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11 giugno 2026

MARJANE SATRAPI, VOCE DI LIBERTA'






E' morta a soli 56 anni  Marjane Satrapi,la fumettista e regista iraniana autrice dell'ormai celebre Persepolis,un’opera autobiografica che racconta la sua giovinezza in Iran durante la rivoluzione e la successiva guerra Iran-Iraq, seguita dall’esperienza dell’esilio in Europa e in Francia in particolare,sua seconda patria.Ed è morta a Parigi,che era diventata la sua patria d'adozione,dopo la fuga dall'Iran.Alla notizia della sua morte la famiglia ha emesso un breve comunicato all’agenzia di stampa francese AFP,nel quale c'era scritto: «Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita».Ripa,a sua volta l'anno scorso,era il produttore,autore e sceneggiatore franco-svedese a cui Satrapi era legata da molti anni.Le parole scelte per il comunicato hanno fatto riemergere un dibattito ricorrente sulla possibilità che lutti gravi e dolori difficili da superare possano portare alla morte di una persona.Ma è ragionevole pensare che Marjane sia morta di dolore anche per le attuali condizioni del suo Paese,l'Iran,dove l'anelito di libertà del suo popolo è represso in un bagno di sangue dal regime bestiale degli Ayatollah.

Nonostante il clima politico delicato,Satrapi divenne presto nota in Occidente grazie al suo coraggio:il modo in cui prese le distanze dal fondamentalismo islamico,denunciando il regime teocratico iraniano dell’ayatollah Khomeini,instaurato con la Rivoluzione del 1979,tanto che Persepolis,la sua opera ormai iconica,è diventata, in alcuni casi, oggetto di studio nelle scuole. Il successo dell’opera in Occidente è legato anche alla posizione critica dell’autrice verso il governo iraniano,culla del terrorismo integralista.Tuttavia,"Persepolis" non può essere ridotto ad una semplice propaganda antislamica:attraverso una narrazione autobiografica,Satrapi restituisce le sfaccettature di un’esperienza profondamente umana e travagliata, vissuta in un contesto globale dove per una donna iraniana non è quasi mai facile trovare spazio di espressione.

Noi tutti che abitiamo in Europa che godiamo della bellezza della libertà,dovremmo fermarci almeno un attimo e condividere il cordoglio per la scomparsa di Marjane Satrapi,attivista,donna esule,artista iraniana-francese e instacabile voce  di libertà,morta di dolore per aver amato il suo compagno,il suo popolo e la sua Terra con tutte le sue forze.Satrapi ha raccontato l’esilio,la sofferenza di lasciare il proprio paese sapendo di non poterci mai più tornare,con il peso di vivere da straniera in un’Europa che conosce ancora razzismo e intolleranza,con la vita divisa tra il presente europeo e la patria amata lontana,umiliata e oppressa.

Compagna e voce del movimento “Donna, Vita, Libertà”,il grido di libertà levatosi in Iran durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini,Satrapi si pose subito come riferimento nella lotta delle donne iraniane contro la repressione e per i diritti fondamentali.A questo si aggiunsero il dolore personale per la perdita del marito e l’angoscia per la condizione ineluttabile del popolo iraniano braccato dentro i propri confini da un regime rafforzato grazie al conflitto internazionale.
La sua scomparsa impone una riflessione sul nostro ruolo di cittadine e cittadini europei:in un mondo segnato da indifferenza,affarismi e personalismi,serve ritrovare solidarietà e cura verso un popolo che da mezzo secolo vive nel dolore e nell'oppressione e oggi rischia di perdere anche la fragile speranza di libertà soffocata dalla mostruosità di una guerra che rischia di dissilludere le già fragili speranze di libertà di un popolo colto e nobile.Ricordare Marjane signnifica invece rendere omaggio alla sua arte e al suo coraggio.Perchè la sua voce artistica continuerà a interrogarci soprattutto nei momenti in cui la speranza appare più fragile e il silenzio più comodo dell’impegno."Donna, vita, libertà" sempre e ovunque sarà il modo migliore di ricordare Satrapi rimarrà sempre la voce di una generazione.
La notizia della morte di Marjane Satrapi colpisce per questo:ha raccontato una parte della nostre esistenze molto meglio di quanto avrebbero saputo fare cento scrittori insieme.Molti la ricordano come la grande fumettista, scrittrice, regista e attivista franco-iraniana che ha regalato al mondo Persepolis.Ed infatti molti rifugiati iraniani,fuggiti come lei all'estero per evitare la repressione del regime,l'hanno ben presente perchè ha raccontata le paure e i sentimenti di tutti e di ognuno.Lei rimarrà per tanti iraniani la voce che ha dato parole e immagini a un’esperienza generazionale rimasta troppo a lungo senza racconto.Sono passati circa 25 anni da quando uscì Persepolis.Ogni iraniano e iraniana vede la propria infanzia disegnata su carta.Perchè Persepolis non era solo la storia di Marjane,ma quella di molte bambine cresciute nella Teheran degli anni più duri dell’era degli ayatollah.

Il popolo iraniano ha attraversato una rivoluzione senza averla scelta e una guerra devastante con l'Iraq durata otto anni, anni in cui la retorica del martirio e la guerra imposta facevano parte della quotidianità.Le giovani generazioni iraniane ebbero fratture politiche in famiglia e ci fu la repressione brutale dei dissidenti politici.Nel libro, e poi nel film,molti ragazzi iraniani ritrovarono immagini ben incise nella propria memoria,come le tante,troppe impiccagioni di giovani ai carri gru ordinate dal regime.
Come Marjane,tanti erano i ragazzi e le ragazze di una generazione cresciuta sotto il controllo di un regime misogino e liberticida,ma con la voglia naturale di ascoltare musica occidentale,vestirsi liberamente e vivere senza paura.Eravamo costantemente sotto il controllo della famigerata "Polizia Morale" e dei barbuti pasdaran.Crescendo, molte famiglie, si rendevano conto che l’Iran non era più il posto giusto per ragazzi e soprattutto ragazze che volevano vivere libere.
Capitava ogni tanto,qui in Occidente,che a qualche evento culturale al quale la Satrapi partecipava che qualche iraniano anch'egli rifugiato in Europa,dicesse a Satrapi che leggendo e poi guardando Persepolis,aveva l’impressione che qualcuno avesse narrato la sua stessa vita. Non si trattava di una semplice identificazione letteraria, ma del riconoscimento di un’esperienza condivisa.Ed in effetti Satrapi,come tanti altri iraniani fuggiti in Europa,non hanno lasciato l’Iran soltanto per cercare la libertà, ma anche con una missione:TESTIMONIARE.E raccontare gli orrori e le esperienze viste e vissute,e denunciare ciò che si è subito,dando voce,così,a chi è rimasto.Marjane Satrapi lo ha fatto con un talento capace di raggiungere il mondo intero.Perciò per milioni di lettori Persepolis rimane uno dei "graphic novel" più importanti della nostra epoca,ma soprattutto che la prova che la storia iraniana,al di là di quello che possono dire certi mentecatti che ora momentaneamente fanno i presidenti negli USA,è esistita davvero,che è stata qualcosa di grandioso e che qualcuno aveva saputo raccontarla al mondo.

27 febbraio 2025

IL SEME DEL FICO SACRO

 






E' da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film del regista iraniano Mohammad Rasoulof.Ormai non mi meraviglio più quando vado a vedere un film iraniano.Non mi meraviglio perchè in ognuno di essi ritrovo sempre una ricchezza intellettuale,un grande patrimonio culturale che si trasfonde nel coraggio,nella forza della denuncia di un clima politico e sociale opprimente e nella conseguente ribellione,morale,prima ancora che materiale, contro la brutale violenza del regime sanguinario degli ayatollah.
"Il seme del fico sacro" è il titolo del film di Rasoulof.La forza  della pellicola è chiara sin dal titolo allegorico:come viene spiegato all'inizio del film i semi dell'albero detto "Fico sacro"("Ficus religiosa" il suo nome scientifico)germogliano e crescono sul corpo di una pianta morente fino a sostituirsi ad essa:è,come ovvio,una metafora che si riferisce alle nuove generazioni,ai nuovi semi che nascono nel regime degli ayatollah e che un giorno lo sostituiranno e lo cancelleranno.

Il film è stato presentato al festival di Cannes 2024.Alcuni critici lo hanno ritenuto capolavoro assoluto al pari del precedente film del regista:"Il male non esiste".(There is no evil),Orso d’oro a Berlino nel 2020(sotto il trailer del film)




Con "Il seme del fico sacro" Mohammad Rasoulof ha dovuto fare di necessità virtù: impossibilitato a girare il proprio film a causa della censura e dei processi a suo carico per i lungometraggi precedenti, ha scelto di realizzarlo di nascosto, clandestinamente,optando per una storia che si svolge in interni,scegliendo di fare delle dinamiche familiari il centro della propria storia.In realtà,però,la vita che si svolge all'interno di quella famiglia è allegoria dell'intera vita dell'attuale società iraniana.
Ma anche se le scene vengono dall'interno di una casa la denuncia,l'atto di accusa verso il regime degli ayatollah rimane comunque forte perchè il regista ha scelto di inserire le scene di realtà violenta e cruda nella forma di video reali,realizzati e veicolati sul web tramite cellulari dai ragazzi che parteciparono alle proteste del 2022 dopo la morte di Masha Amini per opera della famigerata Polizia Morale,represse nel sangue dal regime islamista perché contrari alla propaganda ufficiale.

Si tratta,come detto,di un racconto ambientato soprattutto in interni avente la famiglia come centro della narrazione:il film tratteggia in modo mai banale sia le dinamiche interne al nucleo familiare sia le personalità che la costituiscono, divisa fra i genitori (il marito e padre, Iman,che dopo molti anni diventa giudice,ma che presto rimane turbato e scosso perchè costretto a firmare le condanne a morte di ragazzi talora della stessa età delle figlie)la madre, completamente identificata nel suo ruolo di angelo del focolare e sottomessa al marito,e infine le due figlie, una ventenne e l'altra adolescente, desiderose di maggiore libertà e che simpatizzano con la protesta contro quel regime la cui brutalità si realizza proprio attraverso il lavoro del padre.
La famiglia diventa quindi l'allegoria dell'Iran: lo Stato teocratico e le sue strutture sociali si replicano nelle relazioni patriarcali interne alla famiglia. In particolare, il padre è il centro della famiglia,perché è colui che stabilisce le regole di comportamento delle figlie.Inoltre Iman,a causa delle rivolte, e delle responsabilità per il nuovo lavoro e alla perdita della pistola di ordinanza(che per lui potrebbe significare la perdita della carriera oltre che il carcere)incrinerà pian piano i rapporti con la moglie e le figlie,sostituendo sempre più i normali rapporti famigliari con metodi di coercizione e di controllo violenti, divenendo così il perfetto duplicato dello Stato teocratico,repressivo e brutale.

Il film dunque si concentra sul microcosmo della famiglia,nella quale vive,però,il macrocosmo della società iraniana:dalle pressioni che vengono fatte al marito sul posto di lavoro, alle urla della folla in rivolta che si sentono dalle finestre e si vedono sui video dei cellulari.E così il nucleo familiare di Iman è via via sconvolto,impossibilitato a distinguere il privato dal politico,e l'antagonismo generazionale tra un vecchio sistema teocratico e le nuove generazioni,trova il suo specchio nella famiglia dove il padre,integralista religioso,trova l'opposizione delle figlie sensibili a una mentalità più aperta e libera contraria al sistema.

Nel film si illustra la differenza fra la propaganda ufficiale del regime, trasmessa e diffusa dai canali televisivi, e le riprese tramite videocamera delle proteste effettuate dagli stessi partecipanti a queste ultime, poi rese virali attraverso la diffusione nei social network.E proprio quelle immagini registrate dai cellulari e montate nel film,frutto di riprese realizzate durante la partecipazione alle proteste,diventano sempre più macabre man mano che la trama procede: mostrano violenze di ogni genere sui partecipanti ad opera dell'esercito e della polizia e rappresentano un preciso atto d'accusa del regista iraniano.
Quelle immagini,in particolare,simboleggiano non solo la crudeltà di un regime che pratica impunemente la violenza, ma anche l'irruzione della realtà cruenta nell'ambito familiare: dopo queste scene, infatti, il comportamento del padre si farà sempre più disumano e violento, finendo con l'applicare alle figlie e alla moglie le pratiche riservate ai dissidenti politici. I rapporti familiari giungono così a un punto di non ritorno rompendosi e venendo sostituiti da dinamiche più simili a quelle che si troverebbero in un carcere: vige un clima cupo di sospetto e di controllo, culminante con la lotta di tutti contro tutti.

Il film si articola su molteplici filoni:all'inizio viene accennato il problema etico che attanaglia Iman per le condanne a morte che deve comminare;poi vengono affrontate le proteste dei giovani iraniani e il dramma dell'amica delle figlie,uccisa durante una protesta di piazza,in seguito subentra la scomparsa della pistola e le progressive reazioni scomposte del padre. Se l'ambientazione in interni é scelta obbligata con l'analisi delle dinamiche della famiglia,è anche vero che in quella famiglia possiamo vedere la realtà e la drammaticità dei problemi che vivono oggi le giovani generazioni iraniane.Il padre rappresenta la brutalità del potere,la madre,invece,è simbolo di chi crede nella tradizione e nella sottomissione all'ideologia religiosa e al maschilismo ed infine le figlie intente a relazionarsi al mondo esterno e all'aspirazione a quella libertà contenuta nell'inno:"donne,vita e libertà".
Forse è proprio questa caratteristica narrativa, insieme alla denuncia politica, ciò che permette di collegare "Il seme del fico sacro" al grande cinema iraniano d'autore: l'apparente semplicità del racconto perseguita anche tramite la somma di micro-episodi in grado di mostrare vari e diversi aspetti della società che si vuole rappresentare,con i quali avere una ribellione morale contro il regime sanguinario e oppressivo ma che non riesce a capire e vedere che la propria fine è prossima perché un nuovo seme sta crescendo.

04 febbraio 2025

LA NORMALITA' RIVOLUZIONARIA




Ne avevo visto il trailer.Ne avevo letto qualche recensione.Così nei primi giorni di questo freddo,soleggiato febbraio romano,sono andato a vederlo quel film.Il film più amato del Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2024(la "Berlinale").Sono andato a vedere Il mio giardino persiano ("My Favourite Cake", cioè:"La mia torta preferita" e non si capisce perché il titolo in italiano sia diventato giardino:misteri del circuito distributivo italiano).I due registi iraniani sono Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha ma entrambi non potettero partecipare alla presentazione del film a Berlino perchè il regime iraniano ritirò loro i passaporti,forse,chissà,solo perché artisti e registi,quindi produttori di idee.



De Il mio giardino persiano mi son restati impressi innanzitutto alcuni momenti,ad esempio quelli iniziali come l’inquadratura dell’ingresso della casa in cui si svolgerà la vicenda,con la luce del giorno che vi entra e il giardino che si intravede all’esterno, e poi la protagonista, Mahin, che dorme nonostante sia mezzogiorno, svegliata dalla telefonata di un’amica alla quale ripete che lei, di mattina, ha bisogno di riposare perché di notte non riesce a farlo e poi dopo,seduta al tavolo della cucina, assorta e pensierosa mentre fa colazione e fuma, prima di cominciare a svolgere le faccende quotidiane.Sempre quelle,sempre le stesse da 30 anni,da quando,morto il marito e con i figli all' estero,vive una vita solitaria, vedendosi solo ogni tanto con delle amiche.

La protagonista è Mahin,settantenne, robusta,non bella, vedova e madre di due figli che hanno lasciato l’Iran vent’anni prima e che lei non riesce ad andare a trovare, perché non può ottenere il visto.

Il centro del film è tutto in una notte;la notte in cui la protagonista, influenzata dalle amiche che la spingono a trovare un uomo dopo anni di vedovanza e di vita sempre uguale e solitaria, incontra un coetaneo che le piace e lo invita a casa.L'uomo che incontra e che invita a casa è Faramarz,un tassista che ha fatto carriera militare e che a un certo punto ha lasciato l’esercito.E dopo l'esercito Faramarz aveva cercato di seguire la sua passione per la musica,suonando,come musicista dilettante di tar (strumento simile al liuto)ai matrimoni e alle feste che una volta,tanto tempo fa, "perfino" in Iran si potevano tenere.Ma adesso no,adesso non puo' più coltivarla quella passione per la musica,non può più suonare il tar, perché anche suonare è reato per il regime.E come Mahin,anche Faramarz è una persona sola ormai da molti anni.Ma anche lui,come  Mahin,accoglie e s'accontenta di ciò che la vita gli dà.Tra i due,tra Mahin e Faramarz si sviluppa,nel taxi che la donna ha preso apposta per conoscere Faramarz che lei aveva precedentemente notato in un locale,si sviluppa quell'incontro così semplice ma singolare,una chiacchierata innocente,sincera, gentile, che viene da sé.E poi a casa di Mahin,dove lei lo ha invitato, continua quel loro scambio di parole e quel racconto di vite,mentre passano le ore a guardare l’altra/o,ascoltando l’altro/a, dandosi con fiducia a una persona fino a poco fa sconosciuta ma che si sente affine, come da tanto tempo non succedeva.E anche qui ci sono altri momenti significativi e simbolici:il giardino che dopo tanti anni si illumina perché Faramarz aggiusta le lampadine che sono rotte da un bel pezzo,come se fosse la speranza che si riaccende per una vita finalmente diversa dopo tanto tempo;e quel giardino persiano, appunto, che si mostra nella sua bellezza come la Terra d'Iran era/è nonostante i pasdaran e la Polizia Morale;e le battute sul vino (proibito dal regime) che Mahin ha conservato, e che offre a Faramarz mentre lui le racconta che, con degli amici, raccoglieva tanta uva nel suo cortile, facendo il vino di nascosto (perchè anche questo è contrario alla morale del regime).Piccole trasgressioni, strategie di sopravvivenza, segni tangibili di un regime che nega qualunque cosa possa donare gioia, tanto che la felicità che i due si danno in quelle poche ore pare qualcosa di politico,anzi di più,di rivoluzionario.

Questo film semplice anche nello stile,che mostra la magia che la vita può avere se si riesce a cogliere i momenti e a viverli, a goderli nelle piccole cose, come la torta del titolo originale, un dolce alla crema di vaniglia e al profumo d’arancio, o come la menta che la protagonista raccoglie nel suo giardino perché ha appena scoperto che lui la adora; odori, sapori, luce; questo film è semplice della semplicità della vita ed è semplicemente “umano” nella raffigurazione di persone vere, autentiche,buone,viste nell' intimità delle loro anime.Un film che mette in discussione la pena di morte (e, in generale, la situazione dell’Iran di oggi)anche se di esplicitamente politico ha solo una scena, quella in cui la protagonista difende una ragazza che sta per essere arrestata dalla Polizia Morale per un ciuffo di capelli fuori posto, cioè fuori dall’hijab (richiamando la vicenda tragica di Mahsa Amini, anche se le riprese del film sono iniziate prima).Ma è politico perchè la gente vive quotidianamente sulla propria pelle le angherie del regime,per le sanzioni imposte al all'Iran che fanno schizzare sempre più in alto i prezzi anche delle piccole cose.E politico e rivoluzionario il film lo è perchè è Mahin, quindi una donna, sia pure anziana, a invitare a casa sua Faramarz.E' politico e rivoluzionario questo film per il fatto di “mettere in scena” la serenità,la gioia e la voglia di vivere contro tutti gli ostacoli, compreso il controllo serrato della vicina che ha il marito che lavora per il governo.E' "rivoluzionario" questo film perchè i protagonisti,Mahin e Faramarz,ottimamente interpretati da Lily Farhadpour ed Esmail Mehrabi,


"semplicemente" parlano,mangiano,assaporano vino,condividono gesti,momenti e sguardi, ballano, cantano e ridono, nell’arco di una notte che potrebbe condensare in sé la gioia di una vita intera. E nella genuinità delle loro azioni, tra le mura della casa e del bel giardino di Mahin, si mette in atto una vera e propria piccola, deliziosa rivoluzione privata che non solo va contro le leggi imposte dalla Repubblica Islamica,ma scardina anche qualsiasi preconcetto sulle relazioni nell’età più matura della vita e ogni convezione o aspettativa nell’approccio tra un uomo e una donna.

10 dicembre 2024

IN DIFESA DELLE NOSTRE DEMOCRAZIE




Perchè poi,alla fine,tutto si tiene,tutto torna,tutte le cose son collegate tra loro e il filo che lega tutte le vicende è ben visibile.

Ai confini d'Europa c'è una guerra scatenata dalla Russia di Putin contro l'Ucraina che dura ormai da 3 anni.E mentre i missili di Mosca continuavano e continuano a cadere sulle città ucraine massacrando centinaia di civili,è arrivato l'orrore del 7 ottobre 2023,il pogrom dei macellai di Hamas contro Israele che ha provocato la durissima risposta militare di Tel Aviv prima contro Hamas e poi contro l'altra organizzazione terroristica islamista di Hezbollah,entrambe finanziate e armate dal sanguinario regime degli Ayatollah dell'Iran,entrambe azzerate da Israele.Ed ora in Siria crolla il regime di Assad,l'altro feroce dittatore sostenuto dall'Iran degli Ayatollah e dalla Russia di Putin che intervenne in Siria nel 2015 a difesa del regime di Assad,bombardò e sterminò con i gas i gruppi ribelli al regime dello stesso Assad.Ma ora quello stesso regime,nel giro di pochi giorni è crollato sotto i colpi del gruppo jihadista Hayat Tahrir Shameda(Hts)capeggiato da Mohammed al Jolani,che è entrato a Damasco mentre Assad scappava a Mosca lasciando dietro di sè una lunga scia di sangue e centinaia di migliaia di morti,fosse comuni e prigioneri torturati,seviziati e mutilati.

Così,adesso,mettendo insieme alcuni punti,si può capire che il crollo repentino del dittatore siriano Assad apre una finestra dalla quale osservare l'intreccio fra i principali attori del nuovo Asse del Male che molti qui in Occidente ancora si rifiutano di vedere.Perchè è qui,in questa regione del mondo che tutto si lega.Guardare ai collegamenti che qui ci sono tra gli stati canaglia ci fa capire che il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente sono strettamente collegati e che la difesa delle democrazie passi anche dalla capacità di saper vedere chi sono gli alleati veri dell’occidente libero e chi i suoi nemici giurati.

Nel caso della Siria le buone notizie che arrivano per l’occidente riguardano le ragioni che hanno portato alla caduta di Assad,che ci dicono che la resistenza eroica dell’Ucraina contro la Russia ha costretto Putin a lasciare sguarniti alcuni fronti(come appunto quello siriano)e che le vittorie di Israele contro Hamas ed Hezbollah hanno indebolito l’Iran a tal punto da non renderlo capace di difendere il suo grande alleato Assad.L’intreccio tra Ucraina e Medio Oriente è ancora più evidente se solo si pensa ad alcuni fatti accaduti non molti anni fa.

Nel 2015,dopo l'occupazione della Crimea da parte della Russia  e i successivi accordi di Minsk,Putin mandò truppe russe in Siria per aiutare Assad(già allora amico degli ayatollah iraniani)e riconquistare Aleppo,assediata dai ribelli jihadisti.Da quel momento si saldò il patto tra il regime di Putin e quello dell'Iran(che poi,a difesa di Assad,inviò in Siria i terroristi di Hezbollah).La Russia pubblicizzò quell'intervento come un grande trionfo, tenendo anche conto dell'abbandono della zona da parte degli USA.Indubbiamente la Russia,con quell'intervento,si assicurò uno sbocco sul Mediterraneo,con l'utilizzo del porto della città siriana di Tartus delle proprie navi militari.Dal canto suo Assad fu tra i primi a riconoscere l’annessione illegittima della Crimea della Russia,e dall'inizio della guerra in Ucraina,diede un contributo all’aggressione russa mandando mercenari in Ucraina.

Ed anche l'Iran,principale alleato di Assad,rifornisce la Russia di droni iraniani che Putin utilizza per colpire i civili ucraini.Ma intanto essendo la Russia impegnata sul fronte ucraino, ha indebolito l’asse del terrore, come testimoniato dalla fragilità del regime di Assad.Dal canto suo Israele,avendo duramente colpito Hamas ed Hezbollah e lo stesso Iran,ha lasciato Assad senza "amici" e il dittatore siriano  è inevitabilmente crollato.

Tutta la vicenda siriana,allora,è lì a dimostrare che l’asse del male è vulnerabile e che se veramente si vuole indebolire Putin in Ucraina,si devi indebolirlo anche in medio oriente e che se si vuole rimuovere il sanguinario regime degli ayatollah iraniani lo si deve indebolire anche in Ucraina.Dunque il filo c’è,ed è quello che ci ricorda che difendere Israele e l’Ucraina significa difendere non solo i confini di due paesi aggrediti ma anche i confini delle nostre democrazie.

12 novembre 2024

MA LA DEMOCRAZIA E' PIU' FORTE





40 anni fa uscì un film,"Ritorno al futuro" del regista americano Robert Zemeckis,(lo stesso di "Forrest Gump").Quel film parlava di  una città immaginaria,Hill Valley,finita nelle mani di Biff Tannen,un bullo violento e odioso,che spadroneggiava con metodi banditeschi sulla cittadina.Bill Tannen  è mostrato come un volgare e arrogante personaggio,attorniato da prostitute;un mostro senza scrupoli, rozzo, ignorante, volgare, sprezzante della legge a tal punto da trasformare il tribunale della città in un hotel-casinò.E tutta la città di Hill Valley non ha ormai più regole,e in essa prevalgono l’uso sconsiderato di armi, la violenza e l’ossessione per il denaro.  

Forse nemmeno Robert Zemeckis poteva immaginare che quel suo film,diventato un "cult" del cinema,avrebbe avuto una trasposizione nella realtà nel 2016,quando il magnate Donald Trump che allora nessuno conosceva,divenne Presidente degli Stati Uniti.Quel Donald Trump che per il suo agire e il suo pensare si è rivelato essere come il Bill Tannen di "Ritorno al futuro".Poi Trump è caduto nelle successive  il del 2020.E poi ci sono stati i processi a suo carico,e poi c'è stato l’arresto,e ci sono state le condanne in più di un processo.Ma lui ha sempre continuato  ad aizzare all'odio i suoi sostenitori  fino all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.Dopo quel giorno sembrava che la "carriera" criminale di un delinquente fosse finita.E invece oggi,dopo le elezioni americane del 5 novembre,ci ritroviamo con lo stesso delinquente rieletto Presidente degli Stati Uniti.E non è poca cosa quell'elezione,perchè le scelte dei Presidenti USA hanno sempre riguardato non solo gli americani ma il mondo intero.

Nella notte del 5 novembre,infatti,le persone che erano davanti alle tv a Catania, Berlino o Kuala Lumpur si son rese conto che il destino delle loro piccole vite quotidiane è anche quello di tutto il pianeta e che esso dipende da qualche paesino sperduto in Pennsylvania.Perchè questa è la globalizzazione,bellezza.Adesso capiamo che le conseguenze di quello che Trump deciderà sul destino dell'Ucraina o del Medio Oriente avrà effetto immediato sulle nostre vite che ci illudevamo potessero continuare a stare tranquille,sotto l'ombrello protettore dello Zio Tom che ci pensa.All'alba di quel 5 novembre ci siamo svegliati in un mondo nuovo,un mondo distopico come quello raccontato da Adolf Huxley.Un mondo dove la realtà è soppiantata dalla post-verità e dove Musk racconta su X,il social di sua proprietà che in fondo,massì,della stampa possiamo farne a meno e ognuno si costruisce la propria verità (magari  con il benevolo "aiuto" proprio di X).

Così il peggior scenario ipotizzabile è diventato realtà,e adesso c'è un autocrate alla Casa Bianca.Questo è successo perchè la società americana è sempre più frantumata e rabbia,odio e frustrazione sono state alimentate ad arte attraverso i social nella quale l’idea dell’Uomo Forte ha conquistato sempre più consenso anche in gruppi sociali e ceti che certo mai beneficeranno della politica di Trump.

Le conseguenze dei suoi atti si vedranno negli Stati Uniti,ma non solo.E non si tratta solo di scelte politiche od economiche.Con l'elezione di Trump è il concetto stesso di democrazia liberale che è in pericolo a livello globale.L'elezione di Donald Trump pone una serie di questioni all’America e al mondo intero.La sua presidenza demolirà,anzitutto,alcuni istituti democratici degli USA e i suoi provvedimenti,così come li ha annunciati,faranno mutare la natura stessa di quella che l'America è stata finora e cioè una grande democrazia liberale.

Per quanto riguarda l’Europa,parlerà ovviamente con i suoi "simili",e cioè con i leader illiberali come l’ungherese Viktor Orban e con le Destre sovraniste.Tutti loro hanno in comune lo stesso linguaggio truculento,carico di rabbia e violenza. Il pericolo è che vorrà disimpegnarsi dalla Nato e la sfera atlantica non potrà più contare su di una forza egemone che sia di certa e sicura ispirazione democratica.E vorrà altresì disimpegnarsi dal sostegno all'Ucraina concedendo dignità di interlocutore al criminale del Cremlino,Vladimir Putin che potrà allungare le mani sulla terra d'Ucraina. 

Certo,l’onda lunga del Populismo mondiale e della demagogia non è roba di oggi.E' iniziata almeno 20 anni fa.Essa ha scavato piano piano,come un tarlo,nelle menti di milioni di persone anche grazie all’avvento del digitale.Il Big Tech(l'espressione con cui si indicano le 5 più grandi multinazionali che dominano il settore dell’informatica e della tecnologia a livello globale e cioè Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft)ha trovato oltremodo conveniente la saldatura tra i Padroni dei Social e le forze illiberali e nazionaliste che puntano a scardinare la democrazia liberale. Il punto d’intesa è l’ultraliberismo,il turbo capitalismo e la detassazione da una parte e dall’altra, il nazionalismo, i dazi, le deportazioni di immigrati. È un impasto malmostoso che permette di aggirare prima,controllare poi le istituzioni democratiche.Questa saldatura è ancora più evidente adesso tra gli interessi di Trump e quelli di Elon Musk,l'uomo più ricco del mondo con interessi economici(ma non solo)spaventosi che vanno dall'industria aerospaziale a quella delle auto fino,a "Starlink",il sistema satellitare per la fruizione di Internet dallo spazio,fino ai social come,appunto X(l'ex Twitter).Così ora Trump userà la potenza mediatica del proprietario di X per bypassare le istituzioni democratiche e Musk si avvantaggerà delle politiche di Trump per le sue aziende.

Il ruolo di Musk è stato fondamentale nella campagna elettorale di Trump tramite "X".Il linguaggio di Trump è così diventato egemone, una lingua parlata ai settori più emarginati e poveri della società(i "forgotten")e,allo stesso tempo,ai super ricchi.Il punto di intesa è nel fastidio per i riti e i meccanismi della democrazia liberale. 

In Europa il nazionalismo avanza, ma non lo governa.Però dall’altra parte dell’Oceano ora esista una centrale ideologica e politica populista che rappresenta motivo di forte preoccupazione.Il nostro destino dipenderà allora solo da noi europei,perchè Trump prediligerà gli autocrati come Orban, Putin e Xi Jinping.Una sorta di Clan dell’Autoritarismo in cui si decideranno i nuovi destini del mondo e lo svuotamento delle forme di democrazia liberale.Tutti hanno le stesse pulsioni di follia, megalomania e antidemocratica.

Sembra,così,di assistere al tramonto di una civiltà e delle democrazie liberali.Eppure si deve continuare a sperare.Sperare guardando all’Iran,per esempio,dove la democrazia liberale non c’è mai stata, eppure lì le donne e i giovani lottano per avere libertà e diritti.La lotta sarà difficile,ma la democrazia e la libertà sono sempre state più forti di ogni autocrazia e dittatura.I ragazzi di Teheran ce lo insegnano.

24 ottobre 2024

VITTIME E CARNEFICI

 




Avevo da poco finito di scrivere il post du di lei,sulla regista e attivista per i diritti umani iraniana Maysoon Majidi, detenuta presso il carcere di Reggio Calabria,quando, finalmente,è giunta la notizia tanto attesa: il Tribunale di Crotone ha rimesso in libertà Maysoon Majidi.

Maysoon Majidi è nata in Iran. Nel 2019 con suo fratello scappa dall'Iran per sfuggire a un mandato di arresto. La sua colpa? I diritti. Ci sono Paesi in cui la difesa dei diritti costa nel migliore dei casi il carcere e nel peggiore la vita.Così insieme al fratello decide di partire,giungendo,dopo un lungo peregrinare,fino alle coste del crotonese.Senonchè,per sua sfortuna,attracca in un Paese – il nostro – dove,da qualche tempo c'è l’ossessione di scovare scafisti in tutto l’orbe terraqueo. Così basta che alcune persone delle forze dell’ordine traducano poco e male le testimonianze dei suoi compagni di viaggio per essere accusata di essere l’aiuto del capitano,perciò scafista anche lei.E la prova "regina" sarebbe che Majidi distribuiva acqua durante il viaggio, evitando che i migranti venissero cotti dal sale e dal sole.Eh sì,perchè oggi in Italia è diventato reato anche l'umanità.

Così Maysoon viene arrestata e sbattuta in carcere.Lì dentro arriva a pesare 40 chili per uno sciopero della fame per invocare la propria innocenza. 

Dopo quasi un anno dall' arresto e dopo aver trascorso mesi di carcere  in situazioni degradanti per l'assenza di condizioni  igienico-sanitario degne di un Paese civile,Maysoon ha respirato l’odore della libertà nella notte, lasciando le mura del carcere di San Pietro a Reggio Calabria.Dopo dieci mesi,dopo 300 giorni di detenzione e un lungo processo che l'ha vista imputata con l’accusa di essere una scafista, il tribunale di Crotone ha accolto la richiesta di assoluzione,disponendo la liberazione immediata.

Perchè è questo che oggi accade in Italia..Lei che era attivista per l’HANA,l'associazione dei diritti dei curdi iraniani lei che ha girato il corto Thirsty Flight e tenuto una manifestazione di denuncia davanti alla sede ONU della città curda di Erbil,ricordando l’uccisione di  Mahsa Amini, da parte della ‘polizia morale',iraniana per un velo portato male, sperava di trovare in Europa la tanto decantata libertà,ecco in Italia proprio lei si è trovata in una cella.

Maysoon si è ritrovata in cella per la feroce normativa antimigranti e anti ONG fatta approvare dall'esecutivo Meloni-Salvini-Piantedosi.E a nulla sono valse le dichiarazioni spontanee rese dall’imputata, suffragate da foto con cui spiegava le ragioni per cui ha potuto girare un video quando era in coperta.Lei è proprio l'esempio,fra i 200 altri casi che si potrebbero richiamare,contro cui si accanisce, spesso perdendo poi i processi, una repressione a caccia di chi rende possibile l’ingresso nel Paese, ma in realtà si limita ad essere solidale con chi è nella stessa barca.Una donna che combatte per la libertà,la sua e quella dell'Iran,il cui regime brutale e sanguinario è giustamente condannato da governo e opposizioni, ma che quando diventano richiedenti asilo, vanno incarcerate.Questa è la logica repressiva di questo governo,frutto di una perversa narrazione secondo la quale sarebbe in corso una "sostituzione etnica".

Ora,che tutto si è concluso (Maysoon però ha perso in carcere un anno della sua vita)resta la domanda.Semplice.Difronte a situazioni come queste è così difficile lasciare da parte,almeno per una volta l'ideologia,il calcolo elettorale,che poi si trasformano in disumanità,e distinguere le vittime dai carnefici ?

22 ottobre 2024

MEGLIO IN IRAN

 




Chissà se ci ricordiamo quando le donne e le ragazze italiane si tagliavano i capelli per solidarietà con le donne iraniane? E chissà se ce lo ricordiamo ancora quel nome,quello di Masha Amini,uccisa dalla polizia "morale" iraniana nel 2022 perchè indossava il velo in modo "sconveniente".E ce le ricordiamo ancora tutte le altre donne e ragazze iraniane uccise dopo di lei per essersi ribellate al regime tirannico e sanguinario degli Ayatollah?E ci sono forse passate di mente quelle loro parole di libertà:"Woman,Life,Freedom"("Donne,Vita e Libertà")gridate per rivendicare il loro diritto alla vita e alla libertà.Sì,le abbiamo dimenticate e le abbiamo abbandonate al loro destino quelle ragazze iraniane che pure continuano a lottare "a mani nude" per usare il titolo del libro del giornalista di Radio Radicale, Mariano Giustino per la loro e la nostra libertà.

Si,abbiamo smesso di parlarne,abbiamo smesso di indignarci per le ragazze iraniane.Ma su quello che sta accadendo sul patrio suolo italico proprio contro una ragazza iraniana non possiamo in alcun modo far finta di niente.

Maysoon Majidi si chiama quella ragazza,ha 28 anni,e nel dicembre 2023 è stata arrestata dalla polizia italiana perché ritenuta una “scafista”.Maysoon ora è in prigione a Castrovillari e in quel carcere di Calabria Maysoon ha fatto lo sciopero della fame e ora pesa appena 40 chili.Ha fatto lo sciopero della fame perchè la sua è una vicenda assurda.Una vicenda kafkiana.O forse,"soltanto",una vicenda italiana.

Maysoon è una regista curdo-iraniana,conosciuta anche in campo internazionale,un’attivista che ha combattuto il regime tanto da dover scappare da quel Paese e l'anno scorso è arrivata in Italia.Pensava di essere arrivata nella "civilissima" Italia,in un Paese dove è assicurato,al contrario che in Iran,il rispetto delle idee e del diritto.Invece è arrivata in "questa" Italia,che ormai tutto è,tranne che terra di diritti.Così,invece di poter chiedere asilo e ricevere protezione e dopo essere sfuggita al regime degli Ayatollah,è stata incarcerata proprio nel nostro Paese dove credeva di aver raggiunto la salvezza.

Ora Maysoon è in un carcere italiano,in attesa oramai da un anno della definizione del processo a suo carico.Accusata,in base al "famigerato" Decreto Cutro,di favoreggiamento di immigrazione clandestina,cioè di essere una "scafista",quella categoria di persone che la Premier Meloni vuole combattere su tutto l'"orbe terracqueo".

Le accuse si basano su poche,incerte testimonianze di persone che avevano dichiarato di aver viaggiato con lei nell’ultimo tratto del viaggio in barca.Testimoni interrogati in fretta e anche,in certo qual modo,"indirizzati" verso certo dichiarazioni.Testimoni che poi,rintracciati in Germania,hanno ritrattato tutto,dichiarandosi pronti a confermarlo in Tribunale.Ma la Procura neanche si cura di chiamarli.

Così Maysoon resta in quell'infame sistema carcerario italiano per il quale l'Italia,è stata già più volte condannata dalla  Corte Europea dei Diritti Umani.Ma forse la condanna più dura che deve far vergognare questo Stato,l'ha inflitta proprio Maysoon quando ha detto ai suoi legali di preferire di affrontare il suo destino in Iran dove almeno sa benissimo perché è perseguitata,invece che stare in carcere in Italia per qualcosa che non ha commesso.

Ecco,questo accade oggi in Italia in materia di immigrazione attraverso le aberranti leggi di questo governo.Questo è il frutto delle leggi sull’immigrazione varate da un governo reazionario e illiberale che infierisce sulla carne viva dei profughi che fuggono dalle guerre,dalle violenze,dalla fame e dalle carestie.Un governo che persegue le ONG,colpevoli del reato di "umanità",di aiutare tanti poveri cristi a non affogare nelle acque del Mediterraneo nelle loro fughe dal dolore e dalla disperazione.Un governo che respinge i migrati e nelle sue deliranti farneticazioni parla di fantomatiche "sostituzioni etniche",legittimando di fatto le violenze e le torture nelle carceri libiche sui migranti e con le sue leggi permette ora di arrestare una donna,una attivista iraniana per i diritti umani.

Maysoon Majidi sarebbe dunque una "scafista".Ma se scafisti sono, come spesso accade, persone che non possono permettersi il viaggio organizzato dai trafficanti e che per questo vengono costretti a guidare la barca con la quale fuggire(si veda a tal proposito il bel film di Matteo Garrone "Io,capitano",nella clip sotto)

è difficile che Maysoon Majidi lo sia perché è riuscita a dimostrare tutti i pagamenti fatti.Il padre,professore universitario,ha venduto tutto,casa compresa,per far partire lei e il fratello(che adesso è in Germania).Maysoon è iraniana di etnia Curda,cioè quell'etnia più perseguitata dal regime e per giunta attivista per i diritti delle donne. A chi altri bisognerebbe dare rifugio in Italia,se non a lei? Ed invece Maysoon resta in carcere.

La nostra coscienza e la nostra civiltà giuridica ci dovrebbe dire che c’è qualcosa che non torna in questa vicenda,nella facilità con cui mettiamo in prigione donne fuggite da un regime che diciamo di aborrire. C’è molto, moltissimo che non torna nelle leggi che sono state fatte per contrastare l’immigrazione illegale e che rischiano invece di generare solo nuovo dolore e nuove ingiustizie.“Donna, vita, libertà” è un urlo che dovrebbe valere sempre per le ragazze iraniane cui abbiamo promesso una solidarietà vuota e ipocrita se non ci sentiamo neanche in dovere di dar loro rifugi.