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24 giugno 2024

SOLO CARNE DA MACELLO





E' stata raccapricciante la scena che lunedì 17 giugno si è presentata ai medici del 118:un uomo,un bracciante che raccoglieva frutta per un'azienda agricola in provincia di Latina,è rimasto impigliato in un macchinario che gli ha amputato un braccio e schiacciate le gambe.E raccapricciante è stato ascoltare anche quello che il proprietario dell'azienda aveva fatto,anzi non fatto.Il titolare dell'azienda agricola,il “padrone”(così si fanno chiamare gli “imprenditori” di quelle zone)ha buttato quel braccio in una cassetta della frutta e anziché soccorrere l'uomo,l’ha caricato su un furgone e lo ha lasciato davanti alla baracca dove abitava con la moglie,Alisha,anche lei lavoratrice nella stessa azienda,che lo implorava di aiutarli.Ed invece quel criminale ha preso i cellulari dei due, per impedire che potessero denunciare l’accaduto e far scoprire le condizioni di irregolarità in cui erano tenuti da quello schiavista.Trasportato d’urgenza in elisoccorso all’ospedale San Camillo di Roma,quell'uomo è poi morto dopo un'agonia di 36 ore.

Aveva solo 31 anni e veniva dall'India quell'uomo e aveva un nome e una storia:si chiamava Satnam Sigh,era arrivato in Italia tre anni fa e da due lavorava in quella azienda agricola.E lavorava tanto Satnam. Anche 13-14 ore al giorno e per una paga di 4 euro l’ora.Senza alcun contratto,ovviamente.Perché per i lavoratori migranti, che rischiano continuamente l’espulsione dall’Italia, a causa delle leggi volute sia dalla sinistra che dalle destre,è sempre un bere o affogare.

Ai giornalisti che poi lo hanno intervistato,il sig. Lovato,il titolare dell’azienda,ha dichiarato addirittura che la colpa era di Satnam,che se l’è cercata,che non  è stato attento.“Ha fatto una leggerezza".Già.Una “leggerezza”,così quell'essere definisce l’ennesima morte,che invece è un assassinio sul lavoro.Parole che indignano.A questo tizio,a questo signor Lovato,sembra mancare il pudore.E' incredibile la sua indifferenza per la morte di un giovane uomo ucciso nella propria azienda.Ma certo,per uno come lui se sei un lavoratore straniero sei zero,vali meno che niente.

Ma al sig. Lovato manca anche altro. Manca la paura.Tanto sa che a quelli come lui le cose vanno sempre lisce.Ed infatti si è poi saputo che proprio Lovato è stato coinvolto,già 5 anni fa,in una inchiesta per reato di "caporalato" e per truffa ai danni dell'Inps.Ma in questi 5 anni nessun provvedimento è stato preso contro di lui e nel frattempo sai quanti altri poveri cristi,sai quanti altri indiani e stranieri ha continuato a schiavizzare,con la paga e le ore di lavoro come quelle di Satman.Ed è curioso che il governo Meloni-Salvini che ogni giorno s'inventa un nuovo reato(dai rave,agli scafisti,agli ambientalisti)non si è preoccupi di introdurre il reato di "omicidio sul lavoro".

A dire il vero Giorgia Meloni qualcosa l'ha detta:“questi sono atti disumani che non appartengono al popolo italiano”.Eh già:"italiani brava gente".Ma la realtà racconta altro.Il “VI Rapporto agromafie e caporalato” stima che nel solo settore agricolo primario ci siano almeno 230mila lavoratori irregolari,di cui 55mila donne le quali soffrono non solo lo sfruttamento lavorativo e fiscale, ma anche,talora,quello sessuale.

E c'è dell'altro.Alcune inchieste giornalistiche hanno fatto emergere aspetti mostruosi.Molti braccianti della grande comunità indiana e pakistana che lì si è insediata fanno regolare uso di oppioidi.Ma quelle  droghe non sono usate per “sballarsi”,come per i ragazzini annoiati delle nostre città.Quelle droghe servono,invece,per reggere la fatica e i ritmi e gli orari di lavoro altrimenti insostenibili.Questo succede nelle aziende agroalimentari dell'agro pontino e questo il governo finge di ignorare.Eppure la Premier e il cognato Lollobrigida,Ministro dell'Agricoltura,hanno molto a cuore questo settore,perchè esso è un terreno "fertile" di "raccolta" di consensi per Fratelli d'Italia ed è perciò che la Meloni si affretta a dire:"Il decesso di un operaio per colpa di un criminale non deve criminalizzare tutte le imprese agricole”,in linea con quanto disse al momento del suo insediamento da presidente quando dichiarò: «Chi produce non verrà disturbato» .

Ma in un periodo di governo con "questa" destra nel quale si parla di migranti come "carico residuale" o di una sedicente "sostituzione etnica",le parole della Premier appaiono come classiche frasi di circostanza.La preoccupazione di Meloni sembra piuttosto quella di scagionare la classe imprenditoriale che trasformare le condizioni di lavoro e di vita di centinaia di migliaia di lavoratori agricoli. Solerti ad ascoltare le proteste delle imprese agricole,come Coldiretti o i “trattori”,sono sordi quando le rivendicazioni arrivano dal lato dei lavoratori,anche se sono italiani,come Paola Clemente,bracciante in Puglia,sottoposta a condizioni di sfruttamento simili a quelle patite dai migranti. Ogni notte si svegliava alle 3, saliva su un pullman e percorreva i 150km che la separavano dal campo in cui provvedeva all’acinellatura dell’uva.Paola morì uccisa dalla fatica e da tempi di lavoro inauditi.

Ora il governo italiano,mosso da un "incredibile" sentimento di solidarietà ha annunziato che la moglie di Satnam Singh avrà un permesso di soggiorno.Eccolo,l’ultimo oltraggio al corpo straziato del povero Satnam.Da vivo non meritava niente.Fuggito dall’India per inseguire una speranza,anche in Italia era solo un pària.Solo carne da macello. Due braccia da sfruttare sulla terra.Ora che è morto,con ipocrisia tipicamente italiana,si concedono i tributi postumi anche per senso di colpa.E avanti così,fino al prossimo schiavo che cade “sul campo”.

E questo è il Paese che,secondo il racconto del governo,va e “cresce più di Germania e Francia”,che “crea occupazione” e che “traccia la rotta ai Grandi del mondo”. Benvenuti nel “Nord che produce” e nel Sud del “nuovo miracolo economico”.

Ma intanto in questo Paese dalle "magnifiche sorti e progressive" decantate dal governo,chiudiamo i porti a quei disperati che fuggono da fame,guerre e siccità.E a quelli che riescono a sbarcare offriamo questo inferno dell'agro pontino fingendo di non sapere che esso esiste:clandestinità, lavoro nero, paghe da fame, zero diritti. Indiani, bangladini e bengalesi che si spaccano la schiena per 14-15 ore al giorno sotto il sole,per garantire a noi borghesi verdura fresca e frutta succosa.

E allora è bene raccontarla diversamente la storia:e cioè che l'Italia è un paese schiavista,non giriamoci troppo intorno.Schiavista come l’America dello Zio Tom.Quegli uomini venuti da tanti posti del mondo sono portati nei campi come bestie su vecchi furgoni scassati,insieme a decine di altre persone,tutti privi dei documenti, ricattati da un datore di lavoro perchè senza permessi di soggiorno.E queste cose le sanno tutti, e cioè che il lavoro agricolo si basa sulla schiavitù degli stranieri che fanno un lavoro che nessuno vuole fare.Mentre qualcun'altro, italiano, fa soldi tenendoli schiavi perchè lavorino al nero:per pagare meno e guadagnare di più:somme che poi non dichiarano,perchè pagare le tasse,per la Premier, "è un pizzo di Stato".E allora quei "padroni" si sentono "autorizzati" a schiavizzare,ricattare ed evadere:lo sappiamo tutti che funziona così,che quelle persone vivono e lavorano come  bestie.E se qualcuno di loro "qualche volta" muore,pazienza,cose che capitano.Ecco perchè l’Italia è un paese schiavista,come l'America dello zio Tom.

Di questa tragedia restano adesso quella foto sfocata di Satnam,che mai è stata messa su un documento,ma soprattutto restano in testa,come un marchio indelebile,le terribili parole che la moglie di Satnam ha detto alla stampa: “il vostro non è un Paese buono.Una frase semplice,ma vera;un atto d’accusa violento e rassegnato al contempo.E quel che è peggio è che ognuno di noi sa che queste parole sono drammaticamente vere.

22 aprile 2024

PIETÀ PER GAZA




Una foto a volte dice più di mille parole:dice tanto,talora tutto.Come "quella foto".La foto scattata dal fotoreporter palestinese della Reuters,Mohammed Salem."La Pietà di Gaza" è stata ribattezzata la foto che ritrae una donna palestinese, accovacciata per terra, mentre stringe a sé, quasi cullandolo,il corpicino,avvolto in un sudario bianco della nipotina morta in un attacco israeliano nella Striscia di Gaza.Quell'immagine,per l'immediatezza del sentimento che suscita e la forza che ha saputo rendere ha vinto l'edizione 2024 del World Press Photo,il più importante premio al mondo di fotogiornalismo.
"La Pietà":perchè pur non mostrando i visi dei due soggetti,ricorda,in tutta la sua drammaticità,il capolavoro di Michelangelo.Un'immagine che,secondo molti osservatori, potrebbe diventare una statua come quella di Michelangelo,un monumento e comunque certamente il simbolo capace di rappresentare tutta la drammaticità di questa guerra.

Questa guerra,come tutte le guerre,di niente ha pietà.La guerra non guarda in volto nessuno,bambini,donne,anziani o malati.La guerra lascia dietro di sè sguardi allucinati,grida di orrore,di indicibile dolore.Ma la guerra lascia anche un disumano,straziante silenzio.Ed è proprio quel silenzio straziato che "quella" foto è stata capace di (ri)prendere e rendere agli occhi del mondo,o almeno di quel mondo capace di conservare ancora un senso di pietà ed Umanità.

Una donna viva che stringe a sé le spoglie di una bambina morta,quasi a volerle ridare vita.L’iconica rappresentazione di un dolore profondo,ammutolito dagli orrori e dall’ingiustizia della guerra che semina la Morte,che falcia la Vita.La cosa che da subito colpisce sono le dita della mano della donna che sfiorano quel corpicino avvolto in un bianco sudario,una carezza leggera di immensa pietà che ci dice,che DEVE dirci che nonostante tutto siamo umani e che umani DOBBIAMO restare.

Non si può rimanere indifferenti dinanzi a questa foto:solo chi  non ha sentimenti può passare oltre e stringersi nelle spalle.E invece no.Quella foto racconta tutte le sofferenze del mondo.Perché la sofferenza non ha patria, non c'è bandiera sotto la quale non la si possa riconoscere.Perchè quella foto suscita il pianto,anche se non sappiamo chi c'è in quel bianco sudario,anche se non si vede il viso della donna.Va superato ogni pudore e vergogna e dobbiamo piangere per tutti i nostri morti:per quelli che abbiamo avuti accanto,che ci hanno amato e che abbiamo amato(un sentimento  raccontato con meravigliosa delicatezza da Pascoli   ne la sua "L'ora di Barga":"è tardi! è l’ora! Sì,ritorniamo dove sono quelli ch’amano ed amo");ma dobbiamo piangere anche i morti sconosciuti,soprattutto se morti bambini.

Piangere per i morti di Gaza e per quelli di Israele;per quelli d'Ucraina e per quelli di Russia,e ancora per gli immigrati naufragati in mare,come il piccolo Alan Kurdi,il bambino siriano di 3 anni,il cui cadaverino fu ritrovato in riva al mare su una spiaggia in Turchia.



E piangere per tutti quelli che si suicidano in carcere e per i tanti,sempre troppi,morti sul lavoro.E' questo il sentimento che ci consegna quell'immagine di quella foto.E' la nostra possibilità,forse l'unica,forse l'ultima,per restare umani.Per evitare l'indifferenza che può derivare dal pensare che in fondo sono "solo" morti lontani e sconosciuti,come le persone della foto.Per non farci indurire il cuore difronte al dolore del mondo.Per non inaridirci nel duro sentimento del rancore,stando a pesare se il dolore per la morte di tanti palestinesi può equivalere all'immenso dolore per gli orrori subiti da Israele il 7 ottobre.

Non possiamo,non dobbiamo aspettare di capire come è stato e chi è stato.Dobbiamo solo piangere davanti a quella foto,perché una bambina di 5 anni avvolta in un lenzuolo bianco ha sempre ragione,qualunque sia la sua terra e la sua razza.
Dobbiamo avere il coraggio di commuoverci dinanzi a quella carezza ostinata della zia che non si rassegna a vederla morta e che la tiene e non vuole lasciarla  andare.
Sì,è davvero giusto chiamarla "La Pietà" quella foto,come il capolavoro di Michelangelo:nostra Madre Maria a occhi bassi con il figlio marmoreo tra le braccia in un profondo sentimento di dolore per quel Corpo dilaniato e offeso dalla brutalità dell'uomo




C'è un "sovrumano silenzio"(direbbe Leopardi)in quella foto che ci arriva da Gaza.Un muto sentimento di dolore come quello descritto ancora e sempre da Giovanni Pascoli nell'altra sua poesia "L'aquilone", dove racconta di un suo antico compagno di giochi,della sua morte prematura,e,di sua madre che,accanto al suo corpicino morto,gli pettina i bei capelli a onda,"adagio,per non fargli male".

Dovremmo piangere difronte a questa foto che ci parla del dolore di Gaza e di tutto il dolore del mondo.Piangere e dire  NO a quest' immane tragedia di Gaza,a questo sconfinato strazio del popolo di Palestina.Per dire NO a tutte le guerre  che sconvolgono la terra. Ritornare a guardare questi due corpi della foto che formano quasi una croce:una croce che deve ricordarci che la croce la portiamo tutti, ed è la stessa, più piccola o più grande, è sempre una croce.E forse se per un momento,un solo momento,immaginassimo che quella donna senza volto improvvisamente alzasse gli occhi verso di noi,potremmo riconoscere il nostro volto nel suo volto .

06 settembre 2023

LA CULTURA DEI DIRITTI




Che collegamento c'é tra le violenze sessuali sulle due bambine a Caivano,i cinque operai morti sulle rotaie della stazione ferroviaria di Brandizzo in Piemonte e  i manifesti razzisti comparsi sulle mura di Torino? Il collegamento é che questi fatti,messi tutti insieme,mostrano il quadro di un'Italia in cui oggi la protezione dei diritti degli individui,soprattutto dei più fragili e vulnerabili,è tutt'altro che assicurata,anche se prevista nella Costituzione.

Prima c'é stata a Caivano la violenza di un gruppo di minorenni su due bambine,un fatto che continua a verificarsi in tante,troppe parti d'Italia e che evidenzia quanto sia diffuso e continuo  il mancato rispetto delle donne.Non passa giorno senza sentire nuove notizie di stupri e femminicidi che dilagano non solo nei quartieri degradati come Caivano,ma anche all'interno delle famiglie con una aggressività sessuale frutto di una distorta idea di "possesso" della donna da parte degli uomini.Una violenza accentuata quasi sempre dalla violenza tribale diffusa sui social.

Qualche giorno fa sono apparsi sulle mura di Torino alcuni manifesti contro gli immigrati.Erano manifesti scritti in tre lingue,stampati in quantità industriale,affissi in tutta la città:questo ci fa capire a quale livello di organizzazione è arrivato l'odio e il razzismo contro immigrati e stranieri che pure vivono fra noi,lavorano con noi e studiano nelle nostre scuole.

Infine ha destato notevole emozione la notizia della morte di cinque operai nella stazione ferroviaria di Brandizzo,in Piemonte,travolti da un treno mentre effettuavano lavori sui binari.Ancora altri morti sul lavoro,ancora un'altra tragedia che ci rammenta quanti rischi affrontano coloro che lavorano su impalcature,cantieri o laboratori di ogni genere,in un Paese dove continua ad esserci l'agghiacciante media di tre morti al giorno sul lavoro.Le vittime sono giovani ed anziani,uomini e donne,italiani e immigrati,che trovano la morte ogni giorno,nell'indifferenza generale.

E allora ciò che accomuna le aggressioni contro le donne,le minacce ai migranti e le morti sul lavoro è il fatto che avvengono continuamente,senza interruzione,in un’atmosfera di colpevole omertà,nell'assenza di provvedimenti da parte del governo e dei troppi che preferiscono voltarsi dall’altra parte.Questi fatti sono negazione di diritti e violazione di una Costituzione che pure sancisce il diritto a un lavoro sicuro,il rifiuto di ogni discriminazione e la protezione della sicurezza di ogni cittadino:donne,immigrati e operai inclusi.E quella violazione comincia quando si diminuiscono il numero delle scuole sul territorio,quando si priva la sanità pubblica di adeguati investimenti,quando non si interviene contro il dilagante razzismo negli stadi e sui social e non si adottano provvedimenti sulla sicurezza del lavoro.

Perché é questo che deve invece accadere in una vita "normale":le donne devono essere libere di vivere senza timori,gli immigrati di integrarsi senza pregiudizi e gli operai di lavorare senza temere per la vita.Chi violenta le donne,aggredisce gli stranieri e ignora le norme sulla sicurezza sul lavoro nuoce a ognuno di noi.Eppure il rimedio c'é:é la cultura,lo studio,la conoscenza."Fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza",faceva dira Dante a Ulisse.Senza conoscenza c'é ignoranza,odio e brutalità da parte di chi aggredisce le donne,offende gli immigrati,e rimane indifferente alle morti sul lavoro. 

Perciò la responsabilità di garantire quei diritti richiede l'applicazione dei principi dello Stato di Diritto e impone al governo come priorità di destinare investimenti e risorse verso la cultura.Nulla può proteggerci di più dalla carenza di rispetto per il prossimo che lo studio e la conoscenza.La formazione etica e culturale delle giovani generazioni sono indispensabili per dar loro gli strumenti per comprendere:perché comprendere significa riconoscere i diritti degli altri,proteggendoli come fossero propri,S,rendendo così un Paese più prospero e sicuro.Studiare e conoscere:è questa la cura per prevenire l’ignoranza da cui nascono tali offese.Solo così si potranno veramente garantire più diritti,consentendo alle donne,agli immigrati ed agli operai di vivere senza paura.

07 dicembre 2021

UN'ALTRA PANDEMIA



Dietro ogni numero,un volto,una storia,una vita.Sopra un'impalcatura,dietro i macchinari di una fabbrica,attorno i congegni di un'attrezzatura,nell'assordante rumore di un cantiere,si intrecciano sentimenti tanto diversi:felicità,sogni,speranze,ma anche paure,angosce,preoccupazioni.La gioia per quel lavoro,sia pure precario,appena trovato.O per quel figlio che tua moglie sta per avere e che darà un altro senso all'attuale esistere familiare.Ma anche angosce e paure.L'angoscia che ti arrivi,come a "quelli" della Whirlpool di Napoli o della GKN di Firenze,un SMS o un Whatapps che ti dice che sei licenziato,che un lavoro non ce l'hai più.Tante storie di tanti uomini e donne.Poi,un giorno,improvvisa,arriva la fine di quelle vite,di quelle speranze.Vite finite per una caduta da un'impalcatura o straziate dentro i congegni infernali di un macchinario di una fabbrica.Il lavoro,che per tutte quelle donne e quegli uomini era Vita e speranza di vita per le proprie famiglie,diventa in tante,troppe volte la Morte.Ed è qui che quei volti,quelle storie,quelle vite diventano solo numero,il numero sempre più grande dei morti per gli incidenti sul lavoro,per le "morti bianche",come anche le chiamano,quelle morti.Sono già più di mille in questo 2021 le morti bianche in Italia.Una strage senza fine.Di lavoro,sul lavoro si continua a morire in Italia:nelle fabbriche,nei campi e nelle serre,nei cantieri edili,nei magazzini,per le strade delle città,come succede per i riders,ad esempio.Quelle vite che sembrano raccontarsi come dentro una Antologia di Spoon river da sotto le lapidi dei morti di un cimitero di un paese immaginario,quello sterminato  paese del mondo del lavoro italiano.Come raccontano la propria vita i defunti nel bel libro dello scrittore americano Edgar Lee Masters


dal quale Fabrizio De Andrè trasse un'altrettanto bellissima canzone.


In Italia ci sono in media tre morti bianche sul lavoro al giorno.Dati spaventosi,ben superiori alla media europea.Ma dati parziali:molti non vengono neanche denunciati,soprattutto quando a essere coinvolti sono lavoratori irregolari,perlopiù stranieri.Esemplificativa la storia di quel taglialegna moldavo ucciso da un cavo nel bellunese e portato fuori dal cantiere dal suo datore di lavoro,così da non far emergere il suo impiego in nero.O i tanti immigrati sfruttati nei campi di raccolta nelle terre del Sud.C’è un problema di sicurezza del lavoro in Italia,una mancanza che è prima di tutto culturale.Gli alti costi del lavoro fanno sì che imprenditori senza scrupoli compensino le loro spese tagliando proprio lì dove invece andrebbero destinate ancora più risorse:la tutela dei propri dipendenti.Scarsa formazione,mancanza di dispositivi di protezione,ma anche assunzioni irregolari per non dover sottostare alle costose disposizioni securitarie.A tutto questo va poi aggiunto il processo di precarizzazione in corso,con gli effetti prodotti dalla pandemia,che non fanno altro che peggiorare una situazione già critica.La depressione economica,le sempre minori opportunità professionali,spingono le persone ad accettare qualunque cosa,anche quei lavori che li espongono a rischi notevoli.Perchè c'è una famiglia da mantenere,e un mutuo da pagare,e le bollette e gli studi dei figli.E già le fasce delle nuove povertà si  vanno allargando,come attestano anche i rapporti della Cgia di Mestre o del Censis,ricomprendendo sempre più gente,anche quella che fino a qualche anno fa riusciva ancora a cavarsela.C’è poi il discorso della fretta sul lavoro,data da una contemporaneità sempre più veloce.Pensiamo ai rider,che ogni giorno devono sfrecciare nelle vie delle città come fossero circuiti urbani,dal momento che le piattaforme per cui lavorano(Uber,Glovo,Just Eat,etc.)promettono nei loro volantini la consegna entro 30 minuti e che le misere paghe dipendono da quante consegne riescono a fare in un’ora.Lavori che hanno assunto ritmi insostenibili durante il lungo tempo del lockdown.Un tessuto sociale sempre più disperato e privo di alternative,datori di lavoro che mettono il bilancio della propria attività davanti alla salute dei propri dipendenti,le sacche del lavoro nero che non accennano a diminuire,consumatori che non sono più disposti ad aspettare e vogliono tutto subito.Eccolo il quadro italiano,quello dove le morti bianche fanno segnare valori record.Eppure i decessi giornalieri continuano a occupare trafiletti nei giornali,i morti restano perlopiù senza nome e la politica da decenni non affronta la questione, divenuta ormai parte stessa della nostra quotidianità.Ma intanto la strage nei luoghi di lavoro continua e da essi sale un grido d’aiuto,un appello a intervenire in modo risoluto sul tema della sicurezza del lavoro.Quella delle morti bianche è un'altra pandemia,una pandemia tipicamente italiana che va avanti da troppo tempo.

06 maggio 2021

TEMPI MODERNI


Ha colpito un pò tutto il Paese quella morte,quell'incidente sul lavoro nel quale ha perso la vita Luana D'Onofrio,una ragazza di 22 anni,mamma di un bambino di 5,restata impigliata in una macchina in una fabbrica tessile in provincia di Prato.Quella notizia ha colpito la gente forse perchè era così carina,quella ragazza,forse perchè così giovane,forse perchè così piena di sorriso,di futuro,di felicità,come le sue foto su Instagram mostravano.Anche lei stava vivendo questo tempo nuovo e stra-ordinario,questo tempo pandemico che ha sospeso le nostre vite.Ed in questo tempo pandemico anche i modelli di lavoro stanno cambiando,con nuovi strumenti utilizzati in maniera nuova,con la parola "lavoro" coniugata con altre parole,come didattica a distanza e smart working,e l'Uomo sempre più "programmato" da un computer,da un algoritmo,da un’attività immateriale da svolgere alla scrivania.Tempi di telelavoro,come è successo nell’ultimo anno,tempi di video riunioni su zoom,di meetings su teams,tempi in cui l’Uomo e la Macchina sembrano non doversi incontrare se non da lontano,attraverso il filtro della telematica.E proprio la strabiliante evoluzione tecnologica,in forme sempre più raffinate,della Macchina,porterebbe a pensare che morire sul lavoro è solo memoria,terribile,di un’epoche che furono,quelle epoche raccontate nei romanzi di Dickens e di Zola,di Steinbeck e Cronin o di London,e in Italia da Verga o Bianciardi.Oppure memoria di film tipo "Tempi Moderni",nel quale,Charlot,in quella celeberrima sequenza,mentre è intento alla catena di montaggio,finisce letteralmente ingoiato da un meccanismo e si ritrova intrappolato tra le ruote dentate di un congegno che,come un enorme stomaco d’acciaio,lo ingurgita e lo digerisce e poi lo butta fuori,un po’ sbattuto ma tutto sommato illeso.Il film di Charlie Chaplin,uscito 85 anni fa,ci narra,appunto,le peripezie di un operaio che viene fagocitato dalla macchina e ci racconta simbolicamente dell’alienazione della fabbrica,che risucchia la mente,prima ancora del corpo,a causa di un tipo di lavoro in cui l’uomo diventa parte del meccanismo fino a diventare un tutt'uno con esso.Tutto questo dovrebbe essere solo memoria,si diceva.Ed invece ancora oggi,ancora nel 2021,torniamo a scoprire che,alla faccia della tecnologia e della telematica e dell'informatica,la lotta tra uomo e macchina è una battaglia che si continua a combattere,in Italia e nel mondo,e che non finisce come nel film di Chaplin,ma con le macchine che possono ancora “mangiare” le persone,non solo simbolicamente ma anche letteralmente. Scopriamo,allora,che non è cambiato niente,scopriamo che un posto di lavoro,che dovrebbe essere luogo di vita,può diventare un luogo di morte, e che i nostri tempi moderni,tanto moderni non lo sono affatto.E lo scopriamo attraverso la storia di quella ragazza,di Luana,così giovane e graziosa che al solo guardarla viene da pensare:ha tutta la vita davanti,con i suoi sogni e le sue speranze.L’immagine del futuro,insomma.E invece leggi di lei come dell’ennesima morte sul lavoro,proprio a pochi giorni di distanza dal 1° maggio,dalla ricorrenza che dei lavoratori ricorda i diritti e le lotte.E' passato quasi un secolo dal film di Charlot;ed in questo secolo ci sono state incredibili innovazioni industriali e tecnologici,autostrade informatiche,fibre ottiche,dati che viaggiano a velocità sempre maggiore,dispositivi così sofisticati da sconfinare nel magico e nel misterioso,mutamenti sociali,economici, politici,di costume.Ma per Luana D’Orazio e per tutti quelli che come lei ancora ogni giorno rischiano la vita lavorando,non è passata nemmeno un’ora.È sempre lo stesso tempo,un tempo in cui il corpo dell’uomo è ancora in balia della Macchina,è un corpo fragile,esposto alla potenza della Macchina,un tempo capace di fagocitare in pochi minuti la vita di un operaio,la sua famiglia,i suoi sogni e bisogni.E il tempo dei diritti scorre ancora più lento rispetto a quello della tecnologia,dell’economia,della scienza,delle comunicazioni.Anzi,ogni giorno è il tempo dei diritti,perchè è questo un tempo ancora non venuto del tutto,un tempo da costruire giorno per giorno,ricordando ogni singola vita interrotta,ogni famiglia spezzata,ogni sorriso cancellato.Altrimenti non saranno mai "tempi moderni".