Si avverte una interiore necessità di ricordarlo,Alex Zanardi, che se n’è andato il primo maggio,a 59 anni.Era l’incarnazione vivente dell’umanità e della felicità del vivere.Agli studenti di una scuola disse una volta:"Forse il fulmine che mi è capitato tra capo e collo potrebbe colpirmi un’altra volta,ma rimanere a casa per evitare quest'ipotesi significherebbe smettere di vivere,quindi no,io la vita me la prendo".Incredibile la forza e il coraggio di quelle parole pronunciate da uno a cui la vita aveva preso e tolto tanto.Sembrava immortale Alex,perchè la vita si accanì contro di lui una seconda volta con quel camion che andò a investire la sua handbike.Ma no,anche oggi che sui social e sui media leggi la notizia,non ti rassegni all'idea e ti dici:no,non è vero,non può essere vero che Alex Zanardi è morto.Sembra incredibile ma perfino l'Intelligenza Artificiale alla domanda"Alex Zanardi è morto?",ha risposto che quella notizia era falsa.
E invece se ne è andato davvero Alex,il corpo sfinito da troppe battaglie.Si sono spenti quegli occhi blu che erano una delle più belle cose che Dio gli aveva dato,insieme al suo sorriso bolognese sempre pronto a illuminare e contagiare chiunque lo incontrasse.Perchè poi così sono i bolognesi e gli emiliani:bella gente davvero.Ecco quel sorriso e quella gioia di vita ce le siamo perse davvero e lo piangiamo,non soltanto qui in Italia,ma un po’ dappertutto.Perché Alessandro(Alex per tutti)era diventato qualcuno ovunque nel mondo.E lo era diventato per una ragione che ti fa venire le lacrime anche se erano anni che non lo vedevi in competizioni sportive,che sapevi poco di lui,giusto solo che stava combattendo un'altra delle sue mille battaglie con la vita,lui, indomabile com’era,per rimettersi in pista,e sapendo com'era forte e indomabile ti aspettavi che un giorno o l’altro sarebbe ricomparso da qualche porta e da qualche parte,con quel sorriso impagabile,abbracciato alla sua Daniela e al suo Niccolò,la compagna e il figlio della vita,a dire che anche questa montagna era superata e che si ripartiva.Perchè in lui era tutta una questione di passione per la vita.Disse un'altra volta:
“L’incidente mi ha dato modo di fare cose che forse in un’altra vita non avrei mai avuto l’occasione di provare”.La vita come opportunità,questa la sua filosofia.E c
on questo spirito Zanardi affrontò la sua seconda vita, lanciandosi in una carriera straordinaria nell’handbike,trasformandosi rapidamente in uno degli atleti di riferimento a livello mondiale.
No,Zanardi non è morto,e continuerà a non morire,perché la vera impresa che ha compiuto non è stata risorgere dopo l’incidente che a 35 anni l’aveva tagliato in due su un circuito tedesco (sette arresti cardiaci,estrema unzione già impartita,amputazione di entrambe le gambe,sedici interventi chirurgici).In corpo, dopo l’incidente,gli era rimasto solo un litro di sangue rispetto ai cinque di un uomo adulto.E l'impresa vera non è stata neanche la seconda carriera da campionissimo su una handbike,la bici che spingi con mani e braccia invece che con gambe e piedi,cominciata una decina di anni dopo l'incidente automobilistico,con una cascata di ori olimpici e titoli mondiali.
Il destino si è accanito su di lui,con una crudeltà incredibile anche solo a raccontarsi.Era il 2020,era qualche anno che praticava l'handbike ed erano i tempi del Covid e lui,insieme ad altri amici aveva deciso di portare un po’ di speranza,di correre per beneficenza per raccogliere fondi per il coronavirus in un Tempo quasi senza speranza.Mentre filava allegro in discesa(un attimo prima aveva detto:"Sono così felice, sto pedalando in paradiso")appena dietro una curva lo aspettava un camion,la testa fracassata,i medici che chiedono se lasciarlo andare via o provare l’impossibile per salvarlo,e Daniela,la moglie,che dice "salvatelo".E Niccolò,il figlio,sicuro:"è una tigre,ce la farà anche stavolta".Fu t
rasportato d’urgenza al policlinico di Siena,fu sottoposto a un complesso intervento neurochirurgico.Le sue condizioni apparvero subito critiche.Nei giorni successivi venne operato altre tre volte,ma da quella tigre che era ce la fece anche quella volta.
Stavolta invece non ce l’ha fatta,ma come sempre ci ha provato,poi si è arreso,e se ne è andato proprio il 1° Maggio, lo stesso giorno che 32 anni fa si portò via il suo mito,Ayrton Senna.
Ed è questa la vera impresa di Zanardi.Alex è riuscito a non andare mai via,è restato sempre qui.È qui,ci è entrato dentro,è la parte impossibile di ciascuno di noi,la forza disperata che ognuno di noi vorrebbe avere di non piegarsi mai davanti a niente e a nessuno,lui è stato l’eroe che abbiamo sognato di diventare quando eravamo bambini.Perchè Zanardi è stato un enorme campione.E i campioni si ricordano e si onorano.Ma è stato anche qualcosa di infinitamente più grande e inimitabile:Alex da Bologna,figlio di una sarta e di un idraulico,è un esempio, un essere che ha regalato speranza agli altri,senza prediche,senza discorsi altisonanti,dimostrando con tutto sé stesso che "volere" è il verbo che fa la differenza:non tra vincere e perdere,ma tra ricominciare e arrendersi,lottare o lasciarsi andare,rassegnarsi al destino o ribaltarlo.
Scherzava perfino sulla propria tragedia.Gli chiesero una volta che cosa era cambiato tra la prima e la seconda vita. E lui: «A parte in 14 chili di gambe in meno?». Beh sì, a parte. «Detto che con le protesi sono anche più alto, in effetti una differenza c’è: quando correvo fino ai 400 all’ora sulle piste di tutto il mondo,ero io da solo.Adesso,su quell’handbike,c’è mezza Italia che spinge con me.Sento che la gente mi vuole bene.Ma,in fondo, non ho fatto niente di speciale. Ho preso la bicicletta.E ho pedalato"."Niente di speciale":questo era Alex Zanardi.
Viene da chiedersi:Zanardi si nasce?Beh,non proprio.La verità,consolante in certo qual modo,è che Zanardi in realtà si diventa.E che la vita può davvero ricominciare anche dopo avvenimenti gravissimi e drammatici come quelli che lui ebbe.
«Io non sono Superman e nemmeno Padre Pio. Ho patito l’inferno nei centri di riabilitazione, ho visto molti altri patirlo. Persone che si arrendono sfinite dal dolore,dalla disperazione.Ma le cose possono essere fatte.L’importante è desiderare.E io ho desiderato tanto».No,non te ne sei mai andato,Campione,il tuo sorriso così incredibilmente bello ci rimarrà addosso.
Alex Zanardi non chiese mai di morire.Perchè nonostante tutto lui la vita l'amava davvero.Non lo ha chiesto dopo il 2001,quando,dopo l'amputazione,doveva reinventarsi ogni gesto quotidiano partendo da zero.Nè lo ha chiesto dopo il 2020, quando giaceva gravemente ferito, lontanissimo da quella figura di atleta travolgente che aveva commosso il pianeta.Non sappiamo con precisione cosa vivesse dentro,ma sappiamo cosa hanno scelto coloro che lo amavano.Sua moglie Daniela,suo figlio Niccolò,che in questi giorni ci hanno raccontato cose bellissime,restituendoci l’immagine dell’Alex di casa, capace di trovare il sorriso nelle piccole cose.Viviamo in un tempo in cui il dibattito sul fine vita occupa le pagine dei giornali,le aule parlamentari,le sentenze della Consulta.Un tempo in cui si moltiplicano leggi,referendum,battaglie per il “diritto a morire con dignità”.In uno Stato perfettamente regolato sui princìpi della morte dignitosa,qualcuno avrebbe potuto spiegare ai familiari che prolungare quella situazione era crudele.Ma la scelta di Daniela e Niccolò è stata un’altra e diversa.E lo stesso vale per Michael Schumacher. Anche lui, da anni, vive in condizioni che il mondo conosce solo per frammenti.Anche la sua famiglia ha scelto il silenzio e la fedeltà.Queste famiglie,che potevano fare un'altra scelta hanno preso invece un'altra decisione.Cosa hanno trovato,in quell’amore ostinato,che valesse la pena di portare? La domanda non contiene giudizi verso chi ha scelto o farà altre e diverse scelte,verso chi liberamente decide diversamente.La politica italiana litiga da anni su come regolamentare l’eutanasia e il suicidio assistito.È un tema serio, che merita rispetto e risposte serie.Ma c’è un’altra legge che nessuno scrive,un’altra battaglia che nessuno combatte:quella per sostenere chi sceglie di non morire. Per dare alle famiglie strumenti,risorse,accompagnamento, sollievo concreto.Per rendere possibile quella fedeltà estrema che Daniela e Niccolò Zanardi hanno praticato per anni senza che nessuno costruisse intorno a loro una rete istituzionale degna di questo nome.
Grazie, Alex perchè ci hai insegnato che c’è un valore nell’essere amati e nell'esserci per dare agli altri,oltre ogni calcolo.Tu non hai chiesto di morire.E questo,oggi,è il messaggio più scomodo che potevi lasciarci.
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