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22 ottobre 2024

MEGLIO IN IRAN

 




Chissà se ci ricordiamo quando le donne e le ragazze italiane si tagliavano i capelli per solidarietà con le donne iraniane? E chissà se ce lo ricordiamo ancora quel nome,quello di Masha Amini,uccisa dalla polizia "morale" iraniana nel 2022 perchè indossava il velo in modo "sconveniente".E ce le ricordiamo ancora tutte le altre donne e ragazze iraniane uccise dopo di lei per essersi ribellate al regime tirannico e sanguinario degli Ayatollah?E ci sono forse passate di mente quelle loro parole di libertà:"Woman,Life,Freedom"("Donne,Vita e Libertà")gridate per rivendicare il loro diritto alla vita e alla libertà.Sì,le abbiamo dimenticate e le abbiamo abbandonate al loro destino quelle ragazze iraniane che pure continuano a lottare "a mani nude" per usare il titolo del libro del giornalista di Radio Radicale, Mariano Giustino per la loro e la nostra libertà.

Si,abbiamo smesso di parlarne,abbiamo smesso di indignarci per le ragazze iraniane.Ma su quello che sta accadendo sul patrio suolo italico proprio contro una ragazza iraniana non possiamo in alcun modo far finta di niente.

Maysoon Majidi si chiama quella ragazza,ha 28 anni,e nel dicembre 2023 è stata arrestata dalla polizia italiana perché ritenuta una “scafista”.Maysoon ora è in prigione a Castrovillari e in quel carcere di Calabria Maysoon ha fatto lo sciopero della fame e ora pesa appena 40 chili.Ha fatto lo sciopero della fame perchè la sua è una vicenda assurda.Una vicenda kafkiana.O forse,"soltanto",una vicenda italiana.

Maysoon è una regista curdo-iraniana,conosciuta anche in campo internazionale,un’attivista che ha combattuto il regime tanto da dover scappare da quel Paese e l'anno scorso è arrivata in Italia.Pensava di essere arrivata nella "civilissima" Italia,in un Paese dove è assicurato,al contrario che in Iran,il rispetto delle idee e del diritto.Invece è arrivata in "questa" Italia,che ormai tutto è,tranne che terra di diritti.Così,invece di poter chiedere asilo e ricevere protezione e dopo essere sfuggita al regime degli Ayatollah,è stata incarcerata proprio nel nostro Paese dove credeva di aver raggiunto la salvezza.

Ora Maysoon è in un carcere italiano,in attesa oramai da un anno della definizione del processo a suo carico.Accusata,in base al "famigerato" Decreto Cutro,di favoreggiamento di immigrazione clandestina,cioè di essere una "scafista",quella categoria di persone che la Premier Meloni vuole combattere su tutto l'"orbe terracqueo".

Le accuse si basano su poche,incerte testimonianze di persone che avevano dichiarato di aver viaggiato con lei nell’ultimo tratto del viaggio in barca.Testimoni interrogati in fretta e anche,in certo qual modo,"indirizzati" verso certo dichiarazioni.Testimoni che poi,rintracciati in Germania,hanno ritrattato tutto,dichiarandosi pronti a confermarlo in Tribunale.Ma la Procura neanche si cura di chiamarli.

Così Maysoon resta in quell'infame sistema carcerario italiano per il quale l'Italia,è stata già più volte condannata dalla  Corte Europea dei Diritti Umani.Ma forse la condanna più dura che deve far vergognare questo Stato,l'ha inflitta proprio Maysoon quando ha detto ai suoi legali di preferire di affrontare il suo destino in Iran dove almeno sa benissimo perché è perseguitata,invece che stare in carcere in Italia per qualcosa che non ha commesso.

Ecco,questo accade oggi in Italia in materia di immigrazione attraverso le aberranti leggi di questo governo.Questo è il frutto delle leggi sull’immigrazione varate da un governo reazionario e illiberale che infierisce sulla carne viva dei profughi che fuggono dalle guerre,dalle violenze,dalla fame e dalle carestie.Un governo che persegue le ONG,colpevoli del reato di "umanità",di aiutare tanti poveri cristi a non affogare nelle acque del Mediterraneo nelle loro fughe dal dolore e dalla disperazione.Un governo che respinge i migrati e nelle sue deliranti farneticazioni parla di fantomatiche "sostituzioni etniche",legittimando di fatto le violenze e le torture nelle carceri libiche sui migranti e con le sue leggi permette ora di arrestare una donna,una attivista iraniana per i diritti umani.

Maysoon Majidi sarebbe dunque una "scafista".Ma se scafisti sono, come spesso accade, persone che non possono permettersi il viaggio organizzato dai trafficanti e che per questo vengono costretti a guidare la barca con la quale fuggire(si veda a tal proposito il bel film di Matteo Garrone "Io,capitano",nella clip sotto)

è difficile che Maysoon Majidi lo sia perché è riuscita a dimostrare tutti i pagamenti fatti.Il padre,professore universitario,ha venduto tutto,casa compresa,per far partire lei e il fratello(che adesso è in Germania).Maysoon è iraniana di etnia Curda,cioè quell'etnia più perseguitata dal regime e per giunta attivista per i diritti delle donne. A chi altri bisognerebbe dare rifugio in Italia,se non a lei? Ed invece Maysoon resta in carcere.

La nostra coscienza e la nostra civiltà giuridica ci dovrebbe dire che c’è qualcosa che non torna in questa vicenda,nella facilità con cui mettiamo in prigione donne fuggite da un regime che diciamo di aborrire. C’è molto, moltissimo che non torna nelle leggi che sono state fatte per contrastare l’immigrazione illegale e che rischiano invece di generare solo nuovo dolore e nuove ingiustizie.“Donna, vita, libertà” è un urlo che dovrebbe valere sempre per le ragazze iraniane cui abbiamo promesso una solidarietà vuota e ipocrita se non ci sentiamo neanche in dovere di dar loro rifugi.

03 giugno 2024

IL PROCESSO DI KAFKA



100 anni fa,il 3 giugno 1924,moriva in Austria Franz Kafka,uno dei massimi autori della letteratura del Novecento.Ancora oggi Kafka continua ad essere instancabilmente letto,forse perchè i suoi interrogativi,difronte a quell'angoscia esistenziale da lui raccontata,sono sempre attuali anche e forse proprio per il modello di società alienante nella quale viviamo.La sua attualità è rinvenibile soprattutto in quello che è forse il suo massimo capolavoro,"Il Processo" che in Italia,poi,diventa quasi simbolo dello sciagurato stato della giustizia nel nostro Paese.

Memorabile l'"incipit" del romanzo:"Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato".Comincia così quel romanzo dell'assurdo,dell'angoscia esistenziale che Kafka ci ha consegnato in tutta la sua drammaticità.Non illudetevi, sembra dire Kafka:anche la persona più metodica,ordinata,abitudinaria, priva di eccessi,come l’impiegato di banca Joseph K.(il protagonista del romanzo)improvvisamente una mattina può ricevere la visita di personaggi sconosciuti che gli comunicano un ordine di arresto,pur consentendogli di rimanere a casa.Eppure non c'è nessuna notifica formale,nessun capo di imputazione;tutto resta sospeso in una delirante e continua attesa di un motivo,di una esplicitazione degli addebiti,che consenta a K. di capire di cosa sia accusato.

E comincia così anche quell'assurdo addentrarsi nel mondo raccapricciante della Giustizia:Josef,come da convocazione,si reca al Tribunale e qui si trova a girare in una miriade infinita di stanze,aule,porte, scale, sottotetti comunicanti che si estendono a dismisura,nelle quali si aggirano personaggi torbidi,inquietanti,elusivi,formali,untuosi,grotteschi,che si attagliano al contesto istituzionale e simbolico dove K.,pur chiedendola,non riesce ad avere una spiegazione del suo arresto.

Kafka tratteggia così un sistema giudiziario sordo e ottuso, in cui la giustizia e la burocrazia di cui essa si serve è tanto impietosa quanto cieca, pervicace quanto violenta.Durante la prima udienza il giovane K. tenta di difendersi spiegando l’illogicità manifesta della situazione:si trova lì,davanti a giudici ostili ed anche il folto pubblico presente gli è avverso ed ogni sua argomentazione viene pregiudizialmente confutata o respinta senza spiegazione.

Già da questi passaggi non si capisce più se la legge sia,come dovrebbe,norma di condotta sociale e giuridica o se essa sia invece divenuta sinonimo di violenza e arbitrio:il tribunale sembra infatti retto da un potere corrotto e arbitrario che opprime con la violenza delle sue forme uomini innocenti .

La narrazione, pur se riferita ad una singola persona,assume un valore simbolico che trascende la condizione di un singolo imputato arrestato senza contestazione di reato e poi condannato senza che una sentenza sia mai stata emessa.“Il processo” è dunque l’allegoria dell’angoscia esistenziale vissuta dal Signor K. che diventa metafora e che si estende all’intera umanità assumendo la condizione di soccombenza e sconfitta esistenziale di fronte ad una giustizia braccio armato del potere che usa la burocrazia come peso asfissiante e insopportabile contro cui non c'è possibilità di difesa.

Questo paradigma di Giustizia si è ripetuto tante volte nella storia e lo ritroviamo intatto ai nostri giorni poiché,come tanti episodi di cronaca dimostrano - a partire dal caso Tortora - può riguardare ciascuno di noi,che,pur senza alcuna colpa,potremmo esser presi,dall'oggi al domani,nel meccanismo infernale della macchina giudiziaria,che ci porta fino all’incubo,al panico,alla presunzione di colpevolezza che si radica nella pubblica opinione anche se basata su sospetti,maldicenze,calunnie,pregiudizi.Perciò ‘Il processo’ kafkiano và al di là del tempo,perchè,nella violenza del potere della magistratura è un romanzo che si può riscrivere all’infinito.

"Il Processo" è stato ripreso in molte produzioni televisive e cinematografiche.Così,oltre allo sceneggiato tv specifico in due puntate di Luigi Di Gianni (regista di numerosi film di denuncia,come "Vajont","Nascita e morte nel Meridione")ve ne sono molti altri che hanno trattato la condizione angosciosa dell' individuo difronte a una Giustizia prepotente e prevaricante.Cosi ad esempio:"Detenuto in attesa di giudizio" di Nanni Loy, con Alberto Sordi.




Oppure:"La più bella serata della mia vita",di Ettore Scola,anch'esso interpretato da Alberto Sordi.E poi:"In panne.Una storia ancora possibile’,tratto dal romanzo dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt e "Una pura formalità",di Giuseppe Tornatore.In tutti questi film,proprio come nel capolavoro di Kafka,emergono in tutta la loro crudezza il tema della detenzione preventiva ma anche quello dell’insussistenza di un capo di imputazione e l’allegoria di un processo assurdo oppure il tema dell’interrogatorio dai toni inquisitori.Tutt'intorno una umanità assente che non si chiede perché e come quel fatto è accaduto e che anzi forse prova una qualche forma di godimento nel vedere qualcuno in carcere, nell' idea che in fondo "qualcosa avrà di certo fatto".

"Il Processo" è dunque una simbologia che abbraccia la vita e la morte e che instilla nell'individuo la sensazione che tutti siamo in fondo colpevoli di qualcosa,che l’innocenza non esiste(del resto proprio queste sono state le parole testuali usate dall'ex giudice di "Mani Pulite",Piercamillo Davigo,secondo il quale "non ci sono innocenti ma solo furbi che l'hanno fatta franca").In questa logica si arriva al capovolgimento dell'onere della prova,per cui è l'innocenza che va dimostrata e non il reato contestato.


Si diceva dell'attualità del "Processo";ed infatti molti aspetti dell'opera nel tempo non sembrano mutati: l’imprevedibilità e incontrollabilità dei giudizi;l’inattendibilità dei magistrati che dispongono a piacimento delle vite degli "altri",ritenendosi intoccabili,nella certezza che mai dovranno rispondere di eventuali loro errori.E ancora l’ignoranza verbosa degli avvocati "azzeccagarbugli",la difficoltà di conoscere i giudicati.Il dialogo col giudice,poi,più che inutile è impossibile.E intanto,in questo mare di malagiustizia,l'individuo è abbandononato senza garanzie dinanzi alla legge e nel processo,subendo,come ulteriore umiliazione,quella di chiedere come favore ciò che invece gli spetta di diritto.

Tutti questi restano ancor oggi come gli istituti del non-processo,della giustizia-ingiusta,come i segni del disagio dell’uomo eternamente soggetto al giudizio dei suoi simili, spesso non migliori e non più innocenti di lui.Sono temi che tuttora riconosciamo molto attuali proprio nel sistema giudiziario italiano,che comunicano sempre lo stesso senso di soffocante costrizione e di angoscia esistenziale che "questa" giustizia incute.

23 febbraio 2023

GLI SPIRITI DELL' ISOLA









Ho visto il film e credo che la sua candidatura a 9 Premi Oscar e a quello di miglior film dell'anno siano più che giustificati.Perché é davvero uno splendido film "Gli spiriti dell'isola".

"Gli Spiriti dell’Isola"(il cui titolo originale è "The Banshees of Inisherin",dove le banshee sono creature spirituali del folklore irlandese,mentre Inisherin è la piccola isola immaginaria irlandese dove la storia è ambientata)narra dell’amicizia tra Pádraic Súilleabháin e Colm Doherty(interpretati rispettivamente e straordinariamente da Colin Farrell e Brendan Gleeson)verso la fine della guerra civile irlandese del 1923.Ma se la guerra civile sta per finire,un'altra guerra,tutta umana e personale,sta per cominciare tra i due vecchi amici(e qui c'é anche l'allegoria della guerra civile).Quella guerra personale comincia perché Colm,improvvisamente,inizia a ignorare ed evitare il suo amico di una vita.Un fatto straordinario nella calma piatta dell'isola ed infatti tutti sull’isola si domanderanno il perché di tale decisione.In particolare Pádraic,sconvolto da quel fatto,cercherà di ristabilire i rapporti,cosa che però farà inasprire ancor di più Colm,che minaccerà perfino di tagliarsi le dita di una mano se lui dovesse continuare a importunarlo.

Il motivo del "tradimento" dell'amicizia da parte di Colm è dovuto alla limitatezza mentale di Pedraic,ma in genere alla limitatezza esistenziale in cui si vive sull'isola.Colm(che é più anziano di Pádraic)avverte il vuoto dei riti quotidiani(la birra al pub)le solite,stanche abitudini della gente(i pettegolezzi e le chiacchiere)e sente che il Tempo scorre via senza che lui abbia concluso niente nella vita ora che questa è vicino alla sua fine.Colm è un violinista,e il suo desiderio è quello di comporre un brano musicale che rimanga nel tempo,che diventi immortale al contrario del suo corpo,e sente di non avere più tempo da sprecare con il suo vecchio amico,dal quale non riceve mai stimoli nuovi ed originali di discussione.

Pádraic è infatti un sempliciotto,un carattere buono e mite,uno scapolo benvoluto da tutti gli abitanti del villaggio ma relegato alla sua vita contadina e senza nutrire particolari aspirazioni,ed è proprio questo che lo rende ormai incompatibile con la nuova vita cui aspira il suo vecchio amico.
Sembra di rileggere Kafka,o Svevo o Pirandello o Brecht.Delle loro opere non manca nulla:la figura dell’inetto,l’impietoso ritratto della natura umana,gli egoismi personali,soprattutto una passione per l’assurdo.Perché nel film si arriva al punto estremo nel quale non c'é più nulla che abbia un senso razionale.

Colm é dunque il primo personaggio che vuole fuoriuscire dagli schemi mentali ed esistenziali dell'isola.Insieme a Colm sono altri due i personaggi che caratterizzano il film.Una é Siobhán Súilleabháin(bravissima l'attrice Kerry Condon nell'interpretazione),sorella di Pádraic;l'altro personaggio é Dominic Kearney(Barry Keoghan),

il figlio del poliziotto,additato come lo “scemo” del villaggio,in realtà un ragazzo sensibile,il quale subisce abusi da parte del padre ed é semplicemente alla ricerca d'amore;la sua dichiarazione alla sorella di Pedraic,la quale lo rifiuta,vista anche la differenza d'età,sarà solo l'ultimo fatto che lo segnerà tragicamente.Delicata e tenerissima é la sua frase al rifiuto di Siobhán di sposarlo("Ecco un altro sogno che svanisce").
Siobhán,insieme a Colm,è la persona più importante nella vita di Pádraic.


Anche lei non è sposata,ma essendo un’avida lettrice ha un livello di cultura molto più alto rispetto al fratello e a tutti gli altri abitanti dell’isola.Perciò non può non avvertire l'insofferenza  per la grettezza mentale della vita sull'isola,per cui si deciderà finalmente ad abbandonare quell'angolo di ristretto vissuto,accettando un lavoro sulla terraferma.Così anche lei si allontanerà da Pádraic, il quale si sentirà ancora una volta tradito da una persona amata,di nuovo senza comprenderne le ragioni. “Cosa c’è lì che non hai qui?” le chiederà infatti prima della sua partenza.

Gli Spiriti dell’isola alla fine è soprattutto questo:un film sulla presa di consapevolezza del senso(o della mancanza di senso) dell’esistenza.E della necessità di ampliare il proprio sguardo costi quel che costi,smettendo di pensare di essere al sicuro,cominciando a sporgersi oltre sé stessi per rendersi conto,come fanno Col e Siobhán,della tragedia esistenziale che gli isolani vivono ogni giorno,vittime della loro ignavia,con la quale fanno del male anzitutto a sé stessi(le mutilazioni autoinflitte di Colm)agli altri,ed anche ai propri animali che pure rappresentano,oltre che fonte di sostentamento,anche un forte carico affettivo(come l'asinella di Padraic)e a quella stupenda natura irlandese che assiste straziata a quel dramma:il dramma dell'isolamento e della fragilità umana con un disperato bisogno di tenerezza.

30 novembre 2018

UNA INFAMIA ITALIANA

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Quest'anno,il 30 di novembre,Enzo Tortora avrebbe compiuto 90 anni.E invece la sua vita fu molto più breve.Se ne andò nel 1988, quando aveva solo 60 anni.A togliergli anzitempo il suo tempo di vita,fu senz'altro l'infame sistema giudiziario e carcerario italiano,che lo afferrò nei suoi artigli e su di lui infierì in maniera feroce,disumana,spietata e violenta.Soprattutto l'incredibile,barbaro e kafkiano Processo che contro di lui fu messo su da giudici in cerca di notorietà e visibilità mediatica,incise sulle sue carni e sul suo corpo,segnandolo definitivamente e irrimediabilmente.Ma quel processo fece violenza anche sull'"Habeas Corpus" del diritto,su quell'antichissimo istituto giuridico che tutela la inviolabilità personale dell'accusato e il conseguente diritto dell'arrestato di conoscere la causa del suo arresto.Per Enzo Tortora niente di tutto questo.Aspettò per mesi e mesi,tra le mura del carcere,di sapere quale era il suo reato e chi lo accusava.Venne infine a sapere che alcuni folli camorristi "pentiti", dei veri e propri malati mentali,lo accusavano di spaccio di droga.Uno di questi,Pasquale Barra,era chiamato"'O animale",l'animale,la bestia per la sua brutale efferatezza,perchè,tra gli altri,aveva ucciso in carcere il bandito Francis Turatello,strappandogli poi le viscere ed il cuore).Evidentemente questi "signori" erano più degni di fede di Enzo Tortora se un giorno,durante un'udienza,il Pubblico Ministero Diego Marmo  lo accusò di essere "un cinico mercante di morte".Troppo nota è la vicenda per doverne qui riepilogare fatti e situazioni. Eppure di quella vicenda va mantenuta memoria per sapere,per capire cosa fu il "Caso Tortora".Un abominio di civiltà umana e giuridica.Un insulto allo Stato di Diritto,l'esercizio di una giustizia brutale e barbara da parte di giudici che certamente avrebbero ben figurato nei Tribunali della Santa Inquisizione di Torquemada.Ma Tortora(almeno questo)non fu lasciato solo in quei giorni sciagurati.Ci fu qualcuno,ci furono i Radicali di Marco Pannella,che con lui cominciarono a combattere una battaglia per una "Giustizia Giusta",contro lo Stato "ladro di legalità".E con Tortora ci furono centinaia di detenuti che da subito avevano capito che quell'uomo,quella "persona perbene",come una volta gli disse perfino il camorrista Raffaele Cutolo,era innocente.
 
Alla fine Enzo Tortora fu assolto e a distanza di 30 anni proprio quel Diego Marmo chiese "perdono" alla famiglia Tortora,perchè aveva,egli disse,sbagliato a chiedere la condanna di quell'uomo innocente.Evidentemente anche tra i giudici ci sono dei "pentiti".
Enzo Tortora,consumato nel fisico e nel morale se ne andò in una mattina dell'anno 1988.E se egli volle portare  nell’urna delle sue ceneri la “Storia della Colonna infame” di Alessandro Manzoni,una ragione c’è ed  è altamente significativa.Manzoni scrisse questa storia per dimostrare come la furia di ottenere un capro espiatorio da dare in pasto alla moltitudine che esige immediatamente il colpevole, è comportamento da barbari e non da civiltà del diritto.Forse quei giudici avrebbero dovuto leggere(e ancora oggi tutti i giudici italiani lo dovrebbero fare,giacchè quasi nulla è cambiato nell'agire della Magistratura)le parole di Leonardo Sciascia:" Ogni magistrato,una volta vinto il concorso,dovrebbe trascorrere almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti e preferibilmente in carceri famigerate,come l’Ucciardone e Poggioreale.Sarebbe indelebile esperienza,da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello,ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza….(Corriere della sera 7 agosto 1983).
E fors'anche le parole di Piero Calamandrei dovrebbero rileggere:..."Non disdice all'austerità delle aule giudiziarie il Crocifisso:soltanto non vorrei che fosse collocato,come è,dietro le spalle dei giudici.In questo modo può vederlo soltanto il giudicabile,il quale,guardando in faccia i giudici,vorrebbe aver fede nella loro giustizia;ma poi,scorgendo dietro a loro,sulla parete di fondo,il simbolo doloroso dell'errore giudiziario,è portato a credere che esso lo ammonisca a lasciare ogni speranza:simbolo non di fede,ma di disperazione.Quasi si direbbe che sia stato lasciato lì,dietro le spalle dei giudici,apposta per impedire che lo vedano:e invece si vorrebbe che fosse collocato proprio in faccia a loro,ben visibile nella parete di fronte,perché lo considerassero con umiltà mentre giudicano,e non dimenticassero mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente.

 


















































































































07 novembre 2015

LA DEMOCRAZIA DELLA GIUSTIZIA




"Solo" 25 anni."Solo" un quarto di secolo.Solo dopo un quarto di secolo di indagini,processi,accuse,testimonianze più o meno veritiere,ricostruzioni accusatorie  romanzate,i giudici di Palermo hanno assolto l'ex ministro Calogero Mannino dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa(una fattispecie che non c'è in nessun altro codice penale al mondo)e da quella di attentato al corpo politico dello Stato,reato contestato a lui e ad altri dai giudici Ingroia e Di Matteo che ci hanno “costruito” sopra la propria carriera,professionale e politica,come fece Di Pietro ai tempi di Tangentopoli. Mannino è stato assolto PERCHE' IL FATTO NON SUSSISTE, cioè è stato sentenziato che il reato addebitato all'imputato formulato dai 2 PM non ha trovato riscontro nel dibattimento.Cioè,a dirla breve,Ingroia e De Matteo hanno costruito un sistema accusatorio basato sul niente.
"Solo" dopo 25 anni è arrivata una sentenza che accusa i d PM di aver avuto un’impostazione inquisitoria priva di prove,in alcuni casi addirittura inventate.Difronte al caso giudiziario di  Mannino,gli italiani dovrebbero tremare pensando a come 2 giudici hanno potuto fare i processi per sé,accanendosi come lupi feroci "annusando" come "quel" caso giudiziario avrebbe portato loro visibilità mediatica e politica.Di fronte a tutto questo gli italiani dovrebbero tremare;tremare di fronte all’arbitrarietà,alla ferocia giustizialista ed inquisitoria di giudici della specie di Ingroia e Di Matteo.Ecco perché c'è bisogno,con assoluta urgenza,di una legge sulla responsabilità dei giudici.Questa legge è indispensabile alla democrazia italiana se si pensa a quello che è accaduto,prima di Mannino,a Bruno Contrada,dirigente di polizia e funzionario dei servizi segreti del Sisde,e ai suoi 23-anni- 23,di vita devastati ed ai ben dieci anni di carcere anche lui con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.Contrada ha avuto una devastazione totale:fisica,morale,professionale e familiare che lo ha accompagnato dal giorno del suo arresto nel 1992 alla fine del 2012.Poi,dopo decenni(forse perché nemmeno a Berlino c'è un giudice e se c'è dorme per lunghi anni prima di dare diritto) ,la Corte europea gli ha successivamente dato ragione ma non ci potrà mai essere né risarcimento né “soddisfazione”. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito(dopo anni)che Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa,perchè il reato “non era sufficientemente chiaro e prevedibile”.
Quali sono le sanzioni per il giudice che sbaglia?Al massimo,lo spostamento di sede deciso dal Consiglio Superiore della Magistratura(ANM) organo di AUTOgoverno dei giudici.Ecco.AUTOgoverno.Questa parola è la prova di quanto sia spaventosamente grande e (pre)potente la Casta dei Giudici oggi in Italia.Come nel caso Saguto,per esempio,nel quale la magistrata siciliana accusata di corruzione nello svolgimento proprio delle funzioni da giudice; invece proprio il caso Saguto dimostra che non bastano "spostamenti di sedi",perché la corruttela coinvolge anche la magistratura ma intanto,a differenza dei comuni mortali,non ci sarà mai nessun giudice che condannerà un giudice per corruzione.Tutto questo accadrà fino a che non ci sarà una legge sulla responsabilità dei giudici che li faccia rispondere,come ogni altro professionista del proprio operato,limitandoli nelle loro smanie di grandezza e soprattutto negli errori,sbagli,e persecuzioni.Occorre,poi,ritornare ad una "legalità democratica",ad una "democrazia della giustizia" di un ordinamento giudiziario,di un codice penale garantista,che tuteli i diritti dell'imputato.Cancellando,ad esempio il reato di concorso esterno in associazione mafiosa - per il quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte censurato l’Italia.Ecco cosa dice quell'articolo del C.P.:“Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa si realizza quando una persona,senza essere stabilmente inserita nella struttura di un’organizzazione mafiosa, svolga un’attività(.....)che consista in un contributo per le finalità dell’organizzazione stessa”.Un reato dai mille margini di discrezionalità ed arbitrarietà interpretativa fatta ad uso e consumo del giudice.Ecco,la "democrazia della giustizia" la si conquista anche con l'eliminazione di questa assurda fattispecie di reato,usata da qualche giudice per i propri narcisismi o interessi pubblici o privati.Non si può e non si deve finire in prigione e avere distrutta la vita in base a perverse elucubrazioni giudiziarie elaborate nella mente di qualche ambizioso Torquemada della magistratura italiana.Altrimenti avremo in giro sempre qualche simil-Ingroia,che andrà dicendo,come il "vero" Ingroia ha detto:"che contano quasi trent’anni di processi ed un anno di carcerazione preventiva di un tizio di fronte all’esigenza di ricercare la verità?"


20 giugno 2015

LA MACCHINA INFERNALE














 Il post mensile sulla giustizia:


"Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato."
(Kafka : "Il Processo")

 
Queste sono le prime due righe dell'opera di Kafka "Il Processo". In esse si riassumono il senso ed il significato di tutto il romanzo.Due uomini, vagamente auto-identificatisi come agenti di polizia,si presentano del tutto inaspettatamente nella camera in affitto dove risiede il protagonista,Josef K., procuratore finanziario in una delle più importanti banche cittadine;gli fanno chiaramente intendere che loro intenzione è quella di arrestarlo,in quanto ha commesso un crimine che però non viene meglio specificato.
Ed è così, è allo stesso modo, che accade nella (mala)giustizia italiana...un giorno ti trovi sbattuto nel "Meccanismo" infernale,dentro la Macchina della Giustizia,senza sapere perché,senza che un Qualcuno ti dica cosa hai fatto, di cosa sei accusato. E magari sprangato tra quattro mura, senza una prova.Nessuno Stato di Diritto.Sei colpevole e basta. La Giustizia Italiana niente ha da spiegarti, nulla deve dirti...sei tu, poveraccio, a discolparti, se ne sai capace....
Poi chissà, forse magari un giorno lontano ce la fai ad uscire dalla Macchina, a liberarti dai suoi mille tentacoli.E ne esci perché non hai fatto proprio niente, e perché sono stati "loro",  sono stati i Giudici, sono stati i padroni della Macchina",ad avere sbagliato. Ma non fa niente.Fa niente se hanno "giocato" con la vita di un Uomo,sconvolgendola,devastandola,distruggendola. Poi allora, quel giorno, tanti saluti e nessuna scusa,con il terrore,anzi, che ti dicano "a rivederci".......Perché "loro", perché i Giudici, perché i Padroni della Macchina Infernale non possono sbagliare, non "devono" pagare.