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24 agosto 2024

CHE TEMPO CHE FA






Temporali violenti e carenza idrica.Alluvioni e siccità.Scioglimento dei ghiacciai e innalzamento della temperatura del pianeta.Sono questi gli eventi estremi,ma sempre più numerosi e frequenti che  avvengono oramai in tutte le parti del mondo negli ultimi anni.Il tutto dovuto(al di là di ogni ottuso negazionismo)al fenomeno dei cambiamenti climatici.

Cambiamento climatico.Quante volte abbiamo sentito questa frase negli ultimi anni?E che abbiamo fatto o che stiamo facendo oggi,quando molteplici evidenze scientifiche ci dicono che è l'Uomo che ha alterato l’equilibrio del nostro pianeta, a partire dal suo clima, che della complessa armonia della Terra è la spia più importante ed affidabile?

Ogni mese è il più caldo, ogni anno più bollente del precedente.E ogni mese e ogni anno i record si aggiornano in negativo.E noi,come sonnambuli,continuiamo a camminare quasi incuranti verso il precipizio dell’inferno climatico.  

Ondate di calore, giorni e giorni di temperature estreme che mettono in forse non solo la sopravvivenza di milioni di persone, ma la possibilità stessa che in molte zone si possa continuare a coltivare e allevare alcunché.E' doppia la faccia della crisi climatica:da un lato la siccità,come in Sicilia, dove l’acqua manca non solo per gli animali e le colture, ma anche per garantire le dialisi dei malati di reni;dall'altro alluvioni,nubifragi e bombe d'acqua di enorme violenza.E poi lo scioglimento dei ghiacciai artici.Basti pensare che negli ultimi 15 anni il circolo polare si è riscaldato quattro volte di più del resto del mondo.

Ma il riscaldamento globale è solo la faccia più visibile della crisi climatica che stiamo vivendo.E per affrontare questa enorme crisi sarebbe necessario avere a disposizione un pianeta sano, mentre al contrario, sempre per colpa dell'Uomo, ci ritroviamo alle prese con un pianeta più malato che mai. Inquinamento dell’aria e dell’acqua, distruzione degli habitat naturali, pesca eccessiva, declino delle popolazioni di insetti,perdita di uccelli, inquinamento da plastica,sfruttamento eccessivo del suolo fertile.Da qui tutta una serie di  conseguenze sociali ed economiche:crescita delle ingiustizie e delle diseguaglianze, migrazioni,conflitti per le risorse,collasso dei sistemi alimentari e fragilità delle democrazie. 

Eppure difronte a questo tragico scenario continuiamo a vivere come se nulla fosse.Ogni governo,ma anche ognuno di noi dovrebbe invece già essere impegnato a modificare le basi della nostra esistenza personale e collettiva cominciando a cambiare la nostra alimentazione,il nostro habitat,i nostri mezzi di trasporto,le nostre tecniche di coltivazione,il nostro modo di produzione.Altrimenti ogni distopico futuro rischia di diventare drammatica realtà.Questo angoscioso "sapore" di apocalisse ce lo raccontava già Italo Calvino nei suoi Racconti:"Nuvola di smog" e "La formica argentina",



Una metafora del male di vivere,che nei due racconti viene identificato con l'inquinamento e la  minaccia nucleare(peraltro presente anche ai giorni nostri)incombente su ogni esistenza.

I movimenti ambientalisti e l'informazione(quella poca corretta e seria,non certo quella da curva di stadio)da molto tempo stanno dando l'allarme,ma tutti noi abbiamo tirato dritto senza fiatare. E questo non succede solo con la crisi climatica:lo facciamo per i morti nelle carceri o per le stragi di migranti dietro casa o poco più a sud,nelle acque del Mediterraneo.

Non vogliamo scuoterci e risvegliarci da questo sonno.Anzi.Proprio nei confronti delle associazioni e movimenti ambientalisti che da anni denunciano questo drammatico stato di cose la repressione,in Italia ma non solo,è sempre più forte da parte soprattutto dei governi di destra,che poi sono i più vicini alle teorie negazioniste e al mantenimento dello status quo per la tutela di precisi interessi economici.Così si cerca di indirizzare le pubbliche opinioni a pensare che in fondo  questi eventi estremi ci sono sempre stati,che la crisi climatica è qualcosa di eccezionale,che riguarda altri e che non possiamo farci niente. 

Ed invece dovremmo avere il coraggio(e l'onestà) di rispondere a una serie di domande:siamo disposti a vivere placidamente in questa nuova anormale normalità? Nel momento in cui il Pianeta di cui siamo parte viene sacrificato a un’economia predatoria, che lo considera come un pozzo senza fondo da sfruttare,siamo disposti a non far sentire la nostra voce e a continuare a vivere nel consumismo e nell’insoddisfazione indotta dal mercato? Siamo disposti a rinunciare a metterci insieme, aiutarci, lottare anche, per non lasciare che siano i più forti e potenti a decidere per noi? Siamo disposti a lasciare tutto così com'è,in un mondo che assegna ai ricchi le possibilità,e ai poveri tutti i problemi?

Il cambiamento climatico è una sfida globale che richiede soluzioni locali.Realizzare un modello di sviluppo resiliente al clima è già adesso,agli attuali livelli di riscaldamento, una sfida difficile e complessa.Questo obiettivo sarà ancora più difficile da raggiungere se il riscaldamento globale dovesse continuare ad aumentare.Ci vogliono allora finanziamenti adeguati,trasferimento di tecnologia, impegno politico.Ma serve anche un impegno  serio  e consapevole a livello individuale da parte di ognuno di noi a modificare i comportamenti quotidiani e i modelli di vita nei quali fino adesso abbiamo vissuto.Perchè l’evidenza scientifica è inequivocabile:i cambiamenti climatici sono una minaccia al benessere delle persone e alla salute del pianeta.Ogni ritardo nell'intervenire farà perdere quella breve finestra temporale che si sta rapidamente e drammaticamente chiudendo.

07 aprile 2024

DENTRO LE BUIE FORESTE D'EUROPA

 







Se ci si ricorda di tutto quello che in questi mesi e in questi anni si è scritto e detto sull'argomento,questo post appare inutile.E inutile è forse lo stesso film e dell'argomento che esso tratta e cioè il fenomeno dell' immigrazione e delle sue ormai bibliche proporzioni.

Sono anni che si scrivono articoli,editoriali,libri e sono anni  che si girano film  (addirittura secoli se si pensa all'antesignano di tutti,"L'emigrante" di Charlie Chaplin del 1917)sull'immigrazione e sono anni che nulla cambia.E se qualcosa cambia,cambia in peggio,e certo non nella direzione auspicata da chi(dalle ONG,alle associazioni di volontariato,alla stampa e alla pubblica opinione più sensibile)di queste cose meritoriamente s'interessa.

Tante giustissime cose sono state dette e scritte negli anni sull'immigrazione.Opere di denuncia civile e politica,voci sempre più preoccupate e allarmate.Ma,appunto,inutili se si pensa all'indifferenza e anzi nel respingimento in cui esse ricadono.Ed è proprio questa indifferenza,questo in-audito(nel senso letterale di non ascoltato)messaggio che fa nascere quel senso di inutilità,quel sentimento di sconfitta.Eppure ogni volta,contemporaneamente a quel sentimento,risorge l'altro e opposto sentimento di indignarsi difronte all'orrore delle stragi di migranti che dalla Manica al Mediterraneo,avvengono con cadenza quotidiana a pochi metri dalle nostre coscienze.E allora pure si deve parlare di questo film e del tema che esso tratta.

Il film è Green Border (ovvero "Il confine verde") della regista polacca Agnieszka Holland,  film che ha vinto il Premio Speciale della Giuria all'ultimo festival di Venezia.Il confine verde è la fascia di foresta primaria(cioè la foresta intatta,il cui ecosistema  sussiste allo stato originario,senza essere mai toccata da attività umane)una delle ultime in Europa,che separa Polonia e Bielorussia.Tra conifere e latifoglie, alci, linci, e pericolose paludi, corre la linea immaginaria(non c’è infatti alcuna demarcazione materiale che distingue i due Paesi)tra la Bielorussia e la Polonia. Ed è qui,in questo lembo di terra transfrontaliero,territorio inospitale e insidioso, che si srotola il racconto del film e che riporta i fatti accaduti nel 2021 che sono uno degli episodi più vergognosi della gestione del fenomeno migratorio in Europa.

Rifugiati siriani, curdi, iracheni, afgani, somali e di altre zone martoriate del mondo cercano da questo confine di raggiungere l’Unione Europea,confidando in rischi minori rispetto alle pericolose rotte del Mediterraneo.Ritrovandosi,invece, letteralmente intrappolati in un crudele gioco al rimpallo, che tra violenze e soprusi li costringe a macerare e ulteriormente soffrire e spesso morire,in una terra di nessuno,dove la ferocia primordiale della natura è niente difronte alla cinica,spietata e metodica ricerca della crudeltà degli esseri umani,in realtà veri aguzzini,e delle loro organizzazioni criminali.

Quella raccontata nel film è la crisi migratoria del 2021 tra Bielorussia e UE.Un anno prima il dittatore bielorusso Lukashenko aveva represso nel sangue le proteste di massa contro il suo regime,con conseguente imposizione di sanzioni della UE.Per ritorsione Lukashenko tuonò minaccioso che avrebbe inondato l’Europa di “droga e migranti”.Così furono aperti collegamenti diretti dal Medio Oriente a Minsk e ci fu un lucroso mercato di "accompagnatori" di uomini attraverso la buia foresta di Białowieża(la foresta verde,appunto)illudendo i rifugiati di poter finalmente raggiungere l’Europa in modo sicuro. Rifugiati come la famiglia siriana protagonista del film,madre, padre,tre bambini piccoli e il nonno,che,all’inizio della pellicola, è ancora incredula di essersi lasciati alle spalle la guerra e i campi profughi e di potersi presto ricongiungere a un parente in Svezia e iniziare una nuova vita.

Ed invece,a fronte della speranza di popoli già afflitti da indicibili angherie e sofferenze,l’inferno loro imposto dal feroce dittatore bielorusso deciso a usare i migranti come pedine geopolitiche e poi il governo xenofobo polacco,determinato a tenerli fuori dal proprio territorio,entrambi calpestando qualsiasi principio di umanità.Migliaia di persone bisognose e fragili vengono ricacciate con cani e manganelli da una parte all’altra del confine. Picchiate, umiliate, lasciate in una zona grigia intermedia con cibo e riparo scarsi e mancanza di cure sanitarie e acqua pulita, senza poter entrare in quella sognata terra europea.

La regista polacca registra ogni cosa con estrema precisione,grazie a un lavoro di documentazione fatto con le associazioni di volontariato sul campo, e alla scelta di far recitare attori che avevano veramente vissuto esperienze migratorie simili a quelle raccontate,in tutta la disumanità del sistema bielorusso,volutamente perverso,nel trattare i rifugiati.In alcune scene del film c'è una crudezza estrema(i corpi lacerati,le piaghe,la morte insostenibile di un bambino annegato nella palude, donne incinte lanciate come sacchi oltre il confine)che però è una precisa scelta della regista nella volonta di rappresentare il raccapriccio alle nostre società "civili", tranquille,distanti e dormienti difronte al problema.

C'è una scena emblematica del film:la famiglia protagonista,ormai senza più energie e speranze,decimata, svuotata, seduta su un marciapiede di fronte a un muro su cui ci sono le stelle sbiadite della bandiera europea e su nel cielo uno stormo di uccelli anch'essi MIGRATORI che vola libero nel cielo, infischiandosene del male che a terra l'uomo fa all'altro uomo.

Ed un'altra scena colpisce:Jan, una guardia di frontiera polacca, si guarda allo specchio di notte,lacerato dalla responsabilità morale dell'orrore di quel che è “costretto” a fare contro quegli immigrati guarda la giovane moglie incinta del loro bambino) che dorme nel letto.Sembra qui di rileggere Primo Levi che scriveva che la violenza avviluppa insieme oppressore e oppresso.

Un'intera parte del film è dedicata agli attivisti dei soccorritori,rappresentando la frustrazione di chi vorrebbero "solo" soccorrere chi ha bisogno di aiuto,venendo invece trattati da criminali, scontrandosi con una selva oscura di divieti, zone rosse, incriminazioni che, come in una favola nera, impediscono di liberare i migranti dal terribile maleficio che li costringe a non uscire dalla foresta.

Nel 2022,per impedire ai migranti di attraversare il confine con la Bielorussia,la Polonia costruì un muro di 186 km,alto 5,5 metri,a conferma del grande "amore" delle destre nazionaliste xenofobe europee(vedi Orban,grande amico della Meloni)per i muri di respingimento di Umanità;tanto poi a Sud ci pensano le acque del Mediterraneo a fare da cimitero per i migranti.E sempre nel 2022 c'è l’epilogo del film. Siamo in un altro confine, quello tra Ucraina e Polonia. Dopo l’invasione russa dell'Ucraina,le autorità e la popolazione polacche offrono una risposta piena di compassione,generosità e accoglienza a milioni di ucraini in fuga.Persone anche loro che,come i siriani,gli afghani,gli iracheni,scappano da una guerra con la disperazione di chi ha visto bombardamenti e distruzione.Ed anche qui le organizzazioni di volontariato e le ONG aiutano e rassicurano i profughi.Perché loro non fanno differenze di origine e colore della pelle, mentre la Polonia, e l’Europa intera, non sentono neanche il bisogno di nascondere dietro parole vuote la propria ipocrisia,e il doppio standard di cui sono, siamo, portatori.

E insomma,alla fine di questo lungo post,ritorna netta la sensazione della sua inutilità.Dopo l’abisso degli stermini e dei genocidi del ‘900 di Hitler e Stalin,sembrava che il riconoscimento dei diritti umani di chi è costretto a fuggire da guerre e persecuzioni fosse finalmente riconosciuto. Con la Convenzione di Ginevra del 1951 i rifugiati diventarono un soggetto da proteggere.E invece oggi l’Europa sperimenta sempre nuove forme di abominio giuridico:navi-prigioni galleggianti,centri di identificazione e rimpatrio(in realtà veri e propri lager)appaltati in Italia e fuori dal territorio UE, lucrosi accordi di pattugliamento, polizia e lavoro sporco con paesi noti per torturare i migranti(vedi Libia).Forse la verità è che queste nostre vecchie,stanche democrazie, tra guerre presenti e future, massacri tollerati e minimizzati,come quelli di Gaza,hanno voglia di liberarsi di tutti i vecchi principi del diritto internazionale e comunitario.Difronte a questo,è vero,si può essere scorati ed altri articoli e film e libri sembreranno sempre inutili.Ma finchè rimane la voglia di indignarsi,continuiamo a scriverne e parlarne.Può essere utile per "loro".E' indispensabile per "noi".

31 dicembre 2023

PER " LORO " UN GIORNO COME TANTI










Un altro anno è passato,un altro anno e un altro Capodanno è arrivato tra i rituali di sempre:notte della vigilia con cenone in famiglia,pacchi,pacchetti,regali,risate e tanti auguri a tutti.Eppure in questa notte c'è stata tanta altra gente che quel Capodanno e nessun altro Capodanno ha avuto,che con nessuno quella notte è stato,a cui nessuno mai pensa,figurarsi poi la notte di Capodanno.

E' quella la gente che,come tutte le altre notti dell'anno,anche nella notte di Capodanno ha avuto come materasso il pavimento di una piazza o la panchina di un parco,come coperta degli stracci o dei cartoni e come tetto un cielo trapuntato di stelle.E' questa la diversa ma sempre uguale notte di Capodanno per quei tanti,quei troppi che,ogni anno in numero sempre maggiore,vivono così.Senza più una famiglia una casa un lavoro.Perchè poi non ci vuol niente a cadere in quel mondo di povertà sempre più esteso,come i rapporti della Caritas o dell'Istat ogni anno ci raccontano.

Poi ogni tanto succede  che quell'altro e diverso mondo esonda nel nostro e ci scuote e ci angoscia e ci fa salire dal profondo disagi,scrupoli,rimorsi.Succede quando in tv o sui giornali o sui social appare la notizia che uno di quelli che chiamiamo barboni o clochard,è morto dentro il buio della notte,sotto il freddo del gelo dell'inverno.

E ci si chiede allora,ma solo allora,come sia potuta accadere una cosa del genere proprio qui,proprio nella nostra "civilissima" Italia.Ci sono quelli che rispondono a questa domanda mescolando l’urbanistica con il sociale,puntando il dito sul degrado oppure accusando le ONG e Associazioni umanitarie perchè secondo alcuni su quel mondo fanno affari.

Certo,si sarebbe potuto fare di più,magari utilizzando i tanti stabili vuoti di proprietà dei preti o dello Stato,che però vuoti erano e vuoti resteranno.Si sarebbe potuto fare di più con il reddito di cittadinanza.E si sarebbe potuto fare di più con i bonus e con la cassintegrazione.Già.Si sarebbe potuto,ma non si è fatto.E forse ci vorrebbe un sistema di assistenza sanitaria e sociale più vicino ai fragili,ai deboli,agli ultimi,ma poi finisce sempre che quella gente comunque va a vivere su una panchina o tra le mura di una stazione ferroviaria e talora,appunto,muore.

Sono i tanti nuovi,vecchi poveri,diseredati,disadattati,e ti chiedi come è cominciata quella loro nuova vita,perchè poi molti di loro fino a qualche giorno prima aveva una vita "normale",magari non ricca ma almeno come quella che viviamo noi adesso.

Nei giorni di mercato si aggirano tra i banchi dei venditori.Magari "prima" erano normalissimi clienti.Adesso,dopo il mercato,rovistano nei cassonetti dell’immondizia,tra gli scarti e gli avanzi del nostro cenone della vigilia.Sono tutti uomini e donne ai margini della società.Le ricerche sociologiche li chiamano “invisibili” e con questa parola ci han già girato un mucchio di film,anche uno con Richard Gere.Si piange in quei film.Ci si commuove per un paio d'ore e poi finisce tutto lì.


(sopra il trailer del film "Gli Invisibili" con Richard Gere)

Qui da noi li chiamiamo i “senzatetto”, poi qualcuno ha pensato bene di ribattezzarli con il nome di “clochard”,come se con quel francesismo potessimo rendere meno cupa la vista,la loro esistenza e la nostra coscienza.Bisognerebbe invece chiamarli Barboni.Barboni,l'ultimo gradino di una scala sociale che non ha pietà.Barboni.Una parola dura,che fa gelare il sangue.Sono tanti e si moltiplicano giorno dopo giorno,anno dopo anno,sempre di più.

Gli "Invisibili".Forse perchè persone così non solo non vorremmo vederle,ma vorremmo che proprio non esistessero:perchè costituiscono un silenzioso interrogativo che inquieta la coscienza.Come se non vedendoli il problema fosse risolto.Ed invece no.I "poveri",i "barboni",dato che esistono,è bene che restino visibili e continuino a turbarci. Per evitarci di dimenticare che miseria e abbandono sono brutti e degradanti.Ed è solo incrociando lo sguardo di un povero o di un barbone buttato a terra o sentendone l’odore spesso sgradevole si può capire il carico di dolore e di solitudine che porta con sé.

Se invece pensiamo che quella gente "deve" restare invisibile e che "basta" fare un’offerta,non abbiamo capito niente,non abbiamo capito che in questo modo saremmo,più di quanto non siamo già,più cinici,più duri,più indifferenti,più chiusi di mente e di cuore.La storia ce lo insegna.Il primo passo per negare un problema è nasconderlo. Ci sono stati (e ci sono ancora) regimi in cui semplicemente essere zingari,ebrei,omosessuali o poveri era un problema.Non dimentichiamoci di come è finita,perché il meccanismo potrebbe ripetersi.

E la politica ? Figuriamoci.Dei “barboni” non c’è traccia in nessun programma elettorale.La politica non ha mai guardato là fuori e non ha mai visto quel signore qualunque,curvo a scrutare dentro un bidone dell’immondizia che è il suo banco del supermercato ed il suo menù.Lì dentro, tra i nostri scarti,c’è la sua colazione,pranzo e cena.

La povertà,oggi,è sempre più improvvisa,e sempre più estesa,anche se l’homeless è ancora considerata una condizione legata a specifiche categorie: i malati psichici, i tossicodipendenti o i clochard per scelta.La povertà,invece,può essere improvvisa e derivare dal fallimento di un progetto migratorio,un licenziamento,una separazione,una deriva psicologica,umana sociale o personale.E c'è una ostilità,una repulsione verso il povero.Ed è proprio alla paura del povero e degli "homeless" che viene da pensare in riferimento all’onda di appelli social che pongono al centro il tema della sicurezza.

Un po' ovunque, per fortuna, ci sono le mense della fraternità. Offrono il pranzo ma non solo,e le file ogni anno diventano più lunghe.Eppure sugli spalti degli stadi del tifo politico e dentro i Palazzi del potere,c'è chi punta il dito sulle coop,sui parroci e di nuovo sugli extracomunitari e su tutta quella gente che offende il "decoro urbano".

Tante sono le strutture e le progettualità a disposizione di chi ha perso tutto:ascolto,docce,dormitori,centri diurni e assistenza di strada,raccolta indumenti e molto altro. Ma è ancora lontana una visione più compiuta che guardi all’homelessness non solo come ad una questione emergenziale a cui guardare con pietà, ma come una questione reale a cui porre rimedio in termini di politiche dell’abitare.Perchè si dovrebbe pensare che chi è povero oggi non lo deve essere per sempre e che la povertà non è una colpa. È semplicemente qualcosa che può accadere a chiunque,all’improvviso.

La verità è che questa nostra società consumistica, cannibalesca, divora e digerisce tutto,anche la capacità di indignarci.Una società povera di valori, eticamente vuota. La paura dell'altro ci incattivisce,ci rende indifferenti.Oggi più che mai, in questo momento di crisi si ha bisogno di significati veri e di valori alti: la cultura della partecipazione contro l’ignoranza,l'indifferenza e la noncuranza.E' questo che manca,è questo che ci vorrebbe.

Qualche anno fa lo "street artist" più famoso del mondo,Banksy girò un video a Birmingham,in Inghilterra,con un’opera che accarezza i più deboli.Il protagonista è Ryan, un senzatetto che, complice o ignaro non si sa, si prepara per affrontare la notte.Beve a una bottiglietta d’acqua, sistema le sue sacche a mo’ di cuscino mentre le macchine sfrecciano a pochi metri da lui e i passanti camminano del tutto indifferenti. E lui, cappuccio in testa per ripararsi dal freddo, si stende sulla panchina: il suo letto.Quando,però,la macchina da presa allarga l’inquadratura, sul muro accanto spuntano le due renne di Babbo Natale, che trasformano la panchina di Ryan in una slitta.E' un invito alla solidarietà, a non girare lo sguardo dall’altro lato con indifferenza.

Banksy in questo modo vuole porre l’attenzione su un problema che ha una rilevanza globale: le condizioni dei clochard che, specialmente nei mesi più freddi dell’anno, si trovano soli e privi di un luogo caldo dove poter trascorrere la notte. A dare una nota ancora più malinconica, è il natalizio sottofondo musicale di I’ll be home for Christmas cantato da Joy Williams.

(Sopra la foto e il video di Banksy tratti da internet)

27 luglio 2023

DENTRO IL BUIO DELLE NOSTRE COSCIENZE






Stanno facendo il giro del mondo le foto dei migranti africani morti di sete e di fame nel deserto al confine tra Tunisia e Libia.Nelle dune aride e soffocanti, i loro sogni hanno incontrato la loro fine.In particolare ha colpito e straziato quell'istantanea di quella mamma e della figlioletta,distese morte sulla sabbia rovente,i corpi riarsi dal sole.Grazie poi all'impegno e alle ricerche della giornalista Antonella Napoli,quei corpi hanno avuto almeno la dignità e il decoro di un riconoscimento:quella mamma si chiamava #DossoFati e fuggiva dalla Costa d'Avorio.con la piccola Marie(nella foto sopra DossoFati con la figlia ed il marito,del quale non si hanno più notizie).
Quell'immagine è atroce,paragonabile solo a quella del piccolo Alan Kurdi morto sulle coste turche nel 2015.



L’amore di una madre,il sogno irrealizzato di una bambina,che voleva andare a vivere la vita dei suoi coetanei europei.Quell'immagine  é diventata l’immagine-simbolo della tragedia dei subsahariani deportati dai tunisini nel deserto africano ma,come testimoniato da molti giornalisti,sono tanti altri i migranti(e i morti)respinti dalla Tunisia e abbandonati nel deserto al confine con la Libia.Tutto questo ricade come pesante responsabilità sul presidente tunisino Kais Saied che ha dichiarato guerra ai subsahariani in nome di una fantomatica "sostituzione etnica"(guarda un pò,pure da quelle parti usano lo stesso,spregevole linguaggio di alcuni sgradevolissimi personaggi del governo Meloni).
 
Questo è il risultato della feroce politica del presidente tunisino Saied,lo stesso Saied con il quale la presidente Giorgia Meloni si è detta "molto soddisfatta di aver siglato un Memorandum d'intesa insieme alla Ue,per le politiche di controllo della migrazione con i Paesi del Nordafrica".

Questo,ancora una volta,hanno fatto l'Europa e il governo Meloni:nessuna indignazione difronte alla tragedia dei subsahariani.Come sempre hanno finto di non vedere,anzi hanno fatto accomodare l'assassino Saied a un posto d’onore al tavolo europeo,con la firma di un memorandum,dandogli tanti soldi per gestire i migranti.Quei migranti che lui ha ammazzato come quella mamma e la sua bambina.

Ed invece dovrebbe farci vergognare e indignare quella foto.Quel viso affondato nella sabbia,le braccia aperte,come di chi crolla senza avere più la forza di proteggersi nella caduta:la donna è morta vicino a un cespuglio.La piccola accucciata accanto a lei,una mano infilata sotto il corpo della mamma,forse alla ricerca di un ultimo abbraccio che lei non le poteva più dare.

Quella mamma e la sua bambina non sono naufragate in mare,come tanti altri disperati che,scappando dalla fame e dalle guerre,sono poi morti affogati nelle acque del Mediterraneo.Loro,quella donna e la sua bambina,al mare nemmeno son riuscite ad arrivarci.Sono state ammazzate dalla fame,dalla sete,dal caldo torrido al confine fra la Libia e la Tunisia.Quei due poveri corpi sono il simbolo dell’ennesima crisi umanitaria.Ma per i governi sovranisti europei quei corpi sono poco più di cenci abbandonati nel deserto o,secondo il ministro Piantedosi,"un carico residuale".Cercava una nuova vita quella donna,un futuro migliore per sé e per la piccola Marie,perché potesse crescere in un Paese dove fame,povertà,risorse pressoché inesistenti,istruzione quasi impossibile,fossero solo un ricordo.Ma quelle speranze si sono infrante ancor prima di arrivare a metà strada,così come per tanti altri in questi anni.

Di Dosso Fati e Marie non conoscevamo il loro volto e nemmeno da quale inferno provenissero,abbandonate con i loro corpi con la faccia dentro la sabbia.E' morta sotto il sole torrido del deserto quella donna con la sua bambina;ma in realtà é morta dentro il buio pesto delle nostre coscienze,dentro la notte dove è morta l’umanità,nell’inferno di quel dolore che noi Paesi "civili" abbiamo deciso di infliggere a chi cerca solo di sopravvivere.Grazie all'opera meritoria di Antonella Napoli si é ricostruita l’identità di queste ultime vittime,ma ancora tanti,troppi sono i video e gli scatti dell’orrore che continuano a provenire dal deserto al confine tra Libia e Tunisia.Se queste due nazioni fanno violenza materiale a queste povere vittime,anche noi usiamo loro violenza:la violenza dell’indifferenza,il deserto arido delle nostre coscienze,che diventa una fossa comune uguale al mare mediterraneo.

Son trascorsi 8 anni dalla morte del piccolo Alan Kurdi a quella di Marie.In questi 8 anni l'emergenza migratoria non solo non si é fermata nonostante le facce "feroci" e i proclami di Salvini e Meloni,ma è aumentata a dismisura(più di 70.000 gli sbarchi solo nei primi 6 mesi dell'anno)ed é diventata sempre più drammatica:quante altre foto e video bisognerà vedere perché la nostra umanità e pietà venga risvegliata,senza parlare di ridicoli "blocchi navali" ?

Ma forse c'é anche dell'altro:ognuno di noi,singolarmente,ha perso ogni sentimento di pietà e partecipazione al dolore degli altri.E forse anche la solidarietà,l’empatia e l’umanità verso l'altro sono sentimenti "razzisti":sommergiamo di silenzio e disinteresse la tragedia umana che riguarda i migranti neri che fuggono da carestie e guerre e per loro non valgono gli stessi diritti e le stesse tutele che (giustamente)abbiamo fatto valere per altri disgraziati in fuga da un'altra tragedia e un'altra guerra come quella d'Ucraina:che però erano bianchi.

22 giugno 2023

LA PANCHINA DI FREDRICK






C'é stata la storia di di quei 600 migranti,600 poveracci che non ce l'hanno fatta,morendo affogati nelle acque del Mar Egeo.E ci sono poi storie di altri migranti che ce la fanno a salvarsi dalle acque del Mediterraneo,per i quali,una volta a terra,comincia il "dopo",comincia tutta un'altra vita in un Paese nuovo,tra gente sconosciuta.
Era questa la storia di Fredrick,ad esempio.Fredrick era ghanese,aveva fatto quasi 3000 km fino alla Libia,e lì era stato "normalmente" rinchiuso nei lager di "accoglienza" e derubato e spogliato di tutto.Aveva poi preso la solita carretta del mare,effettuando una pericolosa traversata del Mediterraneo.Tutto questo calvario infinito nella speranza di una nuova vita,per fuggire dagli orrori e dalla miseria della sua terra.
In Italia Friederick era già da qualche anno.Sembrava felice,forse già solo per essere sopravvissuto alle acque del Mediterraneo.

Viveva a Pomigliano d'Arco,un grosso centro del napoletano,e aveva anche preso la licenza media e lì lavorava:si svegliava alle cinque del mattino e caricava frutta al mercato.Lavoro duro,ma lui era sempre contento e ben voluto da tutti.
Ultimamente,però,era caduto nella rete del disagio,non stava bene e beveva.Fredrikin,così,aveva cominciato una vita da clochard.Un clochard,un mendicante,un senzatetto dalla pelle nera.Aveva fatto di una panchina di pietra(la chiamavano ormai la "panchina di Fredrikin")di fronte a un supermercato il suo giaciglio di fortuna,sotto un albero che lo riparava dal sole.Qui passava le sue giornate,aiutando i clienti del supermarket a portare la spesa in cambio di qualche spicciolo.La città lo aveva adottato,perché era una persona mite,conosciuta per la sua gentilezza e affabilità.

Volevano tutti bene a Fredrikin.O quasi tutti.Perché qualche notte fa due giovani si sono avvicinati alla sua panchina,lo hanno svegliato e,senza un motivo,hanno cominciato a prenderlo a botte.Tante botte.Violente.Selvagge.Pugni e calci a non finire;e ridevano e riprendevano tutto col telefonino,mentre lo massacravano di botte.Fredrick é morto qualche ora dopo in ospedale.Chissà perché lo hanno fatto quei due bastardi.Forse  chissà,per una scommessa o uno scherzo o solo per divertirsi.Perché i poveri,gli ultimi,i fragili spesso servono per ridere ed é facile perché non possono difendersi.

Fredrikin era venuto in Italia per fuggire dalla fame e dalla guerra.Era un uomo solo,povero,lontano dalla sua terra,dalla sua gente.I due ragazzi avevano il problema di come poter trascorrere una serata di divertimento;Fredrikin aveva il problema di dover affrontare la  fatica e la durezza della vita.

Ma per quei 2 ragazzi in fondo che differenza fa?La vita,la morte,é tutto come in un videogame,dove manca il tasto “play again”,che permette di resuscitare i morti e ricominciare il "gioco".

La morte di Fredkrin avviene solo qualche giorno dopo la tragedia dell'Egeo con quei morti che l'Europa porta sulla coscienza per non averli soccorsi.Quei morti erano persone che,come Fredkrin,scappavano da fame,guerre e carestie.Quei 600 migranti sono morti senza l'aiuto dell'Europa,negli stessi giorni in cui quattro nazioni mettevano a disposizione qualsiasi mezzo per salvare quattro miliardari,che hanno “giocato” in fondo al mare per andare a visitare i resti del Titanic con un lussuoso sommergibile.

Per gli immigrati nessuno mette a disposizione niente.Non l’Europa dove si alzano muri e grida razziste.Non l'Italia,di certo,con un governo di destra sovranista,nel quale c'é gente che dovrebbe vergognarsi per aver contribuito alla narrazione di un odio cieco contro i migranti che passa anche attraverso parole come:"sostituzione etnica".

Una mano pietosa ha lasciato sulla "panchina di Fredkrin" un cartello con su scritto:"Un innocente ucciso da una società che sta fallendo".Sì,è vero.La morte di  Fredkrin é anche il segnale di questa nostra società decadente e degradata.Non ci accorgiamo nemmeno più dei tanti,dei troppi atti di violenza biechi,vergognosi,devastanti che ci sono ogni giorno in Italia.Tutti senza un motivo,senza un perché.O forse sì.Il motivo c'é.Questa società,così come l'abbiamo costruita,a nostra immagine e somiglianza,non si pone più alcun perché,non si pone più domande sul proprio essere,non ha più motivazioni esistenziali,valori e principi fondanti.Conta l'apparire e non l'essere.E' questo il tempo dei "like".Sono i “mi piace” i nuovi valori,sono il numero di visualizzazioni a far credere a questa "generazione digitale",di poter fare qualsiasi cosa,pur di essere notati.

Non ci sentiamo invece in obbligo di dare dignità di uomo a un immigrato,un povero,un  senzatetto.Non ci sentiamo in obbligo di  inginocchiarci presso quelle panchine per capire,per "sentire" il dolore del mondo.Sappiamo solo piegarci ai potenti di turno,per ricevere favori e qualche ritorno personale.

Frederick è morto su quella panchina,sotto i nostri occhi e per colpa dei "like".E noi non siamo stati capaci di difenderlo.Adesso noi che viviamo nella parte fortunata del mondo dovremmo avere almeno la decenza di chiederci che cosa possiamo fare.Continueremo a far finta di non vedere cosa accade sulle tante panchine italiane o siamo ancora in tempo per dare un nuovo senso e altri valori alla nostra vita ?