07 aprile 2026

GIOVANNI AMENDOLA VIVE, ASPETTANDO






Giovanni Amendola nacque d'aprile,il 15 di aprile per la precisione,nel 1882 a Napoli,figlio di un carabiniere originario di Sarno.Prima di diventare una figura politica di primissimo piano nel panorama politico nazionale,aveva,ancora giovanissimo,ricoperto una posizione nel panorama giornalistico e intellettuale scrivendo per il «Resto del Carlino»,il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini


nonchè per la prestigiosissima rivista di Giuseppe Prezzolini «La Voce».Ma la sua passione,dalla quale non si sarebbe mai staccato del tutto,era la Filosofia.La cosa singolare,poi,fu che,sebbene cresciuto in un ambiente anticlericale,il suo spirito fu uno spirito essenzialmente religioso.Il matrimonio con la tormentata ebrea lituana Eva Kühn diede alla figura intellettuale di Amendola un tocco aggiuntivo di originalità.Il suo incontro con la politica attiva giunse all’indomani della Grande Guerra mondiale(era stato un «interventista»)quando la sua attività giornalistica si intrecciò sempre più intimamente con quella politica.Nelle elezioni del 1919 fu eletto deputato in "Democrazia Liberale".

Nel gennaio del 1921,il direttore del «Corriere» Luigi Albertini, già in dissenso con lui perché considerava eccessive le sue aperture ai socialisti,gli impose di scegliere «con estrema cortesia ma con altrettanta franchezza» tra impegno politico e attività giornalistica.Amendola senza esitare scelse il primo, anche perché coltivava già un progetto di fondare un proprio quotidiano, Il Mondo (che vide la luce un anno dopo).Nel 1921 venne rieletto deputato nelle ultime elezioni libere tenute in Italia prima della marcia su Roma.

Presto Mussolini individuò in Amendola un nemico ancor più pericoloso soprattutto perchè spirito libero.Del resto anche Giovanni Amendola lo ricambiò della stessa moneta,svolgendo un ruolo di primo piano dopo le elezioni del 1924 (in cui sarà eletto per la terza volta)e dopo il rapimento e l’uccisione di Giacomo Matteotti.Fu infatti Amendola a tessere la tela della secessione parlamentare,poi ribattezzata Aventino,che in qualche momento parve mettere in crisi il nascente regime fascista.

Nacque d'aprile Giovanni Amendola e ad aprile morì.Il 7 aprile 2026 ricorre infatti il centenario della morte di Giovanni Amendola.Ed  è quasi simbolica la coincidenza del Centenario della morte di Amendola con il Centenario della morte di un altro grande Spirito liberale,Piero Gobetti.Queste due date(il 7 aprile Amendola,il 15 febbraio 1926 Gobetti)sono anniversari importanti nella memoria del Paese e per l’antifascismo e consentono di ricordare e apprezzare ulteriormente il prezioso patrimonio storico,politico,culturale e morale del liberalismo italiano.Amendola morì esule a Cannes per i postumi di una brutale aggressione fascista che avvenne a Montecatini la notte tra il 20 e il 21 luglio 1925.Allo stesso modo Piero Gobetti morì esule in Francia dopo un selvaggia aggressione delle squadraccce di picchiatori fascisti.

Per comprendere cosa accadde ad Amendola quella notte di luglio si deve tornare indietro di qualche anno.Giovanni Amendola s'era avvicinato alla politica dopo un’intensa attività prima come filosofo,e poi come giornalista,venendo eletto deputato in una lista liberaldemocratica nel collegio di Salerno,sua terra natia. Alla vigilia della marcia su Roma cercò inutilmente di far proclamare lo stato d’assedio da parte della Corona.Da allora la sua opposizione al fascismo diventò sempre più dura e intransigente.In un articolo del 1923 su Il Mondo,utilizzò per la prima volta l’aggettivo "totalitario" per descrivere il fascismo e per questa ragione è considerato il primo ideatore del concetto di totalitarismo.Rieletto nel 1924,dopo il delitto Matteotti,promosse la secessione parlamentare dell’Aventino.L'Aventino fu per Amendola una sorta di ribellione etica contro il Fascismo,perchè egli considerava il Fascismo un "crimine" incompatibile con le istituzioni liberali e democratiche.Anzi,dopo il delitto Matteotti egli riteneva addirittura immorale sedere in Parlamento accanto ai responsabili dell'omicidio.

E fu perciò che l’ostilità dei fascisti verso di lui aumentò sempre di più anche perché con Il Mondo denunciava le responsabilità del regime nel delitto Matteotti.Nel dicembre del 1924 Il Mondo pubblicò il memoriale di Cesare Rossi che accusava i più stretti collaboratori di Mussolini di essere una banda di criminali colpevoli dell’assassinio del deputato socialista,chiedendo pertanto le dimissioni del capo del governo. Il re si limitò invece a chiedere a Mussolini di presentarsi in Parlamento. Un’altra occasione persa per cambiare il corso della storia italiana di quegli anni.E così il 3 gennaio 1925 Mussolini tenne alla Camera dei deputati il celebre discorso con cui si assunse la responsabilità politica,morale e storica di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi anni ed in particolare del delitto Matteotti.

In quei mesi la visione di Amendola stava diventando sempre più pessimista.Ripeteva spesso ai figli:“Ci vorranno vent’anni. Preparatevi,studiate,studiate le lingue,forse bisognerà emigrare”. La consapevolezza che la lotta sarebbe stata lunga non lo induceva comunque a demordere.Così egli scriveva,pienamente cosciente dei rischi che correva:" Sappiamo di lavorare per una causa giusta, se anche noi dovessimo cadere non per questo la nostra lotta sarebbe meno giustificata e meno necessaria. Ma sappiamo anche che la causa giusta per cui lottiamo coincide con le necessità e le ragioni della vita che alla lunga prevalgono sopra qualunque calcolo artificioso dell’uomo."Esemplare, in tal senso, quanto accadde nella primavera del 1925.Il Partito Nazionale Fascista organizzò a Bologna il primo convegno nazionale degli istituti fascisti di cultura.A conclusione dell’evento fu approvato "Il Manifesto degli intellettuali fascisti",redatto da Giovanni Gentile, in cui, tra l’altro, si giustificava l’avvento violento del fascismo. La reazione degli intellettuali antifascisti non si fece però attendere e fu proprio Giovanni Amendola a promuoverla,proponendo a Benedetto Croce di predisporre la risposta degli intellettuali antifascisti,invito accolto senza indugio dal grande intellettuale e filosofo liberale.

Il Manifesto redatto da Croce rivendicò l’autonomia della scienza e dell’arte dalla politica, sottolineando come fosse stato un errore macroscopico la contaminazione tra politica e cultura operata con il Manifesto predisposto da Gentile.Alcune settimane dopo Amendola raggiunse un altro traguardo importante: il 15 e il 16 giugno si tenne a Roma il primo congresso dell’Unione Nazionale, la formazione politica che aveva fondato con il proposito di raccogliere tutte le forze liberali e democratiche presenti nella scena politica nazionale per aggregarle in una sorta di partito aperto,per arrivare poi a un partito vero e proprio e in questo congresso il Partito di Amendola assunse una posizione di ferma condanna del Fascismo.L’Unione Nazionale era,di fatto,il seme da cui sarebbe dovuto germogliare il partito liberale e democratico.

Già nel 1925 Amendola era diventato di fatto il principale avversario del fascismo ed è indicativo cosa pensasse di lui Mussolini: “Avevamo contro di noi, inflessibile, un uomo soltanto, Giovanni Battista Amendola …. “.La sua sfida al regime raggiunse il culmine il 16 luglio 1925.Quel giorno Il Mondo,in edizione straordinaria,pubblicò:“Il documento delle opposizioni secessioniste”,con cui si contestava risolutamente l’assoluzione di De Bono,già capo della polizia,da parte dell’Alta Corte di Giustizia del Senato,reiterando invece l’accusa di essere stato lui l’organizzatore della squadra fascista che aveva assassinato Matteotti. La pubblicazione di questo documento suscitò una rabbiosa reazione da parte del fascismo e della sua stampa. È dunque verosimile che la decisione di aggredire Giovanni Amendola sia stata presa tra il 16 e il 19 luglio.

Ed infatti la mattina del 20 luglio di quell'anno Amendola lasciò la casa di via di Porta Pinciana 6 a Roma e arrivò a Montecatini nel primo pomeriggio. Si sottoponeva con regolarità alla cura delle acque in quanto soffriva di disturbi metabolici.Arrivò all’Hotel "La Pace",accompagnato dall’avvocato Federico Donnarumma, il suo fidato segretario.I fascisti dei vicini centri di Monsummano, Pescia, Borgo a Buggiano e Pieve a Nievole furono radunati tra le 17 e le 18 con l’ordine di andare a Montecatini a “legnare” l’on. Amendola.In breve tempo la zona intorno all’albergo venne occupata da circa un migliaio di fascisti che urlavano, insultavano,minacciavano e chiedevano a gran voce la cacciata del deputato liberale da quel territorio.Verso sera arrivò all’albergo Carlo Scorza, deputato e ras locale dei fascisti della lucchesia.I circa 30 carabinieri presenti in loco non erano in grado di arginare l’assedio delle camicie nere,e Scorza,d’accordo con i responsabili dell’ordine pubblico,assunse il ruolo di "garante" dell’incolumità di Amendola,in realtà di comandante del plotone di esecuzione.Perchè fu lui il principale referente, a livello territoriale, del piano criminale voluto da Mussolini.

Fu così subdolamente prospettato ad Amendola di andare in automobile nella vicina Pistoia dove avrebbe potuto prendere il treno per Firenze.Scorza e il tenente dei carabinieri sarebbero saliti sull’auto insieme a lui e lo avrebbero accompagnato, con un camion di carabinieri al seguito, garantendogli l’incolumità.Amendola accettò e fu quella la sua condanna a morte.Non appena uscì dall’albergo si scatenò il putiferio. I fascisti tentarono di colpirlo. Riuscì a raggiungere l’automobile, che era stata parcheggiata vicino all’entrata dell’albergo, e vi fu sospinto dentro a forza,così com'era successo con Matteotti,ma lì i carabinieri non c'erano più,erano tutte e solo squadracce fasciste.L’auto riuscì a mettersi in movimento lentamente tra la folla urlante.Il camion dei carabinieri seguiva a breve distanza. Arrivati alla piazza principale di Montecatini Vannelli, l’autista, uomo fedele a Scorza, iniziò ad accelerare e dopo appena due chilometri la vettura non fu più visibile dal camion dei carabinieri. Poco dopo si fermò perché la strada era bloccata da un palo: c’erano una quindicina di uomini che aspettavano Amendola. Lo aggredirono selvaggiamente,colpendolo con ferocia e accanimento.Lui non poté far altro che raggomitolarsi, mettendosi tra il sedile anteriore ed il sedile posteriore, cercando di proteggere la testa. In questo modo espose però la schiena ai colpi di bastone che avrebbero provocato il trauma fatale. La bastonatura non durò però quanto programmato:gli squadristi furono infatti indotti a dileguarsi nelle campagne circostanti dall’avvistamento dei fari di una vettura in avvicinamento. Allora l’autista ripartì e portò Amendola, ferito al volto e al corpo, alla stazione di Pistoia. Da qui fu poi condotto all’ospedale di questa città dove venne effettuata la prima medicazione.

Dopo quella vile aggressione,i suoi malori diventavano sempre più grandi e all’inizio di febbraio del 1926 decise, su consiglio insistente dei suoi amici, di andare in Francia per farsi visitare.Il 22 febbraio venne sottoposto ad un delicato intervento chirurgico ai polmoni.La causa della sua malattia non era infatti nella tiroide,come si credeva,ma nei polmoni,danneggiati dai pestaggi e dalle violente percosse.In una dichiarazione scritta gli illustri clinici francesi che lo operarono affermarono che la localizzazione della massa cistica era stata “condizionata dal violento traumatismo prodotto sulla regione corrispondente all’emitorace sinistro nel luglio del 1925”.Un'autentica sentenza di colpevolezza politica e morale.La sua vita si avviava così all’epilogo proprio nella stessa clinica dove pochi giorni prima si era spento Gobetti,l'altra grande mente liberale italiana.

Amendola era oramai consapevole del suo destino e aveva solo un ultimo desiderio:essere trasportato in Italia,per morire nella sua Terra.La sua richiesta fu sottoposta ai medici curanti e a un illustre clinico di Nizza.Fu tuttavia esclusa la possibilità del trasporto anche nel luogo più vicino dell’Italia.All’alba di mercoledì 7 aprile fissò per l’ultima volta lo sguardo sui presenti ed in particolare sul figlio Giorgio che gli sedeva lacrimante accanto.Se ne andava così a soli 44 anni l'integerrimo ed intransigente oppositore del fascismo, l’uomo che dopo Matteotti aveva sfidato il regime senza paura,pagando il prezzo più alto.Solo la violenza brutale aveva potuto zittirlo.Lasciava la moglie Eva,in pessime condizioni di salute,e quattro figli:Giorgio,che divenne poi parlamentare PCI,Ada,Antonio,Pietro.

La notizia della morte di Giovanni Amendola fu relegata nelle pagine interne dei quotidiani, oscurata dall’ampio spazio dedicato al fallito attentato a Mussolini del 7 aprile 1926. Il regime tentò inoltre di avvalorare la tesi che fosse morto per un male incurabile. Il procedimento giudiziario condotto allora si concluse naturalmente senza alcun risultato: gli aggressori rimasero ignoti ancorché molti di loro si fossero vantati pubblicamente di aver partecipato all’agguato.Fu solo dopo la caduta del fascismo che la famiglia Amendola poté costituirsi parte civile ottenendo la riapertura del procedimento giudiziario contro i mandanti, gli organizzatori e gli esecutori dell’aggressione.

In queste settimane è uscito un libro del saggista e storico Antonio Carioti,significativamente intitolato "L'uomo che sfidò Mussolini.Giovanni Amendola antifascista liberale".Ed è in quel libro che vien richiamata la frase forse più conosciuta di Amendola che a distanza di anni è tanto amaramente attuale."L'Italia, come oggi è, non ci piace".Una frase che riassume il giudizio amendoliano sull'anteguerra giolittiano e al tempo stesso l'etica e la morale di Giovanni Amendola.Il moralismo amendoliano fu una caratteristica di molti intellettuali suoi contemporanei,dal già citato Gobetti a Prezzolini a Salvemini.Era un continuo fustigare le arretratezze e le miserie degli italiani quanto a carattere(che Gobetti riassunse nel grandioso "Elogio della Ghigliottina")che faceva dei fustigatori quasi una sorta di "antitaliani".

La formazione filosofica di Amendola spiega anche molto della sua azione politica. C'era in lui una sorta di primato della volontà come capacità di dominarsi, di non cedere,di non scendere a compromessi,una testimonianza quasi ascetica di fede, che fu alla base di ciò che verrà poi chiamato l'Aventino,una specie di opposizione etica e morale e non parlamentare e che però venne criticata all'interno dello stesso fronte antifascista e da antifascisti altrettanto intransigenti quali Piero Gobetti,che del resto gli imputava "un istinto assolutamente conservatore".

Ma Amendola non smette di parlarci ancora oggi,come ammonisce quel motto sulla sua tomba:"Qui vive Giovanni Amendola,ASPETTANDO.Aspettando che quell'Italia,che non gli piaceva e che a tanti,continua a non piacere,venga finalmente cambiata,secondo la sua lezione liberale.