18 settembre 2020

ITALIA VIOLENTA




Si chiamava Willy Monteiro Duarte,quel ragazzo,e di anni ne aveva appena 21,ed anzi in quella foto con la camicia jeans,con quel sorriso radioso ed entusiasta,di anni ne dimostrava ancor meno.Ma quella notte a Colleferro,una cittadina in prossimità di Roma,la vita ha smesso di sorridere a Willy.Erano le 3 di notte quando è morto in una piazza di Colleferro,massacrato di botte,calci,pugni e salti sulla pancia da 3 o 4 bestie tatuate che poi lo hanno lasciato lì a terra rantolare,rannicchiato in un angolo di quella piazza.Loro,gli "eroi",erano in 4,lui era solo,e dopo ogni colpo cercava di rialzarsi da terra,ma ad ogni tentativo una nuova scarica di colpi,fino alla botta letale.Lui nella rissa che s'era accesa non c'entrava niente,anzi,era corso per cercare di calmare gli animi.E' accaduto a Colleferro-Roma-Italia:ma poteva accadere in qualsiasi parte di questo Paese.Perchè anche nei giorni prima e dopo "quello" di Willy tanti sono stati gli atti di violenza contro altri ragazzi,anziani,e,come sempre contro donne,anche solo ragazzine 15enni.Il problema,allora,è che nel nostro Paese si stanno disgregando le protezioni sociali,a cominciare dalle famiglie e dalla scuola,che contenevano e raffrenavano quella rabbia latente che invece adesso dilaga apertamente per il Paese senza freni,senza limiti.C'è da chiedersi,allora:cosa stiamo diventando come Paese?Anche perché sembra quasi che ci stiamo rassegnando al peggio,senza reagire,senza indignazione morale.A Colleferro adesso tutta la comunità locale si indigna contro le "bestie",ma lì tutti sapevano che gli aggressori erano soliti compiere atti di violenze ed erano ben noti per la loro brutalità e che avevano già 4 procedimenti penali pendenti proprio per questi motivi.Tutti sapevano,nessuno ha parlato.Quel fatto è accaduto alle 3 di notte.E' stata la fine tragica di una notte a Colleferro.Ma è stata anche la fine di un'altra notte italiana,uguale alle  tante altre,identiche notti in tante altre città italiane.La fine tragica di un sabato italiano,di un’Italia brutta e incattivita.Il funerale a Willy,è un indice d'accusa contro una nazione che non sa più educare né proteggere i propri figli.Che ha smarrito la ragione e perduto il sentimento di comunità ed appartenenza.Anzi.Se un sentimento prevale,è l’odio per l'altro,e la violenza ne è l'estrinsecazione:violenze e abusi sui più deboli:bambini,donne,gay,extracomunitari,disabili,anziani,questi ultimi spesso in case di riposo e "accoglienza".E poi c'è l’odio e la violenza per chi prova ad opporsi alle prepotenze,come Willy Monteiro Duarte.E non basta ancora.C'è poi l'odio sparso a piene mani sul web dai coraggiosi da "tastiera".Non a caso l'odio per Willy è continuato su Facebook sul quale è apparso un tizio che diceva che in fondo Willy se l'era cercata.Aveva 21 anni Willy e sognava di diventare calciatore nella sua Roma,la squadra del cuore.Era italiano di Capo Verde,Willy.Forse in questo caso non c’entra nemmeno il colore della sua pelle,appena scura;eppure oggi in Italia il colore della pelle ricomincia a fare la differenza.A Lecce,ad esempio,alla cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria a Yvan Sagnet,camerunense,attivista per i diritti dei braccianti,il centrodestra ha abbandonato l’Aula comunale per protesta.E sono sempre più numerosi atti e parole di razzismo contro atleti italiani di colore,comel’aggressione subita dall’atleta Daisy Osakue,campionessa italiana di atletica leggera di origine nigeriana,ferita qualche tempo fa ad un occhio in un'aggressione razzista.E sui social tanti "like" sui profili di quei tanti "eroi" da tastiera per il loro "pensare" razzista.Poi magari si minimizza,si dice che sono solo quattro teppististelli a cui non dare importanza.Ma intanto anche le parole,quando non gli atti,sono come pietre e rimangono e succedono i fatti come quelli di Colleferro.Allora per qualche giorno ci si indigna anche,e si scrive "Ciao Willy" sui social,ma non capiamo che con i nostri silenzi,si diventa complici di una mutazione antropologica e culturale di un Paese che certamente prima non era né cattivo né razzista.Liliana Segre,senatrice a vita,scampata al campo di sterminio di Auschwitz ha detto sui fatti di Colleferro:"La fine di quel ragazzo è un naufragio della civiltà".E ha raccontato come si entra nelle spirali dell'odio e del razzismo."Dapprima si comincia a odiare qualcuno  mettendolo in ridicolo,poi facendo del bullismo.Poi si passa alle parole e agli atti violenti,e infine si arriva ad ammazzare".Ed intanto continua a lievitare quel fenomeno foriero di strappi violenti e ferite profonde ai sentimenti e ai valori condivisi,alla civiltà e alla cultura di questo Paese.Quello che è certo è che i valori di riferimento della gente si sono abbassati.C'è un espandersi sempre più esasperato di consumismo,come quello denunciato da Pasolini già tanto tempo fa.C'è solo la cultura dell'apparire(le 2 bestie ostentavano la loro fisicità e il fatto di avere SUV e moto potenti, ma poi percepivano il "reddito di cittadinanza").Molti soldi con poca fatica,zero senso del dovere,nessuna disponibilità al sacrificio.Tanti cuori pieni di niente e nessuno pensa a metterci qualcosa dentro,come-che so?-passione e sentimento per un'ideale,la voglia di "spendersi" per gli altri,per gli ultimi,per i bisognosi.Forse per capire cosa stiamo diventando,dovremmo provare a mettere,accanto alla foto di Willy,una foto dei suoi presunti carnefici ed aguzzini.Da un lato il sorriso solare di un ragazzo disponibile e generoso.Dall'altra due facce feroci e cattive;corpi scolpiti e palestrati,abiti,auto,ambienti non tanto compatibili con "redditi di cittadinanza".Sono due Italie che non possono stare insieme.La tragedia è che la seconda sta avanzando spavalda,sopraffacendo l'altra,ma non sembra che la cosa preoccupi più di tanto nessuno di noi.

14 settembre 2020

L'ONORE E LA VERGOGNA

Il fatto(tragico)è accaduto a Caivano,cittadina tra le più degradate dell'hinterland  napoletano;anche di questa Terra e di questa città si è impossessata,materialmente e umanamente,il terrificante male antico della Campania,la Camorra.A Caivano è successo che un ragazzo,Antonio Gaglione,ha ucciso la sorella,Maria Paola,e pestato a sangue l'amica di lei.Perchè è successo questo?Antonio non sopportava più quella che per lui era una "vergogna",ovvero la relazione sentimentale della sorella:perchè la compagna di Maria Paola,pur essendo nata come una "lei",era una trans.Per Antonio Gaglione la situazione era diventata inostenibile:c’erano da sopportare tutti quei commenti sotto voce,quelle mezze frasi sulla sorella che giravano nel quartiere,quello stesso "Parco Verde" di Caivano,dove qualche anno fa fu uccisa la piccola Fortuna Loffredo,di soli 6 anni,abusata più volte da gente del quartiere.Un vero e proprio fortino della camorra,dove le relazioni sentimentali vengono passate al setaccio,figurarsi quella omosessuale nemmeno nascosta da Maria Paola.Le 2 ragazze avevano una relazione stabile da 3 anni.Ed erano felici.Una unione difronte alla quale è traboccato il vaso pieno di rancore represso per anni dal fratello,Antonio Gaglione.Per il giovane "quella" storia d’amore,vissuta invece come normale quotidianità di affetti dalle ragazze,era peggio di una coltellata alla schiena.Cosi ha deciso che servisse una "lezione":è salito sulla sua moto e ha seguito lo scooter di Maria Paola e della compagna.Quando ha raggiunto lo scooter delle ragazze,Antonio lo ha tamponato volontariamente e violentemente.Nell'urto le due compagne sono state sbalzate dal sellino:Maria Paola ha sbattuto con la testa ed è morta sul colpo,mentre la sua compagna è finita in una cunetta tra i rovi selvatici.Il fratello di Maria Paola,senza nemmeno curarsi di come stava la sorella,in realtà già morta,si è scagliato contro la compagna,pestandola a sangue,gridandole contro accuse e offese infamanti.Difronte a questa vera e propria tragedia,si rimane allibiti,nel constatare come in Italia ancor oggi possa essere stroncato il diritto all’amore.Il fratello ha detto che voleva dare "solo" una lezione a "quella là" che le aveva "infettata" la sorella.Perchè ancora oggi quel sentimento è considerato un'infezione,forse peggiore del Covid,perchè tale è considerato un pregiudizio di nome transfobia,capace di far appaiare a un’infezione un sentimento tra due esseri che si sono scelti.Fino a indurre un fratello ad arrogarsi la prerogativa di deciderne la liceità o sancirne la condanna.Quando invece Papa Francesco,proprio a proposito dell'omosessualità e richiamando la parabola dell'adultera,aveva detto:"Chi siamo noi per poter giudicare?"E invece a Caivano abbiamo scoperto una nuova fattispecie alla voce:"femminicidio e violenza sulle donne".Quella del “ti uccido perché ami un trans”.E se il pregiudizio omofobico è ancora forte,figuriamoci quello transfobico:è largo,profondo,silenzioso,feroce:quel che è peggio è che è trasversale:intergenerazionale,interclassista.Prescinde dal sesso,dallo status economico-sociale.È il portato di una cecità etica interiore.È dunque qui che si dovrebbe lavorare,ma una legge,richiesta dalle organizzazioni LGBT,non può bastare.E' necessario una rivoluzione culturale e sociale,capace di cambiare dal profondo questa società,così tanto rabbiosa e incattivita,che cova tanto rancore verso l'altro e il diverso,sia esso un trans o un extracomunitario.Cambiare la “testa” delle persone nel senso di schiuderla alla cultura dei diritti,della libertà di scelta,del diritto all’amore che non consente barriere né discriminazioni.Ma c'è dell'altro.Antonio Gaglione ha agito così perché erano in gioco due valori ancora profondamente radicati nel Sud Italia:l'onore e la vergogna.L'onore violato della famiglia propria e quello della "famiglia" più "ampia":la famiglia  camorristica che permea tutto il vissuto delle famiglie della zona "amministrata" e che impone modelli e comportamenti di vita.E c'è poi l'altro valore:quello della vergogna,intesa come movente che ha indotto Antonio a puntare il suo mezzo contro la sorella perché fidanzata con un trans.Così intesa,la vergogna richiama la cultura dell’onore ferito,giustificativo anche di un omicidio come era scritto nel codice penale italiano  fino ancora agli anni Ottanta,come attenuante giustificazionista per mariti o fratelli assassini(come non pensare allo splendido film di Pietro Germi,"Divorzio all'italiana",con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli?).Una mentalità,quella dell'onore violato,che nasce dalla concezione della perdita pubblica della propria immagine e dignità personale e familiare.Perché al fondo c'è quella mentalità distorta sulla donna:il senso di possesso,la convinzione di essere padre/padrone o fratello/padrone,della moglie o sorella.Perchè secondo questa mentalità la donna non ha cervello,è volubile,disposta al peccato.La donna è perciò un oggetto che l'Uomo padrone deve controllare e ricondurre sulla retta via,e non importa con quali mezzi.Anche con la violenza se occorre.Perciò la donna non può,non deve avere autonomia e vita propria ma è sempre sottoposta all'uomo guardiano di sciagurate figlie desiderose di uscire,di aprirsi all'esterno.E se poi le donne,quelle creature per natura "imperfette" arrivano al fidanzamento e al matrimonio,al padre o fratello padrone si sostituirà il marito/padrone.Se una giovane donna poi sceglie di avere una vita propria e per giunta un trans come fidanzato,all’ideologia patriarcale si salda il pregiudizio e l'odio omotransfobico che cancella ogni libertà di scegliere,ogni diritto all’amore.Ma la risposta più bella e dolce,ed anche la più semplice è quella che ha dato la mamma della compagna di Maria Paola:"I figli si amano sempre,così come sono"



24 agosto 2020

TRA LE MURA DELL'ORRORE

Sono passati 40 dalla morte di Franco Basaglia,avvenuta nell'agosto 1980.Franco Basaglia,celebre psichiatra e neurologo veneziano,è considerato il fondatore della moderna concezione della salute mentale.Di sicuro la disciplina psichiatrica in Italia subì con lui profondi rivoluzionamenti,tali da essere ancora influenzata dai suoi studi.Ancora oggi in tanti leggono i suoi libri e i suoi studi,basati sulle sue quotidiane esperienze professionali.Perchè era l'esperienza e la cura quotidiana dei malati,più che gli studi e le teorie astratte che interessavano Basaglia.Così,infatti,egli diceva:"Direi che tutto l’apprendimento reale avviene fuori dall’università".E in tanti lo conobbero,tanti lo hanno amato ma anche odiato,anche tra i suoi stessi colleghi,come ad esempio Mario Tobino,psichiatra e scrittore(vinse il Premio Campiello 1972 con il libro "Per le antiche scale").Scrisse infatti Tobino:"Si viene a sapere che diversi malati,dimessi dai manicomi,spinti fuori nel mondo,nella società,per guarire,come proclamano i novatori,per inserirsi sono già in galera,arrestati per atti che hanno commesso.Nessuno più li proteggeva,li consigliava,gli impediva.Nessuno li manteneva con amorevolezza e fermezza,li conduceva per mano lungo la loro possibile strada.Ed ora precipitano,si apre per loro il manicomio criminale.La follia non c’è,non esiste,deriva dalla società.Evviva".Ma,al di là di queste roventi parole di Tobino, Basaglia comunque sarà ricordato come colui che ha ribaltato un mondo",come fu detto all'indomani dell'approvazione della Legge 180 del 1978,più nota come "Legge Basaglia".Ma ribaltato come?Qui non si vuole entrare nella specificità degli studi psichiatrici o degli altri ambiti scientifici sotto i quali la Mente umana è studiata.Forse,però,il più utile elemento per cercare di capire chi è stato Basaglia è quello di ricordare cos’erano i manicomi in Italia."Colà stavansi rinchiusi,ed indistintamente ammucchiati,i maniaci,i dementi,i furiosi,i melanconici.Alcuni di loro sopra poca paglia e sudicia distesi,i più sulla nuda terra.Molti eran del tutto ignudi,varj coperti di cenci,altri in ischifosi stracci avvolti;e tutti a modo di bestie catenati,e di fastidiosi insetti ricolmi,e fame,e sete,e freddo,e caldo,e scherni,e strazj,e battiture pativano".Può sembrare lo stralcio di un libro di Basaglia,ed invece sono parole dello psichiatra palermitano Pietro Pisani,che già nel 1824 approcciò il problema della malattia mentale in maniera innovativa,con l'introduzione di metodi più umani nella cura della follia,con l'abolizione di catene e bastoni e l'utilizzazione terapeutica di divertimenti e svaghi.(per inciso parlarono di Pisani sia Alessandro Dumas ne "Il Conte di Montecristo" che Leonardo Sciascia).

Si poteva pensare che un secolo e mezzo dopo Pietro Pisani tutto era radicalmente cambiato.Ed invece,nel 1971,una Commissione d’inchiesta sulle strutture psichiatriche del nostro Paese così relazionava:"Ci sono bambini legati con i piedi ai termosifoni o ai tubi dell’acqua,scalzi,seminudi,sdraiati per terra come bestioline incapaci di difendersi,sporchi di feci,dovunque un lezzo insopportabile".E ancora qualche anno dopo,il giornalista Felice Cavallaro,dopo una sua inchiesta, così scriveva sul Corriere della Sera:"Dormono con la schiena che sfiora il pavimento.Sprofondano giù perché le reti sono bucate al centro,corrose dalla pipì che con gli anni ha sciolto la maglia metallica.Di lenzuola nemmeno a parlarne.Puzzano anche le coperte.Tutto emana il fetore della morte in queste camerate dove quattrocento persone aspettano la fine come fossero animali".Era il 1987.La Legge Basaglia era stata approvata nel 1978 e prevedeva la chiusura di quelle bolge infernali.Sulla carta.Ma nella concreta attuazione della legge,di rinvio in rinvio,quelle infamie continuavano a sussistere.Eppure questo silenzio assordante,sul quale solo Pisani era intervenuto più di 150 anni prima,era stato lacerato già quasi da un decennio,appunto da Franco Basaglia.Nato a Venezia nel 1924,sposò Franca Ongaro,che sarà poi la compagna di mille battaglie.Basaglia cominciò a lavorare nel manicomio di Gorizia:"C’erano 500 internati-egli poi scrisse-ma nessuna persona".Ovunque "un odore simbolico di merda".Fu così che cominciò a maturare l'intenzione ferma di distruggere quella istituzione disumana che erano i manicomi.Fu una guerra totale:"Nei congressi si dice sempre che bisogna cambiare,ma nessun professore universitario si è sporcato una mano all’interno dei manicomi".Perciò Basaglia si rendeva insopportabile agli occhi di chi si sentiva toccato da quei giudizi.Ma lui non se ne curava.Continuava a picchiare duro,come del resto nei manicomi venivano picchiati i "suoi" malati.Fino a che non arrivò la celebre intervista del 1968 nel programma tv:"I giardini di Abele"di Sergio Zavoli :"Le interessa più il malato o la malattia?"chiedeva Zavoli a Basaglia."Decisamente il malato".Sembra una domanda banale,neppure da fare,con una risposta perfino scontata.Oggi.Ma nel 1968 solo quel chiedere e quella breve,fulminea risposta,furono una piccola,grande rivoluzione.Si metteva in discussione una consolidata prassi,una mentalità che nessuno mai,fino ad allora,aveva osato contestare.Basaglia riuscì così,in pochi anni febbrili,a spingere il Parlamento italiano a votare il 13 maggio 1978(cinque giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro)la "sua" legge,la 180.Ma presto i dubbi su quella legge cominciarono a inquietare perfino molti che l’avevano sostenuta.Come il poeta e deputato comunista Antonello Trombadori,che,pur avendola votata,definendola "sacrosanta",qualche anno più tardi si chiese,retoricamente,quali reali risposte aveva dato la "180" al proprio dramma familiare che lui viveva per la figlia,affetta da malattia mentale.Dall'altra parte,c'erano,invece,i "khomeinisti" della "180",quelli che,estremizzando le posizioni di Basaglia,affermavano l'intangibilità di quella legge.Ma nel momento chiave in cui la riforma avrebbe dovuto esser messa in pratica,il "Dottore dei matti"(questo il titolo di un libro su Basaglia)non c’era più.Morì,appunto,nell'agosto 1980.Cosa avrebbe detto su tutte le polemiche che la legge aveva aperto?Cosa avrebbe fatto difronte al dramma di Trombadori?Ovviamente le risposte non ci sono.Ma ad altre domande non è stata data ancora oggi alcuna risposta.La chiusura dei manicomi non fu affatto immediata.Di rinvio in rinvio arrivò solo 20 anni dopo.C’era tutto il tempo per fare le cose.Ma in tutto questo tempo dov'era lo Stato?E le Regioni?E le Aziende Sanitarie,tutti soggetti coinvolti nell'applicazione della "180"?Ma un'altra terribile,angosciante domanda dovrebbe porsi chi ha lasciato che,prima e dopo Franco Basaglia,esistessero gli orrori dei Manicomi.Quante vite sono state soppresse negli anni in quei luoghi di tortura?E non solo fisicamente.Quante sensibilità e capacità umane e artistiche e culturali di uomini e donne sono state soffocate sotto gli elettroshock,con le lobotomie,dentro i letti di contenzione?Quanti altri uomini e donne sono stati offesi nella loro dignità o soppressi tra quelle mura o fatti "vivere" in condizioni di orrore?Quanti altri poeti come Dino Campana e Alda Merini,o pittori come Antonio Ligabue,che pure furono ricoverati in quelle strutture,avrebbero potuto portar fuori da quelle mura i loro talenti,le loro capacità,le loro emozioni e sensazioni che avrebbero fatto viver meglio i cuori e le menti di tutti noi,così come Merini,Campana e Ligabue son stati capaci di fare con i loro scritti e la loro pittura?Nessuna Commissione d'inchiesta potrà mai accertarlo.Ma la risposta alla domanda non può  essere che "quella".Ed è una risposta terribile,appunto.







































15 agosto 2020

FERRAGOSTO

Ferragosto.Le immagini che ogni anno giornali e telegiornali ci rimandano,sono sempre quelle:spiagge affollate,sole accecante,barche al largo,su un mare piatto come una tavola,tanta gente sotto gli ombrelloni a ripararsi dall'afa.Eppure cinema e letteratura ci raccontano anche storie di altri e diversi ferragosti.Storie di città vuote e deserte,avvolte in silenzi surreali.Storie di gente che rimane in città perché vacanze non può permettersi.Il Ferragosto degli anni dopo il COVID ancor di più,poi,che ha causato altre e ulteriori povertà e una pesante crisi economica ed occupazionale.Queste città deserte ci sono state raccontate nel tempo da registi e scrittori;storie di gente "a parte",pezzi di storie di città vuote e di solitudini,non solo di un tempo ferragostano,ma anche di un angoscioso tempo esistenziale.E storie del cambiamento sociale del nostro Paese.Nel campo cinematografico indimenticabile rimane il film di Dino Risi "Il Sorpasso"

il commento 2 Ma l'eroe de «Il sorpasso» non gradirebbe ...

con il grande Vittorio Gassman,nelle vesti di un personaggio superficiale,arrogante,che a bordo della sua "Lancia Aurelia",prova sulle strade deserte del ferragosto romano,l'ebbrezza del sorpasso:una metafora di quello che era lo spirito del Belpaese negli anni '60:il costante desiderio di primeggiare,la rappresentazione di una corsa all'affermazione nella società del benessere senza valori,all'epoca del boom economico.Un altro film sul deserto del ferragosto è "Caro Diario" con Nanni Moretti in giro sulla sua "lambretta" per le deserte strade romane.


L'autore/attore Moretti,si scopre solo.Solo e con la consapevolezza della incomunicabilità tra lui e gli altri(a tal proposito è splendida la scena del semaforo e del suo parlar di "minoranze",nell'assoluta indifferenza dell'interlocutore).E c'è poi:"L'ascensore",nel film ad episodi diretto da Luigi Comencini,Nanni Loy e Luigi Magni,con la famosa scena dell'ascensore nel quale restano bloccati,nel giorno di Ferragosto,Alberto Sordi,nei panni di un imbarazzatissimo monsignore e una provocante Stefania Sandrelli.E ancora,"Un sacco bello" di Carlo Verdone,nel quale,a un certo punto,uno dei protagonisti che nel suo narcisismo credeva la sua vita sempre piena di impegni,apre la sua "agenda" e la scopre praticamente vuota di "appuntamenti":c'è solo l'indirizzo dello Stadio Olimpico,dell'elettrauto e di pochi altri nomi,a rappresentare il suo vuoto esistenziale,nelle deserte strade romane.In letteratura il giorno di ferragosto è raccontato da Alberto Moravia nei "Racconti Romani",nell'episodio intitolato "Scherzi di Ferragosto".Già l'input è significativo:"Tutto mi andava male quell’estate e,come venne Ferragosto,mi trovai a Roma senza amici,senza donne,senza parenti, solo".Oppure il libro di  Carlo Cassola:"Ferragosto di morte",nel quale il protagonista,nel vuoto ferragostano della città,fa un bilancio del vuoto della propria esistenza.Perfino Arturo Carlo Jemolo,grande giurista,massimo studioso di diritto ecclesiastico,scrisse un racconto dal titolo quasi identico a quello di Moravia":"Scherzo di ferragosto",(pubblicato nel 1983)un giallo il cui intreccio si dipana attraverso i decenni di storia italiana,i quali,in effetti,di gialli politici ne ha conosciuti davvero tanti.Anche Andrea Camilleri scrisse,tra i suoi tanti gialli:"Notte di Ferragosto",nel quale è ovviamente impegnato il "suo" Commissario Montalbano.Simpatica una frase del racconto di Camilleri:"Credo che andare in vacanza quando ci vanno tutti sia di una cafoneria imperdonabile".E poi c'è il vincitore del Premio "Campiello" 1993,Raffaele Crovi con "Ladro di Ferragosto".In uno dei passaggi finali del libro si legge."Strappo il foglio su cui ho tentato di scrivere la solitudine ferragostana di uomini e cani,di ciechi e preti,di ladri e innamorati(....)Ora cambio il titolo:"riscrivo il vecchio titolo.Ferragosto,l'inferno della sopravvivenza".Già,perché ferragosto non è solo un caldo giorno d'estate,pieno di allegria,gioia e  risate.E' anche,per molti e,purtroppo,sempre più gente,un freddo giorno di una vita "minore",fatto,come gli altri 364,di nuove povertà e vecchie emarginazioni,a volte vuoto di vita,o con vite dimenticate.