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13 ottobre 2026

ANNA, IL CORAGGIO DI NON TACERE

 






Lo scorso 7 ottobre son trascorsi 20 anni da quando il criminale regime di Vladimir Putin fece assassinare la giornalista e scrittrice russa Anna Politkovskaja.Da quel giorno in Europa e nel mondo la memoria di Anna Politkovskaja vive e viene celebrata.Ma Putin non si è fermato e ha ripetuto con ancora più barbarie e violenza la sua azione criminale contro dissidenti e intellettuali interni,in particolar modo macchiandosi di un altro crimine,facendo perseguitare prima e uccidere poi un altro giornalista russo,Alexsej Navalnj.Ed in Russia,proprio nella sua Terra,Anna Politkovskaja è praticamente dimenticata,anzi ignorata,per precisa volontà del regime.Non ci sono cerimonie pubbliche né commemorazioni ufficiali.Anzi se il 7 ottobre qualcosa si ricorda in Russia,quello  è il compleanno di Putin che quest'anno ha compiuto 74 anni.E quando Politkovskaja fu uccisa, proprio il giorno del suo compleanno, molti pensarono che chi aveva compiuto il delitto avesse scelto la data apposta,come una specie di regalo per lui.

"Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano",disse una volta Anna Politkovskaja,quasi presaga di quello che sarebbe stato il suo destino,e non fu un caso,quindi,che lei venisse assassinata con cinque colpi di pistola il 7 ottobre 2006 a Mosca.
In un mondo in cui oramai tutto sembra avere un prezzo è possibile che ci sia ancora qualcuno disposto a perdere la vita per la libertà? E quanto tempo è necessario affinché una ferita si rimargini? Giorni,settimane,mesi? Sono trascorsi 20 anni dal suo omicidio,eppure questa barbara uccisione — ancora oggi – rappresenta una ferita insanabile per la libertà di stampa e di pensiero, per tutte le persone che si battono per i diritti civili,che professano la libertà di pensiero in una società che si ritenga civile.
Ma perchè Anna fu uccisa?Perchè,molto semplicemente,era stata una giornalista vera in una falsa democrazia.Invisa al potere per la sua netta opposizione al Presidente della Russia,Vladimir Putin,e per i suoi scomodi reportage dalla Cecenia,con i quali denunciò la violazione dei diritti fondamentali da parte del Governo e dell’esercito russo.
























Anna era nata a New York da una famiglia di diplomatici sovietici di nazionalità ucraina impiegati presso l’Onu;studiò giornalismo presso l’Università di Mosca dove si laureò nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva,si sposò con il giornalista russo Aleksandr Politkovskij,ed ebbe un figlio e una figlia.Inizialmente scriveva per il giornale della compagnia aerea di bandiera Aereoflot,poi passò alla testata «Izvestija».Da subito ebbe chiara la sua propensione per il giornalismo d’inchiesta,e cominciò a collaborare con radio e canali tv indipendenti;si interessò alle pratiche della politica russa dapprima nel Caucaso,poi cominciò a seguire il secondo conflitto in Cecenia per la testata indipendente «Novaja Gazeta»,dalle cui colonne indirizzò aspre critiche alla politica bellica spregiudicata,sanguinaria e violenta di Putin,che per la Politkovskija rappresentava il tramonto e la fine del sogno di democrazia russa della prima epoca post-sovietica.Politkovskaja cominciò a incarnare così il centro morale della nazione russa,una cartina di tornasole in una vicenda buia,che ricordava ai suoi concittadini che anche i ceceni erano cittadini russi al pari degli altri soggetti della Federazione.

Fu così che cominciarono ad arrivare le prime minacce di morte;ma lei non si fermò,pur consapevole del pericolo,continuando a intervistare militari e civili russi e ceceni,prestando la sua voce alle madri dei soldati e dei giovani scomparsi nel nulla che chiedevano verità,denunciando il sistematico insabbiamento delle inchieste per reati di corruzione e i barbari abusi dei soldati federali russi,compiuti contro i ceceni e gli incarcerati nell’assoluta indifferenza del governo di Putin.Lo fece sempre con un linguaggio schietto,rigoroso e chiaro,rivendicando il suo ruolo di testimone come nel suo libro "Cecenia, il disonore russo",e negli articoli sul giornale che recavano sempre la sua firma,perchè,usando le sue parole,«Chi si sente nel giusto non ha bisogno dell’anonimato».


Nell’ottobre del 2002 un commando di 40 militanti ceceni armati fece irruzione nel Teatro Dubrovka di Mosca durante una rappresentazione,prendendo in ostaggio circa 850 tra spettatori e membri del personale.I rivoltosi,guidati da Movsar Barayev,chiedevano l'immediato ritiro delle forze russe dalla Cecenia e la fine della seconda guerra cecena,minacciando di fare esplodere l'edificio.Qualche giorno dopo le forze speciali russe fecero irruzione nel teatro e per neutralizzare i sequestratori immisero un gas soporifero non identificato(probabilmente a base di fentanil)attraverso l'impianto di aerazione.In quell'occasione Anna Politkovskaja tentò di mediare tra i terroristi ceceni e il governo russo,ma le autorità russe non presero nemmeno in considerazione l’ipotesi di una trattativa.
Dopo questo episodio,costato la vita a molti degli ostaggi oltre che ai terroristi,la critica di Politkovskaja si fece ancor più aspra,giungendo ad accusare il governo di essere indifferente alla vita dei suoi cittadini.
Sull’onda del precedente episodio,nel 2004,la Politkovskaja cercò di svolgere un altro tentativo di mediazione,a Beslan,una cittadina dove i terroristi ceceni,in un'altra azione,avevano occupato una scuola,ma mentre si recava verso quella località,la giornalista venne colpita da un malore,dovuto probabilmente a un tentativo di avvelenamento.Anche quell'azione finì in tragedia perchè le forze governative russe fecero un'irruzione armata non pianificata,alla quale seguì una sparatoria e alla fine ci furono 330 morti(di cui 186 bambini).
Le intimidazioni verso Anna si fecero sempre più frequenti e preoccupanti,ma Politkovskaja continuò imperterrita la sua opera di denuncia e di controinformazione,prestando i propri occhi e la propria voce a chi non era in grado di vedere e parlare,attraverso il suo impegno civile e giornalistico sempre per la testata «Novaja Gazeta».Perchè col regime di Putin è "Proibito parlare"(per citare il titolo di un altro suo libro)e lei lo aveva capito da tempo


E poi venne il giorno in cui le sue stesse parole si avverararono tragicamente.Successe quel drammatico mattino del 7 ottobre 2006.Ai funerali,celebrati volutamente in una zona periferica di Mosca,partecipò una grande folla commossa,ma nessun rappresentante del Governo russo,accusato a livello internazionale di non aver svolto le indagini nel modo opportuno, e anche tra i politici europei l'unico a recarsi a Mosca ai funerali di Anna fu Marco Pannella,allora deputato al Parlamento Europeo.


Ancora oggi 
Anna Politkovskaja resta una figura scomoda in patria,che si tenta di far cadere nell’oblio, nonostante la sua grande notorietà internazionale:ancora oggi alle commemorazioni partecipano i suoi figli e pochi impavidi giornalisti in nome del suo messaggio,l’amore per la libertà di stampa.Dal 5 maggio 2009 le è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano.La speranza è che presto anche in Russia venga sradicato il potere violento,corrotto e sanguinario di Putin,che cessi di violare i diritti e la libertà di altri popoli e altre Nazioni in combutta con l'affarista americano che risponde al nome di Donald Trump e si possa celebrare anche nella sua Terra quella voce di donna coraggiosa e autentica, e con essa le tante altre persone morte in nome della libertà di parola e di opinione, che ci ricordano che dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi, prima di non accorgerci più di niente.
Putin si sbagliava.Uccidendo Anna Politkovskja credeva di zittire per sempre quella voce così scomoda per lui.Ma Anna rimane viva nelle nostre coscienze e fornendo a modello la sua vita,ci dà il coraggio di lottare e combattere per un mondo più giusto,per una vita come quella che lei sognava:"Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano in cui ogni individuo sia rispettato".

23 settembre 2026

EMMA, UNA LIBERALE "IRREGOLARE"




Ci ha lasciati l'11 settembre uno dei grandi nomi della politica e della società italiana.Un'esperienza politica straordinaria la sua,che ha attraversato quasi un'intero secolo.Perchè Emma Bonino,che se ne è andata a 78 anni,ha scritto alcune delle pagine più belle della storia civile del nostro Paese.Oggi,al di là delle diverse fedi politiche,è l’Italia intera che si inchina innanzi alla forza di questa donna che,con le sue lotte e il suo impegno,ha decisamente mutato il destino della nazione.

È morta divorata da un tumore che la assediava da tempo.Un male che non ha mai nascosto e contro il quale ha combattuto come sempre ha fatto in tutta la sua esistenza,con il suo carattere forte e volitivo.Fino alla fine dei suoi giorni ha sempre combattuto per quei valori liberali e democratici in un Paese che ha sempre considerato questa ispirazione minoritaria;eppure lei e Marco Pannella e i radicali hanno fatto capire alla società italiana che quelle loro battaglie — l’aborto(una battaglia che Emma Bonino ha combattuto in prima persona e sulla sua pelle)e il divorzio,e la giustizia giusta—sono state battaglie che alla fine hanno cambiata la vita dei cittadini e delle donne in particolare,rompendo le catene,politico-ideologiche,che imprigionavano la libertà dei singoli,ridando agli individui,ed in ispecie alle donne,la dignità tolta loro dalle convenzioni e dai diktatat ideologici e religiosi.Con la forza dell’esempio i radicali hanno imposto all’agenda politica italiana temi che le culture dominanti avevano tralasciato.Perchè la cultura liberale,di cui i radicali sono stati sempre strenui sostenitori,è la cultura delle libertà personali e dei diritti individuali;la cultura liberale poneva e pone l’individuo al centro della società,ed è perciò del tutto estranea alle due grandi "chiese" politiche,la Dc,per la quale il credo è:“Soffrire in terra per poi andare in paradiso” e del Pci per il quale contavano solo le masse.Per Dc e PCI questi temi,la giustizia,il divorzio,l’aborto erano solo frivolezze da salotti bene.

Perciò i Radicali furono da subito diversi:ponevano al centro del loro impegno politico e civile l’individuo come protagonista e consideravano i diritti civili alla stessa stregua di quelli sociali.Una differenza d’impostazione culturale.I diritti delle persone,la bussola di una vita per Emma Bonino."Ho sempre tentato di spiegare - diceva lei - che i diritti civili sono questioni sociali perché se hai i soldi per divorziare trovi la Sacra Rota o vai a Londra.I diritti civili sono diritti sociali,sono problemi sociali,tasse umane e finanziarie.Dirette o indirette".Dalla condizione carceraria a quella delle vittime di una giustizia malata o di una vera malagiustizia,come quella che si accanì contro Enzo Tortora,fino all’impegno,anche come Commissaria Europea prima e come ministra nei governi Prodi e Letta dopo,a quello per promuovere il Tribunale penale internazionale e per salvaguardare sempre e ovunque i diritti umani,dall’Afghanistan ai diritti umani del popolo tibetano contro la dittatura e l'oppressione cinese,Emma Bonino c’era sempre.Non ebbe paura di sostenere l’intervento militare internazionale per fermare lo sterminio in Bosnia e in Kossovo,valutando sempre non un astratto pacifismo,ma la prevalenza morale della difesa dei diritti individuali e dei popoli rispetto alle logiche di aggressione e di potenza.Fu lei,come Commissaria europea,a fare indagini per accertare le responsabilità di Slobodan Milošević e Ratko Mladić per i crimini contro l'umanità compiuti contro i musulmani a Srebrenica.Lo stesso impegno e la stessa forza morale che in questi anni la Bonino ha posto nel difendere l'Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

Era una irregolare per definizione Emma Bonino,munita della magnifica capacità di sottrarsi alle certezze ideologiche come solo i grandi riescono a fare,Pier Paolo Pasolini,ad esempio.Bonino ha partecipato a governi di diverso colore,nel convincimento che certe battaglie non hanno colori di parte o schieramento.Fu Commissaria Europea proposta dal governo Berlusconi,con l’obiettivo di rappresentare istituzionalmente i suoi valori e le sue battaglie ovunque,sempre.Da anni il suo impegno era per rafforzare l’Europa e renderla più efficace e unita.Ad una domanda sul futuro dell'Europa come Federazione di Stati,Emma rispose: «E' l'unica possibilità,non conosco altro sistema che possa tenere insieme cinquecento milioni di abitanti rispettando le loro diversità. Stati Uniti d’Europa con poche competenze al centro, solo quelle che sono più efficaci e che vengano fatte insieme,con tanta sussidiarietà.Perché dobbiamo unire le persone, ma senza omologarle».Ecco così si potrebbe ricordare Emma Bonino,una persona che ha speso la propria vita per unire diversità senza omologarsi mai a nessuno.

Ma tante cose ancora si potrebbero dire di Emma Bonino e del mondo radicale nel quale chi ci entrava non poteva non respirare una fresca aria di diversità e libertà.Ma è anche difficile raccontarla perchè era un carattere rigido e coerente e perciò era inutile cercare di stemperarla o ammorbidirla.Patetico blandirla,velleitario e ridicolo cercare di intimidirla,figuriamoci minacciarla,o negli ultimi faticosi anni,pietirla.Era fiera.Mai sprezzante,arrogante o presuntuosa,e anche con la voce spezzata e i singhiozzi attutiti nel parlare del suo tumore a Radio Radicale, ma fiera anche davanti alla morte.Ed anche unica. Unica perché non era una Pasionaria, anche se la passione l'ha animata per tutta la sua esistenza.C’è qualcosa di non laico,un qualcosa estraneo alla realtà e alla coscienza,nel dedicare,come Emma Bonino ha fatto,tutta la propria esistenza a una causa:una forma quasi ascetica,una religione laica,la religione della libertà.

Nel professare quotidianamente la sua religione della libertà,Emma Bonino visse in prima persona quella che è una grande battaglia di civiltà ma per una donna un dramma esistenziale: l’aborto.Un ginecologo,chissà perché,le aveva detto che era sterile.Eppure quella giovane donna rimase incinta e decise di abortire.L’aborto in Italia allora era solo clandestino.Un medico le chiede 500 mila lire,ma lei non le aveva.Ne trova uno,a Firenze,che si accontenta di 50 mila.Da allora cominciò ad accompagnare le donne che volevano abortire.Si chiamava "disobbedienza civile",e la faceva con gli altri grandi leader  radicali Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia.Il giornale "Il Borghese",però, fa esplodere lo scandalo e lei provocatoriamente si autodenuncia:«Arrestatemi».L’arresto è inevitabile,rimane tre settimane in carcere.Una sfida che diventerà una battaglia di civiltà,non priva di contorni cruenti.Ma fu da quelle battaglie sue e di Adele Faccio che arriverà poi la legge 194 del 1978 sull'aborto.

E poi l'incontro con "lui",con Marco Pannella.Pannella non ascoltava nessuno,raccontava Bonino,ma era proprio questo il suo tratto distintivo e la sua forza.Era un vulcano di idee,un turbine in tutte le battaglie che conduceva,dalla legalizzazione della cannabis agli scioperi della fame e della sete,quegli scioperi che li provarono entrambi pesantemente nel fisico.E i 67 milioni di firme raccolte per 122 referendum,di cui 35 vinti,e le battaglie sull’eutanasia,quelle sulle carceri,con la creazione dell'Associazione "Nessuno tocchi Caino" e le battaglie sullo sterminio per fame,con la raccolta di firme dei Premi Nobel e la battaglia per una giustizia giusta e il processo Tortora che,grazie a Pannella,divenne caso nazionale.

Tante le missioni di Emma nel mondo,da Commissaria Europea,da ministra o semplicemente per quella sua sensibilità radicale.La Bosnia,il Kosovo,la Somalia,l’Afghanistan e tanti altri Paesi,martoriati da guerre e oppressione,e  il suo impegno fu soprattutto per le donne,a partire dalle mutilazioni genitali.Tra tutte queste missioni si ricorda ancora il suo arresto in Afghanistan,da parte della "Milizia talebana per la repressione del vizio".Ma lei apposta per questo s'era recata a Kabul:per testimoniare e denunciare le condizioni di vita e le gravi discriminazioni imposte dal regime fondamentalista contro la popolazione e i diritti umani e le donne in particolare.Il fermo sollevò forti proteste in Europa:il Consiglio d'Europa e diversi ministri degli Esteri condannarono apertamente l'atto.Al suo rientro,la leader radicale lanciò l'iniziativa "Un fiore per le donne di Kabul" per mantenere alta l'attenzione sulle persecuzioni subite dalle donne afghane.

Certo,Emma fu anticlericale e come non ricordare i cartelli con cui sfilava:"No Vatican,no taliban".Il contrasto con la Chiesa fu politico e personale,e non solo sull’aborto.Né sarebbe corretto dire che poi il tempo cancella le contrapposizioni.Eppure con Papa Bergoglio ci fu un sentire comune,e non soltanto alla fine,quando i due,sulle loro carrozzelle,si incontrarono sul terrazzo della casa di Emma.Il pontefice,anche sollevando un certo scandalo in Vaticano,l'aveva inclusa,in un'intervista "tra i grandi dell’Italia di oggi".

Oggi che se ne è andata rimane l'amarezza della sua rottura con Pannella e le cose non dette tra loro due.Marco Pannella è morto senza che con Emma si parlasse più,si chiarissero,si spiegassero.Un cruccio al quale Bonino aveva per forza dovuto rassegnarsi.Disse lui una volta: "La signora Bonino lavora molto e mai da noi.Che c....faccia davvero non si sa".Emma,risentita,rispose:"Ma sei scemo?Io sono iscritta al partito a 2.500 euro al mese".Da allora basta,più niente,non si sentirono più.Un dolore,probabilmente reciproco,dopo una vita di battaglie radicali che le loro morti lasciano irrisolto.Ma che ci fanno capire,al di là delle appartenenze partitiche,come Marco ed Emma siano stati qualcosa di speciale e di unico nella vita politica di questo Paese.

18 settembre 2026

MASHA AMINI E L'EUROPA COM'ERA

 


 



"Se potessi chiudere gli occhi
e lasciare che i sogni mi prendano per mano
mi alzerei e volerei in nuovi cieli
e dimenticherei i miei dolori
se potessi viaggiare nella mia immaginazione
crescerei e costruirei dei palazzi e delle notti

dove crescerebbero l'amore e le mie speranze
e cancelleremmo le disgrazie”

Queste sono le parole struggenti di una vecchia canzone persiana che sembra riecheggiare il sogno delle donne iraniane che da quel 16 settembre 2022,giorno della morte di Mahsa Amini,la giovane ragazza curda-iraniana di soli 22 anni,assassinata dal regime teocratico di Teheran,quotidianamente protestano contro il potere cieco,violento e sanguinario degli ayatollah.Quella giovane donna era stata arrestata tre giorni prima dalla c.d. famigerata "Polizia morale” iraniana,che da anni regolarmente sottopone donne e ragazze ad arresti e detenzioni arbitrarie,torture e abusi sessuali in carcere per non aver rispettato l’obbligo discriminatorio di indossare il velo. Le donne iraniane, infatti, da qualche tempo sfidano in modo creativo il velo obbligatorio spingendo indietro i loro foulard e indossando abiti colorati e Mahsa Amini fu arrestata proprio per questo: il suo chador lasciava intravedere alcune ciocche di capelli. Secondo testimoni oculari, Mahsa venne picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara e, dopo alcune ore,dopo essere entrata in coma,viene ricoverata in ospedale dove muore tre giorni dopo.Un omicidio brutale e senza alcuna giustificazione, un femminicidio di stato, che è stato la goccia che fece traboccare il vaso dopo quarant’anni di tensione.

Sono trascorsi 4 anni dalla morte a Teheran di quella ragazza.In questi quattro anni molto è cambiato in Iran:le due guerre mosse da Usa e Israele hanno condotto a un inasprimento della repressione interna,peraltro già molto violenta e sanguinaria, e favorito l'ala dura e militarista del sistema, quella dei pasdaran,che ostacola ogni tentativo diplomatico facendo al contempo il gioco dei guerrafondai del fronte opposto.E come se non bastasse il conflitto ha portato con sé anche migliaia di arresti per accuse legate alla sicurezza nazionale,a processi non trasparenti e a un aumento delle esecuzioni capitali tra i manifestanti nelle ultime ondate di proteste anche per fantomatiche accuse di spionaggio per conto del nemico.Per non dire degli stupri e delle violenze di ogni genere subite dalle ragazze e dai ragazzi nelle carceri del regime degli ayatollah.

Ma con quel 16 settembre 2022 è cominciata in Iran una rivoluzione civile proprio e soprattutto tra le donne,una rivoluzione,che,nonostante tutto,ancora oggi non si ferma,nonostante tutto:nonostante le pressioni dalla parte più dura e più retriva del regime per una più rigida applicazione delle norme sull’obbligo del velo,per moltissime donne e ragazze iraniane è ormai abitudine non portare più nemmeno una sciarpa sui capelli e vestire liberamente nei luoghi pubblici in tutto il Paese.Il regime teocratico ha dovuto accettare questi atti di "disobbedienza civile" di fatto anche per cercare di recuperare consenso interno difronte all'attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Questo modo di agire della popolazione è comunque il segno di una società molto più libera e avanzata di quanto la vorrebbero i suoi gruppi dirigenti.Del resto quella persiana è una cultura e una tradizione millennaria che nessuna dittatura criminale,come l'attuale teocrazia potrà mai sopprimere.Perchè quella iraniana è una società civile e attiva,forte di quegli alti livelli di istruzione garantiti anche alle donne.Fu la stessa Rivoluzione khomeneista,all'inizio,a chiamare le donne a mobilitarsi per la difesa del Paese e per i valori di una rivoluzione che originariamente non era solo islamica, ma un movimento popolare di riscatto nazionale dal regime di sfruttamento delle risorse del Paese imposto per decenni dallo Scià e per tramite suo da potenze esterne.

Paradossalmente,però,proprio la rivoluzione oscurantista di Khomenei ha formato anche la coscienza civile e l'impegno delle donne,soprattutto nei primi decenni,alla militanza nello spazio pubblico. Anche se poi una volta attivate,le donne si sono mobilitate ed evolute e hanno coinvolto altre categorie già politicizzate,come giovani,studenti e lavoratori,a difesa dei diritti civili e delle libertà personali proprie e della società tutta.E' dunque ancora quella loro rivoluzione,quella nata dal movimento "Donna,Vita,Libertà",anche se le dure repressioni sulle quali un rapporto di Amnesty International ha dato conto.

Dalla morte di Mahsa Amini si sono anche sviluppate interrogativi su che cosa si poteva fare all'estero e dall'estero per la lotta delle donne iraniane,e questo ha preparato e in certo qual modo "legittimato" la guerra di tre anni dopo.Questi interrogativi se li poneva la diaspora iraniana e tra i monarchici,fautori del vecchio Scià,incoraggiati da una vera macchina da guerra della informazione e della comunicazione sui social media.Del resto l’intervento militare di Stati Uniti e Israele era stato  sostenuto anche dall'ex erede al trono, Reza Pahlavi, residente a Washington, e non erano pochi anche gli iraniani che vivono nel Paese che,pur non avendo mai conosciuto lo Scià per motivi anagrafici(l'età media in Iran oggi è di 34-35 anni mentre l'avvento al potere di Khomeini è del 1979 cioè quasi 50 anni fa),speravano in un’azione armata risolutiva che avrebbe potuto far cadere in breve tempo la Repubblica Islamica.Questo,però,non è accaduto,gli apparati militari e di sicurezza si sono rafforzati,e ora assistiamo alle tragiche conseguenze di quell'avventurismo bellico: migliaia di morti ed enormi distruzioni in Iran, vittime e distruzioni anche negli altri Paesi della regione,il blocco dello Stretto di Hormuz come potente arma di difesa iraniana nonché preludio alla nuova crisi montante nello stretto di Bab el Mandeb, missili e droni che continuano a colpire obiettivi americani negli Stati arabi del Golfo, portando una regione del mondo fondamentale per l'economia mondiale del tutto fuori controllo.

Ma nel frattempo,cosa sta accadendo ai movimenti della società civile che,pur avendo avuto un forte impulso proprio dalla vicenda di Mahsa Amini,già da decenni si mobilitavano per un cambiamento profondo,dall’interno,della Repubblica Islamica?A tal proposito sono significative le parole dell’attivista iraniana Sepideh Gholian,giovane donna coraggiosa che  più volte è stata in carcere per il suo ribellarsi al regime:“In realtà è stato il regime a servirsi della guerra - ella dice - per cercare di soffocare la battaglia democratica.Per gli apparati di sicurezza,la guerra è diventata una scusa per dire:‘Adesso non è il momento di protestare’.Aggiungendo poi:“La democrazia non arriva(....)dalla guerra.È la gente a volere la democrazia(....)Ho la responsabilità di non permettere che la guerra diventi il pretesto per dimenticare i prigionieri e il massacro di gennaio(la repressione delle proteste del gennaio scorso con il massacro di quasi 50.000 persone da parte del regime).E ancora:“Lo schema non è favorevoli/contrari alla guerra: è il potere stesso a costruire questa dicotomia,per dipingere chi chiede democrazia come un traditore o un mercenario”.

E' allora giunto  il tempo in cui,proprio in nome di Mahsa Amini,l’Europa torni a essere Europa.Dobbiamo tornare ad interrogarci, quattro anni dopo la sua morte,su cosa noi possiamo fare per aiutare il popolo iraniano a uscire dalla trappola interna e da quella nuova della guerra.La risposta è straordinariamente semplice:bisogna tornare ad essere Europa.L'Europa del Nobel per la Pace ottenuto nel 2012.In quell'anno,infatti,il Comitato per il Nobel assegnò il Premio per la Pace all'Unione Europea "per aver contribuito per oltre 60 anni all'avanzamento della pace,della riconciliazione,della democrazia e dei diritti umani".Ecco perchè bisogna farsi la domanda:perché l’Europa non ha il coraggio di tornare a quelle sue nobili origini,ritrovando con orgoglio lo spazio che la sua cultura e la sua civiltà si è conquistata nei secoli in una fase in cui la democrazia americana sta toccando il suo punto più basso,sotto attacco del suo presidente e della potente plutocrazia di tecnocrati della finanza e del web con cui finora è stato alleato ?

Tornare ad essere noi stessi è la risposta:a credere davvero nei diritti umani da difendersi ovunque e comunque,senza doppi standard come abbiamo fatto in questi ultimi anni:quando ad esempio si denunciavano le gravi violazioni dei diritti umani in Iran,ma poi molti governi europei facevano affari sottobanco con il sanguinario regime iraniano e non alzavano la voce contro lo sterminio che il regime teocratico consumava sui giovani iraniani.E dobbiamo imporci di non cedere sulla difesa dei nostri valori democratici e sulla lotta contro tutte le ingiustizie,che si verificano ovunque,in Iran come in Ucraina,a Gaza come in alcune potenze del Golfo nostre alleate e nelle frontiere allargate della “Fortezza Europa” - e non solo sul suolo di certi Paesi non allineati con l’Occidente.E imponiamoci di riconoscere i nuovi autoritarismi che si infiltrano anche fra noi,portati dalle nuove destre che nutrono i loro elettorati con facili propagande populistiche anti-migranti.Torniamo, da europei, ad essere noi stessi per tornare a meritarci davvero di essere modello e fonte di ispirazione per chi lotta per la giustizia e la democrazia ovunque, anche in Iran. E che abbiamo deluso.

12 settembre 2026

L'11 SETTEMBRE, 25 ANNI DOPO





Si è soliti dire che ci sono giorni che fanno da spartiacque nella storia dell’umanità.Per quanto riguarda il XXI secolo sicuramente l’11 settembre 2001 è la data con cui bisogna fare i conti per comprendere il mondo in cui viviamo.L'11 settembre di 25 anni fa,quell'11 settembre 2001,rimarrà per sempre come un punto di svolta nella Storia e nella Civiltà occidentale.Quell'11 settembre 2001 l'inimagginabile accadde.Un commando di 19 terroristi affiliati all'organizzazione islamista al-Qāida dirottò quattro aerei di linea civili per utilizzarli come armi distruttive contro precisi obiettivi strategici.Il mondo visse praticamente in diretta la cronologia degli attacchi,che fu di alta rilevanza mediatica:in tempo reale si videro due aerei fatti schiantare contro il World Trade Center di Manhattan,rispettivamente contro la Torre Nord e la Torre Sud.Entrambi i grattacieli si sbriciolarono nella polvere nel giro di pochi minuti.Un terzo aereo fu fatto impattare contro la facciata del Pentagono,sede del Dipartimento della Difesa statunitense,provocando il crollo parziale dell'edificio.Infine il quarto aereo, presumibilmente diretto verso il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington,precipitò in un campo a seguito di un'eroica rivolta dei passeggeri che tentarono di riprendere il controllo del velivolo.

Sono trascorsi 25 anni da allora e gli Stati Uniti,ancora leader in campo economico e militare,non sono più l’unica,incontrastata,superpotenza mondiale,incalzati dalla Cina e condizionati dai Paesi del BRICS.Nel frattempo l’America ha anche perso il ruolo di roccaforte delle democrazie occidentali:all’interno la spinta all’unità nazionale dopo l’attacco terroristico di Al Qaeda si è sgretolata,erosa dalla scriteriata "guerra al terrore" della presidenza Bush che credeva di poter rispondere con la forza militare ad una guerra tanto asimmetrica.Bush diede una reazione«imperiale» con la fallimentare pretesa di "esportare la democrazia" che  danneggiò, davanti ad alleati e avversari,l’immagine degli USA garante degli equilibri mondiali.All'interno del Paese da allora si sono innescate una serie di degenerazioni sfociate nel populismo sovranista di un Donald Trump sempre più autoritario e sprezzante delle regole democratiche.

Molto pesò la tecnologia dopo l'11 settembre:le distruzioni del World Trade Center di New York e di una parte del Pentagono sono finite nel tritacarne delle teorie cospirative e della polarizzazione politica alimentate da smartphone e reti social che nel 2001 ancora non esistevano.«Stamattina dalle mie finestre ho visto l’inizio del Ventunesimo secolo»,disse la sera dell’11 settembre 2001 lo storico britannico Tony Judt sull'attacco alle Torri gemelle che molti considerarono provocatoria ma che si è,poi, rivelata profetica:quel giorno segnò la fine della pax americana con la supremazia Usa insidiata dalle tattiche di guerra asimmetrica del terrorismo jihadista e ora,ai giorni nostri,anche dalla guerra ibrida digitale.

Eppure,all’inizio gli attentati di Al Qada sembravano aver dato una scossa e ridestato compattezza alla società americana,dando un senso identitario ad un Occidente che si era illuso di avere la strada spianata dopo il crollo dell’Urss.In effetti all’inizio fu così,ma durò poco.Oggi,alle prese con l’indebolimento delle democrazie occidentali e con la tempesta trumpiana che sconvolge da 10 anni la vita politica degli Stati Uniti,cerchiamo l’origine di questi fenomeni soprattutto in eccessi e fallimenti della globalizzazione,nelle pulsioni identitarie alimentate dalle ondate migratorie,nella crisi finanziaria globale del 2008 che costò all’America e al mondo una Grande Recessione con milioni di disoccupati,una contrazione generale dei redditi e una sfiducia popolare verso classi dirigenti e politica.

Ma prima di quella valanga,la sfiducia e il risentimento degli americani verso i gestori del potere avevano già cominciato ad affiorare subito dopo l’11 settembre:un attacco che i più potenti servizi segreti del mondo non avevano saputo prevedere,pur avendo avuto moltissimi indizi.Poi 20,estenuanti,anni di guerra in Afghanistan e Iraq costati migliaia di morti,decine di migliaia di feriti e invalidi e ottomila miliardi di dollari.Una distruzione di ricchezza pari a tre anni di PIL nazionale dell’Italia:America impoverita e alle prese con la rabbia,la frustrazione di un esercito di reduci,traumatizzati da esperienze agghiaccianti,difficili da reinserire nella vita civile e nel mondo del lavoro,vulnerabili alle spinte della radicalizzazione e al sovranismo.Rabbia e radicalizzazioni cresciute gradualmente e sulle quali Trump ha fatto le sue fortune,anche se all’inizio quel risentimento rimase sottotraccia e la solidarietà fu totale. 

La Silicon Valley che poi creò i social,prometteva di costruire con essi ponti verso il futuro.Invece oggi i social sono megafoni che stravolgono i fatti per l’intervento di centrali mediatiche malevole,e diffondono odio anche per il semplice funzionamento di algoritmi che promuovono in automatico i contenuti che attraggono di più,cioè quelli più incendiari con annesse teorie cospirative.Facebook nacque nel 2004,Reddit l’anno dopo,Twitter nel 2006.E Steve Jobs presentò il primo iPhone nel gennaio 2007:quei ponti furono costruiti,ma oggi pesano di più le «camere dell’eco»(cioè quelle situazioni in cui idee,credenze o informazioni vengono amplificate e continuamente confermate all'interno di un gruppo chiuso,con l'esclusione e la marginalizzazione di ogni punto di vista differente)che frantumano e non connettono le comunità,polarizzano la politica,disegnano complotti che a molti appaiono verosimili:i colpi al cuore dell’America,a New York e a Washington,descritti come un "inside job" di servizi segreti più o meno deviati.

Così capita che il 15% degli americani(40-50 milioni di cittadini)crede ancora oggi alla cospirazione nonostante giornali e reti tv oppongano fatti incontrovertibili.Oggi,negli USA inquieti,sfiduciati,con la democrazia in pericolo,non è difficile trovare in quanto accaduto 25 anni fa l’origine dei fenomeni involutivi in atto,anche se,per motivi anagrafici,quasi metà dei cittadini non ha memoria di quei fatti.Pesano non solo i costi economici e umani delle guerre in Asia Centrale:col "Patriot Act",varato pochi mesi dopo gli attentati,cominciò a prendere forma lo «Stato della sorveglianza»:controlli in teoria riservati ai cittadini stranieri sospetti,ma poi occultamente estesi ovunque dall’Nsa,come verrà poi denunciato successivamente.

E con l'11 settembre cadono le barriere morali di uno stato di diritto,con Guantanamo e la tolleranza per strumenti di tortura.Anni dopo strutture create per catturare i terroristi jihadisti diventeranno,in mano a Trump, strumenti per la caccia agli immigrati clandestini.Il ministero per la Sicurezza interna(Homeland Security),istituito dopo l’11 settembre,crea l’ICE("Immigration and Customs Enforcement",in italiano Agenzia Controllo Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti)che oggi diffonde comportamenti da Stato di polizia nel Paese delle libertà civili.

Alla minaccia del terrorismo islamico si sovrappone quella del terrorismo interno,anche per lo sdoganamento del suprematismo bianco. Quanto ai rapporti internazionali,l’America,per troppi anni  concentrata  sulla lotta al terrorismo islamico,ha commesso un errore strategico:ha sottovalutato l’ascesa della Cina e del revanscismo russo.Osama bin Laden non ha raggiunto i suoi obiettivi:niente califfato panarabo.E l’America si è vendicata eliminandolo.Ma qualche studioso ha parlato anche di un «catastrofico successo»,perchè l'attentato spinse gli Stati Uniti a reagire in modo sproporzionto,invadendo paesi mediorientali(come l'Iraq e l'Afghanistan)dissanguando l'economia americana e unendo il mondo islamico contro l'Occidente.Dopo di allora altri clamorosi attentati furono compiuti da "proxy"del terrorismo islamico(in Spagna,Germania e Francia)colpendo ovunque possibile le culture e le democrazie liberali.

Ma comunque,a distanza di un quarto di secolo da quel giorno che ha cambiato il mondo,la lezione più grande resta impressa nella nostra quotidianità:nonostante le ferite,le minacce e le complessità del presente, le democrazie liberali custodiscono ancora intatta la forza dei propri valori.La libertà, i diritti e il dialogo non sono fragilità da difendere, ma la nostra più grande e invincibile risorsa.

23 maggio 2026

ALTIERO SPINELLI, "ULISSE" D'EUROPA








Il 23 maggio 1986 moriva a Roma Altiero Spinelli.Son passati dunque 40 anni dalla scomparsa di quel gigante del pensiero che quell'uomo fu.Spinelli nasce  Roma nel 1907,e sin da subito aderisce molto giovane al Partito Comunista Italiano, partecipando alla lotta clandestina contro il fascismo.Eppure la sua libertà di pensiero lo portò a prendere le distanze dall’ortodossia comunista(“cattedrale di granito e nebbia”)e dalle purghe di Stalin,quando scopre «che nel patto segreto che avevo concluso,non c’era scritto la rinuncia all’autonomia e alla libertà assoluta del mio pensiero».Fu perciò espulso dal partito (1937),accusato di trockismo.Fu arrestato dal fascismo nel 1927 e scontò dieci anni di prigione e sei di confino.Durante il suo confino a Ventotene,studiando i testi dei federalisti anglosassoni, abbandona il comunismo e abbraccia il federalismo.Per questo Spinelli subì la "infamante" accusa di essere dalla parte dei federalisti(che pure erano integerrimi antifascisti)ma considerati eretici rispetto al comunismo e perciò isolati anche quando redassero il documento più noto: "Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Un testo fondamentale che ispirò anche i padri costituenti della Repubblica italiana,alcuni prigionieri del fascismo sull’isola pontina. Ventotene – «capitale morale d’Europa» – è oggi sinonimo di Unione europea.Fu lì,infatti,che insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, Spinelli elaborò il Manifesto di Ventotene (1941). Spinelli si rese presto conto del fatto che la battaglia per la federazione europea richiedeva la creazione diun'organizzazione politica nuova, immune dai feticci nazionalistici e dai limiti delle ideologie tradizionali.Sulla base di questa convinzione promuove la fondazione del Movimento Federalista Europeo (MFE).
Nell'agosto 1943 Spinelli lascia il confino e su quel periodo della sua vita così poi scriverà:"«Guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine,mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame,contemplato come da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale [...] avevo scoperto l’abisso della rassegnazione,la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito». Una peregrinazione prolungata,quasi una premonizione nello pseudonimo che si diede,cioè "Ulisse".

A guardar bene  è come se ci fosse qualcosa di ascetico,nella sua lungimiranza,nella visione di quell'uomo,che il regime fascista credeva,confinandolo a Ventotene,di limitarlo e "restringerlo".Ma il Pensiero quando è grande non conosce confini e limitazioni,un pensiero che sin da subito aveva capito con grande lucidità che andavano superati i nazionalismi e gli egoismi,attraverso la costruzione di un’Europa federale. È una visione straordinaria, perché concepita all’inizio del 1941, in piena seconda guerra mondiale, in una fase del conflitto nella quale nulla poteva far ancora presagire la sconfitta del nazismo e del fascismo.
Sarà del resto lo stesso Altiero Spinelli, molto tempo dopo, a scrivere testualmente:“Quegli anni in quell’isola sono ancora presenti in me con la pienezza che hanno solo i momenti e i luoghi nei quali si compie quella misteriosa cosa che i cristiani chiamano l’elezione(…)compresi,in quegli anni,che in quel luogo il mio destino fu segnato,che io assentii ad esso e che la mia vera vita, che ora sto portando a termine, cominciò“.

Quando morì,40 anni fa,Altiero Spinelli lasciò un grandissimo testamento spirituale e ideale:una vita fatta di rigore, di coraggio e di passione,con la capacità di guardare anche molto lontano.Perciò non siamo tutti uguali.Perchè c'è sempre un precursore,uno che è in grado di vedere più lontano.Ed Altiero Spinelli era uno di questi.Quella capacità che ha consegnato alle sue battaglie politiche per un’Europa unita,ai suoi scritti,ai suoi progetti,spesso non realizzati come avrebbe voluto,ma pur sempre espressione di una visione e di una volontà limpida.
Conosciamo bene Spinelli per il suo sogno di una Europa capace di superare, in una logica di pace, le sue divisioni. Capace di darsi gli obiettivi ambiziosi del programma federalista, esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni alla libera circolazione tra gli Stati, rappresentanza diretta dei cittadini nei concessi federali, politica estera unica.Oggi,superando mille difficoltà e tante miserrime povertà pseudonazionalistiche,alcuni di questi punti sono realtà,come il mercato unico,l’Euro,il sistema di Schengen,l’elezione diretta del Parlamento europeo.Altri rimangono parzialmente attuati,come l'elezione diretta del Presidente Europeo,la politica estera comune,ostaggio del mancato superamento dell’unanimità.Altri punti ad esser del tutto franchi,appaiono lontani da una loro realizzazione,come l’esercito europeo,anche se forse il conflitto in Ucraina e la politica di disimpegno dalla NATO di Trump mettono l'Europa difronte all'obbligo(che può essere un'opportunità)di porsi diversamente anche riguardo all'esigenza di un esercito comune europeo,da sempre auspicato da grandi liberali come Luigi Einaudi e Giovanni Malagodi. Tuttavia essi restano traguardi di fondo,validi e sempre densi di ispirazioni. Forse anche oggetto di una crescente consapevolezza oggi, in direzione contraria a quella di una recente,miopissima e meschina contrapposizione all’Europa,tanto insensata quanto pericolosa.Opposizione ancora più insensata e stucchevole in quanto legata a una polemica antieuropea alimentata proprio da chi è meno disposto ad assegnare all’Europa strumenti e risorse necessari per il suo funzionamento.
Perciò,proprio rileggendo il sogno europeo di Spinelli,si deve riconoscere che la costruzione europea rimane incompleta.Basta pensare al divario tra la politica monetaria comune e le politiche economiche che restano in gran parte prerogativa nazionale. Allo stesso modo mantiene tutta la sua potenza l’intuizione di Spinelli che integrazione economica e politica sono entrambe essenziali. L’Europa,per avere una piena realizzazione come Spinelli voleva,deve essere saldamente basata su istituzioni democratiche e sul parlamento eletto,dotato di adeguati poteri,anche se oggi forse ci vuole anche di più e cioè l'elezione diretta del Premier europeo.

Una parte dell’eredità del pensiero di Spinelli è conservata da quella che pure fu una sua creatura,a cui teneva molto:l’Istituto Affari Internazionali (IAI).Fortemente voluto e creato da lui nel 1965,l’Istituto ebbe una genesi non semplicissima ma molto interessante.Su impulso iniziale condiviso con il gruppo del Mulino e con la Fondazione Olivetti, si cominciò a delineare un progetto di istituzione che avrebbe avuto il compito di sviluppare ricerche e analisi documentate e indipendenti, sul modello di collaudati, autorevoli istituti di ricerca perlopiù anglosassoni. Ma nelle intuizioni di Spinelli lo IAI avrebbe dovuto svolgere anche un’importante funzione di formazione e quindi,a dir così,di sprovincializzazione della classe politica italiana,avvicinandola alle questioni di politica internazionale in un’ottica europea, europeista e transatlantica.Non a caso Spinelli puntava con decisione all’aggregazione di giovani e brillanti ricercatori,per instillare nel nucleo originario dell’Istituto un orientamento che oggi definiremmo “liberal”, aperto alle sfide internazionali e anche ai suoi inevitabili riflessi sul quadro domestico.


Nelle prime due storiche consultazioni a suffragio universale diretto del Parlamento Europeo del 1979 e del 1984,fu eletto al Parlamento Europeo come indipendente all'interno delle liste del PCI e nella seconda elezione divenne Presidente della commissione istituzionale.E fu nel Parlamento Europeo che Spinelli,per la seconda volta,ebbe l'opportunità di avviare un'azione di tipo costituzionale,promuovendo all'interno di quest'organo,ora eletto direttamente,l'elaborazione di un progetto di Trattato di Unione europea (approvato a larghissima maggioranza il 14 febbraio 1984).Proprio nel 1984 si fece promotore del cosiddetto Progetto Spinelli,un progetto di trattato per l’Unione Europea che anticipava molte delle innovazioni poi realizzate con il Trattato di Maastricht del 1992. Sebbene il progetto non venne adottato nella sua interezza, rappresentò un passo cruciale verso l’evoluzione dell’UE come soggetto politico e non solo economico.

Come detto Spinelli ebbe un fertile scambio politico e culturale con i federalisti.E tuttavia egli si distingue dai federalisti che, prima di lui, si erano limitati a denunziare la crisi storica dello stato nazionale, collocando la realizzazione della Federazione europea in un futuro indeterminato e di là da venire.Al contrario di Spinelli,cioè,non si erano posti l'obiettivo di elaborare un programma di azione preciso e non avevano rinunciato ad impegnarsi prima di tutto sul fronte delle lotte liberali, democratiche o socialiste.Molti federalisti,cioè,come Jean Monnet,per esempio,ritenevano che l'Europa andava unita partendo da questioni tecniche ed economiche pratiche piuttosto che da accordi politici immediati. 
Spinelli invece, convinto che la Federazione europea,dopo la seconda guerra mondiale,sarebbe diventata un obiettivo concreto della lotta politica, si rende conto del fatto che si apriva uno spiraglio per la lotta federalista che passava attraverso la rinuncia alla sovranità nazionale da parte degli Stati.Perciò al metodo comunitario seguito da Jean Monnet,Spinelli contrappone il metodo costituente,consapevole del fatto che, se da un lato bisogna far accettare agli Stati un trattato per il quale essi si dichiarano disposti a cedere parte della loro sovranità a favore e di un governo sovranazionale,dall'altro lato è necessario far partecipare il popolo europeo alla definizione di una costituzione che stabilisca la forma e i compiti della nuova unione fra Stati.
Fu per questo che Spinelli fu anche un forte sostenitore della partecipazione diretta dei cittadini europei, del rafforzamento del Parlamento Europeo e di un sistema federale che superasse le logiche intergovernative.La sua visione resta ancora oggi un punto di riferimento per chi promuove un’Europa più unita,solidale e democratica.Nel 2017, la Commissione Europea intitolò il suo edificio più importante a Bruxelles alla sua memoria: l’edificio Altiero Spinelli.Ed innegabile è il valore e la forza delle idee europeistiche di Altiero Spinelli.Egli è il simbolo di un’Europa politica, unita e capace di affrontare le sfide globali con una sola voce. La sua eredità intellettuale vive nel dibattito contemporaneo sull’Unione Europea,e il suo sogno di una federazione europea continua a ispirare generazioni di europeisti in tutta Europa.Perchè un'idea,quando è grande,non muore mai.