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23 dicembre 2024

RACCONTI DI NATALE







Il Natale è giorno veramente unico,particolare e incomparabile non solo per la religione e per la Cristianità in particolare,ma un pò per tutto il mondo e per tutte le genti.Sarà forse per quella singolare atmosfera,per quel particolare stato dell'animo e per quel tempo di attesa e di vaga speranza che quei piccoli,grandi momenti che il Natale sa dare.Ed il Natale è la festa dei bambini,forse perché intorno a loro almeno in quel giorno possono vedere gioia e sorrisi.

Eppure anche se unico e singolare,tanti e tanto diversi sono i modi nei quali scrittori e poeti hanno raccontato questo giorno.Così c'è il modo più classico e fiabesco come quella dei fratelli Grimm(bella la loro favola "Gli Elfi e il Calzolaio")e come i Grimm anche Hans Christian Andersen nel suo racconto:"L’abete", dove si narra la storia di un piccolo abete ansioso di crescere.Una volta cresciuto,viene tagliato e portato in una casa per essere abbellito;l' abete si sente inorgoglito per aver raggiunto una casa degli uomini.Tuttavia, al termine dei festeggiamenti viene riposto in soffitta senza troppa cura.E l'insegnamento allora è questo:bisogna sapersi rallegrare e meravigliare anche dell'esistente e del presente, del dove si vive,della bellezza del bosco,di una giornata di sole o degli uccellini che cantano, senza pensare soltanto a un futuro che forse non sarà come viene immaginato.

Forse però la più celebre tra le favole natalizie è senz’altro "Canto di Natale" di Charles Dickens,notissima in tutto il mondo.La storia racconta di Ebenezer Scrooge, un ricco e anziano commerciante molto tirchio che non crede all’amore,alla generosità e alla carità. Ma in una notte magica,Scrooge riceve la visita di tre spiriti, il Passato, il Presente e il Futuro.Grazie a loro, Scrooge comprende che il Natale è un momento di riflessione e di amore per il prossimo e decide di cambiare la sua vita, diventando un uomo migliore e più generoso.


E tantissimi ancora e tutti grandissimi sono gli autori di ogni tempo che hanno scritto sul Natale:da Collodi a Tolstoj,da Lope de Vega a Stevenson,da Twain a Rimbaud,e ancora D'Annunzio,Pascoli, Deledda,Trilussa, Brecht e Moravia.Per non dire,poi,del teatro,per il quale basterebbe ricordare "Natale in casa Cupiello" del grandissimo Eduardo De Filippo.Ognuno di questi autori ha raccontato il proprio modo di "sentire" il Natale;ognuno,con le loro parole e i propri racconti hanno saputo sorprendere,commuovere,rallegrare,emozionare.

Ma ci sono anche modi più originali e diversi di raccontare il Natale.Come,ad esempio,"Miniature di Natale" della scrittrice americana Pearl Buck,premio Nobel per la letteratura nel 1938.In esso l'autrice parla del significato misterioso e unico del Natale e dei vari modi in cui i protagonisti dei suoi racconti giungono a scoprirlo.I racconti si basano sui ricordi dei molti Natali trascorsi dall’Autrice sia in Cina sia in America. Non importa che l’albero sia il bell’abete della tradizione americana o un esile bambù cinese o anche che non vi sia niente di tutto questo.Ciò che conta è lo spirito del Natale, il momento magico in cui ogni essere umano, solo con se stesso e con i suoi ricordi, sente il bisogno di dare e ricevere amore, solidarietà, comprensione.Come pure quegli altri fondamentali sentimenti:la fratellanza fra gli uomini, quale che sia il colore della loro pelle; l’imperativo di proteggere i bambini innocenti dalle ingiustizie e dai pregiudizi del mondo; la necessità che i popoli della terra non siano travagliati dalle guerre.Un’esortazione all’amore e alla fede rivolta per tutti.


Un altro modo originale di raccontare il Natale è quello di un altro Premio Nobel della Letteratura,Luigi Pirandello.Nella novella "La Messa di quest'anno", la riflessione sul Natale l'Autore rimpiange la perduta innocenza della fanciullezza e avverte la delusione del presente per la mancanza del vero spirito natalizio di amore, carità e umana solidarietà. Anche in una festa così diffusa, il suo intervento non manca di sottolineare i difetti tipici della modernità con il culto d’una realtà che inneggia al laicismo,al positivismo e alla tecnica.L’autentica verità del Natale è in quelli che soffrono, ma questi purtroppo,a causa delle loro sofferenze,non riescono più a sollevare lo sguardo al cielo.


Davvero tanti sono i modi con i quali si può raccontare questo giorno particolarissimo dello Spirito e della Mente.Ma forse per chi già da tempo bambino non lo è più,quelli di Buck e di Pirandello sono i modi più veri e autentici di "sentire" il Natale. 

24 dicembre 2020

LA SPERANZA DELLA NATIVITA'


Dici Natale e pensi all'albero,alle luci,al panettone,al presepe così come lo pensò San Francesco.E vedi e pensi,in una società consumistica come questa,ai regali e ai pacchi che,nonostante tutto,nonostante la diversità di quest'anno che è stato,pure si corre a comprare,perchè,in fondo,con il pensiero di "fare" regali a qualcuno,si vuol scacciare l'angoscia di non avere qualcuno,amici o amori,cui fare regali.Ma Natale rimane comunque quel tempo dell'anno in cui si pensa(ci si illude?)che sì,ancora qualcosa può cambiare,che pure si riuscirà a nascere di nuovo,e mondi nuovi e nuove vite si riusciranno a vivere,soprattutto stavolta,soprattutto dopo che quest'anno così profondamente ci ha segnati.Nel corso dei secoli questi sentimenti,questi stati profondi dell'animo in questo tempo del Natale,non potevano non raccogliere le sensibilità e la capacità creativa di centinaia di artisti di tutto il mondo.E sono le "Natività" il centro delle opere di tutti questi artisti.

Giotto ha rappresentato la Natività di Gesù,sulla parete dell’incantevole Cappella degli Scrovegni a Padova.L’opera fa parte delle Storie di Gesù del registro centrale superiore e commuove per la sua delicata semplicità.Maria è distesa su un declivio roccioso,e adagia Gesù nella mangiatoia con delicatezza materna,mentre Giuseppe sta accovacciato,nell’atto di dormire perché,in conformità alla cultura della Chiesa cattolica dell'epoca,è l’uomo che riceve in sogno i comandi di Dio,per evitare che il popolo possa giungere a conclusioni inappropriate, ossia che sia lui il vero padre del Salvatore.E,preoccupati di non suscitare questa errata credenza,lo si rappresenta anche come un anziano,incapace,perciò,di generare e,in molti dipinti,viene raffigurato anche fisicamente distante da Maria:fra i due non vi è alcun contatto fisico.


Lorenzo Lotto,ebbe con Raffaello un legame artistico nella decorazione delle Stanze Vaticane(poi dette Stanze di Raffaello,in onore del grande artista,nelle quali,tra le altre meraviglie,è soprattutto da ammirare La Scuola di Atene ).Il Lotto dipinge nel 1523 una piccola tavola raffigurante la Natività,conservata alla National Gallery di Washington.Un’immagine classica,che,per la prima volta,al contrario del dipinto di Giotto,mostra Giuseppe non in disparte,né assonnato,ma realmente emozionato dal suo essere padre.



Caravaggio, sempre in fuga dal mondo nella sua tormentata esistenza,dipinse una natività che,al suo tempo,diventò un mito.Si tratta dell’opera "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi".Trafugata,non è mai stata ritrovata,ma se ne ha questa copia



Domenico il "Ghirlandaio" dipinse,invece l'"Adorazione dei pastori"(è da notare che il primo pastore vicino al Bambino,con il capo rivolto all'indietro)è l'autoritratto dell'artista fiorentino.



Pure Andrea Mantegna  dipinse una "Adorazione dei pastori".Anche qui,come in Giotto,Giuseppe è rappresentato dormiente.

Giorgio(o Zorzi)da Castelfranco,detto Giorgione,dipinse l' "Adorazione dei pastori o "Adorazione Beaumont",o "Allendale" perchè il dipinto dapprima passò nella collezione di Sir George Beaumont,a Londra,poi nella raccolta del visconte Allendale(dal quale prese il titolo).L’adorazione dei pastori,è un dipinto autografo del Giorgione,custodito nella National Gallery di Washington


Anche Rubens espresse la sua arte in una "Adorazione dei pastori".I chiaroscuri e la forte luce concentrati sul Bambinello,sono un omaggio a Caravaggio che il pittore belga aveva avuto modo di conoscere artisticamente a Roma nei suoi dieci anni di studio in Italia.



Botticelli nella sua "Natività Mistica",esposto alla "National Gallery" di Londra,forse l’opera più devozionale di Botticelli,in quanto la scena è pervasa da un senso d’inquietudine,quell'inquietudine che lo stesso artista fiorentino visse a seguito della morte del Savonarola.Al centro della scena,Maria e Giuseppe,sono in adorazione del Bambino, protetti da una tettoia di paglia, retta da tronchi.



Nel Novecento fu Marc Chagall a dipingere un'altra "Natività".Essa fu realizzata agli inizi del secolo scorso dall'arista bielorusso.È a Parigi che Chagall scopre il repertorio di immagini cristiane,che vedeva in gran copia nei musei e nelle chiese.Da qui anche questo dipinto.




Molto particolare è il dipinto di Paul Gauguin "Te tamari no atua"(Nascita di Cristo figlio di Dio)dipinto dopo il suo definitivo trasferimento a Tahiti.Maria è ritratta appena dopo il parto,sdraiata su un letto giallo con lo sguardo rivolto a una donna che sembra una balia che tiene in braccio il Bambin Gesù.In lontananza si vede il bue,ma senza l'asinello.



A ben vedere nel Novecento non sono stati molti i pittori che hanno dipinto temi sulla "Natività".In questo secolo l'attenzione degli artisti sembra spostata su altre iconografie cristiane,e l'evento della nascita del figlio di Dio è stato offuscato da immagini legate all'episodio conclusivo della vita terrena del Figlio di Dio,cioè la Passione e la Crocifissione di Gesù.Il tema della Natività,che aveva visto i suoi momenti più alti nel Medioevo e nel Rinascimento,è accantonato,probabilmente perché é proprio questo il tempo nel quale l'Uomo più ferocemente vive il sentimento del Dolore e dell'angoscia esistenziale.Perchè è proprio il  Novecento il secolo delle più grandi tragedie dell'Umanità.Le due Guerre Mondiali e poi la Shoah,e poi Hiroshima e Nagasaki,e poi il Ruanda e poi la "pulizia" etnica di Sarajevo.Una specie di "globalizzazione del Dolore".E' allora il sentimento della Morte e non quello della Nascita che più l'Uomo vive.Il Calvario,piuttosto che Betlemme.



27 maggio 2020

L'IMPOSSIBILITA' DELLA SOLITUDINE


Allarme stadi vuoti in Italia, le statistiche: San Paolo ...


LA GIARA CIVITAQUANA - Ristorante Recensioni, Numero di Telefono ...
Ed alla fine,dopo questo  lungo,interminabile tempo di quarantena pandemica,"uscimmo a riveder le "stelle,a girar per strade e negozi,alla ricerca di nuove e diverse forme di normalità."Distanziamento",ci hanno detto che era necessario fare per sconfiggere il coronavirus.E lo abbiamo fatto,ci siamo "distanziati",anche se questo ci ha ricacciato in nuove e diverse solitudini.Solitudini più "leggere",che hanno pesato di meno,come quelle passate in casa coi nostri familiari;ma anche quelle più "pesanti" e gravi da sopportare,come quelle degli anziani,per esempio,che già prima soli,soli son rimasti ancora di più in questo tempo infinito e sospeso.In questi 3 mesi di quarantena abbiamo acquisito nuove consapevolezze,abbiamo meglio capito quello che ci è mancato in questi mesi.Quello che davamo per scontato e che mai avremmo pensato ci sarebbe stato sottratto.Lo abbiamo capito non potendo andare allo stadio,al cinema o al teatro,nei bar o al ristorante.E adesso che lentamente cerchiamo di scrollarci di dosso la "vita agra" che abbiamo vissuto in questa quarantena,adesso che andiamo "alla ricerca di quel tempo perduto",ci accorgiamo che niente sarà come prima e che dovremo reinventarci altre forme di vita,un diverso modo di essere.Sì,abbiamo perduto tanto,indubitabilmente.Ma forse abbiamo anche trovato altre cose.Abbiamo forse  capito il vero significato dell'appartenenza ad una comunità.Abbiamo capito che siamo qualcuno perché con qualcuno siamo.Siamo andati oltre quella falsa illusione di essere perché si hanno "amici" nell'Agorà virtuale dei social.Abbiamo capito che siamo "unici" perché non siamo uno solo,che siamo singolari perché appartenenti ad un tutto.Abbiamo capito,perché abbiamo "sentito" la necessità di "partecipare" di un tutto più ampio e globale.Perché appartenere vuol dire far parte di un gruppo che condivide con noi determinati sentimenti,intesi appunto come "sentire",insieme ad altri,le stesse sensazioni,le stesse emozioni.Perché la consapevolezza di "appartenere" aumenta la nostra resilienza,la nostra capacità di fronteggiare le avversità,trovare più forza per affrontare i problemi come quelli che la pandemia ci ha posto innanzi.E allora,adesso che si ricomincia a "vivere",bisogna ripartire come collettività,per raggiungere obiettivi che al singolo restano preclusi.Abbiamo la necessità,sentiamo l'indispensabilità di stare insieme e di appartenere.Si appartiene per vicinanza,fisica o geografica,perché quando siamo lontani dai nostri gruppi familiari,dalle terre dove giocavamo bambini,proviamo ancor più forte quella "carità per lo natio loco" e non è certo Skype a ridurre o eliminare le distanze.Oppure senti l'appartenenza "per somiglianza",a dir così:somiglianza di idee,credi politici o religiosi,valori,stili di vita e bisogni.Ma il vero e più grande senso di appartenenza è il parlare plurale di ogni singolo che pure mantiene la propria specificità e individualità e la singolarità delle proprie idee.E' così che nasce un popolo e una Nazione,ma non certo populismi o nazionalismi.E' importante declinare al plurale certi verbi:giocare,vincere,andare,ascoltare,vedere.Anzi.Certi verbi non è nemmeno possibile declinarli al singolare:vedersi,e con chi se non hai un altro con cui vederti?Vincere.E quando la tua squadra vince,che emozioni puoi provare se non hai la possibilità di condividere con migliaia di altri "io",che con te esultano e cantano in uno stadio,che poi è quel catino di cemento fatto proprio per contenere decine di migliaia di persone tutt'insieme tra loro?Puoi forse visitare un museo,andare a cinema o a teatro senza un gruppo di amici con i quali poi dire quello che hai "sentito" davanti al quadro della Mostra di Raffaello o Caravaggio,ad una prima di Brecht o Pirandello,di Shakespeare o Eduardo o all'ultimo rifacimento di un film di Fellini?Di certo non è la stessa cosa fare una visita "virtuale" in 3d all'Hermitage o agli Uffizi.E vuoi mettere le allegre tavolate con amici al ristorante il sabato sera?E puoi dire che sia una vera acquisizione del "conoscere" una DAD(Didattica a distanza)la lezione di scuola o di università fatta a distanza col pc,quando poi i più svantaggiati il computer nemmeno ce l'hanno?
Alla fine comprendi,allora,quanto aveva ragione Aristotele,quando diceva che l'Uomo è un animale sociale,che sente la necessità di stare insieme e non solo per convenienza;se anche l'Uomo avesse tutto di cui ha bisogno e fosse autonomo,ugualmente tenderebbe a vivere insieme ad altri.C'è una spontanea voglia di stare insieme.L’unico che potrebbe riuscire nell’impresa di arroccarsi nella propria solitudine,senza provare la sensazione di sentirsi una nullità,un essere senza senso,o è Dio sceso in Terra o un pazzo.

06 gennaio 2018

QUEL DESIDERIO DI PRESEPE

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SOPRA : BOTTICELLI ADORAZIONE DEI MAGI
 
Eh sì.Quest'anno ho fatto il presepe.O meglio:ho rifatto il presepe,dopo tant'anni che non lo facevo più.Son tornato a metter su,come un tempo facevo ogn'anno,la Grotta e le montagne e le casette e il ruscelletto di carta,fatto con la carta argentata,e il pozzo e i pastori e i Magi e la carta-roccia e quella stellata e il quant'altro che in un presepe va messo.E mentre lo facevo ,ho ritrovato quel senso antico di interna soddisfazione,quel sentimento di contentezza,di compiutezza che provavo tant'anni fa,nel tempo nel quale facevo il presepe,in quel tempo di una vita fa.Certo,non è chissà che il "mio" presepe.Non è,non può essere,come quelli che si fanno con le statuine di San Gregorio Armeno, la via di Napoli dove prosegue la storia e la tradizione del presepe napoletano iniziata con i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno,con Domenico Impicciati ,san Gaetano da Thiene,Michele Perrone,Giuseppe Sanmartino e Michele Cuciniello con il suo presepe con più di 800 statuine.Ci mancherebbe.E nemmeno il "mio" presepe poteva assomigliare a quello di "Lucariello",il personaggio innamorato del presepe,nella commedia "Natale in casa Cupiello",quel capolavoro del teatro italiano,scritta ed interpretata da Eduardo De Filippo.

 
Certo che no.Ma ci tenevo a farlo quest'anno il presepe,intorno al quale ci ho lavorato un pò:non perché ci volesse tempo,ma perché ho "voluto" metterci tempo,per vivere appieno quest'aria di Natale,quest'incredibile tempo del presepe.E' stato un po' come la tela di Penelope.Montavo e smontavo casette e montagne,spostavo i pastori ogni volta in maniera diversa.E anche dopo che l'ho finito per la canonica data dell'8 dicembre,Festa dell'Immacolata,pure ogni tanto ci son tornato dintorno a guardarlo,aggiustarne una parte,modificarne un'altra,aggiungerci qualcos'altro ancora, perché mi sembrava che mancasse sempre qualcosa,che qualcosa ancora andava fatto.E ora che è arrivato il 6 gennaio,adesso che i Magi sono arrivati alla Grotta,si tratterebbe di smontarlo il presepe.Mi ricordo che quand'ero bambino il presepe lo si smontava il 7 o l'8 gennaio o giù di lì.Ma quest'anno che il presepe l'ho costruito dopo tant'anni,smontarlo "già" adesso,dopo "solo" un mese da che l'ho fatto,proprio non mi va.Voglio che rimanga ancora per un po' il presepe.Perchè toglierlo mi da il senso di perdere un qualcosa che già ho fatto fatica a ritrovare,il lasciarsi sfuggire un tempo lieto di vita ritrovato dopo tant'anni,ritornare ai "normali" giorni dell'anno,fatti di ansie ed angosce,non di speranze ed attese.A dire il vero ho trovato anche l'"alibi" per smontarlo più tardi il presepe.Leggendo qualcosa sui presepi e sul Natale ho trovato che,secondo la tradizione il presepe va tolto il 2 di febbraio,il giorno della Candelora,quando la Chiesa celebra la presentazione di Gesù Bambino al Tempio.Ora,magari,qualcuno ci potrà sorridere su questo mio desiderio di presepe,su questa nuova ma in fondo antica voglia di fare il presepe.E forse se fossi sul lettino di uno strizzacervelli,lui probabilmente,con una qual forma di sussiego,mi direbbe che:"Trattasi di una forma di regressione",un voler tornare bambino per recuperare certezze e sicurezze smarrite.Mah,forse sarà così,non so.Ma Natale è proprio quel tempo dell'anno e dell'animo nel quale un po' tutti si sforzano di ritrovare i sentimenti della loro infanzia e le aspirazioni dimenticate da anni e poi mai più realizzatesi;l'accorgersi,almeno a Natale,del "qualcosa" d'altro che c'è attorno a noi e al quale,negli altri tempi dell'anno,non diamo importanza e anzi,ne proviamo fastidio.Forse perché solo in questo tempo dell'anno e dell'animo capiamo l'orrore di questi giorni nostri.
Sì,occorerebbe che facessimo durare il tempo del presepe e il tempo del Natale un pò di più.Dovremmo restare a guardare per qualche tempo in più quelle stradine tortuose che scendono giù,verso valle,verso la Grotta.E restare a guardare quelle statuine,che camminano verso la grotta.Perchè quelle stradine tortuose sono la metafora del duro e difficile percorso di vita di ognuno di noi.Restare a guardare,e magari cercare di imitare,tutto quel piccolo mondo di statuine,di pastori e perfino quei Re,che sente il bisogno di recarsi verso la stessa meta,perchè ognuno di loro  pensa,spera,ha fiducia di trovare quel Qualcuno che ridia loro speranze,fiducia e vita nuova.Mettersi in cammino su quelle stradine e andare a cercare il qualcosa e il Qualcuno che ridia senso a questi giorni nostri,a questo tempo d'oggi,così tanto devastato nei singoli individui e nei popoli d'ogni parte del mondo.Cercarlo,sperando di trovarlo questo Qualcuno,anche se talora,per come vanno le vicende di questi giorni nostri,ti senti smarrito,nell'impressione che quel Qualcuno non ci sia.Ma il cammino è lungo,aspro e difficile.E' per questo che è meglio che il presepe rimanga ancora un po'.Per cercare speranza,nonostante tutto.

02 gennaio 2018

LE DUE GALLERIE

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Chi conosce Milano sa che la Galleria Vittorio Emanuele II è il salotto buono della città.Da un lato essa si apre su Piazza Duomo difronte all'inconfondibile facciata del Duomo.L'opposta entrata della Galleria s'apre su Piazza della Scala,con l'omonimo Teatro della Scala e Palazzo Marino,sede del Comune di Milano con la statua di Leonardo da Vinci al centro della Piazza.Si può dire che in questa sua strutturazione,la Galleria funge da ideale collegamento tra la parte religiosa e spirituale della città,rappresentata dal Duomo,e la laicità della metropoli lombarda,rappresentata materialmente da Palazzo Marino,sede materiale del Comune.E può dirsi anche che Piazza della Scala,con il suo Teatro,sia il simbolo della Cultura in senso lato,e,con il monumento a Leonardo,sia simbolo della ricerca continua e costante dell'Uomo verso le tante articolazioni scientifiche,pittoriche,letterarie e architettoniche nelle quali si eleva il suo Essere.Ecco.In questi pochi metri quadri si raccoglie il significato e l'essenza di Milano:capitale economica d'Italia,ma ancor più città europea;città fortemente industrializzata e tecnologicamente avanzata,ma anche sede delle più varie forme di cultura classica,moderna e futuribile e città sempre più interetnica ed interreligiosa.
C'è poi un'altra Galleria,in un'altra città d'Italia.La Galleria Umberto I a Napoli,che affaccia sul centro storico della città:il Teatro San Carlo ,Piazza Plebiscito,Piazza Trieste e Trento e Via Toledo.Napoli,con la sua grande storia e cultura.La storia e la cultura della Repubblica Partenopea del 1799,ad esempio,del "Monitore Napoletano",di Eleonora de Fonseca Pimentel.E poi la storia e l'intelletto degli uomini e delle donne di Napoli e delle sue terre:Giambattista Vico,Giordano Bruno,Domenico Cimarosa,Salvator Rosa,Torquato Tasso e Giambattista Basile(lo scrittore de "Lo cunto de li cunti")il matematico Renato Cacioppoli,Raffaele Viviani,Matilde Serao,Libero Bovio,Enrico Caruso,Eduardo De Filippo,Totò e tanti altri uomini di pensiero,i quali,pur non essendo di Napoli,a Napoli vissero,come Benedetto Croce,e che Napoli amarono fin nel profondo,come Virgilio e  Leopardi(che qui sono sepolti).E i tanti geni della letteratura mondiale che di Napoli restarono estasiati(per Goethe:"Napoli è un paradiso",e per Stendhal Napoli era addirittura "la città più bella dell’universo" e Dostoevskij che ne:"L'idiota" definiva Napoli:"La nuova Gerusalemme").Ma purtroppo oggi Napoli non è più "quella" Napoli.Napoli viene oggi ricordata per le bruttezze e la barbarie che sono il segno e la testimonianza della sua decadenza e dello scempio che di essa e della sua cultura è stato fatto dalla malavita in combutta con la malapolitica.Così Napoli in questi giorni è sulle pagine dei giornali per quello che è accaduto proprio nella Galleria,proprio nei giorni di Natale.L'Albero di Natale,donato alla città dallo storico  Caffè "Gambrinus"( grancaffegambrinus )e posto nella galleria,è stato per 4 volte sradicato e portato via dalle baby gang della camorra che hanno voluto affermare che altro che cultura!La città è "roba loro" e sono essi che adesso "comandano";loro,ragazzini di 15-16 anni,adusi alla violenza e agli assassini e che sostituiscono i loro genitori,i boss ora in galera.Quell'albero 4 volte buttato giù,4 volte tirato su.Ma non basta rialzare quell'albero.Perchè è Napoli che non riesce più a rialzarsi.Non bastano più girotondi e cortei e fiaccolate e appelli a istituzioni e uomini di cultura.Napoli è stanca.Napoli non ce la fa più.E mentre dalla Galleria di Milano si guarda al futuro,dalla Galleria di Napoli si guarda allo squallido presente.Alla violenza di Scampia e dei Quartieri Spagnoli e agli altri,tanti,troppi posti violenti di questa città.Napoli è sfinita,Napoli è stanca.E a dirla con Annamaria Ortese,che pure amò tanto Napoli, "Il mare non bagna Napoli",per significare che essa è una città lacera e ferita,con la cecità del vivere,un orrore di questo tempo di vita, pur nell'incanto delle bellezze di questa povera,grande città.

02 novembre 2014

QUEI 18 SASSI


Il 2 novembre 1975 moriva sul litorale romano,nelle drammatiche circostanze che tutti conoscono,Pier Paolo Pasolini.Poeta,scrittore,regista,critico letterario,saggista,fu una delle più belle espressioni della cultura italiana.Nel posto in cui fu ritrovato il corpo vennero posti 18 sassi che in origine,prima che in quel luogo fosse costruito il monumento a lui dedicato delimitavano in un ovale il luogo della sua fine.
E 30 anni fa,il 31 ottobre del 1984,moriva Eduardo De Filippo,un'altra delle più grandi voci del teatro italiano.
Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini avevano tanto in comune:genialità,arte,poesia.E avevano anche una grandissima stima reciproca.A dimostrazione di ciò,Eduardo sentì il bisogno di scrivere una poesia per Pasolini all'indomani della sua morte:

PIER PAOLO
di EDUARDO DE FILIPPO
Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la «spalliera» di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la «spalliera»,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la «spalliera»
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.
[1975]

05 gennaio 2014

PANE E MARIJUANA

 

Dal 1° gennaio negli Stati Uniti,nello Stato del Colorado,sono stati aperti i primi negozi autorizzati a vendere la marijuana a chiunque abbia più di 21 anni.Migliaia di persone sono rimaste in fila per ore e ore per comprare legalmente la marijuana.E da ogni parte d'America, da posti lontanissimi è arrivata tanta gente,perché,come aveva scritto il giornale locale Denver Post, il numero dei negozi autorizzati già dal 1° gennaio e la quantità disponibile di marijuana erano per il momento piuttosto limitati.Il Colorado è il primo stato americano ad autorizzare la vendita di marijuana per scopi,diciamo così,“ricreativi”,oltre che terapeutici.Per tante ore,scrive sempre il "Denver Post",si è protratta l'attesa della gente in coda in attesa dell’apertura dei 37 negozi autorizzati.
Chissà perchè nel leggere questa notizia mi son venute alla mente altre scene,altre cose,altri fatti.E soprattutto altre immagini.Le immagini della gente che durante la seconda guerra mondiale faceva la fila,nelle città,per avere del cibo,scadente,ma del cibo per far vivere e sopravvivere le proprie famiglie,gli anziani,i malati,i bambini,soprattutto.Sì,perchè si faceva la fame in Italia,durante la tragedia della seconda guerra mondiale.L’alimentazione degli italiani era regolata dalle cosiddette "tessere annonarie" da tutti chiamate le "tessere della fame".Colori diversi per le differenti fasce d’età:verdi per i bambini fino a otto anni,azzurre dai nove ai diciott’anni,grigie per gli adulti.Quelle tessere segnarono la vita di grandi e piccini per un lungo periodo,tutti gli anni della tragedia bellica.Il cibo quotidiano veniva distribuito da quei rettangoli di carta che gli uffici municipali dell’annona fornivano ogni 2 mesi,uno per ogni membro della famiglia.E guai a smarrirli,pena il digiuno.
Era la conseguenza del regime di autarchia imposto dallo Stato fascista. Razionamento,per la pasta nera,che a cuocerla diventava come colla,e razionamento per la carne-non il vitello o il manzo figuriamoci-ma carni di pecora e di capra,dure come la pietra.In simili condizioni non poteva non prosperare il mercato nero,il giro del contrabbando che divenne da subito una piaga sociale.E con la guerra e con il contrabbando c'era chi si arricchiva e chi era costretto a perdere tanto,talora tutto,pur di campare.C'erano gli illeciti arricchimenti dei furbi sulla pelle della povera gente.La quale fu costretta a vendersi di tutto:ori di famiglia,panni di corredo persino mobili di arredamento,armadi,comò, cristalliere,sedie per racimolare qualche soldo da spendere al mercato nero.Con gioia dei contrabbandieri che accumularono ricchezze,gonfiandosi oltre misura i portafogli.Eduardo De Filippo,nella sua commedia "Napoli milionaria" rappresentò drammaticamente ma realisticamente quei giorni di ordinaria tragedia.Ora la fila si fa per acquistare non il pane ma la marijuiana.E senza tessere annonarie.
Niente,null'altro voglio dire,null'altro voglio aggiungere.Voglio solo tornare a guardare le fotografie della gente che si accalca presso i negozi americani per acquistare marijuiana.E poi voglio tornare a guardare quelle foto un pò sfocate,in bianco e nero,della gente che durante la guerra si accalcava presso i panifici con la tessera annonaria,con la "tessera della fame" in mano.