Sono trascorsi 44 anni, ma quella strage resta uno dei simboli più dolorosi della lotta dello Stato contro la mafia e la criminalità organizzata.Un attentato che non colpì soltanto un uomo,ma un’intera istituzione:il generale dei Carabinieri che aveva riportato grandi successi nella lotta al terrorismo delle Brigate Rosse,chiamato a Palermo per affrontare una mafia sempre più potente e organizzata.Un uomo che veramente si era domostrato tale fin da giovane,quando,col rischio della vita,si impegnò in battaglie ideali,come nella Resistenza,per esempio:dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943,rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò e sischierò nelle file della Resistenza operando in clandestinità tra le Marche e l'Abruzzo.
Dalla Chiesa era arrivato in Sicilia con un incarico speciale. Dopo una lunga carriera nell’Arma,dopo aver combattuto il terrorismo delle Brigate Rosse, era stato nominato prefetto di Palermo il 30 aprile 1982. La sua missione era chiara: applicare contro Cosa nostra la stessa determinazione utilizzata negli anni precedenti contro il terrorismo.Ma il suo arrivo in città avvenne in un momento estremamente delicato.Palermo era attraversata da una violenta guerra interna alla mafia, con le cosche dei Corleonesi impegnate a consolidare il proprio potere. In quel contesto Dalla Chiesa aveva intuito la necessità di colpire non soltanto gli esecutori materiali dei crimini, ma anche le reti di consenso, le complicità e gli intrecci economici che permettevano alla criminalità organizzata di prosperare.
Il generale rimase prefetto per appena 100 giorni e proprio perciò il film di Giuseppe Ferrara che anni dopo fu realizzato sul sacrificio del generale prese il nome di "100 giorni a Palermo",con Lino Ventura nel ruolo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giuliana De Sio in quello di Emanuela Setti Carraro.
Fu un periodo brevissimo,ma sufficiente a far percepire alla mafia la portata della minaccia rappresentata dalla sua presenza.La sera del 3 settembre, poco dopo le ore 21, Dalla Chiesa viaggiava a bordo di una A112 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, sposata pochi mesi prima. Dietro di loro seguiva l’auto di servizio con l’agente Domenico Russo. In via Isidoro Carini entrò in azione il commando mafioso: le vetture furono affiancate e partirono raffiche di Kalashnikov AK-47.Il generale e la moglie morirono sul colpo. Russo rimase gravemente ferito e morì dodici giorni dopo in ospedale a Palermo.
L’immagine dell’auto crivellata dai proiettili divenne immediatamente il simbolo della sfida lanciata da Cosa nostra allo Stato,così come anni dopo,divenne un simbolo quell'altra immagine dell'autostrada sventrata nei pressi dell'uscita di Capaci,dove fu massacrato il giudice Giovanni Falcone,la sua compagna e l'intera sua scorta,come pure,due mesi dopo,quelle del devastante attentato all'altro giudice icona della lotta alla Mafia,Paolo Borsellino.
Dopo qualche ora dall'attentato al Generale Dalla Chiesa comparve su un edificio un cartello lasciato da un anonimo cittadino con una frase destinata a restare nella memoria collettiva:“Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”.
La reazione dell’opinione pubblica fu enorme.Ai funerali parteciparono migliaia e migliaia di persone e la rabbia dei cittadini si trasformò anche in una dura contestazione verso le istituzioni presenti.La strage rappresentò uno spartiacque nella percezione del fenomeno mafioso:mostrò con una forza senza precedenti la capacità di Cosa nostra di colpire direttamente un rappresentante dello Stato ai massimi livelli.
L’omicidio di Dalla Chiesa contribuì anche ad accelerare una risposta normativa e investigativa più incisiva contro la mafia.Pochi giorni dopo sarebbe stata infatti approvata la legge Rognoni-La Torre,che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa e lo strumento della confisca dei patrimoni illeciti.C'era voluto il sacrificio di Dalla Chiesa per arrivare a questo.
Negli anni successivi le indagini giudiziarie ricostruirono le responsabilità della mafia.Per la strage vennero condannati diversi capi di Cosa nostra,tra cui Totò Riina,Bernardo Provenzano,Pippo Calò e Bernardo Brusca.
Oggi il nome di Carlo Alberto Dalla Chiesa continua a rappresentare un modello di rigore,coraggio e fedeltà alle istituzioni. La sua figura è ricordata non soltanto per il sacrificio finale,ma soprattutto per il metodo con cui affrontò le emergenze più difficili della storia italiana:la convinzione che lo Stato dovesse essere presente, organizzato e più forte della paura.Accanto a lui restano il ricordo di Emanuela Setti Carraro,giovane moglie che quella sera condivise il suo destino,e di Domenico Russo,servitore dello Stato rimasto accanto al prefetto fino all’ultimo. Tre vittime di una stessa violenza, tre nomi che ancora oggi rappresentano la battaglia per la legalità.A 44 anni di distanza, la strage di via Carini non è soltanto una pagina della storia italiana:è un monito sulla necessità di difendere ogni giorno gli ideali e i valori della giustizia e della democrazia.Anche perciò rimangono valide le parole di qualche anno fa del Presidente Sergio Mattarella,che ebbe anche lui il fratello Piersanti assassinato dalla mafia."Il Generale Dalla Chiesa - disse Sergio Mattarella - fu un eroe del nostro tempo e l'atto criminale del suo assassinio si ritorse contro chi lo volle",per gli effetti legislativi e organizzativi che lo Stato seppe adottare dopo l'omicidio.
Strumenti più incisivi di azione,di indagine e coordinamento vennero messi in campo,proprio facendo tesoro delle esperienze di Dalla Chiesa e rendendo più efficace la strategia di contrasto alle organizzazioni mafiose.E soprattutto e ancor più quello sforzo fu sostenuto e accompagnato da un crescente sentimento civico di rigetto e insofferenza verso la mafia,che pretendeva di amministrare indisturbata i suoi traffici, seminando morte e intimidazione.Perchè il sentimento dei siciliani onesti,difronte a quella orrenda strage fu di commozione e sdegno che rafforzarono il rifiuto della prepotenza criminale.
Ci sono date e ci sono anniversari che non sono segnati solo sul calendario,ma sono marchiati a fuoco nella carne di una nazione.Il 19 luglio 1992 è una di queste date.Quel giorno e quell'anno,in un caldo pomeriggio palermitano venivano massacrati con un orribile attentato il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.E l'anno prossimo saranno 35 gli anni da quel terribile 1992 in cui l’Italia perse Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,due giudici e ancor più due integerrimi servitori dello Stato che vissero fino al loro ultimo giorno il senso vero delle istituzioni.Cinquantasette giorni:tanti furono quelli che intercorsero tra l'orribile strage di Capaci in cui perì Giovanni Falcone,la sua compagna ed anche lei magistrato,Francesca Morvillo,e gli uomini della loro scorta,e via D’Amelio a Palermo dove con l'attentato persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Quei 57 giorni rappresentano anche il tempo più lungo e più breve della storia giudiziaria italiana.57 giorni di angoscia lucida,di una corsa alla morte che Borsellino sentiva lucidamente scorrere sulla pelle ma durante i quali mai si fermò,perchè consapevole di essere il depositario del testamento spirituale lasciatogli da Giovanni Falcone.Nella sua ultima intervista prima dell'attentato di quella domenica 19 luglio 1992 Borsellino scandì lucidamente parole pesanti:"Siamo morti che camminano".
Di Borsellino esiste una fotografia che lo ritrae solo nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei giorni:un uomo che cammina,la cartella in mano,il passo deciso,e intorno il vuoto,perchè,e questo va detto a disonore dei tanti che lo fecero,tanti colleghi di Borsellino lo lasciarono solo.E quella foto dice tutto.Dice che Paolo Borsellino sapeva di muoversi in un covo di vipere — non solo fuori,ma soprattutto dentro il Palazzo di Giustizia.Lo aveva confidato alla moglie Agnese:non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo,ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse.Ne era consapevole:era solo.Di quella solitudine feroce, assoluta,che appartiene soltanto agli uomini veri,onesti ed integri.
C’è un dato che non compare quasi mai nelle commemorazioni ufficiali che da 34 anni si fanno,e che tuttavia dice tutto sul tipo di uomo che era Borsellino.Durante il maxiprocesso non mise mai piede nell’aula bunker dell’Ucciardone.Insieme a Falcone aveva costruito l’impianto accusatorio pietra su pietra e poi,rispettoso delle altrui competenze,lasciò che la Corte d’Assise facesse il suo lavoro senza mai interferire.Era anche questo il segno di un rispetto istituzionale in cui fermamente credeva perchè intimamente vissuto.
Borsellino aveva quell’ironia sottile,asciutta,tipicamente palermitana,di chi fa dell’umorismo uno scudo contro l’angoscia esistenziale.Lo stesso costume di vita che lo accompagnò fino a quel pomeriggio di quella domenica di via D’Amelio,dove arrivò puntuale per far visita alla madre come ogni settimana.Quella fedeltà alle piccole abitudini e al tempo stesso ai grandi valori non era leggerezza: era resilienza.
In quei giorni Borsellino non stava solo portando il lutto per la morte di Giovanni Falcone.Anzi,proprio nel ricordo dell'azione del collega si stava impegnando in modo particolare su quello che le sentenze chiamano mafia-appalti:un’inchiesta nata da un’informativa del ROS del febbraio 1991,che Falcone aveva considerato decisiva per risalire la catena fino ai colletti bianchi e ai nodi economici di Cosa Nostra. Dopo Capaci, Paolo Borsellino vi si dedicò con urgenza crescente.Perchè era cosciente,era pienamente consapevole che il "suo" di tempo era poco.Ed infatti la Corte d’Assise di Caltanissetta, nel processo Borsellino quater accertò che Borsellino fu eliminato per vendetta e per “cautela preventiva”: il timore che egli “persistesse incessantemente nella sua attività di indagine” su quel dossier.
Il pensiero di Borsellino si presta ad una lettura complementare rispetto a quello di Giovanni Falcone, a tratti inedita nella sua più significativa portata.Giovanni Falcone,come è noto, teorizzò,tra l’altro,la necessità di una cooperazione internazionale rafforzata nel contrasto al crimine organizzato transnazionale.I Paesi non devono sentirsi soli e devono poter contare su una alleanza antimafia globale,secondo una visione poi accolta nella Convenzione delle Nazioni Unite di Palermo del 2000.
Falcone fu dunque un pioniere della diplomazia giuridica multilaterale:la Convenzione di Palermo oggi prevede un meccanismo di verifica che consente di valutare il livello di adempimento dei relativi obblighi da parte di ciascun ordinamento nazionale.Ma la lotta alla mafia ed alla corruzione non poteva riguardare solo le amministrazioni pubblicche e le istituzioni di governo.Sono infatti sempre più consistenti le forme di partecipazione della società civile,del settore privato e di numerosi attori non governativi nella prevenzione del crimine, attraverso iniziative di sensibilizzazione culturale e valoriale.Ed è proprio questo il tratto distintivo del pensiero di Paolo Borsellino,integrativo e complementare a quello di Giovanni Falcone.
Le conseguenze negative delle attività criminali sono immani sul piano dello sviluppo economico, della partecipazione democratica e dell’esercizio delle libertà fondamentali e delle prospettive di crescita umana, sociale e lavorativa.Proprio Paolo Borsellino sottolineò queste implicazioni in un celebre e bellissimo discorso. Egli disse che «la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale,dell’indifferenza,della contiguità e quindi della complicità».
In un discorso tenuto in una scuola di Roma nel 1989, Borsellino parlò sull’importanza dei giovani nella lotta alla mentalità mafiosa.«Se la mafia,egli disse,fosse soltanto criminalità organizzata(.....)il problema interesserebbe soprattutto gli organi repressivi dello stato,polizia e magistratura.Questo era il discorso che si faceva in Sicilia… perché in effetti nessuno pensava di andare a parlare ai giovani di mafia…. entrare nelle scuole… e addirittura all’interno delle famiglie(..…)Ma la ragione fondamentale dell’allignare della mafia… è stato (proprio) questo senso di sfiducia nello Stato,nelle istituzioni pubbliche,che portava a indirizzare la fiducia verso queste organizzazioni che godevano di un consenso generalizzato.Non che tutti i siciliani fossero mafiosi(....)ma,purtroppo,molti erano soggetti alla grossa tentazione della convivenza(.....)perché questo, tutto sommato, può pure procurare vantaggi.Perciò è necessario,era necessario,sarebbe stato necessario parlare già da tanti anni ai giovani nelle scuole:per insegnar loro a essere soprattutto cittadini,per insegnare a questi giovani soprattutto che il consenso deve andare verso le leggi… verso lo Stato… verso le istituzioni pubbliche e non verso i soggetti che hanno bisogno di questo consenso soltanto per fare i propri e particolaristi interessi e non gli interessi di carattere generale».
Ed è stata proprio questa la nuova frontiera della lotta alla mafia ed alla corruzione oggi. Come trent’anni fa, la chiave del successo nel contrasto al crimine organizzato sta infatti nella chiamata alle armi della società civile, ad una compartecipazione attiva e ad una vigilanza collaborativa.Di fronte a fenomenologie socio-criminali come le mafie non si può pensare di reagire solo reprimendo le condotte in sede penale:l’integrità e la trasparenza non si impongono soltanto dall’alto.È essenziale una svolta culturale,la disseminazione di presidi valoriali di cui una società come quella contemporanea ha assoluto bisogno e della quale Paolo Borsellino soleva spesso discorrere.Quelle debolezze che generano le crepe nelle quali si insinua subdolamente il crimine non vengono meno solo per la paura di una sanzione:si deve partire dal piano della pedagogia sociale,della condivisione delle scelte,della democrazia partecipata, in poche parole dello stato di diritto nella sua più alta concezione.
Il monito di Paolo Borsellino oggi richiama alla nostra attenzione il salto di qualità operato dalla criminalità organizzata, volto alla creazione o al rafforzamento delle basi sociali per una vera e propria accettazione culturale collettiva della corruzione come male necessario.Il crimine organizzato oggi aspira a generare una vis cui resisti non potest,come prezzo da pagare per il benessere e la sicurezza stessa, in un sistema in cui i valori si confondono con i disvalori e si mettono in discussione i principi fondamentali della società basata sul diritto.Ed è su questo aspetto che il pensiero di Borsellino converge sorprendentemente con quello di Falcone.
La stessa corruzione, nelle sue forme più gravi, è transnazionale: la cosiddetta foreign bribery (la "corruzione straniera")è una modalità operativa diffusa globalmente,che,agendo oltre i confini degli Stati,inquina l’economia e frena lo sviluppo sostenibile dell’intera umanità.Un sistema di prevenzione e repressione delle mafie oggi non può che essere fondato sulla cooperazione transnazionale da un lato,secondo l'insegnamento di Falcone,condivisa nel contempo con la società civile dall’altro, proprio attraverso la diffusione della cultura della giustizia giusta e dello stato di diritto dall'altro,con una "contaminazione" civile dei valori della legalità per rafforzare la società civile in modo da prevenire ogni accettazione o tolleranza di mafie e corruzione.Questo è in conclusione l’immenso lascito ed il testamento spirituale di Paolo Borsellino,che con Giovanni Falcone,la cui vita rappresenta una sorta di autentico inno allo stato di diritto e di culto della legalità come alori comuni.
In quel pomeriggio di 30 anni fa,il 23 maggio 1992,tre auto correvano sull’autostrada A29 verso Palermo.A bordo c'erano il giudice Giovanni Falcone,sua moglie Francesca Morvillo,magistrata anche lei e gli uomini della scorta.Ma la corsa di quelle auto e la vita di quelle persone finirono tragicamente alle 17 e 58 minuti,quando esplosero i 500 chili di tritolo sistemati sotto l’autostrada,all'altezza dello svincolo di Capaci.Agli occhi dei primi soccorritori si presentò una scena allucinante:l'asfalto sventrato,un'enorme voragine nell'autostrada,tutto un inferno di lamiera,terra e detriti.L’auto in testa al corteo proiettata a 50 metri dalla carreggiata.Fu un'esplosione talmente potente che fu avvertita dall'osservatorio di geofisica e vulcanologia di Erice,distante 70 km.
Sono 30 anni da quella strage di mafia.Perché di mafia si trattò.Quella mafia che Falcone stava combattendo con gran senso delle istituzioni e dello Stato:di quello Stato e di quella sua Sicilia che avrebbe voluto cambiare anzitutto eticamente,per ridar dignità a un patrimonio morale e ideale secolare,oppressi dal malaffare criminale.
Da quel 23 maggio 1992 son trascorsi altri trenta 23 maggio,ma quell'esempio di moralità e senso dello Stato non é stato ancor oggi recepito,soprattutto dalla politica italiana.Al di là delle solite vuote e formali celebrazioni retoriche,di lapidi scoperte e di corone di fiori,la politica italiana mai,concretamente,ha assunto come esempio la figura e l'esempio di Falcone.Anzi.Il tema della
mafia sembra scomparso nell'azione quotidiana di governo e opposizione.Quasi come se la mafia non ci fosse più in questo Paese.E invece eccome se esiste ancora oggi la mafia.Ma non é tanto la mafia dei mitra o delle bombe quella più pericolosa.E' una mafia
finanziaria quella di oggi,ed è proprio la mafia che già allora Falcone aveva cominciato a disvelare.Lui fu il primo a "raccontare" una mafia "diversa",che contava sui consulenti finanziari,sulle banche e sugli affari,più che sulle pistole.Una mafia "diversa",perché mafia non vuol dire soltanto estorsioni,minacce,omicidi,droga.E' Mafia quella che fa fallire aziende,per poi "riaprirle" per riciclare denaro.E' mafia quella che fa violenza a imprenditori coraggiosi,sconfitti da
una concorrenza invincibile
perché basata sui profitti illeciti,grandi opere pubbliche realizzate al
risparmio sulla pelle dei cittadini.Ancora oggi,nonostante l'insegnamento di Falcone,quell'intreccio perverso tra malavita,politica e burocrazia corrotte continua ad esserci negli appalti pubblici,nel mondo finanziario e dei grandi affari.
Ma Falcone prima che a Capaci,morì altrove.Morì in quei posti dove politici,giornalisti a loro vicini e perfino i suoi colleghi magistrati,lo combatterono con lo strumento
della delegittimazione che é quella condizione di cui parlava
il generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa,poco prima di essere ammazzato,quand'era prefetto di Palermo:il personaggio
pubblico viene eliminato: "quando(.....)è diventato troppo pericoloso ma lo si
può uccidere perché è isolato".
Come con Falcone.Si attacca un magistrato
nel personale,si scava nella
sua vita familiare,gli si nega
un incarico che potrebbe ufficializzarne il prestigio,lo si emargina,in una parola.Morì anche per l’invidia dei colleghi di Palermo,per l’arretratezza culturale del Consiglio Superiore della Magistratura che bocciò la sua candidatura.Neppure fu nominato Alto Commissario Antimafia.E fu ucciso idealmente da una classe politica che non ne aveva capito il suo inestimabile valore(o che lo aveva capito fin troppo bene e lo lottava proprio per questo).Anche di quella classe politica che poi su presunte battaglie contro Cosa Nostra costruì le proprie fortune poltiche,pur senza,in realtà,mai aver mosso un dito.Erano(e sono)tutti quei politici che il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia chiamò i "professionisti dell'Antimafia".
Giovanni Falcone fu sottoposto a infami linciaggi,ad accuse vili e spregevoli,tese a rovinarne la reputazione e il decoro personale e professionale.Oggetto di torbidi giochi di potere,tentativi di strumentalizzazione della partitocrazia,di meschini sentimenti di invidia e di gelosia da parte dei colleghi magistrati.Fu tutto
questo che consentì alle mafie di metterlo più facilmente nel mirino.Che poi ad ucciderlo materialmente siano stati altri,poco importa.
Ogni anno l'Ente internazionale "Transparency International" stila la classifica sulla corruzione nel mondo.E come ormai da un pò di tempo accade,l'Italia non é certo ben messa in questa classifica.Ciò deriva da fenomeni diffusi non soltanto nella politica e dalle sue connessioni mafiose,ma anche da comportamenti della popolazione:le tangenti,che siano esse corruzioni o concussione,la politica clientelare,la sottomissione personale a qualcuno in cambio di favori e benefici,il compromesso politico/criminale e quella mentalità diffusa e radicata a non rispettare le regole che in Italia è normale quotidianità.
A 30 anni da Capaci,se vogliamo davvero onorare la memoria di Falcone,dobbiamo imparare e replicare la sua lezione.Non rassegnarci,anzitutto.Non rassegnarci,non adeguarci a ciò che per tanti,per troppi é divenuta quotidiana "normalità".Quei tanti,quei troppi che frodano,imbrogliano,prendono tangenti stando nella politica,nella società,nelle istituzioni e nei partiti.Perchè poi l'illegalità e il malaffare non si espande solo per le minacce della mafia,ma anche per gli stili di vita e i modelli economici e sociali cui guardiamo per vivere tra gli agi.Ecco.Occorre il coraggio di fare scelte,anche di rinunciare,per "fare sempre il proprio dovere,qualsiasi sia il sacrificio da sopportare".Proprio queste erano le parole di Giovanni Falcone.Proprio questo l'esempio che ci ha lasciato.Questo esempio s'ha da riprendere,per non farlo finire a Capaci.
"Che le cose siano così, – diceva Falcone – non vuol dire che debbano andare sempre così.Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e cambiare,c’è un prezzo da pagare.Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.
E' questa deriva,questa pigrizia mentale che ci fa rassegnare e adeguare.Repingerla e re-agire é l'impegno che ognuno di noi,nella propria vita,deve prendere per onorare veramente e degnamente Giovanni Falcone.E dopo toccherà allo Stato fare la propria parte.30 anni fa Giovanni Falcone ci ha lasciato una responsabilità di grande impegno,che però é anche un modello di bellezza della vita che non si può disattendere.Falcone aveva ragione:"possiamo sempre fare qualcosa".
Sarà da ricordare il giorno 23 del mese di settembre dell'anno 2021.Per la storia,la politica e la (mala)giustizia italiana.Perché in questo giorno la Corte di Assise di Appello,riformando radicalmente le condanne inflitte in primo grado nel Processo per la cd Trattativa Stato-mafia,ha assolto gli imputati,i generali dei Carabinieri Mario Mori,Antonio Subranni,Giuseppe De Donno,stretti collaboratori di Giovanni Falcone,e Marcello Dell’Utri,quest'ultimo referente politico in Sicilia di quel Berlusconi che avrebbe,secondo i PM di Palermo,organizzato la trattativa quand'era Presidente del Consiglio.Ma la sentenza di Palermo ha tolto di mezzo tutta quella spazzatura.È durato tanto,è durato troppo quel processo.L’hanno guidato dei Pm incapaci e in alcuni casi chiaramente in malafede e politicizzati.Questo coacervo di ambizioni e di fanatismo,di menzogne e di interessi,ha tenuto sotto scacco,per oltre 20 anni,questo Paese.Lo ha fatto con la fattiva complicità di uno stuolo di pubblici propagandisti e mestatori che,nei nomi di Michele Santoro e Marco Travaglio,trovano solo l'esemplificazione di un ben più vasta schiera di forcaroli che su quel processo hanno costruito le loro fortune professionali.Come non pensare a Leonardo Sciascia(quest'anno son giusto 100 anni dalla sua nascita) quando parlava di "Professionisti dell'antimafia",a proposito di tutta quella gente che sul suo presunto impegno antimafia,faceva carriera,in politica,nel giornalismo e in magistratura?.Tutta gente che in questi 20 anni ha venduto etica a buon mercato.Ecco perché è da ricordare il 23 settembre.Su quel processo sono stati costruiti show politici sulla RAI e La7,sono stati scritti libri a bizzeffe e persino una rappresentazione teatrale.Tutte fondate sulla calunnia,sul falso,sul niente,sull’isteria.Ricordiamoceli quei nomi:i Santoro,i Travaglio,i Purgatori,i Ranucci.Se avessero un minimo senso del pudore adesso starebbero zitti.Anche per metter fine alla stagione della repubblica mediatico giudiziaria,iniziata nel ‘92,che ha travolto la politica,lademocrazia,la libertà,la vita di centinaia di persone innocenti e delle loro famiglie,massacrate per fandonie inventate totalmente.Del resto era palese che contro Dell'Utri e il generale Mori c'erano solo le parole di due pazzi farabutti come Salvatore Brusca(quello dei 150 omicidi e del bambino sciolto nell'acido)eMassimo Ciancimino con i suoi "papelli",ai quali i PM hanno dato dignità di prova e che in Tv Michele Santoro ha fatto diventare persone serie e quasi degli eroi.Nonostante questo i Pm sono andati avanti a testa bassa,testardi,tenaci,convinti che,anche grazie ai loro lustrascarpe giornalisti,l’accusa avrebbe avuto ragione e poi perché in questo Paese troppo debole o nullo è ormai il diritto dell'imputato a far valere i propri diritti nel processo.Roba degna di un paese che lo Stato di diritto manco sa cosa sia.C’è una domanda che è impossibile non porsi.Perché i Pm di Palermo hanno voluto costruire questa mostruosità?Anzitutto nella loro ambizione e nel loro fanatismo ideologizzato i Pm di Palermo si sono ferocemente scagliati contro Berlusconi cercando di distruggerne la legittimazione a governare ricevuta dalle urne.Ma più in generale quell'ambizioso fanatismo voleva essere una sorta di "Processo allo Stato".A vario titolo,infatti,si è cercato di trascinare nella melma del processo 2 Governi(Amato,Ciampi e Berlusconi) 3 Presidenti della Repubblica (Scalfaro,Ciampi,Napolitano),un Presidente della Corte Costituzionale (Conso),i Presidenti di Camera e Senato,5 Ministri (Martelli,Scotti,Conso,Mannino,Biondi).Un Universo Processuale mosso contro la classe dirigente della Repubblica che,alla svolta delle Stragi,è stata moralmente lapidata come autentica causa di quelle.Per lunghi anni, abbiamo udito l’ululato famelico di una muta mediatica giudiziaria,alla caccia di prede.
Perciò, questa assoluzione,non è solo un'assoluzione:è la capitolazione di una Forza di occupazione,che per anni ha fatto scempio nel campo della libertà e della convivenza civile e democratica italiane.
Ciò posto,però,va detto anche qualcos'altro.Troppe fortune,troppe storture,troppe brutture sono nate da questa occupazione,per pensare seriamente che,da oggi,tutto sia stato rimesso in ordine.Le fortune, essenzialmente denaro e fama,non rinunceranno certo a sè stesse.E le storture si sono fatte ordinamento giuridico finalizzato al sovvertimento per un diritto civilizzato.Per tutte,valgano le Misure di Prevenzione, arnese del peggiore Stato di Polizia,che hnno straziato le vite,il lavoro,la dignità di persone innocenti.Quanto alle brutture,infine,consumate sui giornali e nelle Tv(compreso il servizio pubblico)é ormai chiaro che si è trattato di uno strumento di tipo orwelliano,e non di un diritto di informazione,ma della sua totale negazione.Sull'occupazione giudiziaria e su quelle brutture massmediatiche ha "gozzovigliato" poi quel "postpartitismo" che nei 5Stelle ha trovato il proprio miserabile presente.La cd Trattativa,pertanto,è stata un tentativo.Un tentativo di destabilizzare la civiltà della libera informazione e imporre una repubblica giudiziaria.Ma gli "occupanti" mediatico giudiziari,le loro viltà, i loro interessi,sono ancora fra noi.E' perciò che,in questo 23 settembre, una parola di Giustizia,per quanto tardiva e inefficace sul saccheggio di intere vite,è stata pronunciata.Però,come dicevano gli antichi romani:"Il diritto viene in soccorso di chi resta vigile,non di coloro che dormono".