16 febbraio 2026

GOBETTI, IL RIVOLUZIONARIO INTRANSIGENTE








Il 16 febbraio di quest'anno sono 100 gli anni trascorsi dalla morte di Piero Gobetti.Gobetti morì a soli 25 anni,a causa delle complicazioni di salute derivanti da un violento pestaggio subito dagli squadristi fascisti a Torino nel settembre dell'anno prima.Dopo il durissimo e brutale pestaggio,Gobetti fu convinto a partire esule per la Francia,ospite di altri antifascisti italiani,ma non si riprese mai più dalle percosse brutali ricevute che avevano aggravato un quadro clinico già precario. 

100 anni fa,dunque,moriva a Parigi Piero Gobetti,giovane intellettuale,editore e pensatore politico,stroncato dalle violenze fasciste(era nato a Torino il 19 giugno 1901).Ma, nonostante la brevità della vita,il suo pensiero continua ancora oggi a interrogarci,a stimolare riflessioni,a porre domande scomode sulla politica,sulla cultura,sul concetto stesso di libertà.

Il suo liberalismo rivoluzionario,la sua denuncia dell’immobilismo delle classi dirigenti e la sua concezione della cultura vista come atto politico,ci offrono una chiave di lettura straordinariamente attuale per comprendere le sfide del presente.
Fu pensatore scomodo,radicale,non conformista e fu anticipatore di molte delle questioni che ancora oggi animano il dibattito democratico.Piero Gobetti concepì prima di tutti e meglio di tutti la libertà non come graziosa concessione,ma come conquista continua,processo di emancipazione singola e collettiva che passa attraverso il conflitto e la lotta,e vide la cultura come momento formativo,etico e di responsabilità individuale.

Formidabile,quella breve vita.Fin dagli anni giovanili,manifestò un'accesa sensibilità e un'acuta attenzione verso le trasformazioni politiche e sociali del suo tempo.Nel 1918,a soli 17 anni,fondò la rivista Energie Nove,che fu subito uno spazio di confronto e sperimentazione culturale in cui iniziò a delineare le coordinate del suo pensiero.


Fu però nel 1922,con la nascita dell'altra sua rivista,"La Rivoluzione Liberale",che il suo ruolo di intellettuale militante si definì appieno.


Quest'ultimo settimanale divenne rapidamente il punto di riferimento per un antifascismo che andava oltre la pura opposizione politica, radicandosi in una profonda riflessione sulla crisi strutturale dell'Italia.La sua denuncia del fascismo,individuato non come una semplice parentesi autoritaria,ma come la manifestazione più compiuta del conformismo e della debolezza della borghesia italiana(grandiose a questo proposito sono le parole de "L'elogio della ghigliottina" dove Gobetti definì il fascismo come "autobiografia della Nazione")attirandosi,di conseguenza,persecuzioni e violenze.
Ed infatti il regime lo identificò presto come un nemico pericoloso:la sua casa editrice venne ripetutamente attaccata dagli squadristi fascisti,i suoi scritti censurati,lui stesso fu vittima di ripetute aggressioni fisiche. In particolare,violentissima fu l'aggressione e la perquisizione della sua abitazione subite il 9 giugno del 1924 su diretto interessamento di Mussolini,come dimostrò il carteggio intrattenuto con il prefetto di Torino Enrico Palmieri(lo stesso duce scrisse il 1 giugno 1924 di suo pugno un telegramma al prefetto di Torino chiedendo di "vigilare per rendere nuovamente difficile vita" a Gobetti,definito come un oppositore fastidioso).Nello stesso periodo si alimentava la brutale spirale di violenza nei confronti di tutti gli oppositori del regime e il giorno dopo la violenta perquisizione dell'abitazione di Gobetti,cioè il 10 giugno 1924,scomparve a Roma il deputato socialista Giacomo Matteotti.Si scoprì solo mesi dopo che Giolitti era stato rapito dalle squadracce fasciste,poco distante dalla sua abitazione romana,sul lungotevere Arnaldo da Brescia.I fascisti lo avevano prelevato con la forza e caricato in auto,nella quale fu massacrato di botte fino alla morte.Il cadavere di Matteotti fu ritrovato solo dopo 2 mesi dopo l'omicidio,e precisamente il 16 agosto 1924,a pochi chilometri dalla Capitale,in una buca,piegato in due e coperto di foglie e terriccio.


La libertà come conflitto,questo Piero Gobetti vedeva nel liberalismo:non un semplice sistema di norme e regole di governo,ma una forza di trasformazione radicale.La sua era una visione che rifiutava il compromesso con le vecchie élite e mirava a costruire una nuova morale ed etica pubblica,fondata sul conflitto e sulla responsabilità individuale e sulla cultura vista come palingenesi etica e morale.

Proprio perciò il suo pensiero si discostava decisamente dal liberalismo italiano dell’epoca,spesso ridotto a una difesa conservatrice dello status quo.Gobetti non credeva in un liberalismo elitario e passivo,ma in un liberalismo che fosse lotta,forza dirompente e rivoluzionaria capace di trasformare la società attraverso il conflitto e l’assunzione di responsabilità.
Mai,per Gobetti sarebbe stato possibile concepire la libertà come graziosa concessione dall’alto,ma sempre come il frutto di una maturazione culturale e politica che doveva coinvolgere l’intera società e responsabilità individuale.

Questo fu il motivo che lo portò a guadare con interesse ed attenzione al movimento operaio e alla sua forza culturale propulsiva e innovatrice,perchè capace di scuotere l’Italia dalla sua stagnazione politica ed economica.Pur non essendo socialista né comunista,vedeva nella lotta di classe un elemento importante per la maturazione democratica del Paese e un’opportunità per risvegliarlo dalla passività di una borghesia approfittatrice ed opportunistica,che lui definiva “una classe senza rivoluzione, senza dignità,senza orgoglio”,incapace di assumere il ruolo guida che in altri contesti storici aveva avuto.

Questa considerazione della classe operaia lo fecero avvicinare, pur nelle profonde differenze,ad Antonio Gramsci. Ma se per il pensatore marxista la rivoluzione passava attraverso l’egemonia culturale del proletariato,per Gobetti il cambiamento non poteva non avere il suo centro che nell’individuo,nella sua capacità di pensare autonomamente e di agire contro ogni forma di oppressione.Entrambi, però, condividevano la convinzione che nessuna trasformazione sociale potesse avvenire senza un profondo mutamento culturale.Che la cultura fosse,cioè,capace di apportare mutazioni etiche e morali.

Il fascismo come sintomo dei mali del Paese,come "autobiografia della nazione" e la cultura come resistenza morale e politica.Questa fu la visione originale e geniale di Gobetti.Egli fu uno dei primi a comprendere che il fascismo non era un incidente della storia,ma il prodotto di debolezze strutturali dell'Italia post-unitaria.Nel 1922,all’indomani della marcia su Roma,scrisse parole profetiche:il fascismo non era un fenomeno capitato in Italia all'improvviso,un fulmine a ciel sereno,ma l’espressione più compiuta della mentalità autoritaria e servile della borghesia italiana.
Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica,giungere a un punto in cui,fatto l’appello nominale,tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria,come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale.(....).L’attualismo, il garibaldinismo,il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere;né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberistii(....).La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio.Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi.C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo,per un certo senso,i disperati sacerdoti.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che (indichiamo)come provinciale(....).Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci,se venisse l’ora dei conti.Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità,della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. (....)pubblicammo nel febbraio del 1922 "La Rivoluzione Liberale" con fiducia verso la lotta politica che(...)tuttavia sorgeva.In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea,per un interesse(...)!

La sua opposizione al regime non si limitò alla denuncia politica: Gobetti capì che il fascismo non si sarebbe potuto combattere solo con la resistenza militante,ma attraverso un’opera di profonda rigenerazione morale e culturale.Bisognava colpire le radici del problema:il conformismo,la paura del conflitto,l’apatia civile.Infatti Gobetti concepiva la cultura non come un esercizio intellettuale fine a sé stesso, ma come un atto politico, un mezzo per forgiare una nuova classe dirigente capace di superare le contraddizioni della società italiana.

Convinto che la libertà non era mai una concessione, ma una conquista che esigeva educazione,consapevolezza e spirito critico, fece della sua rivista, La Rivoluzione Liberale, non solo un luogo di dibattito,ma un laboratorio di idee militanti,in cui si intrecciavano riflessioni politiche,critiche sociali e analisi economiche.Pubblicò autori come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, ma anche Pirandello e Dostoevskij, convinto che la letteratura, la filosofia e l’arte fossero strumenti essenziali per scuotere le coscienze.Questa lucida intransigenza lo rese un bersaglio per la violenza squadrista.Ma nemmeno le aggressioni riuscirono a piegarne lo spirito:sino all’ultimo,proprio per quella sua lucida fede liberale,proprio con serena coscienza ascetica,continuò a scrivere,pubblicare e pensare.La sua morte prematura privò l’Italia di una delle menti più brillanti della sua generazione,ma mai ne ha spento il messaggio.

A un secolo dalla sua morte, la figura di Gobetti continua a essere un punto di riferimento per chiunque creda in una politica basata sul pensiero critico,sulla libertà e sulla responsabilità.In un’epoca segnata dalla superficialità e dalla banalità dell’informazione,dall’erosione del pensiero critico,la sua lezione è necessaria più che mai:la cultura non è un lusso,ma una necessità per la democrazia.Il suo liberalismo rivoluzionario è un invito a riscoprire la bellezza della libertà come lotta,crescita e formazione di autocoscienza e responsabilità.Il suo antifascismo, mai retorico,ci ricorda che le derive autoritarie non sono un mero accadimento della Storia,ma prosperano e si affermano se la società abdica al proprio ruolo critico.La sua idea della cultura come resistenza è un monito in un’epoca dominata dall’infotainment(cioè quel sistema integrato tra informazione o presunta tale,e intrattenimento spesso sguaiato e gridato da talk show)e dalla superficialità e approssimività dei social media. Gobetti ci ricorda invece che il pensiero critico richiede impegno, fatica e il coraggio di essere minoranza.

In questi nostri giorni il “liberalismo” viene da un lato visto come difesa del capitalismo senza regole e dall’altro viene rifiutato come semplice tutela dei privilegi delle élite.Ed è qui che arriva il messaggio del liberalismo gobettiano.Il Liberalismo rivoluzonario di Gobetti ci arriva come provocazione che ci invita a riscoprire un liberalismo che sia davvero strumento di emancipazione sociale,capace di affrontare le sfide contemporanee,come l’aumento delle disuguaglianze,la crisi della democrazia, il ritorno di pulsioni autoritarie.E l’eredità di Gobetti rappresenta un richiamo potente alla responsabilità intellettuale. La libertà, come lui ci ha insegnato, non è mai garantita una volta per tutte:va conquistata ogni giorno,con il pensiero e con l’azione e con il sacrificio personale,come lui ci ha mostrato.

Rileggere oggi,a 100 anni dalla morte,Piero Gobetti significa riscoprire un pensiero che sfida le facili categorie ideologiche, che rifiuta il conformismo e che esige una politica fondata sulla responsabilità e sulla libertà.La sua breve vita è il manifesto di un’idea di libertà che non si accontenta della tolleranza passiva, ma che esige trasformazione e coraggio.La libertà non è mai garantita una volta per tutte,ma deve essere riconquistata ogni giorno,con il pensiero e con l’azione e con il sacerdozio dell'intransigenza morale.Se ne andò a soli 25 anni quel "prodigioso giovinetto",che era stato capace di cambiare la cultura italiana.Oggi lo ricordiamo non solo come una vittima, ma come un maestro di intransigenza intellettuale che non ha mai smesso di guardare al futuro.A un secolo dalla sua scomparsa a Parigi, Gobetti ci ricorda che essere liberi significa innanzitutto non cedere al servilismo e al conformismo.La sua "rivoluzione liberale" resta una sfida aperta per le coscienze di oggi,quelle non disposte a svendersi.                                

14 febbraio 2026

HAMNET - NEL NOME DEL FIGLIO

 






Lei è una donna che si sente pienamente a casa nel bosco,nel mondo naturale, capace di raggomitolarsi sul suolo della campagna inglese,quasi a formar corpo unico con essa e dotata di un talento innato per la falconeria(non a caso è questa la prima scena del film).Lui è un giovane insegnante di latino,poco più che adolescente, che lavora duramente per pagare i debiti del padre.Si incontrano fuori da un giardino vicino alla scuola dove lui insegna:un giorno addirittura il ragazzo lascia una lezione pur di raggiungerla.La scintilla è immediata,incendiaria.Si sposano,hanno tre figli,e vivranno la peggior tragedia che un genitore possa immaginare,la morte del figlio maschio Hamnet,fratello gemello dell'altra figlia Judith.Ma da questo dolore nascerà un’opera d’arte che rimane, ancora oggi, un capolavoro assoluto:l'Amleto.Il nome di quella ragazza era Anne,anche se tutti la chiamano Agnes. Il suo è William, e divenne presto uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi.

Ecco,questa è la famiglia Shakespeare.E "Hamnet",il film da qualche giorno nelle sale,tratto dal romanzo della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell "Nel nome del figlio – Hamnet",è il racconto cinematografico che ne ha fatto la regista cinese Chloé Zhao.


che immagina la relazione tra il Bardo e sua moglie come una storia intima di desiderio,compromesso,gioia,risentimento,dolore. In una parola:un matrimonio. Il libro(come del resto il film)si concentrano sull'evento che più segnò le loro vite,la morte del figlio undicenne Hamnet,e su come quella perdita incolmabile spinga William a scrivere la storia di un principe malinconico in crisi esistenziale.L’opera porta il nome del ragazzo (Hamnet e Hamlet erano praticamente sinonimi,anzi lo si dice all'inizio del film)e consacra l’eredità di Shakespeare.
La O’Farrell ha scritto un romanzo che radica la storia di questa celebre coppia nel reale travaglio d’amore e nel peso del lutto.

Il film è un fedele adattamento allo schermo del romanzo,tanto da essere capace di restituire la stessa intensità di dolore che si prova nel leggere il libro e non a caso la regista  Chloe Zhao("Nomadland" "Terra di nomadi" del 2020,"Eternals" del 2021,"The Rider" del 2017 alcuni fra i suoi film più conosciuti e premiati)ha voluto che Maggie O’Farrell stessa fosse coinvolta come co-sceneggiatrice.Eppure nonostante quell’interpretazione rigorosa e commovente,il film riceve una forza e un sentimento nuovo dal modo con cui Chloé Zhao racconta e incanala la sofferenza nel proprio lavoro,trovando,nel contempo,la forza di andare avanti nonostante la tragedia del bambino.E l'interpretazione di Jessie Buckley nei panni di Agnes,fà assumere alla narrazione livelli veramente elevati.

"Hamnet – Nel nome del figlio" di Chloé Zhao in Italia è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e,a parere di alcuni critici,è destinato a essere sicuramente una delle esperienze più strazianti in questa stagione cinematografica ed anche uno dei film candidati all'Oscar.Ma esso,pur parlando di morte,ha molteplici slanci ed impeti di vita,di rinnovamento e rinascita.La stessa scomparsa del giovane Hamnet se è stata,per Shakespeare,un'esperienza drammatica è stata anche il seme da cui nacque un capolavoro.Allo stesso modo il film.

La regista e sceneggiatrice del film Chloé Zhao due volte premio Oscar nel 2021(miglior regista e miglior film per il citato "Nomadland")ha sempre avuto un istinto acuto per gli spazi aperti,i territori e il modo in cui le persone si muovono dentro i loro ambienti.Aveva già sviluppato queste tematiche in altri suoi film come "The Rider",ambientato nel South Dakota oppure nelle strade secondarie e nelle aree di sosta d’America ("Nomadland").Ed è proprio questo anche il vivere di Agnes,che sin dalle prime scene del film appare come una creatura della Terra,quasi fusa con il fogliame che la circonda; più avanti, darà alla luce la loro primogenita ai piedi di un albero,lontana da stanze claustrofobiche e da folle di corpi.

Will, invece – interpretato con grande sensibilità da Paul Mescal-è uno che si sente più a casa alla scrivania,con solo una candela a illuminarlo lungo il pericoloso processo creativo.Questo Shakespeare è cupo, irascibile, a tratti egocentrico, incline a bere troppo e a crogiolarsi nell’autocommiserazione.Will lotta contro la propria famiglia d'origine,in particolare contro un padre ingrato.Ed anche Agnes desidera liberarsi dalla propria condizione, nonostante il tenero attaccamento al fratello Bartholomew. Quando rimane incinta,i due sfidano la volontà delle rispettive famiglie diffidenti e si sposano.Nasce una figlia.Con il tempo, nonostante i lunghi soggiorni di Shakespeare a Londra per costruirsi una carriera,la coppia riesce a concepire di nuovo. Questa volta Agnes dà alla luce due gemelli. Il primo è un maschio, di nome Hamnet. La seconda è una femmina, di nome Judith. Sembra nata morta. Agnes, quasi con la pura forza di volontà, la richiama alla vita. Pare che l’amore di una madre possa abbia tenuto a bada la morte.Ma questo non accadrà con Hamnet.

I bambini crescono, con la primogenita Susanna che aiuta ad accudire i suoi turbolenti fratelli.Sia Hamnet che Judith sono fantasiosi,giocosi, dispettosi.Ma inseparabili:si divertono a scambiarsi i vestiti e a finire le frasi l’uno dell’altra. La famiglia è unita, nonostante le lunghe assenze del padre. E la promessa di trasferirli nella “casa più grande di Stratford” lascia intendere che l’Eden sia dietro l’angolo. Poi sarà il Tempo della peste in Europa che raggiungerà anche la loro abitazione. Judith sembra essere la vittima del morbo,Agnes le resta accanto, mentre il padre è assente.Ma è Hamnet che quasi va a staccare la Morte dalla sorella e ad andarle incontro lui,come per salvare la sorella.Le sussurra che inganneranno la morte,costringendola a scegliere il bambino sbagliato.“Sarò coraggioso”, ripete Hamnet.Ed il piano funziona fin troppo bene.

Ciò che accade dopo la morte del bambino fa parte della biografia di Shakespeare.Il risultato è comunque devastante, per i personaggi e per il pubblico.Nella sceneggiatura della rappresentazione dell'Amleto la regista fa assumere allo stesso Shakespeare le vesti dello spettro del vecchio Amleto,il Re morto.E nei panni del fantasma del padre di Amleto, durante la prima dell’opera – il volto e il corpo ricoperti di un ceruleo trucco gessoso – il suo Shakespeare attraversa lo specchio e diventa egli stesso un personaggio tragico, che “si agita e si pavoneggia” durante la sua ora sul palco. Anche il resto del cast restituisce l’idea di persone schiacciate dal peso degli eventi.

Di Hamnet si parlerà sicuramente molto nei prossimi mesi,anche per via dell'assegnazione del Premio Oscar,ma dell'interpretazione di Agnes da parte di Jessie Buckley si discuterà anche più a lungo.I suoi silenzi e le sue urla sono magistrali.L’ululato di dolore che lascia esplodere quando capisce che Hamnet è morto è devastante e lacerante.L’affetto che Agnes nutre per i suoi figli e la rabbia che rivolge al marito, per non parlare di un mondo abbastanza crudele da strapparle un bambino, sono misurati in modo da squarciare anche il cuore più duro.Quando poi scopre che il suo taciturno marito ha scritto un’opera che sfrutta il nome del loro bambino,entra al Globe Theatre in uno stato di incredula sospensione,come per opporsi e ribellarsi a quello che ha fatto il marito.Poi,osservando il dramma prendere forma,attraverso un Amleto che ricorda una versione adulta del suo Hamnet,la Buckley riesce a far vedere una luce che si riaccende anche dentro una madre che ha subito quello straziante dolore.

Anche la regista  Chloé Zhao concede nell'ultima scena un momento di liberazione collettiva al pubblico in sala che si immedesima con il pubblico che assiste alla prima dell' "Amleto".L’elevazione emotiva di quella sequenza è travolgente. Hamnet riesce a rendere le parole “buona notte,dolce principe” ancora più lancinanti del solito, e tuttavia ti lascia in uno stato di profondo abbandono emotivo.La morte è inevitabile, ci dice il film, ma l’arte può aiutarci a dare un senso all’assurdo: l’idea che siamo qui un secondo, e svaniti quello dopo.

11 febbraio 2026

CAPIRE LA SOFFERENZA

 





Era un giovedì,quell’11 febbraio 1858, e a Lourdes,quel piccolo paesino a piedi dei Pirenei,faceva molto freddo.Nella casa dei Soubirous era finita la legna da ardere.Così la giovane Bernadette,che aveva solo 14 anni,fu mandata dai genitori,due mugnai che gestivano il mulino di Boly a Lourdes,assieme alla sorella Toinette e a una compagna a cercar rami secchi da ardere nei dintorni del paese.Era verso mezzogiorno quando le tre bambine giunsero vicino alla rupe di Massabielle che formava, lungo il fiume Gave, una piccola grotta.Qui c’era un anfratto naturale che veniva usato come riparo per i maiali,un angolo dove l’acqua faceva depositare sempre legna e detriti per raccogliere i quali bisognava attraversare un canale d’acqua. Toinette e l’amica entrarono scalze nell’acqua fredda, mentre Bernadette,molto delicata e sofferente d’asma,rimase sola.Pensò anche lei di togliersi zoccoli e calze,ma mentre si accingeva a farlo, udì un gran rumore: alzando gli occhi, vide che una quercia si agitava violentemente, nonostante non ci fosse alcun cenno di vento. La grotta si riempì di una nube d’oro, e una splendida Signora apparve sulla roccia. Aveva l’aspetto di una giovane poco piu grande di lei, vestita di bianco, con una fascia azzurra che scendeva lungo l’abito, e portava sulla testa un velo bianco che lasciava di poco intravedere i capelli. Dal braccio pendeva un grande rosario dai grani bianchi,sui piedi nudi brillavano due rose d’oro lucente.D’istinto Bernadette s’inginocchiò e tirò fuori la sua coroncina del Rosario,quasi come per chiedere soccorso.La Signora si unì alla sua preghiera, recitando ad alta voce insieme a Bernadette il Gloria Patri. Quando la giovane terminò il Rosario, la bella Signora scomparve improvvisamente.Tre giorni dopo,il 14 febbraio, Bernadette si sentì chiamata interiormente verso la grotta di Massabielle, con una bottiglietta di acqua benedetta che gettò sulla Vergine durante la nuova apparizione perché, le era stato detto, avrebbe potuto anche essere stato il diavolo a farle uno scherzo.La Vergine si limitò a sorridere al gesto di Bernadette.Poi il 18 febbraio,la Signora parlò e disse alcune parole delicate e cortesi:“Non vi prometto di farvi felice in questo mondo,ma nell’altro.Volete farmi la cortesia di venire qui per quindici giorni”?


Così cominciarono le Apparizioni,che poi alla fine furono 18.La Madonna disse anche a Bernadette di scavare il terreno in quella zona e di bere alla sorgente che sarebbe sgorgata dal terreno.Bernadette lo fece fedelmente e, sebbene ciò la facesse apparire spettinata e sporca di fango, e sgomentasse alcuni dei suoi sostenitori,dando appigli a chi voleva screditare le Apparizioni,la sorgente che sgorgò nella grotta del luogo dell'Apparizione si guadagnò rapidamente una grande reputazione di guarigione,poiché le acque che sgorgavano dalla sorgente provocarono numerose guarigioni miracolose che scienziati e medici in seguito non riuscirono a spiegare con alcun mezzo, e che la Chiesa in seguito certificò come autentiche e di natura miracolosa. Fu l'inizio dei famosi miracoli di guarigione a Lourdes e l'inizio del popolare pellegrinaggio al luogo dell'Apparizione della Madonna,che attirava milioni e più pellegrini ogni anno.

Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Lourdes nel 1862 e fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto.Ma Santa Bernadette dovette affrontare molti dubbi e contestazioni e accuse di dire il falso,ma alla fine la Chiesa riconobbe l'autenticità della visione e dell'Apparizione,celebrandole universalmente come Festa di Nostra Signora di Lourdes, e il sito di Lourdes stesso divenne uno dei luoghi di pellegrinaggio più popolari al mondo.Da allora ogni anno Lourdes è meta di circa 5 milioni di ammalati che invocano protezione e conforto.La Vergine le apparve per ben 18 volte nella grotta,e l’11 febbraio la Chiesa celebra la memoria della Madonna di Lourdes alla quale San Giovanni Paolo II volle associare la Giornata Mondiale del Malato.

“Se avessimo fede,vedremmo il buon Dio in ogni cosa”.Questo pensiero semplice,ma profondo è di Bernadette Soubirous,l’umile fanciulla che l'11 febbraio 1858 affermò di aver visto una “Signora vestita di bianco”. Quella visione segnò l’inizio delle 18 apparizioni che ci sarebbero state nei mesi successivi.

Ricordare Lourdes e Bernadette a quasi 170 anni da quella prima Apparizione vuol dire tornare con il pensiero a quella cittadina nel sud-ovest della Francia,ai piedi dei Pirenei,che ogni anno riceve la vista di milioni di pellegrini,diventata famosa in tutto il mondo, per le apparizioni della Vergine Maria.Apparizioni che iniziarono 4 anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato l’8 dicembre del 1854 da Pio IX.

Bernadette chiamava la Madonna “la Signora”;e proprio la “Signora”,che in seguito si sarebbe identificata come l’Immacolata Concezione, affidò alla giovane dei messaggi rivolti a tutti:inviti alla preghiera,alla penitenza e alla conversione. La Madonna non scelse una persona potente o colta, ma una ragazza povera,e quasi analfabeta come Bernadette Soubirous.Questa scelta ci fa capire quanto sia importante la semplicità e la volontà ad ascoltare e ad accogliere anche i messaggi più grandi.

Quella sorgente d’acqua che la Vergine Maria chiese a Bernadette di scavare a mani nude dalla quale scaturirono nella grotta acque gorgogliose,è diventata un segno forte e ricco di significato.L’acqua richiama la purificazione,la vita nuova,la speranza.Non è solo un simbolo di guarigione fisica, ma soprattutto di guarigione interiore: la possibilità di ricominciare, di affidarsi.Non si va a Lourdes solo per chiedere la guarigione da malattie, ma anche per cercare e iniziare da questo luogo così particolare, un cammino di conversione, per ritrovare quella fede che talvolta si perde o si abbandona,presi dalle troppe preoccupazioni materiali. “Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell’altro.” disse la Bella Signora ai ragazzi.La frase della Vergine sottolinea come la fede non sia una “assicurazione sulla vita” terrena,ma una prospettiva più ampia.Le apparizioni di Lourdes ci portano a riflettere sulla sofferenza,perchè Lourdes è meta di tanti malati portatori di dolore.Lourdes nel tempo è diventato il luogo dei malati, di chi porta nel corpo o nell’anima una ferita.Ma Lourdes non avvengono sempre i miracoli,non c'è la promessa sicura della fine di ogni dolore, ma di sicuro c'è la presenza di una Madre che accompagna, consola e dona senso anche alla prova.La grotta è diventato un luogo dove la sofferenza non viene eliminata,ma condivisa e nobilitata.Come diceva un celebre aforisma:“A Lourdes si va per chiedere la salute, si torna con la forza di sopportare la malattia”. 

Lourdes rimane un luogo di domande aperte. Che si creda o meno al soprannaturale, non si può restare indifferenti davanti alla dignità con cui il dolore umano viene trattato in quella grotta. È un richiamo alla cura dell’altro e alla riscoperta dell’essenziale.A distanza di anni le apparizioni avvenute a Lourdes, non ci raccontano di un evento misterioso del lontano passato,ma continuano a interrogare l’uomo dei nostri tempi,ma soprattutto sembrano dopo più di un secolo e mezzo, a ricordarci che la fede nasce dall’umiltà,cresce nella preghiera e si manifesta nella carità e nella speranza, soprattutto verso chi soffre.

01 febbraio 2026

FEBBRAIO,IL TEMPO DEL RISVEGLIO




Ogni anno, mentre mi accorgo che Febbraio

è pieno di pulsioni e che per pudore cerca di nasconderle,

spuntano i primi fiori gialli della mimosa.

Essa sembra dipinta nella cornice della finestra

di quella della casa in cui abitavo da giovane

e di questa dove vivo la vecchiaia.

Mentre mi avvicino alla morte,

sarà il segno che nessuna cosa muore davvero

Se poi ritorna sotto altra forma?

O finalmente scoprirò che la morte

esiste solo in apparenza (è solo fisica)?

“Febbraio” è una poesia di Giuseppe Ungaretti che fa parte di un racconto più lungo,una sorta di bilancio esistenziale in versi dove dominano i temi dell'inverno,del senso della vita e della morte,della capacità della natura di auto rigenerarsi e dell'innocenza perduta.

Così il secondo mese dell'anno offre all'autore lo spunto ideale per riflettere sulle questioni che lo presero e lo coinvolsero sempre nella sua speculazione intellettuale,questioni che rimasero sempre in una tensione tra il filosofico e il religioso."Febbraio" di Giuseppe Ungaretti è la poesia perfetta per celebrare il mese appena cominciato, non solo perché infonde un grande senso di pace, ma soprattutto per il messaggio di speranza che trasmette,e cioè che no,la morte non è solo la conclusione di un percorso esistenziale e la fine di tutto.

Infatti in un testo piuttosto breve ma più discorsivo,il poeta originario di Alessandria d’Egitto affronta la tematica che gli è più cara,ovvero la caducità della vita e la certezza della morte; quest’ultima,tuttavia,non è vista in maniera del tutto negativa e che non dà senso all'esistere umano come può sembrare e come di solito la riteniamo,bensì l’inizio di un’altra parte dell’esistenza, misteriosa ma forse addirittura migliore dell’altra.

Febbraio è Il culmine dell’inverno già foriero però della primavera prossima a venire;febbraio,che poi è anche il mese di nascita del poeta, è per Ungaretti il momento ideale per chiudersi nei propri pensieri e abbandonarsi alle considerazioni esistenziali intorno a cui si incentra la sua produzione letteraria.

La poesia "Febbraio",contrariamente a quella che fu tutta la sua produzione poetica,è uno dei componimenti meno ermetici di Ungaretti e fra i più positivi per quanto riguarda la sostanza di ciò che comunica al lettore.La struttura compositiva è chiaramente classica,ed è strettamente funzionale al ragionamento filosofico/religioso che vi si espone.Tutto il brano supporta le considerazioni del poeta,ponendo in risalto le conclusioni che l’autore trae,cioè che la vita è più forte della morte.

Il mese di febbraio  viene paragonato nella poesia ad un adolescente che,vergognandosi delle proprie pulsioni vitali (sensitivo),reagisce cercando di nasconderlo in continui e repentini cambiamenti del clima (torbido); la mimosa che inonda di giallo,quindi con colori vivaci e solari,l’ambiente ancora immerso nel grigiore invernale,rappresenta uno sprazzo di vita che squarcia le tenebre della morte,mentre il fatto che proprio questo piccolo,umile fiore fiorisca sempre uguale, nella casa della giovinezza come in quella della vecchiaia,quasi negli anni rimanesse la stessa,acuisce il senso di perpetuità e ciclicità proprio di tutto ciò che è naturale.

Il poeta interpreta questa evidenza come il segno che nessuna cosa muore veramente e, forse, neanche gli esseri umani,che pure alla natura appartengono.Oppure la morte riguarda solo la parte fisica e materiale (apparenza), ma non intacca la sostanza di persone e cose, che invece continua a vivere.Perchè è qui il messaggio di positività e speranza di "Febbraio":la morte non uccide l’anima e non è la fine della vita.

E non a caso Ungaretti scrive Febbraio in età matura, quando il suo lungo e tortuoso viaggio interiore alla scoperta dell’autenticità della vita si è da tempo concluso trovando nel Dio cristiano l’agognato approdo dell’anima.Nel cattolicesimo il poeta coglie non solo il dissolvimento dei mille dubbi che lo assillavano da sempre,ma vi riconosce anche l’unico balsamo capace di lenire la sua radicata inquietudine caratteriale.

Nell’ultimo Ungaretti,infatti,la tematica esistenziale continua ad essere dominante,ma è più serena,pacata,priva dell’angoscia che invece pervade le opere precedenti.Una nuova e consapevole maturità compensa la fragilità dovuta agli anni che avanzano e dona all’artista una pace in passato sconosciuta.In prossimità della vecchiaia il pensiero della morte si fa più insistente, ma trova anche risposte inattese, cariche di speranza e positività, come prima non sarebbe stato possibile.

Anche le stimolazioni dei sensi giocano un ruolo fondamentale in "Febbraio" e stimolano il raccoglimento e la meditazione.Nel secondo mese dell’anno, infatti, l’inverno raggiunge il suo picco massimo,ma già si prepara l’arrivo della primavera,che con la sua luce e i suoi colori è vista classicamente come il tempo della speranza.Proprio al culmine del buio,dunque,la luce comincia lentamente a farsi strada.E allora ecco che nella desolazione del paesaggio circostante quel fiore,la mimosa,fiorisce ancora e come un lampo la vita di nuovo rinasce,l’albero non è più spoglio, l’oscurità si rischiara.

E allora il poeta si chiede:e se la morte non esistesse? Se tutto fosse, anche noi, un’eterna rinascita?Come la mimosa, che ogni anno rifiorisce sempre uguale a se stessa.Oppure, prosegue Ungaretti, la morte potrebbe riguardare solo l’apparenza, non la sostanza, creata per essere eterna.La morte è naturale e inevitabile,ma potrebbe non essere la fine di tutto come temiamo, mentre la risposta su cosa ci sia dopo di essa, potremmo trovarla semplicemente guardandoci intorno, scoprendo al contempo che non è affatto negativa o terribile come pensiamo.

Ovviamente nessun uomo, neppure Ungaretti, ha la risposta ai grandi dilemmi che ci accompagnano fin dalla notte dei tempi, ma il messaggio di speranza racchiuso in Febbraio è potente e bellissimo.