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02 settembre 2023

UN'ALTRA RIVOLUZIONE LIBERALE


Ancora su Caivano,perché é orrendo quello che é successo in quella cittadina del napoletano,con la violenza fatta a quelle due bambine.Ancora su Caivano perché ancora tante,troppe sono le Caivano di tutte le parti d'Italia,diretta conseguenza di un degrado politico,civile e culturale di un Paese intero.

Può sembrare che non ci sia alcuna relazione,invece ogni cosa si tiene e si lega.Così la  prossima legge di bilancio che il governo sta per varare é strettamente correlata con la ripugnante violenza sulle due bambine e l’episodio di Caivano e delle tante Caivano d’Italia rivela tutta l’inconsistenza e la fallacia della politica e delle false promesse sventolate in campagna elettorale appena un anno fa.

La successione negli anni di bilanci pubblici dalla vista corta, privi di grandi visioni,focalizzati su "favori" clientelari per determinate categorie e corporazioni,come i tassisti o i balneari,ad opera di mediocri politicanti senza senso dello Stato,ha determinato il declino economico,sociale e culturale del Paese e il sorgere di tante Caivano,al Sud come al Nord,nelle quali è difficile per bambine,bambini e adolescenti vivere la vita,apprendere e istruirsi,crescere in condizioni sociosanitarie dignitose e sane.

Il degrado è frutto dell’indifferenza politica nei confronti dei beni comuni.E' frutto,cioé,del disinteresse per i servizi primari per una popolazione:scuola,sanità,trasporti,riqualificazione delle periferie e del territorio.Ognuno di questi settori é peggiorato anno dopo anno,nell'incuria di un potere dedito solo alla propria autoconservazione. 

La politica risponde alle domande della popolazione.In un Paese in costante,progressivo invecchiamento,con un significativo decremento delle nascite,sono proprio le generazioni mature e anziane,quelle che hanno perso di vista il quadro generale e chiesto sempre più vantaggi per sé e per le proprie categorie di appartenenza senza domandarsi se il loro stato creasse l'aumento di ricchezza che esse reclamavano.Solo così si spiega quell'egoismo sociale che pensa solo ad arricchimenti immediati e personali trascurando l'arricchimento generazionale e collettivo fatto di investimenti in istruzione,formazione,cultura e salute.

È così cresciuto a dismisura il debito pubblico,senza che aumentasse corrispondentemente il capitale sociale ed umano del Paese.Così i nostri consumi     sono finanziati a debito, un debito tranquillamente lasciato in eredità alle generazioni giovani e future.Questa interazione negativa tra richieste immediate dei cittadini e propensione di una classe politica mediocre e irresponsabile a soddisfarle per questioni meramente elettoralistiche,offre con chiarezza l'attuale realtà di una politica priva di visione,senza lungimiranza ed equità tra generazioni.

È questo l’allarme che proviene dalle tante Caivano d'Italia.Sia il governo,sia l’opposizione devono convergere su alcuni principi generali che da subito consentano di mettere al primo posto proprio quei beni comuni per tanto tempo trascurati.Il primo posto spetta all’istruzione,a partire dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia,in modo che anche i ragazzi che vivono in zone degradate,ci vadano volentieri.E proprio nelle scuole deve avvenire la prima integrazione,interetnica e culturale,tra i piccoli alunni con i loro coetanei figli di immigrati.Tra le altre priorità e sullo stesso piano dell’istruzione va collocata la sanità.Dopo un'esperienza così drammatica come la pandemia che ha visto del tutto impreparato il nostro Sistema Sanitario,occorre pensare a diversi modelli di sanità pubblica,adeguati alle esigenze di una società cambiata e di una popolazione rapidamente invecchiata.

C'è poi il lavoro,che deve essere la fonte di reddito per assicurare a tutti e ad ognuno una dignità personale e un benessere sociale.E ci deve essere un lavoro sicuro che tuteli l'individuo in ogni luogo ed in ogni momento,in modo che non si abbiano a ripetere le tante,le troppe tragedie sul lavoro che fanno del nostro Paese la nazione con più alto numero di morti sul lavoro.

I cambiamenti climatici,checché ne pensino i negazionisti di casa nostra,richiedono un riassetto ed una riqualificazione del territorio,ovunque bisognoso di interventi di sistemazione e riqualificazione urbana. 

Di questo il Paese ha bisogno,non di velenose polemiche,non di demagogie e sguaiati proclami elettoralistici che magari fanno guadagnare uno zerovirgola in più nei sondaggi elettorali,ma che neppure scalfiscono i gravi problemi accumulati negli ultimi decenni.Non c'é certo bisogno di una legge di bilancio che soddisfi egoistici interessi che dissipi le poche risorse a disposizione.E chissà se oggi,un'altra gobettiana "Rivoluzione liberale" fatta di vero amore e passione per l'Italia,questa volta potrebbe bastare.

27 agosto 2023

LA LOTTA DELLE DONNE




Fa bene la premier Giorgia Meloni ad andare,come ha detto di voler fare,a Caivano,nel luogo dove si é consumato l'orrore delle violenze su quelle due bambine,accogliendo la richiesta dell’eroico Don Patriciello,il prete di Caivano noto per il suo impegno contro la camorra e che dalla camorra era già stato minacciato con un ordigno fatto esplodere davanti alla sua chiesa.E sarebbe una cosa ancora più buona se,insieme alla premier,a Caivano e a Palermo ci andasse anche Elly Schlein:ora che in Italia a capo del governo e dell'opposizione ci sono due donne,sarebbe ottima cosa se,insieme,andassero sui posti dove le donne hanno subito un immane violenza ed offesa,perché questo non é argomento sul quale dividersi.

E' vero:quartiere degradato,nessun controllo della famiglia.Assenteismo scolastico.C'è tutto questo nei fatti di Caivano.Ma c'é anche un'altra domanda che sorge dopo quegli orrori:dov'é che comincia quel tipo di "cultura" che continua a rendere le donne cittadine "minori",esseri di serie B ? Solo carne, oggetto di disprezzo semplicemente da "consumare" ? In realtà la "cultura" della violenza comincia prima ancora della violenza sessuale stessa.Quando si arriva al ricatto e all’assalto fisico sessuale si è già fatta una strada che inizia ai vertici della società.Chi alla fine porta in un capannone delle ragazzine,e ne festeggia la distruzione fisica come un successo,in realtà trasferisce nella distruzione materiale di una donna la stessa considerazione che delle donne si ha nei luoghi di lavoro,nei consigli di amministrazione,negli ospedali,negli uffici pubblici,nelle scuole,giù giù fino ai nuclei familiari,quando la voce di una donna viene limitata,osteggiata,derisa.

A monte di ogni stupro "nei quartieri degradati" c’è un processo nei livelli alti della società,che opera per continuare a tenere le donne in una vita "minore".Un processo di svilimento intellettuale che mantiene viva la disistima nei confronti delle donne,che non hanno diritto ad essere “ascoltate” perché esseri "inferiori",nella cultura maschilista e patriarcale di cui é intrisa questa società.Qui non si tratta di dare "potere" alle donne.Si tratta di dare rispetto intellettuale alle donne che,nel nostro Paese  manca come il rispetto fisico.Sì,é previsto nelle leggi,nella Costituzione,ma dov'é questo rispetto nella realtà ?

Questa violenza intellettuale,con il mancato riconoscimento delle giuste ambizioni delle donne,non è meno devastante dell’assalto fisico.Come pure devastante é la coercizione che la donna subisce quando é costretta a rinunciare a quella che é la sua più naturale aspirazione,quella di essere madre;e questo avviene per paura di perdere il lavoro(già così precario)o quando deve rinunciare alle proprie legittime ambizioni,o subire ricatti,condizionamenti e diminuzioni sul lavoro e nella vita.

Anche questi sono i motivi per cui l’Italia è il paese con il record di violenze contro le donne.In ogni aggregato e stratificazione sociale,non si é mai saputo,né soprattutto voluto  praticare il rispetto profondo nei confronti delle donne.Con buona pace delle grandi lodi che si fanno sulle nostre tradizioni "patriottiche",sulla nostra  cultura e la nostra Storia secolare.Non siamo l'Iran né l'Afghanistan,eppure anche qui,ancora nel 2023,in un Paese civile e democratico come l'Italia,ogni giorno le donne devono affrontare una lotta continua per rivendicare i loro diritti e la loro dignità.

26 agosto 2023

E' MORTA PURE LA SPERANZA




Ci sono zone,spazi fisici e intellettivi nei quali sembra che non ci sia mai stata civiltà e dove,invece,sembra che ci sia posto solo per barbarie,degrado e abiezione mentale e culturale.

Sono le periferie delle grandi città,quei territori suburbani,che non danno spazio e speranza ad alcun progresso civile e culturale.Sono certe zone di Milano,Roma o Torino.O altre come la "Vucciria" di Palermo o Caivano di Napoli,dove nei giorni scorsi sono avvenuti quegli indicibili orrori con lo stupro su una 19enne a Palermo o quello,ancora più,orrido,su due bambine 12enni a Caivano,nel napoletano.E' al Rione Verde di Caivano che é successo quell'orrore:un quartiere di 6000 abitanti,sorto dopo il terremoto del 1980,dove vivono ammassate esistenze umane,non certo vite ed umanità.Qui non c'é niente:non una farmacia,non c'é illuminazione pubblica,neanche una luce,a voler simboleggiare una possibile uscita di sicurezza.A stento c'é una chiesa e la stazione dei Carabinieri.In compenso c'é una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa.

Questa é Caivano:a metà strada tra Caserta e Napoli,nel cuore di quella che da Plinio a Goethe è sempre stata chiamata "Campania Felix",poi celebrata come "Terra di lavoro",infine raccontata dallo scrittore Roberto Saviano come "Terra dei fuochi",per via degli interramenti di rifiuti tossici e per le tante discariche abusive,dove quei rifiuti vengono bruciati diffondendo diossina e altri gas altamente inquinanti.

Fu proprio qui,in questo "Rione Verde" di Caivano,che qualche anno fa si consumò,un altro fatto raccapricciante.Quello della piccola Fortuna Loffredo,violentata a sei anni e poi gettata nel vuoto dall'ottavo piano.Tanti inoriddirono e s'indignarono.Era il 2014,son passati 9 anni,ma nulla é stato fatto e l'orrore si ripete.E le domande rimangono le stesse:dov’era allora,dov'é oggi la famiglia? E la scuola? E le istituzioni,locali e nazionali? Ci sono due dodicenni stuprate e violentate per mesi.Com’è possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Non c'é una comunità educante,le famiglie e la collettività locale,in cui ci siano occhi e orecchi che veglino sui bambini:e invece ci sono luoghi in questo Paese in cui i bambini non hanno diritto a vivere una vita fatta di sogni e leggerezza.Come é stato possibile? Nelle zone di marginalità sociale,fortemente degradate,e Caivano è una di queste,dove le famiglie sono assenti e fallisce la scuola,cresce una cultura della sopraffazione,della violenza:ma "quella" violenza sulle bambine é quasi come prevista,tollerata,accettata.La violenza dell'orco sugli innocenti.

Intanto lo spazio lasciato vuoto dalle istituzioni viene riempito dalla malavita.E sono le donne a pagare il prezzo più alto.Le donne,e le bambine.A Caivano ma in tutt’Italia.Ma perché lo Stato si ritira? Ma dire Stato significa coinvolgimento anche di ognuno di noi,di ogni cittadino che di questo Stato fa parte.Significa pretendere servizi sociali e sanitari per tutti,soprattutto per le fasce deboli,come le donne e i bambini,ma anche per l'immigrato,il diverso e l'emarginato.Significa educatori, assistenti sociali,volontari,psicologi.

Nessun luogo è un destino,nemmeno Caivano se le istituzioni scelgono di fare la propria parte.La violenza contro le donne non è questione locale: supera i confini della geografia,delle classi sociali,delle età.Ma occorre che lo Stato dica con chiarezza dov'é,cosa intende fare:perché,nonostante la choccante gravità dei fatti di Caivano sembra che quelle violenze restino ancora nelle pagine di cronaca,non riescano ad uscire da una secondarietà a cui la condanna una cultura vecchia e patriarcale.

Eppure c'é una Carta,la Convenzione d’Istanbul,che sancisce che la violenza contro le donne è una lesione dei diritti umani.L’Italia lo ha firmato quel Trattato e adesso più che mai é ora di applicarlo in pieno,proprio oggi che abbiamo due donne alla guida del governo e delle opposizioni.Farlo significherebbe uscire dalla mediocrità della lotta politica,assumendolo come momento imprescindibile di civiltà.E non si può,non si deve dire:ci dispiace,ci sono altre priorità.No.La priorità sono loro:le bambine di Caivano.

E' vero.Non è che non si sia fatto proprio nulla.Ad esempio vicino Casoria é stato fatto l'inceneritore di Acerra,che ha salvato Napoli dalla vergogna dell’emergenza rifiuti.Ma,è servito, appunto, più a Napoli che alla sua estrema periferia. Per anni, mentre a Napoli si scavava per costruire le stazioni della metropolitana più belle del mondo,a Casoria si sterrava clandestinamente per smaltire tutto quello che la città produceva:dai rifiuti organici ai rifiuti tossici.E la diossina é aumentata e il degrado materiale,psichico e culturale di quella terra é aumentato.

A volte,però,subentra lo scoramento."Parco Verde" é il nome di quel quartiere di Caivano.Verde,il colore della speranza:ma che speranza ci può essere quando accadono fatti come quelli di Fortuna e delle due 12enni?

28 marzo 2021

IL DILEMMA





Dopo molti anni ho riletto il romanzo "Ferito a morte" di Raffaele La Capria,Premio Strega nel 1961,nell'edizione rieditata da Mondadori.Un libro esistenziale,lo si potrebbe definire,perchè vi si parla di esistenze di gioventù agiate ma angosciate,in cerca del momento che dia significato e senso alle loro esistenze.Il momento che però sfugge sempre e che forse non si ha nemmeno il  "coraggio" di cogliere.Il libro è un classico della letteratura italiana del Novecento.Ancor più per chi è napoletano.Perché di Napoli parla il libro,del clima speciale che questa città ha offerto a chi l'ha vissuta.Si racconta di giovani "vitelloni" napoletani(il primo titolo del romanzo era "Leoni a giugno")appartenti ad una classe agiata ma non troppo,con un certo grado di cultura  e con la spregiudicatezza della gioventù,invischiata nel peso dei riti della tradizione.Massimo de Luca,il protagonista del romanzo,è l'incarnazione del dilemma di tutta la sua generazione,dei giovani leoni napoletani di quegli anni '60:se vuoi realizzare i tuoi sogni e le tue capacità non puoi restare in queste terre,non puoi restare a Napoli,ma partire è terribilmente difficile.Come si fa a lasciare quel mare,quel cielo,la famiglia,gli amori e gli amici,quell’atmosfera straziante,assieme dolce e amara nella quale sei nato e vivi?E mentre si affronta il dilemma,gli anni passano,i fallimenti pesano,la virtù e l’ambizione cedono il passo alla rassegnazione.E' ovvio che la vicenda raccontata da La Capria non riguarda solo i giovani napoletani,ma tutta la gioventù italiana di quegli anni;erano gli anni nei quali si cominciava ad uscire dall'ebrezza del boom economico e del miracolo italiano e ci si trovava,quasi senza accorgersene,in una società mutata e complessa,con tante tensioni e contraddizioni sociali ed economiche(in politica agli inizi degli '60 i socialisti entrarono per la prima volta al governo con la Dc,costuendo il primo centrosinistra,e in letteratura si creò il "Gruppo '63,di contestazione della cultura borghese).Le illusioni perdute di Massimo de Luca sono state in parte anche quelle di tanti che non hanno avuto il coraggio di lasciare Napoli e più in generale la tranquillità del quotidiano,per percorrere strade nuove e diverse.Forse  proprio questa è la cifra del romanzo:una strisciante depressione e disillusione,un'angoscia esistenziale.Che cozza ovviamente col mito fallace di un Sud allegro e ottimista e di una Napoli "pizza e mandolino"."Depressione" è termine ambiguo,perchè riguarda aspetti economici e psicologici.Un orizzonte privo di speranza dentro di te implica la difficoltà di ogni investimento in termini umani e vitali,nel senso proprio di una vita degna di essere vissuta.Da cui ne consegue un futuro opaco che genera ulteriore tristezza e perdita del senso di sé.Di questo parla l’inizio folgorante di Ferito a morte,quando la spigola a portata di fucile subacqueo e tuttavia non presa istituisce la metafora della "occasione mancata".Occasione mancata che ripete quella dell’indimenticabile atto incompiuto con Carla,la donna amata da Massimo.Dopo tanti anni dalla prima lettura,il libro di La Capria ancora oggi emoziona e fa pensare.Il dilemma di "Ferito a morte" può essere riassunto nell'antico detto latino di Ovidio:"nec tecum,nec sine te vivere possum"("non posso vivere né con te,né senza di te").Se si vuole veramente capire più a fondo se stessi,bisogna avere il coraggio di mettersi nei panni di chi,come il protagonista del romanzo,Massimo de Luca,ama e contemporaneamente odia la "sua" Napoli,ritenendola,come una madre freudiana,fonte di gioia e di sofferenza.Per avere la realizzazione e la pienezza di te dovresti lasciare la "Foresta Vergine",la metafora splendida con cui La Capria battezza Napoli.Ma andarsene vuol dire perdere irrimediabilmente identità e certezze.Questa sono i confini dentro i quali vive il protagonista del romanzo nel quale il suo destino è inesorabilmente legato a quello degli altri giovani napoletani,abitatori della Foresta Vergine.Capire se stessi per capire anche quali siano i modi possibili per aiutare chi intenda assumersi il compito di governare Napoli e più in generale l'Italia.La risposta del dilemma è favorire,per quanto possibile,la realizzazione del sé senza la perdita dell’identità.Il che vuol dire spostare,a Napoli,al Sud,e più in generale in Italia,come parti dell'unico Villaggio Globale,nell'ambito di una economia mondiale e di un moderno mercato del lavoro digitalizzato,attività e opportunità di lavoro moderno e innovativo,in modo che i più capaci,volenterosi e dinamici non debbano necessariamente partire come Massimo de Luca vorrebbe ma non riesce a fare.Nell’era digitale forse capitale umano locale e grandi mercati globali si possono congiungere senza troppo muovere le persone. E puoi lavorare a Shanghai o a New York,standotene seduto a guardare,per parafrasare il libro dell'altra scrittrice,Annamaria Ortese, che di Napoli scrisse:"il mare che bagna Napoli".

05 aprile 2020

ULTIMI TRA GLI ULTIMI



Questa pandemia,questa immane tragedia dei giorni nostri,questa catastrofe mondiale che è il Coronavirus,colpisce tutti indistantamente,non guarda in faccia a nessuno.E si contagia la gente comune ma anche quella famosa,come Carlo d'Inghilterra e il Premier inglese Johnson;lo scrittore Luis Sepulveda e la cantante Marianne Faithfull,diventata famosa a soli 17 anni,grazie alla canzone"As Tears Go Bye" scritta da Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones.

E poi cardinali,ministri di ogni Nazione del mondo,calciatori strapagati,e poi "lui",quel bimbo di soli 5 anni,che ti fa ricordare la morte del bambino,figlio del giudice Othon,nel romanzo "La Peste" di Camus.Tutti,indistintamente,senza selezione di ruolo o di rango,di età e di sesso.E ti vien fatto di pensare che forse sì,forse in questo e solo in questo,siamo davvero tutti uguali.Pù nessuna scala sociale od economica,come ci raccontava Totò/Principe De Curtis nella sua famosissima poesia " 'A Livella" :



E invece no.Neanche difronte a questa tragedia siamo tutti uguali.Anche qui,anche difronte a questo dramma epocale siamo tutti uguali.Anche qui c'è chi sta peggio,chi,parafrasando Orwell,"è più ultimo tra gli ultimi".Sono i senzatetto di Las Vegas,ritratti in quella foto scattata a Las Vegas qualche giorno fa,che vede decine e decine di box delimitati da strisce bianche all'interno di un parcheggio all'aperto dove sono stati accolti i senzatetto della città.Fino a poco prima dormivano in una struttura della Catholic Charities(la "Caritas" italiana)ente benefico tra i più grandi del paese,che sono stati costretti a lasciare i propri letti perché è stato riscontrato un caso di positività tra gli homeless.Per questo,in attesa della sanificazione,i senzatetto sono stati destinati in un parcheggio all'aperto alle spalle del Cashman Center:rimarranno lì almeno fino al 3 aprile.E per garantire il distanziamento sociale necessario ad evitare il contagio,gli agenti della contea hanno disegnato delle linee bianche sull'asfalto,creando dei minuscoli box delimitati da transenne in ferro dove i senzatetto possono dormire:e non un tappeto,nessuna coperta è stato fornita loro.Quattro strisce,qualche mini box:questa è ormai la nostra "normale" Umanità.Eppure ci sono 150.000 camere d'albergo a Las Vegas,che non sono utilizzate in questo momento.Questo accade a Las Vegas,la città degli eccessi,dei casinò e del gioco d'azzardo.La città dove scorrono fiumi di danaro;ma che è la stessa città dove c'è quest'altra Umanità dolente.Las Vegas.Quasi un simbolo di questi nostri tempi,di questo nostro mondo di adesso.Perchè in fondo quelle immagini sono semplicemente uno stato di accusa per la nostra società,per come l'abbiamo costruita e per come la viviamo,in un vuoto di sentimenti e sensibilità.E' la prova di una società,che anche in questi tempi di angoscia e paura,tratta l'altro e il diverso in maniera indifferente,incapace di soccorrere i suoi cittadini più deboli nelle loro elementari necessità umane.Uno Stato e una città tra le più ricche al mondo che fa dormire gli "homeless" a cielo aperto,sul duro materasso del cemento di un parcheggio.Las Vegas,Usa,Mondo.

29 settembre 2019

LA STANZA ROSSA

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Qualche tempo fa scrissi su questo blog qualcosa sulla Libreria Guida,una delle più famose e antiche librerie di Napoli,dichiarata addirittura "Patrimonio culturale di interesse nazionale" (Sito: www.guida.it )la cui sede si trova nel centro del centro di Napoli,in una stradina dietro Port'Alba,una delle antiche porte di Napoli,una zona conosciuta per le sue tante librerie.Ne scrissi perchè quella libreria,gravata da una ormai insostenibile situazione economica debitoria,era costretta a chiudere.Per me,che dopo le lezioni all'Università ci andavo spesso in quella libreria a respirare l'odore dei libri freschi di stampa,a sfogliare i libri delle ultime uscite editoriali,a leggere critiche letterarie sulla produzione classica e moderna,italiana e straniera,fu come un colpo al cuore,pensando a quello che era stata la Libreria Guida,pensando a chi c'era stato nelle stanze(soprattutto nella famosissima "Saletta Rossa",così chiamata dal colore delle poltroncine)di quella Libreria.Guida era la rivendita di fiducia di "Don" Benedetto Croce.Era tappa imprescindibile dei viaggi napoletani di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale;fu palcoscenico delle provocazioni intellettuali del "Gruppo '63",con i giovani Edoardo Sanguineti,Umberto Eco e Pier Paolo Pasolini,teatro dei proclami beat di Allen Ginsberg,Jack Kerouac e Fernanda Pivano.E poi ancora Roland Barthes,Umberto Eco,Giorgio Bassani,Alberto Moravia e Georges Simenon(il "papà" del Commissario Maigret).Ma ora chiudeva quella libreria,sotto i colpi dell'editoria digitale degli e-book e degli audiolibri e soprattutto perché l'Italia non è(più)un Paese per librai e di lettori,ma questa è un'altra storia.La mia angoscia e la mia tristezza aumentavano nel sapere che quei locali ricchi di storia e cultura,di idee e di sapere,forse sarebbe stata acquistata da un negozio di abbigliamento o forse addirittura da una catena di fast food.Ma dopo un calvario giudiziario e fallimentare durato oltre 6 anni,dopo questa notte senza fine della cultura napoletana,alla fine s'è accesa una luce,è ripresa la speranza.In questi giorni,infatti,in occasione della 5 asta fallimentare per la vendita dei locali dell’ex libreria Guida,è finalmente arrivata un’offerta concreta per rilevare gli storici locali della mitica Saletta Rossa.Si tratta della prima proposta ufficiale arrivata dal 2013(anno del fallimento della storica libreria).La manifestazione di interesse è stata presentata al Tribunale Fallimentare per rilevare gli 850 metri quadri nel cuore del centro storico.Dopo gli anni dell’abbandono,nella busta d'asta,come ha specificato il giudice,c’è l’offerta "di un imprenditore legato al mondo della cultura e dei libri"(che per il momento resta anonimo,così come prevede la legge).Così nasce una nuova speranza nella “via delle lettere”,come un tempo veniva definita Port’Alba,centro della vita culturale cittadina e sede anche della Libreria Guida.In questi anni tante le polemiche e le traversie giudiziarie attraversate.Quasi come un simbolo di tutta la vicenda,il crollo,3 mesi fa,di calcinacci che si erano staccati proprio dal balcone della “Saletta Rossa”,il locale più noto e affascinante dell’immobile situato al primo piano del palazzo.Stavolta,però,dopo 6 anni di attesa,pare sia arrivata l'offerta giusta,l'offerta di qualcuno legato al mondo della cultura e dell'editoria,di qualcuno che sa il significato che ha la "Saletta Rossa" e gli altri locali della Libreria Guida,usati come set del film “L’Amica Geniale”(dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante)in occasione delle riprese realizzate a Port’Alba durante la scorsa primavera.In attesa di capire quale tipo di attività sorgerà nell’ex libreria Guida,se una libreria o un centro culturale di diversa natura,a Port’Alba,zona di tante altre librerie,si respira già un’aria più fresca e sollevata.E in effetti questa notizia potrebbe costituire un punto di partenza per la rinascita della via dei libri.Con gli storici locali dell’ex Guida finalmente riabilitati,si potrebbe finalmente ricominciare a parlare di una strada che rinasce piuttosto che di una strada al tramonto.Il fatto che si tratti di un imprenditore legato al mondo della cultura,poi,permetterebbe anche di far rivivere la cultura in centro storico,e magari permetterà di organizzare eventi culturali in grado coinvolgere i grandi personaggi della letteratura.Proprio come succedeva nella Saletta Rossa nei decenni passati.Forse,finalmente,la Saletta Rossa riaprirà.Forse davvero l'inferno della cultura napoletana è finito.Forse davvero "uscimmo a riveder le stelle".


Nella foto in alto Mario Guida,che se ne andò nel 2017,nel pieno della crisi aziendale della Libreria.Nipote di Alfredo Guida che fondò la Libreria nel 1920,per tutti era l'editore "gentile" oltre che il decano dei librai napoletani.Chissà.Forse alle notizie di questi giorni,lui,da lassù,guardando verso Port'Alba,avrà disteso il suo dolce,discreto sorriso sapendo che la Saletta Rossa,la "sua" Saletta Rossa,che proprio lui aveva creato,riaprirà le porte,facendolo,così,continuare a vivere.

06 gennaio 2018

QUEL DESIDERIO DI PRESEPE

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SOPRA : BOTTICELLI ADORAZIONE DEI MAGI
 
Eh sì.Quest'anno ho fatto il presepe.O meglio:ho rifatto il presepe,dopo tant'anni che non lo facevo più.Son tornato a metter su,come un tempo facevo ogn'anno,la Grotta e le montagne e le casette e il ruscelletto di carta,fatto con la carta argentata,e il pozzo e i pastori e i Magi e la carta-roccia e quella stellata e il quant'altro che in un presepe va messo.E mentre lo facevo ,ho ritrovato quel senso antico di interna soddisfazione,quel sentimento di contentezza,di compiutezza che provavo tant'anni fa,nel tempo nel quale facevo il presepe,in quel tempo di una vita fa.Certo,non è chissà che il "mio" presepe.Non è,non può essere,come quelli che si fanno con le statuine di San Gregorio Armeno, la via di Napoli dove prosegue la storia e la tradizione del presepe napoletano iniziata con i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno,con Domenico Impicciati ,san Gaetano da Thiene,Michele Perrone,Giuseppe Sanmartino e Michele Cuciniello con il suo presepe con più di 800 statuine.Ci mancherebbe.E nemmeno il "mio" presepe poteva assomigliare a quello di "Lucariello",il personaggio innamorato del presepe,nella commedia "Natale in casa Cupiello",quel capolavoro del teatro italiano,scritta ed interpretata da Eduardo De Filippo.

 
Certo che no.Ma ci tenevo a farlo quest'anno il presepe,intorno al quale ci ho lavorato un pò:non perché ci volesse tempo,ma perché ho "voluto" metterci tempo,per vivere appieno quest'aria di Natale,quest'incredibile tempo del presepe.E' stato un po' come la tela di Penelope.Montavo e smontavo casette e montagne,spostavo i pastori ogni volta in maniera diversa.E anche dopo che l'ho finito per la canonica data dell'8 dicembre,Festa dell'Immacolata,pure ogni tanto ci son tornato dintorno a guardarlo,aggiustarne una parte,modificarne un'altra,aggiungerci qualcos'altro ancora, perché mi sembrava che mancasse sempre qualcosa,che qualcosa ancora andava fatto.E ora che è arrivato il 6 gennaio,adesso che i Magi sono arrivati alla Grotta,si tratterebbe di smontarlo il presepe.Mi ricordo che quand'ero bambino il presepe lo si smontava il 7 o l'8 gennaio o giù di lì.Ma quest'anno che il presepe l'ho costruito dopo tant'anni,smontarlo "già" adesso,dopo "solo" un mese da che l'ho fatto,proprio non mi va.Voglio che rimanga ancora per un po' il presepe.Perchè toglierlo mi da il senso di perdere un qualcosa che già ho fatto fatica a ritrovare,il lasciarsi sfuggire un tempo lieto di vita ritrovato dopo tant'anni,ritornare ai "normali" giorni dell'anno,fatti di ansie ed angosce,non di speranze ed attese.A dire il vero ho trovato anche l'"alibi" per smontarlo più tardi il presepe.Leggendo qualcosa sui presepi e sul Natale ho trovato che,secondo la tradizione il presepe va tolto il 2 di febbraio,il giorno della Candelora,quando la Chiesa celebra la presentazione di Gesù Bambino al Tempio.Ora,magari,qualcuno ci potrà sorridere su questo mio desiderio di presepe,su questa nuova ma in fondo antica voglia di fare il presepe.E forse se fossi sul lettino di uno strizzacervelli,lui probabilmente,con una qual forma di sussiego,mi direbbe che:"Trattasi di una forma di regressione",un voler tornare bambino per recuperare certezze e sicurezze smarrite.Mah,forse sarà così,non so.Ma Natale è proprio quel tempo dell'anno e dell'animo nel quale un po' tutti si sforzano di ritrovare i sentimenti della loro infanzia e le aspirazioni dimenticate da anni e poi mai più realizzatesi;l'accorgersi,almeno a Natale,del "qualcosa" d'altro che c'è attorno a noi e al quale,negli altri tempi dell'anno,non diamo importanza e anzi,ne proviamo fastidio.Forse perché solo in questo tempo dell'anno e dell'animo capiamo l'orrore di questi giorni nostri.
Sì,occorerebbe che facessimo durare il tempo del presepe e il tempo del Natale un pò di più.Dovremmo restare a guardare per qualche tempo in più quelle stradine tortuose che scendono giù,verso valle,verso la Grotta.E restare a guardare quelle statuine,che camminano verso la grotta.Perchè quelle stradine tortuose sono la metafora del duro e difficile percorso di vita di ognuno di noi.Restare a guardare,e magari cercare di imitare,tutto quel piccolo mondo di statuine,di pastori e perfino quei Re,che sente il bisogno di recarsi verso la stessa meta,perchè ognuno di loro  pensa,spera,ha fiducia di trovare quel Qualcuno che ridia loro speranze,fiducia e vita nuova.Mettersi in cammino su quelle stradine e andare a cercare il qualcosa e il Qualcuno che ridia senso a questi giorni nostri,a questo tempo d'oggi,così tanto devastato nei singoli individui e nei popoli d'ogni parte del mondo.Cercarlo,sperando di trovarlo questo Qualcuno,anche se talora,per come vanno le vicende di questi giorni nostri,ti senti smarrito,nell'impressione che quel Qualcuno non ci sia.Ma il cammino è lungo,aspro e difficile.E' per questo che è meglio che il presepe rimanga ancora un po'.Per cercare speranza,nonostante tutto.

26 settembre 2014

MORTE A NAPOLI





Quando andavo all'Università "Federico II" di Napoli,ci passavo sempre accanto.E ci passavo sempre guardandola con rispetto,quasi con timore,sapendo cos'era a Napoli la libreria  Guida,sapendo chi c'era stato nella libreria Guida a Napoli.Un tempio della cultura e del sapere non solo di Napoli ma di tutt'Italia.
Adesso che l'Università l'ho finita da un pezzo,ogni tanto ci torno(ci tornavo)a Napoli ed ogni tanto,inevitabilmente,vado(andavo)alla libreria Guida,a respirare l'odore dei libri freschi di stampa,a dare una scorsa alle nuove uscite editoriali,a leggere critiche letterarie sulla produzione classica e moderna,italiana e straniera.
Anche l'altro giorno ci sono passato,anche l'altro giorno volevo andarci per consumare il mio rito antico tra le mura di uno dei Templi della Cultura italiana.Ma ho trovato fuori del "Tempio" tantissimi ragazzi urlanti e schiamazzanti e  e tanta gente in attesa di avere accesso alla libreria Guida dove da due giorni per entrare bisogna mettersi in fila,che poi è una fila lunghissima. E così,chiedendo e quasi rifiutandomi di accettare la risposta,ho capito quello che temevo.La libreria Guida stava svendendo le sue immense giacenze di volumi.La gran parte al trenta per cento del prezzo di copertina, qualcuno al cinquanta,quelli più antichi e preziosi (ce ne sono che valgono anche tremila euro) con sconti da stabilire.
Ho avuto un colpo al cuore.Guida era l’ultimo respiro di uno dei più antichi e prestigiosi salotti culturali di Napoli.Due piani di banchi,scaffali,corridoi e sale dove sono passati Kerouac e Ginsberg,Ungaretti e Moravia.Nella Saletta rossa per decenni si è dibattuto di tutto,dalla politica alla poesia alla storia ed alla musica.E di letteratura, ovviamente.Poi,nel marzo 2013,il fallimento,la chiusura. Per fare l’inventario dei settecentomila volumi custoditi in questi locali,più le stampe,gli arredi e i circa trecentomila libri conservati in un deposito in periferia, c’è voluto un anno e mezzo.Ed ora era arrivato il momento di smaltire tutto.Un colpo al cuore.Guida,per me,era un qualche cosa di trascendente,un qualcosa posto nell'Empireo della Cultura internazionale.Ed ora,invece,eccoli là i suoi incredibili volumi dati in pasto a gente che della cultura non sa che farsene,ma che,non appena acquisito il libro,lo rivenderà a chissà chi guadagnandoci chissà quanto.Che tristezza.Una fila interminabile di gente in fila con almeno un’ora di anticipo(come quando si va ai botteghini dello stadio)e inserendo il proprio nome in una lista autogestita(come succede in certi ambulatori ospedalieri o all’Inps)in attesa che cominci la distribuzione dei numeri e l’accesso a gruppi di cinquanta per volta.
Come me ho visto altra gente con tanta malinconia addosso,con i ricordi di tutti quelli che di ricordi ne hanno tanti della libreria Guida.Ricordi di testi scolastici o universitari comprati o venduti,di libri regalati o scelti per sé,di pomeriggi passati a girare tra banchi e scaffali.Di un tempo in cui non esistevano i megastore,gli audiobook e altre diavolerie del genere che,per me almeno,con la cultura nulla hanno a che vedere.
Purtroppo il "caso" Guida non è il solo per la cultura napoletana.Prima lo sfratto di Treves, poi la chiusura di Guida e solo pochi mesi fa, quella di Loffredo.Senza parlare poi dell'incendio del 2013 della Città della Scienza,una vicenda che mi fece ricordare "Il nome della Rosa",Guglielmo di Baskerville e Adso,l'incendio della Torre del Monastero e la distruzione dell'immenso patrimonio di libri in essa contenuto.
Guardando quella scena di "saldi" della cultura,pensavo che in quelle stesse stanze della libreria Guida,una volta frequentate dalle più belle intelligenze della cultura e della letteratura italiana e mondiale,ci andrà a finire,magari,in un giorno forse nemmeno tanto lontano,una pasticceria o una friggitoria o un locale per le pizze d'asporto. 
E ripenso anche,e con rabbia,alle frasi truffatrici e alle parole vergognose,alle impudenze dette da tutti quei politici napoletani che per Napoli prospettavano e promettevano un "Rinascimento napoletano".A pensare a quelle cose,e a guardare invece alla fine delle librerie(e perciò della cultura)capisci perchè Napoli sta morendo,perchè la grande tradizione della cultura napoletana sta morendo.Vedi Napoli e poi muori si diceva una volta.Ma adesso chi sta morendo è proprio e solo Napoli,la sua cultura e con essa,la sua possibilità di riscatto.