Son trascorsi 65 anni da quel 30 ottobre 1961,data della morte di Luigi Einaudi, avvenuta a Roma.Ma il tempo,anziché attenuarne la figura,sembra rendere ancora più evidente il valore della sua testimonianza civile e istituzionale.
Einaudi fu il primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento italiano e, dal 1948 al 1955, ebbe il compito storico di dare un volto e una prassi a una carica che la Costituzione aveva appena delineato.Lo fece con discrezione,rigore,sobrietà e un profondo senso delle istituzioni.Tutti gli storici lo ricordano come un Presidente attento a non oltrepassare mai i confini del proprio ruolo e capace di interpretare la funzione presidenziale come garanzia dell’equilibrio costituzionale.
Fu economista di fama internazionale,professore universitario,giornalista,senatore,Governatore della Banca d’Italia,ministro e protagonista dell’Assemblea costituente.E fu liberale:integerrimo e coerente interprete dei valori e dell'idea liberale.Ma soprattutto Luigi Einaudi è stata una figura pressoché unica del Novecento italiano.“Padre della patria”, grande economista,rigoroso servitore dello Stato,insieme a Croce il più importante teorico del liberalismo in Italia nel ‘900,cattolico e liberale,brillante opinionista.Einaudi fu in tante vite,legate tutte tra loro dall’impegno intellettuale e politico,prima per combattere il fascismo,poi per costruire la Repubblica.Era nato nel 1874 a Carrù (Cuneo),in quel Piemonte terra di (grandi)liberali;dal 1902 fu professore di Scienze delle finanze all’università di Torino,poi dal ’20 al ’26 direttore dell’Istituto di Economia della Bocconi di Milano.
Memorabili i suoi interventi su “La Stampa”,“The Economist”,il “Corriere della Sera” e su riviste come “Critica sociale” di Filippo Turati e “Energie nuove” e “Rivoluzione liberale”,di Piero Gobetti.Fu anche direttore della rivista “Riforma sociale”,vero e proprio laboratorio di idee liberali,poi chiusa dalla censura fascista di Mussolini.Nel 1925 firmò il "Manifesto degli antifascisti",promosso da Benedetto Croce in risposta al "Manifesto degli intellettuali fascisti" di Giuseppe Gentile.Fu intransigente nella sua lotta contro il regime fascista che per reazione lo sospese dall’insegnamento universitario,così come tanti altri docenti antifascisti di quell'epoca.
Già Senatore del Regno dal 1919,alla fine della guerra diventò protagonista della vita politica,avendo un ruolo di primo piano negli anni della ricostruzione.Dal 1945 al 1948 fu Governatore della Banca d’Italia negli anni difficilissimi della ricostruzione e della stabilizzazione economica dell’Italia uscita dalla guerra;nel 1946 è membro dell’Assemblea Costituente; nel 1947 è ministro del Bilancio nel IV governo De Gasperi,riuscendo a stabilizzare la lira e a ridurre un’inflazione elevatissima.Divenne il primo Presidente della Repubblica Italiana in anni difficili,di forte contrapposizione a livello nazionale e internazionale,nei quali Einaudi fu un punto di riferimento e di equilibrio per tutto il Paese.Einaudi arrivò alla Presidenza della Repubblica con un patrimonio intellettuale e morale costruito in decenni di studio e di impegno pubblico.Ma ciò che ancora oggi colpisce nella sua figura è soprattutto quella sua autorevolezza coniugata a una straordinaria sobrietà.Einaudi non concepì mai la politica come ricerca della popolarità personale o di partito.
Il suo era un credo incondizionato nella forza delle istituzioni,nella responsabilità di chi esercita una funzione pubblica e nella necessità di sottoporre le decisioni alla disciplina della ragione e del diritto.Fu Presidente riservato,ma mai distante dal sentire del Paese.In un’Italia ancora povera e ferita dalla guerra,fece partecipare il Quirinale concretamente alle difficoltà che la popolazione viveva:organizzò iniziative di assistenza,fece distribuire medicinali e aiuti,visitò le zone colpite dalle calamità e incontrò comunità e cittadini impegnati nella ricostruzione.
Anche nei momenti di maggiore tensione politica Einaudi difese con fermezza le prerogative costituzionali del Capo dello Stato.La crisi del 1953,quando venne votata una legge elettorale che sembrava favorire le forze politiche della maggioranza di governo,rappresentò uno dei primi banchi di prova della giovane Repubblica e mostrò quanto fosse importante avere al Quirinale una figura autorevole e autenticamente terza,capace di esercitare i propri poteri senza trasformarli in potere personale.
La sua idea di governo dell’Italia era inseparabile dall’idea di Europa.Fu infatti tra i primi e più convinti sostenitori della necessità di costruire un’Europa unita,in una stagione nella quale il continente cercava di lasciarsi definitivamente alle spalle le tragedie delle guerre mondiali causate dai nazionalismi esasperati.Fu europeista tra i più grandi del secolo,tanto che le sue idee ispirarono il Manifesto di Ventotene.Se Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi furono i redattori materiali di quel Manifesto,Luigi Einaudi fu un loro importantissimo punto di riferimento intellettuale.Perchè Einaudi aveva un'idea alta e nobile di Europa già dalla fine dell’Ottocento,come solo le menti illuminate sanno avere:già allora,infatti,proponeva gli “Stati Uniti d’Europa” come grande occasione di sviluppo del Vecchio Continente,mentre addirittura già negli anni '40 sosteneva una vera e propria federazione in cui gli Stati europei trasferissero parte della propria sovranità a istituzioni comuni(ispirandosi,così,a modelli di Stato pragmatici come quello svizzero o del Commonwealth britannico).
Proprio quel suo modo di interpretare la più alta carica istituzionale e tutto il suo impegno politico e intellettuale può essere interpretato come un imponente tentativo di difendere la libertà.Perchè se i dittatori e gli autocrati presumono tragicamente di essere onnipotenti,la forza della liberaldemocrazia,per Einaudi,risiede in quell’habitat economico,politico e istituzionale che, assicurando a ognuno la più estesa libertà compatibile con un’analoga libertà altrui,garantisce il massimo di discussione critica all'individuo e alla società una alta capacità di risoluzione dei problemi posti dal mondo in cui viviamo.
Einaudi era convinto che per sopravvivere una democrazia deve essere inclusiva,coinvolgere i più poveri e le minoranze e convincerli che la “società aperta” è il luogo migliore dove far valere i propri interessi e diritti.E per far questo occorre garantire i diritti sociali,oltre quelli civili.Proprio quello che,grazie all'impareggiabile opera di Einaudi,ha fatto la democrazia italiana nel secondo dopoguerra.Non a caso,durante gli anni trascorsi da esule in Svizzera,dopo la caduta del Fascismo e l'occupazione nazista,Einaudi scrisse le "Lezioni di politica sociale",un classico della cultura italiana del Ventesimo secolo e un capolavoro letterario e di filosofia sociale, prima che di teoria economica,di un intellettuale ben consapevole che le lacerazioni sociali erano state una delle principali cause dell’affermazione del fascismo.
Nella celebre polemica con Croce su liberismo e liberalismo, Einaudi sostenne che il liberalismo etico-politico non può essere dissociato da quello economico poiché senza il mercato si affermerebbe «una burocrazia comunista od oligarchia capitalistica» capace di «uniformizzare e conformizzare le azioni,le deliberazioni,il pensiero degli uomini».L’economia di mercato è dunque l’altra faccia della democrazia,perché insostituibile per la realizzazione dei progetti di vita individuali.
Einaudi era consapevole che senza le necessarie condizioni materiali la libertà rimane un’invocazione di principio.E se queste condizioni non le crea il mercato deve intervenire lo Stato,con l’«abbassamento delle punte» di ricchezza,mediante imposte progressive,tasse sui grandi patrimoni e sulle grandi eredità,e con l’«innalzamento dal basso»,per garantire un «minimo nazionale di vita» con una legislazione che si faccia carico di «pensioni di vecchiaia», «sussidi per matrimonio, figli e maternità», «assegni familiari», «sanità», «disoccupazione», e una «graduale estensione dei servizi pubblici gratuiti».
Einaudi ci lascia un’immensa eredità intellettuale che è un prezioso serbatoio di idee per i problemi di oggi. E ci lascia l’esempio di un intellettuale autenticamente kantiano che ha portato la lanterna davanti al re e mai lo strascico del re e di un politico autenticamente weberiano, che non ha subordinato la ricerca del potere alla verità e che ha fatto dell’ "etica della responsabilità" il suo imperativo categorico.
Ricordare Einaudi oggi significa allora ricordare una concezione della vita pubblica fondata sul dovere,sulla competenza,sulla misura e sul rispetto delle istituzioni.Perchè certamente Einaudi rappresentò in modo esemplare una particolare idea della Presidenza:autorevole senza essere esibita,rigorosa senza essere faziosa,presente senza essere invadente.E ci ricorda un'altra cosa.Oggi,in un tempo nel quale la politica è spesso dominata dalla velocità delle parole,Einaudi ci ricorda il valore della ponderazione. In un’epoca nella quale si rincorre la visibilità,l'insegnamento di Einaudi ci ricorda che l’autorevolezza nasce dalla competenza e dalla coerenza.E davanti alle difficoltà della vita pubblica,ci ricorda che servire lo Stato significa innanzitutto rispettarlo.Luigi Einaudi appartiene alla storia della Repubblica. Ma la sua lezione appartiene ancora al presente.


Nessun commento:
Posta un commento