Quanta cultura e quanta Storia in un epistolario come questo.Appena uscito per Adelphi,"Ombre folli, Lettere 1927-1938" documenta il carteggio tra due grandi intellettuali mitteleuropei,Joseph Roth e Stefan Zweig in un tempo di tragedia.I due erano molto diversi:Roth scontento e irrequieto,febbricitante,ossessionato dall’Austria,immerso nei suoi problemi personali tra debiti,malattie e alcolismo;Zweig, di 13 anni più giovane,più composto,forse più colto,cosmopolita garbatamente idealista.L'epistolario edito da Adelphi nello scorso mese di gennaio 2026,risulta alla fine un'analisi lucida e spietata tra quelli che furono due finissimi interpreti della cultura mitteleuropea ma anche i narratori della "finis Austriae" ed alla fine della stessa "finis Europae".
Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei,entrambi austriaci,entrambi scrittori,ma tutto li separa:all'epoca Zweig godeva già di una fama internazionale di cui però non riusciva a sopportare l’onere e le responsabilità.Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta con le sue opere "Giobbe" e "La Marcia di Radetzky",si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche,al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole.Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un’amicizia ardente e tragica, testimoniata da questa corrispondenza,tra le più alte del Novecento.I due scrittori condivisero le sorti della patria e della cultura tedesca.La loro cultura mitteleuropea,la loro comune appartenenza alle tradizioni dell’impero asburgico tra la fine dell’Ottocento e la Grande guerra(era grande il loro sentimento di appartenenza alla “Austria felix”)era per entrambi un patrimonio inestimabile.Era l’età d’oro della sicurezza: “Nella nostra monarchia austriaca– scrive Zweig ne "Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo" – tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità”.
All’angoscia di Roth,che solo nell’alcol sembra trovare requie,ai suoi scatti di collera,alle sue ricorrenti richieste di denaro,alla sua urgenza espressiva,Zweig rispondeva sempre con quella sua pacata fermezza,con quell’«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti.Ma almeno inizialmente le visioni sul futuro immediato furono radicalmente diverse.Lo scoppio della guerra fu salutato da Zweig come un evento senza eguali,portatore di un “futuro grandioso, di un mondo in movimento”,anche se ben presto si renderà conto che quello che in realtà stava accadendo era il crollo dell’intera civiltà europea.Roth,invece,aveva subito presagito le terribili e atroci conseguenze del nazismo e avrebbe voluto scuotere la mansuetudine,l'indulgenza dell'amico verso la nuova e terribile epoca nuova che andava preparandosi,inducendo Zweig a un’intransigenza più che mai necessaria adesso,nell’«ora infernale,quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione».Anche per questo i contrasti tra i due furono grandi e anche accesi,ma non intaccarono mai un legame amicale profondo,come poi dirà lo stesso Zweig:"contro di me-scrisse Zweig a Roth-Lei può fare tutto quello che vuole,può disprezzarmi,può attaccarmi in privato o in pubblico,non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice,un amore che soffre per le Sue sofferenze».
Eppure Roth voleva aprire gli occhi all'amico."Ormai lei si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”,scriveva a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando,oltre alla guerra imminente,l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo.“Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita.Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”.
"Ombre folli" è il titolo dell'epistolario edito da Adelphi,ed il nome è tratto da una missiva di Joseph Roth per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono tra il 1927 e il 1938,mentre nubi oscure si addensavano sull'Europa alle quali ancora ci si illudeva di non vedere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini.Il mondo appariva ancora più terribile che nel 1914,alla vigilia della Grande Guerra.Roth constatava amaramente che gli atti di bestialità erano accettati,e nessuno sembrava volersi opporsi al loro dilagare.Anzi Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia,per la sua incolumità,per salvare la propria vita e le proprie opere.
Poi,piano piano,anche in Zweig ccominciò a subentrare il seso della catastrofe immininente.Ognuno pensa solo a sé stesso”,scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland,scrittore e drammaturgo francese,Premio Nobel per la Letteratura nel 1915,aggiungendo con profonda amarezza:“il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”,constatando ormai "La fine di un mondo",come ha scritto lo scrittore Raoul Precht.
I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata,mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva affermazione."Ombre folli" è un carteggio a volte commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori.Nell'epistolario emerge soprattutto la voce di Roth,perché molte lettere di Zweig sono andate perdute.Prevale perciò un tono disperato,nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia.Roth in certo qual modo rimpiange il passato,vedendo nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe:una cosa,ovviamente, del tutto impossibile.
E' il tono apocalittico quindi a prevalere,perchè apocalittici sono i tempi.I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero.Roth talora polemizza con l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania,mostrando consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare.“Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione,adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”.Ma Roth ha anche un'altra consapevolezza:non si tratta soltanto della persecuzione della razza ebraica.Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica,soffrirà comunque le conseguenze del nazismo.Roth cercava di scuotere l'amico in ogni modo e così si giunse ad un momento drammatico della loro conoscenza.Intanto il caos imperante nella società tedesca alimentavano le pulsioni autodistruttive dello scrittore,il bere smodato aggrava le sue già precarie condizioni di salute.Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo pesantissimo per Roth, anche dal punto di vista finanziario.Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito.
Il crollo dell’impero absburgico e del mondo della cultura mitteleuropea fu per i due scrittori la fine del proprio mondo.Da quel momento sia per Roth che per Zweig,iniziò una peregrinazione che si sarebbe conclusa con le loro rispettive morti.Anche loro divennero "ebrei erranti",a voler usare il titolo del libro dello stesso Joseph Roth.
Ed il senso del libro infatti è tutto qui.Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile,lo scambio di lettere tra Roth e Zweig."Ombre folli" restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.
Nella confusione morale e politica di un'Europa impietrita dal dilagante nazifascismo,Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca,e anzi ne riflettono tutte le note distintive.Roth era l’incarnazione dell’inquietudine,proclive all’isteria,preda della dipendenza alcolica,sempre in difficoltà economiche e con debiti di denaro.Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito insieme alla moglie in Brasile barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile,sapeva essere più composto nelle forme,ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri”(per prendere a prestito il titolo di un celebre libro dello stesso Zweig)gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro,colma di virtù e dignità.
In questo pianto duale quello che più spicca è la diversità nella risposta emotiva.Roth da tempo aveva intuito l'immensità della tragedia.La leggeva inscritta nella precarietà economica,nel forzato esilio di troppi,nella disaffezione dei lettori,mentre la violenza veniva tollerata anche nel linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri.Zweig invece ebbe almeno inizialmente più ottimismo,vedendo negli accadimenti del periodo opportunità di cambiamenti,censurando le «fantasie pessimiste» dell'amico,consigliandogli di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».
Ma di questa sua cecità iniziale Zweig si sarebbe amaramente pentito più tardi.Quello che a Zweig sfuggiva era di essersi pienamente identificato con quel mondo e quell’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici,che gli impediva di riconoscere il fallimento di un intero orizzonte culturale.Anche su questo ci furono i contrasti con Roth.Già dal maggio del 1933,due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri,Roth gli rimproverò un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…)
È dunque Ombre folli si fa diagnosi del presente.Questi due grandissimi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera generazione di intellettuali presi alla sprovvista,alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una qual forma di quasi consapevole cecità intellettuale.E se certo è complicato vaticinare la propria fine,occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e fare i conti con i dati concreti.E allora davvero aveva ragione Roth,quando diceva,in quel tempo di tragedia,che «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva».
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