10 gennaio 2026

VALERIO, NESSUNO COME LUI






Il Piemonte da sempre è stata Terra liberale:molti fra i più importanti politici ed intellettuali italiani di cultura liberale sono nati in Piemonte ed hanno avuto affinità caratteriali riconducibili proprio al loro essere piemontesi.Qualche nome per esemplificare solo tra i maggiori:Camillo Benso di Cavour,anzitutto e soprattutto,ed alcuni protagonisti della Destra storica come Giovanni Lanza e Quintino Sella;poi studiosi ed esponenti dell'Università di Torino come Luigi Einaudi e Francesco Ruffini;senza dimenticare  uomini di governo della statura di Giovanni Giolitti. Piemontese fu anche il liberale eretico per antonomasia, Piero Gobetti, morto giovanissimo,a soli 26 anni, massacrato dalle squadracce fasciste.E ancora ci sono da ricordare tanti parlamentari e e uomini di governo come Marcello Soleri e Manlio Brosio.

Anche Valerio Zanone,nato nel 1936 e morto giusto 10 anni fa,il 7 gennaio 2016,fu un liberale della scuola del Piemonte:essenziale,antiretorico,riformatore per vocazione e pragmatico nell'approccio ai problemi e nel modo di affrontarli.E Zanone conservò questo costume di intellettuale anche quando ebbe rilevanti responsabilità politiche. Torinese nell’anima,liberale e riformista nelle scelte,nemico di sovranità assolute.Il suo esempio di vita mostra una rara coerenza che si fà bellezza.La voce mai gridata, perché forte nelle idee,si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona.

Il Novecento fu definito "Il Secolo breve" secondo la famosa definizione dello storico britannico  Eric Hobsbawm per significare che esso durò essenzialmente tra l'inizio della Prima Guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino nel 1989.In questo arco temporale,in questi soli 80 anni,è accaduto tutto e di tutto.In questi 80 anni è segnato anche il contrasto fra le democrazie liberali e l'ideologia totalitaria,ed è perciò naturale che poi,al crollo del comunismo,tutti si son detti liberali tanto da generare una vera inflazione della specie.Era divenuto "normale",facile perfino,e certo "comodo" definirsi "liberale",lo facevano anche quelli che quell'idea l'avevano sempre avversata.Ma per Zanone essere liberali era molto altro e molto di più.Per lui per essere veramente «liberale» occorerrebbe indicare il modo ed il fine dell'essere liberale,e anche il «come» e il «perché»;e per quell'inflazione del termine,si rendeva necessario aggiungere anche «da quando».

Per Valerio Zanone il "quando" furono i suoi 18 anni;fu a quell'età che lesse "La storia come pensiero e come azione di Benedetto Croce.Fu in quell'idea della storia umana che procede sul crinale di una libertà mai del tutto raggiunta e mai del tutto perduta che Valerio trovò quella che poi sarebbe divenuta la sua regola per tutta la vita;fu allora che divenne liberale,anche se poi in lui incise moltissimo il rigore e l'etica di un altro grande torinese,Piero Gobetti.Da allora Zanone si convinse,ogni giorno di più,di non poter essere altro che un liberale e lo fu per 40 anni in maniera sempre più convinta.

E ci fu anche un «come» essere liberale per Zanone;in quei 40 anni alternò i suoi studi sul liberalismo con una prolungata carriera parlamentare e governativa.Lui era un grande intellettuale,un fine uomo di cultura,ma in lui ci fu forte anche la volontà di cambiarle le cose con un concreto agire liberale all'interno del piccolo Partito Liberale(del quale diventò segretario sostituendo Malagodi)e al governo.

Ma al di là del "quando" e del "come",l'essenziale per Zanone era il "perché?".Perchè essere liberale?La sua risposta era che l'essere liberale significava non pensar mai che il credo politico conduca a rivelazioni definitive, certezze assolute, valori ultimi.E questo,se ci si pensa,è l'essenza stessa del liberalismo.Questo è l' "l'homo liberalis",il "tipo" antropologico liberale:l'individuo che afferma le proprie convinzioni senza ritenerle infallibili.Ciò che più lo convinceva della validità del metodo liberale era proprio la sua apparente provvisorietà,la facoltà che esso concede ed anzi richiede di dichiararsi mai sicuri ma incerti, di riconoscersi in errore.Come conseguenza inevitabile ne deriva anche una legittima diffidenza verso il culto dei capi,sempre più accentuato negli ultimi 30 anni della politica italiana,nei quali la telecrazia berlusconiana ha accentuato i tratti carismatici e divistici.

Spesso Zanone diceva che:"Ogni volta che sul televisore appare un leader troppo sicuro di sé è meglio cercare un altro canale e soprattutto un altro partito".Perchè è proprio del "tipo" antropologico liberale di prestarsi ad opzioni politiche completamente difformi.E Zanone amava ripetere di essere un liberale,come Manzoni diceva dei traviati, «di una certa specie» e la sua specie è stata sempre quella liberaldemocratica.Perchè storicamente il genere liberale si è diviso in passato in due specie, quella dei liberali democratici e quella dei liberali elitari.

Ma la cultura politica nella quale si riconosceva Valerio Zanone era invece fondata sul connubio indissolubile fra liberalismo e democrazia.Lui si riconosceva nella democrazia liberale con l'avvertenza che nella locuzione l'aggettivo per lui era più importante del sostantivo.Dall'associazione fra liberalismo e democrazia discendono conseguenze culturali che producono a loro volta fatti rilevanti nella prassi politica.Il liberaldemocratico è portato a superare l'alternativa antica fra libertà negativa (la libertà come assenza di coercizione) e libertà positiva (la libertà per tutti di avere parte nella vita pubblica);i due concetti non sono in antitesi,ma si coordinano tra loro.In secondo luogo,il liberaldemocratico è portato a superare l'antitesi anche più antica fra libertà ed eguaglianza.

La sintesi fra i sacri princìpi della Rivoluzione del 1789 non riguarda soltanto l'eguaglianza delle opportunità nei punti di partenza.Per il liberaldemocratico la sintesi fra libertà ed eguaglianza non riguarda solo i punti di partenza ma anche i risultati,nel senso che il liberalismo democratico riconosce agli individui meno fortunati il diritto ad un grado più o meno elevato di protezione sociale.Ciò comporta l'accettazione anche di quella funzione redistributiva dello Stato sociale che invece il liberismo avversa almeno nelle sue accezioni più intransigenti,perchè il liberismo intransigente considera infatti la democrazia liberale come una contaminazione del liberalismo classico se non addirittura un cedimento al socialismo.

Eppure nel primo ventennio del nuovo Millennio la stessa America liberista del periodo successivo alla grande crisi finanziaria che poi andò sotto il nome Lehman Brothers del 2008 ci fu una ridefinizione dell'azione  pubblica in favore degli svantaggiati in termini non solo economici ma anche di diritti individuali, in una cornice liberale e non socialista.E da lucido intellettuale qual'era Zanone intravedeva già il futuro;egli infatti già vedeva i nemici delle democrazie liberali che si andavano stagliando all'orizzonte:anche dopo la caduta del Muro gli antagonisti non mancavano di certo:l'integralismo islamico,il capitalismo asiatico,le tecnocrazie transnazionali.Ecco perchè per la democrazia liberale ogni successo è sempre il «penultimo».La recessione infatti portò come rimedio,a massicci interventi statali (salvataggi bancari, stimoli economici), in contrasto con i principi liberisti puri, segnando un'inversione di rotta temporanea verso un maggior ruolo dello Stato,senza poi voler dire dei provvedimenti della Presidenza Obama tra il 2009 2017),con forte enfasi sulla sanità (Affordable Care Act),sostenendo anche e soprattutto in campo sanitario il concetto di "moderno liberalismo"(uguaglianza come prerequisito per la libertà)oltre a investimenti pubblici, pur in un contesto di debito crescente.

E da lucido intellettuale qual'era Zanone intravedeva già il futuro;egli infatti già vedeva i nemici delle democrazie liberali che si andavano stagliando all'orizzonte:anche dopo la caduta del Muro gli antagonisti non mancano:l'integralismo islamico,il capitalismo asiatico,le tecnocrazie transnazionali.Ecco perchè per la democrazia liberale ogni successo è sempre il «penultimo»,si deve sempre lottare per un altro e ulteriore momento di libertà.

Valerio Zanone è stato uno dei pochissimi politici italiani che sia stato realmente anche un uomo di cultura.Forse la sua vera passione risiedeva nell’impegno intellettuale.Zanone, liberale da una vita e per l’intera sua vita,fu uomo di cultura, di profonda cultura.Valerio era, al fondo,soprattutto uomo di cultura prestato alla politica.La cultura di Valerio era la sua cifra, il suo tratto distintivo.Perchè Zanone non era di certo un propagandista:i suoi interventi erano la condivisione di riflessioni,ponderate e filtrate dalla sua essenza di liberale storicamente consapevole del ruolo, ma anche dei limiti, del liberalismo. Chi lo ascoltava poteva esser persuaso dai suoi argomenti o rifiutarli. Ma avrebbe anche potuto avere l’ambizione di arricchire le idee che Valerio aveva appena espresse, perché in Zanone prevaleva sempre la tensione verso la civiltà del dialogo che poi era il suo stesso tratto umano.

Questa superiore forma di civiltà era rappresentata dal suo mai trattare il proprio interlocutore in modo paternalistico o,tantomeno,di pretesa superiorità: trattava chi si rivolgeva a lui riconoscendo piena dignità alle idee anche le più diverse dalle sue.La pratica del liberalismo, che non è e non può essere una chiesa,aveva abituato Valerio a questa naturale e profonda forma di tolleranza.Ma, come detto,quella tolleranza,quella civiltà del dialogo, erano non solo tenute assieme dalla cultura, ma prima ancora ne erano figlie.

Vengono in mente le parole drammatiche del "Monito all’Europa" di Thomas Mann:“Cultura!Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia.Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana,il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza […]”.

Questo era il significato che Valerio dava alla cultura. In perfetto contrasto con le idee allora ed ancor oggi correnti.Ad una cultura che oggi è soppiantata dalle magnifiche sorti e progressive dei fanatici dell’intelligenza artificiale,felici di poter viaggiare senza affaticarsi con “il peso che noi abbiano portato”, a dirla con Goethe, ignari della fatica ma anche del valore e della bellezza delle esperienze vissute e dell'impegno profuso nella ricerca e nell'approfondimento,persi e vuoti in una citazione che un computer non è in grado di riempire.

Proprio dalla giovanile lettura crociana  "La storia come pensiero e come azione" Zanone trasse l'insegnamento superiore che il principio di libertà ed il suo strumento politico,ovvero il liberalismo,non sono una misura fissa buona per ogni epoca o stagione,ma che invece alle domande mutevoli figlie di ogni stagione e di ogni epoca il liberalismo deve saper fornire risposte aggiornate, pena il risolversi in un nuovo vuoto ideologismo.Ed il liberalismo se vi è un lusso che non si può permettere è quello di inaridirsi in ideologismo.

Oggi viviamo tempi in cui facilmente si baratterebbe qualche scampolo di libertà per una "sicurezza" da caserma(vengono in mente le parole di Piero Gobetti nell'"Elogio della ghigliottina"),per un ordine fisso, immutabile, per un sistema di valori che viene accettato acriticamente perché proveniente dalla "tradizione" o,come impone la narrazione al potere oggi in Italia,dall'identità.Nulla di più lontano dalla cultura e dalla sensibilità autenticamente liberali. Nulla di più lontano da quella "religione delle libertà" crociana, e dalla lotta contro il mito ed a favore della libertà figlia del processo di secolarizzazione.Di quella cultura liberale,per Zanone era parte integrante il laicismo, orgogliosamente rivendicato da Valerio come frutto dell’umanesimo liberale di cui era parte e di cui si sentiva in piena continuità ideale e valoriale.

Ed allora a dieci anni dalla sua scomparsa,c'è da condividere quello che su di lui qualcuno ha scritto;senza tema di smentita,cioè,si può dire di Valerio quel che disse Amleto:“Egli era un uomo, preso tutto insieme,ch’io non vedrò il suo simile un’altra volta”.

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