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10 marzo 2026

LA FINE DI UN MONDO




Quanta cultura e quanta Storia in un epistolario come questo.Appena uscito per Adelphi,"Ombre folli, Lettere 1927-1938" documenta il carteggio tra due grandi intellettuali mitteleuropei,Joseph Roth e Stefan Zweig in un tempo di tragedia.I due erano molto diversi:Roth scontento e irrequieto,febbricitante,ossessionato dall’Austria,immerso nei suoi problemi personali tra debiti,malattie e alcolismo;Zweig, di 13 anni più giovane,più composto,forse più colto,cosmopolita garbatamente idealista.L'epistolario edito da Adelphi nello scorso mese di gennaio 2026,risulta alla fine un'analisi lucida e spietata tra quelli che furono due finissimi interpreti della cultura mitteleuropea ma anche i narratori della "finis Austriae" ed alla fine della stessa "finis Europae".

Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei,entrambi austriaci,entrambi scrittori,ma tutto li separa:all'epoca Zweig godeva già di una fama internazionale di cui però non riusciva a sopportare l’onere e le responsabilità.Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta con le sue opere  "Giobbe" e "La Marcia di Radetzky",si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche,al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole.Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un’amicizia ardente e tragica, testimoniata da questa corrispondenza,tra le più alte del Novecento.I due scrittori condivisero le sorti della patria e della cultura tedesca.La loro cultura mitteleuropea,la loro comune appartenenza alle tradizioni dell’impero asburgico tra la fine dell’Ottocento e la Grande guerra(era grande il loro sentimento di appartenenza alla “Austria felix”)era per entrambi un patrimonio inestimabile.Era l’età d’oro della sicurezza: “Nella nostra monarchia austriaca– scrive Zweig ne "Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo" – tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità”.

All’angoscia di Roth,che solo nell’alcol sembra trovare requie,ai suoi scatti di collera,alle sue ricorrenti richieste di denaro,alla sua urgenza espressiva,Zweig rispondeva sempre con quella sua pacata fermezza,con quell’«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti.Ma almeno inizialmente le visioni sul futuro immediato furono radicalmente diverse.Lo scoppio della guerra fu salutato da Zweig come un evento senza eguali,portatore di un “futuro grandioso, di un mondo in movimento”,anche se ben presto si renderà conto che quello che in realtà stava accadendo era il crollo dell’intera civiltà europea.Roth,invece,aveva subito presagito le terribili e atroci conseguenze del nazismo e avrebbe voluto scuotere la mansuetudine,l'indulgenza dell'amico verso la nuova e terribile epoca  nuova che andava preparandosi,inducendo Zweig a un’intransigenza più che mai necessaria adesso,nell’«ora infernale,quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione».Anche per questo i contrasti tra i due furono grandi e anche accesi,ma non intaccarono mai un legame amicale profondo,come poi dirà lo stesso Zweig:"contro di me-scrisse Zweig a Roth-Lei può fare tutto quello che vuole,può disprezzarmi,può attaccarmi in privato o in pubblico,non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice,un amore che soffre per le Sue sofferenze».

Eppure Roth voleva aprire gli occhi all'amico."Ormai lei si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”,scriveva a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando,oltre alla guerra imminente,l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo.“Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita.Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”.

"Ombre folli" è il titolo dell'epistolario edito da Adelphi,ed il nome è tratto da una missiva di Joseph Roth per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono tra il 1927 e il 1938,mentre nubi oscure si addensavano sull'Europa alle quali ancora ci si illudeva di non vedere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini.Il mondo appariva ancora più terribile che nel 1914,alla vigilia della Grande Guerra.Roth constatava amaramente che gli atti di bestialità erano accettati,e nessuno sembrava volersi opporsi al loro dilagare.Anzi Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia,per la sua incolumità,per salvare la propria vita e le proprie opere.

Poi,piano piano,anche in Zweig ccominciò a subentrare il seso della catastrofe immininente.Ognuno pensa solo a sé stesso”,scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland,scrittore e drammaturgo francese,Premio Nobel per la Letteratura nel 1915,aggiungendo con profonda amarezza:“il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”,constatando ormai "La fine di un mondo",come ha scritto lo scrittore Raoul Precht.

I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata,mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva affermazione."Ombre folli" è un carteggio a volte commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori.Nell'epistolario emerge soprattutto la voce di Roth,perché molte lettere di Zweig sono andate perdute.Prevale perciò un tono disperato,nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia.Roth in certo qual modo rimpiange il passato,vedendo nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe:una cosa,ovviamente, del tutto impossibile.
E' il tono apocalittico quindi a prevalere,perchè apocalittici sono i tempi.I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero.Roth talora polemizza con l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania,mostrando consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare.Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione,adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”.Ma Roth ha anche un'altra consapevolezza:non si tratta soltanto della persecuzione della razza ebraica.Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica,soffrirà comunque le conseguenze del nazismo.Roth cercava di scuotere l'amico in ogni modo e così si giunse ad un momento drammatico della loro conoscenza.Intanto il caos imperante nella società tedesca alimentavano le pulsioni autodistruttive dello scrittore,il bere smodato aggrava le sue già precarie condizioni di salute.Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo pesantissimo per Roth, anche dal punto di vista finanziario.Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito.
Il crollo dell’impero absburgico e del mondo della cultura mitteleuropea fu per i due scrittori la fine del proprio mondo.Da quel momento sia per Roth che per Zweig,iniziò una peregrinazione che si sarebbe conclusa con le loro rispettive morti.Anche loro divennero "ebrei erranti",a voler usare il titolo del libro dello stesso Joseph Roth. 

Ed il senso del libro infatti è tutto qui.Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile,lo scambio di lettere tra Roth e Zweig."Ombre folli" restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.
Nella confusione morale e politica di un'Europa impietrita dal dilagante nazifascismo,Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca,e anzi ne riflettono tutte le note distintive.Roth era l’incarnazione dell’inquietudine,proclive all’isteria,preda della dipendenza alcolica,sempre in difficoltà economiche e con debiti di denaro.Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito insieme alla  moglie in Brasile barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile,sapeva essere più composto nelle forme,ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri”(per prendere a prestito il titolo di un celebre libro dello stesso Zweig)gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro,colma di virtù e dignità.

In questo pianto duale quello che più spicca è la diversità nella risposta emotiva.Roth da tempo  aveva intuito l'immensità della tragedia.La leggeva inscritta nella precarietà economica,nel forzato esilio di troppi,nella disaffezione dei lettori,mentre la violenza veniva tollerata anche nel linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri.Zweig invece ebbe almeno inizialmente più ottimismo,vedendo negli accadimenti del periodo opportunità di cambiamenti,censurando le «fantasie pessimiste» dell'amico,consigliandogli di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».
Ma di questa sua cecità iniziale Zweig si sarebbe amaramente pentito più tardi.Quello che a Zweig sfuggiva era di essersi pienamente identificato con quel mondo  e quell’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici,che gli impediva di riconoscere il fallimento di un intero orizzonte culturale.Anche su questo ci furono i contrasti con Roth.Già dal maggio del 1933,due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri,Roth gli rimproverò un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…)

È dunque Ombre folli si fa diagnosi del presente.Questi due grandissimi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera generazione di intellettuali presi alla sprovvista,alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una qual forma di quasi consapevole cecità intellettuale.E se certo è complicato vaticinare la propria fine,occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e fare i conti con i dati concreti.E allora davvero aveva ragione Roth,quando diceva,in quel tempo di tragedia,che «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva».

06 dicembre 2025

IL PENSIERO COME RESISTENZA





50 anni fa,il  4 dicembre 1975,moriva a New York Hannah Arendt,una delle più staordinarie intelligenze europee di ogni tempo.Filosofa e studiosa di teoria della politica,fu a sua volta allieva di alcuni tra i più grandi pensatori europei come Edmund Husserl,fondatore del movimento filosofico della "fenomenologia",di Karl Jaspers che diede impulso alle riflessioni nei campi della psichiatria,psicologia,filosofia e della politica e Martin  Heidegger,già assistente di  Husserl e considerato inizialmente il maggior esponente dell'esistenzialismo (per quanto lui abbia sempre precisato la sua lontananza effettiva dal movimento francese).

La Arendt nacque ad Hannover e la sua vita ebbe una piega drammatica con l’ascesa del nazismo:in quanto ebrea, si trovò ad affrontare la persecuzione.La fuga di Hannah Arendt dal nazismo fu un'odissea in varie fasi: dopo l'ascesa di Hitler nel 1933, fuggì in Francia, dove lavorò per il movimento sionista;nel 1940 fu arrestata in un campo di internamento dal governo di Vichy, ma riuscì a evadere grazie all'aiuto di amici,emigrò negli Stati Uniti,dove visse fino alla morte, continuando la sua opera di filosofa e scrittrice.Questa esperienza influenzò profondamente le sue riflessioni sul totalitarismo e la dignità umana, come narrato nelle sue opere "Noi rifugiati" e "Le origini del totalitarismo". 

Di Hannah Arendt si ricorda di solito il suo famosissimo reportage sul processo Eichmann noto come "La banalità del male".Ma la sua opera fondamentale è certamente quella nella quale l'autrice riflette sul fenomeno del totalitarismo in tutte le molteplici forme nelle quali esso può manifestarsi e cioè Le origini del totalitarismo.La Arendt vide nel totalitarismo del suo secolo un fenomeno nuovo,completamente diverso da ogni altra tradizione precedente. Nei regimi totalitari gli individui sono come granelli di sabbia indistinguibili gli uni dagli altri.Ognuno sta nel proprio isolamento. In tali regimi la violenza è gratuita:è il terrore per il terrore.La Arendt parla di "male radicale", cioè del male fine a se stesso,senza senso e senza logica.

Di questo libro si discusse molto,perchè in esso la Arendt riflette proprio su una trasformazione nella natura umana.L’uomo che si era così perfettamente inserito negli ingranaggi dello sterminio della macchina nazista  era l’uomo massa,"un uomo senza qualità"(a dirla con Musil)un uomo senza coscienza morale che era adattabile ad ogni evenienza, capace allo stesso tempo di sterminare i propri simili come di portare a spasso il cane.Per questo il nazismo ha rappresentato l’apparizione del male assoluto nella storia:esso ci ha dimostrato che in certe circostanze l'uomo è un nulla,solo un agente passivo in grado di compiere qualsiasi atto perchè nessun valore indirizza il suo agire.

Anni dopo,però,proprio nell'altra opera di cui si diceva,La banalità del male,Arendt rivide questa sua posizione.La filosofa tedesca raccontò il processo al criminale di guerra tedesco Adolf Eichmann,uno dei principali esecutori materiali della Shoah.Il processo si tenne in Israele dopo che il Mossad lo aveva catturato in Argentina.Proprio seguendo quel processo l'intellettuale tedesca maturò una nuova convinzione:il male fatto dall’aguzzino Eichmann è spiegabile in un modo differente e cioè che il male non è più qualcosa di eccezionale ma fa parte di noi e delle persone che ci sono vicine.Infatti di fronte ai giudici che lo accusavano dello sterminio degli ebrei, Eichmann sostenne che non aveva fatto altro che "obbedire agli ordini". Ad Eichmann mancò quello che la Arendt chiama "lo spazio pubblico",cioè il "mondo comune",quell'arena dove gli individui, attraverso il proprio agire etico-politico emergono nella comunità,rivelando il proprio essere e la propria unicità,superando la mera sopravvivenza biologica per realizzare pienamente il proprio essere umano e politico.E' quella che la Arendt chiama vita activa,è qui che gli uomini appaiono e si relazionano l'uno all'altro,esercitano la libertà politica e costruiscono un mondo condiviso che li collega tra di loro.E questo reciproco relazionamento è un argine contro il totalitarismo.Al contrario tutta la vita di Eichmann è un esempio di impossibilità di esprimere il proprio essere.E’ la singolarità,l'individualità,la capacità di autorealizzarsi come individuo che si mostra come tale, che permette che vi sia uno "spazio pubblico".

Ora Eichmann è esattamente l’esempio di una vita che non ha mai raggiunto la singolarità perchè ha sempre e solo eseguito.Ed infatti la sua è una esistenza impostata nell’obbedienza agli ingranaggi burocratici di potere, qualsiasi essi siano. Dunque il suo non è un vero agire, ma una ripetizione degli ordini ricevuti.La sua non è neanche un esistenza,la sua è una non esistenza.

Le origini del totalitarismo" è l'opera più nota della Arendt.In questo libro monumentale la filosofa tedesca analizzò l’ascesa e la caduta dei regimi totalitari del XX secolo, in particolare il nazismo e lo stalinismo.La tesi principale del libro è che il totalitarismo è una forma di governo nuova e radicale, caratterizzata da un tipo di dominio mai visto prima nella storia.Nella sua concezione la Arendt sosteneva che il totalitarismo nasce dalla combinazione di elementi come l’antisemitismo, l’imperialismo e la politica di massa. La sua analisi ha avuto un profondo impatto sulla comprensione contemporanea del totalitarismo e ha generato un intenso dibattito accademico e politico.Lstato totalitario,per l'autrice,è una grande novità nella storia,resa possibile dai regimi folli e sanguinari di Hitler in Germania e Stalin in Unione Sovietica,che,nonostante avessero due ideologie del tutto diverse avevano anche diversi punti di contatto.

Ma perchè nazismo e stalininismo si erano così tanto diffusi? La Arendt ne attribuisce la ragione al fatto che i loro capi politici avevano messo in pratica un’attività di organizzazione e mobilitazione delle masse.Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, si era diffuso un grande senso di solitudine e di profondo sconforto da parte delle masse,che invece furono organizzate dai regimi totalitari che le fecero sentire coinvolte e appartenenti a un qualcosa.

Un regime totalitario,nella concezione della Arendt,si caratterizza per alcuni elementi.Anzitutto: 1) il capo ha un ruolo fondamentale, perché la sua volontà è indiscussa e infallibile. Ciò comporta che il suo pensiero diventi il pensiero del suo partito e quindi tutti necessariamente devono rispettarne la volontà;c'è poi 2) la violenza:si sviluppa un vero e proprio terrore perché i cittadini devono sottostare alla volontà del capo e, quindi, anche del suo partito. Questa violenza si manifesta grazie alla polizia segreta,che tiene sotto controllo ogni momento della vita dei cittadini,sia pubblica che privata.Il totalitarismo individua così quello che l’autrice chiama "nemico oggettivo",che non è un avversario politico reale, ma una creazione ideologica del regime,definito non da azioni concrete ma da un'ideologia(razza,classe)che lo rende un "portatore di tendenze" nocive, un elemento da eliminare preventivamente per "purificare" lo Stato, anche senza accuse specifiche, portando allo sterminio di massa e alla creazione di categorie di "indesiderabilità.Nel caso degli ebrei, ad esempio, la caratteristica era il fatto stesso di essere ebreo.Ed infine: 3) l’annullamento dell’individualità:la personalità e la dignità individuale vengono schiacciate e annientate,con l'utilizzo dei campi di sterminio,sterminio fisico ma anche morale,con la privazione di ogni libertà.La stessa Arendt nel 1940,mentre era in Francia,fu rinchiusa nel campo di internamento di Gurs,nei Pirenei. La sua esperienza nel campo fu menzionata anche ne “Le origini del totalitarismo" e,di sicuro,questo fatto ha segnato e definito profondamente il suo pensiero.

Il pensiero della Arendt elaborato ne "La banalità del male" è collegato anche a quello che poi sarebbe rimasto famoso come "esperimento di Milgram cioè uno studio condotto nel 1961 dallo psicologo statunitense Stanley Milgram che,sebbene non direttamente legato al processo Eichmann,fu da esso ispirato.Nell'esperimento si  voleva indagare fino a che punto alcuni soggetti erano disposti ad obbedire a un’autorità,anche andando in conflitto con i propri valori etici e morali.Milgram vedeva l'esperimento come un tentativo di risposta alla domanda "È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?".I risultati furono scioccanti:risultò che una sorprendente percentuale di partecipanti era disposta a infliggere ciò che credevano fossero dolorose scariche elettriche ad un’altra persona,e solo perché un’autorità lo ordinava.Questo esperimento dimostrava ciò che Eichmann sostenne a più riprese:stava semplicemente mettendo in pratica ciò che gli dicevano di fare.

I risultati di questo esperimento ebbero una grande risonanza,specialmente se raffrontati col comportamento di Eichmann durante l’Olocausto.Il parallelo tra i due momenti mette in luce una preoccupante verità sulla natura umana:le persone possono commettere atti terribili,non per malvagità innata,ma per obbedienza cieca all’autorità.Fu questo che fece modificare alla Arendt la sua iniziale concezione  sul male innato nell'uomo.

Hannah Arendt seguì il processo a Eichmann a Gerusalemme per conto del New Yorker,con l'intento di analizzare il male, ma rimase colpita dalla insignificanza e dalla mediocrità del criminale nazista,dalla sua "assenza di pensiero",evidenziando come Eichmann non fosse un mostro,ma un burocrate zelante,incapace di capire la portata delle proprie azioni e le conseguenze,un "suddito ideale" del totalitarismo, un fenomeno che si manifesta nell'incapacità di distinguere vero e falso,mettendo in luce così,l'importanza del pensiero critico come antidoto. 

Hannah Arendt,infatti,con la sua tesi sulla "banalità del male",ha mostrato come il male possa nascere non solo da intenzioni malevoli, ma anche da un totale disinteresse per le conseguenze delle proprie azioni.La sua analisi del processo Eichmann e l’esperimento di Milgram, continuano a influenzare il nostro modo di pensare sulla responsabilità individuale,l’autorità e le azioni compiute in nome dell’obbedienza.


Ci furono molte polemiche sulla concezione della "banalità del male" della Arendt,a partire dallo stesso mondo ebraico,nel quale si riteneva che il fenomeno del nazismo era stato sottovalutato dall’autrice.In realtà ciò che Arendt cercava di sostenere era che i crimini compiuti dai nazisti non derivavano tanto dalla loro cattiveria d’animo quanto piuttosto dal fatto che fossero stati privati,nel tempo,della propria autonomia di pensiero.I nazisti sono delle banalissime persone, inserite in un meccanismo che li ha privati della propria individualità ma soprattutto della propria capacità di pensiero, spogliandoli del loro stesso essere uomini.Il messaggio finale dell’opera, infatti, è che il nazismo non è il male:il vero male sta nell’aver portato degli uomini banali a perdere talmente tanto la propria umanità da essere capaci di compiere delle atrocità mai viste prima.

In un'altra sua opera,“La via della mente“,la Arendt prosegue il suo percorso di indagine sulla capacità di pensare e di giudicare.Si tratta di un’indagine sulla natura del pensiero, su come questo incide sulla vita sociale e politica e può guidare l’agire umano.Tesi centrali dell’opera è la distinzione tra sapere e pensare:il sapere,legato alla scienza e alla tecnologia,tende a cercare risposte definitive, mentre il pensare è un’attività che non si risolve in una conclusione definitiva, ma è un processo continuo e critico. Il pensiero è l’attività che ci permette di riflettere sulle nostre azioni, di metterle in discussione, di cercare significati più profondi.E dunque per l'Arendt il pensiero è fondamentale:l’abilità di pensare in modo critico e di giudicare autonomamente è ciò che ci permette di resistere alle ideologie totalitarie e di agire responsabilmente nel mondo.“La via della mente" è, quindi, un testo fondamentale per comprendere il pensiero di Arendt e la sua visione della filosofia come strumento di resistenza contro la banalità del male e l’obbedienza cieca all’autorità.

19 luglio 2025

QUI NON PUO' SUCCEDERE. O FORSE SI






90 anni fa,nel 1935,usciva in America il libro "It can’t happen here"(Da noi non può succedere)di Sinclair Lewis,primo scrittore americano a vincere il premio Nobel per la letteratura.Un libro che rientra nella categoria dei romanzi di genere distopico. 

Nel libro si ipotizza che alle elezioni del 1936 negli Stati Uniti   un leader populista,filofascista e filonazista, il senatore Berzelius (Buzz) Windrip,sconfigge il presidente uscente Franklin Delano Roosevelt,diventando il nuovo presidente del Paese.In campagna elettorale Windrip si era presentato come campione dei valori tradizionali americani,promettendo di riportare il Paese alla ricchezza ed al benessere,rendendo l’"America great again”(ricordano qualcosa queste parole?).In realtà la (resistibile)scalata al potere è stata resa possibile anche dall’acquiescenza della parte più evoluta della società americana, che a ogni gradino verso la dittatura,minimizza,rimuove e continua a ripetere “da noi non può succedere”, fino a che ci si accorgerà di essere ormai tutti in una trappola mortale e che sì,anche in America,il Paese della libertà per antonomasia,è accaduto che quella libertà sia stata soppressa.

La presidenza di Windrip inizia,infatti,nel modo più autoritario possibile.Riorganizza il governo in senso dittatoriale,limita i diritti di donne e delle minoranze, mette in carcere i suoi nemici, spaventa tutti i cittadini con misure sempre più repressive.Ridisegna completamente l’assetto politico degli Stati Uniti modificando radicalmente il governo degli USA,esautorando il Congresso ela Magistratura;reprime ferocemente ogni tipo di protesta;organizza ed arma forze paramilitari chiamate i “Minute Men”,gli MM(due consonanti che ricordano altre due consonanti,le SS)con piena libertà di picchiare,torturare, sbattere in prigione,perseguitare chiunque venga anche solo sospettato di avere idee diverse,istituendo campi di concentramento per dissidenti,imbavaglia l’informazione;scatena l’ostilità delle masse verso i migranti dal Messico,gli ebrei,i neri.

Sinclair Lewis scrive il romanzo nella metà degli anni ’30.In quegli anni, in Europa l'Italia è saldamente in mano al fascismo di Mussolini, la Germania è dominata dal pugno di ferro di Hitler.Negli stessi anni gli Stati Uniti affrontano la crisi economica del 1929,nota come "Grande Depressione".Il Presidente del romanzo di Sinclair,"Buzz" Windrip,l'affronta in maniera demagogica e populista:negli USA c'è bisogno di disciplina,volontà e di decisioni forti.Promette aiuti e sovvenzioni a tutti,e a quelli che saranno giudicati "bravi americani" ridotti in povertà dalla crisi,riceveranno denaro dal governo,mentre le donne devono stare a casa:al paese servono prolifiche mogliettine,non indipendenti lavoratrici.

In modo altrettanto magistrale,un altro grande scrittore americano, Philip Roth,scrive nel 2004 il romanzo Il complotto contro l'America (The Plot Against America),ambientandolo negli Stati Uniti nello stesso periodo storico del romanzo di Sincler Lewis.Anche qui sempre il presidente Roosevelt perde le elezioni contro Charles Lindbergh, il famoso aviatore che pare avesse realmente idee antisemite e simpatie per Hitler.Il nuovo presidente stringe un patto di ferro con Hitler e l'imperatore giapponese Hirohito e sceglie come suo ministro l’industriale Henry Ford,e anche qui si vede l'assonanza con la realtà di oggi se si pensa a un certo Elon Musk nel governo Trump.

La letteratura,dunque,in entrambi i romanzi diventa cronaca,i romanzi quasi come dei quotidiani.Sembra paradossale ma se si pensa a come il nuovo presidente americano Donald Trump si è mosso nella politica interna e quella internazionale,contro gli immigrati,umiliando l’Ucraina,favorendo l'azione criminale di Netanyahu a Gaza,l’associazione è inevitabile.

Sì,leggi il libro di Sinclair e vedi l'America di Trump.A pochi mesi dall’inizio del secondo mandato di Trump, gli Stati Uniti appaiono drammaticamente cambiati, sia in patria che sulla scena mondiale. La furia di Trump nel governo federale sta indebolendo i diritti costituzionali fondamentali sui quali sempre si è fondata la democrazia americana.L'odio da lui nutrito verso gli immigrati ha reso gli USA inospitali per i visitatori che pure concorrono ad arricchire il paese.Il suo sprezzo per le leggi ha indebolito la credibilità americana e reso gli Stati Uniti  una minaccia da temere persino dagli alleati tradizionali.Il chiaro obiettivo è quello di attribuirsi(con ricorso a strumenti per inesistenti emergenze)poteri straordinari,superando i normali meccanismi di controllo previsti da ogni normale democrazia.Il suo intento è quello di far crescere la sensazione che il Paese sia sotto attacco di Paesi stranieri e nemici interni.Ma usare le presunte "emergenze" facendo ricorso all'uso della forza attraverso FBI,DEA,Guardia Nazionale e Marines crea un vero e prorio stato di polizia dove gli agenti possono effettuare arresti a tappeto e  senza mandato e di detenere persone senza un giusto processo;creare campi di detenzione,incluso il famigerato centro di Guantanamo.Proprio come i "Minute Men" del libro di Lewis.

E' emblematico,ad esempio,quanto accaduto a Los Angeles,dove,contro le proteste di piazza di migliaia di cittadini per i rastrellamenti di immigrati in stile Gestapo,Trump ha fatto intervenire Guardia Nazionale e Marines.Trump vuole creare nella gente un senso di paura esistenziale cn la falsa narrazione di criminali che stanno prendendo il sopravvento per giustificare l'uso della forza repressiva dello Stato, abituando gli americani a vedere le forze armate nelle strade delle città.

E' per questo,allora,che il romanzo di Sinclair Lewis è quanto mai attuale,rivelatore di una profezia incredibilmente accurata del nostro tempo,caratterizzata dalla crisi della democrazia liberale statunitense e da scenari di autoritarismo.E' attuale lo è perchè le questioni sollevate su giustizia e libertà rimangono perenni.Lewis riteneva che il dissenso non è slealtà verso la propria Nazione,ma il cuore della democrazia americana,alimentata da uno spirito libero,indagatore,critico.Lewis riesce a far aprire gli occhi sul pericolo costante rappresentato dal tramonto della democrazia statunitense e anche delle nostre democrazie europee:non un fatto del passato, ma un rischio quanto mai attuale.

Oggi, con partiti,sindacati, gruppi sociali,ONG e altre organizzazioni fortemente indebolite,e con due disastrose crisi economico-finanziaria,come quella del 2008 e quella  post-Covid,la crisi delle democrazie liberali si è ancor più accentuata.Si sta così aprendo la strada a leader e movimenti – come Trump e il suo movimento Maga – portatori delle forme più radicali di populismo autoritario che mirano ad abbattere le norme del sistema democratico liberale.Le istituzioni da sole non bastano a frenare degli autocrati cinici e brutali se la democrazia viene ridotta al culto e al dominio della maggioranza e del governo (e il pensiero non può non andare alle parole di Alexis de Tocqueville sulla "dittatura della maggioranza")senza che vi sia un rispetto dei diritti e del ruolo delle minoranze.

La democrazia liberale funziona se i cittadini adottano una cultura di rispetto dei diritti degli altri di pensare ciò che vogliono. Soprattutto, se tutti i soggetti politici di maggioranza e di minoranza rispettano le regole e i princìpi di base del gioco democratico, il sistema di pesi e contrappesi (dalla divisione dei poteri ai meccanismi di "checks and balances"), lo stato di diritto, un’articolazione plurale dell’esercizio dell’autorità politica per la maggior parte del tempo, senza cercare di portare le istituzioni indipendenti(Tribunali,Forze Armate,media,scuola e università,le organizzazioni della società civile) sotto il loro diretto controllo e senza avere la pretesa di incarnare da soli la volontà del popolo. Le costituzioni democratiche sono difese da norme,ma anche da istituzioni funzionanti, partiti politici e cittadini organizzati.Di questo c'è bisogno se non vogliamo la fine della democrazia liberale,se non vogliamo che la distopia diventi realtà.

11 marzo 2025

DA MONACO A MONACO





Anche quest' anno, come tutti gli anni e da 61 anni, si è riunita in Germania la Conferenza di Monaco per la Sicurezza mondiale,che ha lo scopo di discutere sui temi della sicurezza,sul clima e sulle questioni della politica internazionale.E com'è ovvio al centro del dibattito non poteva non esserci la guerra in Ucraina.

Ma quest'anno,con l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti,la Conferenza ha segnato una svolta nei rapporti tra USA ed Europa e ha fatto registrare una rottura profonda sui valori comuni che sono sempre stati alla base delle relazioni transatlantiche.A Monaco si è avvertito lo spirare di  un vento ideologico e populista di attacco alla costruzione europea da parte delle forze politiche e dei governi sostenitori di Trump che considerano l'Europa come un orpello del passato e un fastidioso ostacolo alle nuove aggressive dottrine del tycoon americano.

Anzi.L'Europa si è dovuta sentire anche impartire una lezioncina di democrazia dal vice presidente Vance che ha accusato il Vecchio Continente di liberticidio,di mancanza di rispetto della democrazia,della libertà di espressione e religiosa e di essere il maggiore nemico degli Stati Uniti piuttosto che Cina e Russia.In più Vance è andato poi a offrire,alla vigilia delle elezioni tedesche,uno sfacciato sostegno alla leader del partito neo nazista germanico,ignorando tutte le regole del rispetto e non ingerenza nella politica interna di un Paese alleato.

Ovviamente le affermazioni di Vance sono apparse come musica alle orecchie del Cremlino che ha sempre visto l'Europa come un "nemico" politico e culturale.Con queste prospettive, dopo tre anni di guerra nei quali l'Ucraina si è battuta con immenso coraggio ed eroismo per la propria libertà e per la propria Terra,ma in fondo per tutta l'Europa,si è capito che è in arrivo una resa dei conti piuttosto salata anzitutto per l’Ucraina ma anche per la stessa Europa.Il Presidente USA ha promesso infatti a Putin una serie di importanti concessioni,fatte sulla testa degli ucraini,prima ancora che il negoziato sia ancora iniziato.

Così,a meno di 2 mesi dall'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca,è caduto l’isolamento nel quale  finora era il Presidente russo,pienamente riabilitato da Trump nonostante i suoi crimini consumati in Ucraina,dove sono stati trucidati e gettati in fosse comuni migliaia di civili,stuprate donne,deportati in Russia decina di migliaia di bambini:tutti crimini che hanno portato la Corte Penale Internazionale ad emettere un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti.Crimini che si aggiungono agli altri,tanti crimini compiuti dal tiranno russo,come i genocidi in Cecenia e Siria o gli omicidi di giornalisti ed intellettuali che contestavano il suo trucido regime,da Anna Politkovskaya,a Sergei Yushenkov,da Alexander Litvinenko ad  Alexei Navalny.

In questo contesto la situazione del presidente ucraino appare disperata.Egli non dispone infatti di contrappesi negoziali da opporre a Putin e allo stesso tempo deve giustificare a cosa sono valsi tre anni di guerra che hanno provocato morti e distruzioni del suo Paese destinato adesso ad essere smembrato di parte del suo territorio.Ma non migliore è la situazione dell'Europa che cullandosi sotto lo scudo americano e della Nato,ha coltivato l’illusione di piegare la resistenza di Putin e di imporre una pace giusta. Adesso i leader europei dovranno spiegare alle loro rispettive opinioni pubbliche a cosa sono serviti tre anni di guerra e quale è il risultato ottenuto per l’Europa.

Così ora l’Europa si trova per la prima volta,dopo ottanta anni di pace e stabilità nel Continente, a dover fronteggiare da sola la minaccia russa e a farsi carico della sicurezza di quel che resterà dell’Ucraina.Il pericolo russo è concreto e ora si sa che non si può più contare sull’impegno americano.Appare assolutamente necessario che i Paesi dell’Unione Europea insieme alla Gran Bretagna mettano a punto un piano di difesa comune che rappresenti un forte deterrente nei confronti di Putin. Il rischio è infatti che si delinei una nuova Yalta che tracci le zone di influenza tra Russia ,Stati Uniti e Cina. L’Europa deve allora tutelere il futuro proprio e dell’Ucraina utilizzando tutti i mezzi di cui dispone sul piano diplomatico,economico e commerciale per impedire che Putin emerga come il vincitore indiscusso di questa guerra per impedire che un'Ucraina smilitarizzata e privata di un quinto del suo territorio diventi una nuova Bielorussia con la conseguenza di un aumento della minaccia russa.

Alla luce di questi fatti non si può non ricordare quell'altra Conferenza di Monaco,quella del settembre del 1938,quando i leader di Regno Unito,Chamberlain,Francia,Daladier,Italia,Mussolini e della Germania,Adolf Hitler si incontrarono per discutere le rivendicazioni del Führer,sulla regione tedescofona dei Sudeti,nel territorio della Repubblica della Cecoslovacchia.Nel tentativo di "calmarlo" i tre capi di Stato consentirono ad Hitler di imporre al governo di Praga una mutilazione territoriale,pensando così di salvare la pace,contribuendo,invece,allo scoppio della 2° Guerra Mondiale.L’unico a comprendere la vera natura dell’accordo fu Churchill, che dichiarò: «Hanno scelto il disonore per evitare la guerra,avranno il disonore e la guerra».

Ad 85 anni di distanza,il fantasma di quella Conferenza di Monaco è di nuovo tra noi.Allora,con la scusa della tutela della popolazione germanofona sudeta,fu permesso a Hitler di invadere prima la Repubblica Ceca,e poi mezza Europa.Oggi, sempre a Monaco,gli Stati Uniti decidono di abbandonare l’Ucraina,alla quale viene imposto di rinunciare al suo destino europeo ed euro-atlantico, perdere definitivamente i territori occupati, regalare a Trump le terre rare.E come Hitler,anche Putin già pensa di allargare il suo dominio,magari con governi fantocci a lui ossequienti,a Lituania,Estonia,Georgia e Romania.

Eppure,e nonostante tutto,l’esito della partita non è ancora scontato, anche se bisogna agire in fretta: l’Europa è chiamata a diventare adulta e a fare finalmente l’Europa, mettendo in cantiere alcune decisione in tempi brevi per permettere a Volodymyr Zelensky di non accettare alcuna imposizione americana o peggio ancora russo-americana.

Anzitutto deve essere fuori discussione il destino europeo di Kyjiv.Va accelerato il percorso di integrazione europea dell’Ucraina, creando una corsia preferenziale e a tappe forzate. Il Parlamento Europeo deve accogliere da subito un gruppo di deputati ucraini indicati dal parlamento di Kyjiv, anche senza diritto di voto, ma con diritto di parola.Perchè l’Ucraina è Europa, geograficamente, culturalmente e storicamente e una sua sconfitta militare con un esito a sovranità limitata è una minaccia esistenziale per l’Europa stessa.Ed ancora.Se il veto dell’attuale Amministrazione Usa ha interrotto il processo di avvicinamento dell’Ucraina nella Nato,allora,per il momento,vanno realizzati accordi militari bilaterali, sotto l’egida europea, fra l’Ucraina e i singoli Stati membri, più il Regno Unito. Accordi ampi che prevedano un processo costante di forniture belliche;realizzazione di joint venture euro-ucraine per la produzione bellica sul suolo ucraino;apertura di basi militari permanenti sul suolo ucraino degli eserciti dei paesi europei firmatari.Perchè poi,anche con un disimpegno americano dalla Nato,l’Europa ha pur sempre due potenze nucleari (Francia e Regno Unito,che fanno parte anche del Consiglio di Sicurezza ONU con diritto di veto);e ci sono due paesi leader nella produzione bellica (Italia e Germania); un paese che ha già superato il cinque per cento del proprio PIL nella difesa (la Polonia); nazioni che hanno già conosciuto la dittatura comunista e che proprio perciò sono pronti a difendere la propria libertà (Lituania,Estonia,Lettonia,Cechia,Romania,Bulgaria).

È tempo di agire.Ce lo ha ricordato proprio Zelensky,proprio in quest'ultima Conferenza di Monaco,un grande leader di una nazione che da tre anni resiste alla barbara e brutale invasione militare della Russia: «Vi esorto ad agire – per il vostro bene, per il bene dell’Europa – per i popoli d’Europa, per le vostre nazioni, per le vostre case,per i vostri figli e per il nostro futuro condiviso».Perchè questo è il significato di aiutare l'Ucraina:rivendicare la nostra civiltà,le ragioni storiche e culturali e con esse l'orgoglio di essere europei veramente.