16 marzo 2020

VITE SOTTERANEE














La vita ai tempi del coronavirus.Una vita "fatta in casa",senza poter uscire,senza poter frequentare gente,senza poter andare in quei posti(scuole,università,parchi,musei,cinema,stadi di calcio)dove fino a ieri abbiamo vissuto la nostra "normalità".Perché è questo,secondo gli scienziati,il modo per battere questo terribile male che abbiamo imparato a conoscere come Covid-19.Ma alla fine queste restrizioni sono state accettate da tutti,tutti essendo ben consapevoli di quello che c'è in gioco.Ma in questo dramma che sta vivendo l'Italia,c'è un altro dramma,estraneo all'attenzione di ognuno di noi.Un dramma silente che si muove tra le pieghe dell’emergenza da Coronavirus:è il dramma dei clochard,di coloro che anche in tempi di “normalità” non hanno voce e il cui silenzio nessuno di noi ascolta.Dopo le misure governative,l’Italia si è ulteriormente fermata."Tutti a casa",come il titolo del film di Luigi Comencini.Da quel momento i social sono stati inondati dall’hashtag #iorestoacasa,in segno di solidarietà ed unità nazionale.Ma come può restare a casa chi una casa non c'è l'ha?Come può lasciare strade e piazze chi in quelle strade e piazze ha la propria fissa dimora?Sono i clochard,i c.d. "barboni",come con un pò di disprezzo tutti noi li definiamo.E,se già in periodi di “normalità”,i senza tetto vivono in uno stato di totale abbandono ed emarginazione,in questa delicata momento nel quale viene imposto al popolo "normale" il "distanziamento sociale",quanta considerazione possono avere adesso "loro",che oggi ancora di più,rischiano di essere completamente fagocitati dall’indifferenza sociale?.Nessuno può girare,in questi nuovi giorni di questa nuova Peste.Solo "loro",i clochard,i barboni,i senza tetto di ogni parte d'Italia,rimangono all'aperto nelle città chiuse.Nessuno che fa più l'elemosina perché nessuno può uscire di casa,e senza soldi che puoi comprare,e dove,poi,se è tutto chiuso?.I negozi sono sbarrati,bisognerebbe spingersi verso i super e gli iper,ma dove la trova la forza per andarci in quei posti,la gente di questo popolo fantasma?Solo le mense dei poveri distribuiscono qualche cosa di caldo:cibo e umanità.E sono sempre gli stessi che lo fanno:Caritas,Croce Rossa e Associazioni di Volontariato."State in casa",dicono i medici,il governo,la Protezione Civile.Come se poi questa gente una casa l'avesse.E talora  arriva pure la beffa,quasi lo sberleffo.Nei giorni scorsi un senza tetto ucraino è stato denunciato da una volante perché "camminava per strada non ottemperando le disposizioni del decreto".
Chi vive in questo mondo "altro" è sempre un ex di qualcosa:impiegato,commesso,operaio,studente,ciascuno con una ex vita e un ex mondo dietro e  dentro che ora ha dismesso,con una vita stracciata,come i panni che hanno addosso.E chissà per quali e quante vie sono finiti adesso qui,in queste altre strade,in queste altre vite.Per vie traverse finiti qui,magari con un cane che amano più di se stessi,con cui dividono il piatto di pasta della Caritas.Ogni tanto qualcuno di loro racconta a qualche giornale o tv la propria storia e ringraziano questi ragazzi e quei dottori che hanno cura di loro.Come faceva il "dottore" Enzo Jannacci,che visitava gratis i clochard nel proprio ambulatorio.E ha dignità e orgoglio questa gente."Io non ho bisogno di niente"dice sulle prime qualcuno di loro.Ma poi prendono scarpe,vestiti e altre cose che ciascuno di noi ha da poco dismesso.E sono sempre e solo "Gli Angeli della Notte",la Caritas,la Croce Rossa,le associazioni di volontariato che stanno loro vicino,cercando,in questi giorni di coronavirus,di dar loro ulteriore assistenza,cercando di allontanarli da quel terribile mostro che si chiama Covid-19.Il senzatetto appartiene ad una “popolazione” affacciata sul vuoto a ridosso di un abisso pieno di dolore e povertà.Uomini e donne che vivono in un mondo invisibile dove quasi mai si fanno vedere,tranne quelli che chiedono l’elemosina.Dei clochard nemmeno ce ne accorgiamo,quasi fossero trasparenti,forse perché hanno vergogna di mescolarsi agli altri,i cosiddetti “normali”.Sono infagottati di stracci,carichi di sacchetti al cui interno c’è tutta la loro “ricchezza”,quello che racimolano in giro o nei cassonetti della spazzatura,come scarti di cibo,stracci,scarti inutilizzati dalla società dei consumi sfrenati e cartoni per ripararsi dal freddo.Vite prive di Vita.Vite prive di qualsiasi cosa,materiale o affettiva,che non hanno nessun punto di riferimento se non una panchina o un portico per passare la notte.Vite di persone che hanno scelto un’esistenza basata sulla libertà,ma soprattutto persone ammalate,disconosciute dai familiari,tossicodipendenti,ex carcerati o pazienti dimessi dai manicomi.Ma ci sono però anche persone "normali":disoccupati,immigrati,sfrattati,emarginati per gli innumerevoli casi della vita.Tutte queste categorie di persone cadute in disgrazia sono uno scossone al nostro intorpidito senso di giustizia.Sono costretti ad umiliarsi per chiedere un pezzo di pane oppure qualche spicciolo,poiché dalla vita,nella loro vita,non hanno ricevuto nulla,oppure il destino ha voluto prendersi gioco di loro, volontariamente o meno.Eppure,forse,basterebbe poco per restituir loro dignità e un senso per vivere:un lavoro per il disoccupato,una cura per chi è ammalato o drogato,una stanza per chi la casa l’ha persa.E un cuore e un diverso modo di "sentire" da parte di tutti noi. 

03 marzo 2020

FORSE ADESSO CAPIREMO






Forse anche agli sventurati che fuggono dalla Siria per sfuggire ai bombardamenti e che ora il criminale leader turco Erdogan caccia verso l'Europa,per ricattare quest'ultima ad intervenire nel conflitto che contrappone la Turchia alla Siria,forse anche a loro è arrivata notizia del virus che preoccupa tutti noi in questi giorni.Forse anche loro sanno che in Europa,e in Italia soprattutto,c'è una infezione chiamata coronavirus.Le immagini di quelle masse di disperati che fuggono dalle loro terre verso l'Europa,le immagini di quei bambini di pochi anni in braccio alle loro mamme che scappano dalla guerra e dalla distruzione,ci devono far pensare.Sì,perchè è proprio in questo momento che viene in evidenza il rapporto stretto dei problemi globali di un'umanità sofferente.E' in questo momento che si può comprendere come le paure dell’Occidente e quelle dell’Oriente,così differenti eppure così vicine e connesse tra di loro,si tengono insieme.Una connessione che non possiamo far finta di non vedere.Ora capiamo cosa sia lo spavento di vedere i nostri figli,i nostri genitori e noi stessi esposti al pericolo di un contagio e di una sorte potenzialmente fatale.E allora proprio adesso dovremmo riflettere sulle molte sciocchezze che abbiamo detto in questi anni e che forse qualcuno ancora continua a dire,a proposito delle masse enormi in fuga dalle guerre o da regimi pericolosi.Salvo che poi qualcuno,su qualche giornale,ottusamente chiuso nel suo "tifo" da Curva Sud a sostegno del pagliaccio del Papeete,continui nelle sue campagne di odio.Ora che anche noi abbiamo svuotato i supermercati,litigato in farmacia per un presidio protettivo,comprato a borsa nera un flacone di disinfettante,magari possiamo capire meglio perché non c’è regola,blocco,minaccia dissuasiva che possa fermare qualcuno che teme per la sua vita e quella della sua famiglia.E se non lo capiamo o non vogliamo capirlo,allora è inutile.E' inutile istituire Giornate della Memoria,per la Shoah,per le Foibe,per i Gulag di Stalin.Perchè già adesso l'Europa ha smarrito la memoria dei grandi drammi e delle grandi emergenze collettive:le guerre europee sono un ricordo solo dei più anziani,insieme alle esperienze che le accompagnavano,la fame,la malattia,senza nessuna cura,senza nessun farmaco.Il sentirsi in balia della prepotenza altrui.Come con le SS,come con la sanguinaria polizia comunista di Stalin.Forse la nostra coscienza collettiva si è sentita tranquilla e pulita,quando ha affidato al bandito Erdogan,o ai criminali delinquenti libici,dietro versamento,da parte dell'Europa,di cospicue somme di danaro,decine di migliaia di sfollati dal Medio Oriente,disinteressandosi, poi,dei loro destini e delle loro insopportabili condizioni di vita nelle carceri turche e nei campi di tortura libici.Solo 30 o 40 anni fa questa idea ci avrebbe turbato e indignato e avrebbe messo in discussione i capisaldi culturali del nostro sentirci occidentali,europei,civili:allora ci sentivamo a disagio persino per disastri umanitari lontanissimi da noi,come il Bangladesh o il Biafra.Ed invece in questo nuovo tempo di coscienze diverse,abbiamo narcotizzata ogni sensibilità,affidandoci a una narrazione falsificata(non sono profughi,sono clandestini."Loro" non fuggono,sono invasori delle nostre terre e allora #primagliitaliani o #Americafirst).Una narrazione che si fonda sulla paura che è un sentimento incontrollabile e invincibile,che determina azioni estreme,e chissenefrega di norme,leggi e regole,se poi al governo c'è chi quelle norme per primo butta a mare e sfrutta quelle paure e ci aizza sopra campagne di disprezzo e di odio.Ma ora,forse,possiamo capire meglio.Anche noi abbiamo ogni giorno il nostro piccolo assaggio di paura.Siamo anche noi in condizione di valutare cosa significa accendere la tv sperando che il nostro paese o il nostro quartiere sia rimasto immune dal virus.Possiamo capire cosa significa vedersi chiudere in faccia porti,aeroporti e ferrovie da tutte le Nazioni della terra.Vedere i nostri prodotti respinti indietro con un'economia che drammaticamente collassa.Adesso possiamo più facilmente capire che immani sacrifici fa quella gente sui barconi,donne e bambini soprattutto,quando dalle coste del Nord Africa si muove verso l'Europa e possiamo immaginare cosa saremmo disposti a fare se nostro padre malato non trovasse un posto in ospedale,se le scuole o i luoghi di lavoro restassero chiusi a oltranza,se non trovassimo più in farmacia una medicina essenziale per nostro figlio.Ecco.Forse adesso riusciamo a capire cosa succede agli altri che scappano via dalle loro terre e che poi noi blocchiamo su una barca in mezzo al mare.E' necessario ricordarle queste cose.E' necessario recuperare quella memoria scomparsa.Sarà opportuno ricordarne il sapore amaro di queste cose quando daremo il nostro giudizio sulle disperazioni degli altri.

11 febbraio 2020

IL VIRUS DEL SOVRANISMO







All'alba del secondo decennio del Secolo XXI appare,all'orizzonte dell'Umanità,un nuovo Male,una malattia infettiva,nome tecnico Coronavirus 2019-nCoV,la Peste del Terzo Millennio,come ha detto qualcuno.Essa sta coinvolgendo ed impaurendo tutta la popolazione mondiale.Ma è proprio la globalità e la complessità del problema e la capacità,da parte delle varie governance mondiali(scientifiche,politiche,economiche e sociali)di affrontarlo e gestirlo,a far capire come non si può,anche volendo,risolvere i problemi stando chiusi in casa propria,all'interno dei propri confini nazionali,isolarsi dal resto del mondo,credere di poter far prima gli interessi di "casa nostra",quando poi questi interessi si tutelano davvero con la connessione reale e non solo virtuale,col resto del mondo.Ragionare,insomma,attraverso le modalità di gestione del coronavirus,su quel filone di pensiero che,in Europa come negli USA,cerca di affermare un sovranismo divisivo,incapace,in realtà,di comprendere e dare risposte alla problematicità di una società globalizzata.Guardando alle modalità di approccio al coronavirus da parte degli organismi competenti,si ha,infatti,l'impressione che la gestione globale di questa emergenza politico-sanitaria(sì,perchè c'è anche tanta politica e tanta economia in questa vicenda)rifletta l’efficienza di un sistema di intervento e controllo coordinato su base multilaterale e di forme di collaborazione tra stati e istituzioni scientifiche.In questo contesto è anzitutto il regime comunista cinese a dover ammettere uno smacco mondiale.La Cina,nell'ultimo decennio,ha sviluppato una enorme potenza economica,tecnologica,informatica e militare su base globale,con un peso strategico crescente e un’attitudine imperialistica tutt’altro che dissimulata(è appena il caso di ricordare il disegno del regime comunista cinese degli ultimi 2-3 anni di "comprarsi" vaste aree del Continente africano e di aprirsi una nuova "Via della Seta" nel cuore dell'Europa).Eppure adesso è proprio la Cina,per colpa dei suoi silenzi di regime,che non solo chiede aiuto medico-scientifico alla comunità internazionale,ma che è costretta a giustificare i ritardi colpevoli nella denuncia dell’emergenza e ad assicurare il massimo della trasparenza nell’evoluzione del contagio,proprio per prevenire rischi di isolamento disastrosi.Neppure i Paesi dittatoriali come la Cina,che non hanno alcuno scrupolo a sacrificare i diritti e le libertà fondamentali,possono sfidare la fiducia del mondo senza finire in ginocchio anche da un punto di vista economico(Proprio in questi giorni gli istituti di rating stanno tagliando le stime del PIL cinese).
Dalla vicenda del coronavirus viene poi una lezione a chi,come Salvini in Italia,chiede "pieni poteri",per assicurare ordine sicurezza.Perchè se anche le folle adesso osannanti attribuissero a qualcuno i pieni poteri,non c'è alcuna garanzia di sicurezza per chi a quel potere verrebbe poi sottoposto.La principale ragione della propagazione del contagio in Cina è legata ai ritardi con cui le autorità locali hanno ammesso la gravità della situazione,dopo avere proibito la diffusione di informazioni sgradite da parte del personale sanitario.In una società aperta,in cui la libertà di parola degli scienziati,come quella dei cittadini,non è sottoposta al controllo delle autorità politiche,sarebbe stato impossibile impedire per settimane il controllo di quella denuncia.Quindi, ad avere innescato il contagio è stato proprio l’esercizio dei "pieni poteri",che pretendendo di superare gli intralci e i "fastidi" della Democrazia e dello stato di diritto,finiscono per sacrificare pure i diritti fondamentali delle persone.Ed ancora.La "litania" di ogni "sovranista" che si rispetti,si sa,è quella di voler essere "padroni a casa propria",contro le interferenze di qualsivoglia organismo internazionale.Ed invece questa vicenda dimostra che proprio un sistema internazionale,multicentrico,cooperativo e coordinato da una istituzione internazionale come l’OMS(Organizzazione Mondiale della Sanità)fondato su regole negoziate su base multilaterale sta dimostrando come protocolli e procedure operative condivise a livello mondiale siano capaci di gestire un problema di dimensione globale.La narrazione sovranista potrà scrivere sui social quello che vuole,ma è indubitabile che risorse,responsabilità e saperi utili a contrastare un problema globale non possono non essere globalmente diffuse e non soltanto nel luogo in cui si verifica un problema.Dai temi della salute pubblica a quelli ambientali ed economici,non c’è area del mondo che abbia in sé tutti gli strumenti,scientifici,politici od economici,necessari per muoversi e difendersi autonomamente e singolarmente nel Villaggio Globale.
Ed insomma ed infine e in un senso più ampio,da tutta questa vicenda ne vien fuori un insegnamento culturale e politico.Occorre cioè,riscoprire una politica che finalmente cominci ad aggredire le cause strutturali della crisi sistemica di questo inizio del XXI secolo.Ma per questo bisogna mettere mano alla madre di tutte le crisi e cioè alla crisi dello Stato.I problemi del Villaggio Globale non possono essere affrontati dalle vecchie nazioni.Servono stati sovranazionali con istituti economici,politici e militari comuni,e un nuovo ordine internazionale.Certo.Ci troviamo difronte a un problema enorme e complesso ma non per questo esso può essere eluso.L’effetto dell’epidemia di coronavirus sarà certo contenuta dalla grande collaborazione che stiamo verificando tra i governi su questa emergenza sanitaria e dal ruolo importante svolto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.Molto più difficile da prevedere e da contenere è il rischio politico perché,di fronte al riemergere del virus del nazionalismo e del sovranismo,che tanti disastri ha prodotto nel secolo scorso,e che tanti ancora potrebbe produrne ai giorni nostri,non si intravede ancora un nuovo pensiero politico globale e una cultura di un nuovo Umanesimo all’altezza delle sfide del nuovo secolo.

05 febbraio 2020

LA PESTE DELL'UOMO

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Sono questi i giorni del coronavirus,la pandemia che dalla Cina si è presto estesa in tutto il mondo,e che in tutto il mondo sta creando allarme e vere e proprie paure per la malattia,certo,ma anche diffidenze e forme di razzismo verso l'altro.Decine di migliaia di infettati in Cina,sempre di più anche in Occidente.Con tutto quello che ne consegue anche per il sistema economico mondiale,perchè nel mondo globalizzato dell'economia mondiale ogni cosa che succede dall'altra parte del mondo riguarda l'economia di tutti gli Stati e in ultima analisi la vita quotidiana di tutti i popoli della Terra.La produzione industriale,gli interscambi commerciali,i trasporti di merci e persone sono bloccate,ferme chissà fino a quando.Quando leggi queste notizie sul coronavirus,sulla nuova peste dei giorni nostri,ti sembra di rileggere le pagine del romanzo di Camus "La Peste".Nel romanzo Camus immagina una città ,Orano,nella quale è scoppiata un'epidemia di peste,che ogni giorno fa decine e decine di morti.Eppure Orano,all’inizio del romanzo,viene descritta come una città tipicamente moderna,evoluta,e la sola idea che si debba morire è pensiero estromesso dalla conversazione pubblica e dalla socialità,diventa un tabù impronunciabile,un ospite lugubre che non può essere nominato,secondo la concezione dell'Uomo d'oggi di una modernità e di uno sviluppo ad ogni costo.La gente è tutta presa febbrilmente dai propri affari e dalle proprie distrazioni edonistiche,e non si pone alcuna domanda sulle questioni esistenziali,sul suo attuale modo di vita.E quando accade che qualcuno muoia,lo deve fare in silenzio,senza dar troppo fastidio,perchè non molti se ne curino,e se proprio devono farlo,che muoiano in qualche anonima casa di riposo.Perchè il morire,nella Modernità,è affare imbarazzante,un accidente noioso,che si cerca di consumare in modo veloce e penoso.
"Ma a Orano gli eccessi del clima,l’importanza degli affari che vi si trattano,il poco rilievo dell’ambiente,la rapidità del crepuscolo e il genere dei piaceri,tutto richiede una buona salute.Un malato vi si trova proprio solo.E si pensi allora al moribondo,preso al laccio dietro centinaia di muri crepitanti di calore mentre nello stesso minuto tutta la popolazione,al telefono e ai caffè, parla di tratte,di polizze e di sconto;s’intenderà quanto vi può essere di scomodo nella morte, anche moderna, quando sopravviene in un luogo sì arido.
Questa frase del romanzo sembra raccontare la società dei giorni nostri,tutta presa solo e soltanto negli affari e nell'affarismo,nell'edonismo più sfrenato,nell'egoismo e nel respingimento dell'altro.Senza nessuna cura per il Creato,che poi null'altro è se non la possibilità per l'Uomo di avere un Futuro.Ma poi la peste,naturalmente,cambia tutto:chiunque è un potenziale malato,un potenziale moribondo.La morte,ospite sinistro e discreto in tempo di salute,che può essere ignorato o estromesso dalle distrazioni dell’edonismo,in epoca di epidemia diventa così prossimo e pressante da non poter più essere ignorato.La peste è la morte imprevedibile e incontrollabile che ridisegna le priorità e i progetti dell’uomo moderno,che pretendeva di prevedere tutto e tutto controllare.La peste spazza via tutta la vanità a cui una città moderna ha votato la sua esistenza:gli affari,i traffici,le distrazioni,il lusso,il piacere,l’ebbrezza dell'effimero.Essa riporta tutto all’essenziale.In un contesto di abbondanza,di benessere,non ci si pensa mica;ma di fronte alla possibilità quotidiana,probabile della morte,ogni uomo deve guardare dentro di sé,cercando le ragioni profonde che lo spingono ad andare avanti,porsi il quesito su come fin qui ha vissuto,su quello che non ha fatto,sul tempo che adesso non c'è più e cosa farebbe per averne ancora(impossibile qui non ricordare la confessione di Antonius Block con la Morte nel film "Il Settimo Sigillo" di Ingmar Bergman).

E' qui che emerge la concezione filosofica del romanzo.Per Camus l’unica cosa che conta,l’unico vero fondamento sostanziale,è il Prossimo,ovvero l’uomo vero:quello che incontro girando l’angolo,nella sua concretezza e irripetibilità.È inutile fare grandi appelli per la difesa dell’umanità,della giustizia e dell’uguglianza se poi,dopo la frenesia di una giornata,tra i mille impegni di ogni giorno,non guardiamo all'uomo all'angolo della strada,magari quello coperto da uno strato di stracci e cartoni.Aiutare il prossimo non significa compiere gesta eroiche,ma spesso semplicemente“farlo esistere”:apprendere il suo nome,interessarci alle sue storie,o ascoltare le parole dell'anziano,del debole e del povero.Niente di che.Tenere solo a mente,che egli è un uomo,proprio come noi e che noi siamo lui,come riflessi in uno specchio.Queste riflessioni non sono affatto banali come non lo erano ai tempi in cui Camus scriveva "La Peste".Allora si usciva dall'immane tragedia della Guerra,dello Sterminio,della Shoah,eppure allora,e purtroppo ancora oggi,non erano e non sono pochi quelli pronti a giurare che,per il buon fine di una causa,per addivenire a uno scopo più grande– la Rivoluzione o il Progresso o la Modernità–si poteva ben sacrificare "qualcuno" oppure,come ai giorni nostri,fare violenza alla Natura,per trarne immediati profitti economici.Invece Camus vede nell'uccisione anche di un solo uomo(e la morte non è solo quella fisica,ma anche quello dell'abbandono e della solitudine del debole e del bisognoso)la morte di ogni idea di Rivoluzione e di ogni Progresso.E' questa la domanda che Camus si pone ne "La Peste":senza sistemi morali di riferimento,senza ideologie e narrazioni che distinguano Giusto e Sbagliato,il Bene dal Male,cosa può orientare le nostre azioni,i nostri gesti?Cosa può edificare la nostra morale quotidiana,quella che ci consente di vivere?Sono i due personaggi principali del romanzo,il medico Rieux e il capo dei volontari Tarrou che esprimono questi valori.I due sono i personaggi che in modo instancabile si danno da fare per debellare il morbo.Tarrou si spende tanto per salvare ogni uomo dalla peste per il suo senso di fratellanza e di istintiva compartecipazione per le vicende dell’altro,per i suoi dolori e le sue sofferenze.Egli non aiuta l’uomo per una morale astratta,proveniente dal cielo o dal futuro:aiuta un uomo perché quell’uomo malato di peste,semplicemente, poteva essere lui.Egli vorrebbe essere,come dice a un certo punto,un santo senza Dio.Così come Camus stesso che ricusò sempre la possibilità di Dio.Allo stesso modo il medico Rieux.Quando Tarrou gli chiede quale sia la motivazione che spinge lui a curare gli appestati,egli dà una risposta simile.Non ha riferimenti metafisici e morali granitiche,non crede in Dio o in nessuna ideologia.Sa solo di essere un dottore,e sa che quello che deve fare è curare i propri pazienti,fare bene il proprio lavoro,per fare il proprio bene quotidiano.La cosa veramente importante è,come lo stesso Camus scrisse nel "Mito di Sisifo":Trovarsi davanti al mondo più volte possibile".