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08 ottobre 2024

VITA E LETTERATURA



Giovedì 10 ottobre sarà assegnato il Premio Nobel per la Letteratura per il 2024,  il riconoscimento letterario più famoso al mondo. Come ogni anno negli ambienti editoriali e sui forum letterari sono iniziate le "scommesse" su chi vincerà.

Ogni anno circola questa battuta:iNobel per la letteratura viene vinto da uno scrittore diverso ma viene sempre perso  da Borges. La battuta è perfetta per designare una particolare categoria di scrittori,quella degli eterni candidati eterni perdenti. E se fino al 1986, anno della sua morte,il titolo spettava all'immenso genio letterario argentino,più di recente si è passati a designare lo scrittore americano Philip Roth nel ruolo di “ma com’è possibile che non glielo danno”.

Anche quest' anno, come ogni anno,all’inizio di ottobre,quando l’Accademia di Svezia annuncia il vincitore del Nobel, è partito il toto scommesse,con i bookmaker che dimostrano la loro superiorità sui critici letterari,Poi,come sempre,come tutti gli anni,ci saranno le recriminazioni come quelle che ci furono quando il Premio fu assegnato a Bob Dylan o Dario Fo.

Al momento sul World Literary Forum (uno dei più importanti forum letterari al mondo) c'è un grande dibattito sui possibili vincitori del Premio per il 2024.

La maggior parte delle previsioni,fondandosi sull'attuale drammatico scenario mediorientale,prevedono che potrebbe vincere un autore o un’autrice del mondo arabo(cosa che non succede dal 1988, quando vinse lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz)e ancora una volta si fa il nome del poeta siriano Adonis, che a 94 anni, è considerato tra i più importanti scrittori arabi,segnalato tra i potenziali vincitori del Nobel già da diversi anni.Altri invece pensano che il Premio possa andare a un autore o un’autrice israeliana dalle posizioni pacifiste,come il 70enne David Grossman,oppure,per ragioni simili,alla scrittrice russa di origine ebraica Ludmila Ulitskaya, che ha 81 anni e ha espresso posizioni critiche sulla guerra in Ucraina; il suo ultimo libro uscito in Italia è Sinceramente vostro, Šurik.

Forse,però,il sistema più concreto per farsi un’idea dei favoriti di quest’anno è consultare le società che permettono di scommettere anche per il Nobel della letteratura e che in alcuni casi ci hanno azzeccato, come l’anno scorso quando il nome più quotato era quello del drammaturgo e scrittore norvegese Jon Fosse, che poi effettivamente vinse. Quest’anno le quotazioni sembrano favorire due nomi già circolati nel 2023, cioè quelli della scrittrice e poetessa cinese Can Xue e dello scrittore australiano Gerald Murnane.

Quella più favorita,però,sembra essere Can Xue



anche perché l’ultimo autore asiatico a ricevere il Nobel per la Letteratura fu lo scrittore giapponese naturalizzato britannico Kazuo Ishiguro nel 2017.Can Xue (si pronuncia più o meno “Tsan Sciue”) è lo pseudonimo di Deng Xiaohua, una scrittrice sperimentale e critica letteraria cinese di 71 anni. Suo padre era un giornalista e subì le persecuzioni contro la classe intellettuale portate avanti da Mao Zedong; anche lei non poté completare la sua istruzione e iniziò a lavorare molto giovane come operaia, insegnante e poi sarta. Cominciò a scrivere a metà degli anni Ottanta scegliendo uno pseudonimo che non aveva connotazioni di genere:per questo venne inizialmente scambiata per un uomo.Tra le sue opere pubblicate in Italia vanno ricordate:"Dialoghi in cielo" e La strada di fango giallo.

Gerald Murnane, l’altro favorito, ha 85 anni


Nel 2018 il New York Times Magazine lo definì "il più grande scrittore di lingua inglese di cui quasi nessuno ha mai sentito parlare", anche a causa del suo carattere eccentrico e della sua vita isolata(pare che così come Kant con la sua Konigsberg,non sia mai uscito da Victoria, lo stato australiano in cui vive). Molti di quelli che conoscono i suoi romanzi, però, lo considerano un “cult”, e tra loro anche J. M. Coetzee e Ben Lerner.Il suo libro più noto,pubblicato nel 1982, è  Le pianure. Se effettivamente dovesse vincere, sarebbe il secondo scrittore australiano a ricevere il Nobel per la Letteratura dopo Patrick White, nel 1973.

Le società di scommesse suggeriscono anche Alexis Wright, una scrittrice aborigena australiana nata nel 1950 e autrice di quattro romanzi, una biografia e alcune altre opere. Il suo romanzo più noto è I cacciatori di stelle.


C’è poi Jamaica Kincaid, pseudonimo di Elaine Potter Richardson, una scrittrice e saggista 75enne nata ad Antigua e Barbuda nel 1949 e naturalizzata statunitense.I suoi romanzi, saggi e racconti affrontano il colonialismo,le tematiche di genere,i rapporti familiari e in particolare il legame madre e figlia.



Un’altra scrittrice indicata da anni tra i possibili vincitori è la canadese Anne Carson,



poeta e professoressa universitaria di lettere classiche di 74 anni. Le sue opere sono spesso sperimentali e difficili da inquadrare in un preciso genere e in tematiche specifiche. Tra i suoi ultimi libri ci sono La bellezza del marito e Decreazione.

Nei primi cinque favoriti della società di scommesse Ladbrokes c'è anche lo scrittore e traduttore argentino César Aira,di 75 anni ed autore di oltre 100 romanzi e saggi 

e il rumeno Mircea Cărtărescu,di 68 anni,noto per la trilogia Abbacinante scritta in 14 anni.



Tra gli altri favoriti ci sono anche autori molto popolari che vengono indicati come possibili vincitori da anni: il giapponese Haruki Murakami,



 la canadese Margaret Atwood,


 lo statunitense Thomas Pynchon


il francese Michel Houellebecq noto anche per le sue prese di posizione sull'Islam


e l’indiano naturalizzato statunitense Salman Rushdie,



che lo scorso aprile ha pubblicato il libro autobiografico Coltello,in cui racconta l’accoltellamento che subì nell’agosto del 2022 che lo rese cieco da un occhio.

A decidere il vincitore o la vincitrice sarà l’Accademia svedese, che,come sempre,è composta da scrittori, linguisti e studiosi svedesi, a partire da una selezione di cinque finalisti. Ogni anno la commissione dell’Accademia invita persone e organizzazioni competenti a inviare una preferenza tra scrittori, drammaturghi e poeti di tutto il mondo, e le riduce a cinque candidati sottoposti all’intera Accademia. I nomi dei candidati a ogni edizione vengono resi noti ufficialmente 50 anni dopo. Per esempio quest’anno sono stati diffusi quelli del 1973, in cui furono candidati 101 autori e in cui arrivarono in finale lo statunitense Saul Bellow (che poi vinse nel 1976), Anthony Burgess, l’inglese William Golding (che vinse nel 1983) ed Eugenio Montale (che vinse nel 1975).

A voler essere volgarmente materialistisi si può dire che l'importanza del Nobel per la Letteratura non è solo mediatica, ma anche economica: il premio vale infatti 11 milioni di corone svedesi, quasi 950 mila euro. Può quindi cambiare concretamente la vita di uno scrittore, che improvvisamente diventa ricco, famoso in tutto il mondo, e viene invitato a festival ed eventi letterari e a scrivere su giornali e riviste; soprattutto riesce a vendere più libri in paesi in cui non era ancora riuscito ad arrivare.

Il nostro è un Paese nel quale per una meschina e volgare classe politica vale la frase:"con la cultura non si mangia”.Ma in un Paese come l’Italia che dell’intreccio tra arte, bellezza, storia, paesaggio ha fatto da secoli un tratto della propria identità, la cultura può,deve invece essere un momento di crescita civile e democratica,un fattore di sviluppo economico e,dopo la pandemia e le sue conseguenze sanitarie e sociali,l'inizio per nuove prospettive di vita.

19 aprile 2022

PER LA SOCIETA' APERTA



Come nel 2017,il ballottaggio finale del 24 aprile 2022 per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica francese vedrà protagonisti Emmanuel Macron e Marine Le Pen.Il partito della Le Pen è stato ampiamento finanziato,in tutti questi anni,dalla Russia di Putin,in funzione evidentemente,antioccidentale e antiatlantista.E dunque in Francia si profila il rischio che il partito di Putin(come potrebbe chiamarsi quello della Le Pen)conquisti l’Eliseo,con quali conseguenze sulla politica europea è facile immaginare.


Intanto in Ungheria Orban,il piccolo Putin fasciopopulista,guiderà le truppe sovraniste da dentro le istituzioni europee per almeno altri 4 anni,probabilmente con le stesse modalità repressive delle libertà democratiche come ha fatto in questi anni. 

Del resto in America il trumpismo,inteso come fenomeno politico e culturale,è tutt'altro che tramontato e le istituzioni liberali e democratiche continuano colpevolmente a sottovalutarlo,mentre in Italia ci apprestiamo ad arrenderci ai neo,ex,post fascisti di Giorgia Meloni,che nei sondaggi risultano essere primo partito italiano.



E dunque è questo  il panorama politico europeo ed occidentale.Nel frattempo Russia,Cina e India continuano a mantenere la loro alleanza  di regimi autoritari e illiberali,suscitando anche la simpatia di sceiccati ed emirati arabi,degli ayatollah iraniani e dei vassalli africani,oltre che del fascista brasiliano Bolsonaro.E in Italia,Paese da anni culturalmente e valorialmente "addormentato" negli agi della democrazia senza impegno,la cosa non sembra interessare nessuno,come fino a ieri non interessavano l’Ucraina e le denunce di Anna Politkovskaja,Aleksej Navalny e SviatlanaTsikhanouskaya sulle intenzioni russe.




Al contrario,alcuni cosiddetti "esperti" geopolitici(tanto per non far nomi Lucio Caracciolo,direttore di "Limes")hanno spiegato fino al giorno prima dell’invasione,che assolutamente mai i carri armati schierati da Putin ai confini con l’Ucraina avrebbero attaccato,salvo poi chiedersi,a Bucha ormai avvenuta e a cadaveri ucraini ancora caldi,come sia potuto accadere.

Il quadro,come si vede,è drammatico e noi italiani siamo tra i più esposti.Questo non solo per la dipendenza dal gas russo ma anche perché improvvidi firmatari del memorandum con la Cina per la "via della seta",in cambio del "famoso" carico di arance rosse della piana di Catania,ma perché fino a 3 anni fa il governo Conte è stato estimatore sia della Cina che della Russia,nonchè di Trump(vero "Giuseppi"?)prontissimi a consegnare l’Italia ai nemici del mondo libero oltre che a smontare la democrazia rappresentativa,in nome di una fantomatica,rousseauiana democrazia "diretta". 

L'eroica resistenza nazionalista degli ucraini e la loro ambizione europea, dettata dal rigetto radicale del modello medievale russo,è prima di tutto una battaglia militare e umanitaria per la sopravvivenza di uno Stato indipendente e di un popolo aggredito con ferocia e brutalità,minacciato dall’ennesimo tentativo di genocidio russo(già posto in essere da Stalin con l'Holomodor del 1932-33).Ma essa è anche una battaglia politica,culturale e globale in difesa di una SOCIETA' APERTA e della Democrazia.

L’Europa deve fermare la Russia,liberarsi dalla sua dipendenza energetica e ripensare la propria governance per tenere a bada l’antieuropeismo e l’illiberalismo di alcuni Stati membri che come l'Ungheria non rispettano lo Stato di diritto,reprimono il dissenso e non riconoscono i diritti civili:questi Stati non hanno niente a che fare con il concetto di Europa.Del pari in Italia va ricacciato indietro quell’antieuropeismo e antioccidentalismo,politico e culturale,di tanta parte dell'intellettualismo di destra e di sinistra.Chi non vuole starci,si accomodi pure alla porta e subito si accolga,invece,un Paese come l'Ucraina che dimostra con i fatti di voler essere europeo e antitotalitario e che proprio perciò è stato aggredito dalla Russia.

Per questo è importante che Putin non conquisti l'Eliseo al ballottaggio e che in Italia i fasciopopulisti Meloni,Salvini e Di Battista siano culturalmente emarginati  ed esclusi da ogni alleanza elettorale e politico-parlamentare con le forze autenticamente liberali ed europeiste,perchè in uno Stato di diritto e liberale sono inammissibili,i loro comportamenti e le loro simpatie orbaniane,lepeniane,maduriane e filoputiniane.Similmente,dopo i fatti del Campidoglio del 6 gennaio 2021,Trump va fermato per sedizione e tentato colpo di Stato."Non possiamo tollerare gli intolleranti",come diceva nella sua opera "La Società aperta e i suoi nemici",il grande filosofo Karl Popper,liberale,difensore della democrazia e dell'ideale di libertà e avversario di ogni forma di totalitarismo.

Tutto questo lo dobbiamo all'Ucraina che col suo esempio ha cacciato a pedate da Kiev le mire del despota autoritario russo.Perchè il mondo non può essere governato con chi non riconosce i principi base della liberaldemocrazia,della solidarietà interetnica e della convivenza civile.E' insomma arrivato il momento che il mondo dei diritti civili e della libertà respinga la barbarie e formi un’alleanza globale delle democrazie capace di contenere culturalmente e politicamente l’alleanza autoritaria contro l’Occidente che,pure con tutti i suoi difetti,rimane terra di Libertà.

26 aprile 2021

L'ORA DELLA VERGOGNA






Di nuovo,qualche giorno fa,un'altra tragedia del mare.Un barcone,proveniente dalle coste della Libia,è affondato nelle acque del Mediterraneo,causando la morte di 130 migranti.E subito ritornano alla mente "quelle" foto,quelle immagini di qualche anno fa.Erano forti quelle immagini,tanto che all'epoca dei fatti,molti tg e giornali decisero di non mostrarle.Credo,però,che,proprio perché forti,quelle immagini vadano viste.Perché è proprio e solo l'immagine,in tutta la sua spietata crudezza,che sa rendere certe emozioni più di mille parole.Perché quelle immagini mostrano a che punto di degrado è arrivata la nostra (dis)umanità,il nostro disinteresse,la nostra indifferenza.Sono quelle immagini che devono farci rendere conto di quanto grande sia il nostro cinismo se difronte ad esse pure facciamo finta di niente e ci giriamo dall'altra parte.Quelle foto erano le foto di Alan Kurdi, il bambino che stava cercando di fuggire con la sua famiglia dalle violenze della guerra civile siriana e dell'Isis.Aveva solo tre anni quel bambino quando fu fotografato riverso e senza vita sulla spiaggia di Bodrum,in Turchia,dove le acque del mare lo avevano portato ormai morto.Lo scatto della giornalista turca Nilüfer Demir si diffuse rapidamente in tutto il mondo.E quel bambino diventò il simbolo del fallimento dell'Europa nella gestione dei flussi migratori in quell'estate del 2015 affollata di sbarchi e di Paesi che si rimpallavano l'accoglienza dei rifugiati."Mai più" dissero solennemente quel giorno tutti i governi europei.E cos’altro potevano dire davanti all'immagine di quel corpicino riverso su una spiaggia?Eppure quel "mai più" era già stato detto tante altre volte dall'Europa.Nel 2013,fu detto,per esempio,difronte alla prima,grande tragedia del Mediterraneo che vide la morte di 368 morti in un barcone che si incendiò davanti Lampedusa.E poi ancora tante altre volte,almeno 1250 altre volte,fu ripetuto quel "mai più",e le organizzazioni internazionali hanno calcolato che i morti di queste tragedie sono già oggi più di 23.000.E adesso,in questi giorni,la nuova tragedia che ha visto affogare nelle acque del Mediterraneo altre 130 persone.Il sentimento,l'emozione che si prova,o almeno che si "dovrebbe" provare difronte a quei corpi che galleggiavano sulle acque,senza vita,in balia delle onde,è quella espressa da Papa Francesco:"E' l'ora della vergogna".Ed infatti è proprio un senso di vergogna,quello che si dovrebbe provare,per il cinismo e la cattiva coscienza di un Paese,il nostro,e di un continente,l’Europa,che fingono di non accorgersi di queste tragedie.E non c'è alibi che tenga,nemmeno quello della pandemia,che possa giustificare le nostre coscienze.L'Europa,per calcolo politico ed ignavia,sta rinunciando anche solo ad immaginare una politica dei flussi migratori,del diritto di asilo e un sistema di soccorso che tenga insieme le ragioni della sicurezza dei confini,della lotta al traffico di esseri umani con i diritti fondamentali,primo fra tutti,quello di strappare un nostro simile alla morte terribile per annegamento.Il sistema,attuale,invece,fa si che decine di migliaia di persone affoghino in mare e che altre centinaia di migliaia  siano rinchiuse nei campi di concentramento della Libia,dove la norma è lo stupro,la tortura,l’omicidio,il commercio di esseri umani.
Non può bastare che ancora oggi,così come nel 2015,quando,di fronte al corpo senza vita di quel bimbo siriano,Alan Kurdi,si giuri solennemente ma ipocritamente:"mai più",per poi tornare tranquillamente nell'insensibilità delle nostre convenienze e della nostra indifferenza.O,peggio,che ci siano spettacoli osceni di sciacallaggio ideologico come quello del nostrano "campione nazionale" Matteo Salvini,secondo il quale quelle morti sono causate dai "buonisti" che sostengono le Ong(una nave di una di quelle Ong si chiama proprio Alan Kurdi).Certo.Nessuno può pensare che l'Italia possa fronteggiare da sola questa immane catastrofe umanitaria continentale.Ma il presidente del Consiglio Mario Draghi è uomo troppo intelligente per non comprendere che la strada per costruire una nuova Italia e una nuova Europa,non potrà essere percorribile se continuerà a essere ingombra di cadaveri innocenti senza nome,gonfi dell’acqua in cui sono annegati.E dunque proprio lui,proprio Draghi che,unico in Europa,ha avuto il coraggio di dire che Erdogan è un dittatore,dovrà ripensare a quanto siano state infelici le sue stesse parole con cui,nella sua recente visita a Tripoli,ha ringraziato la guardia costiera libica,la stessa che avrebbe dovuto evitare stragi come quella dei 130.Perché quelle sue parole equivalgono ad accreditare l’idea che la soluzione di questa immane tragedia passi attraverso la delega delle nostre responsabilità e di quelle dell’Europa ad uno Stato,la Libia,dove i diritti fondamentali sono quotidianamente soffocati.Un paese,la Libia,la cui ricostruzione e stabilizzazione richiederanno tempi lunghi e sulla cui sovranità pesano le ipoteche di due tiranni,aguzzini di libertà come Erdogan e Putin.Quando non era ancora Presidente del Consiglio,Draghi indicò all’Europa la necessità di cogliere l’occasione della pandemia per cambiare il modo e la ragion d'essere dell'Unione europea.Adesso,da premier riconosciuto a livello mondiale(il "New York Times" gli ha già riconosciuto la capacità di essere uno dei più grandi e autorevoli leader europei)può essere il primo interlocutore di Bruxelles per fare del nostro Paese la locomotiva di una rivoluzione che oltre a fronteggiare la pandemia,aggiunga un altro obiettivo e un altro aggettivo:Europa solidale.Un aggettivo che porti,con buona pace delle italiche forze populiste e sovraniste,guidate da Salvini e Meloni,a una riapertura immediata di corridoi umanitari,all’attivazione di evacuazioni di emergenza,alla riconfigurazione altrettanto immediata delle modalità del soccorso nel Mediterraneo e alla redistribuzione dei richiedenti asilo in tutta Europa.Per tornare ad essere,cioè,di nuovo "umani" e far finire questa triste ora della vergogna.

19 ottobre 2020

TUTTO A POSTO

Forse non ce ne accorgiamo,ma con i numeri dei contagi Covid di quest'autunno 2020 è probabile che,nonostante le ipocrite rassicurazioni del Governo,stiamo andando  dritti dritti verso un secondo lockdown generale.Questo ce lo dice,sul grafico delle ascisse e ordinate cartesiane,la linea che indica il numero dei contagi in costante ascesa;ce lo dicono il numero dei positivi e delle terapie intensive occupate e il ritorno delle sirene delle ambulanze.Ce lo dice anche il ritorno  del Circo Barnum dei virologi in tv,contagiati da un altro virus,quello del narcisismo da telecamera.Eppure il governo continua a dirci di leggere sempre quell'articolo dei complimenti del New York Times quello del modello italiano invidiato in tutto il mondo e tutte le altre balle di quel tale(come si chiama?Ah,sì,tal Rocco Casalino,prima grande star del "Grande fratello"ora divenuto pseudoportavoce di uno pseudopremier).E forse ci abbiamo pure creduto,a tutte le balle di questa classe dirigente tra le più imbarazzanti di tutta la storia repubblicana.Ci abbiamo creduto perchè alla fine quello italiota non è un popolo di "apoti",come quello teorizzato da Prezzolini(apota,dal greco:"non bere"),di persone,cioè,che non "se le bevono",che ricordino che uno non vale uno,che,invece,sappiano far "risaltare valori(...)e salvare un patrimonio ideale".Coltivare,cioè,il dubbio,disdegnare la retorica emozionale.Certo,questo virus è roba spaventosa,difficile da affrontare.Eppure già 9 mesi fa il Premier Conte ci diceva che il Governo era "prontissimo"(puntata del 27 gennaio 2020 di "Otto e mezzo" ,la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7)


E invece,dopo 9 mesi,l’attacco del virus evidenzia le responsabilità di questo governo di incapaci.Questo governo non ha predisposto nessuna rete di protezione per la sanità,la scuola,i trasporti,l'economia e l'occupazione(a parte "Villa Pamphili,ovviamente).Nulla di nulla,solo quel fastidioso predicozzo paternalista del "tutto sotto controllo".Invece caos e confusione di ogni tipo.Siamo a ottobre 2020 e nessun italiano sa che cosa fare difronte a questa seconda ondata.Nemmeno le 100 task force nominate dal Governo sanno che pesci pigliare.Il sistema dei test varia da regione a regione(e qui si vede la sciagurata riforma costituzionale del 2001,con l'attribuzione di competenze sanitarie alle Regioni).Ma Conte e i suoi non sono stati in grado di elaborare un piano di emergenza nazionale,competenza di livello centrale.Un fallimento colossale è stata l'app "Immuni" che nelle fantasie dei pentastellati,abituati a piattaforme digitali e dintorni,avrebbe dovuto assicurare il tracciamento dei contagi.Ma nonostante le campagne da “app alla patria”,questa non funziona se non c'è,come non c'è,un sistema serio di ricezione dei dati da parte dei medici di base e delle Asl.Oggi,cioè,"Immuni" dovrebbe segnalare a un italiano di aver incontrato un positivo,ma quando questo italiano prova a chiamare il medico di famiglia,il medico gli dice di non avvicinarsi allo studio altrimenti chiama i carabinieri.Già,i carabinieri:quelli che Il Ministro Speranza voleva mandare a casa di tutti noi per contare il numero dei commensali nelle case private(a proposito Ministro,lei sa cosa significa "inviolabilità del domicilio",quel principio dell'articolo 14 Costituzione,difeso perfino da Palmiro Togliatti?).Una roba che sarebbe comica quella di Speranza,se non fosse quasi da regime fascista.C'è stato il fallimento di "Immuni".E cè stato quello dei tamponi.Un italiano che gli passa lo "schiribizzo" di fare un tampone,oggi è costretto ad avventurarsi nel mondo di fuori alla ricerca del tampone,sapendo che dovrà affrontare ore e ore di attesa.Questi geni che tutto il mondo ci invidia(il primo posto del ridicolo è conteso tra Conte,l'Azzolina,Speranza e la De Micheli,ma anche gli altri ministri se la giocano alla grande)non sono riusciti nemmeno a predisporre un numero sufficiente di vaccini contro l’influenza di stagione.E così non si potrà escludere che una normale influenza sia invece Covid-19.Com’è possibile che questi strepitosi governanti non siano riusciti a produrre,distribuire e somministrare il normale vaccino antinfluenzale di stagione né a organizzare uno straordinario sistema nazionale di test e di tamponi semplice ed efficiente e diffuso nel territorio per isolare in tempo i positivi e liberare i negativi?Si sono persi invece in grottesche discussioni sui banchi a rotelle e sulle cene in casa,specchiandosi narcisisticamente nei sondaggi(che ora cominciano a calare,però)scaricando le responsabilità sulle Regioni,dove ci sono altri bei personaggi",dove ognuno fa a modo suo(la Campania ha appena chiuso le scuole).Insomma assistiamo a una catastrofe civile,morale e politica,oltre a quella sanitaria ed economica.A un lockdown intellettuale.Ma qualcosa sta cambiando.Così, per la prima volta,la gente si ribella e protesta.Succede in Campania dove il governatore-sceriffo De Luca ha chiuso le scuole.Contro questo provvedimento sono scesi in piazza padri e madri "normali"(mica i No Mask)furibondi per la chiusura delle scuole,che fino a prova contraria resta un diritto costituzionale.E si ribellano gli infermieri,stanchi di essere "eroi",se poi sono mal retribuiti.Si ribellano anche i sindaci.Nella prima ondata della pandemia collaborarono senza riserve con il governo.Ora capiscono che non funziona più così.250 di loro hanno scritto al governo:la si faccia finita,si prendano i soldi del MES e si facciano investimenti sanitari,anziché controllare feste private o matrimoni.Lo stato d’animo dei cittadini,insomma,sta cambiando e gli adoratori del Premier stanno velocemente diminuendo.Forse finalmente anche in questo nostro Paese,apparentemente addormentato,gli italiani hanno capito che un governo con Rocco Casalino proprio non se lo meritano.

04 marzo 2019

I RAGAZZI DI QUEL MARZO







Avevano lo stesso nome.Erano nati nello stesso mese e nello stesso anno,il marzo del 1943 e quasi nello stesso giorno.Quasi.Perchè Lucio Dalla era nato il 4 e Lucio Battisti il 5 di quel marzo.Lucio Dalla,anzi,fece della propria data di nascita il titolo di una delle sue prime canzoni(4 marzo 1943)mentre Battisti mise il nome del mese in una delle più splendide canzoni:"I giardini di marzo".


   
Ma in realtà la cosa vera che li accomuna è quella di essere stati tra i più grandi artisti e cantanti di tutta la musica moderna italiana,e credo che abbiano davvero ragione quelli che hanno definito le loro canzoni come autentica poesia.Forse perché  fu il loro modo di essere e di sentire il mondo che li portò ad interpretare i sentimenti,le speranze,i desideri della gente.Senza essere coinvolti mai in nessun discorso di partito o di appartenenza politica.Lucio Dalla,per esempio.Nella sua canzone "Anna e Marco", raccontava il disagio,il malessere dei giovani,ai quali comunque con le sue canzoni diceva di avere speranza.
 

 
E così pure l'altra sua canzone "Futura",scritta nel 1979,quando era a Berlino,seduto su una panchina davanti al famoso muro.Era l'epoca della guerra fredda con l'Europa divisa in 2,tra il blocco capitalista e quello comunista.E la divisione era rappresentata anche fisicamente dal Muro.Egli si immaginò(o forse vide realmente)2 giovani innamorati,ma allo stesso tempo un po' insicuri ed ebbe l'intuito di costruire una canzone sulle paure che potevano avere i 2 giovani di fronte a futuro incerto:"Non esser così seria,rimani... I russi,gli americani No lacrime non fermarti fino a domani". E i due innamorati progettano un futuro assieme e addirittura hanno l'idea e il cuore di avere un figlio che "nascerà e non avrà paura" e se è una femmina si chiamerà Futura"(…) E intanto "aspettiamo che ritorni la luce e sentire una voce e aspettiamo, senza avere paura,domani"



 

E' difficile fare una,diciamo così,"graduatoria" tra le canzoni di Dalla.Ma di certo una del suo repertorio che divenne subito un "cult" fu "Come è profondo il mare".


Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti siamo gatti neri,siamo pessimisti,siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare,  come è profondo il mare,canta Dalla dopo l'ormai noto fischio con cui dà il via alla canzone.Scritta nel 1977,la canzone probabilmente risente dell'attualità dell'epoca che vedeva un'Italia colpita dal terrorismo(pochi mesi dopo Aldo Moro sarebbe stato rapito e poi ucciso dalle BR)e nelle varie strofe si sente la ricerca storica che pervade tutto il brano.Strofe intere a ricostruire eventi storici,come la rivoluzione russa del 1917,la seconda guerra mondiale,i campi di concentramento,lo sgancio della bomba nucleare.Scritto alle Isole Tremiti, il testo lungo di questa canzone,è una sorta di percorso storico che parla di deboli e di lotta di classe ("È inutile non c'è più lavoro,non c'è più decoro,Dio o chi per lui sta cercando di dividerci,di farci del male,di farci annegare")e un finale che definisce chiaramente ciò di cui stiamo parlando, ovvero di un "dramma collettivo":"Frattanto i pesci,dai quali discendiamo tutti,assistettero curiosi,al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrare cattivo".
E ancora la speranza di un domani migliore continuò sempre ad averla e a darla,pur difronte alle difficoltà esistenziali dei giorni nostri,come ad esempio nella "lettera all'amico" di "Caro amico ti scrivo":


 
 
Ed il giorno dopo quello di Dalla,il 5 marzo del 1943,nacque l'altro grande Lucio,Lucio Battisti.Chissà come sarebbe veramente Lucio Battisti oggi.Nessuno può dirlo,anche perché di lui già quando era in vita,non esistevano foto aggiornate,a causa del volontario esilio dal circo Barnum dello spettacolo. Ma lo stesso di lui ne parlò il più importante giornale al mondo,il "New York Times” che lo descrisse come "Il più famoso cantante pop italiano che è stato la voce degli italiani divenuti adulti alla fine degli anni '60 e all'inizio dei '70.Alcuni lo hanno paragonato a Bob Dylan,non per il contenuto politico delle sue canzoni,ma per come ha definito un'era".Ed in effetti è così.Perché Lucio Battisti è stato ed è un mito assoluto della nostra musica,un grande protagonista della scena artistica del Novecento,un talento assoluto,capace di cantare il quotidiano e il privato senza mai cadere nel banale o nella retorica,con i testi dell’amico e compagno di viaggi Mogol("di Battisti-Mogol" era l'annuncio dei presentatori di quei tempi quando annunciavano una canzone a Sanremo o altrove).Rivoluzionò nella sostanza la solita,stanca melodia italiana grazie alle sue passioni per il rhythm ‘n bluses(da cui aveva preso in prestito “le discese ardite e le risalite”)per Bob Dylan,Otis Reding,Jimi Hendrix.Un artista al di fuori dagli schemi,sia dal punto di vista personale perché diceva "no" alla mondanità e all’apparire,sia da quello creativo,perché stravolgeva con la sua produzione la canzone tradizionale che dettava legge.Lucio Battisti è stato un po' per la nostra musica quello che i Beatles sono stati nel mondo a livello musicale.Un genio delle sette note,con quella voce particolare,così leggermente rauca,così sottile,quasi un sibilo in alcuni brani,unica,a tratti triste,a tratti ammaliante.Appunto con Mogol(al secolo Giulio Rapetti)nacque un sodalizio che dal 1966 al 1980 regalerà a un pubblico trasversale,brani destinati a restare nella storia del pop dopo aver dominato per settimane e settimane(ricordo ancora adesso la trasmissione radio degli anni '70 "Dischi Caldi")emozionando generazioni e generazioni,arrivando ai giorni nostri con il loro fascino immutato e con la freschezza del primo ascolto.
"Non è Francesca”,per esempio




 “Acqua azzurra, acqua chiara”,




 “Mi ritorni in mente”,


Fiori rosa fiori di pesco”,

La stupenda e splendida “Emozioni”,


 “E penso a te”,


"Il mio canto libero”



E tantissime altre ancora,tutte belle,tutte indimenticabili:"La luce dell’Est”,“Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”,"Il nostro caro Angelo","Anche per te","Ancora tu","Amarsi un po’","Una donna per amico","Sì viaggiare","Una giornata uggiosa",un repertorio immenso a cui si devono aggiungere le canzoni scritte per altri artisti,come ad esempio “Insieme” ed “Amor mio” per Mina,“Il paradiso” per Patty Pravo,"29 settembre" per l'Equipe 84 e “Vendo casa” per i Dik Dik.Tante gemme preziose e ognuno di noi ha il "suo" Lucio,la "sua" canzone di Lucio canzone alla quale è legato per una storia vissuta,un momento della propria esistenza,un avvenimento da ricordare.Poi venne il Battisti col culto dell’assenza,del non esserci,lontano dai giri e dai clamori del mondo dello spettacolo,delle case discografiche,proprio come aveva detto lui stesso in una intervista,rilasciata prima di chiudersi in un mutismo creativo:"Devo distruggere l'immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso.Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro.L'artista non esiste.Esiste la sua arte".E la sua arte esiste ed è continuata ad esistere in tutti questi anni.E se ancora oggi su tante riviste specializzate,ma anche su tanti quotidiani generalisti e on line,se anche sul più piccolo dei blog(come questo)si sente la necessità di ricordare e di parlare di Lucio Dalla e Lucio Battisti,di ricordare quei due "ragazzi" del marzo '43,significa proprio che qualcosa di profondo essi hanno lasciato,che le loro canzoni,le loro parole,i loro sentimenti hanno dato modo a tanti di cantare,di sognare,di sperare che qualcosa potesse essere,anche se poi,magari,così non è stato.E ancora di più senti la necessità di ricordare quei due ragazzi del marzo '43,se guardi a questi attuali giorni d'Italia,a questo Paese divenuto così egoista e cattivo,sempre più povero di idee e di ideali, incapace di avere "pensieri e parole",di sentire "un canto libero",di provare sentimenti ed "emozioni".

25 febbraio 2019

LA LIBERTA' LIBERALE




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Il 25 febbraio 1866 nasceva a Pescasseroli Benedetto Croce,uno tra i massimi filosofi e storici del pensiero contemporaneo,esponente del neoidealismo e dello storicismo,ideologo del liberalismo politico italiano(famosissima la disputa intellettuale che ebbe con Luigi Einaudi,l'altro grande liberale italiano,sul rapporto tra liberalismo e liberismo)venendo poi proclamato Presidente a vita del Partito Liberale Italiano.E pur da diversissima sponda,anche Antonio Gramsci,il più elevato intelletto marxista italiano,ne riconobbe la grandezza culturale e morale definendolo “il papa laico della cultura italiana”.Croce visse nel tempo nel quale l’Italia risorgimentale lasciava definitivamente il posto a quella unitaria e poi nel tempo nel quale si stava dando forma all'architettura del nuovo Stato repubblicano attraverso l'Assemblea Costituente,della quale fu componente,assieme al cattolico De Gasperi e al comunista Togliatti.Abruzzese di nascita,visse soprattutto a Napoli.Era in ferie nell’isola d’Ischia,quando i 90 secondi del terremoto di Casamicciola lo resero orfano di entrambi i genitori.Ad aiutarlo fu lo zio Silvio Spaventa,intellettuale di elevatissimo livello,presso il quale andò a vivere a Roma.Qui fu allievo di Antonio Labriola("il mio maestro" lo definiva Croce).Proveniente da questo empireo di esperienze culturali,quando tornò a Napoli,Croce andò ad abitare nella casa in cui aveva vissuto Giovan Battista Vico e nella quale il filosofo e storico aveva elaborato la sua teoria sui "corsi e ricorsi storici".Fu in quella casa che,attorno a "Don" Benedetto,si raccolsero intellettuali,politici e giovani,che svilupparono riflessioni storiche e filosofiche sulla rivista culturale "La Critica",da lui fondata.All’avvento del fascismo,non ne avvertì da subito i pericoli,ritenendo che l’intervento di Mussolini nella difficile e malferma situazione politica degli anni ’20,potesse rappresentare il passaggio necessario ma provvisorio,per ricondurre il paese agli ideali originari.Un “incidente della storia” lo definirà,un evento provvisorio,“un ponte per la restaurazione di un più severo regime liberale”.Ma non tardò a capire la vera natura del fascismo,a ripugnarlo e a combatterlo,scrivendo,su invito dell'altro liberale Giovanni Amendola,il Manifesto degli intellettuali anti-fascisti” immediatamente subendone le conseguenze,dovendo vedersi la casa devastata dalle squadracce del regime fascista.La sua opposizione al fascismo determinò la rottura del suo sodalizio culturale,oltrechè amicale,con  Giovanni Gentile ,l’altro grande della filosofia idealista del tempo.In considerazione della sua autorevolezza,però,Mussolini dovette tacitamente consentire che Croce continuasse a pubblicare "La Critica",una sorta di “alibi” del Duce per difendersi da chi, soprattutto all’estero, ne accusava l’oscurantismo intellettuale.Ma Croce non lesinò critiche ed opposizione in senato,come quando, nel 1929,da assertore del principio cavouriano di “libera chiesa in libero stato”,disapprovò il Concordato tra Italia e Santa Sede che a quest’ultima e all’organizzazione ecclesiastica nazionale riconosceva non pochi privilegi.Croce non era anticlericale ma quando più tardi,nel 1942,scrisse "Non possiamo non dirci cristiani",essa non fu professione di fede,come qualche storico e critico letterario ha pure sostenuto,ma solo il riconoscimento del ruolo storico del cristianesimo nelle coscienze e nella società occidentale.Alla Liberazione,il prestigio personale travalicava le frontiere nazionali;in Europa e negli Stati Uniti,ebbe numerosi estimatori tra i quali Albert Einstein che con lui trattenne corrispondenza costante.Significativi, in proposito,i giudizi espressi dal premier inglese Winston Churchill e dal presidente Usa Franklin Delano Roosvelt e le richieste di suoi scritti che gli fece il "New York Times".Dopo il fascismo  tornò come capo dei Liberali italiani.Famosa la sua lettera,scritta nel 1951,un anno prima della sua morte, rivolta ai "liberali e a coloro che si determinano ad iscriversi al Partito Liberale",nella quale esternò il perché il Partito Liberale possa mai definirsi "di Destra o "di sinistra".Semmai "partito di Centro",pur trattandosi di un centro mobilissimo di volta in volta rivolto "cioè con atti,a seconda delle esigenze,di progresso,anche spinto,o di conservazione".
Quanto c'è di Croce ai giorni nostri?Tanto,praticamente tutto,se si considera il suo concetto di "Libertà"."L'idea liberale-egli diceva-"ha natura religiosa",perché solo considerando la libertà come esigenza religiosa e morale è possibile interpretare la storia nella quale questa esigenza si afferma(la storia come storia di libertà:"Storia dell'Europa nel secolo decimonono").La libertà,come coscienza morale,si ritrova in tutte le età ed epoche storiche,perchè essa è esigenza spirituale dell'uomo che si oppone ad ogni forma di oppressione e sopraffazione.La libertà è un qualcosa di "metastorico",un qualcosa che dura sempre e permane oltre le vicende storiche concrete.Ecco dunque l'attualità crociana.E' il concetto "metastorico" di libertà che lo rende attuale.La libertà non è acquisita in modo perpetuo e definitivo,ma è ricerca continua e costante,proprio perché è "esigenza morale",bisogno spirituale insito nella stessa natura dell'Uomo.E la libertà non può che essere una libertà liberale,come hanno scritto alcuni studiosi del pensiero liberale,perchè il liberalismo limita quella che Croce chiamava la "Statolatria" o "Stato etico" ed è grazie a questa limitazione che possono poi esplicarsi le libertà plurali dell'individuo,come la libertà di disposizione di se,del proprio corpo,dei propri beni,quelle di professare in pubblico le proprie idee filosofiche,religiose, politiche,per quanto sgradite tali idee risultino al potere politico ed ecclesiastico.
Attuale e moderna la "Religione della Libertà" di Benedetto Croce. Ma quanto è faticoso e difficile,in questa attuale "Notte" italiana,praticare quella religione.Ci sarebbe forse ancor oggi bisogno di un sacerdote laico come Piero Gobetti.

23 febbraio 2012

LA CADUTA DI RE GIORGIO

Eppure non è passato molto tempo.Solo pochi mesi fa la rivista "Wired" lo eleggeva "uomo dell'anno".E solo pochi mesi fa New York Times poi lo considerava e lo "incoronava" addirittura come Re.Re Giorgio.Re Giorgio Napolitano.Come in in Italia,del resto, dove come tale è stato sempre considerato Re Giorgio.In Italia non se ne può,non se ne deve che può che parlare bene di Giorgio,Presidente e Re d'Italia.E' un "politically correct" parlarne bene.Soprattutto da parte della sinistra,ovviamente,ma anche il centrodestra si è uniformato al coro con belante zelo.
Qualsiasi cosa dica,in qualsiasi posto la dica,in qualsiasi modo la dica,va comunque bene,non può che essere "cosa buona e giusta".E così se parla con i giovani? "Bisogna dare un futuro a questi giovani" le sue sacrali parole.Interviene ad incontri con la stampa?"Bisogna sempre combattere per la libertà di stampa",il suo fondamentale pensiero.E' presente al CSM o all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario?"Deve essere rispettata l'autonomia della Magistratura".Relazione del Governatore della banca d'Italia? "Assicurare una crescita al Paese, uno sviluppo equilibrato nel contesto di un mutato scenario economico internazionale".E via così con altre banalità e ovvietà del genere.Non parliamo poi del pistolotto a reti unificate nella sera di Capodanno.Concetti triti e ritriti buoni per tutte le occasioni,ripetuti tutti gli anni ad ogni fine anno.Roba da rovinarti il cenone.E una lunga schiera trasversale di lacchè politici giù con lodi sperticate per "l'alto insegnamento" del Re.Un"modello" per le giovani generazioni.Una garanzia per il rispetto dei sacri valori ccostituzionali.
Ma arriva il momento in cui il trono di Re Giorgio comincia a traballare.Accade cioè quello che non ti aspetti.Lui,il New York Times'King va all'Università di Bologna per prendersi una laurea "ad honorem" e si becca invece le contestazioni di gruppi di giovani (mica tanto pochi come la stampa italiana di regime vorrebbe far credere) che gli gridano che lui altro che Re,è l'espressione e il rappresentante del potere bancario italiano.
Poi il Re/Presidente se ne va in visita ufficiale in Sardegna.E anche lì nuove contestazioni,ancora più dure di Bologna.Addirittura c'è chi gli grida:"buffone vattene,non ti vogliamo".
Dunque adesso,nonostante le "lodi" italiane ed internazionali la contestazione ha raggiunto anche la carica più alta,quella che dell'unità di tutti gli italiani dovrebbe essere l'espressione.E invece no.Ma dietro le contestazioni a Napolitano c'è però qualcosa di più grave e significativo.I provvedimenti economici adottati in Italia ed imposti dall'Europa della Merkel stanno provocando un grave e diffuso malessere sociale.Tutte le istituzioni ne escono con le ossa rotte.Dei partiti non ne parliamo proprio,praticamente scomparsi dalla scena politica,ma anche la Banca d'Italia,che teoricamente ed indirettamente dovrebbe tutelare piccole imprese e famiglie si vede assediata da "indignados" vari.Il Parlamento,materialmente attaccato da autotrasportatori e pescatori.I sindacati,contestati dai loro stessi iscritti.Ecco.Tutti questi soggetti non sono avvertiti più come rappresentanti da tutta una miriade di piccoli movimenti di protesta.L'augurio è che questo malessere,questo crescente scontento sociale dovuto alla grave crisi economica, non dia spazio a strumentalizzazioni politiche estreme come quelle vissute negli anni di piombo.Ma certamente si può dire che siamo difronte ad una scomposizione del quadro politico e sociale del Paese.Ed ancora non si intravedono nuovi soggetti e nuovi modelli capaci di esprimere legittime istanze e interessi.
Caduto un Re,come è successo con Napolitano,se ne fa un altro.Ma caduto un sistema Paese cosa accadrà?