01 gennaio 2026

IL PRIMO GIORNO DELL'ANNO




Il primo giorno dell'anno ha da sempre rappresentato in letteratura una metafora di inizio,di bilancio e rinascita,vista da tanti scrittori attraverso poesie,romanzi e racconti che utilizzano il passaggio all'anno nuovo per riflettere sul tempo che fugge,e per evocare speranze(o paure)di cambiamenti.Si potrebbero qui ricordare il Capodanno raccontato da Goethe che celebra l'ottimismo o quello di Dostoevskij che ne utilizza l'atmosfera per storie di amore e malinconia.
Temi principali nella letteratura sul capodanno sono quelli della soglia e del passaggio:il tempo diventa un personaggio, la notte di Capodanno una porta verso l'ignoto, un momento di riflessione sul passato e di augurio per il futuro.E poi la speranza e i bilanci:il nuovo anno porta con sé la possibilità di nuovi inizi,in un bilanciamento di gioie e dolori trascorsi, come si vede nelle riflessioni di Goethe e nelle poesie che chiedono un anno migliore.Oppure riflettono malinconia e amore come ne "Le notti bianche" di Dostoevskij,romanzo nel quale il Capodanno fa da sfondo a sentimenti di amore non corrisposto e solitudine,pur in un'atmosfera luminosa.
Per questo Capodanno ho scelto,tra le tante,la poesia "Primo gennaio",del Premio Nobel per la letteratura Eugenio Montale.
"Primo gennaio" di Montale è imperniata sul contrasto tra l'allegria forzata del Capodanno e la profonda alienazione esistenziale del poeta,che si sente estraneo alla vita,alle speranze e ai propositi che nutre la gente comune in questo tempo nuovo.Il Poeta,invece,esprime la sua IN-appartenenza esistenziale,pur sentendosi legato alla figura salvifica della moglie Drusilla("Mosca"), che rappresenta una speranza di senso per la sua fede semplice,simboleggiando il tentativo di opporre un "lumino" all'oscurità.
Montale,invece,si sente un estraneo che non partecipa alla festa del nuovo anno,che pure si svolge a casa sua e che contrappone il suo "urlo taciuto" alle celebrazioni altrui;una condizione tipica della sua poetica del "male di vivere" e di crisi esistenziale.La moglie,invece("Mosca")con la sua fede nel "minuscolo Dio" e la sua innocente speranza, offre un'ancora di salvezza e un punto di riferimento,anche se la sua visione semplice non risolva il dramma esistenziale del poeta.Ed anzi tra le righe si può quasi cogliere una certa forma di sana invidia di Montale nei confronti dell’atteggiamento positivo della moglie,che si affida al suo minuscolo Dio, e tiene viva la speranza nel futuro, come un lumino acceso contro le insidie dell’oscurità.
Con questa poesia Montale si interroga sul proprio destino e su un'eventuale volontà superiore,pur riconoscendo un senso di fallibilità e affronta paradossi(come la tartaruga più veloce del fulmine),evidenziando l'incapacità di trovare un senso razionale alle contraddizioni della realtà,tema sempre presente in Montale.
"Il primo gennaio" è un'istantanea della condizione dell'uomo moderno,un momento di riflessione sulla precarietà dell'esistenza,sul fallimento delle certezze e sulla ricerca di un piccolo,fragile significato di fronte all'assurdo,affidato soprattutto alla presenza dell'altro.Perchè è su questo che il poeta si sofferma a meditare, pensoso, rimanendo a bocca chiusa, come il più indesiderabile degli invitati, in una festa che non sente appartenergli pur svolgendosi proprio a casa sua.
Negli ultimi versi l’autore accentua il sentimento di estraneità e di alienazione nei confronti della realtà circostante che si fa più accentuato in un momento in cui a tutti è richiesto di essere allegri, propositivi, vivaci, pronti a vivere alla massima potenza. Ai buoni propositi dell’anno nuovo Eugenio Montale contrappone il grido dell’uomo nei confronti del proprio destino:un urlo che rimane represso,taciuto e si esprime,come egli dice,"a bocca chiusa" mentre si alzano le voci degli altri che si affaccendano inseguendo poi chissà cosa,poi chissà perché.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.