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10 agosto 2026

LIVIO BERRUTI, LA LEGGENDA GENTILE




Scarpe e calze bianche,gli occhiali da sole e una corsa che sorride, elegante,quasi gentile:Livio Berruti è entrato così nella storia del nostro sport, vincendo l’oro dei 200 ai Giochi Olimpici di Roma ’60. Forse l’oro più bello perché conquistato a sorpresa, davanti ai mostri americani, col record del mondo (eguagliato per due volte nel giro di due ore) nell’Olimpiade di casa, che resta un punto di svolta nella nostra storia.
A testimoniare l'eccezionalità di quella vittoria fu anche il fatto he Berruti fu il primo europeo a vincere sulla distanza classica (quella dell’antico “stadion” dei Giochi di Olympia era di 192,28 metri).Ma qualche giorno fa anche quell'uomo gentile,colto e intelligente,se ne andato per sempre.Ci ha lasciati a 87 anni nella sua città,Torino,dove viveva con la moglie Silvia,e se ne è andato in punta di piedi,quasi così come correva.La vita per lui si era complicata da tempo.Camminava e parlava a fatica,ma la sua testa è rimasta lucida e velocissima.Fino alla fine.

Figlio di una buona famiglia torinese,aveva fatto studi regolari.Liceo classico al Cavour,poi studente di Chimica all’Università di Padova quando, a 21 anni,si trovò a correre verso il suo destino che lo avrebbe reso famoso,una leggenda per molti italiani.Era un ragazzo brillante e di rara intelligenza quando si avvicinò allo sport alla metà degli Anni '50.A lui,per la verità,piaceva il tennis,ma il professore di educazione fisica del Liceo Cavour,che lo vide alto e smilzo,lo indirizzò verso l’atletica leggera,salto in alto e salto in lungo.Però lui era già autonomo e pensava da solo senza farsi condizionare.Finisce così che riesce a battere il più veloce del liceo nel cortile della scuola e quella diventa la sua strada. 

Ci vuole poco perchè Livio diventi presto il migliore dei giovani italiani sui 100 metri, ma la sua corsa sciolta e naturale gli consente di accarezzare le curve ed essere quindi anora più adatto ai 200.Il padre non voleva che corresse i 200 metri,ritenendo il figlio "troppo giovane ed esile per(...)uno sforzo troppo impegnativo".Ma Livio,anche a soli 17 anni,pensava già di testa sua.Nel 1957,a 18 anni,vince i titoli italiani dei 100 e 200 e diventa la grande speranza per le Olimpiadi di Roma ’60,il più grande evento sportivo che l’Italia abbia mai ospitato.Nel 1959 corre i 200 con tempi che lo avvicinano ai giganti americani.Il miracolo vero si realizza poi ai Giochi di Roma.Berruti corre in quell’atmosfera magica e va oltre ogni aspettativa.Il 3 settembre 1960,alle 16, si ritrova in semifinale contro tre primatisti del mondo,l’inglese Radford e gli americani Norton(grande favorito della vigilia)e Johnson.Tutti e tre avevano corso pochi mesi prima in tempi record,ma Livio li batte tutti,eguagliando pure il record del mondo.

Berruti era persona metodica,riflessiva e tranquilla.Prima della finale dei 200 metri che poi gli varranno l'oro,mentre gli avversari provano e riprovano le partenze, Livio ammazza il tempo con,è proprio il caso di dire calma "olimpica",ripassando il suo libro universitario per l'esame di chimica.Solo dopa prova le sue scarpe da corsa.L’Adidas era pronta a dargli un lauto premio se avesse usato le scarpe con le strisce,ma lui scelse le Valsport, che erano più pesanti,perché,con una punta di narcisismo,pensava che stavano meglio con le calze bianche che lui portava sempre.Questo è anche il simbolo dell’Italia del miracolo economico italiano,di una Italia che rinasce dalle macerie del secondo dopoguerra,con le proprie industrie e con la vecchia lira che per un periodo divenne una moneta forte e credibile.Ed è l'Italia di quelle altre immagini del Festival di Sanremo del 1958: Domenico Modugno allarga le braccia, canta “Volare” e l’Italia si scopre ottimista e spensierata.

E poi,solo 2 anni dopo,l'immagine dell'Italia che rinasce è proprio quella del 3 settembre 1960.La data dell'oro nei 200 metri di Livio Berruti.Sono le 18, il cielo di Roma si prepara per il tramonto e il torinese Livio Berruti che vola a vincere nello stupore generale quella gara,sembra quasi che tutti gli italiani abbiano volato,corso e vinto insieme a lui,cantando quella canzone di Modugno di 2 anni prima,volando tutti nel blu dipinto di blu,felici di stare lassù,nei vertici sportivi ed eonomici di quell'Italia di quegli anni d'oro,sportivi e sociali.

A quasi cent’anni dalla nascita,nel 1861,l’Italia tra Modugno e Berruti vive il suo tempo migliore,ogni cosa sembra possibile,il futuro non fa più paura,anzi.Durerà poco,e verranno presto gli anni bui della crisi economica,delle stragi,e degli "anni di piombo".Ma è proprio con Berruti che l'Italia visse una felicità unica e non più rivissuta,perché l’oro di Pietro Mennea a Mosca nel 1980 non creerà le stesse suggestioni extra-sport,sarà un momento di stacco e stop.Non per colpa di Mennea,certo, quell’Italia era intristita e appesantita dal terrore.

Quelli di Berruti,invece,erano anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di "Volare".E nel famoso Ristorante Doney,in Via Veneto,cuore storico della dolce vita romana,si vedevano spesso Anna Magnani e Renato Salvatori e si incontravano scrittori e attori come Ennio Flaiano e Franca Valeri, Laura Betti e Alberto Arbasino e solo un tavolo più in là era facile vedere Saul Bellow.La "Dolce vita",quel film di Fellini restato nella storia,ha istituzionalizzato la Belle Époque sfavillante,mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta:Pasolini è atteso dai primi provini di "Accattone",Dino Risi sta girando "Una vita difficile" con Alberto Sordi,in quella che è ormai la Hollywood italiana,cioè Cinecittà.Pure lo scrittore americano John Fante viene attratto dalla Città Eterna,o meglio dai dollari che gli promette Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi.

Lui nelle frequenti lettere che scrive dall'Italia  alla moglie così dice:«Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso,quasi soffocante.Il cielo è squisito,attraversato da nuvole bianchissime, accecanti».

Oggi,con la morte di Berruti si dissolve un’idea di Italia che non esisteva in realtà già da da molto tempo,un'Italia che lavorava e che innovava,che costruiva grandi infrastrutture nazionali,come la Autostrada A1 che collegava Napoli a Milano,e quindi il Nord con il Sud e l'intero Paese,ora che tutti potevano permettersi una "500" o una "600" della Fiat.Un'Italia che era pure capace di divertirsi con poco e con misura,con una politica credibile e capace di fare scelte e non,come accade oggi,con una politica(e una stampa)sguaiata e urlata.

Eppure proprio in quell'Olimpiade di Roma del 1960 Berruti si ritrovò al centro di un pettegolezzo innocente,per una relazione candida,se osservata con i parametri del gossip di oggi.Lo fotografarono in atteggiamenti affettuosi con Wilma Rudolph,sprinter statunitense che a Roma vinse tre ori.Lo stesso Berruti spiegò poi che:"era nata una certa simpatia tra noi. Passeggiavamo per il villaggio mano nella mano. Un flirt innocentissimo che non ebbe alcun seguito".Si ravvisava sempre un pò di malinconia quando Berruti raccontava di Wilma,perchè in quell’Italia prospera,però bacchettona e razzista quella storia fece discutere,perché Wilma era nera ed erano trascorsi appena 5 anni dal giorno in cui Rosa Parks,una sarta dell’Alabama,si rifiutò di cedere a un bianco il posto sull’autobus,come il regolamento prescriveva.E il film “Indovina chi viene a cena?”,che raccontava l’amore tra una bianca statunitense di buona famiglia e un medico afroamericano, sarebbe uscito soltanto 7 anni dopo,nel 1967.

Wilma e Livio si sarebbero rivisti negli anni successivi,ma sempre di sfuggita,e poi lei si era sposata più volte con 4 figli, a neppure trent’anni.Le cronache del 1969 raccontano che Wilma fu costretta a impegnare gli ori di Roma per pagare le cure a uno dei suoi bambini,ammalatosi gravemente.Era un'atleta vincente la Rudolph nello sport ma tanto sfortunata nella vita.Bambina,venne colpita dalla poliomielite e rischiò di restare zoppa.Adulta, morì a soli 54 anni,nel 1994,per un tumore al cervello.

Con la Rudolph si può dire che fu un amore mancato.Ma con altri Livio Berruti ebbe rapporti ben più complicati e Pietro Mennea fu uno di questi."Complicato",per non dire di peggio.In realtà non ci fu mai intesa tra i due più grandi sprinter italiani del Novecento,se non addirittura antipatia.In un’intervista Berruti disse:«Pietro era chiuso,scontroso,suscettibile:eravamo agli antipodi(....)La sua chiusura era caratteriale.Considerava il mondo un nemico e per dare il meglio doveva sentirsi solo contro tutti».E tuttavia Berruti considerò sempre Mennea un masochista delle piste,ne apprezzava la mostruosa forza di volontà, gli allenamenti sempre al di sopra dei suoi limiti, ma non mancava di far notare(con un pizzico di veleno)che a Roma '60 lui, Livio,aveva battuto gli statunitensi,mentre a Mosca 1980,nei 200 dell’oro di Mennea,gli americani non c’erano per protesta contro l'URSS,che aveva invaso l’Afghanistan.

Anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di "Volare" di Domenico Modugno al Festival di Sanremo e l’aria decadente di" Sapore di sale" di Gino Paoli,e che hanno il loro centro esatto in quel 3 settembre 1960.Nel famoso Ristorante Doney,in via Veneto,cuore della "dolce vita" romana,si vedono quasi ogni sera Anna Magnani e Renato Salvatori e nella stessa via Veneto si incontrano attori e scrittori come Ennio Flaiano e Franca Valeri,e Laura Betti e Alberto Arbasino,mentre solo qualche tavolo più in là c'era Saul Bellow.Da pochi mesi,quel film,"La dolce vita" di Federico Fellini ha istituzionalizzato quella Belle Époque sfavillante,mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta:Pasolini è ai primi provini di "Accattone" e Dino Risi sta girando "Una vita difficile" con Alberto Sordi,e Cinecittà è diventata un pò la Hollywood italiana.Lo scrittore americano John Fante,"incoraggiato" dai dollari promessi da Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi,scrivendo alla moglie dice:«Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso,quasi soffocante».

Forse, tutta questa gente ancora non si rende conto di essere capitata nel bel mezzo del Boom economico,detto anche “miracolo italiano”: una definizione che sembra suggerire un che di accidentale.Sarà stata tutta fortuna,magari;ma sta di fatto che in 5 anni,dal 1958 al 1963,l’Italia passa da essere un paese contadino,arretrato e semidistrutto dalla guerra a vantare un tasso di incremento del reddito del 7 %,tra i 7 Paesi più industrializzati del mondo.

In questa Italia del Miracolo economico,i sessantamila spettatori assiepati sulle tribune,è come se stesse aspettando un altro miracolo:quello di quel ragazzo torinese detto l' "Angelo biondo",per la grazia,la leggerezza e l'eleganza con cui correva sulla pista,quasi senza nessuno sforzo.E quel ragazzo torinese,tra gli studi sui libri di chimica il miracolo lo fa:vince i 200 metri ed eguaglia anche il record del mondo.

Quella falcata elegante e leggera di Livio Berruti a Roma 1960 era come la modernità rampante di un'Italia che,tra la fine del "boom" e il design di quegli anni,correva veloce verso il futuro con stile e leggerezza.Quel ragazzo torinese,fine e gentile,con gli occhiali da sole e i calzini bianchi incarnava l'eleganza del nuovo benessere italiano.Come l'economia correva tra fabbriche e consumi, lui volava sulla pista dell'Olimpico.Quel record nei 200 metri resta perciò la fotografia di un Paese che non aveva paura di sognare (e fare)in grande.Ed anche perciò li rimpiangiamo:quel ragazzo torinese gentile e quell'altro modello di Italia.

29 luglio 2026

ULISSE,L'UOMO OLTRE L'EROE





Dal 16 luglio è nelle sale cinematografiche italiane il film "Odissea" primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX diretto dal regista inglese  Christopher Nolan,che ha già diretto altri film tutti di un grande successo mondiale con numerosi riconoscimenti tra cui anche Premi Oscar(per citarne solo alcuni ricordo Insomnia (2002),Batman Begins (2005),Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008),Inception (2010),Il cavaliere oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012),Interstellar (2014),Dunkirk (2017)fino a Oppenheimer del 2023).La novità del film di questo nuovo Nolan è appunto anche tecnologica,perchè il regista londinese ha girato il film in tecnologia IMAX(contrazione di Image MAXimum)cioè quel sistema di proiezione cinematografica che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali.Il desiderio di aumentare l'impatto visivo del film c'è sempre stato nella storia del cinema.Già le tecnologie Cinemascope e VistaVision aumentarono le dimensioni della pellicola e ci furono sistemi multi-proiettore come il Cinerama per allargare ancora di più l'area di proiezione. 

Alla fine,dopo 3 ore di pellicola appassionante,esci dal cinema con la consapevolezza di aver visto un altro gran bel film di Nolan,perchè "Omero",con la maestosa interpretazione di Matt Demon nel ruolo di Ulisse,e un'eccellente Anne Hathaway in quello di Penelope,è un film che ti rimane addosso,al di là del racconto omerico,al di là degli studi che hai fatto a scuola e dei libri che poi negli anni hai letto.E  sei anche pressochè sicuro di aver visto il film che alla prossima edizione del Premio Oscar farà incetta di statuine come miglior film,miglior regista,migliori attori e migliore scenografia.

Certo,trasformare in linguaggio cinematografico un testo monumentale come l’Odissea non è mai cosa facile;il rischio principale è proprio quello di produrre,in nome di una presunta fedeltà,una copia incolore o ingessata in una dimensione storica e tradizionale che distorce il linguaggio dell’originale testo e tradisce allo stesso tempo le potenzialità del nuovo medium.Nolan modifica e reinventa il racconto dell’Odissea,rinnova i piani narrativi e li ricombina in una sequenza rapida e avvincente,scandita anche da una colonna sonora tambureggiante e incalzante.Ed il pubblico è presto rapito dalla narrazione di Nolan e dimentica le polemiche sulla mancata fedeltà storica(ma poi,a ben pensarci,il poema di Omero non è forse una storia fatta di finzioni?O qualcuno può credere a una guerra di dieci anni fatta per la bionda Elena?).

Questa nuova trasposizione cinematografica dell'Odissea è marcatamente segnata dalla rilettura che Nolan fa della figura del protagonista.In questo film Ulisse non è più l'eroe scaltro che riesce a far finire la guerra con la propria furbizia,ma è un uomo lacerato tra rimorsi e desiderio di ritorno.E forse questo è il film di Nolan meno cerebrale e più scopertamente emotivo:un’epopea intima sulla vulnerabilità, la memoria e la necessità di perdere il controllo.Sì,"Odissea" non è soltanto il kolossal dell’estate,né semplicemente il 13° film del regista di Oppenheimer. È, prima di tutto,un’odissea nella vulnerabilità e nella fragilità umana.Il racconto di un eroe lacerato tra rimorsi e rimpianti che,per tornare a casa,deve imparare l’arte più difficile di tutte: rinunciare al controllo e lasciarsi andare,quasi come in una seduta di psicanalisi:meno corazze, più ferite.

Perché l’Ulisse di Nolan,a differenza delle altre trasposizioni cinematografiche che lo hanno  proceduto,contrassegnate dalle interpretazioni di Kirk Douglas o Ralph Fiennes,Bekim Fehmiu e Irene Papas,non viene proposto più eroe soltanto per la propria furbizia.È costretto,al contrario,a fare i conti con l’arte dell’inganno che lo ha reso immortale. L’uomo che ha posto fine all’assedio di Troia nascondendo un esercito nel ventre di un cavallo è un reduce tormentato dai fantasmi della propria coscienza,dalla propria hybris(nel senso di arroganza di chi supera per orgoglio i limiti umani,sfidando financo le leggi degli dei).L'inganno del cavallo di Troia alla fine non è stato altro che una violazione della legge di Zeus,quel sacro patto di ospitalità e fiducia che impone il rispetto dell'ospite e la sincerità nei rapporti umani e divini,che è l'opposto di quello che Ulisse ha fatto,entrando nella città nemica nascosto dentro un dono.Un paradosso in carne, ossa e cicatrici e che poi vede,quasi come legge del contrappasso, violare quel patto dentro la sua stessa casa dai Proci che gli insidiano la moglie e vorrebbero portargli via il trono.

E' un’opera profonda,dolorosa questo film di Nolan,e a prestare corpo e stanchezza al protagonista è un magnifico Matt Damon.Ad attenderlo dall’altra parte del Mediterraneo c’è Penelope interpretata da Anne Hathaway: una regina che nasconde una tempra d’acciaio e una furia latente.Non una vedova in attesa, ma una sovrana assediata da uomini che scambiano il desiderio per diritto di proprietà.È china su un telaio tessendo e disfacendo il tempo come il montaggio di un film.D’altronde, Penelope è la prima montatrice della cultura occidentale: allunga,accorcia,rimanda il finale e tiene in scacco i Proci con ago, filo e intelligenza.

Anche la caduta di Troia ha un suo significato:le fiamme che si propagano nella notte all'interno della città,dopo l'ingresso del Cavallo,non sono semplice gioco pirotecnico:servono a mostrare meglio,nel chiaroscuro notturno,il volto di Ulisse,i suoi dilemmi morali,la nostalgia che lo corrode.Ed anche il ritorno a casa non è soltanto una rotta di navigazione:è rinascita spirituale.Per approdare a Itaca e in certo qual modo rinascervi,bisogna prima sopravvivere a se stessi.E questo è più arduo che accecare un Ciclope ed è perciò che Nolan preferisce dedicarsi al racconto dell'uomo Ulisse,piuttosto che al racconto delle sue gesta.

E' perciò che Nolan cambia il poema.Lo smonta,lo contamina,lo rilegge.Le creature di Omero assumono forme nuove,radicate negli incubi del presente.Il Ciclope Polifemo non parla con Ulisse e i suoi compagni e il celeberrimo «Il mio nome è Nessuno» sparisce e rimane invece il silenzio di un gigante ferito. 

La maga Circe che trasforma gli uomini in maiali non è più una donna ammaliatrice e seduttrice ma diventa quasi "umana" dicendo ad Ulisse il male che lui e i suoi uomini hanno fatto.E la rilettura della figura di Ulisse comporta,come conseguenza,anche una diversa visione degli dei e del divino.Gli dei non agiscono come forze magiche esterne ma come proiezioni psicologiche ed espressioni della natura, focalizzandosi sulla percezione umana piuttosto che su interventi sovrannaturali espliciti;gli dei,cioè,appaiono,piuttosto,come una voce interiore:figure come Atena(interpretata dall'attrice americana Zendaya(pseudonimo di Zendaya Stoermer Coleman)funzionano come proiezione della coscienza di Ulisse,con tutti i suoi dubbi e le sue paure.

Atena,quindi,non è più,come nelle altre trasposizioni cinematografiche,l'aiuto nei momenti di pericolo,la condivisione del comune amore per l'astuzia e sua salvatrice a Itaca,dove lo trasforma in un vecchio mendicante per non farlo riconoscere,aiutandolo poi a sconfiggere i Proci.Nel film di Nolan,invece,Atena indica la strada ad Ulisse;gli ricorda chi è,cosa ha fatto e dove deve andare.Non una fatina provvidenziale, bensì la voce interiore che si manifesta quando non possiamo più permetterci di mentire.

E poi c’è Calipso(interpretata da Charlize Theron)nella quale Nolan fa confluire anche l’episodio dei Lotofagi. È lei a preparare il loto, l’ingrediente dell’oblio che serve a Ulisse per dimenticare la guerra, il viaggio e persino il desiderio di tornare.L'isola di Ogigia,dove Calipso vive,diventa una sorta di "resort" della smemoratezza,con sbarre invisibili e soggiorno potenzialmente eterno.Calipso è amante e carceriera,rifugio e prigione, promessa d’immortalità e gabbia dorata. Offre a Ulisse la pace, ma pretende come pagamento la memoria e,quindi,fargli dimenticare la famiglia e la sua stessa identità.Un prezzo troppo alto da pagare.

Questo forse è il film meno cerebrale e più scopertamente emotivo di Nolan: non rinuncia all'azione,ma lascia che sia una ferita interiore a dettarne i ritmi.Attorno alla coppia regale, Nolan dispone volti che sembrano appartenere al mito da sempre. Tom Holland lascia la maschera di Spider-Man per un Telemaco che è puro racconto di formazione: un ragazzo costretto a diventare uomo mentre il palazzo di famiglia pullula di predatori in tunica.

In definitiva, con Odissea,Christopher Nolan non ha firmato un semplice kolossal mitologico,ma un'indagine psicologica sul trauma del reduce.L'Ulisse di Matt Damon non è un eroe trionfante, ma un uomo spezzato dalla sua stessa superbia (hybris),condannato a navigare in un tempo dilatato e tirannico. Se il poema di Omero ci ha insegnato il valore del ritorno, il film di Nolan ci lascia con un dubbio più profondo e brutale: si può davvero tornare a casa uguali a prima dopo aver camminato nell'inferno? Forse Itaca, alla fine,non è solo un luogo geografico e meta di Ulisse, ma la difficile accettazione dei nosri errori e delle nostre cicatrici.Attraverso una gestione del tempo che si fa labirinto emotivo, il regista ci mostra che Itaca è lo spazio interiore in cui impariamo a riconoscere i nostri errori. Una visione potente che celebra la capacità dell’uomo di sopravvivere ai propri abissi personali per ritrovare la luce.Un capolavoro esistenziale che ci ricorda che,nonostante le tempeste della vita,il viaggio per riscoprire chi siamo vale sempre la pena di essere vissuto.

11 giugno 2026

MARJANE SATRAPI, VOCE DI LIBERTA'






E' morta a soli 56 anni  Marjane Satrapi,la fumettista e regista iraniana autrice dell'ormai celebre Persepolis,un’opera autobiografica che racconta la sua giovinezza in Iran durante la rivoluzione e la successiva guerra Iran-Iraq, seguita dall’esperienza dell’esilio in Europa e in Francia in particolare,sua seconda patria.Ed è morta a Parigi,che era diventata la sua patria d'adozione,dopo la fuga dall'Iran.Alla notizia della sua morte la famiglia ha emesso un breve comunicato all’agenzia di stampa francese AFP,nel quale c'era scritto: «Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita».Ripa,a sua volta l'anno scorso,era il produttore,autore e sceneggiatore franco-svedese a cui Satrapi era legata da molti anni.Le parole scelte per il comunicato hanno fatto riemergere un dibattito ricorrente sulla possibilità che lutti gravi e dolori difficili da superare possano portare alla morte di una persona.Ma è ragionevole pensare che Marjane sia morta di dolore anche per le attuali condizioni del suo Paese,l'Iran,dove l'anelito di libertà del suo popolo è represso in un bagno di sangue dal regime bestiale degli Ayatollah.

Nonostante il clima politico delicato,Satrapi divenne presto nota in Occidente grazie al suo coraggio:il modo in cui prese le distanze dal fondamentalismo islamico,denunciando il regime teocratico iraniano dell’ayatollah Khomeini,instaurato con la Rivoluzione del 1979,tanto che Persepolis,la sua opera ormai iconica,è diventata, in alcuni casi, oggetto di studio nelle scuole. Il successo dell’opera in Occidente è legato anche alla posizione critica dell’autrice verso il governo iraniano,culla del terrorismo integralista.Tuttavia,"Persepolis" non può essere ridotto ad una semplice propaganda antislamica:attraverso una narrazione autobiografica,Satrapi restituisce le sfaccettature di un’esperienza profondamente umana e travagliata, vissuta in un contesto globale dove per una donna iraniana non è quasi mai facile trovare spazio di espressione.

Noi tutti che abitiamo in Europa che godiamo della bellezza della libertà,dovremmo fermarci almeno un attimo e condividere il cordoglio per la scomparsa di Marjane Satrapi,attivista,donna esule,artista iraniana-francese e instacabile voce  di libertà,morta di dolore per aver amato il suo compagno,il suo popolo e la sua Terra con tutte le sue forze.Satrapi ha raccontato l’esilio,la sofferenza di lasciare il proprio paese sapendo di non poterci mai più tornare,con il peso di vivere da straniera in un’Europa che conosce ancora razzismo e intolleranza,con la vita divisa tra il presente europeo e la patria amata lontana,umiliata e oppressa.

Compagna e voce del movimento “Donna, Vita, Libertà”,il grido di libertà levatosi in Iran durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini,Satrapi si pose subito come riferimento nella lotta delle donne iraniane contro la repressione e per i diritti fondamentali.A questo si aggiunsero il dolore personale per la perdita del marito e l’angoscia per la condizione ineluttabile del popolo iraniano braccato dentro i propri confini da un regime rafforzato grazie al conflitto internazionale.
La sua scomparsa impone una riflessione sul nostro ruolo di cittadine e cittadini europei:in un mondo segnato da indifferenza,affarismi e personalismi,serve ritrovare solidarietà e cura verso un popolo che da mezzo secolo vive nel dolore e nell'oppressione e oggi rischia di perdere anche la fragile speranza di libertà soffocata dalla mostruosità di una guerra che rischia di dissilludere le già fragili speranze di libertà di un popolo colto e nobile.Ricordare Marjane signnifica invece rendere omaggio alla sua arte e al suo coraggio.Perchè la sua voce artistica continuerà a interrogarci soprattutto nei momenti in cui la speranza appare più fragile e il silenzio più comodo dell’impegno."Donna, vita, libertà" sempre e ovunque sarà il modo migliore di ricordare Satrapi rimarrà sempre la voce di una generazione.
La notizia della morte di Marjane Satrapi colpisce per questo:ha raccontato una parte della nostre esistenze molto meglio di quanto avrebbero saputo fare cento scrittori insieme.Molti la ricordano come la grande fumettista, scrittrice, regista e attivista franco-iraniana che ha regalato al mondo Persepolis.Ed infatti molti rifugiati iraniani,fuggiti come lei all'estero per evitare la repressione del regime,l'hanno ben presente perchè ha raccontata le paure e i sentimenti di tutti e di ognuno.Lei rimarrà per tanti iraniani la voce che ha dato parole e immagini a un’esperienza generazionale rimasta troppo a lungo senza racconto.Sono passati circa 25 anni da quando uscì Persepolis.Ogni iraniano e iraniana vede la propria infanzia disegnata su carta.Perchè Persepolis non era solo la storia di Marjane,ma quella di molte bambine cresciute nella Teheran degli anni più duri dell’era degli ayatollah.

Il popolo iraniano ha attraversato una rivoluzione senza averla scelta e una guerra devastante con l'Iraq durata otto anni, anni in cui la retorica del martirio e la guerra imposta facevano parte della quotidianità.Le giovani generazioni iraniane ebbero fratture politiche in famiglia e ci fu la repressione brutale dei dissidenti politici.Nel libro, e poi nel film,molti ragazzi iraniani ritrovarono immagini ben incise nella propria memoria,come le tante,troppe impiccagioni di giovani ai carri gru ordinate dal regime.
Come Marjane,tanti erano i ragazzi e le ragazze di una generazione cresciuta sotto il controllo di un regime misogino e liberticida,ma con la voglia naturale di ascoltare musica occidentale,vestirsi liberamente e vivere senza paura.Eravamo costantemente sotto il controllo della famigerata "Polizia Morale" e dei barbuti pasdaran.Crescendo, molte famiglie, si rendevano conto che l’Iran non era più il posto giusto per ragazzi e soprattutto ragazze che volevano vivere libere.
Capitava ogni tanto,qui in Occidente,che a qualche evento culturale al quale la Satrapi partecipava che qualche iraniano anch'egli rifugiato in Europa,dicesse a Satrapi che leggendo e poi guardando Persepolis,aveva l’impressione che qualcuno avesse narrato la sua stessa vita. Non si trattava di una semplice identificazione letteraria, ma del riconoscimento di un’esperienza condivisa.Ed in effetti Satrapi,come tanti altri iraniani fuggiti in Europa,non hanno lasciato l’Iran soltanto per cercare la libertà, ma anche con una missione:TESTIMONIARE.E raccontare gli orrori e le esperienze viste e vissute,e denunciare ciò che si è subito,dando voce,così,a chi è rimasto.Marjane Satrapi lo ha fatto con un talento capace di raggiungere il mondo intero.Perciò per milioni di lettori Persepolis rimane uno dei "graphic novel" più importanti della nostra epoca,ma soprattutto che la prova che la storia iraniana,al di là di quello che possono dire certi mentecatti che ora momentaneamente fanno i presidenti negli USA,è esistita davvero,che è stata qualcosa di grandioso e che qualcuno aveva saputo raccontarla al mondo.

31 maggio 2026

AMARGA NAVIDAD










C'è una scena in Amarga Navidad il nuovo film di Pedro Almodovar presentato al Festival di Cannes 2026 e uscito nei cinema italiani il 21 maggio,in cui si spiega cosa significa essere un regista di culto. Significa aver fatto un paio di film che non ha visto nessuno, ma quei pochi che li hanno visti sono diventati dei feticisti. La battuta fa ridere,la pronuncia Elsa, alter ego femminile di Almodovar in quello che è un metafilm,cioè un film dentro il film, e chi la scrive è Raúl, alter ego maschile di Almodóvar nel presente narrativo;Pedro Almodóvar è ormai un'icona del cinema mondiale da ormai 40 anni. La battuta, quindi, non parla di Elsa. Parla della paura che Almodóvar ha di diventare Elsa. O forse di esserlo già diventato, senza accorgersene.Il film prende il nome dalla canzone "Amarga Navidad" di  José Alfredo Jiménez,cantata dalla grande cantante costaricana Chavela Vargas,pseudonimo di Isabel Vargas Lizano  

Pedro Almodóvar ha 76 anni e da qualche film a questa parte la sua salute è entrata nei suoi lavori come un personaggio in più.Le emicranie,gli attacchi di panico,la paura della morte."Dolor y gloria" era già un'autoanalisi pubblica;questo nuovo film è un passo oltre,non racconta più la malattia,racconta il dubbio di avere ancora qualcosa da dire.Così Almodovar racconta di un regista(Leonardo Sbaraglia)che da 5 anni non riesce a girare niente, circondato da un pubblico cinefilo che lo venera e da una collaboratrice storica, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che sta per lasciarlo.Per sbloccarsi comincia a scrivere una sceneggiatura che si chiama Amarga Navidad,ambientata nel 2004,con una protagonista donna che si chiama Elsa (Bárbara Lennie), regista (di culto, appunto)che per campare si è messa a girare spot pubblicitari.Elsa è quindi Raúl travestito.Raúl è Almodóvar travestito. Lo spettatore siede in platea a guardare un uomo che si guarda guardarsi,e in questo gioco di specchi e di rimandi si teme di perdersi un po',ma si aspetta di capire se quella matrioska abbia un centro o sia in realtà vuota.E la domanda è una sola:ha il creatore il diritto di una storia di appropriarsi delle vite vere,di storie altrui segnate dal dolore e dalla tragedia e cannibalizzare il dolore altrui per trasformarlo in finzione per risorgere da una crisi artistica?Raúl non è simpatico quando saccheggia il dolore di Mónica per trovare la chiave narrativa che cercava da cinque anni. Non è simpatico, ma è vero.E  Aitana SánchMadridez-Gijón,nella parte di Monica,è il cuore emotivo del film più autocritico del regista spagnolo:imperfetto,febbrile,spietato.

Nel film ci sono echi potenti di "Come in uno specchio",il celebre film di Ingmar Bergman del 1961.Il tema dello sfruttamento della malattia(e dell'arte che si nutre del dolore altrui)è centrale e brutale in entrambe le opere.In Bergman,il padre scrittore David osserva la discesa della figlia Karin nella schizofrenia:invece di aiutarla come genitore,sfrutta la sua sofferenza come materiale, annota freddamente l'evoluzione dei sintomi nel diario,ne trae ispirazione letteraria.Il cinismo dell'osservatore elevato a metodo creativo.Freddo,necessario, imperdonabile.In Amarga Navidad il meccanismo è lo stesso, ma il carnefice è Raúl Rossetti(alter ego esplicito di Almodóvar)che saccheggia il dolore della sua assistente Mónica (la morte di sua madre,la morte in un incidente stradale del piccolo figlio di una amica di Monica)per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere da 5 anni.E del resto Federico Fellini insegna: «Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio». Raúl compete. E vince. Al costo di Mónica.Ma nel film c'è anche una domanda che chiede risposte:quanto può durare un lutto?Forse per sempre,chissà,dipende dalle persone anche.E quanto può essere feroce un regista in cerca di ispirazione?Abbastanza da trasformare il dolore reale di chi ama in finzione.Tanto da non fermarsi neanche quando potrebbe.

Madrid, dicembre 2004:Elsa(Bárbara Lennie) è una regista di spot pubblicitari tormentata da emicranie ereditarie e da attacchi di panico(come realmente Aldomovar).Il fidanzato di Elsa,Bonifacio,pompiere le è sempre fedelmente al fianco aiutandola nei momenti difficili e nel dolore fisico e morale.Madrid,estate 2026:Raúl Rossetti(Leonardo Sbaraglia)è uno sceneggiatore e regista di successo bloccato da 5 anni di blocco creativo.Scopriamo quasi subito quello che sospettavamo:Elsa è Raúl.O meglio:Raúl sta scrivendo la storia di Elsa.Ovvero:Almodóvar sta scrivendo il film che state guardando.E' un gioco di specchi riuscitissimo,una struttura metacinematografica,pirandelliana,come Almodovar la chiama.

I nodi posti dalle domande poste la pellicola vengono al pettine alla fine del film.Esso cambia ritmo e "climax" nel Parco del Retiro,verso sera.Mónica(Aitana Sánchez-Gijón)presenza magnifica la sua che porta 20 anni di silenzi in corpo,crolla in un monologo-resa dei conti con il suo capo, con la sua lealtà mai ricambiata, con il fatto che Raúl ha usato la sua vita,il dolore reale,tutto privato ed intimo,per riempire la sceneggiatura che non riusciva a scrivere.È una scena teatrale, pirandelliana,devastante.E Raúl,nonostante l'emozione dopo lo sfogo inatteso di Monica,prende le pagine della vecchia sceneggiatura che Mónica gli aveva riportato e ricomincia a scrivere sul retro.Ecco,nel momento più drammatico l'ispirazione è arrivata.Il prezzo è Mónica.Raul non è simpatico, ma è onesto. E questa onestà,che il film non addolcisce e non assolve — è la cosa migliore di Amarga Navidad.Almodóvar si accusa.E poi torna a scrivere. Perché è questa la natura dello scrittore.

Verso la fine del film,le due amiche Elsa e Natalia(quest'ultima è la mamma del bambino morto in un incidente automobilistico che nel ricordo del bimbo e per il rimorso cerca di suicidarsi)guardano direttamente in macchina dalla villa di Lanzarote.Guardano Raúl.Guardano Almodóvar ed è come se guardassero gli spettatori.È il momento pirandelliano per eccellenza:i personaggi che si affacciano dalla finzione e chiedono all'autore cosa ne sarà di loro.L'obiettivo della macchina da presa e lo schermo del computer di Raúl sono le due estremità di un filo che attraversa ventidue anni.

Riecheggia allora San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi,che fa da colonna sonora anche nel film "Blu" di   Krzysztof Kieślowski:«Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia;ora conosco in parte;ma allora conoscerò pienamente,come anche sono stato perfettamente conosciuto.»

Amarga Navidad non è certo il film più imperdibile di Almodóvar.Non ha la bellezza dei suoi capolavori,quelli del periodo d'oro,non ha le caratteristiche del primo Almodóvar né la commozione accessibile di "Todo sobre mi madre" o la devastazione di Volver. Non è "Dolor y gloria" che forse è il culmine della sua autoanalisi,più profondo,più definitivo.Ma dove lì c'era ancora una pace possibile, qui non si consola nessuno.Arriva solo il cursore che lampeggia a significare che il finale non riesce a essere scritto,e comunque non riesce a essere scritto senza far male e provocare dolore in altri.Ma forse,proprio perciò,questo film,paradossalmente,è più onesto.E le dita che tamburellano forsennate sulla tastiera e il cursore lampeggia in attesa di una fine che non c'è.