14 febbraio 2026

HAMNET - NEL NOME DEL FIGLIO

 






Lei è una donna che si sente pienamente a casa nel bosco,nel mondo naturale, capace di raggomitolarsi sul suolo della campagna inglese,quasi a formar corpo unico con essa e dotata di un talento innato per la falconeria(non a caso è questa la prima scena del film).Lui è un giovane insegnante di latino,poco più che adolescente, che lavora duramente per pagare i debiti del padre.Si incontrano fuori da un giardino vicino alla scuola dove lui insegna:un giorno addirittura il ragazzo lascia una lezione pur di raggiungerla.La scintilla è immediata,incendiaria.Si sposano,hanno tre figli,e vivranno la peggior tragedia che un genitore possa immaginare,la morte del figlio maschio Hamnet,fratello gemello dell'altra figlia Judith.Ma da questo dolore nascerà un’opera d’arte che rimane, ancora oggi, un punto di riferimento assoluto.Il nome di quella ragazza era Anne,anche se tutti la chiamano Agnes. Il suo è William, e divenne presto uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi.

Ecco,questa è la famiglia Shakespeare.E "Hamnet",il film da qualche giorno nelle sale,tratto dal romanzo della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell "Nel nome del figlio – Hamnet" del 2020,è il racconto cinematografico che ne ha fatto la regista cinese Chloé Zhao.


che immagina la relazione tra il Bardo e sua moglie come una storia intima di desiderio,compromesso,gioia,risentimento,dolore. In una parola:un matrimonio. Il libro(come del resto il film)si concentrano sull'evento che più segnò le loro vite,la morte del figlio undicenne Hamnet,e su come quella perdita incolmabile spinga William a scrivere la storia di un principe malinconico in crisi esistenziale.L’opera porta il nome del ragazzo (Hamnet e Hamlet erano praticamente sinonimi,anzi lo si dice all'inizio del film)e consacra l’eredità di Shakespeare.
La O’Farrell ha scritto un romanzo che radica la storia di questa celebre coppia nel reale travaglio d’amore e nel peso del lutto.Persino l’uomo che ha scritto immortali monologhi romantici,che hanno attraversato i secoli,riusciva comunque a far infuriare sua moglie in maniera impressionante.

Il film è un fedele adattamento allo schermo del romanzo,tanto da essere capace di restituire la stessa intensità di dolore che si prova nel leggere il libro e non a caso la regista  Chloé Zhao  ("Nomadland" "Terra di nomadi" del 2020,"Eternals" del 2021,"The Rider" del 2017 alcuni fra i suoi film più conosciuti e premiati)ha voluto che Maggie O’Farrell stessa fosse coinvolta come co-sceneggiatrice.Eppure nonostante quell’interpretazione rigorosa e commovente,il film riceve una forza e un sentimento nuovo dal modo con cui Chloé Zhao racconta e incanala la sofferenza nel proprio lavoro,trovando,nel contempo,la forza di andare avanti nonostante la tragedia del bambino.E l'interpretazione di Jessie Buckley nei panni di Agnes,fà assumere alla narrazione livelli veramente elevati.

"Hamnet – Nel nome del figlio" di Chloé Zhao in Italia è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e,a parere di alcuni critici,è destinato a essere sicuramente una delle esperienze più strazianti in questa stagione cinematografica ed anche uno dei film candidati all'Oscar.Ma esso,pur parlando di morte,ha molteplici slanci ed impeti di vita,di rinnovamento e rinascita.La stessa scomparsa del giovane Hamnet se è stata,per Shakespeare,un'esperienza drammatica è stata anche il seme da cui nacque un capolavoro.Allo stesso modo il film.

La regista e sceneggiatrice del film Chloé Zhao due volte premio Oscar nel 2021(miglior regista e miglior film per il citato "Nomadland")ha sempre avuto un istinto acuto per gli spazi aperti,i territori e il modo in cui le persone si muovono dentro i loro ambienti.Aveva già sviluppato queste tematiche in altri suoi film come "The Rider",ambientato nel South Dakota oppure nelle strade secondarie e nelle aree di sosta d’America ("Nomadland").Ed è proprio questo anche il vivere di Agnes,che sin dalle prime scene del film appare come una creatura della Terra,quasi fusa con il fogliame che la circonda; più avanti, darà alla luce la loro primogenita ai piedi di un albero,lontana da stanze claustrofobiche e da folle di corpi.

Will, invece – interpretato con grande sensibilità da Paul Mescal-è uno che si sente più a casa alla scrivania,con solo una candela a illuminarlo lungo il pericoloso processo creativo.Questo Shakespeare è cupo, irascibile, a tratti egocentrico, incline a bere troppo e a crogiolarsi nell’autocommiserazione.Will lotta contro la propria famiglia d'origine,in particolare contro un padre ingrato.Ed anche Agnes desidera liberarsi dalla propria condizione, nonostante il tenero attaccamento al fratello Bartholomew. Quando rimane incinta,i due sfidano la volontà delle rispettive famiglie diffidenti e si sposano.Nasce una figlia.Con il tempo, nonostante i lunghi soggiorni di Shakespeare a Londra per costruirsi una carriera,la coppia riesce a concepire di nuovo. Questa volta Agnes dà alla luce due gemelli. Il primo è un maschio, di nome Hamnet. La seconda è una femmina, di nome Judith. Sembra nata morta. Agnes, quasi con la pura forza di volontà, la richiama alla vita. Pare che l’amore di una madre possa abbia tenuto a bada la morte.Ma questo non accadrà con Hamnet.

I bambini crescono, con la primogenita Susanna che aiuta ad accudire i suoi turbolenti fratelli.Sia Hamnet che Judith sono fantasiosi,giocosi, dispettosi.Ma inseparabili:si divertono a scambiarsi i vestiti e a finire le frasi l’uno dell’altra. La famiglia è unita, nonostante le lunghe assenze del padre. E la promessa di trasferirli nella “casa più grande di Stratford” lascia intendere che l’Eden sia dietro l’angolo. Poi sarà il Tempo della peste in Europa che raggiungerà anche la loro abitazione. Judith sembra essere la vittima del morbo,Agnes le resta accanto, mentre il padre è assente.Ma è Hamnet che quasi va a staccare la Morte dalla sorella e ad andarle incontro lui,come per salvare la sorella.Le sussurra che inganneranno la morte,costringendola a scegliere il bambino sbagliato.“Sarò coraggioso”, ripete Hamnet.Ed il piano funziona fin troppo bene.

Ciò che accade dopo la morte del bambino fa parte della biografia di Shakespeare.Il risultato è comunque devastante, per i personaggi e per il pubblico.Nella sceneggiatura della rappresentazione dell'Amleto la regista fa assumere allo stesso Shakespeare le vesti dello spettro del vecchio Amleto,il Re morto.E nei panni del fantasma del padre di Amleto, durante la prima dell’opera – il volto e il corpo ricoperti di un ceruleo trucco gessoso – il suo Shakespeare attraversa lo specchio e diventa egli stesso un personaggio tragico, che “si agita e si pavoneggia” durante la sua ora sul palco. Anche il resto del cast restituisce l’idea di persone schiacciate dal peso degli eventi.

Di Hamnet si parlerà sicuramente molto nei prossimi mesi,anche per via dell'assegnazione del Premio Oscar,ma dell'interpretazione di Agnes da parte di Jessie Buckley si discuterà anche più a lungo.I suoi silenzi e le sue urla sono magistrali.L’ululato di dolore che lascia esplodere quando capisce che Hamnet è morto è devastante e lacerante.L’affetto che Agnes nutre per i suoi figli e la rabbia che rivolge al marito, per non parlare di un mondo abbastanza crudele da strapparle un bambino, sono misurati in modo da squarciare anche il cuore più duro.Quando poi scopre che il suo taciturno marito ha scritto un’opera che sfrutta il nome del loro bambino,entra al Globe Theatre in uno stato di incredula sospensione,come per opporsi e ribellarsi a quello che ha fatto il marito.Poi,osservando il dramma prendere forma,attraverso un Amleto che ricorda una versione adulta del suo Hamnet,la Buckley riesce a far vedere una luce che si riaccende anche dentro una madre che ha subito quello straziante dolore.

Anche la regista  Chloé Zhao concede nell'ultima scena un momento di liberazione collettiva al pubblico in sala che si immedesima con il pubblico che assiste alla prima dell' "Amleto".L’elevazione emotiva di quella sequenza è travolgente. Hamnet riesce a rendere le parole “buona notte,dolce principe” ancora più lancinanti del solito, e tuttavia ti lascia in uno stato di profondo abbandono emotivo.La morte è inevitabile, ci dice il film, ma l’arte può aiutarci a dare un senso all’assurdo: l’idea che siamo qui un secondo, e svaniti quello dopo.

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