Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post

24 luglio 2026

IN DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO


La dinamica dei fatti è nota.Nell'aprile 2021 tre rapinatori entrano armati nella gioielleria di Mario Roggero,a Grinzane Cavour,un paese in provincia di Cuneo,lo minacciano,immobilizzano lui e i familiari e si impossessano del bottino.Un episodio gravissimo,che non si può minimizzare.Ma il momento decisivo arriva dopo.I rapinatori escono dal negozio e si danno alla fuga.Roggero recupera la propria pistola,li insegue all’esterno e spara numerosi colpi,uccidendo due rapinatori e ferendone gravemente un terzo.Le cronache dei giornali e ancor più la pochezza di certa politica italiana hanno riportato all'attenzione della pubblica opinione il c.d. "caso Roggero",essendo in questi giorni quando arrivata la condanna in via definitiva del gioielliere a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario e tentato omicidio.

Ci sono vicende giudiziarie che diventano molto più di un processo:diventano simboli.E quando la più becera politica si "appropria" di questi casi per trasformarlo in bandiera politica, il rischio è sempre lo stesso:la realtà lascia il posto alla propaganda,il diritto viene sacrificato agli slogan e il tentativo di comprendere la complessità di cui il mondo è fatto si dissolve nella ricerca del consenso. Per una parte della politica, Roggero è stato elevato a emblema del cittadino abbandonato dallo Stato, costretto a difendersi da solo e poi addirittura condannato.

Perchè,appunto,il mondo e la realtà sono complessi e per cercare di capire,si deve far ricorso alla Ragione e al buon senso,non all'emotività e all'impulso del momento,soprattutto,poi,se guidato dalla ricerca del facile consenso populista.E allora,proprio cercando di far ricorso al raziocinio si può dire che questo caso è diventato il simbolo del dibattito sul confine tra difesa e vendetta,ponendosi esso in netto contrasto con i principi fondamentali dello Stato di diritto.C'è anzitutto il tema del divieto di giustizia privata:nello Stato di diritto, l'uso legittimo della forza è monopolio dello Stato.La legittima difesa,che la destra populista aveva invocato per Roggero,è prevista dall'all'art. 52 del Codice Penale e sussiste solo se c'è un pericolo attuale,un'offesa ingiusta e la proporzionalità della difesa all'offesa.Invece uscire dal negozio per inseguire i ladri in fuga,come ha fatto Roggero,equivale a farsi giustizia da soli,configurando il reato di ritorsione.Per tutti quelli che si pongono dalla parte dello Stato di diritto,non può che valere una gerarchia dei valori costituzionali.Nel nostro ordinamento la tutela della vita umana è prioritaria rispetto alla difesa del patrimonio privato.Quando il pericolo imminente cessa,quindi,la reazione armata non è più giustificata.

C'è poi la questione della separazione dei Poteri insegnata da Montesquieu che qui interviene a proposito della Grazia invocata dalla destra a favore di Roggero.Epperò proprio il clamore mediatico e le pressioni politiche per ottenere la grazia presidenziale hanno innescato una discussione istituzionale.Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,pur con la sua discrezione istituzionale ha dovuto ribadire,con la convocazione al Quirinale del Ministro della Giustizia Carlo Nordio,che l'istituto della clemenza è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato,da valutare nei tempi e nei modi previsti,e non uno strumento politico per aggirare una sentenza definitiva,quasi un Quarto grado di giudizio.

La narrazione innescata dalla Lega e da Salvini in particolare può essere potente sul piano emotivo,ma è del tutto incompleta e fuorviante su quello giuridico.Perché il punto centrale della vicenda non è mai stato il diritto di difendersi.Quel diritto nessuno lo ha mai messo in discussione.Il punto è un altro:quando finisce la legittima difesa e quando inizia la giustizia privata.Ed è proprio qui che il dibattito pubblico ha smesso di parlare di diritto per iniziare a parlare di politica.

È dunque la successione temporale a costituire il cuore dell’intero procedimento penale.L’articolo 52 del Codice Penale non autorizza un generico diritto di uccidere chi ha appena commesso un reato.La legittima difesa è una causa di giustificazione rigorosamente delimitata.Presuppone un’offesa ingiusta,un pericolo attuale e una reazione proporzionata.Sono requisiti che devono coesistere. Se uno di essi viene meno, viene meno anche la scriminante.Nel caso Roggero l’elemento decisivo è proprio l’attualità del pericolo.Quando gli aggressori stanno fuggendo e l’azione criminosa è terminata, la funzione della difesa cessa. Da quel momento,la tutela dell’ordine pubblico torna a essere competenza esclusiva dello Stato.Non è questione ideologica, ma uno dei principi cardine di qualsiasi ordinamento democratico.Confondere questo principio significa confondere due concetti radicalmente diversi: difendersi e punire.La difesa serve a impedire un’offesa in corso.La punizione serve a sanzionare un reato già commesso.La prima può spettare al cittadino nei limiti stabiliti appunto dall'art. 52 C.P.;la seconda appartiene esclusivamente allo Stato.Se questo confine viene cancellato,non si amplia la libertà individuale:si indebolisce lo Stato di diritto.Eppure, proprio questa distinzione è stata sistematicamente oscurata proprio da quel populismo politico.

Sono anni,ormai,che assistiamo a forme di panpenalismo populistico alimentato da ogni fatto di cronaca che diventa,per il populismo politico,l’occasione per costruire questo schema di narrazione:da una parte c'è il cittadino onesto,dall’altra il criminale;in mezzo, una magistratura descritta come distante dalla realtà e più incline a proteggere chi delinque che chi subisce un reato.È uno schema comunicativo estremamente efficace perché parla alla pancia dell’elettorato,ma è profondamente fuorviante e distorce,appunto,la credibilità dello stato di diritto,anche perchè rozzamente veicolato da un certo tipo di giornalismo(televisivo in particolare)asservito al potere. 

I processi,però,non si celebrano nelle piazze, nei talk show o sui social network.Si celebrano nelle aule di giustizia, dove le sentenze non si fondano sull’indignazione collettiva,ma sull’analisi delle prove e sull’applicazione della legge. Sostenere che Roggero avrebbe dovuto essere assolto “perché i rapinatori se lo meritavano” significa introdurre un imbarbarimento del vivere civile e un criterio incompatibile con qualsiasi Stato costituzionale.La responsabilità penale non dipende dalla qualità morale della vittima o dell’aggressore. Dipende dalla legge.Se il valore della vita e delle garanzie giuridiche cambiasse in funzione della simpatia che proviamo verso le persone coinvolte, il diritto cesserebbe di essere diritto e diventerebbe cosa arbitraria.

Questo non significa negare il trauma vissuto da Roggero. Al contrario.Una rapina violenta lascia conseguenze profonde sul piano psicologico e umano.Comprendere il dolore di una vittima è doveroso.Ma comprendere non significa trasformare quel dolore in una licenza di uccidere una volta cessato il pericolo.È proprio nei casi più drammatici che lo Stato di diritto dimostra la propria forza.La legge deve valere quando è facile applicarla,ma soprattutto quando è difficile,quando l’emotività spinge nella direzione opposta.Se il diritto arretra davanti all’indignazione, allora non resta più la giustizia:resta soltanto la forza.

Il caso Roggero continuerà a dividere l’opinione pubblica.Ma una democrazia matura non si misura dal grado di popolarità delle sentenze.Si misura dalla capacità di applicare gli stessi principi a tutti, senza piegarli alle convenienze del momento.La politica ha tutto il diritto di proporre modifiche alla disciplina della legittima difesa.Quello che non dovrebbe fare è utilizzare casi giudiziari complessi come strumenti di propaganda,alimentando l’idea che il rispetto della legge equivalga alla difesa dei criminali.Nell'immediato questa strategia può portare voti,ma impoverisce il dibattito pubblico,incrinando la fiducia nelle istituzioni.

La vera sfida non è scegliere tra vittime e imputati.La vera sfida è difendere un sistema nel quale la giustizia rimanga fondata sul diritto e non sull’emotività.Perché,nel momento in cui la vendetta viene scambiata per legittima difesa,a perdere non è soltanto chi siede sul banco degli imputati.A perdere è lo Stato di diritto.

08 dicembre 2024

POTERE E INFORMAZIONE





L'avvento dei social ha reso ancor più centrale il tema del controllo dell’informazione  nel dibattito politico e sociale.Tra i protagonisti di questo dibattito c’è di sicuro Elon Musk, l'imprenditore sudafricana,naturalizzato americano,al quale vanno sicuramente riconosciute capacità visionarie e innovative;un uomo che ha saputo cambiare radicalmente settori come l’automobile e l’aerospazio con il primo viaggio spaziale privato.Purtuttavia egli resta un soggetto controverso e discusso,anche per via dell'estensione dei suoi interessi privati ben oltre il mondo tecnologico:Musk,infatti,è entrato nel mondo dell'informazione e della comunicazione di massa con l'acquisizione della piattaforma social Twitter (ora X)e lo ha fatto in un modo da sollevare problematiche fondamentali sulla libertà di stampa e sull’imparzialità delle notizie.Ancor più ne solleverà adesso,essendo Musk entrato a far parte nella nuova amministrazione americana dal neo Presidente degli USA,Trump.

E' proprio il ruolo di un privato con una formidabile e incredibile potenza economica come quella di Musk a porre domande sulla sua influenza sull'informazione e sui media.Quando un uomo con simile potere(si calcola che la sua ricchezza sia pari al PIL del Portogallo)decide di assumere il controllo di una delle piattaforme social più importanti al mondo,ci troviamo inevitabilmente davanti a una grande criticità per l’informazione globale ma anche per la stessa democrazia.La promessa di Musk era quella di fare di X una “piazza digitale” dove la libertà di parola fosse al centro e dove tutti potessero esprimersi liberamente.La realtà è tutt'affatto diversa e rivela uno scenario più preoccupante che ha alla base il rapporto tra potere economico e media:sommare potere economico e potere mediatico(e ora con Trump anche politico)non può che distorcere il processo democratico.Per i social,poi,c'è di più:essi somigliano a una piazza, dove in teoria chiunque ha diritto di parola, ma col proprietario della piazza(Elon Musk nella fattispecie)che si riserva di decidere a chi dare un megafono e a chi no,chi mettere su un piedistallo e chi distruggere,cosa enfatizzare e cosa sminuire(se non proibire del tutto).Così l'acquisizione di X e la costruzione di quella "Agorà digitale" si è rivelato essere solo un controllo sui fruitori del web e una loro manipolazione mediatica,economica e politica.Una piattaforma controllata da dove  filtrare l’informazione a sua discrezione.

La libertà di parola,invece,è concetto cruciale per una democrazia,riguarda l'essenza stessa di uno stato di diritto,e perciò quando una singola persona può influenzare o "indirizzare" i criteri con cui le informazioni vengono presentate,si rischia di creare un controllo dell’informazione davvero preoccupante.In un sistema democratico sano una stampa libera ha il fondamentale compito di vigilare sull'operato di tutti i poteri dello Stato ma anche di indagare sui rapporti tra questi e interessi economici e politici non trasparenti se non addirittura torbidi.Senza una stampa libera non sarebbero certo stati scoperti grandi scandali politico-economici come il Watergate negli USA o "Mani Pulite" o la "P2" in Italia. 

Quando perciò i mezzi di informazione vengono controllati da miliardari con forti interessi personali ed economici,come nel caso di Musk,il rischio che questo accada è più che una eventualità.Il rischio è che le informazioni pubblicate su X siano pesantemente condizionate e falsamente deviate.

E' da qui che si vede quanta importanza abbia un giornalismo indipendente,non condizionato da influenze economico-politiche.Nelle vie e nelle piazze del web è facile diffondere in maniera sottile,subdola e tendenziosa menzogne e fake news,e coloro che possiedono(non sempre in maniera trasparente)mezzi di diffusione di informazioni come i media tradizionali o i social,acquisiscono una potenza devastante e potenzialmente deviante negli scenari politici ed economici globali ma anche soltanto di una singola Nazione.Il rischio è che,concentrando la proprietà dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi individui, venga messa in pericolo la capacità della stampa di agire come forza di controllo sul potere,sia politico che economico.

Solo un giornalismo veramente libero, sostenuto da principi di trasparenza e indipendenza, può garantire una visione della realtà che non sia distorta dagli interessi di una minoranza.Ma è anche essenziale che gli utenti siano consapevoli delle fonti delle loro informazioni e che cerchino sempre di verificarle attraverso fonti molteplici e autorevoli. Un atteggiamento critico e una ricerca attiva di notizie affidabili possono fare la differenza, aiutando a contrastare la diffusione di disinformazione e a mantenere vivo lo spirito della democrazia.In un mondo in cui l’informazione viaggia alla velocità della luce diventa fondamentale che i lettori siano consapevoli delle loro scelte informative e delle loro fonti.Perchè il controllo dell’informazione non è solo una questione di libertà individuale, ma rappresenta un pilastro fondamentale per il funzionamento di una società democratica. Se la libertà di espressione e la pluralità delle opinioni vengono assoggettate al profitto o all’influenza di pochi,si rischiano di compromettere i valori stessi della democrazia.

L’evoluzione del panorama mediatico offre una grande opportunità per costruire interazioni tra i media tradizionali e le nuove piattaforme. Il giornalismo classico può trarre vantaggio dall’immediatezza dei social media, e le piattaforme digitali possono offrire uno spazio non viziato da fake,per la discussione e l’analisi. Tuttavia questa combinazione richiede un compromesso, in cui l’integrità dell’informazione e la ricerca della verità rimangono prioritarie rispetto alla velocità e alla spettacolarizzazione.

Come diceva Thomas Jefferson,che fu Presidente degli Stati Uniti,se dovessi scegliere tra un governo senza giornali e giornali senza governo,non esiterei un momento a scegliere quest’ultimo“.

Questo principio resta valido ancora oggi: il giornalismo libero e indipendente è essenziale per una società che voglia considerarsi libera. In un momento storico in cui figure come Elon Musk influenzano profondamente l’opinione pubblica, va salvaguardata l’integrità etica di una informazione non asservita a potentati politico-economici per assicurare un giornalismo capace di riportare la verità,controllando gli abusi e le pressioni dei potenti.Solo così potremo costruire un futuro in cui la libertà di stampa e il diritto a essere informati rimangano saldamente radicati in una società liberaldemocratica.

18 agosto 2024

APPIA, IL CAPOLAVORO DELLA STORIA

 









Nei mesi scorsi l'Unesco ha dichiarato la Via Appia Patrimonio universale dell'Umanità.
Nel suo celebre romanzo Notre-Dame de Paris,Victor Hugo diceva che l’architettura è stata la prima grande scrittura dell’umanità.Dai dolmen, alle piramidi, ai templi, alle cattedrali gotiche e sino al XV secolo e alla scoperta della stampa, l’architettura è stata il grande libro dell’umanità.I monumenti di pietra sono il modo più naturale e duraturo per “scrivere nel suolo” la memoria.Uno di questi "libri" nella pietra fu certamente la Via Appia,la più grande e la più straordinaria delle vie costuite dai romani,che proprio per questo venne chiamata la "Regina Viarum",per quel progetto visionario con il quale venne concepita.Essa congiunge Roma con Brindisi e fu fatta costruire  nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco,dal quale prese il nome.Fu  costruita con tecniche innovative, veri e propri capolavori di ingegneria civile e costituisce ancora oggi uno dei monumenti più durevoli della civiltà romana.Ed ora,dopo secoli di vita,l'importanza culturale di quest'opera viene riconosciuta dall'Unesco che l'ha dichiarata patrimonio universale.

E dunque la Via Appia come libro e come racconto.Ma cosa ci dice,cosa ci racconta la Via Appia?E' la domanda a cui cerca di rispondere il giornalista e scrittore Paolo Rumiz nel suo libro Appia nelle cui pagine egli racconta il viaggio fatto a piedi con altri amici sul tracciato dell'antica strada da Roma fino a Brindisi,passando per tanti luoghi e realtà,geografiche,storiche e culturali.Quella strada,come tutte le strade,costituiva anzitutto un’infrastruttura adibita a fini militari e commerciali.Eppure l'Appia non era solo questo. La via non era finalizzata soltanto all’espansionismo militare e commerciale:essa apriva Roma verso gli altri popoli.Con l'Appia questi popoli,con le loro tradizioni differenti non furono più isolati. L’Appia esprime nel suo più alto grado l’apertura romana verso l’altro e verso il futuro, la possibilità di entrare in relazioni di contatto e scambio con civiltà diverse, avvalendosi dell’altro grande ‘monumento’ romano: lo ius.Il diritto romano è anzitutto diritto dei privati e una sua grande parte si è sviluppata proprio nell’incontro con altre popolazioni, con gli stranieri.

Nelle pagine del libro di Rumiz ci sono,però,anche parole dolorose quando egli denuncia l’abusivismo edilizio che ha quasi cancellato la strada con esiti quasi più devastanti di quelli prodotti dall’Isis o dai Talebani nel loro furore ideologico contro la cultura:dalla decapitazione dei Buddha nelle pareti di roccia in Afghanistan,all'immane devastazione della città di Palmira in Siria.Sotto questo aspetto Rumiz rivive gli stessi sentimenti del grande giornalista e intellettuale Antonio Cederna,uno dei padri dell'ambientalismo italiano,fondatore di Italia Nostra,che nelle sue collaborazioni a "Il Mondo","Corriere della Sera","La Repubblica","L'Espresso" e in tutti i suoi numerosi scritti,denunciò gli scempi subiti dal patrimonio ambientale e architettonico italiano,per via delle urbanizzazioni selvagge fatte da una politica affamata,affaristica e senza scrupoli.Tra gli altri Cederna denunciò quello consumato ai danni della Via Appia,e si può immaginare quale dolore e strazio questo gli procurasse,lui che si definiva un "appiofilo".Così scriveva infatti Cederna in un artitcolo intitolato "I gangster dell'Appia":

"L’Appia antica è diventata il luogo geometrico di tutta la cattiva architettura romana, la palestra per gli speculatori principianti, il banco di prova di tutte le più ordinarie e impunite illegalità. I ruderi sono scaduti a miserabili comparse, hanno perduto la loro grandezza, la loro meravigliosa cornice di deserto e di silenzio, immeschiniti, corrosi, spellati. Le stupende rovine della via Appia antica vengono chiusi tra sipari male intonacati, tra muriccioli e filo spinato, come animali esotici e pidocchiosi: statue e rilievi spezzati e trafugati, le iscrizioni usate come materiali da costruzione: la via Appia antica è diventata il canale di scolo dei nuovi quartieri,tagliata,sminuzzata, sventrata”.
Quanta verità in quelle parole.Doveva essere "intoccabile" per Cederna l’Appia,intoccabile come l'Acropoli di Atene.Ed invece nuove grandiose ville affacciate sul tracciato antico hanno cannibalizzato strutture antiche e medievali lungo tutto il suo percorso.Hanno stravolto l’aspetto tradizionale per incrementare loschi interessi,con il dilagare dell’abusivismo edilizio e di una arroganza del potere senza limiti.
Paolo Rumiz nel suo libro "Appia",racconta il cammino fatto a piedi su quella strada insieme ad alcuni amici:ne vien fuori un’istantanea dell’Italia d'oggi.Essi hanno ripercorso la strada che Orazio (Satira I, 5) fece insieme con Virgilio per raggiungere a Brindisi l’amico Mecenate.Una strada che ancora oggi conserva, in alcuni tratti, il suo originale basolato, ma che è in larga parte scomparsa sotto le brutture che in questi due millenni hanno continuato inesorabilmente ad avanzare e che Rumiz duramente condanna, conferendo così al suo viaggio e al suo libro anche una valenza di denuncia ed impegno civile.
Nel tragitto la costante è una mescolanza di aspetti positivi (meraviglie archeologiche e naturalistiche,memorabili soste gastronomiche in trattorie d’altri tempi…) e negativi (incuria, abusivismo,inquinamento…)che sono una sintesi vera dell’Italia: e non solo di quella del sud. Così come sono una sintesi vera dell’Italia le persone che Rumiz incontra nel suo viaggio:agricoltori generosi,pastori filosofeggianti,ostesse accoglienti,studiosi e archeologi competenti e battaglieri; ma anche automobilisti maleducati, giovani fracassoni, proprietari di terre o albergatori malfidenti e scontrosi davanti all’inusuale comitiva di camminatori.Insomma,una fotografia precisa e fedele dell'Italia d'oggi.

Una cosa che nel libro colpisce è lo scempio,legato al business delle pale eoliche in Campania e Basilicata o il mostruoso (e famigerato) complesso industriale dell’Ilva di Taranto proprio lungo il tragitto dell’Appia che sono dei veri pugni nello stomaco.
Epperò ci sono anche momenti toccanti nel libro,come quegli incontri dei camminatori con dei contadini dell’Agro Falerno(da cui il nome del famoso vino)che,scrive Rumiz,“posseggono una cosa che la gente di città ha perduto:il senso del limite”.Essi non sfruttano mai la loro terra al massimo della sua potenzialità, perché “quacche frutto ‘ncopp a pianta lo devi sempre lasciare, per far mangiare ‘e passarielli”: e per chiunque passi di lì e anche per i "cristiani" fave, acqua fresca, vino non devono mancare mai, perché questa è “ ‘a legge di Dio”.
L'Appia era(anche)questo:un percorso di uomini e umanità;un percorso da Roma a Brindisi,dove ci si imbarcava verso i porti della Grecia.Su di essa passavano mercanti e legionari, pecorai dell’Epiro e carrettieri venuti dalla Tracia o la Bitinia e patrizi di Neapoli.L'Appia è simbolo della dinamica vita di quei tempi, quando Roma era signora del mondo che sapeva quanto era importante il controllo e l’amministrazione del territorio.
I secoli son passati ma,nonostante i molteplici "tentativi" di cancellarne il ricordo,l'Appia continua ad esserci e soprattutto ad "essere" civiltà,storia,memoria e il riconoscimento dell'Unesco ne rappresenta solo la presa d'atto.Tanti nel tempo sono stati i letterati e i pittori che hanno percorso o raccontato l'Appia Antica restandone ognuno di essi da essa incantato.Da Goethe(che non a caso si fece ritrarre in un dipinto con l' Appia sullo sfondo)a Byron,da Sthendal a Zola,da Charles Dickens a Giosuè Carducci.E fu Raffaello a scrivere al Papa per rappresentargli l'urgenza di salvaguardarla.E lungo l' Appia c'è la Tomba del grande filosofo romano Seneca. 

Nonostante lo sfruttamento e lo scempio fatto mediante privatizzazioni,abusivismo edilizio,spoliazione dei monumenti antichi, concessioni di cave a bordo strada,essa è ancora lì con la sua linea che ci chiama e che ci invita a percorrerla a piedi,per ritrovare le tracce del passato, percepire le trasformazioni del presente e farci trascinare dal suo fascino.Perchè,come scrisse Goethe,gli uomini che hanno lavorato alla realizzazzione dell'Appia "lavoravano per l'eternità".

Alla fine di questo post non posso non richiamare le pagine che nel suo libro Paolo Rumiz dedica proprio alla mia terra(il Sannio e Benevento)e ancor di più quelle nelle quali egli racconta del paese dove abito e vivo,Montesarchio,dove egli visita “il bel museo archeologico sulla rocca di Montesarchio,(che)sembra costruito per dar loro (i Sanniti, ndb) l’immagine  di una grande civiltà sepolta e non di un’accozzaglia di bellicosi burini.I magnifici crateri ellenici a figure rosse trovati qui, in terra sannita, ed esposti in celle buie che paiono una finestra sul tempo, svelano un mondo conviviale, capace di percepire il divino in modo semplice e gioioso”(.....)Nemmeno nei Musei di Londra o Berlino ho visto qualche cosa di simile.Grande doveva essere il Sannio".

Sì,grande è stato il Sannio e la sua cultura.Peccato che proprio sanniti siamo i primi ad essercene scordati.




Nella foto in alto la Torre e il Castello di Montesarchio;nella foto sotto gli antichi vasi("Crateri") ritrovati in zona ed esposti nel Museo che in quell'antico castello ha sede.

09 ottobre 2023

IL VAJONT, 60 ANNI DOPO




Ci sono giorni e ore che rimangono per sempre nella memoria individuale e collettiva.Sono i giorni del dolore causato dai disastri che negli anni hanno contrassegnato tante parti d'Italia.Rimarrà,ad esempio,sempre il ricordo delle ore 19,34 di quella domenica 23 novembre 1980:il giorno del terremoto in Irpinia.E si ricorderà per sempre il 17 maggio di quest'anno,con l'alluvione in Emilia Romagna.Un'altra data e un'altra ora di 60 anni fa non si potrà mai più dimenticare:le 22,39 del 9 ottobre 1963,il giorno e l'ora della frana del Vajont,nella valle del Piave.

Fino a quel giorno  a Longarone,Pirago,Faè,Villanova,Rivalta,quei paesini ai piedi del Monte Toc,nella valle del Piave,tra i quali scorreva il torrente Vajont,anche la vita scorreva come tutte le altre sere degli altri autunni precedenti.

In quelle terre era stata edificata una diga che fu considerata una grandiosa opera di ingegneria,orgoglio della tecnica italiana,che conteneva un'immensa massa d'acqua:150 milioni di metri cubi.La diga era stata costruita dalla Società Adriatica di Elettricità (SADE)per la produzione di energia idroelettrica,in previsione del guadagno di enormi quantità di denaro.

Nessuno poteva presagire cosa poi sarebbe accaduto in quella sera di ottobre di 60 anni fa.Certo,il monte Toc,la montagna che sovrastava la diga,aveva già dato qualche segnale di preoccupazione con qualche cedimento franoso,e la gente del posto conosceva bene la fragilità di quella montagna(non a caso "Toc" in friulano significa "marcio,sfatto").E c’erano state le continue,ripetute denunce della coraggiosa giornalista dell'Unità Tina Merlin,che aveva segnalato il rischio ambientale che quella diga poteva causare.Ma nessuno veramente immaginava cosa poteva accadere qualora si fosse verificato quello che pure si temeva:il cedimento della diga.C'era timore perché la diga era stata costruita in una zona che,per le sue caratteristiche geomorfologiche,era inidonea all'edificazione di una tale opera.

Nessuno poteva presagire cosa poi sarebbe accaduto.Ed invece tutto accadde! Accadde che una frana mostruosa di 270 milioni di metri cubi di roccia e terra,precipitò dal monte Toc nel bacino della diga del Vajont:nel cadere nell’invaso,la frana sollevò un'ondata enorme, alta più di 200 metri,che precipitò a valle travolgendo tutto ciò che incontrò sul suo percorso,con una potenza che poi gli scienziati calcolarono essere pari a quella delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.In pochi attimi morirono quasi 2000 persone,travolte dal fango,dai massi e dall'acqua che sommersero e cancellarono Longarone e tutti i paesini intorno.

Corpi,nudi,straziati,dilaniati,polverizzati,rimasero intrappolati in un immenso mare di fango oppure trasportati giù a valle per chilometri e chilometri,accatastati,incastrati contro le griglie,sugli argini,tra i detriti,tra tonnellate di legname.

I (pochi)sopravvissuti  rammentarono poi un tremendo soffio d’aria che avanzava sempre più forte,tanto da denudarli,scaraventarli contro le case e gli alberi.L'indomani,alle prime luci dell'alba,si presentò un'allucinante scenario di morte.Dove prima c’erano case,strade,piazze,chiese,vita,non c'era altro che un'unica landa desolata di fango,macerie,distruzione.

Questo immane disastro non fu dunque un evento naturale:fu causato dall'avidità dell'uomo,che volle costruire una diga in un luogo inadatto,perchè esposto al forte rischio di frane.E tuttavia progettisti e dirigenti dell'azienda(con la complicità delle istituzioni nazionali interessate a "pompare" lo sviluppo industriale italiano per precisi interessi economici)occultarono tutto,mandando avanti il progetto.

La tragedia suscitò una forte ondata emotiva in tutto il Paese,e sul posto arrivarono le più grandi firme dei giornali.Ci andò Indro Montanelli.E ci andò Dino Buzzati che sul "Corriere",disegnò un’immagine restata famosa:"Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia.Tutto qui.Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto,sulla tovaglia,stavano migliaia di creature umane".In quei posti andarono anche i grandi inviati del giornalismo italiano,come Giampaolo Pansa e Alberto Cavallari.Pansa scrisse un pezzo restato memorabile:"Scrivo da un paese che non esiste più:spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua,massi e terra piombata dalla diga".Cavallari,sul "Corriere",parlò delle vittime,raccontando che esse "non sono sepolti vivi.Sono sepolti morti.Un colonnello batte i piedi sulla ghiaia e dice nel buio:stiamo camminando su uno strato di almeno 1.500 morti.A dir poco”.

Da quel 9 ottobre di 60 anni tante altre sciagure hanno sconvolto il suolo italiano con terremoti,frane e alluvioni.Eppure,a 60 anni dal Vajont,la politica non ha fatto niente per la prevenzione del rischio idrogeologico,la messa in sicurezza e la corretta gestione del territorio,nonostante la fragilità idreogologica del nostro Paese(si potrebbe estendere a tutta Italia la definizione "sfasciume pendulo sul mare",che Giustino Fortunato,uno dei più prestigiosi meridionalisti,usò per definire la Calabria,per la sua instabilità idreogologica e l'incuria della classe dirigente).Questa fragilità idrogeologica necessita di interventi solleciti;eppure,nonostante gli ammonimenti anche di Papa Francesco,ancora pullula tutto un mondo "negazionista".

C'é bisogno di leggi contro l'uso indiscriminato del suolo e contro l’abusivismo edilizio.Invece ancora oggi si continua ad avere una visione ottusa e irresponsabile del problema.Ancora si continua,per interessi economici e per consensi elettoralistici,una sciagurata politica di sanatorie e "condoni" edilizi,salvo poi piangere i morti e levare il solito,miserevole,inutile grido:MAI PIU'.L'uomo non può pretendere di sottomettere la natura perché essa,prima o poi,si riprende gli spazi che le sono stati violentemente rubati.Solo preservando e conservando il pianeta,l'Uomo avrà la possibilità di scrivere la parola FUTURO per le generazioni che verranno dopo di noi.

20 maggio 2022

IL CIRCO BARNUM


Questa guerra della Russia all’Ucraina e all’Occidente è un fatto storico  che determinerà modificazioni storiche,politiche ed economiche epocali,la cui tragicità sarà davvero percepita solo tra qualche tempo.Ma intanto in Italia continua il solito,mediocre teatrino dell’inquinamento informativo e del dirottamento del dibattito pubblico verso la solita narrazione cospiratoria,con il dibattito sulla guerra in Ucraina che ha sostituito quello sul Covid.

Così le piattaforme mediatiche e digitali,che per 2 anni hanno presentato la pandemia come un esperimento politico pianificato e i vaccini come strumento di biopolizia,oggi riscrivono,nel migliore stile putiniano,la vulgata sull' "Operazione speciale" in Ucraina.Quasi a ricopiare la favola di Fedro:"Il lupo e l'agnello",dando ovviamente ragione al lupus superior(la Russia)per gli oltraggi subiti dall’agnus inferior(l’Ucraina).

Ma a far male al principio e al mestiere della libera stampa non sono solo i piazzisti delle verità alternative,tipo i Borgonovo o i Belpietro,gli Orsini o i Freccero,o gli inviati della Rai a Mosca che sembrano essere piuttosto capi ufficio stampa di Putin(vero Mark Innaro?).C'é una disinformazione paurosa in quel gran circo Barnum di trasmissioni tv,ridotte a palcoscenico di personaggi onnipresenti ma improponibili nella lotta nel fango di clown,nani e ballerine.Ognuno di loro con i propri protagonismi,narcisismi e padreternismi.Tutti con i loro "dubbi legittimi",tutti pronti a chiedersi :"quello che c’è dietro" e "cosa non ci dicono",a cominciare dal direttore dell' "Avvenire",Tarquini e giù,giù(molto giù)alla filosofa Di Cesare,Sgarbi,Giordano,e Capuozzo.

Così di questa guerra se ne parla su giornali e tv come si è parlato per due anni di Covid,tra negazionismi e scandalismi,cospirazioni e dittature etico-sanitarie.Insomma si parla di una rappresentazione propagandistica e contro-propagandistica della guerra,che non ha praticamente relazioni con la sua realtà,con quello che i cittadini hanno veramente da conoscere della Russia di Putin dopo che per 20 anni dall'occupazione della Crimea,gran parte della politica italiana ha passato il tempo a negare o a relativizzare la sfida putiniana e a mantenere rapporti e connubi interessati con il despota russo.Di questo l’informazione e l'intellettualità italiana,quella così tanto rispettabile,così tanto scientifica e studiata continua a discutere:della benzina sul fuoco americana e delle armi all'Ucraina e dell'espansionismo della Nato e bla,bla,bla e domani si ricomincia.

Tutti questi sproloqui e dilavamenti parolai erosivi della verità sono solo un espediente per non guardare il fondo dell’abisso con gli orrori di Bucha e delle tante altre Bucha ancora sconosciute.Tutti questi distinguo evitano di porsi le domande fondamentali sulla responsabilità politica del dramma ucraino;del rapporto tra la violenza e l’obbedienza,tra libertà e potere dittatoriale.Senza il coraggio di guardare il senso vero della tragedia,non si può poi avere la pretesa di raccontare quello che veramente sta accadendo in Ucraina.E neanche di quello che sta accadendo in Italia sul piano economico e sociale e nelle aree più povere del mondo dove la mancanza del grano ucraino sta portando ad una spaventosa crisi alimentare ed umanitaria.

Se questa é il modello informativo oggi in Italia,non ci si può stupire se gli italiani siano inclini a pensare che per propiziare la pace sia meglio disarmare questi ucraini che,uffà,ma perchè sono così cocciuti a difendersi e non decidono finalmente di arrendersi ? Se,come vorrebbero Vittorio Feltri o Silvio Berlusconi,vecchio amico di Vladimir,si arrendessero e accettassero le,chiamiamole così,"proposte" di Putin,tutto finirebbe e tutti vivremmo felici e contenti.

In realtà la cattiva coscienza giornalistica e di conseguenza la falsa e controfattuale informazione di media e talk televisivi é lo specchio della cattiva coscienza politica,dei meschini calcoli elettoralistici di chi smercia e conforta l’illusione che le cose per noi si possano aggiustare stando a guardare e chiamandosi fuori dal conflitto,e che si possano tirar fuori i vecchi slogan pacifisti autoproclamando la pace nazionale di una guerra internazionale i cui effetti riguardano tutti,ma proprio tutti,negazionisti e menefreghisti compresi. 

09 maggio 2022

UN POPOLO E LA SUA LIBERTA'






Avendo appreso la notizia di un suo necrologio,lo scrittore Mark Twain mandò un telegramma all'Agenzia che lo aveva pubblicato(l' "Associated Press")nel quale,con il suo solito sarcasmo,scriveva:"Spiacente deludervi,ma la notizia della mia morte è grossolonamente esagerata".Ecco,parafrasando questa frase del grande scrittore americano,si potrebbe dire a tutta quella bella compagnia di giro che Michele Santoro ha radunato al teatro Ghione di Roma e sulla piattaforma televisiva iperpopulista ByoBlu:"Spiacente di deludervi,ma la notizia della morte dell’informazione libera in Italia è grossolanamente esagerata".Perchè poi è questa la narrazione che vorrebbe accreditare tutta una certa "elite" culturale,giornalistica e universitaria:fino ai ieri sulla pandemia,oggi con la guerra dell'Ucraina.Ma una mente appena appena aperta e libera da pregiudizi non può non rilevare che in nessun paese occidentale come in Italia le tesi più ardite e strampalate sono presenti in ogni talk show,o meglio trash-show,che hanno come protagonisti i personaggi più narcisisti e mattoidi,i complottisti più esagitati,i conduttori più felici di fare caciara per qualche zerovirgola di ascolto in più piuttosto che di dare informazioni attendibili e verificate.

Il risultato è,com’è avvenuto già con la pandemia,che tutte le tesi risultano avere pari dignità,per cui ogni falso storico,che volumi di studi hanno ampiamente smentito,viene presentato come un’opinione legittima:il complotto ebraico mondiale,Hitler che era ebreo,la terra piatta,i Protocolli dei Savi di Sion,i vaccini che uccidono,il falso sbarco sulla luna.Sono questi i mali(ormai annosi)dell’informazione italiana,che comunque non ha bisogno di nuove regole,divieti e gabbie,ma "solamente" di un modo di informazione buona che scacci quella cattiva.Di questo ha bisogno l'informazione italiana più che di serate al teatro Ghione,di sguaiati cannoneggiamenti verbali di un Borgonovo o di un Orsini difronte ai bombardamenti(quelli drammaticamente veri)dei russi sull'Ucraina.

In occasione della guerra,come prima per il vaccino e il green pass,é così cresciuta una bolla mediatica che unisce intellettuali come Freccero,Canfora,Mattei,Cacciari con il M5S di Conte e del loro organo di stampa,il "Fatto Quotidiano" di Marco Travaglio e l’estrema sinistra con aree del pacifismo cattolico,come quella del direttore dell'Avvenire Marco Tarquinio.Il bello é che poi tutti costoro vengono a trovarsi in una oggettiva convergenza con il nemico per eccellenza Matteo Salvini,ma comunque tutti accomunati da un "idem sentire" antieuropeista,antioccidentale e antiamericano.

In questi giorni circolano in Italia  vari sondaggi che rilevano una spaccatura a metà del Paese sull’invio delle armi ai combattenti ucraini.Ciò significa che la linea di conflitto sul conflitto passa nelle famiglie,tra gli amici,i conoscenti:un déjà-vu già visto per vaccini e greenpass.In realtà la vera bussola d'orientamento dovrebbe sempre razionalmente riguardare i valori fondanti dell'Uomo:la vita e la morte,la libertà e l’oppressione,la pace.E sarebbe anche opportuno un richiamo di Storia,per ricordare che se è vero che le divisioni sul tema della guerra si sono già presentate nei tempi passati,è anche vero che se avessimo seguito Neville Chamberlain e non Winston Churchill,Charles Lindbergh e non Franklin Delano Roosevelt oggi il tanto vituperato occidente non vivrebbe in democrazia ma nella distopia raccontata da Philip Roth nel suo "Complotto contro l’America" o da Philip K. Dick  nel suo classico "La Svastica sul Sole" ,opere nelle quali a vincere erano i pacifisti di allora e a dominare il mondo erano nazisti e giapponesi.

E dunque il non fornire armi all'Ucraina,così come la tragicomica compagnia del Teatro Ghione pretenderebbe,sembra assomigliare ad una pax romana,quella pax,cioè imposta da un dittatore con la forza,come appunto la "Pax Augustea" era.La  sinistra intellettualità italiana non ha invece mai fatto sentire(tranne rare eccezioni)la propria indignazione sull'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel '68,nemmeno davanti alla torcia umana di Ian Palach.E le richieste di non fornire le armi ad un  popolo sovrano che lotta per la propria libertà non pare siano mai state fatte dagli odierni pacifisti italiani,quando l'URSS riforniva di armi il popolo vietnamita che lottava per la propria libertà.All'epoca in tutto il mondo ogni giorno sì manifestava(giustamente)contro la guerra dell'America in Vietnam.Ed è proprio qui,per Santoro & Co. che é l'inghippo,come direbbe il Sommo Bardo:oggi come ieri un popolo ha diritto a difendere la propria Terra,la propria libertà e la propria indipendenza con le armi,come il Vietnam ieri e l’Ucraina oggi.Punto.