31 ottobre 2024
UN ARTISTA "GRANDE"
24 ottobre 2024
VITTIME E CARNEFICI
Avevo da poco finito di scrivere il post du di lei,sulla regista e attivista per i diritti umani iraniana Maysoon Majidi, detenuta presso il carcere di Reggio Calabria,quando, finalmente,è giunta la notizia tanto attesa: il Tribunale di Crotone ha rimesso in libertà Maysoon Majidi.
Maysoon Majidi è nata in Iran. Nel 2019 con suo fratello scappa dall'Iran per sfuggire a un mandato di arresto. La sua colpa? I diritti. Ci sono Paesi in cui la difesa dei diritti costa nel migliore dei casi il carcere e nel peggiore la vita.Così insieme al fratello decide di partire,giungendo,dopo un lungo peregrinare,fino alle coste del crotonese.Senonchè,per sua sfortuna,attracca in un Paese – il nostro – dove,da qualche tempo c'è l’ossessione di scovare scafisti in tutto l’orbe terraqueo. Così basta che alcune persone delle forze dell’ordine traducano poco e male le testimonianze dei suoi compagni di viaggio per essere accusata di essere l’aiuto del capitano,perciò scafista anche lei.E la prova "regina" sarebbe che Majidi distribuiva acqua durante il viaggio, evitando che i migranti venissero cotti dal sale e dal sole.Eh sì,perchè oggi in Italia è diventato reato anche l'umanità.
Così Maysoon viene arrestata e sbattuta in carcere.Lì dentro arriva a pesare 40 chili per uno sciopero della fame per invocare la propria innocenza.
Dopo quasi un anno dall' arresto e dopo aver trascorso mesi di carcere in situazioni degradanti per l'assenza di condizioni igienico-sanitario degne di un Paese civile,Maysoon ha respirato l’odore della libertà nella notte, lasciando le mura del carcere di San Pietro a Reggio Calabria.Dopo dieci mesi,dopo 300 giorni di detenzione e un lungo processo che l'ha vista imputata con l’accusa di essere una scafista, il tribunale di Crotone ha accolto la richiesta di assoluzione,disponendo la liberazione immediata.
Perchè è questo che oggi accade in Italia..Lei che era attivista per l’HANA,l'associazione dei diritti dei curdi iraniani lei che ha girato il corto Thirsty Flight e tenuto una manifestazione di denuncia davanti alla sede ONU della città curda di Erbil,ricordando l’uccisione di Mahsa Amini, da parte della ‘polizia morale',iraniana per un velo portato male, sperava di trovare in Europa la tanto decantata libertà,ecco in Italia proprio lei si è trovata in una cella.
Maysoon si è ritrovata in cella per la feroce normativa antimigranti e anti ONG fatta approvare dall'esecutivo Meloni-Salvini-Piantedosi.E a nulla sono valse le dichiarazioni spontanee rese dall’imputata, suffragate da foto con cui spiegava le ragioni per cui ha potuto girare un video quando era in coperta.Lei è proprio l'esempio,fra i 200 altri casi che si potrebbero richiamare,contro cui si accanisce, spesso perdendo poi i processi, una repressione a caccia di chi rende possibile l’ingresso nel Paese, ma in realtà si limita ad essere solidale con chi è nella stessa barca.Una donna che combatte per la libertà,la sua e quella dell'Iran,il cui regime brutale e sanguinario è giustamente condannato da governo e opposizioni, ma che quando diventano richiedenti asilo, vanno incarcerate.Questa è la logica repressiva di questo governo,frutto di una perversa narrazione secondo la quale sarebbe in corso una "sostituzione etnica".
Ora,che tutto si è concluso (Maysoon però ha perso in carcere un anno della sua vita)resta la domanda.Semplice.Difronte a situazioni come queste è così difficile lasciare da parte,almeno per una volta l'ideologia,il calcolo elettorale,che poi si trasformano in disumanità,e distinguere le vittime dai carnefici ?
22 ottobre 2024
MEGLIO IN IRAN
Chissà se ci ricordiamo quando le donne e le ragazze italiane si tagliavano i capelli per solidarietà con le donne iraniane? E chissà se ce lo ricordiamo ancora quel nome,quello di Masha Amini,uccisa dalla polizia "morale" iraniana nel 2022 perchè indossava il velo in modo "sconveniente".E ce le ricordiamo ancora tutte le altre donne e ragazze iraniane uccise dopo di lei per essersi ribellate al regime tirannico e sanguinario degli Ayatollah?E ci sono forse passate di mente quelle loro parole di libertà:"Woman,Life,Freedom"("Donne,Vita e Libertà")gridate per rivendicare il loro diritto alla vita e alla libertà.Sì,le abbiamo dimenticate e le abbiamo abbandonate al loro destino quelle ragazze iraniane che pure continuano a lottare "a mani nude" per usare il titolo del libro del giornalista di Radio Radicale, Mariano Giustino per la loro e la nostra libertà.
Si,abbiamo smesso di parlarne,abbiamo smesso di indignarci per le ragazze iraniane.Ma su quello che sta accadendo sul patrio suolo italico proprio contro una ragazza iraniana non possiamo in alcun modo far finta di niente.
Maysoon Majidi si chiama quella ragazza,ha 28 anni,e nel dicembre 2023 è stata arrestata dalla polizia italiana perché ritenuta una “scafista”.Maysoon ora è in prigione a Castrovillari e in quel carcere di Calabria Maysoon ha fatto lo sciopero della fame e ora pesa appena 40 chili.Ha fatto lo sciopero della fame perchè la sua è una vicenda assurda.Una vicenda kafkiana.O forse,"soltanto",una vicenda italiana.
Maysoon è una regista curdo-iraniana,conosciuta anche in campo internazionale,un’attivista che ha combattuto il regime tanto da dover scappare da quel Paese e l'anno scorso è arrivata in Italia.Pensava di essere arrivata nella "civilissima" Italia,in un Paese dove è assicurato,al contrario che in Iran,il rispetto delle idee e del diritto.Invece è arrivata in "questa" Italia,che ormai tutto è,tranne che terra di diritti.Così,invece di poter chiedere asilo e ricevere protezione e dopo essere sfuggita al regime degli Ayatollah,è stata incarcerata proprio nel nostro Paese dove credeva di aver raggiunto la salvezza.
Ora Maysoon è in un carcere italiano,in attesa oramai da un anno della definizione del processo a suo carico.Accusata,in base al "famigerato" Decreto Cutro,di favoreggiamento di immigrazione clandestina,cioè di essere una "scafista",quella categoria di persone che la Premier Meloni vuole combattere su tutto l'"orbe terracqueo".
Le accuse si basano su poche,incerte testimonianze di persone che avevano dichiarato di aver viaggiato con lei nell’ultimo tratto del viaggio in barca.Testimoni interrogati in fretta e anche,in certo qual modo,"indirizzati" verso certo dichiarazioni.Testimoni che poi,rintracciati in Germania,hanno ritrattato tutto,dichiarandosi pronti a confermarlo in Tribunale.Ma la Procura neanche si cura di chiamarli.
Così Maysoon resta in quell'infame sistema carcerario italiano per il quale l'Italia,è stata già più volte condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani.Ma forse la condanna più dura che deve far vergognare questo Stato,l'ha inflitta proprio Maysoon quando ha detto ai suoi legali di preferire di affrontare il suo destino in Iran dove almeno sa benissimo perché è perseguitata,invece che stare in carcere in Italia per qualcosa che non ha commesso.
Ecco,questo accade oggi in Italia in materia di immigrazione attraverso le aberranti leggi di questo governo.Questo è il frutto delle leggi sull’immigrazione varate da un governo reazionario e illiberale che infierisce sulla carne viva dei profughi che fuggono dalle guerre,dalle violenze,dalla fame e dalle carestie.Un governo che persegue le ONG,colpevoli del reato di "umanità",di aiutare tanti poveri cristi a non affogare nelle acque del Mediterraneo nelle loro fughe dal dolore e dalla disperazione.Un governo che respinge i migrati e nelle sue deliranti farneticazioni parla di fantomatiche "sostituzioni etniche",legittimando di fatto le violenze e le torture nelle carceri libiche sui migranti e con le sue leggi permette ora di arrestare una donna,una attivista iraniana per i diritti umani.
Maysoon Majidi sarebbe dunque una "scafista".Ma se scafisti sono, come spesso accade, persone che non possono permettersi il viaggio organizzato dai trafficanti e che per questo vengono costretti a guidare la barca con la quale fuggire(si veda a tal proposito il bel film di Matteo Garrone "Io,capitano",nella clip sotto)
è difficile che Maysoon Majidi lo sia perché è riuscita a dimostrare tutti i pagamenti fatti.Il padre,professore universitario,ha venduto tutto,casa compresa,per far partire lei e il fratello(che adesso è in Germania).Maysoon è iraniana di etnia Curda,cioè quell'etnia più perseguitata dal regime e per giunta attivista per i diritti delle donne. A chi altri bisognerebbe dare rifugio in Italia,se non a lei? Ed invece Maysoon resta in carcere.
La nostra coscienza e la nostra civiltà giuridica ci dovrebbe dire che c’è qualcosa che non torna in questa vicenda,nella facilità con cui mettiamo in prigione donne fuggite da un regime che diciamo di aborrire. C’è molto, moltissimo che non torna nelle leggi che sono state fatte per contrastare l’immigrazione illegale e che rischiano invece di generare solo nuovo dolore e nuove ingiustizie.“Donna, vita, libertà” è un urlo che dovrebbe valere sempre per le ragazze iraniane cui abbiamo promesso una solidarietà vuota e ipocrita se non ci sentiamo neanche in dovere di dar loro rifugi.
18 ottobre 2024
ESSERE CON "LORO"
Dentro questi fatti c'è violenza,tanta violenza.Nella maggior parte dei casi si tratta di violenza maschile contro le donne,anche nell'ambito familiare,in una logica di brutale volontà di dominio e annullamento della donna.Ora,però,dentro questi fatti di cronaca nera c'è dell'altro.Sempre più spesso ci sono vite poco più che bambine;vite che appena adesso cominciano ad affacciarsi alla Vita.E dietro ognuno di quelle vite ci sono disagi,materiali e morali,isolamento,incapacità di relazionarsi.Ed è così che quelle vite bambine diventano vite di violenza:contro gli altri ma talora anche contro se stessi in incontrollati istinti suicidari.Eppure la classe politica resta silente,forse perchè se gli adolescenti hanno dei problemi in fondo chissenefrega,tanto loro non votano e non rientrano nemmeno nel sondaggio settimanale di Mentana.
Si potrebbe forse dire che questa non è storia nuova:era già successo 23 anni fa a Novi Ligure,quella storia di Erika,allora 16enne,e del suo fidanzato Omar,che uccisero la mamma e il fratellino di lei.O ancora quella di Pietro Maso che uccise i propri genitori.Quelle però,furono vicende rimaste nella memoria collettiva proprio per la loro terribile unicità.Ora invece facciamo fatica a star dietro a tutte le vicende che ci arrivano dai media in maniera incalzante.
Così un giorno restiamo increduli difronte all’assassino di 19 anni di Rozzano che ha detto che voleva uccidere "qualcuno",chiunque egli fosse,perché "aveva passato una brutta giornata".Oppure alla storia di quel 17enne che ha strangolato una donna perché voleva vedere "che effetto faceva uccidere".E ancora quando un ragazzo di 17 anni di Paderno Dugnano uccide madre, padre e fratellino perché viveva un profondo disagio interiore,sentendosi "un estraneo, in famiglia e nel mondo".E l' altro ancora di quella ragazza di Parma che ha sotterrato nel giardino i 2 propri bambini appena nati.
Tutti questi episodi riguardano ragazzi italiani,del Nord prospero.Tutti appartenenti a famiglie «normali».E ognuno di essi lascia tutti ammutoliti ed increduli,come se la vita stessa potesse essere schiacciata senza nessun rimorso.
Il fatto è che quando i ragazzi entrano nello scenario che devono percorrere per raggiungere una propria identità,portano con sé le proprie storie che sono state scritte non solo da loro,ma anche dai genitori, dalla scuola e dalle esperienze che hanno avute fino al raggiungimento della pubertà.Ma a quell'età non tutti arrivano allo stesso modo.Molti,per fortuna,vi giungono seguiti da un nucleo familiare stabile e culturalmene preparato.Altri hanno un destino diverso,vittime di abbandono,disinteresse e violenze familiari.
E poi c'è la scuola,così burocratizzata,incapace perciò di capire le vulnerabilità,il disorientamento di questi ragazzi,che li fa finire in bande violente che infieriscono sui compagni più deboli con atti di bullismo.
Psicologi e sociologi ci hanno spiegato che questi ragazzi vengono dagli anni del Covid,con l’impatto che hanno avuto con la morte e la paura e con una nuova visione del futuro. In quei mesi allucinanti furono quasi 200.000 i morti in Italia,più delle vittime civili della Seconda guerra mondiale.E questo in delle personalità in via di formazione ha un peso decisivo.
Quegli stessi psicologi e sociologi ci hanno anche spiegato di quanto la società digitale incida nell'alterazione del relazionamento umano e del formarsi della vita dei ragazzi e del radicale modificarsi di una esperienza adolescenziale che oggi si svolge essenzialmente attraverso il mondo virtuale. Un intrico di luoghi e di vie nei quali è facile perdersi ed è facile soffrire.E sono anche i dati a confermare queste spiegazioni.Dal 2006, anno di arrivo degli smartphones,sono raddoppiati i reati dei minori e crescono i casi di ansia, di autolesionismo, gli istinti suicidari o le risse violente tra gruppi di adolescenti.
Oggi sono nuovi e diversi i modelli e i valori di riferimento per questi ragazzi.Oggi è il gruppo che condiziona le scelte e i comportamenti;oggi i giovani sentono il bisogno di essere riconosciuti ed accettati dai propri compagni anche attraverso scambi digitali,che occupano sempre più spazio a scapito dei rapporti reali.Su di loro agisce una pressione che li trasforma in soggetti costretti costantemente a cercare conferme di autostima cercando followers,per la precocità con cui si entra in contatto,solo tramite una tastiera,con il mondo violento dei grandi,con l’obbligo di crescere in fretta,di divorare il tempo,con la pesantezza di una società che trasferisce loro solo ansia amplificando a dismisura quel "male di vivere" che questi tempi assegnano agli uomini in generale,ai giovani ancora di più.
Le violenze dei minori chiama noi tutti a intervenire,a capire che essa è sintomo di un disagio giovanile più vasto, iscritto nelle contraddizioni e nei disvalori della nostra società e approfondito dalle conseguenze della pandemia nelle angosce anche da essa portate.Non possiamo ridurre il malessere dei giovani a un problema di ordine pubblico.Tutti noi adulti siamo chiamati ad agire, in primo luogo i genitori, il mondo della scuola, gli operatori del sociale.Bisogna anzitutto "esserci" come adulti. Ascoltare,occuparsi,non tanto preoccuparsi.Così si potrebbe pensare ad ampliare la presenza di educatori e operatori sociali nei territori, incrementare gli spazi protetti dove gli adolescenti possono incontrarsi e stare insieme, avvicinare la scuola alla vita che i giovani si trovano ogni giorno ad affrontare, là fuori.