Il 16 febbraio di quest'anno sono 100 gli anni trascorsi dalla morte di Piero Gobetti.Gobetti morì a soli 25 anni,a causa delle complicazioni di salute derivanti da un violento pestaggio subito dagli squadristi fascisti a Torino nel settembre dell'anno prima.Dopo il durissimo e brutale pestaggio,Gobetti fu convinto a partire esule per la Francia,ospite di altri antifascisti italiani,ma non si riprese mai più dalle percosse brutali ricevute che avevano aggravato un quadro clinico già precario.
100 anni fa,dunque,moriva a Parigi Piero Gobetti,giovane intellettuale,editore e pensatore politico,stroncato dalle violenze fasciste(era nato a Torino il 19 giugno 1901).Ma, nonostante la brevità della vita,il suo pensiero continua ancora oggi a interrogarci,a stimolare riflessioni,a porre domande scomode sulla politica,sulla cultura,sul concetto stesso di libertà.
Il suo liberalismo rivoluzionario,la sua denuncia dell’immobilismo delle classi dirigenti e la sua concezione della cultura vista come atto politico,ci offrono una chiave di lettura straordinariamente attuale per comprendere le sfide del presente.
Fu pensatore scomodo,radicale,non conformista e fu anticipatore di molte delle questioni che ancora oggi animano il dibattito democratico.Piero Gobetti concepì prima di tutti e meglio di tutti la libertà non come graziosa concessione,ma come conquista continua,processo di emancipazione singola e collettiva che passa attraverso il conflitto e la lotta,e vide la cultura come momento formativo,etico e di responsabilità individuale.
Formidabile,quella breve vita.Fin dagli anni giovanili,manifestò un'accesa sensibilità e un'acuta attenzione verso le trasformazioni politiche e sociali del suo tempo.Nel 1918,a soli 17 anni,fondò la rivista Energie Nove,che fu subito uno spazio di confronto e sperimentazione culturale in cui iniziò a delineare le coordinate del suo pensiero.
Fu però nel 1922,con la nascita dell'altra sua rivista,"La Rivoluzione Liberale",che il suo ruolo di intellettuale militante si definì appieno.
Quest'ultimo settimanale divenne rapidamente il punto di riferimento per un antifascismo che andava oltre la pura opposizione politica, radicandosi in una profonda riflessione sulla crisi strutturale dell'Italia.La sua denuncia del fascismo,individuato non come una semplice parentesi autoritaria,ma come la manifestazione più compiuta del conformismo e della debolezza della borghesia italiana(grandiose a questo proposito sono le parole de "L'elogio della ghigliottina" dove Gobetti definì il fascismo come "autobiografia della Nazione")attirandosi,di conseguenza,persecuzioni e violenze.
Ed infatti il regime lo identificò presto come un nemico pericoloso:la sua casa editrice venne ripetutamente attaccata dagli squadristi fascisti,i suoi scritti censurati,lui stesso fu vittima di ripetute aggressioni fisiche. In particolare,violentissima fu l'aggressione e la perquisizione della sua abitazione subite il 9 giugno del 1924 su diretto interessamento di Mussolini,come dimostrò il carteggio intrattenuto con il prefetto di Torino Enrico Palmieri(lo stesso duce scrisse il 1 giugno 1924 di suo pugno un telegramma al prefetto di Torino chiedendo di "vigilare per rendere nuovamente difficile vita" a Gobetti,definito come un oppositore fastidioso).Nello stesso periodo si alimentava la brutale spirale di violenza nei confronti di tutti gli oppositori del regime e il giorno dopo la violenta perquisizione dell'abitazione di Gobetti,cioè il 10 giugno 1924,scomparve a Roma il deputato socialista Giacomo Matteotti.Si scoprì solo mesi dopo che Giolitti era stato rapito dalle squadracce fasciste,poco distante dalla sua abitazione romana,sul lungotevere Arnaldo da Brescia.I fascisti lo avevano prelevato con la forza e caricato in auto,nella quale fu massacrato di botte fino alla morte.Il cadavere di Matteotti fu ritrovato solo dopo 2 mesi dopo l'omicidio,e precisamente il 16 agosto 1924,a pochi chilometri dalla Capitale,in una buca,piegato in due e coperto di foglie e terriccio.
La libertà come conflitto,questo Piero Gobetti vedeva nel liberalismo:non un semplice sistema di norme e regole di governo,ma una forza di trasformazione radicale.La sua era una visione che rifiutava il compromesso con le vecchie élite e mirava a costruire una nuova morale ed etica pubblica,fondata sul conflitto e sulla responsabilità individuale e sulla cultura vista come palingenesi etica e morale.
Proprio perciò il suo pensiero si discostava decisamente dal liberalismo italiano dell’epoca,spesso ridotto a una difesa conservatrice dello status quo.Gobetti non credeva in un liberalismo elitario e passivo,ma in un liberalismo che fosse lotta,forza dirompente e rivoluzionaria capace di trasformare la società attraverso il conflitto e l’assunzione di responsabilità.
Mai,per Gobetti sarebbe stato possibile concepire la libertà come graziosa concessione dall’alto,ma sempre come il frutto di una maturazione culturale e politica che doveva coinvolgere l’intera società e responsabilità individuale.
Questo fu il motivo che lo portò a guadare con interesse ed attenzione al movimento operaio e alla sua forza culturale propulsiva e innovatrice,perchè capace di scuotere l’Italia dalla sua stagnazione politica ed economica.Pur non essendo socialista né comunista,vedeva nella lotta di classe un elemento importante per la maturazione democratica del Paese e un’opportunità per risvegliarlo dalla passività di una borghesia approfittatrice ed opportunistica,che lui definiva “una classe senza rivoluzione, senza dignità,senza orgoglio”,incapace di assumere il ruolo guida che in altri contesti storici aveva avuto.
Questa considerazione della classe operaia lo fecero avvicinare, pur nelle profonde differenze,ad Antonio Gramsci. Ma se per il pensatore marxista la rivoluzione passava attraverso l’egemonia culturale del proletariato,per Gobetti il cambiamento non poteva non avere il suo centro che nell’individuo,nella sua capacità di pensare autonomamente e di agire contro ogni forma di oppressione.Entrambi, però, condividevano la convinzione che nessuna trasformazione sociale potesse avvenire senza un profondo mutamento culturale.Che la cultura fosse,cioè,capace di apportare mutazioni etiche e morali.
Il fascismo come sintomo dei mali del Paese,come "autobiografia della nazione" e la cultura come resistenza morale e politica.Questa fu la visione originale e geniale di Gobetti.Egli fu uno dei primi a comprendere che il fascismo non era un incidente della storia,ma il prodotto di debolezze strutturali dell'Italia post-unitaria.Nel 1922,all’indomani della marcia su Roma,scrisse parole profetiche:il fascismo non era un fenomeno capitato in Italia all'improvviso,un fulmine a ciel sereno,ma l’espressione più compiuta della mentalità autoritaria e servile della borghesia italiana.
Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica,giungere a un punto in cui,fatto l’appello nominale,tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria,come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale.(....).L’attualismo, il garibaldinismo,il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere;né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberistii(....).La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio.Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi.C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo,per un certo senso,i disperati sacerdoti.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che (indichiamo)come provinciale(....).Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci,se venisse l’ora dei conti.Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità,della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. (....)pubblicammo nel febbraio del 1922 "La Rivoluzione Liberale" con fiducia verso la lotta politica che(...)tuttavia sorgeva.In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea,per un interesse(...)!
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che (indichiamo)come provinciale(....).Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci,se venisse l’ora dei conti.Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità,della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. (....)pubblicammo nel febbraio del 1922 "La Rivoluzione Liberale" con fiducia verso la lotta politica che(...)tuttavia sorgeva.In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea,per un interesse(...)!
La sua opposizione al regime non si limitò alla denuncia politica: Gobetti capì che il fascismo non si sarebbe potuto combattere solo con la resistenza militante,ma attraverso un’opera di profonda rigenerazione morale e culturale.Bisognava colpire le radici del problema:il conformismo,la paura del conflitto,l’apatia civile.Infatti Gobetti concepiva la cultura non come un esercizio intellettuale fine a sé stesso, ma come un atto politico, un mezzo per forgiare una nuova classe dirigente capace di superare le contraddizioni della società italiana.
Convinto che la libertà non era mai una concessione, ma una conquista che esigeva educazione,consapevolezza e spirito critico, fece della sua rivista, La Rivoluzione Liberale, non solo un luogo di dibattito,ma un laboratorio di idee militanti,in cui si intrecciavano riflessioni politiche,critiche sociali e analisi economiche.Pubblicò autori come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, ma anche Pirandello e Dostoevskij, convinto che la letteratura, la filosofia e l’arte fossero strumenti essenziali per scuotere le coscienze.Questa lucida intransigenza lo rese un bersaglio per la violenza squadrista.Ma nemmeno le aggressioni riuscirono a piegarne lo spirito:sino all’ultimo,proprio per quella sua lucida fede liberale,proprio con serena coscienza ascetica,continuò a scrivere,pubblicare e pensare.La sua morte prematura privò l’Italia di una delle menti più brillanti della sua generazione,ma mai ne ha spento il messaggio.
A un secolo dalla sua morte, la figura di Gobetti continua a essere un punto di riferimento per chiunque creda in una politica basata sul pensiero critico,sulla libertà e sulla responsabilità.In un’epoca segnata dalla superficialità e dalla banalità dell’informazione,dall’erosione del pensiero critico,la sua lezione è necessaria più che mai:la cultura non è un lusso,ma una necessità per la democrazia.Il suo liberalismo rivoluzionario è un invito a riscoprire la bellezza della libertà come lotta,crescita e formazione di autocoscienza e responsabilità.Il suo antifascismo, mai retorico,ci ricorda che le derive autoritarie non sono un mero accadimento della Storia,ma prosperano e si affermano se la società abdica al proprio ruolo critico.La sua idea della cultura come resistenza è un monito in un’epoca dominata dall’infotainment(cioè quel sistema integrato tra informazione o presunta tale,e intrattenimento spesso sguaiato e gridato da talk show)e dalla superficialità e approssimività dei social media. Gobetti ci ricorda invece che il pensiero critico richiede impegno, fatica e il coraggio di essere minoranza.
In questi nostri giorni il “liberalismo” viene da un lato visto come difesa del capitalismo senza regole e dall’altro viene rifiutato come semplice tutela dei privilegi delle élite.Ed è qui che arriva il messaggio del liberalismo gobettiano.Il Liberalismo rivoluzonario di Gobetti ci arriva come provocazione che ci invita a riscoprire un liberalismo che sia davvero strumento di emancipazione sociale,capace di affrontare le sfide contemporanee,come l’aumento delle disuguaglianze,la crisi della democrazia, il ritorno di pulsioni autoritarie.E l’eredità di Gobetti rappresenta un richiamo potente alla responsabilità intellettuale. La libertà, come lui ci ha insegnato, non è mai garantita una volta per tutte:va conquistata ogni giorno,con il pensiero e con l’azione e con il sacrificio personale,come lui ci ha mostrato.
Rileggere oggi,a 100 anni dalla morte,Piero Gobetti significa riscoprire un pensiero che sfida le facili categorie ideologiche, che rifiuta il conformismo e che esige una politica fondata sulla responsabilità e sulla libertà.La sua breve vita è il manifesto di un’idea di libertà che non si accontenta della tolleranza passiva, ma che esige trasformazione e coraggio.La libertà non è mai garantita una volta per tutte,ma deve essere riconquistata ogni giorno,con il pensiero e con l’azione e con il sacerdozio dell'intransigenza morale.Se ne andò a soli 25 anni quel "prodigioso giovinetto",che era stato capace di cambiare la cultura italiana.Oggi lo ricordiamo non solo come una vittima, ma come un maestro di intransigenza intellettuale che non ha mai smesso di guardare al futuro.A un secolo dalla sua scomparsa a Parigi, Gobetti ci ricorda che essere liberi significa innanzitutto non cedere al servilismo e al conformismo.La sua "rivoluzione liberale" resta una sfida aperta per le coscienze di oggi,quelle non disposte a svendersi.
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