26 novembre 2025

MEMORIE DAL SOTTOSUOLO

Passano gli anni e da allora 45 ne son passati ,quasi mezzo secolo.E durante questi anni tant'altre cose, sono accadute in Italia e nel mondo.Ci sono stati gli anni di piombo e il terrorismo e l'omicidio di Aldo Moro;l'inchiesta di Mani Pulite con lo stravolgimento dello scenario politico nazionale;e gli omicidi di mafia dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.E tanti anche gli eventi geopolitici,le guerre,i disastri naturali e sanitari che hanno sconvolto il mondo ambiandolo profondamente.La Caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell'Unione Sovietica.Le Guerre jugoslave con le immani atrocità, genocidi e pulizia etnica sistematica.L'attentato Alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001.L'Epidemia di AIDS,e la Pandemia di COVID-19 con quest'ultima che ha causato milioni di morti, interruzioni economiche e sociali e il più grande lockdown della storia.

Sì,il tempo passa.Eppure per chi "quel" giorno c'era,"quel" giorno rimane fermo e ben chiaro nella memoria.Quel giorno e anche quell'ora.Il giorno era il 23 novembre dell'anno 1980.E gli orologi segnavano le ore 19,34.In quel giorno e a quell'ora ci fu il terremoto dell'Irpiniae della Basilicata.Novanta interminabili secondi durò quello scuotersi della terra,quel cupo boato nella sera;90 secondi in cui il sisma violentò piazze, strade, case; abbatté campanili, chiese, ospedali; sterminò intere famiglie, scovandone i componenti a uno a uno nei posti diversi in cui quella sera si trovavano: a casa di amici o parenti, nel bar della piazza, in chiesa per la messa vespertina, in auto sulla via del ritorno verso casa. Ma furono solo le luci dell’alba del giorno dopo che restituirono le immagini dell'immane tragedia,illuminando solo macerie, polvere e lamenti di gente ancora viva sotto i muri e le case crollate.Quella notte segnò una frattura temporale che divise mille biografie, mille storie, mille luoghi tra tutto ciò che era «prima del terremoto» e tutto ciò che sarebbe stato «dopo il terremoto» nella memoria individuale e in quella collettiva.

Del sisma del 23 novembre 1980 molto si è detto, scritto, visto nelle immagini restituite dai media dopo l’evento. L’informazione e la cronaca si sono concentrate, per lo più, su due fasi principali: i primi mesi dopo il sisma e il lungo periodo che segue la primavera del 1981,segnato dall’emanazione della famosa(famigerata?)legge 219 del 1981 che finanziava la ricostruzione. Il senso di un immane disastro, da un lato, il prezioso impegno di volontari e soccorritori, dall’altro, connotano l’immagine della prima fase; l’incertezza decisionale, il controllo politico del territorio, le logiche clientelari e l'affarismo cinico e spregiudicato della  camorra sulle risorse finanziarie erogate per finanziarie la ricostruzione.












E’ un incubo che ancora non ci lascia.Che non può lasciarci.Oggi di anni da quel 23 novembre ne son trascorsi 45 ed anche quest'anno il ricordo di quel dolore si rinnova sempre profondo.Quest'anno,poi,l'anniverarsario cade proprio di domenica,com'era domenica quel 23 novembre 1980.E' un lungo cadenzato,inevitabile rituale.Perchè le cose,i ricordi,le ferite,il dolore di quella giornata son rimasti e si rinnovano e si acuiscono in particolare in questa giornata,anche se sono le stesse cose raccontate nel primo decennale e poi nel ventennale e poi ancora nel trentennale.Sono,a usare il titolo del libro di Fëdor Dostoevskij,come "memorie dal sottosuolo",quelle che,anno dopo anno, risalgono alla  mente.Quel sottosuolo,però,ora non è più metafora esistenziale,come nel capolavoro dello scrittore russo,ma è autentico squarcio di terra e di anime.  

Foto,immagini,ricordi che inevitabilmente si  riproporranno tra 5 anni,per il cinquantesimo anniversario:appuntamento al 23 novembre 2030.Ma al di là della rilevanza di una data tonda e simbolica,quel giorno non è un semplice ricordo da lasciare nell’album del tempo.È uno squarcio nella memoria che,latente,fa visita a quanti hanno vissuto quel maledetto giorno,la rabbia raccontata dai sopravvissuti,di quanti attendevano inutilmente soccorsi e ricostruzione,conforto e occupazione.

E’ il riaffiorare di quel momento del quale i terremotati(termine dispregiativo con cui gli abitanti dell'Irpinia,del Sannio e della Basilicata ancora oggi vengono appellati su "certi" campi di calcio,una specie di equivalente di "meridionali")ricordano esattamente dove e con chi erano, che cosa stavano facendo o pensando, mentre la terra tremava così forte, alle ore 19 e 34 minuti del 23 novembre 1980.In quei 90 interminabili secondi una scossa ondulatoria e sussultoria vide l’Irpinia quale epicentro,in particolare nei comuni di Teora, Sant’Angelo dei Lombardi e Conza della Campania.I sismografi indicarono la forza del terremoto in una magnitudo di 6.9 nella scala Richter, pari al decimo grado della scala Mercalli che, nella valutazione dell’intensità sismica, che corrisponde a “distruzione completa”.

Era stata stranamente calda quella domenica di novembre su cui il crepuscolo ora stava scendendo in fretta.C'erano le ragazze che si preparavano per andare a cinema o a ballare coi loro ragazzi,e le vecchiette che tornavano dalla messa vespertina e che stavano preparando la cena,aspettando in paese i loro uomini di ritorno dallo stadio dove l’Avellino aveva battuto l’Ascoli per 4-2.Altri erano nei bar, dove la televisione trasmetteva la sintesi di Juventus-Inter.Si conosceva già il risultato della partita giocata nel pomeriggio,2-1 per la Juventus,perchè allora in tv veniva trasmesso un solo tempo di una sola partita di serie A e,dopo aver visto le reti di Brady e Scirea,si aspettava di vedere il gol dell’Inter,e poi via a casa.

Ma di andare a casa non ci fu più tempo perchè, ecco che la corrente elettrica mancò d'improvviso i paesi rimasero al buio, travolti dapprima da una furia di vento accompagnata da un boato fragoroso, poi da un movimento che provocava capogiro e non lasciava comprendere cosa stesse accadendo.Eppure mentalmente ognuno di noi si ripeteva: “Ora finisce, ora finisce”, ma non finiva mai. Anzi.Era come essere in sella a un cavallo da rodeo mentre attorno crollavano le pareti e si laceravano i muri e attraverso i muri ora squarciati una luna più grande del solito.Un fumo, che in realtà era polvere, si levò mentre il boato si allontanava e le grida si alzavano: “Il terremoto, il terremoto”.

Gente che piangeva,gente che pregava,gente che ripeteva a gran voce nomi di familiari o invocando quelli dei Santi, rassegnandosi infine a un evento che avrebbe cambiato la vita di intere popolazioni e singole vite e stravolto per sempre terre e paesi.

Il cielo divenne rosso, quella notte di 45 anni fa, una ventata di caldo africano e poi l’aria immobile, perché tutto era già accaduto.Con le linee telefoniche saltate e senza energia elettrica,fu difficile comunicare al mondo intero, nell’immediato,una tragedia che fu inizialmente sintetizzata come un fatto di cronaca di cui poco si sapeva.

A pensarci ancora adesso viene l'amaro in bocca.Dai centri delle sedi Rai provenivano le prime informazioni che raccontavano di un palazzo disabitato caduto a Napoli e dei danni causati ad alcune case di Potenza,con la rituale e rassicurante frase:“Non si registrano vittime”.Sì,proprio così dicevano i primi TG della sera:“Non si registrano vittime".Ed invece,alla fine,sarebbero state quasi 3.000.

Si cercava di capire cosa fosse successo ma le radio private locali non funzionavano.Le dirette dai luoghi del terremoto sarebbero iniziate nei giorni successivi.I primi morti erano stati scavati da poche ore quando le rotative dei giornali cominciarono a sfornare le copie dei quotidiani.

All’alba del giorno successivo al sisma, tra i cumuli polverosi di macerie, si scavava a mani nude per cercar di salvare chi,con un voce sempre più flebile,da sotto le macerie lanciava grida disperate,sorpresi per ogni brandello di stoffa ritrovato, guidati dall’illusione di avere sentito un gemito sepolto dai crolli, spinti dal coraggio della disperazione.

Dai racconti che poi anni dopo ne fecero giornali nazionali e locali,si possono comprendere le lentezze dei soccorsi,i ritardi indescrivibili e gravissimi di quelle lunghe colonne mobili di camion che portavano medicine,ospedali da campo,tende e generi di prima necessità che raggiunsero le zone terremotate dopo giorni,nonostante la generosità dei tanti volontari accorsi da tutta Italia.Da quei racconti vengono fuori denunce precise,ancora attuali a 45 anni di distanza,che lasciano spazio a riflessioni angoscianti.Avellino e i paesi arroccati sulle montagne dell’alta Irpinia erano le zone più colpite.Nelle stesse redazioni dei giornali si comprese che non c’era un modo diverso per sapere e poi raccontare: andare.Così ai cronisti che arrivarono numerosi, la realtà si mostrò peggiore di un incubo, con paesi praticamente rasi al suolo.

Le invocazioni di aiuto e soccorso, da parte della popolazione, furono sintetizzate con un titolo a tutta pagina che era il grido di dolore della gente impaurita e infreddolita, senza un tetto nè una speranza.«Fate presto»urlò “Il Mattino” a caratteri cubitali, tre giorni dopo la scossa che aveva cancellato dalla carta geografica paesi, seminato distruzione e morte, innalzato urla di rabbia e dolore.

Quelle parole de "Il Mattino" non furono una supplica, ma un monito, ancora oggi attualissimo.Un grido che risuonò a lungo nella coscienza di un popolo smarrito e di quanti avrebbero dovuto alleviarne le sofferenze.

Poi finalmente cominciarono ad arrivare i soccorsi e furono allestiti i campi di accoglienza.Chi ne aveva la forza, restava accanto alle case distrutte, a fare la guardia alla «roba» rimasta sotto le pietre per salvarla dagli sciacalli arrivati in fretta.Altri aiutavano i soccorritori a scavare i morti dalle macerie, fissando poi con lo sguardo nel vuoto i cadaveri di gente da tanto tempo conosciuta,raccolti nei cimiteri, vivendo angoscia e sgomento in attesa della sepoltura.

Con il trascorrere dei giorni si sarebbe avuta una dimensione reale della tragedia provocata da quei 90 secondi di terremoto distruttivo.Il bilancio definitivo contò 2.914 morti, 8.848 feriti e quasi 300.000 sfollati.

Nello stadio Partenio di Avellino atterravano gli elicotteri per i soccorsi; arrivò anche quello del Capo dello Stato, Sandro Pertini.



E con il dolore montava la rabbia contro le istituzioni: «Ci hanno lasciati soli», urlarono i terremotati a Pertini che registrò il ritardo inaccettabile dei soccorsi, la lentezza della macchina governativa, la confusione nei centri di coordinamento.Il Presidente ne fu scosso, andò in televisione e condivise le proteste dei terremotati scatenando un nuovo terremoto,quello politico.La sua celebre denuncia in televisione fu un atto di accusa contro i ritardi e le "mancanze gravi" dello Stato: "Qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana... Credetemi, il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi." Parole che rimarranno incise per sempre nella coscienza nazionale, catalizzando in quel momento la mobilitazione di tutta l'Italia.E quelle parole incisero profondamente nella coscienza nazionale tanto.da far dimettere il Ministro dell’Interno Virginio Rognoni.Dopo il caos iniziale, la nomina del Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti,reduce dall’esperienza dell'altro recente terremoto in Friuli che avviò una fase di coordinamento più efficace, ponendo le basi per quello che diverrà il moderno sistema di Protezione Civile.

Oltre a migliaia di volontari, nelle terre della disgrazia cominciarono ad affluire soldi,tanti soldi, attraverso una generosa solidarietà.Fu così che sulla tragedia del terremoto si innestarono gli appetiti della camorra e di imprenditori spregiudicati.A seguito di queste infiltrazioni cammoristiche si aprirono numerose vicende giudiziarie che condizionarono inevitabilmente la ricostruzione.Le inchieste giornalistiche ne raccontarono i tempi e portarono alla luce le malefatte che avrebbero costretto la popolazione ad attendere decenni per avere un prefabbricato, dopo avere vissuto nei tendoni, nelle palestre o nelle chiese.Gente che avrebbe dovuto ottenere presto una casa realizzata coi soldi pubblici, con quella famosa legge 219 che fece arricchire progettisti, costruttori e politici corrotti.

Oggi, l'Irpinia è un luogo che porta sul corpo e nell'anima i segni di quella notte. I borghi ricostruiti, talvolta spostati, talvolta riedificati sulle antiche rovine, testimoniano una ferita indelebile. Il terremoto del 1980 non è solo una data, ma un monito potente sull'importanza della prevenzione, della rapidità dei soccorsi e di una ricostruzione che sia davvero al servizio delle persone e non del profitto. Nel ricordo dei quasi 3.000 morti.Perchè una cosa,chiara,nitida nella sua tragicità,è venuta fuori quella sera del 23 novembre 1980.La rappresentazione non solo di un Sud ma di tutto un Paese in cui primeggiano gli elementi negativi:impotenza,sconfitta, disorganizzazione,incapacità,corruzione,campanilismi e scarsa coscienza civica.

03 novembre 2025

L' ARTE DI MORIRE







2 novembre:ricorrenza dei Defunti.Giorno di ricordi,di amarezza,di rimpianti,di rimorsi per quello che  è stato con chi ora non c'è più,per quello che sarebbe potuto essere e diventare,ed invece....E anche riflessioni su se stessi perchè,con l'età, il pensiero della morte diventa sempre più frequente.La Morte:l'uomo con la falce,come classicamente viene rappresentata,o come la clessidra che segna il tempo trascorso e che si assottiglia sempre più o come nella moderna rappresentazione di Ingmar Bergman nel suo memorabile film "Il Settimo sigillo".Ma anche,in alcune culture come momento di continuità,in altra forma,della vita.Non a caso gli antichi Egizi raffiguravano Osiride,come Dio della Morte e della Vita.

    


La Morte,uno dei pochi momenti nei quali   davvero  siamo uguali.Lo ricordava il grandissimo Totò nella sua poesia "'A Livella".Perchè la morte livella le differenze sociali,rendendo tutti tutti uguali,come lo strumento del muratore(la livella,appunto)che livella le superifici.La morte tutti parifica senza differenze di ceto e di beni,anche se a volte colpisce indiscriminatamente e con ingiustizia,strappando alla vita chi,come un ragazzo o un giovane,la vita ancora non ha cominciato a viverla.



La Morte è un tema universale che è stato molto esplorato dalla letteratura e dalla filosofia in tutti i secoli.Essa rappresenta il mistero dell'esistenza,la finitudine e il significato della vita, spesso rappresentata con diverse sfaccettature: dall'angoscia e disperazione alla speranza e consolazione. Autori come Eschilo, Sofocle, Pascoli, Foscolo, Tolstoj e Pavese hanno affrontato la morte in modi differenti, sia in modo concreto,sia in modo simbolico come metafora di un'interiorità malata o di uno sfacelo.Alcuni autori, come Seneca, hanno inquadrato la morte come un evento naturale e indifferente, ma anche come un'occasione per vivere al meglio la vita. Pascoli vede i cimiteri come luoghi protetti, dove la morte è una presenza che può essere confortante.Altri autori, come Edgar Allan Poe o i poeti del Novecento, hanno esplorato la morte come un incubo,una condizione di vuoto,di solitudine e di macabro.Ungaretti la vede come sinonimo di finitudine, ma anche come una porta verso la trascendenza.Per Foscolo la morte non è necessariamente un'angoscia, ma una speranza di pace e una forma di protesta contro il destino avverso. Nelle poesie di Pavese, come in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, la morte è una fine inevitabile.Autori decadenti come Thomas Mann ne La morte a Venezia o D'Annunzio descrivono una morte che non è solo individuale, ma che pervade il mondo intero, diventando sinonimo di decadenza e disfacimento.Per Tolstoj ne "La morte di Ivan Il'ic", la morte è vista come un'esperienza personale e toccante.Leopardi,nel suo Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, la morte è vista come un confronto con il Nulla.

Solo la cristianità,con la sua enorme diffusione,portò con sé l’idea  che i defunti continueranno in altri modi o dimensioni la loro vita di sempre, perché in funzione della condotta tenuta in vita, potrebbero anche finire in un inferno popolato da demoni e mostri che causeranno loro indicibili sofferenze oppure un paradiso come ricompensa al loro vivere buono.E proprio dalla cristianità è stato introdotto un simbolo universalmente riconosciuto che, nella medesima immagine, mostra il lato terribile della morte, con un Uomo sofferente inchiodato a una croce e grondante sangue dal corpo martoriato da una parte, e la speranza in una vita futura liberata da dolori e sofferenze dall’altra.Il senso incomprensibile della perdita della vita, legato contemporaneamente al senso di speranza e resurrezione.

Ma anche per l'Arte ed in particolare per la Pittura e la Scultura il 2 Novembre ha costituito nel corso dei secoli un momento di riflessione e un costante pensiero angosciato sul senso della Morte(e perciò della Vita)dell'essere umano  e non soltanto con riferimento alle immagini sacre così numerose in Chiese oltre che in collezioni e mostre.

Molte opere hanno avuto per tema il Cristo morto o,per meglio dire,le immagini in cui il cadavere è quello di Cristo, ma allo stesso tempo non lo è veramente, nel senso che il modello è chiaramente un cadavere che però,nella concezione tradizionale della Cristianità che contempla il mistero della Resurrezione, con il Cristo ha poco a che vedere.Come ad esempio quello che raffigura il tedesco Hans Holbein del 1521, in cui il cadavere è già in via di disgregamento.La bocca è aperta, gli occhi socchiusi le orecchie nere di decomposizione.Il cadavere giace ancora nella tomba.Un’immagine che colpì molto anche Dostoevskij,tanto da essere citata ripetutamente dal Principe Myskin,il protagonista del romanzo "L’Idiota".

Un’immagine simile a quella di Holbein per realismo,è "il Cristo morto" di Andrea Mantegna (1431-1506).In quest'opera il corpo di Cristo assume un colore impressionantemente cadaverico. Anche le ferite aperte a nelle mani,sui piedi e nel costato inflitte al Cristo sulla Croce,sono ormai prive di qualsiasi traccia di sangue, rivelando una carne in via di putrefazione.Una figura potente a cui non è facile rimanere insensibili ed entrata nell’immaginario collettivo da lungo tempo.


All'opera del Mantegna si ispirò anche  Annibale Carracci (1538-1585)nel suo dipinto La Salma di Cristo,in cui però si perde quel senso di realismo delle carni morte. In questo caso le ferite sono ancora sanguinanti e la tonalità della carnagione non risente della decomposizione delle carni.Accanto ai piedi si vedonoi i chiodi serviti a croceffigere Gesù.


Un'altra straordinaria opera che rappresenta il Cristo morto in una prospettiva nuova e originale è quella del "Cristo velato".La scultura venne realizzata da un noto artista napoletano Giuseppe Sanmartino.L’intento del Principe di San Severo,committente della scultura,era quella di far rappresentare Gesù coperto da un sudario trasparente, simbolo della sua sofferenza. Ammirando l’opera del Cristo Velato si vede infatti Gesù adagiato su un letto tra due cuscini con ai piedi i simboli della sua Passione:la corona di spine,i chiodi e una tenaglia.A lasciar senza parole è la capacità dello scultore nell’esser riuscito a render vivo il marmo,facendo notare,al di sotto del velo,ogni particolare del corpo di Cristo,persino la vena sulla fronte.L'opera si trova nel cuore del centro storico di Napoli, a pochi passi da Piazza S.Domenico Maggiore



E poi l'
immenso capolavoro di tutti i tempi:la "Pietà" di Michelangelo Buonarroti (1465-1564), nella quale una roccia inanimata e incolore riesce a trasformarsi in maniera incredibile in carni che sembrano vive,così vere e abbandonate che vien da chiedersi come abbia fatto un uomo ad estrarre quelle espressioni e sentimenti che sembrano parlare da un blocco di fredda pietra.Ma è inutile perdersi in descrizioni, basta guardare i particolari per restare estasiati.
 



Non meno cruenta della crocifissione era la macabra pratica della morte per decapitazione che ancora fino a qualche anno fa abbiamo rivisto praticata nelle orrende immagini diffuse in rete dall'Isis,con quella pratica barbarica che ha angosciato il mondo intero.Eppure proprio questa pratica tanto è stata riportata in molte opere pittoriche.La decapitazione è sicuramente una pratica orrenda e barbara alla quale abbiamo ma è pur sempre l'esecuzione di una condanna a morte e questo dovrebbe far riflettere quelle nazioni che si dicono civili e democratiche,come gli Stati Uniti,dove la colpa dell'individuo verso la società comporta la condanna a morte in forme non meno barbare come la sedia elettrica.
La decapitazione è un tema ricorrente nella pittura,e ha molteplici significati.Anzitutto esso rappresenta la lotta tra il Bene e il Male:in figure di racconti biblici come Giuditta e Oloferne, la decapitazione è la rappresentazione della vittoria del bene (Giuditta,una vedova ebrea,che usa la seduzione per infiltrarsi nella tenda del generale assiro Oloferne,che assediava la sua città, Betulia.) sul male (Oloferne)liberando la propria città dall'assedio.Oppure la decapitazione è vista come Paura e condanna:nelle opere di artisti come Caravaggio, la decapitazione è legata alla propria personale paura di essere giustiziato. Questa paura,del resto,è un tema ricorrente nelle opere del Caravaggio, riflettendo la sua vita turbolenta e la condanna a morte pendente su di lui.Altre volte attraverso con la decapitazione si vuole rappresentare la vendetta e il potere femminilile:in opere come quelle di Artemisia Gentileschi, la decapitazione può essere interpretata come una metafora della vendetta e del potere femminile contro la violenza maschile(ricordiamo che proprio la Gentileschi fu vittima di una violenza sessuale).
Altre volte ancora essa rappresenta il sacrificio,il supplizio o il martirio:la decapitazione di figure come San Giovanni Battista è anche rappresentata per simboleggiare il sacrificio e la martirizzazione ma la loro fede incrollabile di fronte alla morte. 
  • Nel corso dei secoli sono state realizzate sull'argomento opere di bellezza ineguagliabile come "David con la testa di Golia" ancora del Caravaggio 

o come quella di Artemisia Gentileschi:Giuditta e Oloferne


e sempre su Giuditta e Oloferne l'opera del Caravaggio:


Una delle rare rappresentazioni scultoree del racconto biblico di Giuditta e Oloferne è quella di Donatello


E ancora del Caravaggio "Salomè con la testa di San Giovanni Battista",conservato nella National Gallery di Londra:



Impossibile,poi,noon ricordare la statua di Benvenuto Cellini Perseo con la testa di Medusa :



Ma ancora più interessante è il discorso su La morte della Vergine del 1604,ancora del Caravaggio.Nell’iconografia tradizionale Maria, al momento della sua morte,è assunta in cielo,perchè non avendo Ella mai conosciuto il peccato,il suo corpo,che ha concepito e portato il Figlio di Dio, non poteva essere corrotto dalla morte.Ma per Caravaggio,l'essere un buon pittore significava “dipingere bene et imitar le cose naturali”.Così il pittore propone una scena talmente aderente al reale che all’epoca fu reputata blasfema.Addirittura per rappresentare la Vergine, prende come modello il corpo di una prostituta trovata morta nel Tevere.Ed infatti nel dipinto si nota il ventre gonfio di Maria e i piedi nudi fino alle caviglie,senza nessun accenno di misticismo,il chè suscitò scalpore e indignazione nei Carmelitani che gli avevano commissionato il quadro.
Spinto dal suo animo provocatorio e dalla necessità di replicare perfettamente il dato naturale,Caravaggio propone una scena estremamente povera ed esprime il dolore per la morte della Vergine in modo molto efficace:gli apostoli,stanchi,anziani e calvi piangono disperatamente, al pari della Maddalena, che seduta sulla sua seggiola si copre il volto con la mano. Pietro, che se ne sta silenzioso e a braccia conserte, sembra consapevole del suo nuovo ruolo di capo in seno al gruppo. Giovanni porta la mano sinistra alla guancia, nel gesto tradizionale del dolente. A terra, un catino di rame, dal quale penzola una garza, dice che il cadavere è stato da poco lavato.
 










Antoon van Dyck,allievo di Rubens,ci trasporta invece al di fuori dell’iconografia religiosa con l’opera "Rubens che piange la moglie" in cui, sebbene il cadavere di Isabella sia appena visibile, ciò che impressiona è quella bara scura e l’atmosfera cupa, pesante,notturna.Anche se tutte le figure appaiono comprese nel proprio ruolo,colpisce il cagnetto sulla sinistra che scruta i padroni con lo sguardo preoccupato e triste al tempo stesso.

La serie di quadri che rappresentano le lezioni di anatomia sono così numerose che meriterebbero di essere trattate a parte ma, dovendone scegliere solo alcune,è doveroso ovviamente ricordare quello di Rembrandt:Lezione di anatomia del dottor Tulp. Commissionato dalla gilda dei medici di Amsterdam, mostra il dottor Tulp che spiega il funzionamento dei tendini del braccio di un criminale impiccato poco prima della realizzazione dell’opera. Nel quadro è evidente il contrasto fra le carni rosee e vive dei medici e il corpo cereo, esangue e ingrigito del criminale. 


Uno dei cadaveri più famosi e più politici è quello di Jean-Paul Marat, dipinto, da Jacques-Louis David nel 1793 proprio nella vasca in cui fu ucciso per mano di Charlotte Corday. Una specie di santificazione laica di uno dei padri della rivoluzione francese, con tutti gli elementi della vicenda raffigurati diligentemente: il coltello, la penna d’oca, la lettera di supplica motivo dell’omicidio. Non una ricerca degli effetti della morte, ma una elevazione a simbolo del personaggio, che sembra quasi sorridere.



Abbiamo poi la morte delicatissima e romanticissima di Ophelia di John Everett Millais,ispirato dall' "Amleto" di Shakespeare("sui rami pendenti mentre s’arrampicava per appendere le sue coroncine, un ramoscello maligno si spezzò, e giù caddero i suoi verdi trofei e lei stessa nel piangente ruscello".(Amleto, Atto IV, scena VII).Ofelia nel dipinto appare più bella che mai nella fissità delle labbra dischiuse e sensuali. Tutto è perfetto:le labbra sensuali,le braccia aperte,i fiori che ancora stringe nella mano, le piante, l’acqua. Ben altra cosa rispetto alla morte da annegamento con i suoi devastanti effetti. 



Una morte che invece Edvard Munch rappresenta come terribile e crudele è quella del dipinto:"La madre morta e sua figlia" in cui la crudeltà è quasi insopportabile. La bambina piange disperata e, in due versioni precedenti, si chiude le orecchie e volta le spalle alla madre, come a non voler sentire ragione. La madre è cadavere dal volto scavato,il naso adunco,i denti che sporgono dalla bocca.





Il pittore tedesco Otto Dix fu uno che la morte la conobbe molto bene.Arruolatosi volontario nella prima guerra mondiale, ben presto si rese conto di quali atrocità, sofferenze e mutilazioni comportasse un conflitto del genere. Ne uscì profondamente sconvolto e rappresentò tutti gli orrori che aveva visto attraverso i propri occhi in una serie di incisioni dal grande impatto emotivo. Sebbene Dix non si esime dal mostrarne le atrocità,colpisce il fatto che la morte è incarnata da soldati tedeschi che la maschera antigas trasforma in teschi minacciosi. Una morte rappresentata in modo molto più pauroso di tutte quante le danze macabre


E poi Andy Warhol (1928-1987)che nella sua esperienza artistica pare aver esplorato ogni tematica possa venire in mente, compresa la morte, che lo ha toccato per mano di Valerie Solanas, che gli sparò diversi colpi di pistola nel 1968.
In questo caso,e a proposito di quanto si diceva innanzi,Warhol eleva a forma d’arte ciò che normalmente passerebbe in qualche pagina di cronaca, come in Little electric chair (1963) in cui una sedia elettrica è mille volte più evocativa di qualsiasi cadavere.Una stanza vuota,una porta con scritto silence, la sedia elettrica al centro della stanza. Un luogo che ha visto morire più esseri umani di qualsiasi altra comune stanza al mondo.A proposito di questo lavoro disse: “È incredibile quanta gente si appenda in camera un quadro della sedia elettrica,pensando solo se i colori vanno d’accordo con quelli delle tende”.



Un tema molto ripreso in pittura è quello della Morte per suicidio.Anche qui le opere da ricordare sono tante da richiedere un discorso a parte,ma ne richiamo solo qualcuna,legate ad episodi storici,narrazioni di fatti e persone o riferimenti letterari.

Così,per cominciare la "Cleopatra morente" del Guercino.Dopo la sconfitta di Marco Antonio,membro del secondo triunvirato e amante della regina,Cleopatra apprese che Ottaviano intendeva portarla a Roma per umiliarla in un trionfo.Per evitare questa umiliazione, scelse di suicidarsi.La versione più famosa è che si sia fatta mordere da un aspide (un serpente velenoso):morì poco dopo, insieme alle sue ancelle che la assistettero fino alla fine.



La morte di Socrate di Jacques-Louis David celebra il grande filosofo greco che fu condannato a bere un potente veleno,la cicuta,a seguito dell'accusa di corrompere i giovani con le sue idee e di non credere negli dei.




Sempre il pittore Jacques-Louis David dipinse "Morte di Seneca",anche in questo caso obbligato al suicidio dall'imperatore Nerone che lo riteneva ingiustamente responsabile di una congiura.Portato in un bagno caldissimo, spirò a causa del vapore e venne cremato senza cerimonia alcuna.

 

e ancora il suicidio di Seneca nell'altra realizzazione di Pieter Paul Rubens


"Morte di Catone" sempre del Guercino.Il grande pittore emiliano raffigura il suicidio del tribuno romano Marco Porcio Catone l’Uticense,che allo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo prese le parti di quest’ultimo e lo seguì in Oriente.Dopo l’uccisione di Pompeo e la sconfitta dei suoi seguaci, Catone, uomo di saldi ideali stoici, decise di porre fine alla propria vita trapassandosi il ventre con una spada ma fu soccorso e medicato; durante la notte, lasciato solo, si lacerò le bende e,riaprendosi la ferita,provocò con lucida determinazione la propria morte.


Nella Divina Commedia,come si sa,Dante nel Canto 13 dell'Inferno,parla dei violenti contro la propria persona e quindi dei suicidi.Anche essi sono dannati secondo la legge del contrappasso: coloro che hanno rinnegato e rifiutato il loro corpo, sono costretti nell’inferno sotto le sembianze di sterpi continuamente spogliati e rotti dalle arpie.Sotto : "La foresta dei suicidi" del pittore francese Gustave Doré


Il suicidio (Le suicidé) è un dipinto di Édouard Manet,Negli anni in cui realizzò Il Suicidio, Manet soffriva di problemi di salute che avrebbero segnato gli ultimi anni della sua vita.La sua prospettiva sulla fragilità umana e sulle difficoltà dell’esistenza può aver influenzato il trattamento di questo tema nel suo lavoro.
Il dipinto raffigura il corpo di un uomo disteso su un letto, con una pistola accanto. L’immagine è straordinariamente diretta e priva di dettagli superflui, concentrandosi esclusivamente sul tragico evento.L’ambiente è spoglio e austero, il che accentua l’isolamento e il senso di desolazione.


"Il suicidio di Dorothy Hale" di Frida KahloNell’ottobre del 1938 la nota attrice Dorothy Hale si gettò dal sedicesimo piano del grattacielo in cui alloggiava: l’Hampshire House di New York. La sera prima aveva dato una festa di addio per congedarsi dagli amici prima di intraprendere un lungo viaggio. La mattina dopo, la notizia raggiunse per prima la sua amica Clare Booth Luce, all’epoca editrice di Vanity Fair. Qualche tempo dopo l’editrice visitò una mostra di Frida Kahlo, la quale essendo venuta a conoscenza dell’accaduto, la avvicinò chiedendo notizie sulla morte dell’amica e offrendosi di dipingere un “recuerdo” in memoria della scomparsa attrice. La Booth Luce pensò che sarebbe stata una buona idea per alleviare il dolore della madre di Dorothy Hale e acconsentì.





In queste tante e varie rappresentazioni artistiche della Morte per suicidio mancano ancora,però opere che raccontino di quella nuova,angosciante urgenza esistenziale dell'Uomo moderno che tanto impegna i campi della Medicina,della Filosofia e più in generale,alla Bioetica,che è quella disciplina interdisciplinare che si occupa delle questioni morali,sociali e giuridiche legate alla vita e alla salute.Non parlo tanto della "Dolce Morte",dell'Eutanasia cioè(dal greco "eu" (bene) e "thánatos" (morte),che significa letteralmente "buona morte")ma di quell'altra forma di morte che l'individuo sofferente di malattia irreversibile e fatale,sceglie di darsi per liberarsi dal dolore fisico ed esistenziale e per salvaguardare la propria dignità di Essere Umano.Eppure l'Arte e la Pittura,che interpretano le angosce e le vicissitudini esistenziali dell'uomo,sapranno un giorno sicuramente dare visione e forma a una materia tanto controversa,drammatica e angosciante come questa.