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24 maggio 2023

L'INIZIO DELLA FINE







Il 24 maggio del 1915 anche per l'Italia cominciava l'immane tragedia della I Guerra Mondiale.

"Il Piave mormorava/ calmo e placido al passaggio/ dei primi fanti il 24 maggio /l’esercito marciava per raggiunger la frontiera/ per far contro il nemico una barriera». Così inizia “La canzone del Piave” destinata a diventare il canto italiano della Grande Guerra (per un breve periodo, dopo la Liberazione del 1945, fu usata anche come inno nazionale, prima che venisse adottato l’inno di Mameli).L’autore era un noto canzonettista napoletano, Giovanni Ermete Gaeta(in arte E.A. Mario).

Tutto era cominciato il 28 giugno 1914,con l'assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria,erede al trono austro-ungarico durante una visita di Stato a Sarajevo,a opera di un giovane studente nazionalista serbo-bosniaco,Gavrilo Princip. L’Austria colse l’occasione per realizzare i suoi piani aggressivi contro la Serbia (protetta dalla Russia), a cui dichiarò guerra un mese dopo.In realtà l'assassinio di Sarajevo fu solo la causa scatenante di una situazione divenuta sempre più tesa tra le varie potenze europee e non a caso l'esplosione del conflitto avvenne in una regione,come i Balcani,divenuti ad inizio del '900 la vera polveriera d'Europa.Mosaico di popolazioni diverse per nazionalità,religione ed etnia,i Balcani in quel momento erano l’area più turbolenta del continente poiché su questi territori si scontravano le ambizioni espansionistiche dell’Austria,della Russia:a questo si aggiungevano il crescente revanscismo francese nei confronti della Germania,l’accesa rivalità tra Austria-Ungheria e Russia nei Balcani e le  nuove tensioni tra Inghilterra e Germania.



Subito scattò in quel 1914 il sistema delle alleanze:la Germania dichiarò guerra alla Russia e poi alla Francia;quindi fu la volta della Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania.Infine il Giappone si schierò a fianco della Gran Bretagna.Fino al 24 maggio dell'anno successivo,quando l'Italia entrò in guerra.

Il vecchio mondo andava così allo sbaraglio e verso la sua fine.La Belle Époque finiva, senza neppure rendersene conto, in un bagno di sangue che avrebbe aperto il vaso di Pandora dei nazionalismi, degli sciovinismi che travolsero gli ordinamenti liberali e aprirono la strada a regimi totalitari guerrafondai.Forse la più bella ed incisiva descrizione del tramonto di questo mondo la dà lo scrittore austriaco Stefan Zweig,nel suo libro:"Il mondo di ieri",del quale ho già scritto in un precedente post.



Lo scoppio della guerra vide un'Italia inizialmente propensa al neutralismo,a partire dai liberali di Giolitti,ex Presidente del Consiglio,insieme ai socialisti riformisti di Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati,oltre al Direttore dell'Avanti di allora,Benito Mussolini,nonché buona parte del mondo cattolico.Tra gli interventisti ci fu invece il variegato mondo di artisti ed intellettuali,come Gabriele D'Annunzio e i Futuristi di Tommaso Marinetti(questi ultimi invocarono la guerra come "igiene del mondo")Giovanni Pascoli,o Giuseppe Ungaretti che vedeva nella guerra lo strumento per ottenere uno stato di uguaglianza e libertà e Carlo Emilio Gadda,che partì per la guerra con un entusiasmo straordinario,spinto da uno spirito ardimentoso,educato com'era ai valori della patria,sentendo che la guerra era il "luogo" dove raggiungere i suo ideali di eroismo.Sia Ungaretti che Gadda,però,difronte agli orrori della guerra,rimasero raccappriciati:Gadda(che fu anche fatto prigioniero)capì subito che una disfatta era prossima ed inevitabile,perché non vedeva ordine,serietà,preparazione soprattutto negli alti comandi,ritenendo che se pure una vittoria fosse venuta,"non sarebbe mai e poi mai eroica".


Ungaretti,dopo aver assistito a drammatiche scene cruente,alla morte di molti commilitoni e alla distruzione di interi paesi,si convinse che la guerra era soltanto un'assurdità,scrivendo le poesie Martino del Carso oppure la famosa:"Soldati":"Si sta come/d'autunno/sugli alberi/le foglie".



Al momento della sua entrata in guerra l’esercito italiano dei 5,7 milioni di richiamati 2,6 milioni erano contadini analfabeti.E forse quel fondersi di dialetti e provenienze sociali e territoriali di regioni diverse rappresentò il primo vero sentimento unitario nazionale.Ma in quella guerra vennero fuori in maniera eclatante l'incapacità e la mancanza di professionalità degli alti comandi militari.Non c’era negli stati maggiori una visione della guerra moderna.Gli eserciti si stabilirono per anni sulle linee dei fronti raggiunti nelle prime offensive e restarono a macerarsi per anni nelle trincee,operando assalti alle linee nemiche che consentivano al massimo(con una ecatombe di morti e feriti)la conquista di qualche centinaio di metri,che sarebbero stati perduti pochi giorni dopo a seguito del contrattacco nemico. Furono usati micidiali gas asfissianti che coglievano all’improvviso le trincee nemiche seminando distruzione e morte. La disciplina di generali e comandanti ottusi e impreparati era semplicemente assurda:venivano imposte operazioni militari irragionevoli dove era evidente che i soldati andavano a morire inutilmente.C'era poi un'assoluta crudeltà e disprezzo per la vita umana e questo costituiva la regola dei comandi e alla minima protesta(e di motivi ce ne erano tanti e giustificati,dal cibo scarso all'abbigliamento insufficiente per il freddo)si andava davanti a un plotone d’esecuzione.

Inevitabile,perciò,arrivò la rotta di Caporetto del 24 ottobre 1917,che non fu prodotta solo dai rinforzi che gli austriaci ricevettero dal fronte russo,ma anche dal malcontento che circolava tra le truppe per una conduzione idiota delle ostilità, che faceva dei soldati carne da cannone.La rotta di Caporetto é splendidamente raccontata dallo scrittore americano Ernest Hemingway nello splendido romanzo:"Addio alle armi":



Riguardo alla Grande Guerra é da ricordare un altro capolavoro della letteratura europea divenuto il manifesto delle atrocità della guerra,e cioè "Niente di nuovo sul fronte Occidentale" dello scrittore tedesco E.M. Remarque che racconta storie di ragazzi privati non solo della loro gioventù,ma di ogni radice,di ogni speranza,mandati al massacro per l'insensatezza della guerra.



La sconfittà di Caporetto determinò la rimozione del Comandante in capo Gen. Cadorna che fu sostituito con Armando Diaz,che inaugurò una linea meno disumana.Fu la resistenza eroica sul fiume Piave a risollevare le sorti del conflitto.La guerra finì il 4 novembre 1918(notissimo é il bollettino della vittoria firmato da Diaz)con il tragico conteggio di 650mila morti militari(tra i milioni caduti sugli altri fronti)oltre i civili.
L’eredità della Grande Guerra si fece sentire negli anni immediatamente successivi, ma per alcuni aspetti arriva fino a noi.La guerra ebbe importanti conseguenze politiche e sociali che avrebbero successivamente influenzato il corso dello sviluppo italiano e di molti paesi europei.Del resto,non ci si poteva di certo aspettare che dopo una guerra di tali dimensioni la vita politica e sociale rimanesse immutata.Il necessario afflusso delle donne ai lavori industriali,il rafforzamento del sindacalismo e della partecipazione degli operai nell’industria resero evidenti le disuguaglianze e le ingiustizie sociali presenti nella società.
Questi malesseri sociali e agitazioni sindacali spinsero le classi dirigenti dominanti e la grande industria a una richiesta forte di "ordine" rivolta ai politici e alla Monarchia e fu così che il Paese venne consegnato alla catastrofica dittatura fascista come risposta al c.d. "Biennio Rosso"(1919-1920),cioè quel periodo di lotte operaie e contadine e di occupazioni delle fabbriche.
Sul piano culturale furono alcuni intellettuali ad interpretare con le loro opere il disagio sociale ed esistenziale che percorreva la società del primo dopoguerra,segnata dall'inizio di una nuova situazione caratterizzata dalla caduta delle certezze tradizionali e dall'emergere di una coscienza della precarietà della condizione umana,sullo sfondo di una generale crisi di disorientamento etico e politico.Uno dei massimi interpreti letterari di questo clima culturale fu il poeta Eugenio Montale con la sua raccolta "Ossi di seppia",scritta all'indomani della conclusione della Grande guerra.Montale,nelle sue liriche,ci trasmette la visione di un mondo inaridito e corroso attraverso due simboli fondamentali, quello della pietraia,che ne esprime la desolazione e la sterilità,e quello del meriggio,del sole a picco,simbolo del suo disfacimento.Desolazione e disfacimento di un mondo che la guerra aveva distrutto e spazzato via.

09 marzo 2021

IL MINISTERO DELLA SOLITUDINE



Poteva sembrare una suggestione tratta da un romanzo letterario,del tipo "Cent'anni di solitudine" di  Gabriel Garcia Marquez.Ed invece quello che è stato chiamato il "Ministero della Solitudine",esiste davvero:lo creò qualche anno fa l'ex Premier inglese,Theresa May.Un "Minister for Loneliness",che si occupa di quello che le autorità sanitarie già allora consideravano una questione nazionale:milioni di persone che vivono ai margini,sole,senza relazionamenti sociali e umani,soprattutto anziani che trascorrono settimane senza incontrare nessuno,ma anche giovani che vivono problematiche di disagio sociale.Il vivere soli è considerato un fattore che genera numerose malattie,a cominciare dalla depressione,ma anche cardiopatie e neuropatie,ed è quindi un problema di salute pubblica.A lanciare per prima la richiesta di un'iniziativa di questo tipo fu Jo Cox,la parlamentare laburista assassinata da un fanatico xenofobo di estrema destra alla vigilia del referendum sulla Brexit.La Cox aveva compreso la gravità del problema della solitudine e si era spesa personalmente e politicamente per sradicarla.L’obiettivo era quello di riformare le comunità,dando priorità alla salute mentale,all'assistenza domiciliare agli anziani,ma anche allo sviluppo di politiche giovanili,perchè anche i giovani vivono il problema.Erano tempi "normali" quelli in cui la Cox parlava della solitudine.Poi è arrivato quest'altro tempo,il tempo della pandemia,che ha portato morte e crisi economica,ma anche un qualcosa prima sconosciuto,che è il lockdown.Già,il lockdown.Un tempo chiuso e recluso,di isolamento e confinamento,uno stato fisico e psicologico,una nuova e diversa forma di solitudine:l'assenza di contatti sociali e relazioni personali con amici,parenti,vicini;l'assenza di una comunità di discussione reale,con la quale scambiare sentimento e vissuto quotidiano.L’isolamento sociale rappresenta l’aspetto tangibile della separazione fisica e di interazione con l'altro.Un tempo che mai più dimenticheremo.Un tempo delle "prime volte":la prima volta dello smartworking e didattica a distanza(DAD).La prima volta in cui ci privano della libertà di disporre del nostro spazio e del nostro tempo,rimanendo appesi all’ennesimo DPCM che decide al posto nostro se,come,quando e chi incontrare.Ed è per questo che,per fronteggiare queste nuove solitudini,anche in Giappone è stato creato un “Ministero per la Solitudine”.Erano già anni che i governi di Tokyo stavano cercando di dare risposte a problemi sociali che pesano sulla popolazione.Problemi tra loro tutti connessi:l'assenza di relazioni tra i cittadini;l’altissimo tasso di suicidi anche giovanili;il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione.La pandemia ha peggiorato tutto.Già il modello economico che il Giappone si è dato,all’inizio degli anni '80,aveva trasformato la società:in essa il lavoro veniva prima di tutto:gran parte della giornata di un giapponese medio è di  lavoro,con quasi 80 ore lavorative settimanali.L’ex primo ministro Shinzo Abe aveva cercato di riformare questo modello,cercando di limitare i tempi di lavoro,rimettendo il cittadino al centro,cercando di far capire la necessità di riappropriarsi di spazi e tempo libero,e quindi di sentirsi meno soli.Il virus ha accelerato tutto e la creazione del Ministero della Solitudine,è arrivata dopo gli ultimi,allarmanti dati sui suicidi e degli effetti che l’isolamento dovuto alla pandemia ha avuto sulla popolazione.Soprattutto violenze sulle donne e disagio infantile e giovanile per la negazione di spazi e tempi esistenziali.Perchè la solitudine fa elaborare idee negative:quando un dolore ci lacera,sentiamo il bisogno di cercare qualcuno con cui parlare,per trovare qualche parola di conforto.Ma la pandemia ha imposto distanze e lontananze e ci vieta anche questo "comunicare",che Gadda chiamerebbe la nostra "Cognizione del dolore".Così il dolore rimane dentro,aggravando il senso di solitudine.I più esposti alla solitudine sono i giovani e gli anziani.Con la chiusura delle scuole,i ragazzi hanno avuto,come interlocutori,solo il loro telefonino e i “social”,ma di certo non si può chiamare “socializzato” chi rimane davanti al computer per ore e ore.Proprio in Giappone,la prima causa di mortalità giovanile è rappresentata dall’ Hikikomori: Hikikomori  è la sindrome che colpisce quegli adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza,sempre attaccati al computer,senza alcun contatto con l’esterno.E poi ci sono le persone anziane,le più esposte alla solitudine.Ora ben venga un Ministero della Solitudine che si occupi di queste problematiche.Ma la solitudine è qualcosa di più.È l’esperienza della propria insignificanza sociale quando hai l’ impressione di non interessare a nessuno,e raccogli al massimo un gesto di gentilezza in questa società,dove le persone passano vicine al prossimo come si passa vicino ai muri.In una simile condizione nessuno ti vede e nessuno ti guarda.E quell'assenza di sguardo diventa ancor più tragica quando in una coppia uno dei due se ne va e ti lascia solo al mondo,perché nessuno più ti restituisce quello che con lui o con lei hai condiviso.Soprattutto perchè hai perso il testimone della tua vita perché, in fondo,tutte le cose che facciamo nella vita,le facciamo perché uno sguardo le accoglie e le testimonia.Quando un testimone non c'è,si perde anche la motivazione,la voglia di essere e di esserci,che sono gli ingredienti della vita stessa.E qui la solitudine ti si offre in tutta la sua abissalità.E non c’ è parola o Ministero che possa lenirla.


Anche Fabrizio De Andrè,nella canzone scritta con Ivano Fossati "Anime salve" ha fatto un "elogio" della solitudine:






04 novembre 2018

SCRITTI DAL FRONTE


 





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Cent'anni fa,il 4 novembre 1918,terminava per l’Italia il primo conflitto mondiale,iniziato nel 1914.Quattro anni terribili e cruenti che decimarono un'intera generazione e che cambiarono radicalmente l'assetto politico,militare e sociale mondiale(due Imperi andarono in pezzi,quello Austroungarico e quello Ottomano,un terzo venne sovvertito-la Russia degli zar,che aprì le porte al comunismo)e la stessa geografia coloniale ne risultò stravolta.Trascinata in una guerra che non voleva,l’Italia fece un balzo improvviso nella Modernità,senza,però,aver vissuto quelle tappe di preparazione,come l’alfabetizzazione diffusa,l’industrializzazione,la democrazia politica così come invece era avvenuto in altri Paesi modello,come la Francia e l’Inghilterra.La Grande Guerra fu il primo conflitto combattuto con armi dall’enorme potenziale distruttivo.Alcuni storici la definirono la guerra che ha inaugurato i Tempi Moderni.In ogni caso il dato incontrovertibile è che la Prima guerra mondiale fece circa dieci milioni di morti fra militari e civili.Questo conflitto fu anche un crogiolo di sentimenti ed emotività,di pensiero e di cuore per tanti letterati e scrittori che,direttamente o indirettamente parteciparono al primo grande conflitto mondiale.Dolore,sofferenza,morte,ma anche trionfalismi,esaltazione e nazionalismo,furono i sentimenti espressi da quelli che poi diventeranno celebrati e scrittori del Novecento.Esaltazione come quella di Gabriele D'Annunzio.Con la sua celebre trasvolata su Vienna,il poeta volle dare pieno compimento,nella realtà eroica della Grande Guerra,alle imprese aeronautiche di Paolo Tarsis,raffinato e impavido protagonista del romanzo dall’angosciante titolo "Forse che sì,forse che no" ( https://thearmful.wordpress.com/2013/06/10/forse-che-si-forse-che-no-gabriele-dannunzio/  )sorta di manifesto dell’ultima stagione decadente,dove il concetto del Superuomo di Nietzsche raggiunge probabilmente l’apice della tensione fra la quotidianità e la volontà di superarla con imprese leggendarie.Ma molti di più furono gli scrittori che nella guerra rinvennero la drammaticità esistenziale dell'Uomo.Questi scrittori,richiamati alle armi,o partiti volontari,provarono sulla loro pelle la tragedia della guerra e il marchio di questa ustionò le loro carni e le loro anime.Furono,quelli della guerra,anni di sangue,gelo e piombo. L’ermetico Giuseppe Ungaretti vi partecipò come volontario.Ben presto,però,abbandonati i sentimenti nazionalisti che lo avevano mosso fino a qualche tempo prima,egli prese coscienza della condizione umana,della fraternità degli uomini nella sofferenza e dell’estrema precarietà della loro condizione.“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” ("Soldati").La contingenza del soldato in trincea e le devastazioni che la guerra si lasciava alle spalle sono ben rappresentate nella poesia "San Martino del Carso": “Di queste case/Non è rimasto/Che qualche/Brandello di muro/Di tanti/Che mi corrispondevano/Non è rimasto/Neppure tanto/Ma nel cuore/Nessuna croce manca/E’ il mio cuore /Il paese più straziato.” 
Ci fu poi l'altra grande espressione della letteratura italiana,Il romanziere Carlo Emilio Gadda.Partecipò di persona ai vari episodi bellici,e seppe cogliere la sofferenza universale che ogni conflitto genera,non solo sui campi di battaglia.Un patimento trasversale che appesantì i cuori delle madri,nella vana attesa di un ritorno agognato dei figli che sovente non ebbe mai luogo.Lo strazio di una madre che non avrebbe mai più rivisto il suo adorato ragazzo fu raccontato dallo scrittore ne "La cognizione del dolore".Louis Ferdinand Celine è un altro grande nome della letteratura europea del Novecento.L’autore di "Viaggio al termine della notte" ebbe una vita travagliata,una vera Odissea.Si arruolò volontario nell’esercito francese e nel 1914 si ritrovò a combattere nelle trincee e gli eventi bellici segneranno per sempre la sua vita,inducendolo ad un ripensamento sulla natura dell’uomo.Ci fu anche Erich Maria Remarque tra gli scrittori che parteciparono come combattente alla Grande Guerra e che di essa raccontò,nel romanzo:"Niente di novo sul fronte occidentale"la crudeltà della guerra attraverso la prospettiva di un soldato tedesco diciannovenne.Nel 1929 fu pubblicato il romanzo parzialmente autobiografico,"Addio alle armi"dello scrittore americano Ernest Hemingway.Quel suo romanzo divenne subito celebre per aver interpretato i sentimenti di tanti che avevano combattuto in guerra.Un’intera generazione storpiata dal conflitto,identificò,negli orrori descritti dal romanzo,le proprie sofferenze,la propria giovinezza perduta.Il romanzo narra la vicenda tragica del giovane tenente Frederic Henry che,dopo aver disertato,fugge da Caporetto,in mezzo alle truppe italiane che nel più totale sbando rientrano dietro le proprie linee.
In tutti questi romanzi,in tutte queste poesie vi è la continua ricerca di una dolcezza infranta,di un tepore che possa sciogliere il gelo prodotto dalla violenza.Talvolta è una breve licenza,talaltra una diserzione,un amore,una notte silenziosa,un riposo sottratto alla morte,il pensiero dell'indomani quando ci sarà il combattimento e non sai se quello sarà il  tuo ultimo giorno.Ed in  tutti questi pensieri e sentimenti si guarda avanti alla ricerca di una luce,una fenditura che lascia intravvedere il futuro(ma quale futuro?)per abbandonare la tragedia del presente.Ma,nonostante la drammaticità di quel conflitto,l'Uomo pure giù stava preparando un'altra immane e ancor più devastante apocalisse.
 

10 luglio 2016

IL LIBRO DELLA STREGA



Si è svolta l'altra sera la cerimonia di premiazione del Premio Strega 2016.Quest'anno il Premio Strega forse il più grande premio letterario italiano,ha compiuto i 70 anni.In noi beneventani e sanniti c'è sempre un pò di orgoglio nel sapere che il Premio è nato grazie anche alla sensibilità culturale di un imprenditore locale,Guido Alberti,titolare della Ditta "Strega",famosa impresa beneventana di liquori e torroni dalla quale il Premio mutua il nome.Perché "Strega"?La Strega è il simbolo di Benevento.La leggenda narra che sotto un albero di noci(il Noce di Benevento),si riunivano streghe di varia provenienza,che organizzavano banchetti,danze,orge con spiriti e demoni,in forma di gatti,o caproni (  http://www.strega.it/pagina.php? codice=85    e  http://www.bethelux.it/janarestreghebenevento.htm  . 


LE ORIGINI DEL PREMIO.
Nel Decameron Boccaccio racconta che a metà del Trecento l’Europa era flagellata dalla peste.Fu allora che dieci giovani fiorentini si rifugiarono in campagna e per distrarsi passarono dieci giorni a raccontarsi storie.Dopo più di sei secoli,dopo la devastante "peste" della Seconda Guerra Mondiale,alla scrittrice Maria Bellonci venne in mente di imitare quei giovani,organizzando un salotto letterario per “far fronte alla disperazione” esistenziale e all'angoscia di vita che la guerra appena finita aveva portato.Così,nel 1944,un gruppo di artisti e intellettuali si riuniscono nella casa romana della scrittrice e del marito.E in quelle riunioni si progettò un Premio letterario.Nel salotto della Bellonci passarono negli anni molti grandi nomi della letteratura italiana:Massimo Bontempelli,Guido Piovene,Carlo Emilio Gadda,Corrado Alvaro,Aldo Palazzeschi,Vasco Pratolini,Ignazio Silone,Alberto Moravia,Elsa Morante,Giorgio Bassani,Giuseppe Ungaretti,Renato Guttuso,Anna Maria Ortese,Vitaliano Brancati, Francesco Flora,Carlo Levi.
Una sera del gennaio 1947, quando ormai il gruppo aveva assunto il nome di "Amici della domenica" durante una cena in trattoria Goffredo Bellonci parla del progetto a Guido Alberti, un giovane imprenditore di Benevento.L’idea piacque tanto a Guido che convinse la sua famiglia,che produceva il famoso Liquore Strega,a contribuire con duecentomila lire,una grossa cifra per l’epoca.E così nacque il premio.Il primo vincitore fu lo scrittore Ennio Flaiano con Tempo di uccidere.negli anni successivi il premio è stato assegnato a molti capolavori della letteratura (qui tutti i vincitori del Premio). Tra essi:Elsa Morante con L’isola di Arturo, Sessanta racconti di Dino Buzzati,Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo,Natalia Ginzburg con Lessico famigliare,Anna Maria Ortese con Poveri e semplici.La chiave a stella di Primo Levi.Senza dire che parteciparono al premio,senza vincerlo,nomi del calibro di Italo Calvino,Leonardo Sciascia,Pier Paolo Pasolini,Carlo Emilio Gadda.

LO STREGA AL CINEMA




Molti romanzi vincitori del Premio hanno ispirato registi e sceneggiatori, diventando film (e qualche volta capolavori).Il primo premiato,Tempo di uccidere,arrivò nelle sale cinematografiche con la regia di Giuliano Montaldo.Cesare Pavese vinse lo Strega nel 1950 con La bella estate e poi Michelangelo Antonioni diresse Le amiche,uno dei racconti che componevano il romanzo.L’isola di Arturo,di Elsa Morante,divenne un film con la regia di Damiano Damiani e sceneggiatura di Cesare Zavattini.L’anno precedente era stato premiato il Gattopardo che divenne film con Luchino Visconti e che fu esso stesso un capolavoro(sopra la famosa scena del ballo nel film "Il Gattopardo" con Burt Lancaster e Claudia Cardinale).E così pure per Il nome della rosa,di Umberto Eco(con Sean Connery nella parte di Guglielmo da Baskerville).

Quest'anno ha vinto il Premio Edoardo Albinati con il suo:"La scuola cattolica".Le 1300 pagine del libro girano intorno alla terribile vicenda del parco del Circeo.Ma il romanzo non racconta (solo) la mattanza del Circeo,compiuta da Angelo Izzo e Andrea Ghira,ma anche i limiti della famiglia borghese italiana,la formazione del maschio,l’educazione cattolica,il sesso,la violenza come risultato delle frustrazioni che creano tutte queste cose insieme.Ma il libro di Albinati suggerisce anche altre riflessioni su altri aspetti.Sulla complessità del rapporto tra Chiesa cattolica e Stato italiano,ad esempio.In uno Stato che è anche sede della Massima Espressione del cattolicesimo universale,con una radicata cultura cattolica con un grande partito cattolico di massa come fu  la DC,quanto la morale cattolica ha influito e influisce sulle vicende della politica,della cultura e della morale laica italiana e anche(perché no?)sui casi più oscuri e misteriosi della storia repubblicana,come quello del rapimento e della uccisione di Aldo Moro?Tanti libri sono stati scritti sulla materia(uno degli ultimi quello di Gustavo Zagrebelsky:"Scambiarsi la veste")ma non c'è(e forse non ci sarà mai)uno definitivo sulla questione.E se pure ci sarà quello vincerà sicuramente un "Premio Strega".

24 maggio 2016

LA BRUTTA BESTIA









Il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra contro l'Impero austro-ungarico,in quella che fu una delle più grandi tragedie della storia dell'umanità.Su di essa,sulla Grande Guerra,la cultura italiana produsse,in tempi diversi,diversi modi di sentire gli accadimenti di quei giorni.Come Carlo Emilio Gadda,ad esempio,che scrisse "Giornale di guerra e di prigionia – Diario di Caporetto",nel quale riportò il suo personale diario dal fronte di guerra dal 24 agosto 1915 al 31 dicembre 1919.Gadda,arruolato volontario nel 1915,era un interventista convinto.Ed era del tipo di interventista ideologico,quello che andava addirittura oltre il nazionalismo;interventismo fatto di un astratto amore per la guerra,ingenuo,ma irresponsabile:tipico di buona parte della borghesia intellettuale italiana di quegli anni,affascinata dalla retorica dannunziana e dall’affabulazione futurista,ma anche dal nazionalismo più duro,dalle suggestioni irredentiste:che tanto fece per contribuire alla sciagurata partecipazione al conflitto,che sarebbe costata mezzo milione di morti al paese.In realtà nel suo "Giornale",Gadda raccoglie più che altro i suoi umori che non sembrano aver molto a che fare con la retorica dell’interventismo dannunziano o l’autentico slancio risorgimentale di un Cesare Battisti.

E' stato sempre difficile,per la cultura italiana,parlare in forma di romanzo o di film della “grande guerra” in Italia,considerato materiale retorico per il fascismo,come profonda frattura della memoria difficilmente componibile per le forze progressiste che dominano la cultura italiana del dopo seconda guerra mondiale.E' infatti solo del 1959 il primo film che ne affronta con un sorriso beffardo il senso di “inutile strage”."La Grande Guerra" di Mario Monicelli,vede protagonisti i due volti più noti del cinema italiano:Vittorio Gassman e Alberto Sordi,rispettivamente il fante milanese Giovanni Busacca e il fante romano Oreste Jacovacci. Arruolati a forza nonostante i comici bluff,i due fanno vivere per la prima volta sul grande schermo il dramma della trincea e nonostante la codardia s’immolano convintamente contro il nemico.Nel film viene pure detto di tutta l'incapacità dei comandi militari italiani,ancora legati agli schemi classici delle guerre ottocentesche e perciò del tutto impreparati al nuovo modo di condurre le battaglie.Proprio da qui derivarono i massacri di tanti giovani mandati al macello fuori le trincee carniche per ordini assurdi ed insensati.Tra i libri è ancora da ricordare "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu,uscito nel 1937,in pieno ventennio,senza troppa fortuna proprio perché contrastava la retorica fascista sulla prima guerra mondiale.Lussu, sottoufficiale dell’eroica Brigata Sassari nel ’15-‘18,interventista liberaldemocratico vicino a Salvemini, compone senza concedere nulla all’emotività un diario dal fronte in cui emerge la crudeltà della sadica disciplina militare e il sacrificio continuo di uomini per assalti alla baionetta alla luce del giorno e sotto le mitragliatrici austriache.Da questo gioiello letterario Francesco Rosi trarrà un film altrettanto misconosciuto nel 1970:"Uomini Contro".Un pamphlet politico crudo,con un’impostazione pacifista e il tratteggio robusto del senso di rivolta alla disciplina militare quasi fosse la metafora della lotta di classe per un appartenente al PCI come all’epoca era Rosi. Per altri vent’anni però lo sguardo sulla “grande guerra” si rispegne.Sarà uno dei più importanti registi italiani,Ermanno Olmi,con "Torneranno i prati",a ricordare l’insensatezza del conflitto con una chiosa lasciata recitare ad un pastore dopo la ritirata dei soldati:“La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai”.Come aveva ragione(purtroppo)il pastore.