinzane Cavour,un paese in provincia di Cuneo,lo minacciano,immobilizzano lui e i familiari e si impossessano del bottino.Un episodio gravissimo,che non si può minimizzare.Ma il momento decisivo arriva dopo.I rapinatori escono dal negozio e si danno alla fuga.Roggero recupera la propria pistola,li insegue all’esterno e spara numerosi colpi,uccidendo due rapinatori e ferendone gravemente un terzo.Le cronache dei giornali e ancor più la pochezza di certa politica italiana hanno riportato all'attenzione della pubblica opinione il c.d. "caso Roggero",essendo in questi giorni quando arrivata la condanna in via definitiva del gioielliere a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario e tentato omicidio.

Ci sono vicende giudiziarie che diventano molto più di un processo:diventano simboli.E quando la più becera politica si "appropria" di questi casi per trasformarlo in bandiera politica, il rischio è sempre lo stesso:la realtà lascia il posto alla propaganda,il diritto viene sacrificato agli slogan e il tentativo di comprendere la complessità di cui il mondo è fatto si dissolve nella ricerca del consenso. Per una parte della politica, Roggero è stato elevato a emblema del cittadino abbandonato dallo Stato, costretto a difendersi da solo e poi addirittura condannato.

Perchè,appunto,il mondo e la realtà sono complessi e per cercare di capire,si deve far ricorso alla Ragione e al buon senso,non all'emotività e all'impulso del momento,soprattutto,poi,se guidato dalla ricerca del facile consenso populista.E allora,proprio cercando di far ricorso al raziocinio si può dire che questo caso è diventato il simbolo del dibattito sul confine tra difesa e vendetta,ponendosi esso in netto contrasto con i principi fondamentali dello Stato di diritto.C'è anzitutto il tema del divieto di giustizia privata:nello Stato di diritto, l'uso legittimo della forza è monopolio dello Stato.La legittima difesa,che la destra populista aveva invocato per Roggero,è prevista dall'all'art. 52 del Codice Penale e sussiste solo se c'è un pericolo attuale,un'offesa ingiusta e la proporzionalità della difesa all'offesa.Invece uscire dal negozio per inseguire i ladri in fuga,come ha fatto Roggero,equivale a farsi giustizia da soli,configurando il reato di ritorsione.Per tutti quelli che si pongono dalla parte dello Stato di diritto,non può che valere una gerarchia dei valori costituzionali.Nel nostro ordinamento la tutela della vita umana è prioritaria rispetto alla difesa del patrimonio privato.Quando il pericolo imminente cessa,quindi,la reazione armata non è più giustificata.

C'è poi la questione della separazione dei Poteri insegnata da Montesquieu che qui interviene a proposito della Grazia invocata dalla destra a favore di Roggero.Epperò proprio il clamore mediatico e le pressioni politiche per ottenere la grazia presidenziale hanno innescato una discussione istituzionale.Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,pur con la sua discrezione istituzionale ha dovuto ribadire,con la convocazione al Quirinale del Ministro della Giustizia Carlo Nordio,che l'istituto della clemenza è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato,da valutare nei tempi e nei modi previsti,e non uno strumento politico per aggirare una sentenza definitiva,quasi un Quarto grado di giudizio.

La narrazione innescata dalla Lega e da Salvini in particolare può essere potente sul piano emotivo,ma è del tutto incompleta e fuorviante su quello giuridico.Perché il punto centrale della vicenda non è mai stato il diritto di difendersi.Quel diritto nessuno lo ha mai messo in discussione.Il punto è un altro:quando finisce la legittima difesa e quando inizia la giustizia privata.Ed è proprio qui che il dibattito pubblico ha smesso di parlare di diritto per iniziare a parlare di politica.

È dunque la successione temporale a costituire il cuore dell’intero procedimento penale.L’articolo 52 del Codice Penale non autorizza un generico diritto di uccidere chi ha appena commesso un reato.La legittima difesa è una causa di giustificazione rigorosamente delimitata.Presuppone un’offesa ingiusta,un pericolo attuale e una reazione proporzionata.Sono requisiti che devono coesistere. Se uno di essi viene meno, viene meno anche la scriminante.Nel caso Roggero l’elemento decisivo è proprio l’attualità del pericolo.Quando gli aggressori stanno fuggendo e l’azione criminosa è terminata, la funzione della difesa cessa. Da quel momento,la tutela dell’ordine pubblico torna a essere competenza esclusiva dello Stato.Non è questione ideologica, ma uno dei principi cardine di qualsiasi ordinamento democratico.Confondere questo principio significa confondere due concetti radicalmente diversi: difendersi e punire.La difesa serve a impedire un’offesa in corso.La punizione serve a sanzionare un reato già commesso.La prima può spettare al cittadino nei limiti stabiliti appunto dall'art. 52 C.P.;la seconda appartiene esclusivamente allo Stato.Se questo confine viene cancellato,non si amplia la libertà individuale:si indebolisce lo Stato di diritto.Eppure, proprio questa distinzione è stata sistematicamente oscurata proprio da quel populismo politico.

Sono anni,ormai,che assistiamo a forme di panpenalismo populistico alimentato da ogni fatto di cronaca che diventa,per il populismo politico,l’occasione per costruire questo schema di narrazione:da una parte c'è il cittadino onesto,dall’altra il criminale;in mezzo, una magistratura descritta come distante dalla realtà e più incline a proteggere chi delinque che chi subisce un reato.È uno schema comunicativo estremamente efficace perché parla alla pancia dell’elettorato,ma è profondamente fuorviante e distorce,appunto,la credibilità dello stato di diritto,anche perchè rozzamente veicolato da un certo tipo di giornalismo(televisivo in particolare)asservito al potere. 

I processi,però,non si celebrano nelle piazze, nei talk show o sui social network.Si celebrano nelle aule di giustizia, dove le sentenze non si fondano sull’indignazione collettiva,ma sull’analisi delle prove e sull’applicazione della legge. Sostenere che Roggero avrebbe dovuto essere assolto “perché i rapinatori se lo meritavano” significa introdurre un imbarbarimento del vivere civile e un criterio incompatibile con qualsiasi Stato costituzionale.La responsabilità penale non dipende dalla qualità morale della vittima o dell’aggressore. Dipende dalla legge.Se il valore della vita e delle garanzie giuridiche cambiasse in funzione della simpatia che proviamo verso le persone coinvolte, il diritto cesserebbe di essere diritto e diventerebbe cosa arbitraria.

Questo non significa negare il trauma vissuto da Roggero. Al contrario.Una rapina violenta lascia conseguenze profonde sul piano psicologico e umano.Comprendere il dolore di una vittima è doveroso.Ma comprendere non significa trasformare quel dolore in una licenza di uccidere una volta cessato il pericolo.È proprio nei casi più drammatici che lo Stato di diritto dimostra la propria forza.La legge deve valere quando è facile applicarla,ma soprattutto quando è difficile,quando l’emotività spinge nella direzione opposta.Se il diritto arretra davanti all’indignazione, allora non resta più la giustizia:resta soltanto la forza.

Il caso Roggero continuerà a dividere l’opinione pubblica.Ma una democrazia matura non si misura dal grado di popolarità delle sentenze.Si misura dalla capacità di applicare gli stessi principi a tutti, senza piegarli alle convenienze del momento.La politica ha tutto il diritto di proporre modifiche alla disciplina della legittima difesa.Quello che non dovrebbe fare è utilizzare casi giudiziari complessi come strumenti di propaganda,alimentando l’idea che il rispetto della legge equivalga alla difesa dei criminali.Nell'immediato questa strategia può portare voti,ma impoverisce il dibattito pubblico,incrinando la fiducia nelle istituzioni.

La vera sfida non è scegliere tra vittime e imputati.La vera sfida è difendere un sistema nel quale la giustizia rimanga fondata sul diritto e non sull’emotività.Perché,nel momento in cui la vendetta viene scambiata per legittima difesa,a perdere non è soltanto chi siede sul banco degli imputati.A perdere è lo Stato di diritto.

20 luglio 2026

BORSELLINO E FALCONE, IL CULTO DELLO STATO


Ci sono date e ci sono anniversari che non sono segnati solo sul calendario,ma sono marchiati a fuoco nella carne di una nazione.Il 19 luglio 1992 è una di queste date.Quel giorno e quell'anno,in un caldo pomeriggio palermitano venivano massacrati con un orribile attentato il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.E l'anno prossimo saranno 35 gli anni da quel terribile 1992 in cui l’Italia perse Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,due giudici e ancor più due integerrimi servitori dello Stato che vissero fino al loro ultimo giorno il senso vero delle istituzioni.Cinquantasette giorni:tanti furono quelli che intercorsero tra l'orribile strage di Capaci in cui perì Giovanni Falcone,la sua compagna ed anche lei magistrato,Francesca Morvillo,e gli uomini della loro scorta,e via D’Amelio a Palermo dove con l'attentato persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Quei 57 giorni rappresentano anche il tempo più lungo e più breve della storia giudiziaria italiana.57 giorni di angoscia lucida,di una corsa alla morte che Borsellino sentiva lucidamente scorrere sulla pelle ma durante i quali mai si fermò,perchè consapevole di essere il depositario del testamento spirituale lasciatogli da Giovanni Falcone.Nella sua ultima intervista prima dell'attentato di quella domenica 19 luglio 1992 Borsellino scandì lucidamente parole pesanti:"Siamo morti che camminano".

Di Borsellino esiste una fotografia che lo ritrae solo nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei giorni:un uomo che cammina,la cartella in mano,il passo deciso,e intorno il vuoto,perchè,e questo va detto a disonore dei tanti che lo fecero,tanti colleghi di Borsellino lo lasciarono solo.E quella foto dice tutto.Dice che Paolo Borsellino sapeva di muoversi in un covo di vipere — non solo fuori,ma soprattutto dentro il Palazzo di Giustizia.Lo aveva confidato alla moglie Agnese:non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo,ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse.Ne era consapevole:era solo.Di quella solitudine feroce, assoluta,che appartiene soltanto agli uomini veri,onesti ed integri.

C’è un dato che non compare quasi mai nelle commemorazioni ufficiali che da 34 anni si fanno,e che tuttavia dice tutto sul tipo di uomo che era Borsellino.Durante il maxiprocesso non mise mai piede nell’aula bunker dell’Ucciardone.Insieme a Falcone aveva costruito l’impianto accusatorio pietra su pietra e poi,rispettoso delle altrui competenze,lasciò che la Corte d’Assise facesse il suo lavoro senza mai interferire.Era anche questo il segno di un rispetto istituzionale in cui fermamente credeva perchè intimamente vissuto.

Borsellino aveva quell’ironia sottile,asciutta,tipicamente palermitana,di chi fa dell’umorismo uno scudo contro l’angoscia esistenziale.Lo stesso costume di vita che lo accompagnò fino a quel pomeriggio di quella domenica di via D’Amelio,dove arrivò puntuale per far visita alla madre come ogni settimana.Quella fedeltà alle piccole abitudini e al tempo stesso ai grandi valori non era leggerezza: era resilienza.

In quei giorni Borsellino non stava solo portando il lutto per la morte di Giovanni Falcone.Anzi,proprio nel ricordo dell'azione del collega si stava impegnando in modo particolare su quello che le sentenze chiamano mafia-appalti:un’inchiesta nata da un’informativa del ROS del febbraio 1991,che Falcone aveva considerato decisiva per risalire la catena fino ai colletti bianchi e ai nodi economici di Cosa Nostra. Dopo Capaci, Paolo Borsellino vi si dedicò con urgenza crescente.Perchè era cosciente,era pienamente consapevole che il "suo" di tempo era poco.Ed infatti la Corte d’Assise di Caltanissetta, nel processo Borsellino quater accertò che Borsellino fu eliminato per vendetta e per “cautela preventiva”: il timore che egli “persistesse incessantemente nella sua attività di indagine” su quel dossier.

Il pensiero di Borsellino si presta ad una lettura complementare rispetto a quello di  Giovanni Falcone, a tratti inedita nella sua più significativa portata.Giovanni Falcone,come è noto, teorizzò,tra l’altro,la necessità di una cooperazione internazionale rafforzata nel contrasto al crimine organizzato transnazionale.I Paesi non devono sentirsi soli e devono poter contare su una alleanza antimafia globale,secondo una visione poi accolta nella Convenzione delle Nazioni Unite di Palermo del 2000

Falcone fu dunque un pioniere della diplomazia giuridica multilaterale:la Convenzione di Palermo oggi prevede un meccanismo di verifica che consente di valutare il livello di adempimento dei relativi obblighi da parte di ciascun ordinamento nazionale.Ma la lotta alla mafia ed alla corruzione non poteva riguardare  solo le amministrazioni pubblicche e le istituzioni di governo.Sono infatti sempre più consistenti le forme di partecipazione della società civile,del settore privato e di numerosi attori non governativi nella prevenzione del crimine, attraverso iniziative di sensibilizzazione culturale e valoriale.Ed è proprio questo il tratto distintivo del pensiero di Paolo Borsellino,integrativo e complementare a quello di Giovanni Falcone.

Le conseguenze negative delle attività criminali sono immani sul piano dello sviluppo economico, della partecipazione democratica e dell’esercizio delle libertà fondamentali e delle prospettive di crescita umana, sociale e lavorativa.Proprio Paolo Borsellino sottolineò queste implicazioni in un celebre e bellissimo discorso. Egli disse che «la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale,dell’indifferenza,della contiguità e quindi della complicità».

In un discorso tenuto in una scuola di Roma nel 1989, Borsellino parlò sull’importanza dei giovani nella lotta alla mentalità mafiosa.«Se la mafia,egli disse,fosse soltanto criminalità organizzata(.....)il problema interesserebbe soprattutto gli organi repressivi dello stato,polizia e magistratura.Questo era il discorso che si faceva in Sicilia… perché in effetti nessuno pensava di andare a parlare ai giovani di mafia…. entrare nelle scuole… e addirittura all’interno delle famiglie(..…)Ma la ragione fondamentale dell’allignare della mafia… è stato (proprio) questo senso di sfiducia nello Stato,nelle istituzioni pubbliche,che portava a indirizzare la fiducia verso queste organizzazioni che godevano di un consenso generalizzato.Non che tutti i siciliani fossero mafiosi(....)ma,purtroppo,molti erano soggetti alla grossa tentazione della convivenza(.....)perché questo, tutto sommato, può pure procurare vantaggi.Perciò è necessario,era necessario,sarebbe stato necessario parlare già da tanti anni ai giovani nelle scuole:per insegnar loro a essere soprattutto cittadini,per insegnare a questi giovani soprattutto che il consenso deve andare verso le leggi… verso lo Stato… verso le istituzioni pubbliche e non verso i soggetti che hanno bisogno di questo consenso soltanto per fare i propri e particolaristi interessi e non gli interessi di carattere generale».

Ed è stata proprio questa la nuova frontiera della lotta alla mafia ed alla corruzione oggi. Come trent’anni fa, la chiave del successo nel contrasto al crimine organizzato sta infatti nella chiamata alle armi della società civile, ad una compartecipazione attiva e ad una vigilanza collaborativa.Di fronte a fenomenologie socio-criminali come le mafie non si può pensare di reagire solo reprimendo le condotte in sede penale:l’integrità e la trasparenza non si impongono soltanto dall’alto.È essenziale una svolta culturale,la disseminazione di presidi valoriali di cui una società come quella contemporanea ha assoluto bisogno e della quale Paolo Borsellino soleva spesso discorrere.Quelle debolezze che generano le crepe nelle quali si insinua subdolamente il crimine non vengono meno solo per la paura di una sanzione:si deve partire dal piano della pedagogia sociale,della condivisione delle scelte,della democrazia partecipata, in poche parole dello stato di diritto nella sua più alta concezione.

Il monito di Paolo Borsellino oggi richiama alla nostra attenzione il salto di qualità operato dalla criminalità organizzata, volto alla creazione o al rafforzamento delle basi sociali per una vera e propria accettazione culturale collettiva della corruzione come male necessario.Il crimine organizzato oggi aspira a generare una vis cui resisti non potest,come prezzo da pagare per il benessere e la sicurezza stessa, in un sistema in cui i valori si confondono con i disvalori e si mettono in discussione i principi fondamentali della società basata sul diritto.Ed è su questo aspetto che il pensiero di Borsellino converge sorprendentemente con quello di Falcone.

La stessa corruzione, nelle sue forme più gravi, è transnazionale: la cosiddetta foreign bribery (la "corruzione straniera")è una modalità operativa diffusa globalmente,che,agendo oltre i confini degli Stati,inquina l’economia e frena lo sviluppo sostenibile dell’intera umanità.Un sistema di prevenzione e repressione delle mafie oggi non può che essere fondato sulla cooperazione transnazionale da un lato,secondo l'insegnamento di Falcone,condivisa nel contempo con la società civile dall’altro, proprio attraverso la diffusione della cultura della giustizia giusta e dello stato di diritto dall'altro,con una "contaminazione" civile dei valori della legalità per rafforzare la società civile in modo da prevenire ogni accettazione o tolleranza di mafie e corruzione.Questo è in conclusione l’immenso lascito ed il testamento spirituale di Paolo Borsellino,che con Giovanni Falcone,la cui vita rappresenta una sorta di autentico inno allo stato di diritto e di culto della legalità come alori comuni.

15 luglio 2026

TRE PAROLE CHE CAMBIARONO IL MONDO



Libertà,Uguaglianza,Fraternità.Nel 1789,queste tre parole risuonarono tra il popolo nelle strade di Parigi,e nel giro di poco tempo ebbero la forza di abbattere secoli di assolutismo,dando inizio alla Rivoluzione Francese.E si può anche indicare una data nella quale tutto cominciò:il 14 luglio dell'anno 1789.

Il 14 luglio 1789 è una data ormai che è entrata nella Storia e nell'immaginifico collettivo dei secoli successivi.In quel 14 luglio 1789 il carcere della Bastiglia viene assalito da una folla inferocita.La "famosa" presa della Bastiglia e diviene da allora l'emblema e il detonatore della Rivoluzione francese.A ben vedere la Bastiglia fu solo un fatto marginale.La svolta,quella sì epocale,avvenne poco più di un mese dopo,il 26 agosto 1789,quando fu sancita la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino,enunciazione delle libertà fondamentali(di pensiero,parola e stampa)e di principi come l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge,che poi si ritrovarono nelle costituzioni successive, compresa la nostra.

Come sempre è la Storia che si incarica di raccontare i fatti.Parigi era in rivoltà già nei giorni precedenti quel 14 luglio,ma quell'ingombrante bastione (che in quel momento aveva solo sette detenuti)andava comunque abbattuto.Era per tanti il simbolo dell'oppressione e della tirannia.Rappresentava infatti l'Ancien régime, causa prima di tutte le frustrazioni dei francesi:la voglia di giustizia, una crisi economica che affamava il Paese, un re scomodo.Così il 5 maggio 1789,guidati dal motto "libertà,uguaglianza,fratellanza",i cittadini francesi,stanchi di vivere nella miseria mentre la monarchia e la nobiltà godevano di tutti i privilegi,si ribellarono all'autorità monarchica che aveva governato le loro vite da tempi immemorabili e trasmisero al mondo il segnale inequivocabile che un nuovo futuro era possibile.Un tempo in cui la democrazia avrebbe reso possibile lo sviluppo dei diritti fondamentali per tutti i francesi.Oggi la Rivoluzione francese è considerata dalla maggior parte degli storici come l'evento sociopolitico che segnò l'inizio dell'Epoca contemporanea in Europa.Fu un avvenimento che sconvolse il mondo intero e i suoi principi si diffusero in ogni angolo del pianeta.Le cause della Rivoluzione francese affondano le loro radici nella mancanza di libertà individuali, nella povertà estrema e nella disuguaglianza che esisteva in Francia durante il regno di Luigi XVI e Maria Antonietta.In più il clero e l'aristocrazia governavano con un potere dispotico e illimitato.Il re prendeva decisioni arbitrarie senza consultazione,creava nuove tasse,disponeva di tutti i beni dei suoi sudditi e aveva il potere di dichiarare guerra o firmare la pace.

Ancora nella prima metà del XVIII secolo,quindi,la Francia aveva ancora un sistema politico bloccato:il sovrano incarnava la nazione, riassumendo nelle sue mani i poteri esecutivo,legislativo e giudiziario "per grazia di Dio",e l'ignoranza nella quale volutamente si teneva il popolo,faceva credere che egli avesse addirittura,come nel Medioevo,poteri taumaturgici, che lo rendevano capace di guarire i malati in forza della propria legittimazione divina.

Ma se il Re aveva quei poteri sconfinati,cosa aveva provocato quella violenta sfida al potere regio?Si era in realtà verificata la convergenza di tre fattori:una crisi di lungo periodo,un crollo finanziario che mise in ginocchio lo Stato e infine una tremenda carestia,che fu la causa scatenante.Ma non bisogna pensare che la rivoluzione fosse causata solo dalla miseria: fu il contesto complessivo che rese quel malessere intollerabile,giungendo ad un punto di non ritorno.Dopo aver tentato di uscire dall'irrilevanza alla quale l'avevano confinato il clero e l'aristocrazia negli Stati Generali,il c.d. "Terzo stato" decise di ribellarsi all'intollerabile squilibrio sociale ed economico e alle diseguaglianze indotti dagli altri ordini dello Stato,cioè dal Clero(Primo Stato) e dalla nobiltà(Secondo Stato)gli altri due ordini in cui era suddivisa la società francese e che prendeva il nome nel suo complesso di "Ancien Regime").Il Terzo Stato ricomprendeva tutti i ceti non privilegiati e che ora chiedevano rappresentanza:borghesi,mercanti,artigiani,contadini.

Con la Rivoluzione il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea nazionale costituente,mentre nelle strade il popolo era in subbuglio.Il 26 agosto da quella Assemblea uscì la dichiarazione che sancì il pieno diritto di "parlare,scrivere,stampare liberamente",mettendo in moto un ingranaggio che nell'arco di pochi mesi portò alla nascita dell'incredibile numero di 250 nuove testate.La libertà personale e l'uguaglianza di fronte alle leggi divennero i cardini della nuova Francia e di una nuova idea di Stato sanciti da uno dei principi secondo cui "gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti". Con un colpo di spugna, i privilegi feudali furono aboliti e le proprietà ecclesiastiche sequestrate.Stava nascendo il nuovo mondo, all'insegna del rovesciamento dei ruoli e della rivincita sul passato. Volendo fare tabula rasa, gli uomini che avevano in mano la rivoluzione puntarono a costruire una nuova mentalità comune, insieme a una nuova forma di Stato.

La società stava cambiando perchè era il mondo che stava cambiando,sempre più velocemente:il grande sviluppo economico aveva portato all'ascesa di un ceto borghese con valori divergenti da quelli dell'aristocrazia e del clero,basati sull'individualismo e sulla libertà dei commerci.Il manifesto intellettuale del ceto borghese divenne l'Encyclopédie,pubblicata da un gran numero di intellettuali diretti da Denis Diderot con la collaborazione di Jean-Baptiste Le Rond d'Alembert.L'Encyclopédie era un'opera monumentale che racchiudeva tutto il sapere dell'epoca esprimendo una rinnovata fiducia nella ragione e rigettando le superstizioni del passato.In questo clima,quindi,non poteva esserci più posto per il potere illimitato e "divino" del re.

Ma se era stato relativamente facile rovesciare l'autorità regia,più difficile era mettere in piedi un nuovo governo.Filosofi come Jean-Jacques Rousseau introdussero il concetto di "sovranità", secondo cui l'autorità dello Stato proveniva non da Dio ma dal popolo, che la esprimeva attraverso il voto,mentre giuristi come Montesquieu teorizzarono una nuova idea di monarchia costituzionale basata sulla separazione tra i poteri.Con la Costituzione del 1791 veniva accolta la teoria di Montesquieu e vennero nettamente separati i tre poteri dello Stato prima tutti riuniti nella figura del solo sovrano.La funzione legislativa finì ai 745 deputati dell'Assemblea e quella giudiziaria a una magistratura indipendente,mentre il Re manteneva il potere di nominare o revocare i ministri e porre il veto alle leggi.Sulle prerogative del re si giocò una partita delicata, che avrebbe portato in seguito a un violento scontro tra Assemblea, sovrano e opinione pubblica e, infine, alla caduta della monarchia e alla successiva proclamazione della repubblica.

Ma la data del 14 luglio 1789 non segnò davvero la prima incarnazione politica dei principi illuministi.In realta dall'altra parte dell'Oceano Atlantico,il mondo aveva visto qualcosa di simile già nel 1776,con la Dichiarazione d'Indipendenza con la quale i rappresentanti delle 13 colonie britanniche del Nord America avevano affermato che "tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal proprio creatore di alcuni inalienabili diritti tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità…",costruendo una repubblica basata sulla divisione dei poteri.E proprio quest'anno in America il 4 luglio si sono festeggiati i 250 anni di quella Dichiarazione.

E tuttavia,se l'America aveva già inaugurato il Tempo Moderno,c'è da dire che lì la situazione era diversa:in America non c'erano né un regime assolutistico vecchio di centinaia d'anni, né una nobiltà e un clero tanto forti da entrare in competizione con lo Stato.E comunque anche se ispirati dall'esperienza americana,molti degli ideali rivoluzionari furono disattesi, dai diritti umani calpestati negli anni del Terrore giacobino (1793-1794) in cui la ghigliottina calò sulla testa di molti innocenti (e persino del re e della regina) alla questione della schiavitù nelle colonie,abolita nel 1794 ma reintrodotta nel 1802 da Napoleone.Alcuni storici hanno anche detto che la rivoluzione aveva tradito se stessa,ma in realtà questo è un giudizio semplicistico:nelle rivoluzioni ci sono sempre forze di azione e reazione e sia il Terrore sia Napoleone fanno parte di questa logica.

La verità è che la rivoluzione si espanse presto in tutta Europa come un'epidemia.I regnanti europei capirono presto che i loro troni avrebbero traballato.A Vienna,San Pietroburgo,Londra e Berlino,l'imposizione della monarchia costituzionale in Francia venne considerata un atto di lesa maestà,giungendo a far tremare anche la Chiesa di Roma.Dopo quasi un ventennio di sanguinose guerre, con il Congresso di Vienna del 1815 le potenze assolutiste riusciranno a restaurare l'antico ordine.O almeno così a loro sembrava.Ma l'impronta del 1789 era ormai indelebile,e le conquiste di quell'anno divennero l'essenza dei sistemi democratici. A partire dai termini "destra" e "sinistra",mutuati dalla collocazione dei deputati nell'Assemblea Nazionale, fino alle libertà di opinione, riunione e credo,passando per la struttura delle moderne istituzioni democratiche e la divisione dei poteri. Da allora, l'opinione pubblica non fu più disposta a subire i soprusi, divenendo, nel bene e nel male, artefice del proprio destino.

Certo,la Rivoluzione Francese si concluse tra gli eccidi e gli eccessi della ghigliottina e con l'ascesa di Napoleone,ma il suo incendio culturale,la sua forza ideale non si è mai spenta.Sotto le macerie della Bastiglia è nato quello che per parafrasare lo scrittore Aldous Huxley,potremmo chiamare il Mondo Nuovo.Ogni volta che votiamo,che manifestiamo o che rivendichiamo la nostra dignità di cittadini, stiamo ancora parlando la lingua del 1789.

Libertà, uguaglianza, fraternità sono 3 parole che nel 1789 hanno cambiato il mondo per sempre.A distanza di oltre due secoli,però,la vera domanda è un'altra:siamo davvero riusciti a realizzare la promessa di un mondo nuovo,o stiamo ancora combattendo le stesse identiche battaglie?Quello che accade in questi giorni perfino in quella che una volta era considerata la Patria della Libertà,e cioè l'America,è preoccupante e sembra dimostrare quanto sia tuttora valida la frase di Piero Calamandrei:"La libertà è come l'aria:ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare".


In alto il quadro:"La Libertà che guida il Popolo" del pittore francese Eugène Delacroix realizzato nel 1830 e conservato nel Museo del Louvre a Parigi.

04 luglio 2026

4 LUGLIO : COME ERAVAMO (E SIAMO)





Sono passati due secoli e mezzo da quel 4 luglio 1776, quando il Secondo Congresso Continentale riunito a Philadelphia approvò il testo destinato a cambiare la storia. Quel giorno nacquero ufficialmente gli Stati Uniti d’America, anche se la guerra contro la Gran Bretagna sarebbe proseguita ancora per sette anni, fino alla vittoria americana e al Trattato di Parigi del 1783.Con quel documento,redatto principalmente da Thomas Jefferson e pensato assieme a John Adams, Roger Sherman,Robert Livingston e Benjamin Franklin – le 13 colonie britanniche proclamarono l’indipendenza dalla madrepatria inglese.La Dichiarazione sancì la nascita di una nuova nazione fondata su principi destinati a influenzare la storia moderna.Tra questi figurano il diritto alla libertà,all’uguaglianza e alla ricerca della felicità, concetti che ancora oggi rappresentano i pilastri dell’identità americana.

Anche se la Guerra d’Indipendenza proseguì ancora per diversi anni, il 4 luglio divenne ben presto il simbolo della nascita degli Stati Uniti.Con il tempo la ricorrenza si è trasformata nella principale festa civile del Paese.

Per comprendere l’importanza della Dichiarazione bisogna tornare agli anni precedenti la Rivoluzione americana.Le 13 colonie britanniche della costa orientale vivevano una crescente tensione con Londra.Infatti quando gli Stati Uniti d’America erano solo l'insieme di tredici piccole colonie inglesi situate nella parte nord-orientale del continente americano,l’Inghilterra, dissanguata economicamente dalla "Guerra dei sette anni",impose ai sudditi americani una serie di tasse per rimpinguare le casse statali.Intrise di cultura illuministica e consapevoli che il consenso dei contribuenti nella determinazione delle imposte era uno dei cardini tradizionali della libertà inglese fin dai tempi della Magna Charta,le colonie rifiutarono il pagamento delle tasse e posero l’alternativa di inviare i propri rappresentanti al Parlamento di Londra o di essere esonerati da ogni tassa non approvata dai loro rappresentanti.Il principio era uno:“No taxation without representation”,nessuna tassa senza rappresentanza.Per i coloni era inaccettabile essere tassati da un Parlamento nel quale non avevano propri rappresentanti.Le proteste aumentarono fino al celebre Boston Tea Party del 1773, quando alcuni coloni gettarono in mare un intero carico di tè della Compagnia delle Indie Orientali per protestare contro le politiche fiscali britanniche.Re Giorgio III rispose duramente chiudendo il porto di Boston e revocando l'autonomia del Massachusetts, inasprendo la repressione.A quel punto la ribellione fu inevitabile e i primi scontri armati si verificarono a Lexington e Concord,avendo Re Giorgio inviato anche mercenari tedeschi per sedare la ribellione.Si arrivò così al giugno 1776,quando il Congresso incaricò una commissione di redigere il documento che avrebbe sancito la separazione dalla Gran Bretagna.Il principale autore fu Thomas Jefferson,affiancato da John Adams,Benjamin Franklin,Roger Sherman e Robert Livingston.La Dichiarazione venne approvata il 4 luglio. Nel preambolo compare una delle frasi più famose della storia: “Riteniamo che queste verità siano evidenti:che tutti gli uomini sono creati uguali e siano dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra i quali la Vita,la Libertà e il perseguimento della Felicità”.Parole rivoluzionarie per l’epoca,destinate a influenzare il pensiero politico occidentale nei secoli successivi.Il documento elencava anche le accuse rivolte al sovrano britannico,ritenuto responsabile di aver violato i diritti dei coloni,proclamando il diritto delle colonie a diventare “Stati liberi e indipendenti”.

Forse per un europeo 250 anni sono un numero piccolo,ancor più se un numero così preciso.Le nazioni europee come l’Italia o la Francia o la Germania,la Spagna o l’Inghilterra  hanno una storia che non solo è enormemente più lunga,ma,e questo conta ancora di più,è una storia della quale non è possibile indicare una data d’inizio.Come mai questo non vale per gli Stati Uniti?Perché gli Stati Uniti sono sin dalle loro origini un esperimento e per questo storicamente sono un’eccezione.E proprio i termini "esperimento" ed "eccezione" sono categorie che le scienze sociali sono state costrette ad impiegare per parlare degli USA.Gli esperimenti nascono da ragioni precise ed in circostanze altrettanto precise.

Mai la storia di una nazione è cominciata con un esperimento e invece appunto questo è quello che  è successo negli USA e proprio per questo essi sono una eccezione.Così sarebbero 406 le candeline da spegnere invece di 250,se gli anni venissero contati dal 1620,quando alcuni esuli europei sbarcarono in quel lembo di terra chiamato Massachusetts.Questi esuli erano guidati dalla voglia di fare un esperimento che nell’Europa dalla quale fuggivano(quella della Guerra dei Trent’anni)non era possibile:costruire una società coerente con i principi cristiani.Così nel 1620,un gruppo di 102 esuli religiosi inglesi (i c.d. Padri Pellegrini o Pilgrim Fathers") salpò dall'Inghilterra sulla nave Mayflower.Fuggendo dalle persecuzioni della Chiesa anglicana,approdando appunto nell'attuale Massachusetts dove fondarono la Colonia di Plymouth.

E comunque lo sbarco dei "Padri Pellegrini" pose le basi dei principi di autogoverno e sovranità popolare,principi che i Padri Fondatori, guidati da Thomas Jefferson, avrebbero poi formalizzato nel documento el 4 luglio della rivoluzione americana.Il 4 luglio del 1776 i rappresentanti di quelle colonie nordamericane approvarono la Dichiarazione di Indipendenza (dall’Impero britannico)dando così avvio ad un altro esperimento:quello di una democrazia liberale che nasceva «dal basso».Il paradigma era stato cambiato, e non di poco. Pesò l’influenza della lezione di un certo John Locke,e con essa il modo in cui le isole britanniche avevano scelto di porre fine alle turbolenze politico-religiose del XVII secolo.

Nacque così,nel 1776 dall'altra parte dell’Atlantico,qualcosa che non si era mai visto e che si riteneva impossibile. L’esatto opposto di quello che poco dopo si sarebbe affermato nell’Europa continentale con il totalitarismo giacobino e la Rivoluzione francese del 1789.Solo pochi decenni dopo,nei primi anni ’20 dell’Ottocento,questa fu l’impressione del primo europeo che studiò gli Stati Uniti,Alexis de Tocqueville.Egli,che negli USA ci andò per studiare da vicino quel nuovo modello di democrazia,rimase sbalordito: «mai si era vista una conciliazione del genere tra spirito di libertà e spirito di religione».

In America era stato rifiutato il modello dello Stato ed era stato scelto invece l’assetto federale proprio della repubblica (federalismo non solo orizzontale,ma anche verticale:non solo autonomie territoriali, ma anche funzionali). Era stata mantenuta la tradizione romana del diritto al di sopra della legge.I poteri politici e quelli religiosi erano separati e senza alcuna subordinazione reciproca,mantenendo entrambi entro lo spazio pubblico:in questo modo politica e religione,anzi,si rafforzavano nella competizione e nel controllo reciproco.Il cristianesimo era fondamento della libertà anche dei non credenti, i quali (Thomas Jefferson per primo) volevano la presenza pubblica delle Chiese e dei credenti («free exercise») e di ogni tipo di opera che la fede ispirasse esattamente al fine di evitare che la politica dominasse la società e si facesse Stato.

Eppure nella storia degli Stati Uniti più volte l’esperimento del 1776 è stato messo seriamente in discussione.Per noi percepirlo è difficile. Nella memoria abbiamo impresso il Novecento quando, clamorosamente e per due volte a distanza di poco più di venti anni, nel 1917 e nel 1941, gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo,innanzitutto a vantaggio di noi europei,un punto elevatissimo di combinazione tra spirito di libertà e spirito di religione (ebraico-cristiana).Hanno unito ragioni e forza in difesa della libertà anche se certamente non gratis.

Nel Novecento l’eccezione americana ha soccorso l’Europa libera e ha forgiato l’«Occidente» per come lo abbiamo conosciuto sino a oggi (o forse sarebbe meglio dire,per chiarezza,fino all'"Era Trump"). Certo un Occidente non innocente e con gravi limiti, ma anche un Occidente che ha combinato ad un livello prima ignoto e su una scala globale una sintesi di fattori virtuosi producendo un risultato di grande qualità civile e culturale.La inclusività,la solidarietà(nonostante i sempre più forti populismi e sovranismi) e la capacità attrattiva di questo modello ne costituiscono testimonianze incontrovertibili.

Oggi,tuttavia,abbiamo sotto gli occhi una realtà completamente diversa.Ciò che abbiamo sotto gli occhi oggi sono prima ancora gli effetti di almeno mezzo secolo nel quale sono state erose in maniera profonda le condizioni e poi anche molte delle intenzioni dell’esperimento USA nella sua versione originale. Si pensi solo al venir meno o al drastico ridimensionarsi della emigrazione europeo-occidentale ed ebraica negli USA. Furono gli immigrati cattolici (irlandesi, polacchi, italiani) a mutare molto del DNA della politiche USA. Furono gli intellettuali di formazione europea a dare un contributo decisivo ai successi delle università e della ricerca USA.Se oggi gli USA confermano la volontà di diventare un’altra cosa (quella che vuole Trump oppure quella che vogliono Sanders e Mamdani e i «woke»),se gli USA cambiano esperimento,non avremo più questo Occidente né forse alcun Occidente.

Non si può dire come andrà a finire.Cina, Russia, Iran, Corea del Nord,cioè gli Stati canaglia per eccellenza,che si pongono agli antipodi dei principi della Dichiarazione del 1776,hanno dimostrato,a dir così,di saperci fare,ma cercano di imporre qualcosa che nulla ha che vedere con quell'esperimento di Democrazia e che semmai ci ricorda quello da cui siamo fuggiti:le dittature e la Ragione sottomessa alla forza bruta.Quello che è certo è che solo i nostri esperimenti non proseguiranno per inerzia, perché gli esperimenti richiedono intenzioni precise e volontà.Perciò celebrare il 4 luglio è anche l'occasione per interrogarci sul futuro che possiamo e che vogliamo.Come diceva Kant,la modernità è l’età adulta dell’umanità.E gli adulti si riconoscono perché pensano e scelgono.