20 gennaio 2026

LA DEMOCRAZIA DI PULCINELLA





Crans-Montana è una delle più note ed esclusive località sciistiche in Svizzera,ed ogni anno centinaia di migliaia di turisti,molti provenienti dall'estero,trascorrono le proprie vacanze su quelle piste.È considerata una meta turistica di lusso e negli anni è stata frequentata da numerosi personaggi famosi,come gli attori Roger Moore e Gina Lollobrigida.

Ma il 31 dicembre 2025 Crans Montana è stata sede di un'immane tragedia.La notte di Capodanno all'interno di un locale di quel paesino elvetico si è sviluppato un incendio,causato dall'uso di candele pirotecniche,che hanno dato fuoco al rivestimento del soffitto,innescando un pauroso incendio che ha causato la morte di 40 persone e quasi 120 feriti,in gran parte giovani e giovanissimi.Una serata di festa che si trasforma in incubo per decine di giovanissimi,la maggior parte dei quali ancora oggi in condizioni gravissime per le ustioni riportate.L'orrore si è materializzato poche ore dopo l’arrivo del nuovo anno nel locale Le Constellation,di proprietà di una coppia francese,i coniugi Moretti,e ha spezzato le vite di decine di adolescenti,riuniti a festeggiare l'arrivo del nuovo anno.

L’incendio di Crans-Montana ha destato un'attenzione mediatica internazionale senza precedenti per la Svizzera.A livello di opinione pubblica e di stampa estera lo sconcerto è cresciuto giorno dopo giorno,ovviamente anche per la giovanissima età delle vittime(alcune tra esse avevano tra i 15 e i 17 anni).Questa attenzione mediatica e questa sensibilità della pubblica opinione si è accentuata con l'inizio delle indagini che hanno visti al centro delle attenzioni dei giudici svizzeri anzitutto i coniugi Moretti,proprietari del locale,e il Comune di Crans-Montana,per la probabile mancata effettuazione di controlli su "Le Constellation",il locale andato a fuoco.

Ma proprio questa emotività,questa attenzione quasi angosciata dell'opinione pubblica ha scatenato un'autentica bufera mediatica quando il Tribunale delle misure coercitive di Sion ha disposto la scarcerazione di Jacques Moretti(che era in carcerazione preventiva),dietro versamento di una cauzione di 200.000 franchi versata da un amico stretto della coppia dei proprietari del "Constellation",e che però allo stato rimane indagato con la moglie Jessica Maric per omicidio,lesioni e incendio colposi.

Questa decisione dei giudici svizzeri ha suscitato forti reazioni negative comprensibilmente nelle famiglie delle vittime,ma anche in grande parte dell'opinione pubblica italiana,che ancora vive il dramma di Capodanno.Quello che era meno,anzi per niente,scontato era la furiosa reazione del governo italiano alla decisisione di scarcerazione dei giudici svizzeri.La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito la decisione “un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di Capodanno e un insulto alle loro famiglie”.Anche il vicepremier e ministro degli Esteri,Antonio Tajani,ha condannato l’atto definendolo un oltraggio alla sensibilità delle famiglie e poi ovviamente è arrivato,"lui",il solito fenomeno,il leader della Lega, Matteo Salvini,che ha commentato la decisione sui social con un secco “Vergogna!”.Di lì a qualche ora il governo italiano ha ritirato per protesta l'ambasciatore italiano in Svizzera.

Risulta evidente come l'esecutivo italiano abbia voluto strumentalizzare in maniera ignobile la tragedia di Capodanno per un miserabile e becero calcolo di accattonaggio di qualche consenso mediatico ed elettorale.Eppure anche la Francia ha avuto dei ragazzi morti nel rogo di Crans-Montana,ma non si è certo sognata di adottare decisioni come quella del governo italiano.Ma per il governo populista italiano non esiste lo stato di diritto:anzi,questi demagoghi al potere oggi in Italia dimostrano un totale analfabetismo dei principi cardine del costituzionalismo liberale classicamente risalenti a Montesquieu e poi realizzati storicamente nelle grandi Rivoluzioni dell’età moderna e nei documenti costituzionali contemporanei.Senza voler dire poi niente dell'indebita intromissione nella giurisdizione di uno Stato straniero.

Fosse stato per il Governo italiano tanto valeva procedere ad impiccarli subito e senza processo i coniugi Moretti al primo albero che capitava.Massì,una cosa spiccia,agile,semplice,corrispondente a quel sentimento generale corrente nella pubblica opinione italiana  verso il capro espiatorio prima e al di là dell'accertamento di responsabilità.

La verità è che il comportamento del governo ha descritto questo Paese.Siamo un Paese costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli,i quali ,invece,comunque hanno diritto a un legittimo processo e a tutte le garanzie di difesa.Del resto di che meravigliarsi?Sull'italica terra si aggira ancora un giudice,tal Piercamillo Davigo,secondo il quale "non esistono innocenti,ma solo furbi che l'hanno fatta franca".Un Paese dove tutto si risolve nel più feroce panpenalismo,mettendo in carcere in via preventiva,prima del processo la gente(che poi magari risulta innocente chissenefrega)e buttando la chiave,sempre nel culto dell'eterno sospetto:"però qualcosa avrà pur fatto".E se l’abominio del carcere non basta,mettiamoci pure l'introduzione di nuove pene e l'aumento di pene già esistenti anche per reati bagattelari.E mentre è in pieno svolgimento la campagna referendaria su una riforma della giustizia voluta proprio dal governo per riformare la giustizia sommaria,ecco che proprio il governo si improvvisa sceriffo.

Certo è singolare.Il capo del Governo italiano,Giorgia Meloni,e il ministro degli Esteri,Antonio Tajani,continuatore(a sentir lui)della battaglia sulla divisione delle carriere che Silvio Berlusconi propugnava già 30 anni fa contro le esondazioni della giustizia e il penalismo politico vendicativo,oggi muovono bellamente guerra diplomatica e morale alla Svizzera perché un tribunale del riesame fissa una cauzione per la libertà personale dei due indagati per l’incendio e la strage dei ragazzi a Capodanno.Si grida all’oltraggio per la memoria delle vittime e per il dolore dei sopravvissuti. Come si faccia a passare con tanta disinvoltura dal garantismo sussiegoso alla bestialità demagogica giustizialista è un qualcosa di veramente inspiegabile.

Lo scandalo vero,in realtà,non è la rimessione in libertà dell'imputato secondo la legge del paese elvetico,ma sarebbe,eventualmente,la conduzione omissiva delle indagini, la mancata puntuale ricostruzione dei fatti e delle cause, la messa in questione del rispetto di quei controlli che, lo si è visto dopo il caso tragico di Crans, non si fanno con rigore non solo in Svizzera il 31 dicembre ma nemmeno nell’ordinaria vita notturna del Piper Club a Roma,e in chissà quanti altri luoghi di svago di questo nostro scassatissimo Paese. Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti non ha niente a che vedere con la pretesa invocata di mettere in catene due presunti(sì,presunti:in una democrazia liberale non ci si deve mai stancare di ripeterla questa parola)colpevoli.Un governo non può sbattersene della divisione dei poteri,dei controlli e delle garanzie di un processo giusto per elevare una forca in piazza,inventarsi un sistema di complicità ambientale e processare in modo sommario i presunti(presunti,Presidente Meloni,ministri Tajani e Salvini)colpevoli,perché si possa soddisfare la rabbia della pubblica opinione,garantendo nel contempo un consenso facile,truce e immediato a chi la spara più grossa,a chi per primo fornisce la corda per appendere alla corda i delinquenti e anche le classi dirigenti della Svizzera presunta colpevole.

Il dramma nel dramma è il comportamento della stampa(indecente la trasmissione di Gianluigi Nuzzi su Mediaset)perversamente orientata a insinuare invece che accertare,con quel dilagare di frasi ed immagini a effetto sicuro, la diffusione del sospetto come anticamera della ghigliottina.I feriti sono ancora in situazioni di emergenza, il numero di vite rovinate e tuttora in pericolo è altissimo,ma il rispetto per tutto questo dolore è praticamente pari a zero.

Perchè poi con il richiamo dell’ambasciatore italiano in Svizzera,il governo italiano ha dimostrato pure un'altra cosa e cioè di essere sovranista all’amatriciana,perché il sovranismo preclude l’ingerenza nelle leggi e nei costumi di ogni altra nazione.Forse qualcuno ha dimenticato quando Giorgia Meloni sosteneva l'impossibilità,per il governo italiano,di intervenire direttamente sulla magistratura ungherese(del suo bel compare sovranista ungherese Orban)nel caso di Ilaria Salis,propro nel rispetto dell'indipendenza giudiziaria della magistratura ungherese,non potendo interferire con i processi in uno Stato sovrano.

Per fare i liberali "veri" e quindi i garantisti autentici e non a giorni alterni bisogna avere coraggio:il coraggio,per esempio,di chiedere il rispetto di regole e diritti anzitutto per gli accusati più odiosi e indifendibili, protagonisti dei crimini più orrendi.Anche di Totò Riina,anche di Renato Curcio.A difendere Madre Teresa di Calcutta son tutti bravi e si prendono solo applausi;ma se non si affermano i principi della democrazia liberale e del garantismo a ogni costo è da lì che comincia l’erosione dei diritti di tutti.Basta guardare i due cittadini bianchi americani ammazzati in mezzo alla strada dalle squadracce trumpiane dell'ICE("Immigration and Customs Enforcement")le squadracce neonaziste di Donald Trump,che in teoria dovrebbero dar la caccia ai cosiddetti "clandestini".Chiedendo le maniere spicce (a dir così)per gli altri non ci accorgiamo di allestire la forca per noi stessi.Indebolendo regole e garanzie universali, rendiamo sempre più facile che per quei metodi spicci passino sempre più innocenti.

Questo è il motivo perché tutti gli italiani,per quanto giustamente indignati dal comportamento dei proprietari del Crans-Montana, dovrebbero vergognarsi per l'indegna sceneggiata messa su dalla Premier Giorgia Meloni e dal ministro Antonio Tajani,arrivati a richiamare l’ambasciatore semplicemente perché in Svizzera un tribunale ha rimesso in libertà dietro cauzione Jacques Moretti,non essendo stati,lui e la moglie  ancora condannati con un giusto processo.Lui o chi per lui quella cauzione l’ha pagata ed è tornato a casa,restando comunque sotto sorveglianza,sottoposto alle stesse misure restrittive già applicate per sua moglie Jessica.

Il rispetto per il dolore delle vittime invocato dagli stessi esponenti del governo,dovrebbe risolversi nell’accanita e puntigliosa ricerca della verità,niente che dipenda dalla decisione giurisdizionale sulla libertà personale di due indagati, che può essere in sé, giuridicamente giusta o sbagliata,ma che non è giusto combattere con argomenti da "tricoteuse".Questa vicenda e lo scomposto agitarsi del governo italiano fà porre,inevitabilmente una domanda.Se con il referendum sulla giustizia si vuole davvero una giustizia più garantista,il governo Meloni,che questa riforma ha promosso,fa' dubitare che con questo osceno spettacolo forcaiolo offerto sia veramente capace di sfruttare una eventuale vittoria del Sì per una riforma del sistema giudiziario. 

10 gennaio 2026

VALERIO, NESSUNO COME LUI






Il Piemonte da sempre è stata Terra liberale:molti fra i più importanti politici ed intellettuali italiani di cultura liberale sono nati in Piemonte ed hanno avuto affinità caratteriali riconducibili proprio al loro essere piemontesi.Qualche nome per esemplificare solo tra i maggiori:Camillo Benso di Cavour,anzitutto e soprattutto,ed alcuni protagonisti della Destra storica come Giovanni Lanza e Quintino Sella;poi studiosi ed esponenti dell'Università di Torino come Luigi Einaudi e Francesco Ruffini;senza dimenticare  uomini di governo della statura di Giovanni Giolitti. Piemontese fu anche il liberale eretico per antonomasia, Piero Gobetti, morto giovanissimo,a soli 26 anni, massacrato dalle squadracce fasciste.E ancora ci sono da ricordare tanti parlamentari e e uomini di governo come Marcello Soleri e Manlio Brosio.

Anche Valerio Zanone,nato nel 1936 e morto giusto 10 anni fa,il 7 gennaio 2016,fu un liberale della scuola del Piemonte:essenziale,antiretorico,riformatore per vocazione e pragmatico nell'approccio ai problemi e nel modo di affrontarli.E Zanone conservò questo costume di intellettuale anche quando ebbe rilevanti responsabilità politiche. Torinese nell’anima,liberale e riformista nelle scelte,nemico di sovranità assolute.Il suo esempio di vita mostra una rara coerenza che si fà bellezza.La voce mai gridata, perché forte nelle idee,si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona.

Il Novecento fu definito "Il Secolo breve" secondo la famosa definizione dello storico britannico  Eric Hobsbawm per significare che esso durò essenzialmente tra l'inizio della Prima Guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino nel 1989.In questo arco temporale,in questi soli 80 anni,è accaduto tutto e di tutto.In questi 80 anni è segnato anche il contrasto fra le democrazie liberali e l'ideologia totalitaria,ed è perciò naturale che poi,al crollo del comunismo,tutti si son detti liberali tanto da generare una vera inflazione della specie.Era divenuto "normale",facile perfino,e certo "comodo" definirsi "liberale",lo facevano anche quelli che quell'idea l'avevano sempre avversata.Ma per Zanone essere liberali era molto altro e molto di più.Per lui per essere veramente «liberale» occorerrebbe indicare il modo ed il fine dell'essere liberale,e anche il «come» e il «perché»;e per quell'inflazione del termine,si rendeva necessario aggiungere anche «da quando».

Per Valerio Zanone il "quando" furono i suoi 18 anni;fu a quell'età che lesse "La storia come pensiero e come azione di Benedetto Croce.Fu in quell'idea della storia umana che procede sul crinale di una libertà mai del tutto raggiunta e mai del tutto perduta che Valerio trovò quella che poi sarebbe divenuta la sua regola per tutta la vita;fu allora che divenne liberale,anche se poi in lui incise moltissimo il rigore e l'etica di un altro grande torinese,Piero Gobetti.Da allora Zanone si convinse,ogni giorno di più,di non poter essere altro che un liberale e lo fu per 40 anni in maniera sempre più convinta.

E ci fu anche un «come» essere liberale per Zanone;in quei 40 anni alternò i suoi studi sul liberalismo con una prolungata carriera parlamentare e governativa.Lui era un grande intellettuale,un fine uomo di cultura,ma in lui ci fu forte anche la volontà di cambiarle le cose con un concreto agire liberale all'interno del piccolo Partito Liberale(del quale diventò segretario sostituendo Malagodi)e al governo.

Ma al di là del "quando" e del "come",l'essenziale per Zanone era il "perché?".Perchè essere liberale?La sua risposta era che l'essere liberale significava non pensar mai che il credo politico conduca a rivelazioni definitive, certezze assolute, valori ultimi.E questo,se ci si pensa,è l'essenza stessa del liberalismo.Questo è l' "l'homo liberalis",il "tipo" antropologico liberale:l'individuo che afferma le proprie convinzioni senza ritenerle infallibili.Ciò che più lo convinceva della validità del metodo liberale era proprio la sua apparente provvisorietà,la facoltà che esso concede ed anzi richiede di dichiararsi mai sicuri ma incerti, di riconoscersi in errore.Come conseguenza inevitabile ne deriva anche una legittima diffidenza verso il culto dei capi,sempre più accentuato negli ultimi 30 anni della politica italiana,nei quali la telecrazia berlusconiana ha accentuato i tratti carismatici e divistici.

Spesso Zanone diceva che:"Ogni volta che sul televisore appare un leader troppo sicuro di sé è meglio cercare un altro canale e soprattutto un altro partito".Perchè è proprio del "tipo" antropologico liberale di prestarsi ad opzioni politiche completamente difformi.E Zanone amava ripetere di essere un liberale,come Manzoni diceva dei traviati, «di una certa specie» e la sua specie è stata sempre quella liberaldemocratica.Perchè storicamente il genere liberale si è diviso in passato in due specie, quella dei liberali democratici e quella dei liberali elitari.

Ma la cultura politica nella quale si riconosceva Valerio Zanone era invece fondata sul connubio indissolubile fra liberalismo e democrazia.Lui si riconosceva nella democrazia liberale con l'avvertenza che nella locuzione l'aggettivo per lui era più importante del sostantivo.Dall'associazione fra liberalismo e democrazia discendono conseguenze culturali che producono a loro volta fatti rilevanti nella prassi politica.Il liberaldemocratico è portato a superare l'alternativa antica fra libertà negativa (la libertà come assenza di coercizione) e libertà positiva (la libertà per tutti di avere parte nella vita pubblica);i due concetti non sono in antitesi,ma si coordinano tra loro.In secondo luogo,il liberaldemocratico è portato a superare l'antitesi anche più antica fra libertà ed eguaglianza.

La sintesi fra i sacri princìpi della Rivoluzione del 1789 non riguarda soltanto l'eguaglianza delle opportunità nei punti di partenza.Per il liberaldemocratico la sintesi fra libertà ed eguaglianza non riguarda solo i punti di partenza ma anche i risultati,nel senso che il liberalismo democratico riconosce agli individui meno fortunati il diritto ad un grado più o meno elevato di protezione sociale.Ciò comporta l'accettazione anche di quella funzione redistributiva dello Stato sociale che invece il liberismo avversa almeno nelle sue accezioni più intransigenti,perchè il liberismo intransigente considera infatti la democrazia liberale come una contaminazione del liberalismo classico se non addirittura un cedimento al socialismo.

Eppure nel primo ventennio del nuovo Millennio la stessa America liberista del periodo successivo alla grande crisi finanziaria che poi andò sotto il nome Lehman Brothers del 2008 ci fu una ridefinizione dell'azione  pubblica in favore degli svantaggiati in termini non solo economici ma anche di diritti individuali, in una cornice liberale e non socialista.E da lucido intellettuale qual'era Zanone intravedeva già il futuro;egli infatti già vedeva i nemici delle democrazie liberali che si andavano stagliando all'orizzonte:anche dopo la caduta del Muro gli antagonisti non mancavano di certo:l'integralismo islamico,il capitalismo asiatico,le tecnocrazie transnazionali.Ecco perchè per la democrazia liberale ogni successo è sempre il «penultimo».La recessione infatti portò come rimedio,a massicci interventi statali (salvataggi bancari, stimoli economici), in contrasto con i principi liberisti puri, segnando un'inversione di rotta temporanea verso un maggior ruolo dello Stato,senza poi voler dire dei provvedimenti della Presidenza Obama tra il 2009 2017),con forte enfasi sulla sanità (Affordable Care Act),sostenendo anche e soprattutto in campo sanitario il concetto di "moderno liberalismo"(uguaglianza come prerequisito per la libertà)oltre a investimenti pubblici, pur in un contesto di debito crescente.

E da lucido intellettuale qual'era Zanone intravedeva già il futuro;egli infatti già vedeva i nemici delle democrazie liberali che si andavano stagliando all'orizzonte:anche dopo la caduta del Muro gli antagonisti non mancano:l'integralismo islamico,il capitalismo asiatico,le tecnocrazie transnazionali.Ecco perchè per la democrazia liberale ogni successo è sempre il «penultimo»,si deve sempre lottare per un altro e ulteriore momento di libertà.

Valerio Zanone è stato uno dei pochissimi politici italiani che sia stato realmente anche un uomo di cultura.Forse la sua vera passione risiedeva nell’impegno intellettuale.Zanone, liberale da una vita e per l’intera sua vita,fu uomo di cultura, di profonda cultura.Valerio era, al fondo,soprattutto uomo di cultura prestato alla politica.La cultura di Valerio era la sua cifra, il suo tratto distintivo.Perchè Zanone non era di certo un propagandista:i suoi interventi erano la condivisione di riflessioni,ponderate e filtrate dalla sua essenza di liberale storicamente consapevole del ruolo, ma anche dei limiti, del liberalismo. Chi lo ascoltava poteva esser persuaso dai suoi argomenti o rifiutarli. Ma avrebbe anche potuto avere l’ambizione di arricchire le idee che Valerio aveva appena espresse, perché in Zanone prevaleva sempre la tensione verso la civiltà del dialogo che poi era il suo stesso tratto umano.

Questa superiore forma di civiltà era rappresentata dal suo mai trattare il proprio interlocutore in modo paternalistico o,tantomeno,di pretesa superiorità: trattava chi si rivolgeva a lui riconoscendo piena dignità alle idee anche le più diverse dalle sue.La pratica del liberalismo, che non è e non può essere una chiesa,aveva abituato Valerio a questa naturale e profonda forma di tolleranza.Ma, come detto,quella tolleranza,quella civiltà del dialogo, erano non solo tenute assieme dalla cultura, ma prima ancora ne erano figlie.

Vengono in mente le parole drammatiche del "Monito all’Europa" di Thomas Mann:“Cultura!Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia.Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana,il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza […]”.

Questo era il significato che Valerio dava alla cultura. In perfetto contrasto con le idee allora ed ancor oggi correnti.Ad una cultura che oggi è soppiantata dalle magnifiche sorti e progressive dei fanatici dell’intelligenza artificiale,felici di poter viaggiare senza affaticarsi con “il peso che noi abbiano portato”, a dirla con Goethe, ignari della fatica ma anche del valore e della bellezza delle esperienze vissute e dell'impegno profuso nella ricerca e nell'approfondimento,persi e vuoti in una citazione che un computer non è in grado di riempire.

Proprio dalla giovanile lettura crociana  "La storia come pensiero e come azione" Zanone trasse l'insegnamento superiore che il principio di libertà ed il suo strumento politico,ovvero il liberalismo,non sono una misura fissa buona per ogni epoca o stagione,ma che invece alle domande mutevoli figlie di ogni stagione e di ogni epoca il liberalismo deve saper fornire risposte aggiornate, pena il risolversi in un nuovo vuoto ideologismo.Ed il liberalismo se vi è un lusso che non si può permettere è quello di inaridirsi in ideologismo.

Oggi viviamo tempi in cui facilmente si baratterebbe qualche scampolo di libertà per una "sicurezza" da caserma(vengono in mente le parole di Piero Gobetti nell'"Elogio della ghigliottina"),per un ordine fisso, immutabile, per un sistema di valori che viene accettato acriticamente perché proveniente dalla "tradizione" o,come impone la narrazione al potere oggi in Italia,dall'identità.Nulla di più lontano dalla cultura e dalla sensibilità autenticamente liberali. Nulla di più lontano da quella "religione delle libertà" crociana, e dalla lotta contro il mito ed a favore della libertà figlia del processo di secolarizzazione.Di quella cultura liberale,per Zanone era parte integrante il laicismo, orgogliosamente rivendicato da Valerio come frutto dell’umanesimo liberale di cui era parte e di cui si sentiva in piena continuità ideale e valoriale.

Ed allora a dieci anni dalla sua scomparsa,c'è da condividere quello che su di lui qualcuno ha scritto;senza tema di smentita,cioè,si può dire di Valerio quel che disse Amleto:“Egli era un uomo, preso tutto insieme,ch’io non vedrò il suo simile un’altra volta”.

01 gennaio 2026

IL PRIMO GIORNO DELL'ANNO




Il primo giorno dell'anno ha da sempre rappresentato in letteratura una metafora di inizio,di bilancio e rinascita,vista da tanti scrittori attraverso poesie,romanzi e racconti che utilizzano il passaggio all'anno nuovo per riflettere sul tempo che fugge,e per evocare speranze(o paure)di cambiamenti.Si potrebbero qui ricordare il Capodanno raccontato da Goethe che celebra l'ottimismo o quello di Dostoevskij che ne utilizza l'atmosfera per storie di amore e malinconia.
Temi principali nella letteratura sul capodanno sono quelli della soglia e del passaggio:il tempo diventa un personaggio, la notte di Capodanno una porta verso l'ignoto, un momento di riflessione sul passato e di augurio per il futuro.E poi la speranza e i bilanci:il nuovo anno porta con sé la possibilità di nuovi inizi,in un bilanciamento di gioie e dolori trascorsi, come si vede nelle riflessioni di Goethe e nelle poesie che chiedono un anno migliore.Oppure riflettono malinconia e amore come ne "Le notti bianche" di Dostoevskij,romanzo nel quale il Capodanno fa da sfondo a sentimenti di amore non corrisposto e solitudine,pur in un'atmosfera luminosa.
Per questo Capodanno ho scelto,tra le tante,la poesia "Primo gennaio",del Premio Nobel per la letteratura Eugenio Montale.
"Primo gennaio" di Montale è imperniata sul contrasto tra l'allegria forzata del Capodanno e la profonda alienazione esistenziale del poeta,che si sente estraneo alla vita,alle speranze e ai propositi che nutre la gente comune in questo tempo nuovo.Il Poeta,invece,esprime la sua IN-appartenenza esistenziale,pur sentendosi legato alla figura salvifica della moglie Drusilla("Mosca"), che rappresenta una speranza di senso per la sua fede semplice,simboleggiando il tentativo di opporre un "lumino" all'oscurità.
Montale,invece,si sente un estraneo che non partecipa alla festa del nuovo anno,che pure si svolge a casa sua e che contrappone il suo "urlo taciuto" alle celebrazioni altrui;una condizione tipica della sua poetica del "male di vivere" e di crisi esistenziale.La moglie,invece("Mosca")con la sua fede nel "minuscolo Dio" e la sua innocente speranza, offre un'ancora di salvezza e un punto di riferimento,anche se la sua visione semplice non risolva il dramma esistenziale del poeta.Ed anzi tra le righe si può quasi cogliere una certa forma di sana invidia di Montale nei confronti dell’atteggiamento positivo della moglie,che si affida al suo minuscolo Dio, e tiene viva la speranza nel futuro, come un lumino acceso contro le insidie dell’oscurità.
Con questa poesia Montale si interroga sul proprio destino e su un'eventuale volontà superiore,pur riconoscendo un senso di fallibilità e affronta paradossi(come la tartaruga più veloce del fulmine),evidenziando l'incapacità di trovare un senso razionale alle contraddizioni della realtà,tema sempre presente in Montale.
"Il primo gennaio" è un'istantanea della condizione dell'uomo moderno,un momento di riflessione sulla precarietà dell'esistenza,sul fallimento delle certezze e sulla ricerca di un piccolo,fragile significato di fronte all'assurdo,affidato soprattutto alla presenza dell'altro.Perchè è su questo che il poeta si sofferma a meditare, pensoso, rimanendo a bocca chiusa, come il più indesiderabile degli invitati, in una festa che non sente appartenergli pur svolgendosi proprio a casa sua.
Negli ultimi versi l’autore accentua il sentimento di estraneità e di alienazione nei confronti della realtà circostante che si fa più accentuato in un momento in cui a tutti è richiesto di essere allegri, propositivi, vivaci, pronti a vivere alla massima potenza. Ai buoni propositi dell’anno nuovo Eugenio Montale contrappone il grido dell’uomo nei confronti del proprio destino:un urlo che rimane represso,taciuto e si esprime,come egli dice,"a bocca chiusa" mentre si alzano le voci degli altri che si affaccendano inseguendo poi chissà cosa,poi chissà perché.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.



16 dicembre 2025

JANE AUSTEN 250 ANNI DOPO



Sopra il ritratto in bronzo di Jane Austen a Chawton House, nell’Hampshire, dove la scrittrice morì




Ci sono anniversari,specie quando cadono tondi come questo,che non si possono ignorare.E quello del 16 dicembre 2025 è uno di questi.250 anni fa,il 16 dicembre 1775 nasceva la grande scrittrice inglese Jane Austen nasceva.E della grandezza letteraria di Jane Austen se ne accorse un'altra grandissima scrittrice inglese,Virginia Woolf che sulla Austen così scrive:"In lei vi sono tutte le qualità perenni della letteratura.”

Non si contano, nei cinque continenti, gli appassionati di Jane Austen che continuano a leggere le sue opere o rivedere le fortunate riduzioni per il grande e piccolo schermo di Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Persuasione, Emma ecc.

La vita di questa donna portentosa, come di molte altre scrittrici vissute tra Ottocento e Novecento, per non parlare dei secoli precedenti (ad esempio le sorelle Bronte,che,relegate in una cucina,creavano personaggi che nascevano dal nulla e letteralmente dalla penuria di carta),è segnata da un’essenzialità quasi monastica. Il trasferimento a Bath, nel 1801, segna un periodo di sterilità creativa;la morte del padre nel 1805 priva Jane, l’amata sorella Cassandra e la loro madre della sicurezza economica;solo nel 1809,a Chawton Cottage, Austen ritrova, grazie al fratello(un uomo guarda caso),un luogo e un tempo di lavoro. Da quella stanza, chiudendo in fretta il manoscritto quando qualcuno entra,provengono "Ragione e Sentimento","Orgoglio e Pregiudizio" e tutti gli altri suoi capolavori.La modernità del romanzo inglese nasce in quelle quattro mura;non nei salotti o nei balli,ma nella devozione alla forma di Jane Austen che si fa parola,talora silenzio,diventando rivoluzione del romanzo (e delle donne).Quanto si chiacchiera nei salotti inglesi che racconta Jane Austen. Pare di sentirlo, quel brusio. La volgarità della voce della madre di Elizabeth di "Orgoglio e pregiudizio",il fiume di parole pompose di Mr Collins ma anche il silenzio di Mr Darcy.

Libertà non è una parola che viene in mente pensando a Jane Austen.Eppure quella parola è sempre presente nei suoi personaggi,soprattutto femminili.Ed è questa parola che ci fa capire la ragione della sua fama.Come ha fatto questa signorina,vissuta nel rettorato di un piccolo paese inglese, senza grande esperienza del mondo, a inventare sei romanzi perfetti,che sono ancora letti da milioni di persone,ancora dopo 250 anni e ancora in tante parti del mondo? Come è riuscita a mettere tutti d’accordo,quantomeno sulla sua capacità compositiva,sull’equilibrio delle sue trame,del suo stile,paragonato da alcuni critici,per leggerezza e complessità,addirittura a quello di Mozart,suo contemporaneo,come fu notato dalla stessa Virginia Woolf e dal critico letterario americano Lionel Trilling, ma soprattutto da Robert K. Wallace  che approfondì in maniera importante questo tema nel suo libro del 1983, "Jane Austen and Mozart: Classical Equilibrium in Fiction and Music".

Jane Austen visse fra la fine del '700 e l’inizio dell’800,in un secolo in cui il destino femminile sembrava segnato in modo ineluttabile dalla necessità:quella società patriarcale e ferocemente divisa in classi assicura la sopravvivenza alle donne solo attraverso il matrimonio,la loro dipendenza economica da padri,fratelli,mariti è totale.Nessuna possibilità di lavoro,se non per le classi inferiori.Al massimo per le ragazze orfane e povere ma istruite (di solito in un orfanatrofio),c'era la prospettiva di diventare dame di compagnia o istitutrici.Di questa condizione femminile Austen è consapevole in prima persona:per tutta la vita dipenderà prima dal padre e poi dai fratelli,eppure non ne accenna,non se ne lamenta mai;lei scrive «senza odio,senza paura e con coraggio.Lei è ben consapevole che la società del suo tempo limitava fortemente le donne ma questo non le impedì di avere una mente libera,che è innanzitutto libertà di postura morale di stare nel mondo con fierezza.

Ed è questa stessa libertà che la Austen dà alle ragazze dei suoi romanzi, trasformandole da eroine passive,sentimentali e sdolcinate (come spesso erano rappresentate nei romanzi dell’epoca),in protagoniste attive del loro destino. Salta lo schema seduttrice/sedotta,o perbene/permale,salta il matrimonio come fine ultimo,ora per la giovane protagonista austeniana il matrimonio è l’esito di una ricerca più cruciale, la sua stessa felicità.Emblematica è "Lizzy" in "Orgoglio e Pregiudizio".In Austen,quindi,il tema del desiderio di felicità femminile non coincide necesseriamente ed unicamente col matrimonio ed anzi la realizzazione piena della donna prevale sull’abusata trama matrimoniale,ed è per questo che siamo di fronte a un radicale cambiamento di prospettiva,in cui la protagonista si mette in gioco come soggetto liberamente pensante e parlante, non permette più che a definirla siano lo sguardo e la parola maschile.È una rivoluzione.Libertà,appunto.

Con la costruzione della soggettività femminile,Austen crea così la tensione dominante verso l’infinito della libertà. Solo un miracolo di tal fatta può forse risolvere l’enigma profondo della sua voce che riesce a scrivere della vita che osserva, non contro qualcosa o qualcuno, ma semplicemente della vita in sé, fin nella più minuta quotidianità, fino a restituirne le forme complesse e libere. Eccola allora che Jane Austen arriva fino a oggi,fino a noi che la "sentiamo" presente anche dopo 250 anni dalla nascita,con la sua intelligenza allegra, il suo sguardo lucido e spietato, il suo giudizio sul mondo spregiudicato e moderno.

Dunque la Austen non era una "femminista",a dir così;non contestava le regole sociali nelle quali vivevano le donne della sua epoca.Ma pur senza dissentire apertamente dalle convenzioni dell’epoca, che inculcavano alle ragazze della sua classe sociale  la necessità di saper dipingere, disegnare, ricamare, suonare uno strumento, occuparsi della casa e conversare con proprietà per essere adatte al ruolo di spose e madri, Jane ha disseminato qua e là nei suoi romanzi delle “mine” capaci di far saltare in aria questi e altri stereotipi,in modo sorridente ed equilibrato.

La Austen era donna di non comune intelligenza e sensibilità,educata all’integrità morale e ai valori cristiani(era figlia di un pastore anglicano di Steventon)sapeva osservare il mondo che la circondava.Sapeva osservare con sguardo penetrante,ora divertito,ora spietato,ora compassionevole, pregi e difetti del suo piccolo mondo,pur nella limitatezza delle esperienze umane che esso poteva offrirle.Il successo di questa scrittrice,così protratto nel tempo,probabilmente è da attribuirsi anche al fatto che, mentre il nostro quotidiano ci offre spettacoli di volgarità e di eccessi dai quali la dignità dell’uomo esce avvilita,la Austen ci porta in un mondo dove si vive con garbo,stile,discrezione,dove hanno posto i sentimenti, scandagliati con acutezza ma anche con umorismo.Se poi  si aggiunge un narrare elegante e nitido,una costruzione abile delle trame, la capacità di tratteggiare i personaggi e ritratti di natura con enorme freschezza si capisce perchè celebriamo Jane Austen ancora 250 anni dopo.Si pensi al ricorrente elemento della sua opera, popolata di tenute aristocratiche con ampi parchi, piccoli giardini e alberi solitari,che hanno un impatto significativo sulla vita delle sue eroine.

Jane Austen era dunque una ironica e acuta osservatrice del suo tempo, pur guardato dal ristretto punto di vista dei salotti del padre ecclesiastico.E pur tuttavia da quel microcosmo i suoi romanzi diventano racconto universale,per un’eredità che dal primo Ottocento continua ancora oggi ad attrarci verso quei suoi sei libri nei quali ha cristallizzato un’epoca, la sua,e,sembrerà strano,anche la nostra.Perché quello che Austen fà è narrare l’umanità:relazioni,intrecci familiari,cicalecci di madri,figlie intraprendenti e istruite strette dai lacci delle convenzioni sociali, e sorelle,zie, zitelle.Con la garanzia,però,del lieto fine,a dispetto di questi nostri tempi:perché la ricerca della felicità, ovvero l’amore, che anima i suoi personaggi alla fine arriva. 

A 250 anni dalla nascita, Jane Austen rimane una delle autrici più amate della letteratura inglese, una voce viva, fuori dal tempo, capace di parlare ancora ai lettori di tutte le età. A 250 anni dalla nascita, Jane Austen non smette di essere contemporanea. Le sue storie di quotidianità, tra amori complicati e intrecci sociali con la campagna inglese sullo sfondo, sono in realtà storie senza tempo su desiderio, autonomia, classe sociale e condizione femminile.Tra ironia tagliente e dialoghi memorabili, Austen ha dato voce a temi su cui ancora ci interroghiamo: il rapporto tra individuo e società, il conflitto tra sentimento e convenzioni, il valore dell’educazione e della lettura.Pur essendo vissuta in un’epoca in cui il ruolo delle donne era rigidamente definito, l’autrice è riuscita a trasformare la sua esperienza personale e l’osservazione del mondo circostante in letteratura di grande modernità. Nei suoi romanzi i personaggi femminili non sono mai figure passive, ma donne dotate di acume, intelligenza, spirito critico e ironia.

Lei non appartenne a nessuna corrente o epoca letteraria, a nessuna stagione filosofico-culturale: fu tante cose insieme, fu unica e libera, in una parola fu e rimane una delle più grandi scrittrici di ogni tempo.Eppure nel leggere i romanzi della Austen qualcuno potrebbe obiettare:ma quelle sono cose sorpassate, cose di un mondo tutt'affatto diverso.E invece no. A parte il fatto che, come suggeriva Italo Calvino nel suo libro "Perchè leggere i classici", 


un “classico” è un libro che continua a dire e significare qualcosa, anche secoli dopo(e dunque “Orgoglio e pregiudizio“ è un signor Classico),si può di certo dire che certi sentimenti e moti dell’animo sociale permangano sostanzialmente intatti nel tempo. Perchè così va il mondo.Certe tendenze sociali,certe passioni umane,tolta la crosta variabile di riti e pregiudizi d’epoca, appartengono alla costanza ineffabile della natura umana. Jane Austen fu appartata, discreta,risiedette sempre in provincia, non uscì mai dal suo paese e pure appartiene di diritto alla grande letteratura di ogni tempo. 

Non sempre per scrivere capolavori è necessario frequentare accademie,circoli letterari,correnti culturali.Basta il genio.Come per la Austen che visse senza strepito,danzò compìta nei balli di società della sua epoca,in cui non incontrò mai prìncipi azzurri.Leggeva e scriveva tanto la Austen.E osò pubblicare.Esordì sommessamente, ebbe successo solo verso la fine della sua breve vita(si spense a soli 42 anni,per una forma di tisi).Le sue storie svolgono mirabili intrecci psicologici su narrazioni perfette di costume e di società, naturalmente sempre dal punto di vista dei gentiluomini che possiedono ville e sostanza e del piccolo mondo antico che gira loro intorno. Jane Austen, figlia di quel mondo, possiede il graffio geniale e divertito per punzecchiarne i riti e il perbenismo.Nei suoi romanzi nessuna rivoluzione sociale o di sessi;soltanto la critica destata dall'intelligenza e dallo humor finissimo. La trama romanzesca si addensa in intrecci fitti di conversazioni e riflessioni interiori.Ecco perchè,250 anni dopo,Jane Austen è ancora così letta,ecco perchè ancora la ricordiamo.