Quante cose tutti augurano a tutti il primo giorno dell'anno. Serenità, gioia, felicità, salute e magari anche danaro.Ma forse quello che davvero ci manca è IL TEMPO,un tempo di vita ed il tempo di avere tempo per fare le cose vere, essenziali, quelle che davvero danno senso a tutte le altre cose.
Di questo s'era accorta la poetessa tedescaElli Michler , questo lei riteneva il migliore augurio che si potesse fare. Un augurio che vale soprattutto all'inizio del nuovo anno.
Ti auguro tempo (di Elli Michler)
Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa. Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri. Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre, ma tempo per essere contento. Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti: tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio. Ti auguro tempo per guardare le stelle e tempo per crescere, per maturare. Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare. Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono. Ti auguro tempo anche per perdonare. Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita. BUON ANNO A TUTTI
Don’t tread on me (Non calpestarmi) è la traccia numero sei dell’omonimo quinto album dei Metallica, uscito il 13 agosto 1991. Il titolo della canzone si riferisce alla guerra di indipendenza americana. “Don’t tread on me” costituiva il motto della bandiera di Gadsden, e l’immagine del serpente sulla bandiera è raffigurata sulla copertina dell’album.
NON CALPESTARMI
Libertà o morte, ciò che salutiamo con tanto orgoglio Una volta che la provochi, scuote la coda Non incomincia, mai, ma una volta attaccata… Non si arrende mai, mostra le zanne della rabbia
Non calpestatemi
Così sia Non minacciare più Assicurarsi la pace è prepararsi per la guerra Così sia Sistema il conto Toccami di nuovo per le parole che sentirai sempre…
Non calpestatemi
Prendilo o lasciato, lei con il morso mortale È veloce la lingua blu, biforcuta colpisce come il lampo Brilla lucente, sempre vigilando Gli occhi, non si chiudono mai, emblema della vigilanza
Non calpestatemi
Così sia Non minacciare più Assicurarsi la pace è prepararsi per la guerra Così sia Sistema il conto Toccami di nuovo per le parole che sentirai sempre
Non calpestatemi
Così sia Non minacciare più Assicurarsi la pace è prepararsi per la guerra Libertà o morte, ciò che salutiamo con tanto orgoglio Una volta che la provochi, scuote la coda
Così sia Non minacciare più Assicurarsi la pace è prepararsi per la guerra Così sia Sistema il conto Toccami di nuovo per le parole che sentirai sempre…
Quest'anno,il 30 di novembre,Enzo Tortora avrebbe compiuto 90 anni.E invece la sua vita fu molto più breve.Se ne andò nel 1988, quando aveva solo 60 anni.A togliergli anzitempo il suo tempo di vita,fu senz'altro l'infame sistema giudiziario e carcerario italiano,che lo afferrò nei suoi artigli e su di lui infierì in maniera feroce,disumana,spietata e violenta.Soprattutto l'incredibile,barbaro e kafkiano Processo che contro di lui fu messo su da giudici in cerca di notorietà e visibilità mediatica,incise sulle sue carni e sul suo corpo,segnandolo definitivamente e irrimediabilmente.Ma quel processo fece violenza anche sull'"Habeas Corpus" del diritto,su quell'antichissimo istituto giuridico che tutela la inviolabilità personale dell'accusato e il conseguente diritto dell'arrestato di conoscere la causa del suo arresto.Per Enzo Tortora niente di tutto questo.Aspettò per mesi e mesi,tra le mura del carcere,di sapere quale era il suo reato e chi lo accusava.Venne infine a sapere che alcuni folli camorristi "pentiti", dei veri e propri malati mentali,lo accusavano di spaccio di droga.Uno di questi,Pasquale Barra,era chiamato"'O animale",l'animale,la bestia per la sua brutale efferatezza,perchè,tra gli altri,aveva ucciso in carcere il bandito Francis Turatello,strappandogli poi le viscere ed il cuore).Evidentemente questi "signori" erano più degni di fede di Enzo Tortora se un giorno,durante un'udienza,il Pubblico Ministero Diego Marmolo accusò di essere "un cinico mercante di morte".Troppo nota è la vicenda per doverne qui riepilogare fatti e situazioni. Eppure di quella vicenda va mantenuta memoria per sapere,per capire cosa fu il "Caso Tortora".Un abominio di civiltà umana e giuridica.Un insulto allo Stato di Diritto,l'esercizio di una giustizia brutale e barbara da parte di giudici che certamente avrebbero ben figurato nei Tribunali della Santa Inquisizione di Torquemada.Ma Tortora(almeno questo)non fu lasciato solo in quei giorni sciagurati.Ci fu qualcuno,ci furono i Radicali di Marco Pannella,che con lui cominciarono a combattere una battaglia per una "Giustizia Giusta",contro lo Stato "ladro di legalità".E con Tortora ci furono centinaia di detenuti che da subito avevano capito che quell'uomo,quella "persona perbene",come una volta gli disse perfino il camorrista Raffaele Cutolo,era innocente.
Alla fine Enzo Tortora fu assolto e a distanza di 30 anni proprio quel Diego Marmo chiese "perdono" alla famiglia Tortora,perchè aveva,egli disse,sbagliato a chiedere la condanna di quell'uomo innocente.Evidentemente anche tra i giudici ci sono dei "pentiti".
Enzo Tortora,consumato nel fisico e nel morale se ne andò in una mattina dell'anno 1988.E se egli volle portare nell’urna delle sue ceneri la “Storia della Colonna infame” di Alessandro Manzoni,una ragione c’è ed è altamente significativa.Manzoni scrisse questa storia per dimostrare come la furia di ottenere un capro espiatorio da dare in pasto alla moltitudine che esige immediatamente il colpevole, è comportamento da barbari e non da civiltà del diritto.Forse quei giudici avrebbero dovuto leggere(e ancora oggi tutti i giudici italiani lo dovrebbero fare,giacchè quasi nulla è cambiato nell'agire della Magistratura)le parole di Leonardo Sciascia:" Ogni magistrato,una volta vinto il concorso,dovrebbe trascorrere almeno tre giornidi carcere fra i comuni detenuti e preferibilmente in carceri famigerate,come l’Ucciardone e Poggioreale.Sarebbe indelebile esperienza,da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello,ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza….(Corriere della sera 7 agosto 1983).
E fors'anche le parole di Piero Calamandrei dovrebbero rileggere:..."Non disdice all'austerità delle aule giudiziarie il Crocifisso:soltanto non vorrei che fosse collocato,come è,dietro le spalle dei giudici.In questo modo può vederlo soltanto il giudicabile,il quale,guardando in faccia i giudici,vorrebbe aver fede nella loro giustizia;ma poi,scorgendo dietro a loro,sulla parete di fondo,il simbolo doloroso dell'errore giudiziario,è portato a credere che esso lo ammonisca a lasciare ogni speranza:simbolo non di fede,ma di disperazione.Quasi si direbbe che sia stato lasciato lì,dietro le spalle dei giudici,apposta per impedire che lo vedano:e invece si vorrebbe che fosse collocato proprio in faccia a loro,ben visibile nella parete di fronte,perché lo considerassero con umiltà mentre giudicano,e non dimenticassero mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente.
Tutto il tema,tutti i paesaggi della pittura di Claude Monet,il padre del movimento che fu poi definito "Impressionismo",furono sempre realizzati con un attenzione particolare ai riflessi della luce sull'acqua.Monet,infatti,approfondisce le leggi fisiche che sono alla base della percezione della luce e del colore da parte dell'occhio umano.La sua è una continua ricerca indirizzata allo scopo di catturare un momento e una luce particolare,che solo l'artista può "vedere" nel momento in cui dipingeva.Nel 1883 Monet si trasferisce a Giverny,in Normandia,dove crea un giardino e si costruisce un rifugio o più semplicemente un mondo tutto suo, che diventerà il soggetto preferito per le sue opere.Monet trascorre a Giverny oltre 40 anni della sua vita e utilizza il suo giardino con le sue piante e i suoi fiori per realizzare degli autentici capolavori.Fu proprio l’opera di Monet: “Impression.Soleil levant”,a suggerire il nome per la nuova corrente artistica: l’Impressionismo.L'occhio prodigioso per catturare ogni forma e ogni sfumatura di colore,la mano infaticabile per trasferire sulla tela la delicata maestosità della natura,tra acqua e luce,appunto,fiori e cielo.Proprio il talento del padre dell'Impressionismo è al centro del film,di recente uscita,che non poteva non avere come titolo un riferimento a quelli che furono i momenti della sua ricerca:l'acqua e la luce.Il film si intitola,infatti,"Le ninfee di Monet.Un incantesimo di acqua e luce",diretto da Giovanni Troilo,nelle sale dal 26 al 28 novembre.Attraverso la narratrice Elisa Lasowski e gli interventi dello scrittore Ross King,il film mescola fiction e immagini di repertorio per ricostruire la parabola artistica e umana dell'artista francese:la pittura come vita,la nascita dell'Impressionismo,la famiglia e il dolore per i lutti,l'amicizia con il primo ministro francese George Clemenceau che lo protesse e ne comprese la genialità,la malattia agli occhi,la sofferenza per la tragedia della prima guerra mondiale.Ma,come detto,nel film emerge l'elemento che maggiormente caratterizzò la vita di Monet:la passione per il paesaggio circostante che rappresenta su ogni tela l'impalpabile bellezza dell'acqua,della luce e dell'aria.Monet dipingeva per ore e ore,senza mai smettere,riproponendo soggetti ricorrenti,alberi,acqua,fiori e soprattutto ninfee.Il film conduce lo spettatore attraverso i luoghi dell'artista:Le Havre,città dalla quale Monet si portò dietro il suo mare,le scogliere e i paesaggi resi evanescenti dalla foschia(qui dipinse "Impression,soleil levant")a Giverny,la cittadina lungo la Senna dove poi creò il suo piccolo mondo di fiori e acqua da dipingere incessantemente,con il celebre stagno delle ninfee.Il film,infine,si sofferma sulla sua ultima opera,"la Grand Décoration".Dopo aver superato la depressione che lo aveva spinto a lasciare la pittura,Monet,ormai quasi cieco,riprese i pennelli per realizzare la sua impresa più colossale:pannelli enormi raffiguranti il suo stagno di ninfee.Le ninfee,il nome del fiore acquatico al quale è indissolubilmente legato il nome e l'opera di Monet.