A testimoniare l'eccezionalità di quella vittoria fu anche il fatto he Berruti fu il primo europeo a vincere sulla distanza classica (quella dell’antico “stadion” dei Giochi di Olympia era di 192,28 metri).Ma qualche giorno fa anche quell'uomo gentile,colto e intelligente,se ne andato per sempre.Ci ha lasciati a 87 anni nella sua città,Torino,dove viveva con la moglie Silvia,e se ne è andato in punta di piedi,quasi così come correva.La vita per lui si era complicata da tempo.Camminava e parlava a fatica,ma la sua testa è rimasta lucida e velocissima.Fino alla fine.
Figlio di una buona famiglia torinese,aveva fatto studi regolari.Liceo classico al Cavour,poi studente di Chimica all’Università di Padova quando, a 21 anni,si trovò a correre verso il suo destino che lo avrebbe reso famoso,una leggenda per molti italiani.Era un ragazzo brillante e di rara intelligenza quando si avvicinò allo sport alla metà degli Anni '50.A lui,per la verità,piaceva il tennis,ma il professore di educazione fisica del Liceo Cavour,che lo vide alto e smilzo,lo indirizzò verso l’atletica leggera,salto in alto e salto in lungo.Però lui era già autonomo e pensava da solo senza farsi condizionare.Finisce così che riesce a battere il più veloce del liceo nel cortile della scuola e quella diventa la sua strada.
Ci vuole poco perchè Livio diventi presto il migliore dei giovani italiani sui 100 metri, ma la sua corsa sciolta e naturale gli consente di accarezzare le curve ed essere quindi anora più adatto ai 200.Il padre non voleva che corresse i 200 metri,ritenendo il figlio "troppo giovane ed esile per(...)uno sforzo troppo impegnativo".Ma Livio,anche a soli 17 anni,pensava già di testa sua.Nel 1957,a 18 anni,vince i titoli italiani dei 100 e 200 e diventa la grande speranza per le Olimpiadi di Roma ’60,il più grande evento sportivo che l’Italia abbia mai ospitato.Nel 1959 corre i 200 con tempi che lo avvicinano ai giganti americani.Il miracolo vero si realizza poi ai Giochi di Roma.Berruti corre in quell’atmosfera magica e va oltre ogni aspettativa.Il 3 settembre 1960,alle 16, si ritrova in semifinale contro tre primatisti del mondo,l’inglese Radford e gli americani Norton(grande favorito della vigilia)e Johnson.Tutti e tre avevano corso pochi mesi prima in tempi record,ma Livio li batte tutti,eguagliando pure il record del mondo.
Berruti era persona metodica,riflessiva e tranquilla.Prima della finale dei 200 metri che poi gli varranno l'oro,mentre gli avversari provano e riprovano le partenze, Livio ammazza il tempo con,è proprio il caso di dire calma "olimpica",ripassando il suo libro universitario per l'esame di chimica.Solo dopa prova le sue scarpe da corsa.L’Adidas era pronta a dargli un lauto premio se avesse usato le scarpe con le strisce,ma lui scelse le Valsport, che erano più pesanti,perché,con una punta di narcisismo,pensava che stavano meglio con le calze bianche che lui portava sempre.Questo è anche il simbolo dell’Italia del miracolo economico italiano,di una Italia che rinasce dalle macerie del secondo dopoguerra,con le proprie industrie e con la vecchia lira che per un periodo divenne una moneta forte e credibile.Ed è l'Italia di quelle altre immagini del Festival di Sanremo del 1958: Domenico Modugno allarga le braccia, canta “Volare” e l’Italia si scopre ottimista e spensierata.
E poi,solo 2 anni dopo,l'immagine dell'Italia che rinasce è proprio quella del 3 settembre 1960.La data dell'oro nei 200 metri di Livio Berruti.Sono le 18, il cielo di Roma si prepara per il tramonto e il torinese Livio Berruti che vola a vincere nello stupore generale quella gara,sembra quasi che tutti gli italiani abbiano volato,corso e vinto insieme a lui,cantando quella canzone di Modugno di 2 anni prima,volando tutti nel blu dipinto di blu,felici di stare lassù,nei vertici sportivi ed eonomici di quell'Italia di quegli anni d'oro,sportivi e sociali.
A quasi cent’anni dalla nascita,nel 1861,l’Italia tra Modugno e Berruti vive il suo tempo migliore,ogni cosa sembra possibile,il futuro non fa più paura,anzi.Durerà poco,e verranno presto gli anni bui della crisi economica,delle stragi,e degli "anni di piombo".Ma è proprio con Berruti che l'Italia visse una felicità unica e non più rivissuta,perché l’oro di Pietro Mennea a Mosca nel 1980 non creerà le stesse suggestioni extra-sport,sarà un momento di stacco e stop.Non per colpa di Mennea,certo, quell’Italia era intristita e appesantita dal terrore.
Quelli di Berruti,invece,erano anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di "Volare".E nel famoso Ristorante Doney,in Via Veneto,cuore storico della dolce vita romana,si vedevano spesso Anna Magnani e Renato Salvatori e si incontravano scrittori e attori come Ennio Flaiano e Franca Valeri, Laura Betti e Alberto Arbasino e solo un tavolo più in là era facile vedere Saul Bellow.La "Dolce vita",quel film di Fellini restato nella storia,ha istituzionalizzato la Belle Époque sfavillante,mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta:Pasolini è atteso dai primi provini di "Accattone",Dino Risi sta girando "Una vita difficile" con Alberto Sordi,in quella che è ormai la Hollywood italiana,cioè Cinecittà.Pure lo scrittore americano John Fante viene attratto dalla Città Eterna,o meglio dai dollari che gli promette Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi.
Lui nelle frequenti lettere che scrive dall'Italia alla moglie così dice:«Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso,quasi soffocante.Il cielo è squisito,attraversato da nuvole bianchissime, accecanti».
Oggi,con la morte di Berruti si dissolve un’idea di Italia che non esisteva in realtà già da da molto tempo,un'Italia che lavorava e che innovava,che costruiva grandi infrastrutture nazionali,come la Autostrada A1 che collegava Napoli a Milano,e quindi il Nord con il Sud e l'intero Paese,ora che tutti potevano permettersi una "500" o una "600" della Fiat.Un'Italia che era pure capace di divertirsi con poco e con misura,con una politica credibile e capace di fare scelte e non,come accade oggi,con una politica(e una stampa)sguaiata e urlata.
Eppure proprio in quell'Olimpiade di Roma del 1960 Berruti si ritrovò al centro di un pettegolezzo innocente,per una relazione candida,se osservata con i parametri del gossip di oggi.Lo fotografarono in atteggiamenti affettuosi con Wilma Rudolph,sprinter statunitense che a Roma vinse tre ori.Lo stesso Berruti spiegò poi che:"era nata una certa simpatia tra noi. Passeggiavamo per il villaggio mano nella mano. Un flirt innocentissimo che non ebbe alcun seguito".Si ravvisava sempre un pò di malinconia quando Berruti raccontava di Wilma,perchè in quell’Italia prospera,però bacchettona e razzista quella storia fece discutere,perché Wilma era nera ed erano trascorsi appena 5 anni dal giorno in cui Rosa Parks,una sarta dell’Alabama,si rifiutò di cedere a un bianco il posto sull’autobus,come il regolamento prescriveva.E il film “Indovina chi viene a cena?”,che raccontava l’amore tra una bianca statunitense di buona famiglia e un medico afroamericano, sarebbe uscito soltanto 7 anni dopo,nel 1967.
Wilma e Livio si sarebbero rivisti negli anni successivi,ma sempre di sfuggita,e poi lei si era sposata più volte con 4 figli, a neppure trent’anni.Le cronache del 1969 raccontano che Wilma fu costretta a impegnare gli ori di Roma per pagare le cure a uno dei suoi bambini,ammalatosi gravemente.Era un'atleta vincente la Rudolph nello sport ma tanto sfortunata nella vita.Bambina,venne colpita dalla poliomielite e rischiò di restare zoppa.Adulta, morì a soli 54 anni,nel 1994,per un tumore al cervello.
Con la Rudolph si può dire che fu un amore mancato.Ma con altri Livio Berruti ebbe rapporti ben più complicati e Pietro Mennea fu uno di questi."Complicato",per non dire di peggio.In realtà non ci fu mai intesa tra i due più grandi sprinter italiani del Novecento,se non addirittura antipatia.In un’intervista Berruti disse:«Pietro era chiuso,scontroso,suscettibile:eravamo agli antipodi(....)La sua chiusura era caratteriale.Considerava il mondo un nemico e per dare il meglio doveva sentirsi solo contro tutti».E tuttavia Berruti considerò sempre Mennea un masochista delle piste,ne apprezzava la mostruosa forza di volontà, gli allenamenti sempre al di sopra dei suoi limiti, ma non mancava di far notare(con un pizzico di veleno)che a Roma '60 lui, Livio,aveva battuto gli statunitensi,mentre a Mosca 1980,nei 200 dell’oro di Mennea,gli americani non c’erano per protesta contro l'URSS,che aveva invaso l’Afghanistan.
Anni sottolineati da una colonna sonora che si apre con l’esplosione liberatoria di "Volare" di Domenico Modugno al Festival di Sanremo e l’aria decadente di" Sapore di sale" di Gino Paoli,e che hanno il loro centro esatto in quel 3 settembre 1960.Nel famoso Ristorante Doney,in via Veneto,cuore della "dolce vita" romana,si vedono quasi ogni sera Anna Magnani e Renato Salvatori e nella stessa via Veneto si incontrano attori e scrittori come Ennio Flaiano e Franca Valeri,e Laura Betti e Alberto Arbasino,mentre solo qualche tavolo più in là c'era Saul Bellow.Da pochi mesi,quel film,"La dolce vita" di Federico Fellini ha istituzionalizzato quella Belle Époque sfavillante,mentre Roma è un vero e proprio set all’aria aperta:Pasolini è ai primi provini di "Accattone" e Dino Risi sta girando "Una vita difficile" con Alberto Sordi,e Cinecittà è diventata un pò la Hollywood italiana.Lo scrittore americano John Fante,"incoraggiato" dai dollari promessi da Dino De Laurentiis per scrivere la sceneggiatura di un film con Nino Manfredi,scrivendo alla moglie dice:«Tesoro, qui è tutto una follia. Però Roma mi piace sul serio: c’è qualcosa qui — la gente lo chiama “il colore di Roma” — una tinta oro-rossiccia fissata sugli edifici che gli dà un aspetto meraviglioso,quasi soffocante».
Forse, tutta questa gente ancora non si rende conto di essere capitata nel bel mezzo del Boom economico,detto anche “miracolo italiano”: una definizione che sembra suggerire un che di accidentale.Sarà stata tutta fortuna,magari;ma sta di fatto che in 5 anni,dal 1958 al 1963,l’Italia passa da essere un paese contadino,arretrato e semidistrutto dalla guerra a vantare un tasso di incremento del reddito del 7 %,tra i 7 Paesi più industrializzati del mondo.
In questa Italia del Miracolo economico,i sessantamila spettatori assiepati sulle tribune,è come se stesse aspettando un altro miracolo:quello di quel ragazzo torinese detto l' "Angelo biondo",per la grazia,la leggerezza e l'eleganza con cui correva sulla pista,quasi senza nessuno sforzo.E quel ragazzo torinese,tra gli studi sui libri di chimica il miracolo lo fa:vince i 200 metri ed eguaglia anche il record del mondo.
Quella falcata elegante e leggera di Livio Berruti a Roma 1960 era come la modernità rampante di un'Italia che,tra la fine del "boom" e il design di quegli anni,correva veloce verso il futuro con stile e leggerezza.Quel ragazzo torinese,fine e gentile,con gli occhiali da sole e i calzini bianchi incarnava l'eleganza del nuovo benessere italiano.Come l'economia correva tra fabbriche e consumi, lui volava sulla pista dell'Olimpico.Quel record nei 200 metri resta perciò la fotografia di un Paese che non aveva paura di sognare (e fare)in grande.Ed anche perciò li rimpiangiamo:quel ragazzo torinese gentile e quell'altro modello di Italia.
Nessun commento:
Posta un commento