07 gennaio 2025

UN LIBERALE DAVVERO





8 anni fa,il 7 gennaio 2016,moriva Valerio Zanone.Valerio Zanone fu un grande liberale;un liberale davvero.Perchè i principi del liberalismo,quella laica Fede liberale lui la visse fin nel profondo e fino all'ultimo giorno.Un solo desiderio,infatti,aveva espresso:che sulla sua tomba fosse scritta una sola parola:"Liberale".Una parola che oggi tanti usano,della quale in così tanti oggi si appropriano,senza nemmeno conoscerne la valenza ed il significato.
Zanone,invece,la conosceva bene quella parola ed anzi la viveva e sopra ci rifletteva nei suoi tanti studi,scritti e discorsi.E forse proprio questo è il miglior modo di ricordare Valerio Zanone,perchè,al di là della carriera politica(tanti i suoi incarichi istituzionali:Consigliere Regionale PLI del Piemonte,Segretario del PLI dopo Malagodi,Sindaco della "sua" Torino,parlamentare per più legislature e Ministro dell'Ecologia,dell'Industria e della Difesa)fu anzitutto un fine e coltissimo intellettuale oltre che uomo con grande senso dello Stato,ma questo è del tutto normale per ogni vero liberale.Anzi si può dire che più che un politico,lui fu un intellettuale prestato alla politica.  Il liberalismo,per lui,era un'"mestiere" difficile.Agli amici "raccomandava" spesso:"Non diventare liberale,perchè in Italia è il modo migliore per complicarsi la vita".Come aveva ragione! La cosa più facile,infatti,in Italia era,è sempre stata quella di aderire  alle forze che gestiscono il potere,a quel sistema partitico dedito soltanto a spartirsi le prebende del sottobosco politico ed economico italiano,nell'ambito di un degrado ed una corruzione morale dei costumi istituzionali e politici.Del resto nulla di nuovo sotto il sole:queste cose continuano ad accadere ancora oggi,al tempo del dominante populismo nostrano.In questo sembrava riprendere le parole di Ernesto Rossi che nel suo libro "Elogio della galera" scriveva di essere in galera con i comunisti perché insieme a loro combatteva il regime fascista.Ma sentendoli ragionare,capiva che se quei comunisti avessero vinto,lui sarebbe finito in galera di nuovo.Come a dire:è difficile per un pensiero libero e liberale trovare spazio in Italia.
Dopo la stagione di Mani Pulite,che spazzò via i partiti della Prima Repubblica e quindi anche il "suo" PLI,Zanone non volle mai aderire a quella che lui chiamava "la grande truffa" berlusconiana.Così egli scriveva:"si è voluto regalare la bandiera liberale a un demagogo millantatore che fino ad allora aveva  fatto affari  di bassa lega con il partito socialista.L’etichetta di “liberale” a Berlusconi è servita per dare uno straccio di dignità politica a chi ne è totalmente sprovvisto.I complici sono molti:si va da Bertinotti alla stampa padronale, persino al Pd sempre incline all’inciucio e al compromesso di potere.(....)La “rivoluzione liberale” predicata da Gobetti e quella di Berlusconi,per i pennivendoli di Arcore,sono state la stessa cosa. Alcuni hanno avuto persino la faccia tosta di espungere Gobetti dalla storia del pensiero liberale per dare posto al monopolista di Arcore(....).Come ci  si possa,la mattina,guardare allo specchio senza ridere o vergognarsi, non si sa proprio(....).Ci si strofina su Meloni come  nel 1922 i fascioliberali su Mussolini".Incredibile,ma queste parole furono scritte da Zanone 15 anni fa,all'albeggiare del sistema di potere berlusconiano.
Di Zanone,però,non condivisi una scelta,quella cioè di non essere stato a fianco di Enzo Tortora,che pure del PLI faceva parte,ingiustamente ed indecentemente accusato dalla malagiustizia italiana.Ancora oggi non comprendo il perchè della rinuncia a combattere una battaglia tipicamente liberale per lo stato di diritto contro l'angheria di una giustizia ingiusta,arrogante e prepotente che già allora angariava la vita degli individui.Battaglia che invece poi fecero Marco Pannella e i Radicali.In ogni caso per noi liberali Valerio Zanone rimarrà sempre Valerio Zanone.E a mio avviso il modo migliore per ricordarlo è rileggere il suo "decalogo" liberale,quella sorta di Comandamenti Liberali,che lui enunciò in quel meraviglioso Congresso liberale di Firenze del 1981: 
  • Liberale è darsi una regola piuttosto di doverla ricevere.
  • Liberale è la società aperta che riconosce a ciascuno il diritto e la possibilità di diventare ciò che vuole essere.
  • Liberale è rinunciare all'illusione della società perfetta,ma cercare ogni giorno di correggerne qualche imperfezione.
  • Liberale è l'iniziativa individuale combinata con la responsabilità collettiva.
  • Liberale è il rifiuto di staccare nel tempo la libertà e la socialità;ai marxisti che promettono la libertà dopo la socialità,ai conservatori che promettono la socialità dopo la libertà,i liberali devono rispondere che la libertà e la socialità si guadagnano e si perdono insieme
  • Liberale è la sintesi difficile non impossibile,fra l'efficienza del mercato,le riforme della socialità, le regole della democrazia.
  • Liberale è chi non delega e non si sottomette,chi chiede al grande fratello pubblico il conto delle spese.
  • Liberale è chi,dopo aver letto il romanzo di Orwell,scopre che il fatidico "1984" è alle porte,e prepara la difesa contro la più illiberale delle diseguaglianze,quella che potrebbe instaurarsi fra una massa livellata e una oligarchia di livellatori
  • Liberale è il rifiuto di separare il tempo dalla propria vita,di scinderlo fra un tempo di lavoro senza fantasia e un tempo libero senza significato
  • Liberale è la voglia di cambiare ogni tanto lavoro e pensieri, di imparare qualcosa anche quando è finita la scuola.
  • Liberale è per noi, italiani, credere nella vivacità e opporci alle politiche che la mortificano, respingere le lamentazioni catastrofiche, avere fiducia in questo paese dissestato e grande; e cercare nelle ragioni della libertà le nostre ragioni di speranza".

27 dicembre 2024

UN UOMO "CONTRO"

 



30 anni fa,nel dicembre del 1994,moriva Gianmaria Volontè,uno dei più grandi attori del cinema e del teatro italiano.Ciascuno di noi può avere il suo attore o la sua attrice preferita, il suo genere di film che più lo coinvolge e appassiona,e poi i gusti sono gusti.E nemmeno ci si può rifare ai Premi ricevuti da questo o quell'attore in questa o quella Rassegna cinematografica per stilare una "classifica",perchè molto spesso essi sono assegnati,diciamo così,per ragioni funzionali al mercato delle case cinematografiche.
Ma nella storia del cinema italiano, specialmente nel periodo degli anni '60 e '70,che poi è stato quello del suo massimo splendore in cui la produzione cinematografica italiana primeggiava per qualità e varietà, ci sono stati una serie di attori e attrici,ma anche registi, sceneggiatori e compositori,che hanno abbattuto i paletti del “De gustibus non disputandum est” per diventare vere e proprie icone culturali.Possiamo così ricordare attori della grandezza di Tognazzi, Sordi, Mastroianni, Gassman o Manfredi,o quelle straordinarie attrici come Vitti,Loren,Cardinale o Melato.Ed ognuno di questi/e potrebbe essere considerato il/la migliore per ragioni diverse.C’è un attore italiano, però, che negli stessi anni scelse strade diverse rispetto ai suoi colleghi, utilizzando ogni film in cui recitò non solo come forma di espressione artistica ma come vera e propria missione politica e sociale e quell'attore fu proprio Gian Maria Volonté.

Volonté,infatti,non interpretava soltanto un personaggio,ma trasformava quel personaggio in un manifesto politico,rappresentando l’Italia della contestazione.Una contestazione collettiva e personale ad un sistema sociale ed economico ingiusto e generatore di diseguaglianze.
Egli,infatti, apparteneva a quella categoria di artisti che fanno della propria immagine pubblica un mezzo di comunicazione e di impegno civile costante.Perchè c’è stato un periodo storico del Novecento in cui il legame tra arte e politica era talmente forte da farle diventare una cosa sola.Oggi,invece,la spinta di contestazione sociale e culturale dei decenni tra il dopoguerra e gli anni Ottanta che per anni ha prodotto letteratura, teatro, musica e cinema cosiddetto “impegnato” è praticamente scomparsa ed è per questa ragione che il lavoro di Gian Maria Volonté rimane un patrimonio capace di non invecchiare mai.

Volontè iniziò la sua carriera artistica in teatro interpretando i personaggi di grandissimi scrittori ed autori:da Shakespeare a Beckett e Dostoevskij;continuò poi nel cinema collaborando con alcuni grandi registi di quel periodo.In tutte le sue interpretazioni cinematografiche Volonté seppe sempre dar vita o a personaggi di finzione rappresentativi della politica e della società italiana,oppure a fatti ed uomini realmente esistiti, adattando alla forma cinematografica le biografie di personalità del calibro di Giordano Bruno,Enrico Mattei o Aldo Moro.Ma le capacità artistiche ed interpretative si espressero con l’esplorazione di ruoli socialmente significativi, come quello del sindacalista Salvatore Carnevale  in Un uomo da bruciare, del 1962,dei fratelli Taviani.
Quel suo impegno politico,però,lo portò nel 1964 a scontrarsi con le conseguenze dell’arte impegnata:infatti,a causa della sua rappresentazione de Il Vicario, opera nella quale si criticava fortemente il collaborazionismo di Pio XXII con il nazifascismo egli venne addirittura scomunicato.
Nonostante ciò egli continuò questo suo impegno politico,collaborando in particolare con Elio Petri, Francesco Rosi e Giuliano Montaldo, tre registi che scrissero la storia del cinema italiano politico e di denuncia. Il punto di contatto tra questi tre registi e l’attore era infatti la comune matrice ideologica marxista, l’attenzione per i temi sociali,dalle lotte sindacali alla corruzione, ma anche, indubbiamente, l’intento di creare un "cinema verità" che fosse erede del neorealismo e portatore di un’idea di arte che facesse riflettere il pubblico.

Grazie a Elio Petri,in particolare,Volonté diventò il volto del protagonista di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto",un film sulla corruzione e sull’abuso di potere talmente iconico e penetrante(anche grazie alla colonna sonora di Ennio Morricone)da diventare tra le pellicole più celebri sia in Italia che all’estero,tanto da vincere addirittura un Oscar come miglior opera straniera.E vennero poi pellicole che sono ancora oggi un "cult":"A ciascuno il suo","La classe operaia va in paradiso","Todo Modo".In ognuno di questi film Volonté raccontava in modo coinvolgente ed angosciante i lati oscuri della società italiana, dalla vita nelle fabbriche alla corruzione morale del Paese portata dalla Democrazia Cristiana nella vita civile e politica,fino al film documentario "Documenti su Giuseppe Pinelli",una vera e propria inchiesta cinematografica sulla morte dell’anarchico,"suicidato",secondo alcuni nella Questura di Milano,dopo i fatti Piazza Fontana.

Con il regista Francesco Rosi Volonté girò pellicole del livello di "Uomini contro",film sul Primo conflitto Mondiale che prendeva spunto dal romanzo dello scrittore Emilio Lussu "Un anno sull'Altopiano".Nella pellicola si denunciava non solo l'assurdità della guerra e del conflitto tra popoli e tra gli uomini,ma anche quello tra le classi sociali con un potere che manteneva il proprio dominio con un falso nazionalismo,a discapito delle classi sociali subalterne.E un altro grande film girato in sodalizio con Rosi fu "Il caso Mattei",sulla vicenda politica e personale di quello che fu "l'italiano più potente dopo Giulio Cesare",come fu detto all'epoca.

Volonté ebbe quella peculiare capacità di farsi volto di personaggi storici realmente esistiti,esaltando i tratti del carattere della persona raccontata e nel contempo di rendere,grazie alla  sua voce, al suo tono, al suo particolare modo di articolare il viso,l’essenza di personaggi di finzione che rappresentano intere categorie sociali, dall’operaio al politico, fino al direttore di un giornale come in Sbatti il mostro in prima pagina, di Marco Bellocchio. Così, per esempio, nei film di Giuliano Montaldo "Giordano Bruno" e "Sacco e Vanzetti" Volonté interpreta i due protagonisti storici riuscendo a rappresentarli come vittime del potere e dell'arbitrio,entrambi martiri per motivi diversi in epoche diverse.

Volontè non fu solo attore impegnato, dissidente, rivoluzionario,ma visse anche in prima persona le proteste,le manifestazioni e le lotte che portava sulle scene.Egli era in prima linea accanto a quegli operai di cui si parlava nei film in cui recitava.Il suo impegno non è si limitava,infatti,a un qualcosa di distante.Fu accanto agli operai della Coca Cola, della Metalfer e di molte altre fabbriche,e in alcune contestazioni venne anche arrestato.Si iscrisse al Pci,venendo eletto consigliere regionale nel Lazio, carica che abbandonò di lì a poco perchè figuriamoci se un uomo come lui poteva accettare i compromessi che la politica impone.Gian Maria Volonté è dunque stato la sintesi perfetta tra teoria e pratica, tra realtà e arte, tra impegno, contestazione, dissidenza e bellezza.Forse per utilizzare proprio il titolo del suo film "Uomini contro",si potrebbe dire che anche lui era un uomo "contro".Contro il sistema,le ingiustizie e i benpensanti.
Ora,se anche non possiamo dire chi sia stato il migliore attore di tutti i tempi, di sicuro, però, il migliore a combinare tutti questi elementi insieme è stato lui.

23 dicembre 2024

RACCONTI DI NATALE







Il Natale è giorno veramente unico,particolare e incomparabile non solo per la religione e per la Cristianità in particolare,ma un pò per tutto il mondo e per tutte le genti.Sarà forse per quella singolare atmosfera,per quel particolare stato dell'animo e per quel tempo di attesa e di vaga speranza che quei piccoli,grandi momenti che il Natale sa dare.Ed il Natale è la festa dei bambini,forse perché intorno a loro almeno in quel giorno possono vedere gioia e sorrisi.

Eppure anche se unico e singolare,tanti e tanto diversi sono i modi nei quali scrittori e poeti hanno raccontato questo giorno.Così c'è il modo più classico e fiabesco come quella dei fratelli Grimm(bella la loro favola "Gli Elfi e il Calzolaio")e come i Grimm anche Hans Christian Andersen nel suo racconto:"L’abete", dove si narra la storia di un piccolo abete ansioso di crescere.Una volta cresciuto,viene tagliato e portato in una casa per essere abbellito;l' abete si sente inorgoglito per aver raggiunto una casa degli uomini.Tuttavia, al termine dei festeggiamenti viene riposto in soffitta senza troppa cura.E l'insegnamento allora è questo:bisogna sapersi rallegrare e meravigliare anche dell'esistente e del presente, del dove si vive,della bellezza del bosco,di una giornata di sole o degli uccellini che cantano, senza pensare soltanto a un futuro che forse non sarà come viene immaginato.

Forse però la più celebre tra le favole natalizie è senz’altro "Canto di Natale" di Charles Dickens,notissima in tutto il mondo.La storia racconta di Ebenezer Scrooge, un ricco e anziano commerciante molto tirchio che non crede all’amore,alla generosità e alla carità. Ma in una notte magica,Scrooge riceve la visita di tre spiriti, il Passato, il Presente e il Futuro.Grazie a loro, Scrooge comprende che il Natale è un momento di riflessione e di amore per il prossimo e decide di cambiare la sua vita, diventando un uomo migliore e più generoso.


E tantissimi ancora e tutti grandissimi sono gli autori di ogni tempo che hanno scritto sul Natale:da Collodi a Tolstoj,da Lope de Vega a Stevenson,da Twain a Rimbaud,e ancora D'Annunzio,Pascoli, Deledda,Trilussa, Brecht e Moravia.Per non dire,poi,del teatro,per il quale basterebbe ricordare "Natale in casa Cupiello" del grandissimo Eduardo De Filippo.Ognuno di questi autori ha raccontato il proprio modo di "sentire" il Natale;ognuno,con le loro parole e i propri racconti hanno saputo sorprendere,commuovere,rallegrare,emozionare.

Ma ci sono anche modi più originali e diversi di raccontare il Natale.Come,ad esempio,"Miniature di Natale" della scrittrice americana Pearl Buck,premio Nobel per la letteratura nel 1938.In esso l'autrice parla del significato misterioso e unico del Natale e dei vari modi in cui i protagonisti dei suoi racconti giungono a scoprirlo.I racconti si basano sui ricordi dei molti Natali trascorsi dall’Autrice sia in Cina sia in America. Non importa che l’albero sia il bell’abete della tradizione americana o un esile bambù cinese o anche che non vi sia niente di tutto questo.Ciò che conta è lo spirito del Natale, il momento magico in cui ogni essere umano, solo con se stesso e con i suoi ricordi, sente il bisogno di dare e ricevere amore, solidarietà, comprensione.Come pure quegli altri fondamentali sentimenti:la fratellanza fra gli uomini, quale che sia il colore della loro pelle; l’imperativo di proteggere i bambini innocenti dalle ingiustizie e dai pregiudizi del mondo; la necessità che i popoli della terra non siano travagliati dalle guerre.Un’esortazione all’amore e alla fede rivolta per tutti.


Un altro modo originale di raccontare il Natale è quello di un altro Premio Nobel della Letteratura,Luigi Pirandello.Nella novella "La Messa di quest'anno", la riflessione sul Natale l'Autore rimpiange la perduta innocenza della fanciullezza e avverte la delusione del presente per la mancanza del vero spirito natalizio di amore, carità e umana solidarietà. Anche in una festa così diffusa, il suo intervento non manca di sottolineare i difetti tipici della modernità con il culto d’una realtà che inneggia al laicismo,al positivismo e alla tecnica.L’autentica verità del Natale è in quelli che soffrono, ma questi purtroppo,a causa delle loro sofferenze,non riescono più a sollevare lo sguardo al cielo.


Davvero tanti sono i modi con i quali si può raccontare questo giorno particolarissimo dello Spirito e della Mente.Ma forse per chi già da tempo bambino non lo è più,quelli di Buck e di Pirandello sono i modi più veri e autentici di "sentire" il Natale. 

17 dicembre 2024

L'ITALIA CHE "GALLEGGIA"




"Società del rancore","sovranismo psichico",«furore di vivere»,«società irrazionale»,«Italia malinconica» «Italia dei «sonnambuli»:sono solo alcune delle metafore usate dal Censis(Centro Studi Investimenti Sociali) nei suoi rapporti annuali sulla società italiana.Per il 2024 il Censis parla di una paralisi che intrappola gli italiani che non avanzano e non arretrano.Gli italiani è come se fossero affetti da una «sindrome di galleggiamento»,una sorta di immobilismo materiale e culturale.

Nel suo Rapporto per il 2024 il Censis segnala che l’85% degli italiani ha perso ogni fiducia di poter salire socialmente.E se si perde fiducia nell’ascensore sociale,si fanno meno figli(l'Italia  è un Paese molto vecchio anagraficamente)e se si fanno meno figli,minore è la propensione al rischio imprenditoriale;c'è solo un'attitudine ad una gestione della rendita.Gli italiani,per il Censis,hanno molte paure(dal cambiamento climatico alle guerre e non credono affatto nell'Unione Europea.Sono anche questi i motivi per cui la gente non va più a votare(alle ultime consultazioni europee si è raggiunto il record di astensionismo del 51%)e la democrazia così si indebolisce.

A conferma di questa pubblica percezione,il Censis rileva un sentimento di «frustrazione,un senso di impotenza,risentimento,sete di giustizia,una smania di vendetta ai danni di un presunto colpevole».E non c'è da sorprendersi se è la destra sovranista e populista,con le sue politiche egoistiche e xenofobe,ad aizzare la "caccia" a questo colpevole.E' facile,infatti,puntare il dito contro il nemico se quasi un terzo degli italiani si sente minacciato dai migranti e manifesta ostilità contro chi ha una concezione diversa della famiglia tradizionale.Una intolleranza che si manifesta contro chi appartiene a una etnia diversa,a un diverso colore della pelle o ha un orientamento sessuale diverso.E' questo,allora,che spiega perchè poi ci siano personaggi come tal Vannacci che raccolgono così grandi consensi,individuando essi quell'astratto concetto di «italianità» nella sola discendenza da progenitori italiani,dalla fede cattolica e dai caratteri somatici.

C'è un altro dato che emerge dal rapporto del Censis e che è quasi "raccapricciante" per una Stato moderno:l'Italia è un Paese di ignoranti.A partire dalle scuole.Quasi il 30% degli italiani non conosce l’anno dell’Unità d’Italia e quando è entrata in vigore la Costituzione.Il 50% non conosce l’anno della Rivoluzione francese, un terzo non sa chi sia Giuseppe Mazzini(per molti è stato un politico della prima Repubblica).Ma non solo le scuole:da noi l’ignoranza non è qualcosa di cui si possa dare la colpa ai docenti.L’ignoranza si esibisce in tv ed inorgoglisce i tanti leoni da tastiera nella giungla del web,alimenta gli "haters" nel dibattito pubblico e i demagoghi in quello politico e viene persino esaltato da una feroce polemica contro gli intellettuali e contro le élite.

La politica è lo specchio di questa società.Così si spiega quel disorientamento e quella paura del futuro della gente e dell'elettorato che negli ultimi 30 anni ha sbandato da un populismo all'altro:dal tycoon liberista come Berlusconi,con il suo farsi paladino di una società civile sana e produttiva("la trincea del lavoro",diceva il Cav.)opposta a una classe politica corrotta e marcia,a quello a un comico populista come Grillo,a una destra rancorosa e identitaria come quella di Salvini prima e di Meloni adesso.Ma questa politica populista che proclama di difendere quei sentimenti di spaesamento e timore(in realtà speculando elettoralmente su di essi)non può illudersi che questo basti ad arginare quella crisi di sfiducia segnalata dal Censis.Non può bastare la narrazione orgogliosamente populista fatta dalla Premier secondo la quale «il declino non è un destino».

In realtà per evitare quel declino servirebbe ben altro.Servirebbe,per esempio,una riduzione strutturale del nostro pauroso debito pubblico,che immobilizza risorse per gli interessi sottratte alla cura di tutti i mali che il Censis elenca.E servirebbe investire nella sanità,nella quale spendiamo di tasca nostra 44 miliardi di euro all’anno per sopperire a liste di attesa troppo lunghe, e chi non può permetterselo rinuncia al check up o alle cure.O proprio a quella scuola,che invece di essere sede di formazione e conoscenza della futura classe dirigente,si è impoverita culturalmente,diventando una(anche se non unica)causa di ignoranza delle giovani generazioni.

Eppure siamo ancora il secondo Paese esportatore d’Europa e quarto al mondo,tanto per confermare il "paradosso del calabrone",che è quell'insetto  che,con le sue ali così pesanti e piccole non dovrebbe volare,eppure vola. Però sarebbe un errore ignorare ciò che il Censis ricorda ogni anno.Abbiamo bisogno di uno scatto di volontà e coesione nazionale di maggioranza e opposizione.Con una vera e autorevole leadership che lo promuova.Una volta l'avevamo e si chiamava Mario Draghi.