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04 luglio 2026

4 LUGLIO : COME ERAVAMO (E SIAMO)





Sono passati due secoli e mezzo da quel 4 luglio 1776, quando il Secondo Congresso Continentale riunito a Philadelphia approvò il testo destinato a cambiare la storia. Quel giorno nacquero ufficialmente gli Stati Uniti d’America, anche se la guerra contro la Gran Bretagna sarebbe proseguita ancora per sette anni, fino alla vittoria americana e al Trattato di Parigi del 1783.Con quel documento,redatto principalmente da Thomas Jefferson e pensato assieme a John Adams, Roger Sherman,Robert Livingston e Benjamin Franklin – le 13 colonie britanniche proclamarono l’indipendenza dalla madrepatria inglese.La Dichiarazione sancì la nascita di una nuova nazione fondata su principi destinati a influenzare la storia moderna.Tra questi figurano il diritto alla libertà,all’uguaglianza e alla ricerca della felicità, concetti che ancora oggi rappresentano i pilastri dell’identità americana.

Anche se la Guerra d’Indipendenza proseguì ancora per diversi anni, il 4 luglio divenne ben presto il simbolo della nascita degli Stati Uniti.Con il tempo la ricorrenza si è trasformata nella principale festa civile del Paese.

Per comprendere l’importanza della Dichiarazione bisogna tornare agli anni precedenti la Rivoluzione americana.Le 13 colonie britanniche della costa orientale vivevano una crescente tensione con Londra.Infatti quando gli Stati Uniti d’America erano solo l'insieme di tredici piccole colonie inglesi situate nella parte nord-orientale del continente americano,l’Inghilterra, dissanguata economicamente dalla "Guerra dei sette anni",impose ai sudditi americani una serie di tasse per rimpinguare le casse statali.Intrise di cultura illuministica e consapevoli che il consenso dei contribuenti nella determinazione delle imposte era uno dei cardini tradizionali della libertà inglese fin dai tempi della Magna Charta,le colonie rifiutarono il pagamento delle tasse e posero l’alternativa di inviare i propri rappresentanti al Parlamento di Londra o di essere esonerati da ogni tassa non approvata dai loro rappresentanti.Il principio era uno:“No taxation without representation”,nessuna tassa senza rappresentanza.Per i coloni era inaccettabile essere tassati da un Parlamento nel quale non avevano propri rappresentanti.Le proteste aumentarono fino al celebre Boston Tea Party del 1773, quando alcuni coloni gettarono in mare un intero carico di tè della Compagnia delle Indie Orientali per protestare contro le politiche fiscali britanniche.Re Giorgio III rispose duramente chiudendo il porto di Boston e revocando l'autonomia del Massachusetts, inasprendo la repressione.A quel punto la ribellione fu inevitabile e i primi scontri armati si verificarono a Lexington e Concord,avendo Re Giorgio inviato anche mercenari tedeschi per sedare la ribellione.Si arrivò così al giugno 1776,quando il Congresso incaricò una commissione di redigere il documento che avrebbe sancito la separazione dalla Gran Bretagna.Il principale autore fu Thomas Jefferson,affiancato da John Adams,Benjamin Franklin,Roger Sherman e Robert Livingston.La Dichiarazione venne approvata il 4 luglio. Nel preambolo compare una delle frasi più famose della storia: “Riteniamo che queste verità siano evidenti:che tutti gli uomini sono creati uguali e siano dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra i quali la Vita,la Libertà e il perseguimento della Felicità”.Parole rivoluzionarie per l’epoca,destinate a influenzare il pensiero politico occidentale nei secoli successivi.Il documento elencava anche le accuse rivolte al sovrano britannico,ritenuto responsabile di aver violato i diritti dei coloni,proclamando il diritto delle colonie a diventare “Stati liberi e indipendenti”.

Forse per un europeo 250 anni sono un numero piccolo,ancor più se un numero così preciso.Le nazioni europee come l’Italia o la Francia o la Germania,la Spagna o l’Inghilterra  hanno una storia che non solo è enormemente più lunga,ma,e questo conta ancora di più,è una storia della quale non è possibile indicare una data d’inizio.Come mai questo non vale per gli Stati Uniti?Perché gli Stati Uniti sono sin dalle loro origini un esperimento e per questo storicamente sono un’eccezione.E proprio i termini "esperimento" ed "eccezione" sono categorie che le scienze sociali sono state costrette ad impiegare per parlare degli USA.Gli esperimenti nascono da ragioni precise ed in circostanze altrettanto precise.

Mai la storia di una nazione è cominciata con un esperimento e invece appunto questo è quello che  è successo negli USA e proprio per questo essi sono una eccezione.Così sarebbero 406 le candeline da spegnere invece di 250,se gli anni venissero contati dal 1620,quando alcuni esuli europei sbarcarono in quel lembo di terra chiamato Massachusetts.Questi esuli erano guidati dalla voglia di fare un esperimento che nell’Europa dalla quale fuggivano(quella della Guerra dei Trent’anni)non era possibile:costruire una società coerente con i principi cristiani.Così nel 1620,un gruppo di 102 esuli religiosi inglesi (i c.d. Padri Pellegrini o Pilgrim Fathers") salpò dall'Inghilterra sulla nave Mayflower.Fuggendo dalle persecuzioni della Chiesa anglicana,approdando appunto nell'attuale Massachusetts dove fondarono la Colonia di Plymouth.

E comunque lo sbarco dei "Padri Pellegrini" pose le basi dei principi di autogoverno e sovranità popolare,principi che i Padri Fondatori, guidati da Thomas Jefferson, avrebbero poi formalizzato nel documento el 4 luglio della rivoluzione americana.Il 4 luglio del 1776 i rappresentanti di quelle colonie nordamericane approvarono la Dichiarazione di Indipendenza (dall’Impero britannico)dando così avvio ad un altro esperimento:quello di una democrazia liberale che nasceva «dal basso».Il paradigma era stato cambiato, e non di poco. Pesò l’influenza della lezione di un certo John Locke,e con essa il modo in cui le isole britanniche avevano scelto di porre fine alle turbolenze politico-religiose del XVII secolo.

Nacque così,nel 1776 dall'altra parte dell’Atlantico,qualcosa che non si era mai visto e che si riteneva impossibile. L’esatto opposto di quello che poco dopo si sarebbe affermato nell’Europa continentale con il totalitarismo giacobino e la Rivoluzione francese del 1789.Solo pochi decenni dopo,nei primi anni ’20 dell’Ottocento,questa fu l’impressione del primo europeo che studiò gli Stati Uniti,Alexis de Tocqueville.Egli,che negli USA ci andò per studiare da vicino quel nuovo modello di democrazia,rimase sbalordito: «mai si era vista una conciliazione del genere tra spirito di libertà e spirito di religione».

In America era stato rifiutato il modello dello Stato ed era stato scelto invece l’assetto federale proprio della repubblica (federalismo non solo orizzontale,ma anche verticale:non solo autonomie territoriali, ma anche funzionali). Era stata mantenuta la tradizione romana del diritto al di sopra della legge.I poteri politici e quelli religiosi erano separati e senza alcuna subordinazione reciproca,mantenendo entrambi entro lo spazio pubblico:in questo modo politica e religione,anzi,si rafforzavano nella competizione e nel controllo reciproco.Il cristianesimo era fondamento della libertà anche dei non credenti, i quali (Thomas Jefferson per primo) volevano la presenza pubblica delle Chiese e dei credenti («free exercise») e di ogni tipo di opera che la fede ispirasse esattamente al fine di evitare che la politica dominasse la società e si facesse Stato.

Eppure nella storia degli Stati Uniti più volte l’esperimento del 1776 è stato messo seriamente in discussione.Per noi percepirlo è difficile. Nella memoria abbiamo impresso il Novecento quando, clamorosamente e per due volte a distanza di poco più di venti anni, nel 1917 e nel 1941, gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo,innanzitutto a vantaggio di noi europei,un punto elevatissimo di combinazione tra spirito di libertà e spirito di religione (ebraico-cristiana).Hanno unito ragioni e forza in difesa della libertà anche se certamente non gratis.

Nel Novecento l’eccezione americana ha soccorso l’Europa libera e ha forgiato l’«Occidente» per come lo abbiamo conosciuto sino a oggi (o forse sarebbe meglio dire,per chiarezza,fino all'"Era Trump"). Certo un Occidente non innocente e con gravi limiti, ma anche un Occidente che ha combinato ad un livello prima ignoto e su una scala globale una sintesi di fattori virtuosi producendo un risultato di grande qualità civile e culturale.La inclusività,la solidarietà(nonostante i sempre più forti populismi e sovranismi) e la capacità attrattiva di questo modello ne costituiscono testimonianze incontrovertibili.

Oggi,tuttavia,abbiamo sotto gli occhi una realtà completamente diversa.Ciò che abbiamo sotto gli occhi oggi sono prima ancora gli effetti di almeno mezzo secolo nel quale sono state erose in maniera profonda le condizioni e poi anche molte delle intenzioni dell’esperimento USA nella sua versione originale. Si pensi solo al venir meno o al drastico ridimensionarsi della emigrazione europeo-occidentale ed ebraica negli USA. Furono gli immigrati cattolici (irlandesi, polacchi, italiani) a mutare molto del DNA della politiche USA. Furono gli intellettuali di formazione europea a dare un contributo decisivo ai successi delle università e della ricerca USA.Se oggi gli USA confermano la volontà di diventare un’altra cosa (quella che vuole Trump oppure quella che vogliono Sanders e Mamdani e i «woke»),se gli USA cambiano esperimento,non avremo più questo Occidente né forse alcun Occidente.

Non si può dire come andrà a finire.Cina, Russia, Iran, Corea del Nord,cioè gli Stati canaglia per eccellenza,che si pongono agli antipodi dei principi della Dichiarazione del 1776,hanno dimostrato,a dir così,di saperci fare,ma cercano di imporre qualcosa che nulla ha che vedere con quell'esperimento di Democrazia e che semmai ci ricorda quello da cui siamo fuggiti:le dittature e la Ragione sottomessa alla forza bruta.Quello che è certo è che solo i nostri esperimenti non proseguiranno per inerzia, perché gli esperimenti richiedono intenzioni precise e volontà.Perciò celebrare il 4 luglio è anche l'occasione per interrogarci sul futuro che possiamo e che vogliamo.Come diceva Kant,la modernità è l’età adulta dell’umanità.E gli adulti si riconoscono perché pensano e scelgono.

12 novembre 2024

MA LA DEMOCRAZIA E' PIU' FORTE





40 anni fa uscì un film,"Ritorno al futuro" del regista americano Robert Zemeckis,(lo stesso di "Forrest Gump").Quel film parlava di  una città immaginaria,Hill Valley,finita nelle mani di Biff Tannen,un bullo violento e odioso,che spadroneggiava con metodi banditeschi sulla cittadina.Bill Tannen  è mostrato come un volgare e arrogante personaggio,attorniato da prostitute;un mostro senza scrupoli, rozzo, ignorante, volgare, sprezzante della legge a tal punto da trasformare il tribunale della città in un hotel-casinò.E tutta la città di Hill Valley non ha ormai più regole,e in essa prevalgono l’uso sconsiderato di armi, la violenza e l’ossessione per il denaro.  

Forse nemmeno Robert Zemeckis poteva immaginare che quel suo film,diventato un "cult" del cinema,avrebbe avuto una trasposizione nella realtà nel 2016,quando il magnate Donald Trump che allora nessuno conosceva,divenne Presidente degli Stati Uniti.Quel Donald Trump che per il suo agire e il suo pensare si è rivelato essere come il Bill Tannen di "Ritorno al futuro".Poi Trump è caduto nelle successive  il del 2020.E poi ci sono stati i processi a suo carico,e poi c'è stato l’arresto,e ci sono state le condanne in più di un processo.Ma lui ha sempre continuato  ad aizzare all'odio i suoi sostenitori  fino all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.Dopo quel giorno sembrava che la "carriera" criminale di un delinquente fosse finita.E invece oggi,dopo le elezioni americane del 5 novembre,ci ritroviamo con lo stesso delinquente rieletto Presidente degli Stati Uniti.E non è poca cosa quell'elezione,perchè le scelte dei Presidenti USA hanno sempre riguardato non solo gli americani ma il mondo intero.

Nella notte del 5 novembre,infatti,le persone che erano davanti alle tv a Catania, Berlino o Kuala Lumpur si son rese conto che il destino delle loro piccole vite quotidiane è anche quello di tutto il pianeta e che esso dipende da qualche paesino sperduto in Pennsylvania.Perchè questa è la globalizzazione,bellezza.Adesso capiamo che le conseguenze di quello che Trump deciderà sul destino dell'Ucraina o del Medio Oriente avrà effetto immediato sulle nostre vite che ci illudevamo potessero continuare a stare tranquille,sotto l'ombrello protettore dello Zio Tom che ci pensa.All'alba di quel 5 novembre ci siamo svegliati in un mondo nuovo,un mondo distopico come quello raccontato da Adolf Huxley.Un mondo dove la realtà è soppiantata dalla post-verità e dove Musk racconta su X,il social di sua proprietà che in fondo,massì,della stampa possiamo farne a meno e ognuno si costruisce la propria verità (magari  con il benevolo "aiuto" proprio di X).

Così il peggior scenario ipotizzabile è diventato realtà,e adesso c'è un autocrate alla Casa Bianca.Questo è successo perchè la società americana è sempre più frantumata e rabbia,odio e frustrazione sono state alimentate ad arte attraverso i social nella quale l’idea dell’Uomo Forte ha conquistato sempre più consenso anche in gruppi sociali e ceti che certo mai beneficeranno della politica di Trump.

Le conseguenze dei suoi atti si vedranno negli Stati Uniti,ma non solo.E non si tratta solo di scelte politiche od economiche.Con l'elezione di Trump è il concetto stesso di democrazia liberale che è in pericolo a livello globale.L'elezione di Donald Trump pone una serie di questioni all’America e al mondo intero.La sua presidenza demolirà,anzitutto,alcuni istituti democratici degli USA e i suoi provvedimenti,così come li ha annunciati,faranno mutare la natura stessa di quella che l'America è stata finora e cioè una grande democrazia liberale.

Per quanto riguarda l’Europa,parlerà ovviamente con i suoi "simili",e cioè con i leader illiberali come l’ungherese Viktor Orban e con le Destre sovraniste.Tutti loro hanno in comune lo stesso linguaggio truculento,carico di rabbia e violenza. Il pericolo è che vorrà disimpegnarsi dalla Nato e la sfera atlantica non potrà più contare su di una forza egemone che sia di certa e sicura ispirazione democratica.E vorrà altresì disimpegnarsi dal sostegno all'Ucraina concedendo dignità di interlocutore al criminale del Cremlino,Vladimir Putin che potrà allungare le mani sulla terra d'Ucraina. 

Certo,l’onda lunga del Populismo mondiale e della demagogia non è roba di oggi.E' iniziata almeno 20 anni fa.Essa ha scavato piano piano,come un tarlo,nelle menti di milioni di persone anche grazie all’avvento del digitale.Il Big Tech(l'espressione con cui si indicano le 5 più grandi multinazionali che dominano il settore dell’informatica e della tecnologia a livello globale e cioè Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft)ha trovato oltremodo conveniente la saldatura tra i Padroni dei Social e le forze illiberali e nazionaliste che puntano a scardinare la democrazia liberale. Il punto d’intesa è l’ultraliberismo,il turbo capitalismo e la detassazione da una parte e dall’altra, il nazionalismo, i dazi, le deportazioni di immigrati. È un impasto malmostoso che permette di aggirare prima,controllare poi le istituzioni democratiche.Questa saldatura è ancora più evidente adesso tra gli interessi di Trump e quelli di Elon Musk,l'uomo più ricco del mondo con interessi economici(ma non solo)spaventosi che vanno dall'industria aerospaziale a quella delle auto fino,a "Starlink",il sistema satellitare per la fruizione di Internet dallo spazio,fino ai social come,appunto X(l'ex Twitter).Così ora Trump userà la potenza mediatica del proprietario di X per bypassare le istituzioni democratiche e Musk si avvantaggerà delle politiche di Trump per le sue aziende.

Il ruolo di Musk è stato fondamentale nella campagna elettorale di Trump tramite "X".Il linguaggio di Trump è così diventato egemone, una lingua parlata ai settori più emarginati e poveri della società(i "forgotten")e,allo stesso tempo,ai super ricchi.Il punto di intesa è nel fastidio per i riti e i meccanismi della democrazia liberale. 

In Europa il nazionalismo avanza, ma non lo governa.Però dall’altra parte dell’Oceano ora esista una centrale ideologica e politica populista che rappresenta motivo di forte preoccupazione.Il nostro destino dipenderà allora solo da noi europei,perchè Trump prediligerà gli autocrati come Orban, Putin e Xi Jinping.Una sorta di Clan dell’Autoritarismo in cui si decideranno i nuovi destini del mondo e lo svuotamento delle forme di democrazia liberale.Tutti hanno le stesse pulsioni di follia, megalomania e antidemocratica.

Sembra,così,di assistere al tramonto di una civiltà e delle democrazie liberali.Eppure si deve continuare a sperare.Sperare guardando all’Iran,per esempio,dove la democrazia liberale non c’è mai stata, eppure lì le donne e i giovani lottano per avere libertà e diritti.La lotta sarà difficile,ma la democrazia e la libertà sono sempre state più forti di ogni autocrazia e dittatura.I ragazzi di Teheran ce lo insegnano.

02 novembre 2024

PERCHE' KAMALA




Tra qualche giorno,il prossimo 5 novembre,ci sarà il voto che deciderà il nuovo Presidente degli Stati Uniti.Ma questo appuntamento elettorale non è fondamentale solo per gli Stati Uniti ma per il mondo intero per le profonde implicazioni internazionali ad esso connesse.

Così il mondo si interroga sulle conseguenze che la vittoria dell'uno o dell'altra candidata avranno sulle relazioni globali in un periodo caratterizzato da forti attriti e da due scontri aperti che tengono il mondo con il fiato sospeso.

Da una parte c’è un Trump che ha già vissuto una esperienza da Presidente nel quadriennio 2016-2020;dall’altra c’è Kamala Harris che finora ha ricoperto la carica di vicepresidenza dell'amministrazione Biden,e che propone una linea di continuità politica-economica.

Ma gli occhi del mondo sono particolarmente puntati su Donald Trump che vuole ridiventare presidente con i suoi proclami anti-élite (dalle quali,peraltro,lui stesso proviene).Anche in questa campagna elettorale Trump ha usato lo slogan della sua propaganda:“Make America Great Again”,facendo del contrasto all’immigrazione,l’ostilità alle minoranze etniche e la riduzione degli impegni multilaterali i suoi punti fermi.Un'America che,secondo il ricchissimo tycoon,può tornare grande solo con un ripiegamento su sé stessa.E tuttavia,questa concezione di Trump sta a dimostrare il suo "analfabetismo" economico e politico,in quanto gli USA sono diventati grandi e potenti proprio quando hanno abbandonato le politiche isolazioniste aprendosi al mondo e alle alleanze internazionali.

L'approccio in politica estera di Trump è dunque di natura unilateralista,basato sulle relazioni bilaterali,ostile alla mondializzazione e con la volontà di riconciliarsi con la Russia di Putin,interrompendo ogni aiuto all'Ucraina,lasciando ai Paesi europei, asiatici e del Golfo le responsabilità dirette, e i relativi oneri,correlati alla loro sicurezza.Molti osservatori però,proprio per questo auspicano una vittoria di Harris,per far sì che gli Stati Uniti possano riprendere il ruolo che hanno avuto nel corso del XX secolo,accresciuto dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica: quello,cioè,di Paese certo non più con egemonia incontrastata ma governata in un mondo in via di progressiva liberalizzazione.

È questo il clima che si respira negli USA alla vigilia delle elezioni, che si svolgeranno in un Paese caratterizzato da profonde divisioni interne, con elettori spesso iper-polarizzati dall’una o dall’altra parte, in cui alcuni Stati chiave vedono grandi comunità etniche assumere un ruolo determinante nella scelta del candidato.

E dunque verso quali nuovi (o vecchi?) equilibri globali si muove l'America?Con il dissolvimento dell’Unione Sovietica è indubitabile che ci si è avviati verso un mondo multipolare.La nascita di nuovi equilibri economici mondiali.L’opposizione all’attuale sistema (i BRICS) è guidata da una Cina che rappresenta una sfida strategica, economica e tecnologica, che vuole contendere il primato agli USA e che sta calamitando attorno a sé Paesi che ne condividono l’approccio autoritario e la vocazione antioccidentale.Una coalizione che vede nella Cina e nella Russia i due Paesi che rappresentano una sfida sempre più significativa sui mari,vera arteria economica mondiale. Sul mare viaggiano, infatti, l’80% delle merci,corrono le linee di approvvigionamento energetico e si srotolano le migliaia di chilometri di cavi per i collegamenti telematici.Bloccare l’accesso al mare significa bloccare l’economia globale.

Gli Stati Uniti hanno compreso la sfida che si va delineando. Attualmente sul mare non hanno pari, né rivali. Sono l’unica potenza globale in campo, con un PIL di circa 25.000 miliardi di dollari. Ciò permette agli USA di destinare alla Difesa un budget enorme a fronte di quello cinese e russo,potendo così avvalersi di un arsenale militare completo di armi nucleari, satelliti, armi sofisticate, capacità tecnologiche d’avanguardia, mezzi aerei e,soprattutto, marittimi, con una flotta potente che conta numerosi sottomarini e ben 10 portaerei,e quindi una forte capacità di protezione.Sono proprio queste capacità militari che solo gli Stati Uniti hanno,ad assicurare la protezione delle principali vie marittime di comunicazione(e trasporto merci)e le linee di approvvigionamento energetico e telematiche (che corrono sui fondali marini).Ecco qual'è l'importanza strategica degli USA per la salvaguardia degli interessi economici non solo propri ma di tutto il mondo occidentale.

Negli USA tutti i sondaggi concordano sul fatto che si tratterà di un testa a testa tra i due candidati.Una situazione di equilibrio che appena tre mesi fa non era pronosticabile.La discesa in campo della democratica Harris,prima donna e seconda afroamericana(dopo Obama)a correre per la Casa Bianca,ha conquistato l’attenzione del popolo e dei media, dando uno scossone a una campagna che sembrava ormai avviata verso un successo trumpiano.

Cosa deve allora aspettarsi(o augurarsi)l'Occidente? Con Trump, è facile prevedere un approccio isolazionista e protezionistico verso gli alleati.Con la Harris è invece prevedibile la prosecuzione dell’attuale assetto, meno brutale e sguaiato di Trump.Kamala,cioè,avrà un atteggiamento più equilibrato,“morbido” e cooperativo nei confronti dei Paesi amici, con una politica estera che affronta i problemi mondiali in modo meno unilaterale,ferma restando la difesa dei propri interessi nazionali. 

In ogni caso chiunque alla fine vincerà,sotto il profilo militare, per l'Europa cambierà molto:non esisterà più il posticino tranquillo,comodo e gratuito che abbiamo sempre dato per scontato,tanto c'è lo "Zio Sam" che ci pensa.I tempi sono cambiati e, se vogliamo garantire la nostra sicurezza e contare nel mondo, dovremo assumerci delle responsabilità(con relativi costi economici).Lo ha capito anche la Svezia,rimasta neutrale per 200 anni che poi,però,di fronte al pericolo rappresentato da Putin con l'invasione dell'Ucraina,non ha indugiato oltre aderendo alla NATO.Questo anche in considerazione dell'assoluta insignificanza e del fallimento dell’ONU,incapace di gestire le crisi internazionali.

Come detto il futuro prossimo venturo disegnerà  il nuovo ordine globale sul controllo delle vie di navigazione, nel dominio del mare e nell’esercizio del potere marittimo, unica dimensione in grado di garantire lo sviluppo economico delle nazioni e la prosperità dei popoli.In tale ambito, le alleanze avranno un peso enorme sui futuri equilibri mondiali. Nessuno può farcela da solo a fronteggiare le gravi sfide che si vanno profilando,soprattutto n presenza di avversari come Putin e Xi Jinping, minacciosi e determinati a esasperare ogni crisi,tanto più se vogliamo proteggere il nostro sistema di vita che non sarà perfetto, ma che è il più libero che abbiamo.

Per l'Italia,poi,non ci sono alternative. Per affinità di valori fondamentali, di sistemi di vita, di obiettivi e ideali dobbiamo stare dalla parte occidentale, dei Paesi liberali e democratici, con gli Stati Uniti, con la NATO. Elementi che ci hanno garantito pace e prosperità per decenni. Una appartenenza che ci può far lealmente criticare certe decisioni ma che deve anche essere collaborativa, lasciando tuttavia libertà di mantenere aperti i canali con chi la pensa diversamente, purché sia chiara la nostra collocazione.Dobbiamo essere consapevoli che Italia,Europa e Stati Uniti sono tutte all'interno dello stesso sistema di valori sociali,economici e politici che crede nel libero mercato, nel commercio libero e nel miglioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini.E questo sistema di valori,che poi è il sistema di valori liberaldemocratico,è del tutto estraneo alle idee autoritarie e antidemocratiche di Donald Trump.E allora Kamala,who else ?

08 ottobre 2024

VITA E LETTERATURA



Giovedì 10 ottobre sarà assegnato il Premio Nobel per la Letteratura per il 2024,  il riconoscimento letterario più famoso al mondo. Come ogni anno negli ambienti editoriali e sui forum letterari sono iniziate le "scommesse" su chi vincerà.

Ogni anno circola questa battuta:iNobel per la letteratura viene vinto da uno scrittore diverso ma viene sempre perso  da Borges. La battuta è perfetta per designare una particolare categoria di scrittori,quella degli eterni candidati eterni perdenti. E se fino al 1986, anno della sua morte,il titolo spettava all'immenso genio letterario argentino,più di recente si è passati a designare lo scrittore americano Philip Roth nel ruolo di “ma com’è possibile che non glielo danno”.

Anche quest' anno, come ogni anno,all’inizio di ottobre,quando l’Accademia di Svezia annuncia il vincitore del Nobel, è partito il toto scommesse,con i bookmaker che dimostrano la loro superiorità sui critici letterari,Poi,come sempre,come tutti gli anni,ci saranno le recriminazioni come quelle che ci furono quando il Premio fu assegnato a Bob Dylan o Dario Fo.

Al momento sul World Literary Forum (uno dei più importanti forum letterari al mondo) c'è un grande dibattito sui possibili vincitori del Premio per il 2024.

La maggior parte delle previsioni,fondandosi sull'attuale drammatico scenario mediorientale,prevedono che potrebbe vincere un autore o un’autrice del mondo arabo(cosa che non succede dal 1988, quando vinse lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz)e ancora una volta si fa il nome del poeta siriano Adonis, che a 94 anni, è considerato tra i più importanti scrittori arabi,segnalato tra i potenziali vincitori del Nobel già da diversi anni.Altri invece pensano che il Premio possa andare a un autore o un’autrice israeliana dalle posizioni pacifiste,come il 70enne David Grossman,oppure,per ragioni simili,alla scrittrice russa di origine ebraica Ludmila Ulitskaya, che ha 81 anni e ha espresso posizioni critiche sulla guerra in Ucraina; il suo ultimo libro uscito in Italia è Sinceramente vostro, Šurik.

Forse,però,il sistema più concreto per farsi un’idea dei favoriti di quest’anno è consultare le società che permettono di scommettere anche per il Nobel della letteratura e che in alcuni casi ci hanno azzeccato, come l’anno scorso quando il nome più quotato era quello del drammaturgo e scrittore norvegese Jon Fosse, che poi effettivamente vinse. Quest’anno le quotazioni sembrano favorire due nomi già circolati nel 2023, cioè quelli della scrittrice e poetessa cinese Can Xue e dello scrittore australiano Gerald Murnane.

Quella più favorita,però,sembra essere Can Xue



anche perché l’ultimo autore asiatico a ricevere il Nobel per la Letteratura fu lo scrittore giapponese naturalizzato britannico Kazuo Ishiguro nel 2017.Can Xue (si pronuncia più o meno “Tsan Sciue”) è lo pseudonimo di Deng Xiaohua, una scrittrice sperimentale e critica letteraria cinese di 71 anni. Suo padre era un giornalista e subì le persecuzioni contro la classe intellettuale portate avanti da Mao Zedong; anche lei non poté completare la sua istruzione e iniziò a lavorare molto giovane come operaia, insegnante e poi sarta. Cominciò a scrivere a metà degli anni Ottanta scegliendo uno pseudonimo che non aveva connotazioni di genere:per questo venne inizialmente scambiata per un uomo.Tra le sue opere pubblicate in Italia vanno ricordate:"Dialoghi in cielo" e La strada di fango giallo.

Gerald Murnane, l’altro favorito, ha 85 anni


Nel 2018 il New York Times Magazine lo definì "il più grande scrittore di lingua inglese di cui quasi nessuno ha mai sentito parlare", anche a causa del suo carattere eccentrico e della sua vita isolata(pare che così come Kant con la sua Konigsberg,non sia mai uscito da Victoria, lo stato australiano in cui vive). Molti di quelli che conoscono i suoi romanzi, però, lo considerano un “cult”, e tra loro anche J. M. Coetzee e Ben Lerner.Il suo libro più noto,pubblicato nel 1982, è  Le pianure. Se effettivamente dovesse vincere, sarebbe il secondo scrittore australiano a ricevere il Nobel per la Letteratura dopo Patrick White, nel 1973.

Le società di scommesse suggeriscono anche Alexis Wright, una scrittrice aborigena australiana nata nel 1950 e autrice di quattro romanzi, una biografia e alcune altre opere. Il suo romanzo più noto è I cacciatori di stelle.


C’è poi Jamaica Kincaid, pseudonimo di Elaine Potter Richardson, una scrittrice e saggista 75enne nata ad Antigua e Barbuda nel 1949 e naturalizzata statunitense.I suoi romanzi, saggi e racconti affrontano il colonialismo,le tematiche di genere,i rapporti familiari e in particolare il legame madre e figlia.



Un’altra scrittrice indicata da anni tra i possibili vincitori è la canadese Anne Carson,



poeta e professoressa universitaria di lettere classiche di 74 anni. Le sue opere sono spesso sperimentali e difficili da inquadrare in un preciso genere e in tematiche specifiche. Tra i suoi ultimi libri ci sono La bellezza del marito e Decreazione.

Nei primi cinque favoriti della società di scommesse Ladbrokes c'è anche lo scrittore e traduttore argentino César Aira,di 75 anni ed autore di oltre 100 romanzi e saggi 

e il rumeno Mircea Cărtărescu,di 68 anni,noto per la trilogia Abbacinante scritta in 14 anni.



Tra gli altri favoriti ci sono anche autori molto popolari che vengono indicati come possibili vincitori da anni: il giapponese Haruki Murakami,



 la canadese Margaret Atwood,


 lo statunitense Thomas Pynchon


il francese Michel Houellebecq noto anche per le sue prese di posizione sull'Islam


e l’indiano naturalizzato statunitense Salman Rushdie,



che lo scorso aprile ha pubblicato il libro autobiografico Coltello,in cui racconta l’accoltellamento che subì nell’agosto del 2022 che lo rese cieco da un occhio.

A decidere il vincitore o la vincitrice sarà l’Accademia svedese, che,come sempre,è composta da scrittori, linguisti e studiosi svedesi, a partire da una selezione di cinque finalisti. Ogni anno la commissione dell’Accademia invita persone e organizzazioni competenti a inviare una preferenza tra scrittori, drammaturghi e poeti di tutto il mondo, e le riduce a cinque candidati sottoposti all’intera Accademia. I nomi dei candidati a ogni edizione vengono resi noti ufficialmente 50 anni dopo. Per esempio quest’anno sono stati diffusi quelli del 1973, in cui furono candidati 101 autori e in cui arrivarono in finale lo statunitense Saul Bellow (che poi vinse nel 1976), Anthony Burgess, l’inglese William Golding (che vinse nel 1983) ed Eugenio Montale (che vinse nel 1975).

A voler essere volgarmente materialistisi si può dire che l'importanza del Nobel per la Letteratura non è solo mediatica, ma anche economica: il premio vale infatti 11 milioni di corone svedesi, quasi 950 mila euro. Può quindi cambiare concretamente la vita di uno scrittore, che improvvisamente diventa ricco, famoso in tutto il mondo, e viene invitato a festival ed eventi letterari e a scrivere su giornali e riviste; soprattutto riesce a vendere più libri in paesi in cui non era ancora riuscito ad arrivare.

Il nostro è un Paese nel quale per una meschina e volgare classe politica vale la frase:"con la cultura non si mangia”.Ma in un Paese come l’Italia che dell’intreccio tra arte, bellezza, storia, paesaggio ha fatto da secoli un tratto della propria identità, la cultura può,deve invece essere un momento di crescita civile e democratica,un fattore di sviluppo economico e,dopo la pandemia e le sue conseguenze sanitarie e sociali,l'inizio per nuove prospettive di vita.

29 settembre 2024

IL SOGNO SVANITO





Viviamo tempi senza precedenti nella storia umana.Tempi caratterizzati da cambiamenti profondi e potenti che si sommano insieme e contemporaneamente,alcuni casualmente, in parte dettati da precisi interessi,e ognuno di loro desta in noi stupore, meraviglia,ma anche tanta paura.

C'è stato,per esempio,l'espandersi sempre più ampio e inarrestabile della civiltà digitale e dell'intelligenza artificiale che sono strettamente correlati con un elemento fondamentale di una democrazia e cioè la stampa(finora in modalità cartacea)che è poi uno dei principi basilari attraverso cui viene assicurata,in una società liberaldemocratica,una delle manifestazioni più importanti della libertà,quella di espressione e del pensare.

Sempre più frequentemente,poi,assistiamo a formidabili eventi naturali che testimoniano quanto ormai i cambiamenti climatici stanno trasformando le nostre vite:alluvioni,siccità,caldo in ogni periodo dell'anno sono tutti fenomeni che impongono ai governi di tutto il mondo scelte e decisioni radicali.Tanto per rimanere alla sola Italia(ma il fenomeno è globale e mondiale)stiamo appena uscendo da un’estate con temperature elevatissime,maggiori di quelle dell’estate precedente e dell'altra ancora,mentre,contemporaneamente nel giro di un anno,abbiamo visto per 3 volte le terre dell'Emilia Romagna allagate e devastate in maniera impressionante.I cambiamenti climatici spiegano anche il perchè delle sempre più poderose migrazioni di popoli non più dovute solo alla fuga dalle guerre e dai regimi tirannici,ma anche perchè molte zone del pianeta sono inabitabili per calore e siccità.

Mutamenti profondi e drammatici sono anche quelli intervenuti negli equilibri geopolitici mondiali che avevano retto il pianeta dalla fine della 2° Guerra Mondiale fino a oggi. Nuovi attori sono entrati in gioco (innanzitutto la Cina) cambiando struttura, alleanze e pesi degli interessi globali. Tutto questo non poteva non avere effetti sulla politica,anzi solo le inquietudini e gli affanni del vivere quotidiano impediscono di vederli.

Di fronte a cambiamenti di tale portata e in assenza di certezze, la gente reagisce con sgomento e timore per il futuro.Lo sgomento e la paura spingono questa stessa gente a cercare soluzioni ritenute facili e immediate verso destra,alla ricerca di un protettore,di qualcuno che ponga riparo e rimetta le cose "a posto".In fondo in Italia è sempre andata così,con la gente che è andata sempre alla ricerca dell'uomo(o della donna nella versione aggiornata)forte che promette castelli e faccia sfracelli.Lo raccontava,ad esempio,già Piero Gobetti nella sua opera "Elogio della ghigliottina" quando parlava della "servitù volontaria" degli italiani,della loro "infanzia" civile e politica grazie alla quale Mussolini avrebbe potuto durare nel tempo non perchè avesse la stoffa del tiranno,ma perchè gli italiani avevano "l'animo degli schiavi".

Il risultato del  concorrere di questi molteplici eventi epocali è l'indebolimento della forma democratica degli Stati.I Parlamenti,massimo organo di partecipazione popolare,sono svuotati di poteri e in questo vuoto si espandono società private con immensi capitali,sostituendosi alla loro azione con la velocità e la forza del denaro.I riti della democrazia,sono lenti,macchinosi,richiedono tempo,dovendo conciliare interessi diversi per la ricerca del pubblico interesse.Le autocrazie,invece,non rispettano leggi,procedure o regolamenti e anzi a molti questo piace,e non in molti avvertono il pericolo sotteso.Questo pericolo si racchiude in certe società che pure si definiscono democratiche ma che invece sono l'esatto opposto della democrazia.E' il caso del regime politico ungherese e del suo discutibilissimo leader(così caro al populismo italiano)Viktor Orbán che ha formulato una assurda teoria di "democrazia illiberale".Un tale ossimoro non ha senso.Una democrazia o è liberale o non lo è.

Ed invece quella formula è stata "esportata" anche fuori dell’Ungheria,perfino negli Stati Uniti, la più grande democrazia occidentale, dove appena qualche anno fa si è consumata la più grande violenza che ad una democrazia possa essere portata e cioè l'assalto al Parlamento americano.
E' questo che spiega la rinascita politica ed elettorale di movimenti e partiti europei di impronta neofascista e neonazista.E' la paura di un presente così carico di incognite e incertezze che spiega il ritorno sulla scena pubblica degli eredi di epoche vergognose per la Storia dell'Umanità.  

Ma,appunto,non tutti si rendono conto che la messsa in discussione della forma democratica,vuol dire in definitiva mettere in gioco l’idea stessa di libertà. La libertà decade quando l’abitudine a viverla rende evanescente lo spettro della sua mancanza.Sembra dimenticata la lezione di Piero Calamandrei:"la libertà è come l’aria.Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia".

Sono proprio quelli i momenti nei quali molti,senza nemmeno accorgersene,barattano la propria libertà con la sicurezza, la rassicurante lentezza della democrazia con la sbrigativa velocità dei regimi autoritari. Nel terribile secolo XX che ci siamo lasciati alle spalle ci sono stati gli orrori di due guerre civili europee,di tre regimi tirannici(fascismo,nazismo e comunismo)e dell'immane tragedia della Shoah.Eppure l'Europa è stata capace di rialzarsi e ricostruire quei valori e quegli ideali che sono stati alla base del suo progetto civile e culturale.

Ma le ultime generazioni sembrano non avere idea della fatica e del sangue che sono stati necessari per costruire quel sogno europeo.E' per questo che oggi quel sogno appare oggi in parte svanito e il cammino dell’Europa messo in pericolo.Un regime tirannico o illiberale vive del pugno di ferro di chi lo regge,ma una democrazia vive solo se sorretta dalla convinta adesione dei suoi cittadini.80 anni di pace e il dare per scontato quella libertà e quei diritti che tanti sacrifici son costati ai nostri padri e ai nostri nonni hanno spento questa consapevolezza.