27 febbraio 2025
IL SEME DEL FICO SACRO
18 ottobre 2024
ESSERE CON "LORO"
Dentro questi fatti c'è violenza,tanta violenza.Nella maggior parte dei casi si tratta di violenza maschile contro le donne,anche nell'ambito familiare,in una logica di brutale volontà di dominio e annullamento della donna.Ora,però,dentro questi fatti di cronaca nera c'è dell'altro.Sempre più spesso ci sono vite poco più che bambine;vite che appena adesso cominciano ad affacciarsi alla Vita.E dietro ognuno di quelle vite ci sono disagi,materiali e morali,isolamento,incapacità di relazionarsi.Ed è così che quelle vite bambine diventano vite di violenza:contro gli altri ma talora anche contro se stessi in incontrollati istinti suicidari.Eppure la classe politica resta silente,forse perchè se gli adolescenti hanno dei problemi in fondo chissenefrega,tanto loro non votano e non rientrano nemmeno nel sondaggio settimanale di Mentana.
Si potrebbe forse dire che questa non è storia nuova:era già successo 23 anni fa a Novi Ligure,quella storia di Erika,allora 16enne,e del suo fidanzato Omar,che uccisero la mamma e il fratellino di lei.O ancora quella di Pietro Maso che uccise i propri genitori.Quelle però,furono vicende rimaste nella memoria collettiva proprio per la loro terribile unicità.Ora invece facciamo fatica a star dietro a tutte le vicende che ci arrivano dai media in maniera incalzante.
Così un giorno restiamo increduli difronte all’assassino di 19 anni di Rozzano che ha detto che voleva uccidere "qualcuno",chiunque egli fosse,perché "aveva passato una brutta giornata".Oppure alla storia di quel 17enne che ha strangolato una donna perché voleva vedere "che effetto faceva uccidere".E ancora quando un ragazzo di 17 anni di Paderno Dugnano uccide madre, padre e fratellino perché viveva un profondo disagio interiore,sentendosi "un estraneo, in famiglia e nel mondo".E l' altro ancora di quella ragazza di Parma che ha sotterrato nel giardino i 2 propri bambini appena nati.
Tutti questi episodi riguardano ragazzi italiani,del Nord prospero.Tutti appartenenti a famiglie «normali».E ognuno di essi lascia tutti ammutoliti ed increduli,come se la vita stessa potesse essere schiacciata senza nessun rimorso.
Il fatto è che quando i ragazzi entrano nello scenario che devono percorrere per raggiungere una propria identità,portano con sé le proprie storie che sono state scritte non solo da loro,ma anche dai genitori, dalla scuola e dalle esperienze che hanno avute fino al raggiungimento della pubertà.Ma a quell'età non tutti arrivano allo stesso modo.Molti,per fortuna,vi giungono seguiti da un nucleo familiare stabile e culturalmene preparato.Altri hanno un destino diverso,vittime di abbandono,disinteresse e violenze familiari.
E poi c'è la scuola,così burocratizzata,incapace perciò di capire le vulnerabilità,il disorientamento di questi ragazzi,che li fa finire in bande violente che infieriscono sui compagni più deboli con atti di bullismo.
Psicologi e sociologi ci hanno spiegato che questi ragazzi vengono dagli anni del Covid,con l’impatto che hanno avuto con la morte e la paura e con una nuova visione del futuro. In quei mesi allucinanti furono quasi 200.000 i morti in Italia,più delle vittime civili della Seconda guerra mondiale.E questo in delle personalità in via di formazione ha un peso decisivo.
Quegli stessi psicologi e sociologi ci hanno anche spiegato di quanto la società digitale incida nell'alterazione del relazionamento umano e del formarsi della vita dei ragazzi e del radicale modificarsi di una esperienza adolescenziale che oggi si svolge essenzialmente attraverso il mondo virtuale. Un intrico di luoghi e di vie nei quali è facile perdersi ed è facile soffrire.E sono anche i dati a confermare queste spiegazioni.Dal 2006, anno di arrivo degli smartphones,sono raddoppiati i reati dei minori e crescono i casi di ansia, di autolesionismo, gli istinti suicidari o le risse violente tra gruppi di adolescenti.
Oggi sono nuovi e diversi i modelli e i valori di riferimento per questi ragazzi.Oggi è il gruppo che condiziona le scelte e i comportamenti;oggi i giovani sentono il bisogno di essere riconosciuti ed accettati dai propri compagni anche attraverso scambi digitali,che occupano sempre più spazio a scapito dei rapporti reali.Su di loro agisce una pressione che li trasforma in soggetti costretti costantemente a cercare conferme di autostima cercando followers,per la precocità con cui si entra in contatto,solo tramite una tastiera,con il mondo violento dei grandi,con l’obbligo di crescere in fretta,di divorare il tempo,con la pesantezza di una società che trasferisce loro solo ansia amplificando a dismisura quel "male di vivere" che questi tempi assegnano agli uomini in generale,ai giovani ancora di più.
Le violenze dei minori chiama noi tutti a intervenire,a capire che essa è sintomo di un disagio giovanile più vasto, iscritto nelle contraddizioni e nei disvalori della nostra società e approfondito dalle conseguenze della pandemia nelle angosce anche da essa portate.Non possiamo ridurre il malessere dei giovani a un problema di ordine pubblico.Tutti noi adulti siamo chiamati ad agire, in primo luogo i genitori, il mondo della scuola, gli operatori del sociale.Bisogna anzitutto "esserci" come adulti. Ascoltare,occuparsi,non tanto preoccuparsi.Così si potrebbe pensare ad ampliare la presenza di educatori e operatori sociali nei territori, incrementare gli spazi protetti dove gli adolescenti possono incontrarsi e stare insieme, avvicinare la scuola alla vita che i giovani si trovano ogni giorno ad affrontare, là fuori.
07 luglio 2024
I 30 ANNI DI FORREST
Entrambi i lavori sbancarono ai botteghini, ma fu il film di Zemeckis a fare incetta di Premi Oscar,perchè più "sentimentale e facile",secondo i critici di allora.Eppure ancora oggi Forrest Gump ci rimane nella memoria più di "Pulp Fiction",trascinandoci in un tempo fuori dal tempo,come sanno fare i film diventati miti.
Certo,dopo 30 anni, Forrest Gump,ci racconta di una stagione storica distante e diversa(basti solo pensare agli attacchi alle Twin Towers), e forse anche “ingenua”, in termini di narrazione della storia pubblica.
Il fatto è però che Forrest Gump si riferisce a un mondo reale in cui l’incontro tra vita privata e storia collettiva era rappresentato secondo tecniche che negli anni '90 Zemeckis riuscì a proporre portando un linguaggio nuovo che oggi potranno apparire desuete.Oggi,per esempio,se ci sediamo su una panchina pubblica,difficilmente attaccheremmo discorso con gli sconosciuti accanto a noi; piuttosto ci connetteremo con l’iPhone, comportandoci come semplici spettatori delle vite degli altri,mai come protagonisti di un mondo cambiato.
Eppure,nonostante la distanza temporale e i cambiamenti della società, le verità di Forrest Gump resistono,e sono proprio questi aspetti “sentimentali”,e la sensazione di un loro cambiamento o di una loro perdita,che ancora ci coinvolge.
Ricordiamo bene la vicenda. Il film inizia con una panoramica della camera che,segue una piuma volante,che,dopo aver attraversato una strada trafficata di città,va a cadere accanto ad un uomo di circa 40 anni, seduto su una panchina alla fermata di un autobus.L'uomo raccoglie la piuma che si è posata ai suoi piedi, e la conserva tra le pagine di un vecchio libro illustrato che si trova in una piccola valigetta,aprendo poi la seconda cosa che porta con sé:una confezione regalo di cioccolatini.
Siamo all’inizio degli anni 80. Intanto sulla panchina si siede anche una donna nera, con gli abiti da lavoro di un’infermiera. L’uomo la saluta, si presenta:«Hello. My name is Forrest. Forrest Gump» – e le offre un cioccolatino, aggiungendo che lui ne mangierebbe a milioni e che la sua mamma diceva sempre che "la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai cosa ti capiterà".Ascoltando queste prime battute,cominciamo a capire che c’è qualcosa di strano.Chi parla è un uomo adulto che si esprime in modo infantile, come qualcuno che un tempo veniva definito “ritardato”.Ed è qui che comincia il film.Da questo momento,Forrest attacca a raccontare la sua vita ad altre quattro persone che via via si siederanno sulla stessa panchina.
Si parte dall’infanzia, in Alabama,da un ambiente ostile alla diversità, ma grazie alla madre (Sally Field) che ha fatto di tutto perché il ragazzino non fosse discriminato, e con il sostegno della piccola amica Jenny, che è stata la prima a incoraggiarlo a correre, Forrest diventa via via protagonista di favolose esperienze. Sono tutte avventure incredibili di attraversamento fisico e simbolico, che via via lo porteranno, senza nemmeno rendersene conto,a diventare un campione sportivo, un eroe di guerra, un grande manager, e a incontrare, tra gli altri anche le figure e le situazioni più emblematiche e iconiche della storia americana dagli anni '50 al 1981,spesso interagendo con loro: Elvis Presley, John Lennon, la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate, il Black Panther Party e i presidenti Kennedy, Johnson e Nixon.
Le due costanti del viaggio straordinario di Forrest nella storia e nello spazio americano, sono la fiducia nella vita trasmessagli dalla madre e l’amore incondizionato per Jenny (Robin Wright )creatura irrequieta con un'orribile infanzia(abusata dal padre alcolizzato). Per tutto il racconto, Jenny appare e scompare dalla vita di Forrest, vivendo intanto la stagione dell’emancipazione giovanile degli anni '60, passando dalla droga, e continuando sempre a scappare, come per illudersi di sottrarsi al dolore che da troppo tempo si porta dentro. Lo fa anche dopo esser temporaneamente tornata da Forrest,dove i due giovani fanno l’amore,prima che la donna, all’indomani, sparisca di nuovo.
Il nuovo abbandono di Jenny porta Forrest a sciogliere la sua tristezza mettendosi a correre,"per tre anni, due mesi, quattordici giorni e sedici ore "; fin quando, tornato a casa, un giorno riceve una lettera di Jenny che gli chiede di andare a trovarla.Così,alla fine,Forrest si ricongiunge all'amore di tutta la vita e incontra Forrest junior,figlio suo e di Jenny. Ammalata di HCV in fase terminale,la madre ha scelto infatti di presentare e affidare il piccolo a Forrest. Dopo il matrimonio e la morte di Jenny, il film si conclude come era iniziato: con Forrest ancora seduto alla fermata di un bus, ma stavolta mentre aspetta il ritorno del suo bambino da scuola.
Forrest Gump,un film così pieno di corse tra i campi o nella foresta attaccata dalle bombe e per tutta l'America,di primi passi sulla luna,è un grande racconto su come lo slancio del muoversi,dell'andare, anche in senso figurato, metta in salvo.
Lo schema narrativo è scandito dalla ricorrenza continua di situazioni e spazi che in molti casi si ripetono (la panchina, l’albero, il tema dell’attesa del bus, la stessa camera dove morirà la madre, prima, e Jenny poi, la piuma che nel finale riprende il volo).Lo stile della ripetizione riesce anche a rappresentare certi stili tipici dei disturbi dello spettro autistico: come, per esempio, la propensione per abitudini di vita, di comportamento e di linguaggio identiche e regolari.E c'è anche un altro angolo visuale interessante:l’amicizia tra Forrest e Buba – rovescia anche uno dei pregiudizi più razzisti e micidiali in tema di autismo, vale a dire il principio per cui le persone autistiche andrebbero isolate secondo la tesi di quel tal generale razzista e xenofobo a nome Vannacci.Tra l’altro, Forrest ricordare anche il nome di “Forest”, una cittadina del Mississippi nota per essere stata la città natale di Donald Triplett,prima persona a cui fu diagnosticato un disturbo autistico.
Il regista, Robert Zemeckis già collaboratore di Spielberg,ha diretto molti film importanti:"Ritorno al futuro";"Chi ha incastrato Roger Rabbit";"La morte ti fa bella".Tutti film che sviluppano i progressi della tecnologia.Questo sistema torna anche in Forrest Gump, con quelle trovate tecniche con cui, malgrado all'epoca ancora non esistesse il digitale, si “infila” Forrest nei filmati di repertorio dei grandi eventi storici mostrandoci il protagonista, per esempio, mentre stringe la mano a John Fitzgerald Kennedy,o accanto a John Lennon.
Perchè è questo quello che Forrest fa,anche attraverso effetti speciali:ci introduce nella storia,la sua storia, quella degli altri, quella dell’America,e persino la nostra storia di spettatori che,attraverso lui,finiamo per guardarci "dentro".Noi,guardando la panchina di Forrest,siamo "costretti" a riflettere sul modo con cui guardiamo (e giudichiamo)la diversità,con l'arroganza di pensare che siamo noi quelli "normali".NOI che guardiamo alle persone “strane”,che invece,più e meglio di NOI,sanno realizzare,come Forrest,cose e imprese meravigliose e impensabili rispetto a NOI "normali".
Ma perché Jenny, lei che ha insegnato a Forrest che ci si salva correndo, proprio lei invece non si salva, mentre lui sì?La risposta è che è forse perchè lei,che scappa da un orrendo passato fatto di violenze e abusi da parte del padre,cerca altri mondi e altre cose che però continuano a renderla infelica,fino a quando,alla fine capisce che i veri valori sono quelli del mondo di Forrest.E forse la risposta è anche quella che Forrest dà al Tenente Taylor (l'attore Gary Sinise )che in Vietnam Forrest ha salvato dalla morte ma al quale sono state amputate le gambe.Il tenente urla in faccia a Forrest:"Perchè mi hai salvato?Questo non doveva succedere,non a me.Io avevo un destino. Ero il tenente Dan Taylor».E Forrest,che pure un destino felice non ha avuto,con naturalezza e semplicità dice:"Ma lei è ancora il Tenente Dan".Come dire che in ognuno permane la propria identità,mantenedo la quale si ha la possibilità di raggiungere i propri obiettivi,guardando sempre,però,ai valori veri della vita;come Forrest,che nonostante abbia raggiunto celebrità,successo e ricchezza,pensa sempre e soltanto all'amore per la mamma e per Jenny.
E c'è sempre,poi,quella leggendaria scatola di cioccolatini,che rappresenta una metafora.Essa non è solo “una scatola”,cioè un oggetto che contiene;essa rappresenta l’azione del dono all'altro, che stabilisce una relazione:situazioni,oggetti,case,cassette postali(nella quale la mamma di Buba riceve una donazione di Forrest che la fa diventare ricca)e persino televisori(davanti al quale Forrest senior e junior cominciano a conoscersi);contenitori che contengono sentimenti.
In quella scatola di cioccolatini ci può essere una “dolcezza” della vita che non è semplicemente un fatto di golosità.E' un oggetto che si offre, si apre, si conserva e si porta in regalo.La dolcezza di cui parla quella scatola contiene la verità di chi ha fatto pace con gli eventi inaspettati e dolorosi e sa donare e donarsi agli altri.
03 marzo 2024
NEMMENO LA MORTE GLI BASTAVA
Ed infine,dopo 10 giorni dalla morte,la salma di Aleksej Navalny è stata consegnata alla sua famiglia.E se ciò è stato possibile è stato soprattutto per il disperato coraggio di quella donna,Ludmilla,la madre di Aleksej,che sfidando le minacce del regime è riuscita a farsi ridare quel corpo,facendo ricordare a molti Re Priamo che richiese il corpo di suo figlio Ettore ad Achille che quest'ultimo aveva ucciso.
Ma proprio questo fatto sottolinea quale sia l’importanza del corpo come significato e simbolo di una lotta politica.Anche Marco Pannella,ad esempio,sacrificando il proprio corpo con i suoi scioperi della fame,diede visibilità,in un epoca dominata dalle ideologie,alle sue battaglie sul divorzio,l'aborto,i diritti degli omosessuali,la fame nel mondo e il fine vita.
Navalny era uomo di bella presenza,il viso espressivo,aveva una grande padronanza dei meccanismi della Rete attraverso la quale riusciva a portare avanti la propria battaglia con la denuncia del regime corrotto e violento di Putin.Egli infatti aveva compreso che oggi è la Rete che con l'immagine,il corpo e la raffigurazione delle cose riesce a dar forza parole e idee.
Ed è stato proprio il passaggio online, prima con un blog e poi su Twitter,Facebook,Instagram e le inchieste pubblicate su YouTube,a rendere l’attivista Navalny un fenomeno di massa,l'icona dell’opposizione a Vladimir Putin, capace di parlare a settori diversi della società russa.
Successivamente le fotografie di Navalny in piazza tra i suoi sostenitori aumentarono enormemente la sua esposizione mediatica,riuscendo così a coinvolgere tanta gente,nonostante il terrore imposto da Putin,capovolgendo anzi proprio sul suo sistema autoritario tutto il fango e le infamità dei media ufficiali e delle autorità del regime russo,irritate prima,inferocite poi da questa capacità mediatica.
In tutti questi anni Vladimir Putin non ha mai fatto il nome di Alexey Navalny, anche quando quest'ultimo ha reso evidente la corruzione del regime,nè,tantomeno,dopo l’avvelenamento subito.Lo zar del Cremlino pensava così di ridurre la sua figura a qualcosa di trascurabile,insignificante,irrilevante per lui che non aveva tempo per un cittadino qualunque,lui che parlava con i leader mondiali.“Chi ha bisogno di lui?”,rispose Putin sprezzantemente una volta a una domanda di un giornalista.
Ed invece è stata proprio quell’immagine di cittadino qualunque a far guadagnare autorevolezza morale a Navalny,che prima dell’avvelenamento si muoveva appunto come cittadino qualsiasi,andava in metro e a fare anche la spesa.
Così,l’essere stato una presenza impossibile da piegare, indisponibile al compromesso,ha reso possibile veder protestare in quelle manifestazioni di piazza uomini e donne, spesso molto giovani, di orientamento diverso, perché tutte vedevano in Navalny una possibilità di poter esprimere la propria contrarietà e ha reso la sua figura un catalizzatore, un punto di riferimento per tanti.
Ecco perchè il corpo è stato restituito solo dopo 10 giorni.Il regime vedeva con terrore nel corpo di Navalny morto ancora una minaccia,temeva che anche da morto Navalny potesse(come poi difatti è avvenuto alla celebrazione dei funerali)dar voce alla contestazione e al dissenso:perchè per i regimi dispotici anche i corpi senza vita possono essere testimonianze dell’ingiustizia e segnali di ostinata sopravvivenza di tutto ciò che l’esercizio della forza bruta del potere pure non riesce a sopprimere.Così Navalny anche da morto è restato ciò che era stato da vivo,cioè simbolo di una battaglia per la libertà.
Il regime temeva che il silenzio imposto con la morte a quel corpo non poteva bastare per sopprimerne anche le idee.Ed allora la strategia voleva essere l'occultamento.E,tuttavia quello stesso corpo è sfuggito a ogni tentativo di nascondimento e le idee che quel corpo aveva con grande coraggio sempre espresso,contro quel regime corrotto,violento e brutale continuano ad esserci.
Il corpo è la sede più intima della persona umana e il fondamento della sua dignità e,di conseguenza,fonte dei diritti fondamentali dell’individuo.Ma il tiranno,anche se usa i metodi più brutali non potrà mai sopprimere quella cosa immensa che è la grandezza della soggettività umana.E così anche Vladimir Putin,dopo aver fatto uccidere Navalny(così come già aveva fatto con Anna Politkovskaja)ne ha negato il corpo per più di una settimana,tentando di controllare la salma del suo principale oppositore, al fine di far tacere anche quel cadavere capace di rivelare l’impotenza della dittatura nei confronti dell’estrema vitalità di un corpo morto.
Ma alla fine Putin si è dovuto arrendere:ha restituito il corpo ai suoi cari che hanno potuto celebrarne il funerale.Doveva essere un funerale "nascosto",lontano dagli occhi della gente e delle tv.Eppure Alexey Navalny,chiuso nella bara è riuscito nel suo ultimo miracolo: mostrare al mondo l'altra Russia, quella che dice e vuole il contrario di quello che dice e vuole Putin.La Russia fuorilegge, quella che non si vede perchè repressa con la forza della polizia è accorsa a quel funerale e si è stretta attorno all'uomo che aveva dato speranze.Forse sembrerà solo una rivincita,amara e insignificante,eppure è stato qualcosa di sensazionale vedere quelle migliaia e migliaia di persone che sfidando la polizia, le telecamere con riconoscimento facciale e il rischio della prigione,hanno ritenuto loro obbligo morale andare a porgere l'estremo saluto all'uomo che lottò anche per loro.
Così i funerali di quell'uomo morto son divenuti momento di libertà, in cui è venuta meno anche la paura,e in tanti hanno scandito le parole di Navalny:"L'amore è più forte della paura" e "La Russia sarà libera",anche se adesso nel buio di questi giorni russi tutto questo appare come un sogno impossibile.
19 gennaio 2024
MEGLIO CAROSELLO
Nel suo celebre libro “Avere o Essere”,Erich Fromm dimostra come le cose che crediamo di possedere in realtà ci possiedano,e che l’abbandonarci a un consumismo smodato conduca inevitabilmente alla perdita della nostra identità.
In questa società della comunicazione,dei social,del gossip,della sovraesposizione mediatica,il titolo di quel libro forse andrebbe cambiato in “Apparire o essere”,vero dilemma della contemporaneità.L’illusione maggiore del mondo dei new media, della televisione,dei social network è l’aver fatto pensare che la felicità possa essere un regalo e non il frutto di un lavoro faticoso, il tutto a scapito della capacità di affrontare la realtà della vita.
