04 novembre 2018

SCRITTI DAL FRONTE


 





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Cent'anni fa,il 4 novembre 1918,terminava per l’Italia il primo conflitto mondiale,iniziato nel 1914.Quattro anni terribili e cruenti che decimarono un'intera generazione e che cambiarono radicalmente l'assetto politico,militare e sociale mondiale(due Imperi andarono in pezzi,quello Austroungarico e quello Ottomano,un terzo venne sovvertito-la Russia degli zar,che aprì le porte al comunismo)e la stessa geografia coloniale ne risultò stravolta.Trascinata in una guerra che non voleva,l’Italia fece un balzo improvviso nella Modernità,senza,però,aver vissuto quelle tappe di preparazione,come l’alfabetizzazione diffusa,l’industrializzazione,la democrazia politica così come invece era avvenuto in altri Paesi modello,come la Francia e l’Inghilterra.La Grande Guerra fu il primo conflitto combattuto con armi dall’enorme potenziale distruttivo.Alcuni storici la definirono la guerra che ha inaugurato i Tempi Moderni.In ogni caso il dato incontrovertibile è che la Prima guerra mondiale fece circa dieci milioni di morti fra militari e civili.Questo conflitto fu anche un crogiolo di sentimenti ed emotività,di pensiero e di cuore per tanti letterati e scrittori che,direttamente o indirettamente parteciparono al primo grande conflitto mondiale.Dolore,sofferenza,morte,ma anche trionfalismi,esaltazione e nazionalismo,furono i sentimenti espressi da quelli che poi diventeranno celebrati e scrittori del Novecento.Esaltazione come quella di Gabriele D'Annunzio.Con la sua celebre trasvolata su Vienna,il poeta volle dare pieno compimento,nella realtà eroica della Grande Guerra,alle imprese aeronautiche di Paolo Tarsis,raffinato e impavido protagonista del romanzo dall’angosciante titolo "Forse che sì,forse che no" ( https://thearmful.wordpress.com/2013/06/10/forse-che-si-forse-che-no-gabriele-dannunzio/  )sorta di manifesto dell’ultima stagione decadente,dove il concetto del Superuomo di Nietzsche raggiunge probabilmente l’apice della tensione fra la quotidianità e la volontà di superarla con imprese leggendarie.Ma molti di più furono gli scrittori che nella guerra rinvennero la drammaticità esistenziale dell'Uomo.Questi scrittori,richiamati alle armi,o partiti volontari,provarono sulla loro pelle la tragedia della guerra e il marchio di questa ustionò le loro carni e le loro anime.Furono,quelli della guerra,anni di sangue,gelo e piombo. L’ermetico Giuseppe Ungaretti vi partecipò come volontario.Ben presto,però,abbandonati i sentimenti nazionalisti che lo avevano mosso fino a qualche tempo prima,egli prese coscienza della condizione umana,della fraternità degli uomini nella sofferenza e dell’estrema precarietà della loro condizione.“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” ("Soldati").La contingenza del soldato in trincea e le devastazioni che la guerra si lasciava alle spalle sono ben rappresentate nella poesia "San Martino del Carso": Di queste case/Non è rimasto/Che qualche/Brandello di muro/Di tanti/Che mi corrispondevano/Non è rimasto/Neppure tanto/Ma nel cuore/Nessuna croce manca/E’ il mio cuore /Il paese più straziato.” 
Ci fu poi l'altra grande espressione della letteratura italiana,Il romanziere Carlo Emilio Gadda.Partecipò di persona ai vari episodi bellici,e seppe cogliere la sofferenza universale che ogni conflitto genera,non solo sui campi di battaglia.Un patimento trasversale che appesantì i cuori delle madri,nella vana attesa di un ritorno agognato dei figli che sovente non ebbe mai luogo.Lo strazio di una madre che non avrebbe mai più rivisto il suo adorato ragazzo fu raccontato dallo scrittore ne "La cognizione del dolore".Louis Ferdinand Celine è un altro grande nome della letteratura europea del Novecento.L’autore di "Viaggio al termine della notte" ebbe una vita travagliata,una vera Odissea.Si arruolò volontario nell’esercito francese e nel 1914 si ritrovò a combattere nelle trincee e gli eventi bellici segneranno per sempre la sua vita,inducendolo ad un ripensamento sulla natura dell’uomo.Ci fu anche Erich Maria Remarque tra gli scrittori che parteciparono come combattente alla Grande Guerra e che di essa raccontò,nel romanzo:"Niente di novo sul fronte occidentale"la crudeltà della guerra attraverso la prospettiva di un soldato tedesco diciannovenne.Nel 1929 fu pubblicato il romanzo parzialmente autobiografico,"Addio alle armi"dello scrittore americano Ernest Hemingway.Quel suo romanzo divenne subito celebre per aver interpretato i sentimenti di tanti che avevano combattuto in guerra.Un’intera generazione storpiata dal conflitto,identificò,negli orrori descritti dal romanzo,le proprie sofferenze,la propria giovinezza perduta.Il romanzo narra la vicenda tragica del giovane tenente Frederic Henry che,dopo aver disertato,fugge da Caporetto,in mezzo alle truppe italiane che nel più totale sbando rientrano dietro le proprie linee.
In tutti questi romanzi,in tutte queste poesie vi è la continua ricerca di una dolcezza infranta,di un tepore che possa sciogliere il gelo prodotto dalla violenza.Talvolta è una breve licenza,talaltra una diserzione,un amore,una notte silenziosa,un riposo sottratto alla morte,il pensiero dell'indomani quando ci sarà il combattimento e non sai se quello sarà il  tuo ultimo giorno.Ed in  tutti questi pensieri e sentimenti si guarda avanti alla ricerca di una luce,una fenditura che lascia intravvedere il futuro(ma quale futuro?)per abbandonare la tragedia del presente.Ma,nonostante la drammaticità di quel conflitto,l'Uomo pure giù stava preparando un'altra immane e ancor più devastante apocalisse.
 

02 novembre 2018

LA GRANDE BELLEZZA


 
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Dire che Roma è una delle più straordinarie città del mondo è un'ovvietà,quasi un luogo comune.Ma è anche vero,purtroppo,che Roma,da qualche anno,sta conoscendo un degrado,un abbandono,un decadimento che sembra essere senza fine.Gli episodi di questi giorni,avvenuti a poca distanza temporale tra loro,hanno messo in luce in maniera eclatante questa realtà.Così accade che una ragazzina di soli 16 anni,viene seviziata,stuprata ed uccisa da un gruppo di extracomunitari in un edificio abbandonato,degradato all'inverosimile,un tugurio.E la cosa gravissima è che tutti,dalle forze di polizia,al Comune,ai semplici cittadini,conoscevano quel posto e tutti sapevano che prima o poi qualcosa di mostruosamente tragico sarebbe successo in mezzo a quelle macerie dove si aggirano quotidianamente personaggi turpi dediti ad ogni tipo di violenza ed allo spaccio di droga.A distanza di poche ore da quella vicenda mostruosa e orrida,accade che una scala mobile della metropolitana si accartoccia su stessa,provocando numerosi feriti in una sequenza da incubo tra i passeggeri.E poi l'eterno problema della Città Eterna:le strade devastate dalle buche,nelle quali,durante una inaugurazione,è cascata perfino la sindaca 5 Stelle Virgina Raggi,e che talora hanno provocato la morte di qualcuno per colpa del manto stradale sconquassato,abbandonato a se stesso.E bastano pochi millimetri di pioggia e in pochi minuti piazze e strade si allagano,perchè i tombini sono sempre sporchi e ostruiti e le vie ridotte a torrenti.E sembra una barzelletta(e invece è la triste realtà)ma capita anche avvistare cinghiali nei pressi dei cassonetti ricolmi di rifiuti.E c'è da ritenersi fortunati se nessun mezzo dell’Atac(Azienda Trasporti Autoferrotranviari Comunali)va in fiamme durante un normale trasporto urbano.Può sembrare esagerato a chi non ci vive,ma è questo il quotidiano vivere di questa città.I miloni di turisti di ogni parte del mondo,che restano incantati dinanzi alle meraviglie di Roma,ignorano tutto questo,ma proprio questa è la disperazione psicologica,sociale e civile dei cittadini romani.Difronte a tutto questo anche le persone più ottimiste e portate a vedere il lato positivo delle cose oggi sono costrette ad arrendersi all’evidenza:Roma è fuori controllo,una città sbandata, senza testa né coda.Ma ci può essere ancora speranza di rinascita etica,morale e civile per Roma?Mai come adesso,quando tutto affiora in superficie,in un contemporaneo,tragico accadimento di disgrazie simultanee,si vede meglio quello che Roma oggi è:una città senza sicurezza,senza pulizia,senza decoro,senza trasporti decenti,senza un marciapiede non dissestato,senza un ufficio che funzioni(bisogna aspettare sei mesi per avere una carta d’identità,nell’era della velocità informatica).Eppure a Roma accade.Sono assenti relazioni civili che ridiano alla comunità l'identità perduta.E mancano reazioni etiche e culturali.Già,la cultura.Proprio quella che ha caratterizzato questa Città nei secoli e nel mondo;quella cultura che "parla" al mondo con il "linguaggio" magico dei suoi monumenti,delle sue opere letterarie,pittoriche e musicali,con il suo essere capitale mondiale della Cristianità.Nella patria del grande cabaret e dei grandi artisti della risata,da Petrolini a Sordi,Manfredi,Proietti,Fabrizi e tanti altri,i romani non ridono più, perché hanno solo disperazione nel cuore.E poi aree stupende lasciate marcire,come l'ex Fiera di Roma,il glorioso Stadio Flaminio ridotto a discarica,un relitto dell’archistar  Santiago Calatrava  a far da guardia ai detriti della mai realizzata Città dello sport .Se poi si volesse avere una rappresentazione visiva abbastanza verosimile dell'Inferno,basta recarsi nel mare di sofferenze delle anonime periferie romane.Che tragica,straziante disperazione quella di Roma ! Forse,però,questo stato di cose è dovuto anche alla morte intellettuale e culturale della "civitas",del senso identitario della comunità della gente romana.Ci sono responsabilità anche dei cittadini romani che quando percorrono le strade di Roma maltrattano la grande bellezza della Città Eterna,senza rispetto le regole del decoro che dovrebbero proteggerla.Tutti quegli episodi sono il riflesso del degrado urbano cui è giunta Roma.Spazzatura nelle strade ma spazzatura morale,disfacimento morale se si pensa all'espandersi atroce e crudele della criminalità,come lo scandalo di "Mafia Capitale" ha fatto vedere.Forse è nel film di Paolo Sorrentino"La grande bellezza" che può cogliersi il significato della Roma attuale.Il protagonista(Toni Servillo)trova la grande bellezza e la vita che essa riesce a dare,nei  palazzi romani,nelle chiese,negli affreschi e nei monumenti di una Roma che fu.La grande bellezza di Roma è eterna,ma eterea e fuggevole,perchè vissuta in modo vuoto e vacuo dalla classe politica e dalla cultura romana e italiana.Qualche apparente larva di impegno civile ma poi si ritorna alla mondanità,a una vita finta,all'assenza dell'anima e della Vita.Se Enea,fondatore di Roma,era l'eroe della pietas,intesa come l'insieme dei doveri che l'uomo ha verso gli altri uomini e cioè della collettività,nella Roma di oggi non c'è più spazio per questo sentimento,perchè la pietà,inteso come "sentire" un senso del dovere non è più un sentimento dell'uomo moderno romano.Così,come il protagonista del film,i pochi romani ancora dotati di  "buona volontà",di voglia di impegno civile e culturale,rifiutano di esserci in una società frivola e senza sentimenti,dove la morale è assente o addirittura ribaltata,come quando il protagonista guarda la nave "Concordia" in mare,esplicita metafora di Roma e dell'Italia.Oggi Roma è come se fosse in un buio esistenziale.Il buio della notte che nasconde la grande bellezza di una Roma di una vita fa. 
 
 
 
 
   
             





IN ALTO UNA SCENA E IL TRAILER DEL FILM DI PAOLO SORRENTINO "LA GRANDE BELLEZZA"

18 ottobre 2018

LE COSE DI CASA




Provo a immaginare come se in mezzo a quella gente ci fossi anch'io.Come se anch'io,come gli altri,come gli altri sfollati di sotto il ponte di Genova,stessi aspettando il mio turno per andare su,per tornare a casa,in quella che per 50 anni è stata casa mia per recuperare qualche cosa,un mobile,qualche capo di abbigliamento e qualcos'altro.Che poi "tornare" significa tornarci solo per poco,2 ore o giù di lì.Con il pensiero(e la paura)che se succede qualcosa,se scatta l'allarme,ci sono solo 4 minuti(come hanno detto i vigili del fuoco)per lasciar tutto e correre giù in strada.Ed ecco,è venuto il momento,è venuto il mio turno per salire su in casa,lì in quella palazzina dove c'era casa mia.E mentre salgo incontro la gente che è salita prima di me.Scendono con grandi scatoloni e buste e qualche valigia.Li guardo e li vedo piangere,tremare,singhiozzare,mentre vanno via con tutta quella tanta,pochissima roba che hanno raccolto che in quella che era stata casa loro. E penso a come troverò adesso casa mia. Mi ripeto mentalmente a quello che ho pensato nei giorni prima,a quello che subito e soprattutto devo prendere tra tutta la roba di casa mia. Perché il tempo è poco,anzi pochissimo.Penso che per prima dovrò prendere le cose che da subito mi serviranno da usare, alle altre che serviranno a mantenere la Memoria.Ecco,apro la porta.Un tuffo al cuore.E' tutto come un orologio fermo,bloccato sulle 11.36 di quel piovoso giorno del 14 agosto.Rivedo i mobili, i vestiti,i piatti,le foto,i quadri,i giocattoli dei bambini.I libri, le coperte, le lenzuola,il rasoio, i gioielli, il televisore, la vecchia radio anni '60 ,la cara vecchia "Radio Allocchio Bacchini",che non ho voluto dar via per nessun motivo perché tanto mi racconta(va) dei miei anni bambini.E poi ancora i bicchieri di cristallo, i soprammobili, i quaderni delle elementari, i cappotti, le tovaglie di Natale.Ecco è questa,è qui che ho lasciato la mia vita quel 14 agosto.E' qui quella tanta,piccola vita mia,tutta la mia vita a un metro da me.La macchinetta del caffè,pronta tutti i giorni per celebrare il sacro rito del caffè con le tazzine del servizio della nonna.Ecco,m'aggiro dentro casa e prendo questo e quello e guardo quel tanto,quel niente, il superfluo che me l'ha resa cara,questa casa di 50 anni fa.Ogni angolo, ogni oggetto un ricordo,il tempo infinito che c'è stato dentro quella casa;quel tempo e quello spazio dentro il quale entravo quando tornavo e adesso di più capisco che quella casa,il caldo di quella casa,è dentro di me.In quella casa ci sono cresciuto e ne ho viste di cose belle,di cose tristi;quella casa è dentro di me,in quella casa ci sono stato.Fino a a quel 14 agosto di una vita fa. E adesso devo mettere quel mondo e l'anima e la vita di quel mondo dentro a due o tre scatoloni e qualche valigia,ed anche presto lo devo fare.Due ore di tempo e cinquanta scatoloni di spazio,non un minuto oltre,non un scatolone di più.Quegli scatoloni che si riempiono così presto e di così poco,con il così tanto che ne resta fuori.Ecco,son fuori in strada.Mi fermo,poggio per terra gli scatoloni e le valigie,mi volto e guardo lassù casa mia,quella casa di 50 anni fa,quella casa di una vita fa.E mentro la guardo,mentro so che tant'anima ci lascio,mi viene incontro tanta gente.Microfoni e telecamere e giornalisti e radio e tv."Cosa ha provato quando è salito su"?chiedono.E cosa può mai risponderti la gente che una volta abitava sotto il ponte di Genova con quello che ha in cuore in quel momento.E' così che m'immagino come potrebbe essere per me essere lì,come se anch'io fossi uno della gente di sotto il ponte di Genova.Non faccio fatica a immaginarlo,perchè per me quelle scene sono il rivivere un qual cosa di già visto e vissuto,di già "sentito" soprattutto.E' rivivere  "quella" sera di "quel" 23 novembre 1980;la sera del terremoto delle mie terre,dell'Irpinia e della Basilicata.E le ore immediatamente successive alle 19.43 di quella terribile domenica,quando,dopo quelle scosse paurose,risalii su in casa,a prender ualche coperta,cappotti e qualcos'altro,nemmeno ricordo.E le tante cose e la tanta vita che dentro ci lasciai per sempre dentro quella casa.E poi ricordo quei 300 giorni e più che ci vollero per tornare dentro casa,dentro casa mia.Ma una casa diversa,perchè non era più la casa di prima.Io,però,almeno l'avevo una casa,tanti altri sotto le loro case erano rimasti in quella sera di quel 23 novembre.
 
 
 
 
 
 

 
 
 

 
 
 








 
 
 
 
 
 
 
 
 

15 ottobre 2018

NELLA STORIA E' IL SIGNIFICATO

 
 
Pare che tal Marco Bussetti,professore di educazione fisica alle scuole medie,sia ministro della Pubblica Istruzione nel Governo Conte.Forse non sa nemmeno lui come e perché sia lì,ma insomma in un governo dove Di Maio fa il Ministro del Lavoro,anche Bussetti poteva ben ambire ad essere ministro.E questo tal Bussetti,per cercar di giustificare la propria esistenza in vita(politica,per carità)se ne è venuto col dire che è meglio che la Storia sia abolita dall'esame di maturità e poi,magari dello stesso insegnamento della Storia.Abolire la storia e perchè?La motivazione che adduce il (nostro malgrado)Ministro è che pochi studenti affrontano la prova di storia all'esame di maturità.E allora togliamola di mezzo.Così,come si toglie un prodotto dal commercio perché i clienti non lo comprano più.La logica è quella del la merce da supermercato:non si vende,si toglie dagli scaffali.Solo che la scuola non è un mercato e non è una classifica da hit parade.L'eliminazione corrisponde peraltro a una idea che purtroppo ha preso piede negli ultimi anni,e che vede la scuola concepita in termini di gradimento.Forse bisognerebbe spiegare al ministro,ammesso che poi lo capisca,che abolire la storia è togliere la memoria e la capacità critica e comporta una minor consapevolezza del presente,non consente di capire come e perché questa sia il mondo in cui oggi noi viviamo.Conoscere cosa ci ha preceduto è uno strumento essenziale per sapere,valutare(conoscere per deliberare diceva un "certo" Luigi Einaudi);è uno strumento di libertà e consapevolezza.Certo,agli attuali governanti,impegnati tutti nel presente a raccattare voti con reddito di cittadinanza e immigrati,e capaci di (stra)parlare solo su Facebook e con tweet,non è che la cosa possa interessare più di tanto.E del resto alla Pubblica Istruzione Bussetti ha avuto "illustri" predecessori,come Valeria Fedeli ad esempio,che voleva abolire il tema di italiano dagli esami di stato.Sì,proprio quella Fedeli che nel suo curriculum scriveva di essere laureata,scoprendosi poi che non aveva nemmeno la maturità.Per fortuna che fuori e al di là della rozzezza e del becerume di questo governo ci sono altre sensibilità,un altro modo di pensare.Come quello di Liliana Segre,senatrice a vita e sopravvissuta alla Shoah e testimone dei lager nazisti di Auschwitz-Birkenau che ha detto:"Avevo già pensato,di chiedere al ministro che rimettesse nelle ultime classe dei licei lo studio della storia del '900 con tutte le guerre,lo sterminio degli armeni,le pulizie etniche,la Cambogia,tutto quello che c'è stato di brutto.E invece adesso addirittura lo tolgono dall'esame di maturità.O come quello di Ferruccio De Bortoli,già direttore del Corriere della Sera:"Il ricordo è protezione dalle suggestioni ideologiche,dalle ondate di odio.La memoria è il vaccino culturale che ci rende immuni dai batteri del razzismo".Già.Questa gente nemmeno si rende conto di come la storia fa parte del presente,e senza la consapevolezza di ciò che è accaduto non daremmo un senso alla nostra scena politica e sociale.La Storia può sembrare tema di nicchia,discussione da intellettuali da salotto:e invece la Storia siamo noi,come dice il titolo di un bel programma Rai http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/ .La Storia la facciamo noi,gente comune,nella ordinarietà dei nostri giorni.Ma oggi,al di là di quel tal Bussetti e di quella tale che lo ha preceduto al Ministero,la storia dello studio della Storia soffre di schizofrenia:da una parte assistiamo al successo di programmi di storia,come "La Grande Storia" di Paolo Mieli (https://www.raiplay.it/programmi/lagrandestoria/ )  o quello di Alberto Angela"Ulisse:il piacere della scoperta"( https://www.raiplay.it/programmi/ulisseilpiaceredellascoperta/  o le fiction basate sulla storia,dall’altra vediamo che la storia com’era un tempo,quella che aveva peso politico,sta scomparendo.Forse ciò è dovuto anche perché siamo nell'epoca dei social e del web,dove tutto si basa sul virtuale e non sul reale che è poi quello che la Storia analizza e mette a fuoco.E' questa l'epoca delle "fake news",delle storie false inventate da dilettanti o(peggio)dai professionisti del web che tendono di distorcere la storia e di conseguenza la realtà:fenomeno inquietante,perchè così la storia viene falsata,inquinata e alla fine distrutta e soppressa come Memoria.Ecco perché la storia va insegnata e studiata,e bene,per sviluppare il senso critico",per conoscere cosa siamo e che vie e che temperie umane abbiamo addosso e da cosa ci driva il nostro essere.E per capire che futuro vogliamo dare alle nostre esistenze.Perchè la storia non è una merce qualsiasi che può essere rimossa dagli scaffali di un supermercato.

(Nella foto in alto il busto di Erodoto,considerato il padre della Storia)
 
 
P.S. a proposito di storia e memoria e,a puro scopo esemplificativo,vorrei ricordare qualche nome che in passato ha ricoperto la carica di ministro della Pubblica Istruzione prima dei sopra citati Bussetti e Fedeli:

 

- Francesco De Sanctis
- Vittorio Emanuele Orlando
- Benedetto Croce
- Giovanni Gentile
- Adolfo Omodeo
- Guido De Ruggiero
- Vincenzo Arangio Ruiz
- Giovanni Spadolini
- Tullio De Mauro
 
Ma vaglielo a spiegare a un leghista o a un 5 Stelle che gente erano costoro.